Mestiere – Juan Gelman

Juan Gelman

 

Quando iniziando il verso io mi spiazzo
o non entra un avverbio e mi si spezza
tutta la musica, la forma guarda
col suo mostruoso volto di abortita,
l’aria mi fa male, soffro il sostantivo,
penso che bello andare sotto gli alberi
o far lo spaccapietre o essere passerotto
e preoccuparsi del nido e della
passerotta e i piccoli, sì, che bello,
chi me lo dice di mettermi, endecasillabo,
a cantare, chi me lo dice
di afferrarmi il cervello con le mani,
il cuore con i verbi, la camicia
per le punte ed esprimermi,
chi me lo dice, ti domando, essendo juan,
un juan così semplice coi suoi pantaloni,
i suoi amiconi, il suo lavoro e la sua
condannata abitudine di esser vivo,
chi me lo dice di andare gravido di frasi,
di calzare un cappello immaginario, di andare
ad aspettare una rima lì all’angolo di strada
come un fidanzato puntuale e disgraziato,
chi me lo dice di litigare con la grammatica,
maledirmi la notte, digrignare
fieramente, negarmi, rinnegare,
gemere, piangere, che bello è il passerotto
con la sua passerotta, i suoi piccoli e
il suo nido, il suo capriccio di esser grigio,

o far lo spaccapietre, dammi retta amico,
io scambio sogni e musica e anche i versi
per un piccone, pala e una carriola.
Ad una condizione:
                                  lasciami un poco
di questo maledetto piacere di cantare.

Juan Gelman

(Traduzione di Laura Branchini)

da VIOLINO E ALTRE QUESTIONI

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVII, Luglio/Agosto 2014, N. 295, Crocetti Editore

∗∗∗

Oficio

Cuando al entrar al verso me disloco
o no cabe un adverbio y se me quiebra
toda la música, la forma mira
con su monstruoso rostro de abortado,
me duele el aire, sufro el sustantivo,
pienso qué bueno andar bajo los árboles
o ser picapedrero o ser gorrión
y preocuparse por el nido y la
gorriona y los pichones, sí, qué bueno,
quién me manda meterme, endecasílabo,
a cantar, quién me manda
agarrame el cerebro con las manos,
el corazón con verbos, la camisa
a dos puntas y exprimirme,
quién me manda, te digo, siendo juan,
un juan tan simple con sus pantalones,
sus amigotes, su trabajo y su
condenada costumbre de estar vivo,
quién me manda andar grávido de frases,
calzar sombrero imaginario, ir
a esperar una rima en esa esquina
como un novio puntual y desdichado,
quién me manda pelear con la gramática,
maldecirme de noche, rechinar
fieramente, negarme, renegar,
gemir, llorar, qué bueno está el gorrión
con su gorriona, sus pichones y
su nido, su capricho de ser gris,

o ser picapedrero, óigame amigo,
cambio sueños y músicas y versos
por una pica, pala y carretilla.
Con una condición:
                                 déjeme un poco
de este maldito gozo de cantar.

Juan Gelman

da “Violín y otras cuestiones”, Gleizer, Buenos Aires, 1956

Di noi quanti abitano adesso il mare? – Gabriele Galloni

Gabriele Galloni

 

Di noi quanti abitano adesso il mare?

E il mare è tutto quel che resta
del nostro sonno; e i suoi abitanti nudi
ci visitano sulla cima del promontorio.
Non hanno niente da dirci; infatti
se ne stanno zitti; solo ci guardano
interrogativi. Forse è ancora vita,
la loro. In chissà quanti modi respirano.

Transumanati già; si stringono in cerchio.
Ne hai paura? Li temi? Pensi possano
farci del male? No – eppure ricerchi
con lo sguardo una fuga. Non possiamo
allontanarci troppo; finiremo
nell’ombra fitta; finiremo per cadere
nel vuoto di una sillaba, di un murmure

di annegati.

Gabriele Galloni

da “L’estate del mondo”, Marco Saya Edizioni, 2019

 

Non scrivere… – Jiří Orten

 

Non scrivere, non leggere nemmeno,
c’è troppa luce qui.
Attingo lacrime d’odio,
mia triste mercede.

Sono sordo alle note del piano!
Non aspetto che sorga il mattino
dalla fragilità di Chopin.
O tu piccola anima, da che

pioggia spruzzata! È Dio
che ti spruzza di umane ferite.
Ma in un diluvio volevo correre io,
essere attinto dal cielo…

Non scrivere, non leggere nemmeno,
c’è troppa luce qui.
Sono un lamento da desiderio di foglie.
Senza la fede. Senza vesti.

Jiří Orten

6. 10. 1940.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

Už ani sár…

Už ani psát, už ani čísti,
je příliš světla tu.
Nabírám slzy nenávisti,
svou tesknou odplatu.

Jsem hluchý, hluchý pro piano!
Z křehkosti Chopina
nečekám již, že přijde ráno.
Dušičko kropená,

jaký to déšť! To Bůh tě kropí
lidskostí malých ran.
Toužil jsem běžet do potopy,
být nebem nabírán…

Už ani psát, už ani čisti,
je příliš světla tu.
Jsem jako nářek z touhy listí.
Bez víry. Bez šatů.

Jiří Orten

6. 10. 1940.

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

Come ali – Philip Schultz

Andrew Wyeth

per Marie

Ieri notte ho sognato che ero il primo uomo ad amare una donna
& mi sono svegliato tremante & sono uscito a guardare
lo straccio stinto del cielo incendiarsi nell’alba.
Sono stanco del fiume prima ancora di sentirlo,
la gioia dobbiamo ritagliarla dall’ombra,
stanco della mia lingua intorpidita dal viaggio.

Non posso offrirti il mio respiro né avvolgerti l’orizzonte
intorno al polso & farmi perdonare.
Non posso sfregare il legno secco delle mie costole per fare il fuoco
& dormire. Il bordo del sonno non è sonno.
Vago di stanza in stanza annodando sensazioni.
Lo spazio che riempivamo ora riempie me.
Luce & buio non si mescolano.

Non posso rimanere come una casa gelata sullo sfondo.
Io sono questo corpo & questo tempo in tutte le stagioni.
Penso alla luce che ti inondò il nostro primo mattino,
come il vetro nei miei polmoni divenne suono
& io ti vidi donna & bambina & non riuscivo a respirare per amore.
La paura è il limite di quel rischio che è l’amore.
Puzza di sangue, attira gli squali.

Le notti che ballavi il valzer nuda intorno al letto,
io abbracciato alla sedia che avevo ridipinto di azzurro,
i gatti che correvano tra le ali dei tuoi bei capelli biondi.

C’è molto che gli uomini non sanno delle donne,
come le tue mani trasformano l’aria in acqua, il seme in vita,
perché il sale sulla punta dei tuoi seni splende
& sa di mollusco.

Ci sono ore in cui il futuro perde ogni speranza
& si ferma in mezzo a strade affollate
& non se ne cura. Ma pensa a quanta strada abbiamo fatto,
le mani che ci hanno stretto.
Ce ne saranno altre.

Ho letto che nell’antichità
si puntavano rasoi alla gola del medico
mentre operava – come se l’amore si potesse bilanciare,
come ali.

Una notte ho seguito le tue orme nella neve alta
& mi sono fermato in una vecchia scuola a guardare il nuovo sole
farsi rosso & mandare bagliori sui campi distesi,
il mondo bianco & piatto & una luce
che conoscevo da sempre mi bruciava in testa come un pugno di stracci,

come se non ricordassi più cosa temevamo
di aver preso o lasciato,
le mie braccia spalancate sulla tua figura, come se non potessi tirarmi
fuori dal mio corpo, la bocca gelata
intorno al suono del tuo nome.

Philip Schultz

(Traduzione di Paola Splendore, con la collaborazione di Maria Baiocchi, Barbara Fiore e Sandro Triulzi)

da “Come ali, 1978”, in “Il dio della solitudine”, a cura di Paola Splendore, Donzelli Poesia, 2018

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Like Wings

For Marie

Last night I dreamed I was the first man to love a woman
& woke shaking & went outside to watch
the faded rag of the sky burn into dawn.
I am tired of the river before feeling,
the joy we must carve from shadow,
tired of my road-thick tongue.

I cannot hand you my breath or wrap the horizon
round your wrist & be forgiven.
I cannot rub the dry wood of my ribs to fire
& sleep. The edge of sleep isn’t sleep.
I go room to room tying my feelings into knots.
The space we filled now fills me.
The light & dark won’t mix.

I cannot leave myself like a house frozen in the background.
I am this body & the weather all year round.
I think of the light that opened over you our first morning,
how the glass in my lungs turned to sound
& I saw you woman & child & couldn’t breathe, for love.
Fear is the edge that is the risk that is loving.
It stinks of blood, draws sharks.

The nights you waltzed naked round our bed,
myself holding the chair I’d painted blue again,
the cats flowing in the wings of your good yellow hair.

There is much men don’t know about women,
how your hands work the air to water, the seed to life,
why the salt at the tips of your breasts glows
& tastes of mollusk.

There are hours when the future gives up all hope
& stops in the middle of busy streets
& doesn’t care. But think of the distance we have come,
the hands which have wound us.
There will be others.

I have read of ancient people
who held razors to their doctor’s throat
as he operated – as if love could have such balance,
like wings.

One night I followed your tracks through deep snow
& stood in an old schoolhouse watching the new sun
come red & shimmer over the opening fields,
the world white & flat & a light

I’d known all my life burned in my head like a fist of rags,
how I couldn’t remember what we feared
we’d taken or left,
my arms opened to your shape, how I couldn’t lift
out of my body, my mouth frozen
round the sound of your name.

Philip Schultz

da “Like Wings”, Viking Press, 1978 

È mite il ghirigoro (pensato in disparte) – Mario Luzi

Laurie Steen

(pensato in disparte)

È mite il ghirigoro
                                   d’aria e luce
che accompagna
                            al suolo
la resa delle foglie
sui viali lungo il fiume.
perché rompo, persona,
il muto canto?
                                         Sarebbe
senza me uniforme,
pieno, invasato della propria inopia,
festoso.
                        Così scende
la vita, scende incontrastato,
pare, il suo sfacelo
a rigenerarsi nella morte
per il dopo, per il principio.

Mario Luzi

da “Temporada I”, in “Sotto specie umana”, Garzanti, 1999