Nell’inganno delle parole – Yves Bonnefoy

È il sonno d’estate quest’anno ancora,
L’oro che chiediamo, dal fondo delle nostre voci,
Alla trasmutazione dei metalli del sogno.
Il grappolo delle montagne, delle cose vicine,
È maturato, è quasi il vino, la terra
È il seno nudo in cui la nostra vita riposa.
E respiri ci circondano, ci accolgono,
Come la notte d’estate, che non ha rive,
Di ramo in ramo passa il fuoco lieve.
Amica mia, è qui nuovo cielo, nuova terra,
Un fumo incontra un fumo
Al di sopra della disgiunzione dei due bracci del fiume.

E l’usignolo canta una volta ancora
Prima che il nostro sogno ci prenda,
Ha cantato quando s’addormentava Ulisse
Nell’isola in cui faceva tappa la sua erranza,
E anche chi arrivava acconsentì al sogno,
Fu come un brivido della sua memoria
Per l’intero suo braccio d’esistenza sulla terra
Che aveva ripiegato sotto la sua testa stanca.
Penso che respirò d’un fiato eguale
Sul giaciglio del suo piacere poi del riposo,
Ma Venere nel cielo, la prima stella,
Volgeva già la prua, benché esitante,
Verso l’alto mare, sotto nubi,
Poi derivava, barca il cui vogatore
Avesse dimenticato, gli occhi ad altre luci,
D’immergere di nuovo il remo nella notte.

E per la grazia di quel sogno cosa vide?
Che fosse la linea bassa di una riva
Ove sarebbero state chiare delle ombre, chiara la loro notte
A causa di fuochi altri da quelli che ardono
Nelle nebbie delle nostre domande, successive
Durante la nostra avanzata nel sonno?
Siamo navi grevi di noi stessi,
Traboccanti di cose chiuse, guardiamo
Alla prua del nostro periplo tutta un’acqua nera
Aprirsi quasi e ritrarsi, per sempre senza lido.
Lui comunque, nelle pieghe del canto triste
Dell’usignolo dell’isola casuale,
Pensava già a riprendere il suo remo
Una sera, quando sarebbe sbiancata di nuovo la schiuma,
Per dimenticare forse tutte le isole
Su un mare in cui cresce una stella.

Andare così, con lo stesso oriente
Al di là delle immagini ciascuna delle quali
Ci lascia alla febbre del desiderare,
Andare fiduciosi, perderci, riconoscerci
Attraverso la bellezza dei ricordi
E la menzogna dei ricordi, attraverso il tormento
Di alcuni, ma anche la felicità
D’altri, il cui fuoco corre nel passato in cenere,
Nube rossa in piedi al frangente delle spiagge,
O delizia dei frutti che non abbiamo più,
Andare, per l’al di là quasi del linguaggio,
Con soltanto un po’ di luce, è possibile
O non è altro che l’illusorio ancora,
Di cui ridisegniamo sotto altri tratti
Ma iridati dello stesso ingannevole bagliore
La forma nelle ombre che si condensano?
Ovunque in noi soltanto l’umile menzogna
Delle parole che offrono più di quel che è
O dicono cosa altra da quel che è,
Le sere non tanto della bellezza che tarda
A lasciare una terra che ha amato,
Plasmandola con le sue mani di luce,
Quanto della massa d’acqua che di notte in notte
Precipita con gran fragore nel nostro avvenire.

Noi mettiamo i nostri piedi nudi nell’acqua del sogno,
È tiepida, non sappiamo se sia un risveglio
O se la folgore lenta e calma del sonno
Già tracci i suoi segni in rami
Che un’inquietudine scuote, poi è troppo scuro
Perché vi si riconoscano figure
Che questi alberi scostano, davanti ai nostri passi.
Noi avanziamo, l’acqua sale alle nostre caviglie,
O sogno della notte, prendi quello del giorno
Nelle tue mani amorose, volgi verso te
La sua fronte, i suoi occhi, ottieni con dolcezza
Che il suo sguardo si fonda al tuo, più saggio,
Per un sapere che non laceri più
La disputa tra il mondo e la speranza,
E che unità prenda e conservi la vita
Nella quiete della schiuma, dove si riflette,
Sia bellezza, nuovamente, sia verità, le stesse
Stelle che s’accrescono nel sonno.

Bellezza, sufficiente bellezza, bellezza estrema
Delle stelle senza significato, senza movimento.
A poppa sta il nocchiero, più grande del mondo,
Più nero, ma di un’opacità fosforescente.
Il lieve sciacquio dell’acqua appena agitata,
Si fa presto silenzio. E non sappiamo ancora
Se è un nuovo lido, o lo stesso mondo
Che nelle pieghe febbrili del letto terrestre,
Questa sabbia che sentiamo stridere sotto la prua.
Non sappiamo se approdiamo a un’altra terra,
Non sappiamo se mani non si tendano
Dal grembo dell’ignoto accogliente per afferrare
La corda che lanciamo, dalla nostra notte.

E domani, al risveglio,
Forse le nostre vite saranno più fiduciose
In cui voci e ombre indugeranno,
Ma distolte, calme, disattente,
Senza guerra, senza rimprovero, mentre
Il bambino accanto a noi, sul sentiero,
Scuoterà ridendo la sua testa immensa,
Guardandoci con la goffaggine
Della mente che riprende alla sua origine
Il suo compito di luce nell’enigma.

Sa ancora ridere,
Ha afferrato nel cielo un grappolo troppo greve,
Lo vediamo portarlo via nella notte.
Il vendemmiatore, colui che forse coglie
Altri grappoli lassù nell’avvenire,
Lo guarda passare, benché senza volto.
Affidiamolo alla benevolenza della sera d’estate,
Addormentiamoci…

                                        … La voce che ascolto si perde,
Il rumore di fondo che è nella notte la copre.
Le assi della prua, incurvate
Per dar forma alla mente sotto il peso
Dell’ignoto, dell’impensabile, si allentano.
Che mi dicono questi scricchiolii, che spezzano
I pensieri attestati dalla speranza?
Ma il sonno si fa indifferenza.
Le sue luci, le sue ombre: più nient’altro che
Un’onda che s’infrange sul desiderio.

II

E potrei
Fra poco, al sussulto del brusco risveglio,
Dire o tentare di dire il tumulto
Degli artigli e delle risa che si scontrano
Con l’avidità senza gioia delle vite primarie
Al bordo sconnesso della parola.
Potrei gridare che ovunque sulla terra
Ingiustizia e sciagura devastano il senso
Che la mente ha sognato di dare al mondo,
Insomma, ricordarmi di ciò che è,
Non essere che la lucidità che dispera
E, benché sia ritorta
Ai rami del giardino di Armida la chimera
Che inganna la ragione quanto il sogno,
Abbandonare le parole a chi cancella,
Prosa, per evidenza della materia,
L’offerta della bellezza nella verità,

Ma mi sembra anche che non sia reale
Che la voce che spera, fosse essa
Inconsapevole delle leggi che la negano.
Reale, solo, il fremito della mano che tocca
La promessa di un’altra, reali, sole,
Queste barriere che spingiamo nella penombra,
Quando si fa sera, di un sentiero di ritorno.
So tutto quello che occorre cancellare dal libro,
Una parola comunque resta a bruciarmi le labbra.

O poesia,
Non posso impedirmi di chiamarti
Con il tuo nome che non si ama più tra quelli che errano
Oggi tra le rovine della parola.
Oso rivolgermi a te, direttamente,
Come nell’eloquenza delle epoche
In cui si ponevano, alla vigilia dei giorni di festa,
In cima alle colonne dei saloni,
Ghirlande di foglie e di frutti.

Lo faccio, confidando che la memoria,
Insegnando le sue parole semplici a quelli che cercano
Di far essere il senso malgrado l’enigma,
Farà decifrare loro, sulle sue grandi pagine,
Il tuo nome uno e molteplice, in cui arderanno
In silenzio, un fuoco chiaro,
I sarmenti dei loro dubbi e delle loro paure.
«Guardate, lei dirà, nel solo libro
Che si scriva attraverso i secoli, vedete crescere
I segni nelle immagini. E le montagne
Inazzurrarsi in lontananza, per essere a voi terra.
Ascoltate la musica che delucida
Con il flauto sapiente alla vetta delle cose
Il suono del colore in ciò che è.»

O poesia,
Io so che ti disprezzano e ti negano,
Che ti considerano un teatro, perfino una menzogna,
Che ti gravano delle colpe del linguaggio,
Che dicono infetta l’acqua che tu porti
A quelli che tuttavia desiderano bere
E delusi si allontanano, verso la morte.

Ed è vero che la notte gonfia le parole,
Venti girano le loro pagine, fuochi sfiancano
Le loro bestie atterrite fin sotto ai nostri passi.
Abbiamo creduto che ci avrebbe condotto lontano
Il sentiero che si perde nell’evidenza,
No, le immagini cozzano contro l’acqua che sale,
La loro sintassi è incoerenza, cenere,
E presto nemmeno vi sono più immagini,
Più libro, più grande corpo caloroso del mondo
Che stringa le braccia del nostro desiderio.

Ma so comunque che non esiste altra stella
Che si muova, misteriosamente, auguralmente,
Nel cielo illusorio degli astri fissi,
Se non la tua barca sempre oscura, ma dove ombre
Si raggruppano a prua, e perfino cantano
Come un tempo quelli che arrivavano, quando s’ingrandiva
Davanti a loro, alla fine del lungo viaggio,
La terra nella schiuma, e brillava il faro.

E se rimane
Altro che un vento, uno scoglio, un mare,
Io so che tu sarai, anche di notte,
L’àncora gettata, i passi barcollanti sulla sabbia,
E la legna raccolta, e la scintilla
Sotto i rami umidi, e, nell’inquieta
Attesa della fiamma che esita,
La prima parola dopo il lungo silenzio,
Il primo fuoco che prenda in fondo al mondo morto.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Fabio Scotto)

da “Le assi curve”, in “Yves Bonnefoy, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

∗∗∗

Dans le leurre des mots

I

C’est le sommeil d’été cette année encore,
L’or que nous demandons, du fond de nos voix,
À la transmutation des métaux du rêve.
La grappe des montagnes, des choses proches,
A mûri, elle est presque le vin, la terre
Est le sein nu où notre vie repose
Et des souffles nous environnent, nous accueillent.
Telle la nuit d’été, qui n’a pas de rives,
De branche en branche passe le feu léger.
Mon amie, c’est là nouveau ciel, nouvelle terre,
Une fumée rencontre une fumée
Au-dessus de la disjonction des deux bras du fleuve.

Et le rossignol chante une fois encore
Avant que notre rêve ne nous prenne,
Il a chanté quand s’endormait Ulysse
Dans l’île où faisait halte son errance,
Et l’arrivant aussi consentit au rêve,
Ce fut comme un frisson de sa mémoire
Par tout son bras d’existence sur terre
Qu’il avait replié sous sa tête lasse.
Je pense qu’il respira d’un souffle égal
Sur la couche de son plaisir puis du repos,
Mais Vénus dans le ciel, la première étoile,
Tournait déjà sa proue, bien qu’hésitante,
Vers le haut de la mer, sous des nuées,
Puis dérivait, barque dont le rameur
Eût oublié, les yeux à d’autres lumières,
De replonger sa rame dans la nuit.

Et par la grâce de ce songe que vit-il?
Fut-ce la ligne basse d’un rivage
Où seraient claires des ombres, claire leur nuit
À cause d’autres feux que ceux qui brûlent
Dans les brumes de nos demandes, successives
Pendant notre avancée dans le sommeil?
Nous sommes des navires lourds de nous-mêmes,
Débordants de choses fermées, nous regardons
À la proue de notre périple toute une eau noire
S’ouvrir presque et se refuser, à jamais sans rive.
Lui cependant, dans les plis du chant triste
Du rossignol de l’île de hasard,
Pensait déjà à reprendre sa rame
Un soir, quand blanchirait à nouveau l’écume,
Pour oublier peut-être toutes les îles
Sur une mer où grandit une étoile.

Aller ainsi, avec le même orient
Au-delà des images qui chacune
Nous laissent à la fièvre de désirer,
Aller confiants, nous perdre nous reconnaître
À travers la beauté des souvenirs
Et le mensonge des souvenirs, à travers l’affre
De quelques-uns, mais aussi le bonheur
D’autres, dont le feu court dans le passé en cendres,
Nuée rouge debout au brisant des plages,
Ou délice des fruits que l’on n’a plus.
Aller, par au-delà presque le langage,
Avec rien qu’un peu de lumière, est-ce possible
Ou n’est-ce pas que l’illusoire encore,
Dont nous redessinons sous d’autres traits
Mais irisés du même éclat trompeur
La forme dans les ombres qui se resserrent?
Partout en nous rien que l’humble mensonge
Des mots qui offrent plus que ce qui est
Ou disent autre chose que ce qui est,
Les soirs non tant de la beauté qui tarde
À quitter une terre qu’elle a aimée,
La façonnant de ses mains de lumière,
Que de la masse d’eau qui de nuit en nuit
Dévale avec grand bruit dans notre avenir.

Nous mettons nos pieds nus dans l’eau du rêve,
Elle est tiède, on ne sait si c’est de l’éveil
Ou si la foudre lente et calme du sommeil
Trace déjà ses signes dans des branches
Qu’une inquiétude agite, puis c’est trop sombres
Pour qu’on y reconnaisse des figures
Que ces arbres s’écartent, devant nos pas.
Nous avançons, l’eau monte à nos chevilles,
Ô rêve de la nuit, prends celui du jour
Dans tes deux mains aimantes, tourne vers toi
Son front, ses yeux, obtiens avec douceur
Que son regard se fonde au tien, plus sage,
Pour un savoir que ne déchire plus
La querelle du monde et de l’espérance,
Et qu’unité prenne et garde la vie
Dans la quiétude de l’écume, où se reflète,
Soit beauté, à nouveau, soit vérité, les mêmes
Étoiles qui s’accroissent dans le sommeil.

Beauté, suffisante beauté, beauté ultime
Des étoiles sans signifiance, sans mouvement.
À la poupe est le nautonier, plus grand que le monde,
Plus noir, mais d’une matité phosphorescente.
Le léger bruit de l’eau à peine troublée,
C’est, bientôt, le silence. Et on ne sait encore
Si c’est rive nouvelle, ou le même monde
Que dans les plis fiévreux du lit terrestre,
Ce sable qu’on entend qui crisse sous la proue.
On ne sait si on touche à une autre terre,
On ne sait si des mains ne se tendent pas
Du sein de l’inconnu accueillant pour prendre
La corde que nous jetons, de notre nuit.
Et demain, à l’éveil,
Peut-être que nos vies seront plus confiantes
Où des voix et des ombres s’attarderont,
Mais détournées, calmes, inattentives,
Sans guerre, sans reproche, cependant
Que l’enfant près de nous, sur le chemin,
Secouera en riant sa tête immense,
Nous regardant avec la gaucherie
De l’esprit qui reprend à son origine
Sa tâche de lumière dans l’énigme.

Il sait encore rire,
Il a pris dans le ciel une grappe trop lourde,
Nous le voyons l’emporter dans la nuit.
Le vendangeur, celui qui peut-être cueille
D’autres grappes là-haut dans l’avenir,
Le regarde passer, bien que sans visage.
Confions-le à la bienveillance du soir d’été,
Endormons-nous…

                                        … La voix que j’écoute se perd,
Le bruit de fond qui est dans la nuit la recouvre.
Les planches de l’avant de la barque, courbées
Pour donner forme à l’esprit sous le poids
De l’inconnu, de l’impensable, se desserrent.
Que me disent ces craquements, qui désagrègent
Les pensées ajointées par l’espérance?
Mais le sommeil se fait indifférence.
Ses lumières, ses ombres: plus rien qu’une
Vague qui se rabat sur le désir.

II

Et je pourrais
Tout à l’heure, au sursaut du réveil brusque,
Dire ou tenter de dire le tumulte
Des griffes et des rires qui se heurtent
Avec l’avidité sans joie des vies primaires
Au rebord disloqué de la parole.
Je pourrais m’écrier que partout sur terre
Injustice et malheur ravagent le sens
Que l’esprit a rêvé de donner au monde,
En somme, me souvenir de ce qui est,
N’être que la lucidité qui désespère
Et, bien que soit retorse
Aux branches du jardin d’Armide la chimère
Qui leurre autant la raison que le rêve,
Abandonner les mots à qui rature,
Prose, par évidence de la matière,
L’offre de la beauté dans la vérité.

Mais il me semble aussi que n’est réelle
Que la voix qui espère, serait-elle
Inconsciente des lois qui la dénient.
Réel, seul, le frémissement de la main qui touche
La promesse d’une autre, réelles, seules,
Ces barrières qu’on pousse dans la pénombre,
Le soir venant, d’un chemin de retour.
Je sais tout ce qu’il faut rayer du livre,
Un mot pourtant reste à brûler mes lèvres.

Ô poésie,
Je ne puis m’empêcher de te nommer
Par ton nom que l’on n’aime plus parmi ceux qui errent
Aujourd’hui dans les ruines de la parole.
Je prends le risque de m’adresser à toi, directement,
Comme dans l’éloquence des époques
Où l’on plaçait, la veille des jours de fête,
Au plus haut des colonnes des grandes salles,
Des guirlandes de feuilles et de fruits.

Je le fais, confiant que la mémoire,
Enseignant ses mots simples à ceux qui cherchent
À faire être le sens malgré l’énigme,
Leur fera déchiffrer, sur ses grandes pages
Ton nom un et multiple, où brûleront
En silence, un feu clair,
Les sarments de leurs doutes et de leurs peurs.
« Regardez, dira-t-elle, dans le seul livre
Qui s’écrive à travers les siècles, voyez croître
Les signes dans les images. Et les montagnes
Bleuir au loin, pour vous être une terre.
Écoutez la musique qui élucide
De sa flûte savante au faîte des choses
Le son de la couleur dans ce qui est. »

Ô poésie,
Je sais qu’on te méprise et te dénie,
Qu’on t’estime un théâtre, voire un mensonge,
Qu’on t’accable des fautes du langage,
Qu’on dit mauvaise l’eau que tu apportes
À ceux qui tout de même désirent boire
Et déçus se détournent, vers la mort.

Et c’est vrai que la nuit enfle les mots,
Des vents tournent leurs pages, des feux rabattent
Leurs bêtes effrayées jusque sous nos pas.
Avons-nous cru que nous mènerait loin
Le chemin qui se perd dans l’évidence,
Non, les images se heurtent à l’eau qui monte,
Leur syntaxe est incohérence, de la cendre,
Et bientôt même il n’y a plus d’images,
Plus de livre, plus de grand corps chaleureux du monde
À étreindre des bras de notre désir.

Mais je sais tout autant qu’il n’est d’autre étoile
À bouger, mystérieusement, auguralement,
Dans le ciel illusoire des astres fixes,
Que ta barque toujours obscure, mais où des ombres
Se groupent à l’avant, et même chantent
Comme autrefois les arrivants, quand grandissait
Devant eux, à la fin du long voyage,
La terre dans l’écume, et brillait le phare.

Et si demeure
Autre chose qu’un vent, un récif, une mer,
Je sais que tu seras, même de nuit,
L’ancre jetée, les pas titubants sur le sable,
Et le bois qu’on rassemble, et l’étincelle
Sous les branches mouillées, et, dans l’inquiète
Attente de la flamme qui hésite,
La première parole après le long silence,
Le premier feu à prendre au bas du monde mort.

Yves Bonnefoy

da “Les Planches courbes”, Mercure de France, 2001

«Les planches courbes » ont paru en première édition, avec des lithographies originales de Farhad Ostovani, aux Éditions des Arts et Lettres, Vevey, Suisse, en 1998

L’ora presente – Yves Bonnefoy

Gérard Rondeau, Yves Bonnefoy, Paris, 2001

 

I

Guarda!
Un lampo invade il cielo, stasera ancora,
Prende la terra nelle sue mani, ma esita,
Quasi s’immobilizza. Si è creduto

Una frase, una firma, no, vacilla,
Lo vediamo che cade, illuminante,
Nelle braccia l’uno dell’altra,
Sonno e morte.

Il lampo, un’illusione,
Anche il lampo.

Un’illusione, la forma
Che si dispiega, un sogno
Che abbraccia la forma, e cadrà
Con essa, spezzata,
Spossessata di se stessa, a quei confini,
Laggiù, della nostra notte di qui,
L’ora presente.

Guarda, vedi.

Guarda, teologo,
Non credi che Dio
Si sia stancato d’essere?

Tu immagini
Che egli non possa finire, essendo infinito,
Con sé
Ma tu sai che nessun sacrificio, ai suoi altari,
Neanche il sacrificio di suo figlio,
Più ridesta il suo desiderio.

Si volta
Verso colei che dormiva accanto a lui,
L’anima del mondo,
Sfiorerà il suo braccio, la sua anca nuda,
Non la risveglierà.

Scenderà
Nei suoi giardini, di terrazza in terrazza,
Fermandosi, talvolta,
Come quelle bestie
Che d’un tratto s’immobilizzano
Per un rumore, un’ombra,

Non ascolterà
Lo stormire del cielo. Né tanto meno
Il grido della disperazione. Neppure
L’urlo della bestia sgozzata,
Neppure
Le note incerte dello zufolo
Di un pastore attardato sotto l’ultimo faggio.

Si sono evaporati
Il bue e l’asinello
E quest’agnello che non è che stupore.
Le costellazioni, ci dicevano,
Avrebbero scintillato su questa paglia.

E vedi, qui, è Venere
China su Adone morente. E quest’altra immagine,
È Niobe, all tears. Io vedo Giuditta
Rialzarsi, sanguinante. Vedo, nella pioggia dorata,
Danae, le sue chiome sparse. Amica mia, è vedere
Quando il pittore non ha avuto tra le mani
Che corpi i cui occhi si chiudono? Io vi tocco,
Spalle nude, riflessi nella penombra,
Foste l’oro che spargeva un dio?

E tu ti chiami Ofelia,
Scoppi a ridere. Il tuo vestito s’apre,
L’acqua nera ti penetra, delle correnti
Ti trascinano via. Tu ti chini su di lui,
Il principe pazzo, scostando i suoi capelli
Incollati al sudore della sua febbre, tu tocchi
Le sue tempie con le labbra. L’acqua rapida
Copre le sue poche parole, disperde le tue,
O tradita,
Ti chiami Desdemona?
Willows, willows…

E ti chiama J. G. F.,
Sei «la sua Elettra lontana»,
Ascolta bene:
La malattia e la morte fanno cenere
Di tutto il fuoco che per noi sfavillò.

E tu ti chiami…? Nessun nome
Per te, di ogni tempo
E di ogni paese, che cadi,
Mani legate dietro la schiena, nuca infranta,
Voce schernita, la bocca
Già colma di terra. Nessun nome,
Nessuna resurrezione neanche per te.
E nemmeno parole, nemmeno le nostre,
Poiché le parole s’impennano
Davanti a ciò che colui che cerca di dire
Non saprebbe provare, non può rivivere.

E cos’è questo, sul sentiero?
È caduto da uno degli alberi, lo raccolgo,
La materia è lucente, ho il mio coltello,
Apro il riccio,
Tento di scalfire il legno del frutto
Ma la lama scivola. Quel che è
Per sempre si rifiuta. Devo gettare
Il frutto impenetrato con il riccio?

Greve
Sotto le sue miniature di cielo nero,
La pagina nel libro. Si vuol sollevarne
Non fosse che un angolo, vedere al di là
Nello spazio delle altre pagine. Ma il fascio
Di queste altre fa massa. Sembra incollato
Da un’acqua da fine del mondo. Della torba
Per nient’altro che un ultimo fuoco? Dobbiamo credere
Che il segno che prese al fianco delle cose
Come un lampo, e vi scintillò,
Non sarà stato che mani giunte invano,
Sogni, fervore di nient’altro che sogni,
Mummia agghindata per nulla, sotto il suo manto di pietra?

Cala la notte. Nelle stanze
I corpi sono nudi. Talvolta un movimento
Per nulla, incompiuto,
Coglie un dormiente che il suo sogno tormenta.
Toccherò questa spalla, quest’altra,
Farò in modo che degli occhi s’aprano, s’allarghino,
Che dei corpi resuscitino, come si è creduto
Che fosse, una volta? Gridare,
Torna, Claude, torna, Enzo, dal luogo dei morti?
Io grido dei nomi, nessuno si risveglia.

E così confuse le nostre parole
Le une alle altre! Esse non si separano.
Dormono
Nelle braccia l’una dell’altra? Nulla sembra
Battere in questa arteria che sfioro
Nell’incavo della loro spalla. Io penso al giorno
In cui, nello stupore
Del cielo e della terra che s’avvicinavano
L’uno all’altra, che si confondevano,
Che divenivano l’orizzonte poi il sentiero,
Legno contro legno strofinati si fece la fiamma.

E talvolta uno di noi trasale, si rivolta
Sul cuscino, riprende
I suoi occhi alla sua chimera. Ma lo specchio
Che dormiva accanto a lui non si risveglia.
Esso riflette il cipresso, le stelle,
Il bel viso della giovane donna addormentata
Sul calore del suo braccio ripiegato,
No, se lo stacco dalla paratia
E l’avvicino alle cose del giorno che spunta,
Quel che stringo è un pezzo di carbone,
Nei suoi riflessi non s’agita che notte.

II

Ho raccolto il frutto, lo apro.
Nella parola
La deriva rapida della nube.

Illusione,
Il focolare che ardeva chiaro la sera, te ne ricordi,
Nella casa che abbiamo amato.
Quel legname,
Quelle palline di carta stropicciata, quell’attizzatoio,
Quella fiamma improvvisa, quasi un lampo,
Un sogno, come noi?

E ricordati
Del cane avvelenato! Graffiava con le sue grida
Il cielo, la terra. Amica mia,
Ancora ieri
Noi andavamo fino a quelle sbarre, laggiù,
Attraverso quelle buche in cui acqua brilla nell’erba.

Ieri, noi passavamo
Accanto al fienile vuoto. Una civetta
Spiccava il volo da sotto il tetto. Io grido il suo nome,
Ma nulla s’agita su questo muro che la luna rischiara.
Nessun occhio di bestia spaventata.

Illusione il mandorlo, tutti i suoi fiori
Come fuochi tra altre stelle.
Sogno, fumo,
Quel cielo delle notti d’allora, di tanti grappoli?
L’agnello? Nient’altro che per sempre
Il coltello e il sangue. La nostra forra,
Nient’altro che lo scroscio di un’acqua che a volte cresce
Poi quasi cessa.

Nessuno
Nello scroscio del torrente. Nessuno
Nella luce. L’uomo
Laggiù, dal cervello d’oro,
Che esita sul marciapiede, le dita sanguinanti
Irrigidite su raschiature dello spirito,
Che offriva, quale mazzo? Io voglio quei fiori,
Liberarli della carta che li copre,
Questa pagina arrossata, perché scorgo,
Nel dono che faceva, già morente,
Gli abissi del cielo e della terra,
Le immagini che formano le nubi
E delle corolle, l’uomo, la donna,
Il cui colore mi pare rimasto vivo,
Ma tutto ciò è nel cunicolo,
Ha gettato l’offerta rifiutata,
Non raccoglierò che qualcosa di appassito,
D’insensato, un odore acre, scialbo?
Rose, rose? Non esistono
Che rose strappate, nessuna rosa in sé,
Nessuna corolla che sostenga il mondo.

III

Eppure, io posso dire

Le parole civetta o arenaria o cielo
O la parola speranza,
Ed ecco che, alzando gli occhi, io vedo questi alberi
Che sulla strada un sole serale infiamma.
È un fuoco di grande dolcezza, le sue chiare braci
Hanno tramutato il fogliame in luce,
E qui c’è il prato, laggiù delle cime,
E le loro mani si congiungono, i loro corpi si cercano
Con questa evidenza, silenziosa,
Che si deve proprio chiamare bellezza.
Io guardo questi alberi per un’ora intera,
È qualcosa di visibile, appena, poiché
La visibilità diviene oro puro
Quando invece attorno cala la notte.
Io ascolto una parola, cerco di vedere ciò che indica,

E mi sembra, incontenibilmente,
Che questa cosa si ricolori, che degli occhi
Si riaprano, stupiti,
Nel sogno di pietra dello spirito.
Le parole sono portatrici di qualcosa di più di noi,
Ne sanno più di noi, esse cercano
Sul bordo di un’acqua del fondo del nostro sonno,
Nera quanto rapida, respinta,
Il guado d’una luce? E questa luce
Ha senso, su una via del tutto diversa,
Certamente, dalla speranza solo di ieri?
Io ascolto una parola, l’avvicino a un’altra,
Quel dormiente e quella dormiente si risvegliano
In un po’ di sole, le loro mani si toccano,
Non c’è lì che desiderio,
Lo stesso sogno che cambia volto?
Il lampo che squarcia invano il cielo di qui?

Ma veritiera è la pittura di paesaggio,
Veritiero il fiore
Della ginestra, nel deserto,
Veritiera la voce che l’ha nominato
Nelle nostre parole sterminatrici, su tristi chine.
E guarda, sul sentiero,
Quei due che s’allontanano.
D’un tratto si fermano,
Si voltano l’uno verso l’altra. S’affrontano,
S’insultano, si dilanieranno, per angoscia
D’essere l’illusione che sanno di essere?
Ma no, sembrano guardare il cielo della sera,
Dove un sole bambino appare, la sua testa immensa
Già alta sul vecchio orizzonte.

Ed è vero che gli alberi che ho visto
Farsi incandescenza continuano,
Poco lontani da loro, a essere questo raggio
Venuto chissà da dove, che si cancella
Solo se affina, col suo ultimo istante,
I chicchi di un oro che si direbbe senza materia.

Guardatemi,
Dice quel che sale in essi dal fondo del linguaggio,
Dimenticate chi siete perché io sia,
Fate di me quel che cerco d’essere,
Rinunciate al vostro sogno per il mio,
Amatemi, datemi forma, volto
Con le vostre mani d’ombra e luce. Il cielo della sera
È, forse, una rosa. Rosa che verrà
Con i vostri lavori d’orticoltori nelle nubi,
Rosa d’alberi, di fiumi, di sentieri,
Di letti disfatti, di mani semplici, che cercano
Altre mani, alla cieca. Rosa delle parole
Che uno dice a un’altra, soltanto per
Il fremito del palmo, delle dita.
Il cielo cambia. La rosa senza perché,
Siete voi, nei giardini del suo colore.
Guardate, ascoltate! La minima parola
Ha nella sua profondità una musica,
Il fonema è corolla, la voce è l’essere
Che può fiorire, anche in ciò che non è.

E tardi, avendo pietà
Delle immagini. Vedete che Danae
S’alza in piedi sul suo letto, pur sapendo
Che illusorio è il dio. E che Ofelia
Porta nei suoi occhi il cielo, la terra,
Come una certezza, benché anneghi
Il loro doppio fuoco nella sua totale notte.
Davanti a noi, amici miei, è sera
O una sorta d’alba, informe? Comunque
Un sole, nel profondo di questi rossi muchi.

Tu guardi il cielo
Dalla finestra aperta, figlio
Di questo secolo impoverito. Il mondo,
Questi tetti di lamiera grigia, questi fumi,
Questa pagina insozzata, strappata? No, le tue parole
Rifiutano di cancellarsi dall’universo,
Di questo nulla vogliono fare colline,
Valli, sentieri. Forse che sono solo pietra
E nevi queste montagne, no, in cima
A una, non troppo alta,
S’allarga un prato. E molto tranquillo
Ti sembra, scorto da qui,
Il passaggio dell’ombra sullo smeraldo
Della sua erba infinita. Più giù il fiume
Che raccoglie, che illumina. Saprai
Sperare che questa evidenza abbia un qualche senso,
Che essa si rinvigorisca nella tua parola,
Che sia il magnete che strappi
Lo spirito alla disperazione, penserai
Che non c’è essere che in immagine ma che qui sta
Misteriosa sufficienza, per quanto
Questo nulla acconsenta alla luce
Indifferente, increata, con gesti
Dei suoi bordi, dei movimenti, del riso
Nel profondo della sua voce tragica che s’avvicina
Ad altre di queste ombre? Forse no.
Il cielo d’un tratto annerisce, cala la folgore.

Ma tu ti volti
Verso la tua stanza affittata in questa periferia,
È piccola, ma i suoi muri sono quasi bianchi,
E tu vi hai posto, in questo primo giorno,
La Diana e le sue compagne, di Vermeer,
Una semplice fotografia ma d’uno scambio
Di così grande dolcezza, a mani così pure
Che queste poche figure si staccano
Dal grigio e dal nero del colore assente
Non come il sole ma meglio e di più.
Un sogno, è menzogna. Ma sognare, no.
Che i tuoi sogni divengano
Due combattenti, l’uno mascherato, ma talvolta
Ricco del suo volto scoperto.

Tu guardi vivere la sera. Il cielo, la terra
Nudi, distesi sul loro letto comune.
E lui, nient’altro che nubi,
Si china su di lei, prende tra le mani
La sua faccia rispettata.
Dio? No, meglio di questo. La voce
Che va, ansimante, incontro a un’altra
E ridente desidera il suo desiderio,
Ansiosa di dare più che di prendere.
Non penserai, stasera ancora,
Che possano diventare uno stesso respiro,
La materia, lo spirito? Che dal loro abbraccio
Placato, allentato,
Ricada del colore, dell’oro,
Qualche coccio di vetro, chiazzato di fango,
Ma che brilli, nell’erba?

E la morte, come al solito? E non esser stati
Che un’immagine ognuno per l’altra, attizzando
Un focolare, soltanto nelle nostre memorie, sì, lo accetto,
Ma ricordati
Dei prati dell’infanzia: dei tuoi passi
Per sdraiarti a fissare il cielo
Così greve, di tanti segni, ma che si faceva
Immensamente in te questa benevolenza,
I lampi del calore delle notti d’estate.
Ora presente, non rinunciare,
Riprendi i tuoi vocaboli dalle mani erranti della folgore,
Ascoltali fare del nulla parola,
Osa
Perfino nella fiducia che nulla prova,

Legaci di non morire disperati.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Fabio Scotto)

da “L’ora presente”, “Lo Specchio” Mondadori, 2015

∗∗∗

L’heure présente

I

Regarde!
Un éclair envahit le ciel, ce soir encore,
Il prend la terre dans ses mains, mais il hésite,
Presque il s’immobilise. S’est-il cru

Une phrase, une signature, non, il chancelle,
Nous le voyons qui tombe, illuminant,
Dans les bras l’un de l’autre,
Sommeil et mort.

L’éclair, une illusion,
Même l’éclair.

Une illusion, la forme
Qui se déploie, un rêve
Qui enlace la forme, et va tomber
Avec elle, brisée,
Dépossédée de soi, à ces confins,
Là-bas, de notre nuit d’ici,
L’heure présente.

Regarde, vois.

Regarde, théologien,
Ne crois-tu pas que Dieu
Se soit lassé d’être?

Tu imagines
Qu’il ne peut en finir, étant infini,
Avec soi
Mais tu sais qu’aucun sacrifice, à ses autels,
Ni même le sacrifice de son fils,
N’éveille plus son désir.

Se tourne-t-il
Vers celle qui dormait auprès de lui,
L’âme du monde,
Touchera-t-il son bras, sa hanche nue,
Il ne la réveillera pas.

Descendra-t-il
Dans ses jardins, de terrasse en terrasse,
S’arrêtant, quelquefois,
Comme ces bêtes
Qui s’immobilisent d’un coup
Pour un bruit, une ombre,

Il n’écoutera pas
Le bruissement du ciel. Ni davantage
Le cri du désespoir. Pas même
Le hurlement de la bête égorgée,
Pas même
Les notes hésitantes du pipeau
D’un berger attardé sous le dernier hêtre.

Se sont évaporés
Le bœuf et l’âne
Et cet agneau qui n’est qu’étonnement.
Les constellations, nous disait-on,
Auraient étincelé dans cette paille.

Et vois, là, c’est Vénus
Penchée sur Adonis mourant. Et cette autre image,
C’est Niobé, all tears. Je vois Judith
Se redresser, sanglante. Je vois, dans la pluie d’or,
Danaé, ses cheveux épars. Mon amie, est-ce voir
Quand le peintre n’a eu entre ses mains
Que des corps dont les yeux se ferment? Je vous touche,
Épaules nues, reflets dans la pénombre,
Fûtes-vous l’or que répandait un dieu?

Et te nommes-tu Ophélie,
Tu éclates de rire. Ta robe s’ouvre,
L’eau noire te pénètre, des courants
T’emportent. Tu te penches sur lui,
Le prince fou, écartant ses cheveux
Que colle la sueur de sa fièvre, tu touches
Ses tempes de tes lèvres. L’eau rapide
Couvre ses quelques mots, disperse les tiens,
Ô trahie,
Te nommes-tu Desdémone?
Willows, willows…

Et te nomme-t-il J. G. F.,
Es-tu «son Électre lointaine»,
Écoute bien:
La maladie et la mort font des cendres
De tout le feu qui pour nous flamboya.

Et te nommes-tu…? Pas de nom
Pour toi, de tous les temps
Et de tous les pays, qui tombes,
Mains liées dans le dos, nuque brisée,
Voix bafouée, la bouche
Déjà pleine de terre. Pas de nom,
Pas de résurrection pour toi non plus.
Et pas même de mots, pas même les nôtres,
Puisque les mots se cabrent
Devant ce que celui qui cherche à dire
Ne saurait éprouver, ne peut revivre.

Et qu’est-ce que cela, sur le chemin?
C’est tombé d’un des arbres, je ramasse,
La matière est luisante, j’ai mon couteau,
Je déchire la bogue,
Je tente d’entamer le bois du fruit
Mais la lame dérape. Ce qui est
À jamais se refuse. Dois-je jeter
L’amande impénétrée avec la bogue?

Lourde
Sous ses enluminures de ciel noir,
La page dans le livre. On veut en soulever
Ne serait-ce qu’un angle, voir au-delà
Dans l’espace des autres pages. Mais la liasse
De ces autres fait masse. Elle semble collée
Par une eau de la fin du monde. De la tourbe
Pour rien qu’un dernier feu? Devons-nous croire
Que le signe qui prit au flanc des choses
Comme un éclair, et y étincela,
N’aura été que mains jointes en vain,
Rêves, enfièvrement de rien que des rêves,
Momie parée pour rien, sous sa chape de pierre?

Il fait nuit. Dans les chambres
Les corps sont nus. Parfois un mouvement
Pour rien, inachevé,
Prend un dormeur que tourmente son rêve.
Vais-je toucher cette épaule, cette autre,
Solliciter que des yeux s’ouvrent, s’élargissent,
Que des corps ressuscitent, comme on a cru
Que ce fut, une fois? Crier,
Reviens, Claude, reviens, Enzo, d’entre les morts?
Je crie des noms, personne ne se réveille.

Et si mêlés nos mots
Les uns aux autres! Ils ne se séparent pas.
Dorment-ils
Dans les bras l’un de l’autre? Rien ne semble
Battre dans cette artère que je touche
Au creux de leur épaule. Je pense au jour
Où, dans l’étonnement
Du ciel et de la terre s’approchant
L’un de l’autre, se confondant,
Devenant l’horizon puis le chemin,
Bois contre bois frotté se fit la flamme.

Et parfois l’un de nous tressaille, se retourne
Sur sa couche, il reprend
Ses yeux à sa chimère. Mais le miroir
Qui dormait près de lui ne s’éveille pas.
Reflète-t-il le cyprès, les étoiles,
Le beau visage de la jeune femme endormie
Sur la chaleur de son bras replié,
Non, si je le détache de la cloison
Et l’approche des choses du jour qui point,
Ce que je tiens, c’est un morceau de houille,
Les reflets n’y remuent que de la nuit.

II

J’ai ramassé le fruit, j’ouvre l’amande.
Dans la parole
La dérive rapide de la nuée.

Illusion,
L’âtre qui brûlait clair le soir, te souviens-tu,
Dans la maison que nous avons aimée.
Ce petit bois,
Ces boules du papier froissé, ce pique-feu,
Cette flamme soudaine, presque un éclair,
Un rêve, comme nous?

Et souviens-toi
Du chien empoisonné! Il griffait de ses cris
Le ciel, la terre. Mon amie,
Hier encore
Nous allions jusqu’à ces barrières, là-bas,
Par ces creux où de l’eau brille dans l’herbe.

Hier, nous passions
Près de la grange vide. Une chevêche
S’envolait de dessous le toit. Je crie son nom,
Mais rien ne bouge sur ce mur que lune éclaire.
Pas d’yeux de bête effrayée.

Illusion l’amandier, toutes ses fleurs
Comme des feux parmi d’autres étoiles.
Rêve, fumée,
Ce ciel des nuits d’alors, de tant de grappes?
L’agneau? Rien qu’à jamais
Le couteau et le sang. Notre ravin,
Rien que le bruit d’une eau qui croît parfois
Puis presque cesse.

Personne
Dans le bruit du torrent. Personne
Dans la lumière. L’homme
Là-bas, à la cervelle d’or,
Qui titube sur le trottoir, ses doigts sanglants
Crispés sur des raclures de l’esprit,
Qu’offrait-il, quel bouquet? Je veux ces fleurs,
Les dégager du papier qui les couvre,
Cette page rougie, car j’aperçois,
Dans le don qu’il faisait, déjà mourant,
Les abîmes du ciel et de la terre,
Les images que forment les nuées
Et des corolles, l’homme, la femme,
Dont la couleur me semble restée vive,
Mais tout cela, c’est dans le caniveau,
Il a jeté l’offrande refusée,
Ne vais-je ramasser que du flétri,
De l’insensé, une odeur âcre, fade?
Roses, roses? N’existent
Que roses déchirées, pas de rose en soi,
Pas de corolle à soutenir un monde.

III

Et pourtant, je puis dire
Le mot chevêche ou le mot safre ou le mot ciel
Ou le mot espérance,
Et voici que, levant les yeux, je vois ces arbres
Qu’embrase sur la route un soleil du soir.
C’est un feu de grande douceur, ses braises claires
Ont transmuté le feuillage en lumière,
Et ici, c’est le pré, là-bas des cimes,
Et leurs mains se rejoignent, leurs corps se cherchent
Avec cette évidence, silencieuse,
Qu’il faut bien que l’on nomme de la beauté.
Je regarde ces arbres tout une heure,
Est-ce là du visible, à peine, puisque
La visibilité se fait or pur
Alors pourtant qu’alentour la nuit tombe.
J’écoute un mot, je cherche à voir ce qu’il désigne,
Et il me semble, irrépressiblement,
Que cette chose se recolore, que des yeux
Se rouvrent, étonnés,
Dans le rêve de pierre de l’esprit.
Les mots sont-ils porteurs de plus que nous,
En savent-ils plus que nous, cherchent-ils
Au bord d’une eau du fond de notre sommeil,
Noire autant que rapide, refusée,
Le gué d’une lumière? Et celle-ci
A-t-elle sens, sur une voie tout autre,
Certes, que l’espérance d’hier encore?
J’écoute un mot, le rapproche d’un autre,
Ce dormeur et cette dormeuse se réveillent
Dans un peu de soleil, leurs mains se touchent,
Est-ce que ce n’est là que du désir,
Le même rêve à changer de visage?
L’éclair qui troue en vain le ciel d’ici?

Mais véridique est la peinture de paysage,
Véridique la fleur
Du genêt, au désert,
Véridique la voix qui l’a nommée
Dans nos mots exterminateurs, sur des pentes tristes.
Et vois, sur le chemin,
Ces deux-là qui s’éloignent.
Ils s’arrêtent, soudain,
Se tournent l’un vers l’autre. S’affrontent-ils,
S’insultent-ils, vont-ils s’entre-déchirer, par angoisse
D’être l’illusion qu’ils se savent être?
Mais non, ils semblent regarder le ciel du soir,
Où un soleil enfant paraît, sa tête immense
Haute déjà sur le vieil horizon.

Et c’est vrai que les arbres que j’ai vu
Se faire incandescence continuent
Guère loin d’eux, à être ce rayon
D’on ne sait d’où venu, qui ne s’efface
Qu’en affinant, de son dernier instant,
Les grains d’un or qu’on dirait sans matière.

Regardez-moi,
Dit ce qui monte en eux du fond du langage,
Oubliez qui vous êtes pour que je sois,
Faites de moi ce que je cherche à être,
Renoncez votre rêve pour le mien,
Aimez-moi, donnez-moi forme, visage
De vos mains d’ombre et de lumière. Le ciel du soir
Est, peut-être, une rose. Rose à venir
Par vos travaux d’horticulteurs dans les nuées,
Rose d’arbres, de fleuves, de chemins,
De lits défaits, de mains simples, cherchant
D’autres mains, à l’aveugle. Rose des mots
Qu’une dit à une autre, par rien encore
Que le frémissement de la paume, des doigts.
Le ciel change. La rose sans pourquoi,
C’est vous, dans les jardins de sa couleur.
Regardez, écoutez! Le moindre mot
A dans sa profondeur une musique,
Le phonème est corolle, la voix, c’est l’être
Qui peut fleurir, dans même ce qui n’est pas.

Et tard, ayant pitié
Des images. Voyez que Danaé
Se dresse sur sa couche, même sachant
Qu’illusoire est le dieu. Et qu’Ophélie
Emporte dans ses yeux le ciel, la terre,
Comme une certitude, bien que se noie
Leur double feu dans sa totale nuit.
Devant nous, mes amis, est-ce le soir
Ou une sorte d’aube, informe? Du soleil
Tout de même, au profond de ces glaires rouges.

Tu regardes le ciel
Par la fenêtre ouverte, enfant
De ce siècle appauvri. Le monde,
Ces toits de tôle grise, ces fumées,
Cette page souillée, déchirée? Non, tes mots
Refusent de s’effacer de l’univers,
De ce néant ils veulent faire des collines,
Des vallées, des chemins. N’est-ce que pierre
Et neiges ces montagnes, non, au sommet
De l’une, pas trop haute,
S’évase une prairie. Et de grande paix
Te semble, vu d’ici,
Le passage de l’ombre sur l’émeraude
De son herbe sans fin. Plus bas le fleuve
Rassemblant, éclairant. Vas-tu savoir
Espérer que cette évidence a quelque sens,
Qu’elle s’affermira dans ta parole,
Qu’elle sera l’aimant qui reprendra
L’esprit au désespoir, vas-tu penser
Qu’il n’est de l’être qu’en image mais que c’est là
Suffisance mystérieuse, pour autant
Que ce néant consente à la lumière
Indifférente, incréée, par des gestes
De ses contours, des mouvements, du rire
Au profond de sa voix tragique se portant
Vers d’autres de ces ombres? Peut-être non.
Le ciel noircit d’un coup, la foudre tombe.

Mais tu te tournes
Vers ta chambre louée dans cette banlieue,
Elle est petite, mais ses murs sont presque blancs,
Et tu y as placé, en ce premier jour,
La Diane et ses compagnes, de Vermeer,
Une simple photographie mais d’un échange
De si grande douceur, à mains si pures
Que ces quelques figures se détachent
Du gris et noir de la couleur absente
Comme non le soleil mais mieux et plus.
Un rêve, c’est mensonge. Mais rêver, non.
Que se fassent tes rêves
Deux combattants, l’un masqué, mais parfois
Riche de son visage découvert.
Tu regardes vivre le soir. Le ciel, la terre
Nus, allongés sur leur couche commune.
Et lui, rien que nuées,
Il se penche sur elle, prend dans ses mains
Sa face respectée.
Dieu? Non, mieux que cela. La voix
Qui se porte, essoufflée, au-devant d’une autre
Et riante désire son désir,
Anxieuse de donner plus que de prendre.
Ne vas-tu pas penser, ce soir encore,
Que puissent devenir un même souffle,
La matière, l’esprit? Que de leur étreinte
Apaisée, desserrée,
De la couleur, de l’or retomberait,
Quelque débris de verre, taché de boue,
Mais à briller, dans l’herbe?

Et la mort, comme d’habitude? Et n’avoir été
Qu’une image chacun pour l’autre, tisonnant
Un âtre, dans rien que nos mémoires, oui, je veux bien,
Mais souviens-toi
Des prairies de l’enfance: de tes pas
Pour t’allonger à regarder le ciel
Si lourd, de tant de signes, mais se faisant
Immensément en toi cette bienveillance,
Les éclairs de chaleur des nuits d’été.
Heure présente, ne renonce pas,
Reprends tes mots des mains errantes de la foudre,
Écoute-les faire du rien parole,
Risque-toi
Dans même la confiance que rien ne prouve,

Lègue-nous de ne pas mourir désespérés.

Yves Bonnefoy

da “L’heure présente”, Mercure de France, 2011

La Straniera – Oscar Vladislas de Lubicz Milosz

Johan van der Keuken, Mirror, 1960

 

Non sai nulla del tuo passato. L’hai sognato
– Sì, certamente, l’hai sognato.
Vedo il tuo volto alla luce grigia della pioggia.
Novembre seppellisce il paesaggio e la mia vita.
Non so nulla, nulla voglio sapere del tuo passato.

I tuoi occhi mi parlano di brumose città lontane
Che mai vedrò
E mai dalla tua voce sentirò pronunciarne il nome.
Novembre è su tutta la mia anima, novembre è su tutta la pianura.
Ti vedo come una sconosciuta attraverso il Tempo che fu.

Sono cose morte ormai da anni,
– Irrimediabilmente morte –
Musiche soffocate, vizze lussurie.
Novembre, ne sono certo, è dietro la porta.
Nel tuo cuore vedo vivere quel che il tuo cuore dimentica.

La tua anima è lontana, lontanissima da qui. La tua anima straniera
È una notte di bruma,
Di bruma e pioggia sporca sui faubourg
Dove la vita ha il colore freddo della terra,
Dove uomini moriranno senza aver conosciuto l’amore.

Un tempo mi hai già incontrato, lo ricordi?
Sì, un tempo tristemente lontano,
Nel paese dei libri antichi e delle antiche musiche,
Nell’azzurro crepuscolo di una casa tranquilla
Dalle finestre letargiche.

Il fantasma delle parole che non ricordi
O che non hai pronunciato,
Dona uno strano senso alla tua presenza lontana.
Decifro nel libro del tuo silenzio
La tua storia morta per sempre, perfino per te.

La mia pallida ragione è un’illusione di chiarezza,
Un giorno di sole antico
Sulla strada dove la tua gioia incontrò il tuo dolore.
Tutto ciò forse non è mai stato
Ma se te lo rivelassi, moriresti di paura.

È triste come un giorno d’inverno in periferia
Dove incede la morte cittadina,
Come la malattia e il lutto in un lungo equivoco,
Come un rumore di passi in una casa sconosciuta
Come le parole «il tempo che fu» quando l’ombra è sul mare.

Non voglio saper nulla del tuo passato. Vedo
Spegnersi il giorno,
L’ultimo giorno sul tuo volto e sulle tue mani.
Lasciami il piacere d’ignorare le strade
Per le quali il caso ha saputo guidarti fino a me.

Ritrovo nei tuoi occhi la realtà dei sogni,
Sogni sognati ai vecchi tempi
E visioni sbocciate al sole della vita.
Nella penombra avvelenata dalla pioggia
Tutta un’eternità volge al termine.

Riconosco in te esseri misteriosi,
Viaggiatori dalle mete segrete
Incontrati un tempo nella bruma delle stazioni
Dove tutti i rumori hanno la cadenza degli addii.
A volte hai persino l’aria di una fiera

Con le sue luci in lacrime e i suoi fetori
Di muffa e vizio,
Con la sua miseria e la gioia malata delle sue musiche.
Ricordi di nostalgiche case da gioco
Si mescolano al caos del mio nervosismo.

Se me ne andassi, se chiudessi la porta, che faresti?
Sarebbe forse
Come se i tuoi occhi non m’avessero mai visto.
Il rumore dei miei passi morrebbe senza eco sulla strada
E solo notte io vedrei alle tue finestre.

È come se tu dovessi lasciarmi oggi
Subito e per sempre
Senza farmi sapere da dove vieni, dove vai.
Piove sui grandi giardini spogli, la tua anima ha freddo,
Novembre seppellisce il paesaggio e la mia vita.

Oscar Vladislas de Lubicz-Milosz

(Traduzione di Massimo Rizzante)

da “O.V. de L. Milosz, Sinfonia di Novembre e altre poesie”, Adelphi, Milano, 2008

∗∗∗

L’Étrangère

Tu ne sais rien de ton passé. Tu l’as rêvé,
– Oui, sûrement tu l’as rêvé.
Je vois ton visage dans la lumière grise de la pluie.
Novembre ensevelit le paysage et ma vie.
Je ne sais rien, je ne veux rien savoir de ton passé.

Tes yeux me parlent de brumeuses villes lointaines
Que ye ne verrai jamais
Et dont jamais je n’entendrai le nom dans ta voix.
Novembre est sur toute mon âme, novembre est sur toute la plaine.
Je te vois inconnue à travers Autrefois.

Ce sont des choses depuis longtemps mortes,
– Mortes irrémédiablement –
Des musiques étouffées, des luxures flétries.
Je suis sûr que novembre est derrière la porte.
Je vois vire en ton cœur ce que ton cœur oublie.

Ton âme est loin, bien loin d’ici. Ton âme étrangère
Est une nuit de brume,
De brume et de bruine sale sur des faubourgs
Où la vie a la couleur froide de la terre,
Où des hommes mourront, sans avoir connu l’amour.

Tu m’as déjà rencontré jadis, t’en souvient-il,
Oui, jadis, tristement jadis,
Au pays des vieux livres et des vieilles musiques,
Dans íe crépuscule bleu d’une maison tranquille
Aux fenêtres léthargiques.

Le fantôme des paroles dont tu ne te souviens pas
Ou que tu ne prononças pas,
Donne un seni si bizarre à ta lointaine présence.
Je déchiffre dans le livre de ton silence
Ton histoire morte à jamais, même pour toi.

Ma raison plâe est une illusion de clarté,
Un jour de soleil ancien
Sur la route où ta joie rencontra ta douleur.
Tout cela n’a peut-être jamais été
Mais si je te le disais, tu mourrais de peur.

C’est triste comme un jour d’hiver sur les banlieues
Où chemine la mort de la ville.
Comme la maladie et le deuil dans un mauvais lieu,
Comme un bruit de pas dans une maison étrangère
Comme le mot jadis quand l’ombre est sur la mer.

Je ne veux rien savoir de ton passé. Je vois
S’éteindre le jour,
Le dernier jour sur ton visage et sur tes mains.
Laisse-moi la douceur d’ignorer les chemins
Où le hasard a su te guider jusqu’à moi.

Je retrouve en tes yeux des réalités de rêves,
De rêves rêvés dans le vieux temps
Et des visions écloses au soleil de la vie.
Dans le demi-jour empoisonné de la pluie
On dirait que toute une éternité s’achève.

Je reconnais en toi des êtres mystérieux,
Des voyageurs au but secret
Rencontrés autrefois dans la brume des gares
Où tous les bruits ont des inflexions d’adieux.
Parfois aussi tu m’es une atmosphère de foire

Avec ses lumières en pleurs et ses relents
De moisissure et de vice,
Avec sa misère et lajoie malade de ses musiques.
Des souvenirs de maisons de jeu nostalgiques
Se mêlent au chaos de mon énervement.

Si je sortais, si je fermais la porte, que ferais-tu?
Ce serait peut-être
Comme si tes yeux ne m’avaient jamais connu.
Le bruit de mes pas mourrait sans écho dans la rue
Et je ne verrais que la nuit à tes fenêtres.

C’est comme si tu devais me quitter aujourd’hui
Tout de suite et pour toujours
Sans songer à me dire d’où tu viens, où tu vas.
Il pleut sur les grands jardins nus, tonâme a froid,
Novembre ensevelit le paysage et ma vie.

Oscar Vadislas de Lubicz Milosz

da “O.V. de L. Milosz, Œuvres complètes”, Vol. I, II, XII, Paris, Éditions André Silvaire, 1958

«Nel tuo capo sfioro il fuoco che mi brucia» – Yvan Goll

Antonio Canova, Amore e psiche, 1788-1793, Parigi, Louvre

 

Nel tuo capo sfioro il fuoco che mi brucia
Nell’iscrizione magica della tua fronte
Decifro gli enigmi della mia solitudine

Nei flutti contenuti delle tue acquemarine
Ho fatto un secolare bagno di profondità
E ho perduto il mio proprio peso

Diletta quando un giorno periremo
Crolleranno le rovine della nostra torre beata e i nostri angeli
Perderanno le ali cadendo negli abissi

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

***

«In deinem Haupte streichle ich das Feuer das mich sengt»

In deinem Haupte streichle ich das Feuer das mich sengt
In deiner zauberischen Stirneninschrift
Entziffere ich die Rätsel meiner Einsamkeit

In den verhaltenen Fluten deiner Aquamarine
Nahm ich ein hundertjährig Bad der
Tiefe Und verlor mein eigenes Schwergewicht

Geliebte wenn wir einmal untergehen
Zerfallen die Ruinen unsres seligen Turms und unsre Engel
Verlieren die Flügel beim Sturz in den Abgrund

Yvan Goll

 da “Traumkraut”, Limes Vergal, Wiesbaden, 1951

Il lume, il dormiente – Yves Bonnefoy

                                           

                                               I

Non sapevo dormire senza di te, non osavo
Senza di te affrontare i gradini declivi.
Più tardi ho scoperto che questo è un altro sogno,
La terra dai precipiti sentieri nella morte.

Ti ho voluta allora al capezzale della mia febbre
Di non esistere, d’essere nero più di tanta notte,
E quando nel mondo inutile parlavo ad alta voce,
Avevo te, sulle vie del troppo vasto sonno.

Il dio in me urgente erano rive che rischiaravo
Con l’olio errante, ed eri tu a salvare i miei passi
Di notte in notte dalla voragine d’angoscia,
Di notte in notte, tu, alba, senza fine amore.

                                          II

– Su di te mi chinavo, valle di tante pietre,
Ascoltavo il mormorio del grave tuo riposo,
Scorgevo nel profondo dell’ombra che ti copre
Il luogo triste ove la schiuma s’imbianca, del sonno.

Ti ascoltavo sognare. Oh monotona e sorda,
Talvolta da una roccia invisibile spezzata,
Come si allontana la tua voce, aprendo fra le ombre
Il borro di un’esigua attesa mormorata!

Lassù, nei giardini di smalto, è vero
Che un empio pavone si accresce di luci mortali.
Ma basta per te la mia fiamma che oscilla,
Tu abiti la notte di una frase ricurva.

Chi sei? Di te conosco soltanto gli allarmi,
Nella tua voce gli affanni d’un rito incompiuto.
Tu dividi l’oscuro a sommo del desco,
E quanto nude le tue mani, oh sole in luce!

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Pietra scritta” (1965), in “Yves Bonnefoy, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

Due parti rispettivamente di tre e quattro quartine di versi alessandrini, tranne, in I, il v. 2, decasillabico.
I: questo testo, dopo la «contritio cordis» di HRD, fa pensare alla «confessto oris» di cui scrive Bigongiari per PE (La poesia imperfetta di Bonnefoy tra Hier régnant desert e Pierre écrite, in La poesia come funzione simbolica del linguaggio, Rizzoli, Milano 1972, p. 304). Il «tu» dell’interlocuzione, cui l’io poetico si rivolge, è l’amata che egli chiama a sé nell’insonnia (v. 1) e nel sonno, salvifica («tu sauvais», v. 10) guida dei suoi passi notturni verso l’alba, che l’apostrofe finale prolunga del carattere infinito dell’amore, è in tal senso anche il lume rassicurante del titolo che nell’infanzia rimaneva acceso durante il sonno.
II: quella che è stata definita «la sua prima poesia-dialogo» (Thélot 1983, p. 232) è in realtà un monologo che ricorre alle modalità enunciative dei discorso diretto libero. Il gesto di chinarsi da parte del lume che qui, si noti il trattino iniziale, si rivolge ora in risposta al dormiente, «Je me penchais sur toi» (v. 1), evoca i celebri versi baudelairiani «En me penchant vers toi, reine des adorées/Je croyais respirer le parfum de ton sang» (I Fiori del male, XXXVI,vv. 13-14). Per inversione speculare, qui è il lume che, divenendo a sua volta poeta, come lo è del resto l’amata, veglia colui che in I gli si rivolgeva (v. 2), lui che è, come già in I, v. 9, un «dieu»-«rives», qui ora «vallée de tant de pierres» (v. 1), ovvero la terra del qui in basso contrapposta alle altezze dei «jardins d’émail» abitate dal pavone, una nudità di mani sul tavolo, che, per la ripetizione mancata del sostantivo «seules (mains)» nell’apostrofe conclusiva, rivelano l’influenza stilistica di Jouve (Thélot 1983, p. 176).
Il «paon» (v. 10) è quello dei mosaici, significa l’arte in antitesi alla poesia, come si vede anche in Sailing to “Byzantium” di Yeats: «O sages standing in God’s hoiy fire / As in the gold mosaic of a wall». (Fabio Scotto)

∗∗∗

La lampe, le dormeur

I

Je ne savais dormir sans toi, je n’osais pas
Risquer sans toi les marches descendantes.
Plus tard, j’ai découvert que c’est un autre songe,
Cette terre aux chemins qui tombent dans la mort.

Alors je t’ai voulue au chevet de ma fièvre
D’inexister, d’être plus noir que tant de nuit,
Et quand je parlais haut dans le monde inutile,
Je t’avais sur les voies du trop vaste sommeil.

Le dieu pressant en moi, c’étaient ces rives
Que j’éclairais de l’huile errante, et tu sauvais
Nuit après nuit mes pas du gouffre qui m’obsède,
Nuit après nuit mon aube, inachevable amour.

II

— Je me penchais sur toi, vallée de tant de pierres,
J’écoutais les rumeurs de ton grave repos,
J’apercevais très bas dans l’ombre qui te couvre
Le lieu triste où blanchit l’écume du sommeil.

Je t’écoutais rêver. Ô monotone et sourde,
Et parfois par un roc invisible brisée,
Comme ta voix s’en va, ouvrant parmi ses ombres
Le gave d’une étroite attente murmurée!

Là-haut, dans les jardins de l’émail, il est vrai
Qu’un paon impie s’accroît des lumières mortelles.
Mais toi il te suffit de ma flamme qui bouge,
Tu habites la nuit d’une phrase courbée.

Qui es-tu? Je ne sais de toi que les alarmes,
Les hâtes dans ta voix d’un rite inachevé.
Tu partages l’obscur au sommet de la table,
Et que tes mains sont nues, ô seules éclairées!

Yves Bonnefoy

da “Pierre Écrite” (1965), in “Poèmes (1945-1974)”, Mercure de France, 1977