Estate di notte – Yves Bonnefoy

I

Mi sembra, stasera,
Che più vasto il cielo stellato
A noi si avvicini; e la notte
sia dietro tanti fuochi meno oscura.

Splendono anche le fronde sotto le fronde,
Si è ravvivato il verde, e l’arancio dei frutti maturi,
Lume d’angelo prossimo; un bàttito
D’occulta luce coglie l’albero universale.

A me sembra, stasera,
Che siamo entrati nel giardino, e l’angelo
Ne ha richiuso le porte senza ritorno.

II

Vascello di un’estate,
E tu come alla prua, come si chiude il tempo,
Sciorinando stoffe dipinte, sussurrando.

In quel sogno di maggio
L’eternità saliva tra i frutti dell’albero
E io ti offrivo il frutto che fa illimitato
L’albero senz’angoscia né morte, di un mondo condiviso.

Vagano i morti lontano al deserto di schiuma,
Non c’è deserto più se tutto è in noi,
Non c’è più morte, se le mie labbra sfiorano
L’acqua di una similitudine diffusa sul mare.

Oh sufficienza dell’estate, io t’ebbi pura
Come l’acqua mutata dalla stella, come un fruscìo
Di schiuma sotto i passi dove risale della sabbia
Un chiarore a benedire i nostri corpi senza luce.

III

Il movimento
Ci era apparso la colpa, ed erravamo
Nell’immoto come sotto la carena
Oscilla e non oscilla il fogliame dei morti.

Io ti dicevo la mia polena a prua
Felice, indifferente, che conduce
A occhi semichiusi il vascello di vivere,
Ne sogna il sogno, profonda è la sua pace, e s’inarca
Sul tagliamare ove pulsa l’antico amore.

Sorridente, discolorata, primigenia,
Il riflesso per sempre di una immobile stella
Nel gesto mortale.
Amata, nel fogliame del mare.

IV

Terra armata a salpare,
Guarda,
È la tua polena,
Chiazzata di rosso.

La stella, l’acqua, il sonno
Hanno consunto la spalla nuda
Che fremeva, e si piega
A Oriente ove gela il cuore.

L’olio assorto ha regnato
Sul corpo dalle ombre fluenti,
Tuttavia ella china la nuca
Come si pesa l’anima dei morti.

V

Giunto quasi l’istante
In cui non c’è più giorno, non più notte,
Tanto si è ingrandita la stella a benedire questo
Corpo bruno e ridente, illimitato,
Acqua che scorre senza chimera.

Le fragili mani terrestri scioglieranno
Il nodo triste
Dei sogni.
Il chiarore protetto poserà
Sulla distesa delle acque.

La stella ama la schiuma, e brucerà
Nella veste grigia.

VI

Fu a lungo estate. Un’immobile stella
Dominava l’avvicendarsi del sole. L’estate di notte
Recava l’estate di giorno nelle mani di luce.
Noi parlavamo a bassa voce, in fogliame di notte.

La stella indifferente; e la polena; e il chiaro
Cammino dall’una all’altra in acque e cieli calmi.
Ciò che è si moveva come un vascello che scivola
E vira, e la sua anima più non sa nella notte.

VII

Non avevamo forse l’estate da valicare, come un largo
Oceano immoto, e io semplice, steso
Sugli occhi e la bocca e l’anima della prua,
amando l’estate, bevendo i tuoi occhi senza ricordi,

Non ero forse il sogno dalle pupille assenti
Che prende e non prende, e solo vuol serbare
Del tuo colore d’estate l’azzurro di una pietra
Diversa per un’estate più vasta, dove niente ha fine?

VIII

Ma la tua spalla si làcera tra gli alberi,
Cielo stellato, e la tua bocca cerca
Il respiro dei fiumi terrestri per vivere
Fra noi la tua desiderante inquieta notte.

Oh nostra ancora immagine,
Tu rechi vicino al cuore la stessa ferita,
La stessa luce in cui uno stesso ferro fruga.

Dividiti, tu che sei assenza e le sue maree.
Accoglici, il nostro è sapore di frutti che cadono,
Confondici sulle tue vuote spiagge nella schiuma
Coi i relitti dei legni della morte,

Albero dai rami di notte sempre duplici, sempre.

IX

Acque del dormiente, albero d’assenza, ore senza approdo,
Nella vostra eternità sta per finire una notte.
Come nomineremo quest’altro giorno, anima mia,
Questo rosseggiare più basso, mischiato a sabbia nera?

Nelle acque del dormiente si offuscano le luci.
Un linguaggio si crea, che divide il chiaro
Rigoglio delle stelle nella schiuma.
Ed è quasi il risveglio, è già la rimembranza.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Pietra scritta”, 1965, in “Yves Bonnefoy, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

Poesia in nove parti eterostrofica ed eterometrica.
I: il titolo è l’inversione del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare (Naughton 1984, p. 113). È significativo che nel testo l’Autore ricorra al pronome personale «nous», alternandolo al «je», segno che sta alludendo a un’esperienza amoroso-iniziatica, quella di una «nuova condivisione, e più libera» (Jackson 1978, p. 288). Ne è scenario un cielo serale luminoso, vicino e in espansione (la reiterazione dei due termini di etimologia identica «Se rapproche» v. 3, e «ange proche», v. 7); gli intensi cromatismi (v. 6) e la presenza sia dell’angelo che del «jardin» collocano il testo in un’atmosfera prossima a quella della Genesi (per un’uscita dal giardino si vedano invece i successivi Une variante de la sortie du jardin e Une autre variante, LCA). Il «sans retour» finale dà l’idea della fiducia assoluta e della risolutezza in essa riposta. Ma a chi parla di «giardino idilliaco»  e di «paradiso primordiale» (C. Andreucci, Le paysage que de Pierre écrite, Favre 1986, p. 229), Bonnefoy replica: «l’esperienza del giardino [dell’Eden] mi sembra quasi assente dal libro» ( Discussione, ivi, p. 247).
II: l’atmosfera idilliaca ancor più si precisa qui nella dimensione del sogno (v. 4) e del dono che espande la natura («illimite l’arbre, v. 6) e scopre quello che J. Thélot definisce «il paesaggio immaginario» della raccolta: «la costellazione pietra-foglie-mare-schiuma in cui la persona sviluppa per la prima volta in modo manifesto le sue mani e i suoi occhi, intercessori della condivisione e dell’incontro. Da ciò, e qui risiede il cambiamento profondo nell’opera di Yves Bonnefoy, il suo colore di gioia nuova, la venuta al giardino e la scoperta dell’amore» (1983, p. 180). La sacralità carnale dei gesti è ribadita, dopo l’apparizione dell’angelo in I, da «bénir nos corps» (v. 15), e celebra, in una notte di sogno, «una risalita del soggetto parlante e delle sue parole verso la presenza sensibile, se non anche sensuale, dell’estate, stagione decisamente d’elezione» (Pinet-Thélot 1998, p. 51).
III: i vv. 1-3 evocano vagamente l’ossimoro del titolo di DM, rafforzato anche dal successivo, al v. 4. Nella seconda strofa si evidenzia il ruolo metaforico del vascello, che sta per la vita («navire de vivre», v. 7), del suo sogno d’amore. Da rilevare due stilemi tipici: al v. 10 un verso interamente aggettivale di ritmo ternario; al v. 13 l’apposizione dell’aggettivo in apertura di verso, seguita da un lacerto nominale.
IV: ancora il ritmo ternario, stavolta nominale, al v. 5. Questo testo pare descrivere il momento successivo a un amplesso, per la nudità della spalla che «a frèmi puis se penche» (v. 7) e al calore della stretta fa seguire il raffreddarsi del cuore. Si noti il ricorrere dell’espressione metaforica dell’amata «ta figure de proue» (v.3), già in II, v. 2, poi in III, v. 5. Altro Leitmotiv quello dei «morts» in clausola, già di «le feuillage des morts» (III, v. 4), che stempera l’idillio nel ricondurlo alla sua dimensione intramondana e mortale di finitudine.
V: l’interesse del testo sta specialmente nella creazione al v. 2 di una dimensione di sospensione temporale tra giorno e notte. Ricorrono i termini «bénir», già in II, v. 15, e «Illimité» (v. 4), forma aggettivale del verbo «illimite» (II, v. 6), che espande la suggestione del corpo amato ancora caratterizzato da una triade d’aggettivi, i quali tratteggiano una progressiva estensione, che va dal monosillabico «brun» al «trisillabico «souriant», fino all’allungo tetrasillabico d’«Illimité» (vv. 3 -4) e avvince stella e schiuma in un analogo abbraccio tra cielo e terra. Saranno per l’appunto le mani terrestri a sciogliere l’inganno del sogno che esprime la metafora in præsentia concreto-astratto del v. 6.
VI: a una prima quartina di tono elegiaco-affabulatorio, che al v. 2 contiene il titolo dell’intero componimento, in un continuo alternarsi di notte e giorno, ne succede una seconda che scivola su acque chete con un moto che la reiterazione fonica della liquida “l”, delle fricative “s” e [∫], come dell’occlusiva-velare [3] connota: «CHemin de L’une à L’autre en eaux et cieLs tranquiLLes. / Tout ce qui est bougeat comme un vaisseau qui tourne / Et gLisse» (vv. 6-8).
VII: se il non-sapere di VI, v. 8, indica una deriva con implicito un senso di abbandono al moto dell’acqua, qui il testo rivela, nel suo intenso erotismo esitante «qui prend et ne prend pas» (v. 7), la tensione da eros verso un infinito e più grande e altro amore, agape, a cui Bonnefoy si mostrerà nel tempo sempre più sensibile.
VIII:
La mia proposta di lettura è, se ci si chiede chi sia qui la «stessa ferita», non avendola colta di sfuggita, di tornare alla prima strofa e di cercarvi la ferita. E la si trova: «Ma la tua spalla si làcera tra gli alberi». L’albero (dei morti) lacera il cielo con la sua “macchia nera”, simile a quella della “nostra immagine”. Vi è corrispondenza tra il cielo stellato (il bel cosmo) e l’immaginario. ( Notes d’Yves Bonnefoy cit., p. 267)
Domina un’atmosfera dai tratti vagamente decadente, per via dei frutti che cadono e dei relitti (vv. 9-11), con l’ambiguo, suggestivo finale, che nella ripetizione dell’aggettivo «doubles», non si sa se più chiasmo o anadiplosi, forse allude alla duplicità insita nell’immagine del v. 5, che ferisce la spalla a ogni «désirante nuit» (v. 4).
IX: al v. 1 si noti ancora il ritmo ternario in sequenza sostantivale seguita da complementi. Il testo fonde mirabilmente suggestioni rimbaudiane («dormeur», vv. 1 e 5, fa pensare al Dormiente nella valle) e baudelairiane («mon âme» rimanda all’apostrofe affettuosa rivolta all’amata in Una carogna, I Fiori del male, XXIX, v.1: «Rappelez-vous l’objet que nous vimes, mon âme») ed è stilema cortese. Il testo vive altresì di un’antitesi cromatica fra il paradigma dell’oscurità («nuit», «noir») e della luce del risveglio («jour», «lumières», «clair», «étoiles», «éveil»). Nell’imminenza del risveglio, che già è ricordo, appare una nota malinconica che vela l’entusiasmo della navigazione senza approdi e la riconduce alla consapevolezza del torbido (v. 5) e, come in M. Scève, del fatto che «il risveglio è uno spavento, e il senso, una vertigine» (J.-P. Attal, La quête d’Yves Bonnefoy, «Critique», XXI, 217, giugno 1965, pp. 535-44, qui p. 538). Come opportunamente scrive Finck,«se le poesie di L’été de nuit sono testi cruciali è perché, interiorizzando l’essenza a-temporale della poesia (il “sogno”), indicano anche la specificità della poesia moderna (la contestazione del “sogno”)» (1989, p. 142). (Fabio Scotto)

***

L’été de nuit

I

Il me semble, ce soir,
Que le ciel étoilé, s’élargissant,
Se rapproche de nous; et que la nuit,
Derrière tant de feux, est moins obscure.

Et le feuillage aussi brille sous le feuillage,
Le vert, et l’orangé des fruits mûrs, s’est accru,
Lampe d’un ange proche; un battement
De lumière cachée prend l’arbre universel.

Il me semble, ce soir,
Que nous sommes entrés dans le jardin, dont l’ange
A refermé les portes sans retour.

II

Navire d’un été,
Et toi comme à la proue, comme le temps s’achève,
Dépliant des étoffes peintes, parlant bas.

Dans ce rêve de mai
L’éternité montait parmi les fruits de l’arbre
Et je t’offrais le fruit qui illimite l’arbre
Sans angoisse ni mort, d’un monde partagé.

Vaguent au loin les morts au désert de l’écume,
Il n’est plus de désert puisque tout est en nous
Et il n’est plus de mort puisque mes lèvres touchent
L’eau d’une ressemblance éparse sur la mer.

Ô suffisance de l’été, je t’avais pure
Comme l’eau qu’a changée l’étoile, comme un bruit
D’écume sous nos pas d’où la blancheur du sable
Remonte pour bénir nos corps inéclairés.

III

Le mouvement
Nous était apparu la faute, et nous allions
Dans l’immobilité comme sous le navire
Bouge et ne bouge pas le feuillage des morts.

Je te disais ma figure de proue
Heureuse, indifférente, qui conduit,
Les yeux à demi clos, le navire de vivre
Et rêve comme il rêve, étant sa paix profonde,
Et s’arque sur l’étrave où bat l’antique amour.

Souriante, première, délavée,
À jamais le reflet d’une étoile immobile
Dans le geste mortel.
Aimée, dans le feuillage de la mer.

IV

Terre comme gréée,
Vois,
C’est ta figure de proue,
Tachée de rouge.

L’étoile, l’eau, le sommeil
Ont usé cette épaule nue
Qui a frémi puis se penche
À l’Orient où glace le cœur

L’huile méditante a régné
Sur son corps aux ombres qui bougent,
Et pourtant elle ploie sa nuque
Comme on pèse l’âme des morts.

V

Voici presque l’instant
Où il n’est plus de jour, plus de nuit, tant l’étoile
A grandi pour bénir ce corps brun, souriant,
Illimité, une eau qui sans chimère bouge.

Ces frêles mains terrestres dénoueront
Le nœud triste des rêves.
La clarté protégée reposera
Sur la table des eaux.

L’étoile aime l’écume, et brûlera
Dans cette robe grise.

VI

Longtemps ce fut l’été. Une étoile immobile
Dominait les soleils tournants. L’été de nuit
Portait l’été de jour dans ses mains de lumière
Et nous nous parlions bas, en feuillage de nuit.

L’étoile indifférente; et l’étrave; et le clair
Chemin de l’une à l’autre en eaux et ciels tranquilles.
Tout ce qui est bougeait comme un vaisseau qui tourne
Et glisse, et ne sait plus son âme dans la nuit.

VII

N’avions-nous pas l’été à franchir, comme un large
Océan immobile, et moi simple, couché
Sur les yeux et la bouche et l’âme de l’étrave,
Aimant l’été, buvant tes yeux sans souvenirs,

N’étais-je pas le rêve aux prunelles absentes
Qui prend et ne prend pas, et ne veut retenir
De ta couleur d’été qu’un bleu d’une autre pierre
Pour un été plus grand, où rien ne peut finir?

VIII

Mais ton épaule se déchire dans les arbres,
Ciel étoilé, et ta bouche recherche
Les fleuves respirants de la terre pour vivre
Parmi nous ta soucieuse et désirante nuit.

Ô notre image encor,
Tu portes près du cœur une même blessure,
Une même lumière où bouge un même fer.

Divise-toi, qui es l’absence et ses marées.
Accueille-nous, qui avons goût de fruits qui tombent,
Mêle-nous sur tes plages vides dans l’écume
Avec les bois d’épave de la mort,

Arbre aux rameaux de nuit doubles, doubles toujours.

IX

Eaux du dormeur, arbre d’absence, heures sans rives,
Dans votre éternité une nuit va finir.
Comment nommerons-nous cet autre jour, mon âme,
Ce plus bas rougeoiement mêlé de sable noir?

Dans les eaux du dormeur les lumières se troublent.
Un langage se fait, qui partage le clair
Buissonnement d’étoiles dans l’écume.
Et c’est presque l’éveil, déjà le souvenir.

Yves Bonnefoy

da “Pierre Écrite”, 1965, in “Poèmes (1945-1974)”, Mercure de France, 1977

Non c’è paradiso – André Frénaud

Dylan Thomas

 A Dylan Thomas

Io non riesco a udirla la musica dell’essere.
Non ebbi in sorte, io, il potere d’immaginarla.
S’alimenta il mio amore a un non amore.
Avanzo sol se m’attizza il suo rifiuto.
Con sé mi porta sulle sue ampie braccia di nulla.
Il suo silenzio mi separa dalla mia vita.

Essere che serenamente arde e ch’io assedio.
Quando sto per attingerlo finalmente negli occhi
già la sua fiamma i miei ha scavato, e io son cenere.
Che importa, poi, il bisbiglío del poema.
È il nulla, quello, mica il paradiso.

André Frénaud

(Traduzione di Giorgio Caproni)

da “Giorgio Caproni, Quaderno di traduzioni”, Einaudi, Torino, 1998

Avevo appena appreso da persona amica di Dylan Thomas che questi, preso nel gioco delle sue immagini e dei suoi sogni, nel corso d’una conversazione aveva esclamato: «È la musica del Paradiso, che vorrei far sentire». (André Frénaud)

∗∗∗

Il n’y a pas de paradis

A Dylan Thomas

Je ne peux entendre la musique de l’être.
Je n’ai reçu le pouvoir de l’imaginer.
Mon amour s’alimente à un non-amour.
Je n’avance qu’attisé par son refus.
Il m’emporte dans ses grands bras de rien.
Son silence me sépare de ma vie.

Être sereinement brûlant que j’assiège.
Quand enfin je vais l’atteindre dans les yeux,
sa flamme a déjà creusé les miens, m’a fait cendres.
Qu’importe après, le murmure du poème.
C’est néant cela, non le paradis.

André Frénaud

da “Il n’y a pas de paradis : Poèmes (1943-1960)”, Gallimard, 1964

Je venais d’apprendre par une personne amie de Dylan Thomas qu’au cours d’une conversation celui-ci, imaginant et rêvant, s’était écrié: «Je voudrais faire entendre la musique du Paradis». (André Frénaud)

Marina – Paul Éluard

Foto di René Groebli

 

Ti guardo e il sole si innalza
Presto ricoprirà la nostra giornata
Svegliati con in mente cuore e colori
Per dissipare le pene della notte

Io ti guardo tutto è nudo
Fuori le barche hanno poca acqua
Bisogna dire tutto in poche parole
Il mare è freddo senza amore

È l’inizio del mondo
Le onde culleranno il cielo
Tu ti culli tra le lenzuola
Tiri il sonno a te

Svegliati che io segua le tue tracce
Ho un corpo per aspettarti e per seguirti
Dalle porte dell’alba alle porte dell’ombra
Un corpo per passare la mia vita ad amarti

Un cuore per sognare fuori del tuo sonno.

Paul Éluard

(Traduzione di Vincenzo Accame)

da “La fenice”, 1951, in “Paul Éluard, Ultime poesie d’amore”, Passigli Poesia, 1996

∗∗∗

Marine

Je te regarde et le soleil grandit
Il va bientôt couvrir notre journée
Éveille-toi cœur et couleur en tête
Pour dissiper les malheurs de la nuit

Je te regarde tout est nu
Dehors les barques ont peu d’eau
Il faut tout dire en peu de mots
La mer est froide sans amour

C’est le commencement du monde
Les vagues vont bercer le ciel
Toi tu te berces dans tes draps
Tu tires le sommeil à toi

Éveille-toi que je suive tes traces
J’ai un corps pour t’attendre pour te suivre
Des portes de l’aube aux portes de l’ombre
Un corps pour passer ma vie à t’aimer

Un cœur pour rêver hors de ton sommeil.

Paul Éluard

da “Le Phénix”, 1951, in “Derniers poèmes d’amour”, Seghers, Paris, 1963

«Tu dagli occhi di lucherino, dagli occhi di viola» – Yvan Goll

Foto di Paul Apal’kin

 

Tu dagli occhi di lucherino, dagli occhi di viola
Come debbo interpretare i tuoi pensieri?
Dalla tua bocca parla la fonte
Per le tue vene va errando
Il tuo popolo senza rive
Banchettano re alla tua tavola
E la loro saggezza ti fa sempre piú pallida

Ma i piccoli mandorli rosa
Ti crescono dal cuore
E i tuoi occhi di lodola e lampone cinguettano

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

«Du mit den Zeisigaugen, mit den Veilchenaugen»

Du mit den Zeisigaugen, mit den Veilchenaugen
Wie soll ich nur deine Gedanken deuten?
Aus deinem Munde spricht die Quelle
Durch deine Adern wandert
Dein uferloses Volk
Es schmausen Könige an deiner Tafel
Und ihre Weisheit macht dich blaß und blasser

Aber die rosa Mandelbäumchen
Sie wachsen aus dem Herzen dir
Und deine Lerchen- deine Himbeeraugen zwitschern

Yvan Goll

 da “Traumkraut”, Limes Vergal, Wiesbaden, 1951

Tu non saprai giammai… – Marguerite Yourcenar

Foto di Édouard Boubat

VII.

Tu non saprai giammai che la tua anima viaggia
come in fondo al mio cuore un dolce cuore eletto;
e che niente, né il tempo, né altri amori, né l’età,
mai offuscheranno il fatto che tu sia stata.

Che la bellezza del mondo ha preso il tuo volto,
vive della tua dolcezza, splende della tua chiarità,
e che quel lago pensieroso in fondo al paesaggio
mi ridice soltanto la tua serenità.

Tu non saprai giammai ch’io reggo la tua anima
come una lampada d’oro che mi fa luce mentre cammino;
che un poco della tua voce è passata nel mio canto.

Dolce fiaccola, i tuoi sprazzi, dolce braciere, la tua fiamma
mi insegnano i sentieri che tu hai percorso,
e tu vivrai un poco, perché ti sopravvivo.

Marguerite Yourcenar

1929

(Traduzione di Manrico Murzi)

da “I doni di Alcippe”, Bompiani, 1987

∗∗∗

VII.

Vous ne saurez jamais…

Vous ne saurez jamais que votre âme voyage
Comme au fond de mon coeur un doux coeur adopté;
Et que rien, ni le temps, d’autres amours, ni l’âge,
N’empêcheront jamais que vous ayez été.

Que la beauté du monde a pris votre visage,
Vit de votre douceur, luit de votre clarté,
Et que ce lac pensif au fond du paysage
Me redid seulement votre sérénité.

Vous ne saurez jamais que j’emporte votre âme
Comme une lampe d’or qui m’éclaire en marchant;
Qu’un peu de votre voix est passé dans mon chant.

Doux flambeau, vos rayons, doux brasier, votre flamme,
M’instruisent des sentiers que vous avez suivis,
Et vous vivez un peu puisque je vous survis.

Marguerite Yourcenar

1929

da “Les Charités d’Alcippe”, Paris: Éditions Gallimard, 1984