Non esistono amori felici – Louis Aragon

Alexander Rodchenko, Elsa Triolet, 1924

 

Nulla appartiene all’uomo Né la sua forza
Né la sua debolezza né il suo cuore. E quando crede
Di aprire le braccia la sua ombra è quella di una croce
E quando crede di stringere la felicità la stritola
La sua vita è uno strano e doloroso divorzio 
Non esistono amori felici

La sua vita somiglia a quei soldati disarmati
Ch’eran stati preparati a un diverso destino
A che può servire che s’alzino al mattino
Loro che si ritrovano la sera sfaccendati incerti
Dite queste parole Mia vita E trattenete le lacrime
Non esistono amori felici

Mio amore bello mio caro amore mia lacerazione
Ti porto in me come un uccello ferito
E quelli senza capire ci guardano passare
Ripetendomi dietro le parole che ho intrecciato
E che per i tuoi grandi occhi così presto morirono
Non esistono amori felici

Il tempo per imparare a vivere è già passato
Piangano nella notte i nostri cuori all’unisono
Quanta infelicità per la più piccola canzone
Quanti rimpianti per scontare un fremito
Quanti singhiozzi per un accordo di chitarra
Non esistono amori felici

Non esistono amori che non siano dolore
Non esistono amori che non strazino
Non esistono amori che non lascino il segno
E non più che di te l’amor di patria
Non esistono amori che non si nutrano di pianto
Non esistono amori felici
Ma è il nostro amore di noi due

Louis Aragon

(Traduzione di Francesco Bruno)

da “Poesie d’amore”, Crocetti Editore, 1984

∗∗∗

l n’y a pas d’amour heureux

Rien n’est jamais acquis à l’homme Ni sa force
Ni sa faiblesse ni son cœur Et quand il croit
Ouvrir ses bras son ombre est celle d’une croix
Et quand il croit serrer son bonheur il le broie
Sa vie est un étrange et douloureux divorce
Il n’y a pas d’amour heureux

Sa vie Elle ressemble à ces soldats sans armes
Qu’on avait habillés pour un autre destin
À quoi peut leur servir de se lever matin
Eux qu’on retrouve au soir désœuvrés incertains
Dites ces mots Ma vie Et retenez vos larmes
Il n’y a pas d’amour heureux

Mon bel amour mon cher amour ma déchirure
Je te porte dans moi comme un oiseau blessé
Et ceux-là sans savoir nous regardent passer
Répétant après moi les mots que j’ai tressés
Et qui pour tes grands yeux tout aussitôt moururent
Il n’y a pas d’amour heureux

Le temps d’apprendre à vivre il est déjà trop tard
Que pleurent dans la nuit nos cœurs à l’unisson
Ce qu’il faut de malheur pour la moindre chanson
Ce qu’il faut de regrets pour payer un frisson
Ce qu’il faut de sanglots pour un air de guitare
Il n’y a pas d’amour heureux

Il n’y a pas d’amour qui ne soit à douleur
Il n’y a pas d’amour dont on ne soit meurtri
Il n’y a pas d’amour dont on ne soit flétri
Et pas plus que de toi l’amour de la patrie
Il n’y a pas d’amour qui ne vive de pleurs
Il n’y a pas d’amour heureux
Mais c’est notre amour à tous deux

Louis Aragon

da “La Diane française”, Paris: Seghers, 1946

Siano Amore e Psiche – Yves Bonnefoy

Yves Bonnefoy

I

Quelle mani che si avvinghiavano a lei di notte,
Le sentiva innumerevoli, non cercava
Di dar loro un volto. Le occorreva
Non sapere, desiderando non essere.

Anima e corpo, per stringere le vostre dita, unire le vostre labbra,
Davvero occorre l’approvazione degli occhi?
Penano i nostri occhi, che il linguaggio obbliga
A sventare senza posa troppi inganni!

Psiche aveva amato che il non vedere
Fosse come il fuoco quando avvolge
L’albero di qui degli altri mondi della folgore.

Eros, lui desiderava tenere tutto quel volto
Tra le mani, non l’abbandonava
Che con vivo rammarico ai capricci del giorno.

II

E per tutto il giorno Psiche è cieca? No,
Ha rimboccato su di sé il lenzuolo della luce.
È estate, tutto è immobile sotto il cielo,
Anche il fiume nel suo letto in disordine.

Lei avanza, nel suo corpo, e sola. Ma ecco
Che un estraneo invoca, nel suo sangue,
È come se lo spirito si desiderasse altro
Da sé, un embrione in seno alla morte.

Felice il mondo in cui la notte trabocca
Nel giorno, e gronda sotto la luce.
Avanzare in quest’acqua, fino alle ginocchia,

È volgersi verso un altro sole,
E il fondo del mare è rosso, poi si nuota
E tutto si perde di ciò che si è stati.

III

E Psiche s’intorpidisce, quando viene sera, ama
Che batta nel suo corpo il cuore di un altro,
Vuole non essere altro che questa camera buia
Dei bambini della notte, sonno e morte.

È come quando tocchiamo uno specchio
E dita vengono incontro alle nostre,
Psiche crede che una mano afferri la sua,
Per condurla verso più di ciò che è.

Verso più? Sono scalini che digradano,
E il corpo si stanca, le mani si aggrappano
A una greve lampada, le ginocchia si piegano.

Psiche, perché vuoi, con la tua spalla nuda,
Spingere la porta in cui giace il tuo avvenire?
Tu entri, tu senti quei quieti respiri.

IV

E lei ha acceso, con mani tremanti,
Questa fiammella? Più svelto di lei
Si è lanciato nell’immagine, questa pace,
Qualcosa di nero, con un grido.

Amore dorme? No, i suoi occhi sono aperti,
Ma sono solo orbite vuote,
Due buchi, insanguinati. È cieco?
Peggio, i suoi occhi sono stati strappati.

Grande moto di questo gran corpo che ridesta
Qualche goccia d’olio, che lo brucia.
Tu errerai, tra i rovi del mondo.

Si rialza, parla, che dice?
La attira svestita contro il suo cuore,
Ascolta i suoi gran singulti che nulla placa.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Fabio Scotto)

da “L’ora presente”, “Lo Specchio” Mondadori, 2015

***

Soient Amour et Psyché

I

Ces mains qui se prenaient à elle dans la nuit,
Elle les ressentait sans nombre, ne cherchait
À leur donner figure. Il lui fallait
Ne pas savoir, désirant ne pas être.

Âme et corps, pour nouer vos doigts, unir vos lèvres,
Faut-il vraiment l’approbation des yeux?
Peinent nos yeux, qu’oblige le langage
À déjouer sans répit trop de leurres!

Psyché avait aimé que ne pas voir,
Ce soit comme le feu quand il enveloppe
L’arbre d’ici des autres mondes de la foudre.

Éros, lui, désirait garder tout ce visage
Entre ses mains, il ne l’abandonnait
Qu’à grand regret aux caprices du jour.

II

Et tout le jour Psyché est-elle aveugle, non,
Elle a tiré sur soi le drap de la lumière.
C’est l’été, tout est immobile sous le ciel,
Même le fleuve en son lit en désordre.

Elle va, dans son corps, et seule. Mais voici
Qu’un étranger réclame, dans son sang,
C’est comme si l’esprit se désirait autre
Que soi, un embryon dans le sein de la mort.

Heureux le monde où déborde la nuit
Dans le jour, et ruisselle sous la lumière.
Avancer dans cette eau, jusqu’aux genoux,

C’est se tourner vers un autre soleil,
Et le fond de la mer est rouge, puis on nage
Et tout se perd de ce qu’on a été.

III

Et Psyché s’engourdit, le soir venant, elle aime
Que batte dans son corps le cœur d’un autre,
Elle veut n’être plus que cette chambre sombre
Des enfants de la nuit, sommeil et mort.

C’est comme quand on touche à un miroir
Et que des doigts y viennent vers les nôtres,
Psyché croit qu’une main y prend la sienne,
Pour la guider vers plus que ce qui est.

Vers plus? Ce sont des marches qui descendent,
Et le corps se fatigue, les mains se crispent
Sur une lourde lampe, les genoux plient.

Psyché, pourquoi veux-tu, de ton épaule nue,
Pousser la porte où gît ton avenir?
Tu entres, tu entends ces souffles paisibles.

IV

Et a-t-elle allumé, à mains tremblantes,
Cette petite flamme? Plus vite qu’elle
S’est jeté dans l’image, cette paix,
Quelque chose de noir, avec un cri.

Amour dort-il, non, ses yeux sont ouverts,
Mais ce ne sont que des orbites vides,
Deux trous, avec du sang. Est-il aveugle?
Pire, ses yeux ont été arrachés.

Grand mouvement de ce grand corps qu’éveillent
Quelques gouttes de l’huile, qui le brûlent.
Tu erreras, dans les ronces du monde.

Il se redresse, il parle, que dit-il?
Il attire la dévêtue contre son cœur,
Il écoute ses grands sanglots que rien n’apaise.

Yves Bonnefoy

da “L’heure présente”, Mercure de France, 2011

Raturer outre e Soient Amour et Psyché sono apparse una prima volta nel 2009 presso le Éditions Galilée con il titolo Raturer outre, accompagnate dalla seguente nota preliminare:
Se io non avessi adottato questa scelta prosodica, quattordici versi distribuiti in due quartine e due terzine, queste poesie non sarebbero esistite, il che forse non sarebbe molto grave, ma non avrei mai saputo ciò che qualcuno in me aveva da dirmi.
Le parole, le parole in quanto tali, autorizzate da questo primato della forma a ciò che possiedono per la propria realtà sonora, hanno stabilito fra loro rapporti per me insospettati. Il bisogno di evitare in questo luogo ristretto la ripetizione, se non meditata, del minimo vocabolo, ha cancellato in esso immagini, pensieri sotto i quali altri sono affiorati. La costrizione sarà stata un trivello, che fora dei livelli di difesa, dando accesso a ricordi rimasti sigillati, quando non anche repressi.
È quanto chiamo «cancellare oltre». La forma, che può mettersi, retoricamente, e a questo punto passiva, al servizio di ciò che si crede di sapere e si desidera dire, propone anche, poeticamente, di decostruire queste idee, scoprendo, dal di sotto, altri strati. Un «trobar», sulle corde del linguaggio.
Y.B.

Fauna e flora del fiume – Julio Cortázar

 

Questo fiume nasce dal cielo e si dispone a durare,
tira le lenzuola fino al collo, e dorme
davanti a noi che andiamo e veniamo.
Il Río de la Plata è questo che di giorno
ci inzuppa di vento e gelatina, ed è
la rinuncia del levante, perché il mondo
finisce con i lampioni del lungomare.

Non discutere oltre, leggi queste cose
possibilmente al bar, cielo di monete,
rifugiato dal fuori, dall’altro giorno feriale,
circondato dai sogni, dalla bava del fiume.
Non rimane quasi nulla; sì, l’amore che si vergogna
ed entra nelle buche delle lettere per piangere, o che va

solo da un angolo all’altro (ma lo vedono lo stesso),
conservando i suoi oggetti dolci, le sue foto e catenelle
e fazzolettini,
conservandoli nella regione della vergogna,
la zona della tasca in cui una piccola notte mormora
fra peluzzi e monete.

Per alcuni è tutto uguale, ma io
non amo il Racing, non mi piace
l’aspirina, risento
del giro dei giorni, mi disfo in attese,
a volte impreco, e mi dicono
che ti succede amico mio,
è il vento del nord, cazzo.

Julio Cortázar

(Traduzione di Eleonora Mogavero)

da “Il giro del giorno in ottanta mondi”, Alet, 2006

∗∗∗

Fauna y flora del río

Este río sale del cielo y se acomoda para durar,
estira las sábanas hasta el pescuezo y duerme
delante de nosotros que vamos y venimos.
El río de la plata es esto que de día
nos empapa de viento gelatina, y es
la renuncia al levante, porque el mundo
acaba con los farolitos de la costanera.
 
Más acá no discutas, lee estas cosas
preferentemente en el café, cielito de barajas,
refugiado del fuera, del otro día hábil,
rondado por los sueños, por la baba del río.
Casi no queda nada; sí, el amor vergonzoso
entrando en los buzones para llorar, o andando
solo por las esquinas (pero lo ven igual),
guardando sus objetos dulces, sus fotos y leontinas
y pañuelitos
guardándolos en la región de la vergüenza,
la zona de bolsillo donde una pequeña noche murmura
entre pelusas y monedas. 
 
Para algunos todo es igual, mas yo
no quiero a Racing, no me gusta
la aspirina, resiento
la vuelta de los días, me deshago en esperas,
puteo algunas veces, y me dicen
qué le pasa, amigo,
viento norte, carajo.

Julio Cortázar

da “La vuelta al día en ochenta mundos”, Siglo Veintiuno, 2005

Il capo del deserto – Yvan Goll

Foto di Anka Zhuravleva

 

Eressi per me il tuo capo sopra il deserto della morte quotidiana
Schiavi innumerevoli cossero i mattoni della tua statua
Col sangue del sole sorgente
Su scale di muratori salirono nei tuoi occhi
Intarsiarono le cupole con la polvere d’oro delle stelle
E le pupille con kohl e smeraldi
Esse oscillavano come l’eterna bilancia
Su cui si misurano il sole e la luna

Presto salí dal portale della tua bocca di granito
Che prediceva e vaneggiava
La dottrina del tuo antico popolo

Credevo il tuo cuore per sempre custodito
Nella piú profonda dimora del deserto
Il tuo occhio di veggente radiante oltre il tempo

Ma ahimè quanto presto divenisti cieca
Nel vento sabbioso e nella nebbia dei fantasmi
I mattoni marcirono piú in fretta di ogni carne
Le carovane accampate presso il lago salato dei tuoi occhi
Non riconobbero piú il tuo capo svanente
E il canto delle tue labbra sgretolate
Si spense nella volta azzurra della luna

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

Das Wüstenhaupt

Ich baute mir dein Hauptüber der Wüste des taglichen Todes
Zahllose Sklaven brannten die Ziegel deiner Gestalt
Aus dem Blut des Sonnenaufgangs
Auf Regenleitern stiegen Maurer in deine Augen
Legten die Kuppeln aus mit dem Goldstaub der Sterne
Und die Pupillen mit Kohol und Smaragd
Diese schwebten wie die ewige Waage
Auf der sich Sonne und Mond messen

Bald stieg aus dem Tor deines granitenen Mundes
Der wahr- und irrsprach
Die Zauberlehre deines alten Volkes

Ich glaubte dein Herz für immer geborgen
In der tiefsten Wohnung der Wüste
Dein Seherinnenauge die Zeit überstrahlend

Doch ach wie bald erblindetest du
Im Sandwind und Nebel der Geister
Die Ziegel verwesten schneller als alles Fleisch
Die Karawanen die am Salzsee deiner Augen lagerten
Erkannten dein verwehendes Haupt nicht mehr
Und deiner bröckelnden Lippen Gesang
Verschallte im blauen Gewölbe des Mondes

Yvan Goll

da “Traumkraut”, Limes Vergal, Wiesbaden, 1951

Ti dirò un gran segreto… – Louis Aragon

Alexander Rodchenko, Elsa Triolet, 1924

 

Ti dirò un gran segreto Tu sei il tempo
Il tempo è donna Ha
Bisogno d’esser corteggiato ha bisogno che ci si segga
Ai suoi piedi il tempo come una veste da sciogliere
Il tempo come una chioma senza fine
Pettinata
Uno specchio che il respiro appanna e spanna
Il tempo sei tu che dormi nell’alba in cui mi sveglio
Sei tu come un coltello che trafigga la mia gola
Oh non posso dire questo tormento del tempo che non passa
Questo tormento del tempo imprigionato come il sangue nelle vene azzurre
Ben peggiore del desiderio interminabilmente insoddisfatto
Di questa sete dell’occhio quando cammini nella stanza
E io capisco che non si deve rompere l’incantesimo
Ben peggiore del sentirti estranea
Sfuggente
La testa altrove e il cuore già in un altro secolo
Mio Dio come pesano le parole È proprio questo il punto
Amore mio oltre il piacere amore mio fuori di portata oggi fuori tiro
Tu che batti alla mia tempia orologio
Se tu non respiri sono io che soffoco
E sulla mia carne esita e si posa il tuo passo

Ti dirò un gran segreto Ogni parola
Sulle mie labbra è una mendica che chiede
Una miseria per le tue mani una cosa che s’oscura sotto il tuo sguardo
Ed è perché io dico così spesso che ti amo
Colpa di un cristallo troppo chiaro di una frase che porteresti al collo
Non t’offendere per le mie parole banali. È
L’acqua pura che fa questo brusio spiacevole sul fuoco

Ti dirò un gran segreto Io non so
Parlare del tempo che ti somiglia
Non so parlare di te fingo soltanto
Come quelli che da molto tempo sul marciapiede d’una stazione
Agitano la mano dopo che i treni sono partiti
E il polso cede sotto il peso nuovo delle lacrime

Ti dirò un gran segreto Ho paura di te
Paura di quel che t’accompagna la sera verso le finestre
Dei gesti che fai delle parole che non si dicono
Ho paura del tempo rapido e lento ho paura di te
Ti dirò un gran segreto Chiudi le porte
È più facile morire che amare
Per questo cerco di vivere
Amor mio

Louis Aragon

(Traduzione di Francesco Bruno)

da “Poesie d’amore”, Crocetti Editore, 1984

***

Je vais te dire un grand secret…

Je vais te dire un grand secret Le temps c’est toi
Le temps est femme Il a
Besoin qu’on le courtise et qu’on s’asseye
À ses pieds le temps comme une robe à défaire
Le temps comme une chevelure sans fin
Peignée
Un miroir que le souffle embue et désembue
Le temps c’est toi qui dors à l’aube où je m’éveille
C’est toi comme un couteau traversant mon gosier
Oh que ne puis-je dire ce tourment du temps qui ne passe point
Ce tourment du temps arrêté comme le sang dans les vaisseaux bleus
Et c’est bien pire que le désir interminablement non satisfait
Que cette soif de l’œil quand tu marches dans la pièce
Et je sais qu’il ne faut pas rompre l’enchantement
Bien pire que de te sentir étrangère
Fuyante
La tête ailleurs et le cœur dans un autre siècle déjà
Mon Dieu que les mots sont lourds Il s’agit bien de cela
Mon amour au-delà du plaisir mon amour hors de portée aujourd’hui de l’atteinte
Toi qui bats à ma tempe horloge
Et si tu ne respires pas j’étouffe
Et sur ma chair hésite et se pose ton pas

Je vais te dire un grand secret Toute parole
À ma lèvre est une pauvresse qui mendie
Une misère pour tes mains une chose qui noircit sous ton regard
Et c’est pourquoi je dis si souvent que je t’aime
Faute d’un cristal assez clair d’une phrase que tu mettrais à ton cou
Ne t’offense pas de mon parler vulgaire Il est
L’eau simple qui fait ce bruit désagréable dans le feu

Je vais te dire un grand secret Je ne sais pas
Parler du temps qui te ressemble
Je ne sais pas parler de toi je fais semblant
Comme ceux très longtemps sur le quai d’une gare
Qui agitent la main après que les trains sont partis
Et le poignet s’éteint du poids nouveau des larmes

Je vais te dire un grand secret J’ai peur de toi
Peur de ce qui t’accompagne au soir vers les fenêtres
Des gestes que tu fais des mots qu’on ne dit pas
J’ai peur du temps rapide et lent j’ai peur de toi
Je vais te dire un grand secret Ferme les portes
Il est plus facile de mourir que d’aimer
C’est pourquoi je me donne le mal de vivre
Mon amour

Louis Aragon

da “Elsa”, Édition Gallimard, 1959