da «Passato in trasparenza» – Octavio Paz

 

[…]

C’è un terzo modo di essere:
l’essere senza essere, la pienezza del vuoto,
ore senza ore e altri nomi
ove si espone e si disperde
nelle confluenze del linguaggio
non la presenza: il suo presentimento.
I nomi che la nominano dicono: nulla,
parola a doppio taglio, parola tra due vuoti.
La sua casa, costruita sull’aria
con mattoni di fuoco e muri d’acqua,
si fa, si sfa, è identica a se stessa
dal principio. È dio:

abita nomi che lo negano.
Nelle conversazioni con il fico
o tra gli spazi bianchi del discorso,
nella congiura delle immagini
contro le mie palpebre chiuse,
delirio delle simmetrie,
arenili dell’insonnia,
giardino incerto della memoria
o nei sentieri divaganti,
era l’eclisse dei chiarori.
Appariva in ogni forma
dello svanire.

                    Dio senza corpo,
con linguaggi di corpo lo nominavano
i miei sensi. Volli nominarlo
con un nome solare,
una parola senza ombra.
Esaurì le risorse dell’hasard e l’ars combinatoria.
Un sonaglio di semi secchi
le lettere spezzate dei nomi:
abbiamo infranto i nomi,
abbiamo disperso i nomi,
abbiamo disonorato i nomi.
Da allora sono in cerca del nome.
Inseguii un mormorio di linguaggi,
fiumi tra le petraie
color ferrigno di questi tempi.
Piramidi d’ossa, marcitoi di parole:
feroci e garruli, i nostri signori.
Con le parole e le loro ombre edificai
una casa ambulante di riflessi,
torre in marcia, costruzione di vento.
Il tempo e le sue combinazioni:
gli anni, i morti, le sillabe,
racconti diversi della stessa conta.
Spirali d’echi, il testo
è aria che si scolpisce e si dissipa,
fugace allegoria dei nomi
veri. A volte la pagina respira:
sciami di segni, repubbliche
erranti di suoni e sensi,
in rotazione magnetica si allacciano e disperdono
sulla carta.

                  Sono nel luogo in cui ero:
incalzo il mormorio,
passi dentro di me, uditi con gli occhi,
il mormorio è mentale, io sono i miei passi,
odo le voci che penso,
le voci che mi pensano al pensarle.
Ombra sono dalle mie parole disegnato.

Octavio Paz

Messico e Cambridge, Mass.,
9 settembre-27 dicembre 1974

(Traduzione di Franco Mogni)

da “Passato in trasparenza”, 1974, in “Octavio Paz, Vento Cardinale e altre poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1984

∗∗∗

da «Pasato en claro»

[…]

Hay un estar tercero:
el ser sin ser, la plenitud vacía,
hora sin horas y otros nombres
con que se muestra y se dispersa
en las confluencias del lenguaje
no la presencia: su presentimiento.
Los nombres que la nombran dicen: nada,
palabras de dos filos, palabra entre dos huecos.
Su casa, edificada sobre el aire
con ladrillos de fuego y muros de agua,
se hace y se deshace y es la misma
desde el principio. Es dios:
habita nombres que lo niegan.
En las conversaciones con la higuera
o entre los blancos del discurso,
en la conjuración de las imágenes
contra mis párpados cerrados
el desvarío de las simetrías,
los arenales del insomnio,
el dudoso jardín de la memoria
o en los senderos divagantes
era el eclipse de las claridades.
Aparecía en cada forma
de desvanecimiento.

                                  Dios sin cuerpo,
con lenguajes de cuerpo lo nombraban
mis sentidos. Quise nombrarlo
con un nombre solar,
una palabra sin revés.
Fatigué el cubilete y el ars combinatoria.
Una sonaja de semillas secas
las letras rotas de los nombres:
hemos quebrantado a los nombres
hemos deshonrado a los nombres.
Ando en busca del nombre desde entonces.
Me fui tras un murmullo de lenguajes,
ríos entre los pedregales
color ferrigno de estos tiempos.
Pirámides de huesos, pudrideros verbales:
nuestros señores son gárrulos y feroces.
Alcé con las palabras y sus sombras
una casa ambulante de reflejos
torre que anda, construcción en viento.
El tiempo y sus combinaciones:
los años y los muertos y las sílabas,
cuentos distintos de la misma cuenta.
Espiral de los ecos, el poema
es aire que se esculpe y se disipa,
fugaz alegoría de los nombres
verdaderos. A veces la página respira:
los enjambres de signos, las repúblicas
errantes de sonidos y sentidos,
en rotación magnética se enlazan y dispersan
sobre el papel.

                      Estoy en donde estuve:
voy detrás del murmullo,
pasos dentro de mí, oídos con los ojos,
el murmullo es mental, yo soy mis pasos,
oigo las voces que yo pienso,
las voces que me piensan al pensarlas.
Soy la sombra que arrojan mis palabras.

Octavio Paz

México y Cambridge, Mass,
del 9 de septiembre al 27 de diciembre de 1974.

da “Pasato en claro”, Fondo de Cultura Económica, 1978

Residuo – Carlos Drummond de Andrade

Foto di René Groebli

 

Di tutto è rimasto un poco,
Della mia paura. Del tuo ribrezzo.

Dei gridi blesi. Della rosa
è rimasto un poco.

È rimasto un poco di luce
captata nel cappello.
Negli occhi del ruffiano
è restata un po’ di tenerezza
(molto poco).

Poco è rimasto di questa polvere
che ti coprì le scarpe
bianche. Pochi panni sono rimasti,
pochi veli rotti,
poco, poco, molto poco.

Ma d’ogni cosa resta un poco.
Del ponte bombardato,
delle due foglie d’erba,
del pacchetto
— vuoto — di sigarette, è rimasto un poco.

Ché di ogni cosa resta un poco.
È rimasto un po’ del tuo mento
nel mento di tua figlia.

Del tuo ruvido silenzio
un poco è rimasto, un poco
sui muri infastiditi,
nelle foglie, mute, che salgono.

È rimasto un po’ di tutto
nel piattino di porcellana,
drago rotto, fiore bianco,
di rughe sulla tua fronte,
ritratto.

Se di tutto resta un poco,
perché mai non dovrebbe restare
un po’ di me? nel treno
che porta a nord, nella nave,
negli annunci di giornale,
un po’ di me a Londra,
un po’ di me in qualche dove?
nella consonante?
nel pozzo?

Un poco resta oscillando
alla foce dei fiumi
e i pesci non lo evitano,
un poco: non viene nei libri.

Di tutto rimane un poco.
Non molto: da un rubinetto
stilla questa goccia assurda,
metà sale e metà alcool,
salta questa zampa di rana,
questo vetro di orologio
rotto in mille speranze,
questo collo di cigno,
questo segreto infantile…
Di ogni cosa è rimasto un poco:
di me; di te; di Abelardo.
Un capello sulla mia manica,
di tutto è rimasto un poco;
vento nelle mie orecchie,
rutto volgare, gemito
di viscere ribelli,
e minuscoli artefatti:
campanula, alveolo, capsula
di revolver… di aspirina.
Di tutto è rimasto un poco.
E di tutto resta un poco.
Oh, apri i flaconi di profumo
e soffoca
l’insopportabile lezzo della memoria.

Ma di tutto, terribile, resta un poco,
e sotto le onde ritmate,
e sotto le nuvole e i venti
e sotto i ponti e sotto i tunnel
e sotto le fiamme e sotto il sarcasmo
e sotto il muco e sotto il vomito
e sotto il singhiozzo, il carcere, il dimenticato
e sotto gli spettacoli e sotto la morte in scarlatto
e sotto le biblioteche, gli ospizi, le chiese trionfanti
e sotto te stesso e sotto i tuoi piedi già rigidi
e sotto i cardini della famiglia e della classe,
rimane sempre un poco di tutto.
A volte un bottone. A volte un topo.

Carlos Drummond de Andrade

(Traduzione di Antonio Tabucchi)

da “Sentimento del mondo”, Einaudi, Torino, 1987

∗∗∗

Resíduo

De tudo ficou um pouco.
Do meu medo. Do teu asco.
Dos gritos gagos. Da rosa
ficou um pouco.

Ficou um pouco de luz
captada no chapéu.
Nos olhos do rufião
de ternura ficou um pouco
(muito pouco).

Pouco ficou deste pó
de que teu branco sapato
se cobriu. Ficaram poucas
roupas, poucos véus rotos,
pouco, pouco, muito pouco.

Mas de tudo fica um pouco.
Da ponte bombardeada,
de duas folhas de grama,
do maço
—vazio—de cigarros, ficou um pouco.

Pois de tudo fica um pouco.
Fica um pouco de teu queixo
no queixo de tua filha.
De teu áspero silêncio
um pouco ficou, um pouco
nos muros zangados,
nas folhas, mudas, que sobem.

Ficou um pouco de tudo
no pires de porcelana,
dragão partido, flor branca,
ficou um pouco
de ruga na vossa testa,
retrato.

Se de tudo fica um pouco,
mas por que não ficaria
um pouco de mim? no trem
que leva ao norte, no barco,
nos anúncios de jornal,
um pouco de mim em Londres,
um pouco de mim algures?
na consoante?
no poço?

Um pouco fica oscilando
na embocadura dos rios
e os peixes não o evitam,
um pouco: não está nos livros.

De tudo fica um pouco.
Não muito: de uma torneira
pinga esta gota absurda,
meio sal e meio álcool,
salta esta perna de rã,
este vidro de relógio
partido em mil esperanças,
este pescoço de cisne,
este segredo infantil …
De tudo ficou um pouco:
de mim; de ti; de Abelardo.
Cabelo na minha manga,
de tudo ficou um pouco;
vento nas orelhas minhas,
simplório arroto, gemido
de víscera inconformada,
e minúsculos artefatos:
campânula, alvéolo, cápsula
de revólver … de aspirina.
De tudo ficou um pouco.

E de tudo fica um pouco.
Oh abre os vidros de loção
e abafa
o insuportável mau cheiro da memória.

Mas de tudo, terrível, fica um pouco,
e sob as ondas ritmadas
e sob as nuvens e os ventos
e sob as pontes e sob os túneis
e sob as labaredas e sob o sarcasmo
e sob a gosma e sob o vômito
e sob o soluço, o cárcere, o esquecido
e sob os espetáculos e sob a morte de escarlate
e sob as bibliotecas, os asilos, as igrejas triunfantes
e sob tu mesmo e sob teus pés já duros
e sob os gonzos da família e da classe,
fica sempre um pouco de tudo.
Às vezes um botão. Às vezes um rato.

Carlos Drummond de Andrade

da “A rosa do povo”, São Paulo: Companhia das Letras, 2012 (1st ed. 1945)

Gli amanti – Jaime Sabines

Christian Vogt, The Pair, 1987

 

Gli amanti tacciono.
L’amore è il silenzio più fine,
il più trepidante, il più insopportabile.
Gli amanti cercano,
gli amanti sono quelli che abbandonano,
quelli che cambiano, quelli che dimenticano.
Il loro cuore gli dice che mai troveranno,
non trovano, cercano.

Gli amanti camminano come pazzi
perché sono soli, soli, soli,
si abbandonano, si danno ad ogni momento,
piangono perché non salvano l’amore.
Li preoccupa l’amore. Gli amanti
vivono alla giornata, non possono fare altro, non sanno.
Se ne stanno sempre per andare,
sempre, da qualche parte.
Sperano,
non s’aspettano nulla, però sperano.
Sanno che non troveranno mai.
L’amore è la proroga perpetua,
sempre il passo successivo, l’altro, l’altro ancora.
Gli amanti sono gli insaziabili,
quelli che sempre – per fortuna! – saranno soli.

Gli amanti sono l’idra del racconto.
Hanno serpenti in vece di braccia.
Le vene del collo gli si gonfiano
come serpenti per asfissiarli.
Gli amanti non possono dormire
perché se dormono, se li mangiano i vermi.

Nell’oscurità aprono gli occhi
e li sorprende lo spavento.

Trovano scorpioni sotto le coperte
e il loro letto ondeggia come su un lago.

Gli amanti sono pazzi, solo pazzi,
senza Dio e senza diavolo.

Gli amanti escono dalle loro grotte
tremanti, affamati
a cacciare fantasmi.
Si burlano della gente che sa tutto,
di quelli che amano perpetuamente, veridicamente,
di quelli che credono nell’amore come in una lampada d’infinito olio.

Gli amanti giocano a prendere l’acqua,
a tatuare il fumo, a non andarsene.
Giocano il lungo, il triste gioco dell’amore.
Nessuno si deve rassegnare.
Dicono che nessuno deve rassegnarsi.
Gli amanti si vergognano di ogni consuetudine.

Vuoti, ma vuoti dall’una all’altra costola,
la morte gli fermenta dietro gli occhi,
e loro camminano, piangono fino all’alba
in cui treni e galli se ne vanno dolorosamente.

Gli arriva a volte un odore di terra appena nata,
di donne che dormono con la mano sul sesso, compiaciute,
di torrenti di acqua dolce e di cucine.
Gli amanti si mettono a cantare sussurrando
una canzone mai imparata.
E vanno piangendo, piangendo
la splendida vita.

Jaime Sabines

(Traduzione di Marco Nifantani)

dalla rivista “Poesia”, Anno XII, Gennaio 1999, N. 124, Crocetti Editore

***
Los amorosos

Los amorosos callan.
El amor es el silencio más fino,
el más tembloroso, el más insoportable.
Los amorosos buscan,
los amorosos son los que abandonan,
son los que cambian, los que olvidan.
Su corazón les dice que nunca han de encontrar,
no encuentran, buscan.

Los amorosos andan como locos
porque están solos, solos, solos,
entregándose, dándose a cada rato,
llorando porque no salvan al amor.
Les preocupa el amor. Los amorosos
viven al día, no pueden hacer más, no saben.
Siempre se estan yendo,
siempre, hacia alguna parte.
Esperan,
no esperan nada, pero esperan.
Saben que nunca han de encontrar.
El amor es la prórroga perpetua,
siempre el paso siguiente, el otro, el otro.
Los amorosos son los insaciables,
los que siempre – ¡ que bueno ! – han de estar solos.

Los amorosos son la hidra del cuento.
Tienen serpientes en lugar de brazos.
Las venas del cuello se les hinchan
también como serpientes para asfixiarlos.
Los amorosos no pueden dormir
porque si se duermen se los comen los gusanos.

En la obscuridad abren los ojos
y les cae en ellos el espanto.

Encuentran alacranes bajo la sábana
y su cama flota como sobre un lago.

Los amorosos son locos, sólo locos,
sin Dios y sin diablo.

Los amorosos salen de sus cuevas
temblorosos, hambrientos,
a cazar fantasmas.
Se ríen de las gentes que lo saben todo,
de las que aman a perpetuidad, verídicamente,
de las que creen en el amor como una lámpara de inagotable aceite.

Los amorosos juegan a coger el agua,
a tatuar el humo, a no irse.
Juegan el largo, el triste juego del amor.
Nadie ha de resignarse.
Dicen que nadie ha de resignarse.
Los amorosos se avergüenzan de toda conformación.

Vacíos, pero vacíos de una a otra costilla,
la muerte les fermenta detrás de los ojos,
y ellos caminan, lloran hasta la madrugada
en que trenes y gallos se despiden dolorosamente.

Les llega a veces un olor a tierra recién nacida,
a mujeres que duermen con la mano en el sexo, complacidas,
a arroyos de agua tierna y a cocinas.
Los amorosos se ponen a cantar entre labios
una canción no aprendida.
Y se van llorando, llorando,
la hermosa vida.

Jaime Sabines

da “Antología poética”, Fondo de Cultura Economica, Chile, 1994

Nuovo volto – Octavio Paz

Foto di George Hoyningen Huene

 

La notte cancella notti sul tuo volto,
sparge unguenti sulle tue palpebre secche,
brucia sulla tua fronte il pensiero
e oltre il pensiero la memoria.

Fra le ombre che ti annegano
su un altro volto albeggia.
E sento che al mio fianco
non sei tu la dormiente,
ma la bimba che sei stata
e che attendeva solo che dormissi
per tornare e conoscermi.

Octavio Paz

(Traduzione di Ernesto Franco)

da “Libertà sulla parola (1935-1957)”, in “Octavio Paz, Il fuoco di ogni giorno”, Garzanti, 1992

***

Nuevo rostro

La noche borra noches en tu rostro,
derrama aceites en tus secos párpados,
quema en tu frente el pensamiento
y atrás del pensamiento la memoria.

Entre las sombras que te anegan
otro rostro amanece.
Y siento que a mi lado
no eres tú la que duerme,
sino la niña aquella que fuiste
y que esperaba que durmieras
para volver y conocerme.

Octavio Paz

da “Liberdad bajo palabra (1935-1957)”, in “Octavio Paz, El fuego de cada día”, Espasa, 2004

Testimonianza – Octavio Paz

Foto di Jerry Uelsmann

                        CANTATA
       1

Fra la notte e il giorno
c’è un territorio indeciso.
Non è luce né ombra:
                                    è tempo.
Ora, pausa precaria.
Pagina che si oscura,
pagina su cui scrivo,
lentamente, queste parole.
                                            La sera
è una brace che si consuma.
Il giorno gira e si sfoglia.
Lima i confini delle cose
un fiume oscuro.
                             Ostinato e morbido
le trascina, non so dove.
La realtà si allontana.
                                         Io scrivo:
parlo con me
                      – parlo con te.
Vorrei parlarti
come parlano ora,
quasi cancellati dalle ombre,
l’alberello e l’aria;
come l’acqua che scorre,
soliloquio sonnambulo;
come la pozzanghera muta,
che riflette istantanei simulacri;
come il fuoco:
lingue di fiamma, ballo di scintille,
racconti di fumo.
                             Parlarti
con parole visibili e palpabili,
con peso, sapore e odore
come le cose.
                       Mentre lo dico
le cose, impercettibilmente,
si distaccano da se stesse
e fuggono verso altre forme,
verso altri nomi.
                            Mi rimangono
queste parole: con loro ti parlo.

Le parole sono ponti.
Sono anche trappole, gabbie, pozzi.
Io ti parlo: tu non mi ascolti.
Non parlo con te:
                               parlo con una parola.
Quella parola sei tu,
                                   quella parola
ti conduce da te stessa a te stessa.
La formammo tu, io, il destino.
La donna che sei
è la donna a cui parlo:
queste parole sono il tuo specchio,
sei te stessa e l’eco del tuo nome.
Anch’io,
              parlandoti,
divento un mormorìo,
aria e parole, un soffio,
un fantasma che nasce da queste lettere.

Le parole sono ponti:
l’ombra delle colline di Meknès
su un campo di girasoli estatici
è un golfo viola.
Sono le tre del pomeriggio,
hai nove anni e ti sei addormentato
le braccia fresche della bionda mimosa.
Innamorato della geometria
uno sparviere  disegna un cerchio.
Trema all’orizzonte
la mole rame delle colline.
Fra rupi vertiginose
i cubi bianchi di un villaggio.
Una colonna di fumo sale dalla pianura
e a poco a poco si dissipa, aria nell’aria,
come il canto del muezzin
che perfora il silenzio, ascende e fiorisce
in un altro silenzio.
                                 Sole immobile,
immenso spazio di ali aperte;
sopra pianure di riflessi
la sete innalza minareti trasparenti.
Tu non sei addormentata né sveglia:
tu fluttui in un tempo senza ore.
Un soffio appena suscita
remoti paesi di menta e sorgenti.
Lasciati portare da queste parole
verso te stessa.

                                 2

Le parole sono incerte
e dicono cose incerte.
Ma dicano questo o quello,
                                             ci dicono.
Amore è una parola equivoca,
come tutte.
                    Non è parola,
disse il Fondatore:
                               è visione,
inizio e corona
della scala della contemplazione
– e il fiorentino:
                          è un accidente
– e l’altro:
                  non è la virtù
ma nasce da quello che è la perfezione
– e gli altri:
                      una febbre, una pena,
una battaglia, una frenesia, uno stupore,
una chimera.
                       Il desiderio lo inventa,
lo ravvivano i digiuni e le lacerazioni,
la gelosia lo stimola,
l’abitudine lo uccide.
                                   Un dono,
una condanna.
                           Furia, beatitudine.
È un nodo: vita e morte.
                                           Una piaga
che è rosa di resurrezione.
È una parola:
                          dicendola, ci dice.

L’amore inizia nel corpo
dove termina?
                          Se è fantasma,
si incarna in un corpo;
                                      se è corpo,
al toccarlo si dissipa.
                                    Fatale specchio:
l’immagine desiderata svanisce,
tu ti affoghi nei tuoi stessi riflessi.
Festino di spettri.

Apparizione:
                       l’istante ha corpo e occhi,
mi guarda.
                   Alla fine la vita ha volto e nome.
Amare:
             fare di un’anima un corpo,
fare di un corpo un’anima,
fare un tu di una presenza.
                                                Amare:
aprire la porta proibita,
                                           passaggio
che ci porta all’altro lato del tempo.
Istante:
             rovescio della morte,
nostra fragile eternità.

Amare è perdersi nel tempo,
essere specchio fra specchi.
                                             È idolatria:
divinizzare una creatura
e ciò che è temporale chiamare eterno.
Tutte le forme di carne
sono figlie del tempo,

                                     simulacri.
Il tempo è il male,
                                l’istante
è la caduta;
                      amare è precipitarsi:
cadere interminabilmente,
                                            il nostro compagno
è il nostro abisso.
                                L’abbraccio:
geroglifico della distruzione.
Lascivia: maschera della morte.

Amare: una variazione,
                                      appena un momento
nella storia della cellula primigenia
e delle sue innumerevoli scissioni.
                                                        Asse
su cui ruotano le generazioni.

Invenzione, trasfigurazione:
la ragazza diventa fonte,
i capelli costellazione,
isola la donna addormentata.
                                                    Il sangue:
musica nel diramarsi delle vene;
                                                      il tatto:
luce nella notte dei corpi.
                                           Trasgressione
della fatalità naturale,
                                       cerniera
che allaccia destino e libertà,
                                                 domanda
incisa sulla fronte del desiderio:
accidente o predestinazione?

Memoria, cicatrice:
– da dove siamo stati strappati?,
                                                     cicatrice,
memoria: sete di presenza,
                                             ricerca
della metà perduta.
                                    L’Uno
è il prigioniero di se stesso,
                                             è,
solamente è,
                       non ha memoria,
non ha cicatrice:
                            amare è due,
sempre due,
                      abbraccio e lotta,
due è voler essere uno
ed essere l’altro, l’altra;
                                        due non riposa,
non è mai completo,
                                     gira
intorno alla sua ombra,
                                        cerca
ciò che perdemmo nascendo;
la cicatrice si apre:
                               fonte di visioni;
due: arco sopra il vuoto,
ponte di vertigini;
                               due:
specchio delle mutazioni.

                                    3

Amore, isola senza ore,
isola circondata di tempo,
                                            chiarore
assediato dalla notte.
                                   Cadere
è ritornare,
                    cadere è salire.
Amare è avere occhi nelle gemme,
palpare il nodo in cui si annodano
quiete e movimento.
                                  L’arte di amare
è arte di morire?
                            Amare
è morire e rivivere e rimorire:
è la vivacità.
                      Ti amo
perché sono mortale
e tu lo sei.
                  Il piacere ferisce,
la ferita fiorisce.
Nel giardino delle carezze
tagliai il fiore di sangue
per adornare i tuoi capelli.
Il fiore divenne parola.
La parola arde nella mia memoria.

Amore:
             riconciliazione con il Gran tutto
e con gli altri,
                       i minuscoli tutti
innumerevoli.
                        Tornare al giorno dell’inizio.
Al giorno d’oggi.

La sera è colata a picco.
Fari e riflettori
perforano la notte.
                                 Io scrivo:
parlo con te:
                       parlo con me.
Con parole d’acqua, di fiamma, d’aria e di terra
inventammo il giardino degli sguardi.
Miranda e Ferdinand si guardano,
interminabilmente, negli occhi
– fino a pietrificarsi.
                                  Un modo di morire
come gli altri.
                         In alto
le costellazioni scrivono sempre
la stessa parola;
                            noi,
qui in basso, scriviamo
i nostri nomi mortali.
                                    La coppia
è coppia perché non ha Eden.
Siamo gli espulsi dal Giardino,
siamo condannati a inventarlo
e a coltivare i suoi fiori deliranti,
gioielli vivi che tagliamo
per adornare un collo.
                                      Siamo condannati
ad abbandonare il Giardino:
                                                  davanti a noi
sta il mondo.

                                                     Coda

Forse amare è imparare
a camminare per questo mondo.
Imparare a rimanere quieti
come il tiglio e la quercia della favola.
Imparare a guardare.
Il tuo sguardo semina.
Piantò un albero.
                                Io parlo
perché tu raccolga le foglie.

Octavio Paz

(Traduzione di Ernesto Franco)

da “Albero interiore“, 1976-1987, in “Octavio Paz, Il fuoco di ogni giorno”, Garzanti, 1992

***

Carta de creencia

               CANTATA
                      1

Entre la noche y el día
hay un territorio indeciso.
No es luz ni sombra:
                                      es tiempo.
Hora, pausa precaria.
Página que se obscurece,
página en la que escribo,
despacio, estas palabras.
                                              La tarde
es una brasa que se consume.
El día gira y se deshoja.
Lima los confines de las cosas
un río obscuro.
                            Terco y suave
las arrastra, no sé adónde.
La realidad se aleja.
                                      Yo escribo:
hablo conmigo
                          – hablo contigo.

Quisiera hablarte
como hablan ahora,
casi borrados por las sombras
el arbolito y el aire;
como el agua corriente,
soliloquio sonámbulo;
como el charco callado,
reflector de instantáneos simulacros;
como el fuego:
lenguas de llama, baile de chispas,
cuentos de humo.
                                Hablarte
con palabras visibles y palpables,
con peso, sabor y olor
como las cosas.
                             Mientras lo digo
las cosas, imperceptiblemente,
se desprenden de sí mismas
y se fugan hacia otras formas,
hacia otros nombres.
                                       Me quedan
estas palabras: con ellas te hablo.

Las palabras son puentes.
También son trampas, jaulas, pozos.
Yo te hablo: tú no me oyes.
No hablo contigo:
                                 hablo con una palabra,
Esa palabra eres tú,
                                      esa palabra
te lleva de ti misma a ti misma.
La hicimos tú, yo, el destino.
La mujer que eres
es la mujer a la que hablo:
estas palabras son tu espejo,
eres tú misma y el eco de tu nombre.
Yo también,
                       al hablarte,
me vuelvo un murmullo,
aire y palabras, un soplo,
un fantasma que nace de estas letras.

Las palabras son puentes:
la sombra de las colinas de Meknès
sobre un campo de girasoles estáticos
es un golfo violeta.
Son las tres de la tarde,
tienes nueve años y te has adormecido
entre los brazos frescos de la rubia mimosa.
Enamorado de la geometría
un gavilán dibuja un círculo.
Tiembla en el horizonte
la mole cobriza de los cerros.
Entre peñascos vertiginosos
los cubos blancos de un poblado.
Una columna de humo sube del llano
y poco a poco se disipa, aire en el aire,
como el canto del muecín
que perfora el silencio, asciende y florece
en otro silencio.
                      Sol inmóvil,
inmenso espacio de alas abiertas;
sobre llanuras de reflejos
la sed levanta alminares transparentes.
Tú no estás dormida ni despierta:
tú flotas en un tiempo sin horas.
Un soplo apenas suscita
remotos países de menta y manantiales.
Déjate llevar por estas palabras
hacia ti misma.

                                  2

Las palabras son inciertas
y dicen cosas inciertas.
Pero digan esto o aquello,
                                               nos dicen.
Amor es una palabra equívoca,
como todas.
                      No es palabra,
dijo el Fundador:
                               es visión,
comienzo y corona
de la escala de la contemplación
– y el florentino:
                              es un accidente
– y el otro:
                    no es la virtud
pero nace de aquello que es la perfección
—y los otros:
                       una fiebre, una dolencia,
un combate, un frenesí, un estupor,
una quimera.
                        El deseo lo inventa,
lo avivan ayunos y laceraciones,
los celos lo espolean,
la costumbre lo mata.
                                        Un don,
una condena.
                        Furia, beatitud.
Es un nudo: vida y muerte.
                                                  Una llaga
que es rosa de resurrección.
Es una palabra:
                             al decirla, nos dice.

El amor comienza en el cuerpo
¿dónde termina?
                               Si es fantasma,
encarna en un cuerpo;
                                         si es cuerpo,
al tocarlo se disipa.
                                    Fatal espejo:
la imagen deseada se desvanece,
tú te ahogas en tus propios reflejos.
Festín de espectros.

Aparición:
                    el instante tiene cuerpo y ojos,
me mira.
                 Al fin la vida tiene cara y nombre.
Amar:
            hacer de un alma un cuerpo,
hacer de un cuerpo un alma,
hacer un tú de una presencia.
                                                      Amar:
abrir la puerta prohibida,
                                                pasaje
que nos lleva al otro lado del tiempo.
Instante:
                 reverso de la muerte,
nuestra frágil eternidad.

Amar es perderse en el tiempo,
ser espejo entre espejos.
                                            Es idolatría:
endiosar una criatura
y a lo que es temporal llamar eterno.
Todas las formas de carne
son hijas del tiempo,
                                      simulacros.
El tiempo es el mal,
                                    el instante
es la caída;
                    amar es despeñarse:
caer interminablemente,
                                              nuestra pareja
es nuestro abismo.
                                  El abrazo:
jeroglífico de la destrucción.
Lascivia: máscara de la muerte.

Amar: una variación,
                                         apenas un momento
en la historia de la célula primigenia
y sus divisiones incontables.
                                                    Eje
de la rotación de las generaciones.

Invención, transfiguración:
la muchacha convertida en fuente,
la cabellera en constelación,
en isla la mujer dormida.
                                               La sangre:
música en el ramaje de las venas;
                                                              el tacto:
luz en la noche de los cuerpos.
                                                       Trasgresión
de la fatalidad natural,
                                           bisagra
que enlaza destino y libertad,
                                                      pregunta
grabada en la frente del deseo:
¿accidente o predestinación?

Memoria, cicatriz:
– ¿de dónde fuimos arrancados?,
                                                            cicatriz,
memoria: sed de presencia,
                                                   querencia
de la mitad perdida.
                                      El Uno
es el prisionero de sí mismo,
                                                    es,
solamente es,
                         no tiene memoria,
no tiene cicatriz:
                              amar es dos,
siempre dos,
                       abrazo y pelea,
dos es querer ser uno mismo
y ser el otro, la otra;
                                     dos no reposa,
no está completo nunca,
                                            gira
en torno a su sombra,
                                        busca
lo que perdimos al nacer;
la cicatriz se abre:
                                 fuente de visiones;
dos: arco sobre el vacío,
puente de vértigos;
                                   dos:
espejo de las mutaciones.

                                 3

Amor, isla sin horas,
isla rodeada de tiempo,
                                           claridad
sitiada de noche.
                              Caer
es regresar,
                     caer es subir.
Amar es tener ojos en las yemas,
palpar el nudo en que se anudan
quietud y movimiento.
                                         El arte de amar
¿es arte de morir?
                                 Amar
es morir y revivir y remorir:
es la vivacidad.
                            Te quiero
porque yo soy mortal
y tú lo eres.
                     El placer hiere,
la herida florece.
En el jardín de las caricias
corté la flor de sangre
para adornar tu pelo.
La flor se volvió palabra.
La palabra arde en mi memoria.

Amor:
           reconciliación con el Gran todo
y con los otros,
                          los diminutos todos
innumerables.
                          Volver al día del comienzo.
Al día de hoy.

La tarde se ha ido a pique.
Lámparas y reflectores
perforan la noche.
                                  Yo escribo:
hablo contigo:
                          hablo conmigo.
Con palabras de agua, llama, aire y tierra
inventamos el jardín de las miradas.
Miranda y Fernand se miran,
interminablemente, en los ojos
– hasta petrificarse.
                                     Una manera de morir
como las otras.
                            En la altura
las constelaciones escriben siempre
la misma palabra;
                                  nosotros,
aquí abajo, escribimos
nuestros nombres mortales.
                                                   La pareja
es pareja porque no tiene Edén.
Somos los expulsados del Jardín,
estamos condenados a inventarlo
y cultivar sus flores delirantes,
joyas vivas que cortamos
para adornar un cuello.
                                            Estamos condenados
a dejar el Jardín:
                                delante de nosotros
está el mundo.

                         Coda

Tal vez amar es aprender
a caminar por este mundo.
Aprender a quedarnos quietos
como el tilo y la encina de la fábula.
Aprender a mirar.
Tu mirada es sembradora.
Plantó un árbol.
                              Yo hablo
porque tú meces los follajes.

Octavio Paz

da “Árbol adentro” (1976-1987), Barcelona: Seix Barral, 1987