Gli amanti – Jaime Sabines

Christian Vogt, The Pair, 1987

 

Gli amanti tacciono.
L’amore è il silenzio più fine,
il più trepidante, il più insopportabile.
Gli amanti cercano,
gli amanti sono quelli che abbandonano,
quelli che cambiano, quelli che dimenticano.
Il loro cuore gli dice che mai troveranno,
non trovano, cercano.

Gli amanti camminano come pazzi
perché sono soli, soli, soli,
si abbandonano, si danno ad ogni momento,
piangono perché non salvano l’amore.
Li preoccupa l’amore. Gli amanti
vivono alla giornata, non possono fare altro, non sanno.
Se ne stanno sempre per andare,
sempre, da qualche parte.
Sperano,
non s’aspettano nulla, però sperano.
Sanno che non troveranno mai.
L’amore è la proroga perpetua,
sempre il passo successivo, l’altro, l’altro ancora.
Gli amanti sono gli insaziabili,
quelli che sempre – per fortuna! – saranno soli.

Gli amanti sono l’idra del racconto.
Hanno serpenti in vece di braccia.
Le vene del collo gli si gonfiano
come serpenti per asfissiarli.
Gli amanti non possono dormire
perché se dormono, se li mangiano i vermi.

Nell’oscurità aprono gli occhi
e li sorprende lo spavento.

Trovano scorpioni sotto le coperte
e il loro letto ondeggia come su un lago.

Gli amanti sono pazzi, solo pazzi,
senza Dio e senza diavolo.

Gli amanti escono dalle loro grotte
tremanti, affamati
a cacciare fantasmi.
Si burlano della gente che sa tutto,
di quelli che amano perpetuamente, veridicamente,
di quelli che credono nell’amore come in una lampada d’infinito olio.

Gli amanti giocano a prendere l’acqua,
a tatuare il fumo, a non andarsene.
Giocano il lungo, il triste gioco dell’amore.
Nessuno si deve rassegnare.
Dicono che nessuno deve rassegnarsi.
Gli amanti si vergognano di ogni consuetudine.

Vuoti, ma vuoti dall’una all’altra costola,
la morte gli fermenta dietro gli occhi,
e loro camminano, piangono fino all’alba
in cui treni e galli se ne vanno dolorosamente.

Gli arriva a volte un odore di terra appena nata,
di donne che dormono con la mano sul sesso, compiaciute,
di torrenti di acqua dolce e di cucine.
Gli amanti si mettono a cantare sussurrando
una canzone mai imparata.
E vanno piangendo, piangendo
la splendida vita.

Jaime Sabines

(Traduzione di Marco Nifantani)

dalla rivista “Poesia”, Anno XII, Gennaio 1999, N. 124, Crocetti Editore

***
Los amorosos

Los amorosos callan.
El amor es el silencio más fino,
el más tembloroso, el más insoportable.
Los amorosos buscan,
los amorosos son los que abandonan,
son los que cambian, los que olvidan.
Su corazón les dice que nunca han de encontrar,
no encuentran, buscan.

Los amorosos andan como locos
porque están solos, solos, solos,
entregándose, dándose a cada rato,
llorando porque no salvan al amor.
Les preocupa el amor. Los amorosos
viven al día, no pueden hacer más, no saben.
Siempre se estan yendo,
siempre, hacia alguna parte.
Esperan,
no esperan nada, pero esperan.
Saben que nunca han de encontrar.
El amor es la prórroga perpetua,
siempre el paso siguiente, el otro, el otro.
Los amorosos son los insaciables,
los que siempre – ¡ que bueno ! – han de estar solos.

Los amorosos son la hidra del cuento.
Tienen serpientes en lugar de brazos.
Las venas del cuello se les hinchan
también como serpientes para asfixiarlos.
Los amorosos no pueden dormir
porque si se duermen se los comen los gusanos.

En la obscuridad abren los ojos
y les cae en ellos el espanto.

Encuentran alacranes bajo la sábana
y su cama flota como sobre un lago.

Los amorosos son locos, sólo locos,
sin Dios y sin diablo.

Los amorosos salen de sus cuevas
temblorosos, hambrientos,
a cazar fantasmas.
Se ríen de las gentes que lo saben todo,
de las que aman a perpetuidad, verídicamente,
de las que creen en el amor como una lámpara de inagotable aceite.

Los amorosos juegan a coger el agua,
a tatuar el humo, a no irse.
Juegan el largo, el triste juego del amor.
Nadie ha de resignarse.
Dicen que nadie ha de resignarse.
Los amorosos se avergüenzan de toda conformación.

Vacíos, pero vacíos de una a otra costilla,
la muerte les fermenta detrás de los ojos,
y ellos caminan, lloran hasta la madrugada
en que trenes y gallos se despiden dolorosamente.

Les llega a veces un olor a tierra recién nacida,
a mujeres que duermen con la mano en el sexo, complacidas,
a arroyos de agua tierna y a cocinas.
Los amorosos se ponen a cantar entre labios
una canción no aprendida.
Y se van llorando, llorando,
la hermosa vida.

Jaime Sabines

da “Antología poética”, Fondo de Cultura Economica, Chile, 1994

Non muoio di amore… – Jaime Sabines

Foto tratta da “L’eternité pour nous”, di José Bénazéraf, 1961

 

Non muoio di amore, muoio di te.
Muoio di te, amore, di amore per te,
dell’urgenza della mia pelle di te,
della mia anima di te e della mia bocca
e dell’insopportabile che sono senza te.

Muoio di te e di me, muoio di entrambi,
di noi, di questo,
lacerato, spezzato,
muoio, ti muoio, moriamo.

Moriamo nella mia stanza dove sto solo,
nel letto dove manchi,
per la strada dove il mio braccio va vuoto,
al cinema e al parco, sul tram,
i luoghi dove la mia spalla si abitua alla tua testa
e la mia mano alla tua mano
e tutto di te io conosco come me stesso.

Moriamo nel luogo che ho prestato all’aria
per farti stare fuori di me,
e nel luogo dove l’aria si esaurisce
quando ti copro con la mia pelle
e ci conosciamo dentro, separati dal mondo,
felicemente, profondamente, e di certo, interminatamente.

Moriamo, lo sappiamo, lo ignorano, noi moriamo
tra di noi, ora, separati,
l’uno dall’altra, quotidianamente,
cadendo in statue multiple,
in gesti che non vediamo,
nelle nostre mani che ci necessitano.
Moriamo, amore, muoio nel tuo ventre
che non mordo né bacio,
nelle tue cosce dolcissime e vive,
nella tua carne senza fine, muoio di maschere,
di triangoli oscuri e incessanti.
Muoio del mio e del tuo corpo,
della nostra morte, amore, muoio, moriamo.
Nel pozzo dell’amore a ogni ora,
inconsolabile, con grida,
dentro di me, voglio parlare, ti chiamo,
ti chiamano coloro che nascono, che arrivano
da te, coloro che giungono a te.
Moriamo, amore, e non facciamo niente
se non morire di più, ora dopo ora,
e scriverci e parlarci e morire.

Jaime Sabines

(Traduzione di Angela Saliani)

Da Poesie libere, 1951-1961

dalla rivista “Poesia”, Anno XXIX, Maggio 2016, N. 315, Crocetti Editore

***

No es que muera de amor…

No es que muera de amor, muero de ti.
Muero de ti, amor, de amor de ti,
de urgencia mía de mi piel de ti,
de mi alma de ti y de mi boca
y del insoportable que yo soy sin ti.

Muero de ti y de mí, muero de ambos,
de nosotros, de ese,
desgarrado, partido,
me muero, te muero, lo morimos.

Morimos en mi cuarto en que estoy solo,
en mi cama en que faltas,
en la calle donde mi brazo va vacío,
en el cine y los parques, los tranvías,
los lugares donde mi hombro acostumbra tu cabeza
y mi mano tu mano
y todo yo te sé como yo mismo.

Morimos en el sitio que le he prestado al aire
para que estés fuera de mí,
y en el lugar en que el aire se acaba
cuando te echo mi piel encima
y nos conocemos en nosotros, separados del mundo,
dichosa, penetrada, y cierto, interminable.

Morimos, lo sabemos, lo ignoran, nos morimos
entre los dos, ahora, separados,
del uno al otro, diariamente,
cayéndonos en múltiples estatuas,
en gestos que no vemos,
en nuestras manos que nos necesitan.
Nos morimos, amor, muero en tu vientre
que no muerdo ni beso,
en tus muslos dulcísimos y vivos,
en tu carne sin fin, muero de máscaras,
de triángulos obscuros e incesantes.
Me muero de mi cuerpo y de tu cuerpo,
de nuestra muerte, amor, muero, morimos.
En el pozo de amor a todas horas,
inconsolable, a gritos,
dentro de mí, quiero decir, te llamo,
te llaman los que nacen, los que vienen
de atrás, de ti, los que a ti llegan.
Nos morimos, amor, y nada hacemos
sino morirnos más, hora tras hora,
y escribirnos y hablarnos y morirnos.

Jaime Sabines

da “Poemas sueltos”, (1951-1961), in “Antología poética”, Fondo de Cultura Economica, Chile, 1994

da «Passato in trasparenza» – Octavio Paz

 

[…]

C’è un terzo modo di essere:
l’essere senza essere, la pienezza del vuoto,
ore senza ore e altri nomi
ove si espone e si disperde
nelle confluenze del linguaggio
non la presenza: il suo presentimento.
I nomi che la nominano dicono: nulla,
parola a doppio taglio, parola tra due vuoti.
La sua casa, costruita sull’aria
con mattoni di fuoco e muri d’acqua,
si fa, si sfa, è identica a se stessa
dal principio. È dio:

abita nomi che lo negano.
Nelle conversazioni con il fico
o tra gli spazi bianchi del discorso,
nella congiura delle immagini
contro le mie palpebre chiuse,
delirio delle simmetrie,
arenili dell’insonnia,
giardino incerto della memoria
o nei sentieri divaganti,
era l’eclisse dei chiarori.
Appariva in ogni forma
dello svanire.

                    Dio senza corpo,
con linguaggi di corpo lo nominavano
i miei sensi. Volli nominarlo
con un nome solare,
una parola senza ombra.
Esaurì le risorse dell’hasard e l’ars combinatoria.
Un sonaglio di semi secchi
le lettere spezzate dei nomi:
abbiamo infranto i nomi,
abbiamo disperso i nomi,
abbiamo disonorato i nomi.
Da allora sono in cerca del nome.
Inseguii un mormorio di linguaggi,
fiumi tra le petraie
color ferrigno di questi tempi.
Piramidi d’ossa, marcitoi di parole:
feroci e garruli, i nostri signori.
Con le parole e le loro ombre edificai
una casa ambulante di riflessi,
torre in marcia, costruzione di vento.
Il tempo e le sue combinazioni:
gli anni, i morti, le sillabe,
racconti diversi della stessa conta.
Spirali d’echi, il testo
è aria che si scolpisce e si dissipa,
fugace allegoria dei nomi
veri. A volte la pagina respira:
sciami di segni, repubbliche
erranti di suoni e sensi,
in rotazione magnetica si allacciano e disperdono
sulla carta.

                  Sono nel luogo in cui ero:
incalzo il mormorio,
passi dentro di me, uditi con gli occhi,
il mormorio è mentale, io sono i miei passi,
odo le voci che penso,
le voci che mi pensano al pensarle.
Ombra sono dalle mie parole disegnato.

Octavio Paz

Messico e Cambridge, Mass.,
9 settembre-27 dicembre 1974

(Traduzione di Franco Mogni)

da “Passato in trasparenza”, 1974, in “Octavio Paz, Vento Cardinale e altre poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1984

∗∗∗

da «Pasato en claro»

[…]

Hay un estar tercero:
el ser sin ser, la plenitud vacía,
hora sin horas y otros nombres
con que se muestra y se dispersa
en las confluencias del lenguaje
no la presencia: su presentimiento.
Los nombres que la nombran dicen: nada,
palabras de dos filos, palabra entre dos huecos.
Su casa, edificada sobre el aire
con ladrillos de fuego y muros de agua,
se hace y se deshace y es la misma
desde el principio. Es dios:
habita nombres que lo niegan.
En las conversaciones con la higuera
o entre los blancos del discurso,
en la conjuración de las imágenes
contra mis párpados cerrados
el desvarío de las simetrías,
los arenales del insomnio,
el dudoso jardín de la memoria
o en los senderos divagantes
era el eclipse de las claridades.
Aparecía en cada forma
de desvanecimiento.

                                  Dios sin cuerpo,
con lenguajes de cuerpo lo nombraban
mis sentidos. Quise nombrarlo
con un nombre solar,
una palabra sin revés.
Fatigué el cubilete y el ars combinatoria.
Una sonaja de semillas secas
las letras rotas de los nombres:
hemos quebrantado a los nombres
hemos deshonrado a los nombres.
Ando en busca del nombre desde entonces.
Me fui tras un murmullo de lenguajes,
ríos entre los pedregales
color ferrigno de estos tiempos.
Pirámides de huesos, pudrideros verbales:
nuestros señores son gárrulos y feroces.
Alcé con las palabras y sus sombras
una casa ambulante de reflejos
torre que anda, construcción en viento.
El tiempo y sus combinaciones:
los años y los muertos y las sílabas,
cuentos distintos de la misma cuenta.
Espiral de los ecos, el poema
es aire que se esculpe y se disipa,
fugaz alegoría de los nombres
verdaderos. A veces la página respira:
los enjambres de signos, las repúblicas
errantes de sonidos y sentidos,
en rotación magnética se enlazan y dispersan
sobre el papel.

                      Estoy en donde estuve:
voy detrás del murmullo,
pasos dentro de mí, oídos con los ojos,
el murmullo es mental, yo soy mis pasos,
oigo las voces que yo pienso,
las voces que me piensan al pensarlas.
Soy la sombra que arrojan mis palabras.

Octavio Paz

México y Cambridge, Mass,
del 9 de septiembre al 27 de diciembre de 1974.

da “Pasato en claro”, Fondo de Cultura Económica, 1978

Residuo – Carlos Drummond de Andrade

Foto di René Groebli

 

Di tutto è rimasto un poco,
Della mia paura. Del tuo ribrezzo.

Dei gridi blesi. Della rosa
è rimasto un poco.

È rimasto un poco di luce
captata nel cappello.
Negli occhi del ruffiano
è restata un po’ di tenerezza
(molto poco).

Poco è rimasto di questa polvere
che ti coprì le scarpe
bianche. Pochi panni sono rimasti,
pochi veli rotti,
poco, poco, molto poco.

Ma d’ogni cosa resta un poco.
Del ponte bombardato,
delle due foglie d’erba,
del pacchetto
— vuoto — di sigarette, è rimasto un poco.

Ché di ogni cosa resta un poco.
È rimasto un po’ del tuo mento
nel mento di tua figlia.

Del tuo ruvido silenzio
un poco è rimasto, un poco
sui muri infastiditi,
nelle foglie, mute, che salgono.

È rimasto un po’ di tutto
nel piattino di porcellana,
drago rotto, fiore bianco,
di rughe sulla tua fronte,
ritratto.

Se di tutto resta un poco,
perché mai non dovrebbe restare
un po’ di me? nel treno
che porta a nord, nella nave,
negli annunci di giornale,
un po’ di me a Londra,
un po’ di me in qualche dove?
nella consonante?
nel pozzo?

Un poco resta oscillando
alla foce dei fiumi
e i pesci non lo evitano,
un poco: non viene nei libri.

Di tutto rimane un poco.
Non molto: da un rubinetto
stilla questa goccia assurda,
metà sale e metà alcool,
salta questa zampa di rana,
questo vetro di orologio
rotto in mille speranze,
questo collo di cigno,
questo segreto infantile…
Di ogni cosa è rimasto un poco:
di me; di te; di Abelardo.
Un capello sulla mia manica,
di tutto è rimasto un poco;
vento nelle mie orecchie,
rutto volgare, gemito
di viscere ribelli,
e minuscoli artefatti:
campanula, alveolo, capsula
di revolver… di aspirina.
Di tutto è rimasto un poco.
E di tutto resta un poco.
Oh, apri i flaconi di profumo
e soffoca
l’insopportabile lezzo della memoria.

Ma di tutto, terribile, resta un poco,
e sotto le onde ritmate,
e sotto le nuvole e i venti
e sotto i ponti e sotto i tunnel
e sotto le fiamme e sotto il sarcasmo
e sotto il muco e sotto il vomito
e sotto il singhiozzo, il carcere, il dimenticato
e sotto gli spettacoli e sotto la morte in scarlatto
e sotto le biblioteche, gli ospizi, le chiese trionfanti
e sotto te stesso e sotto i tuoi piedi già rigidi
e sotto i cardini della famiglia e della classe,
rimane sempre un poco di tutto.
A volte un bottone. A volte un topo.

Carlos Drummond de Andrade

(Traduzione di Antonio Tabucchi)

da “Sentimento del mondo”, Einaudi, Torino, 1987

∗∗∗

Resíduo

De tudo ficou um pouco.
Do meu medo. Do teu asco.
Dos gritos gagos. Da rosa
ficou um pouco.

Ficou um pouco de luz
captada no chapéu.
Nos olhos do rufião
de ternura ficou um pouco
(muito pouco).

Pouco ficou deste pó
de que teu branco sapato
se cobriu. Ficaram poucas
roupas, poucos véus rotos,
pouco, pouco, muito pouco.

Mas de tudo fica um pouco.
Da ponte bombardeada,
de duas folhas de grama,
do maço
—vazio—de cigarros, ficou um pouco.

Pois de tudo fica um pouco.
Fica um pouco de teu queixo
no queixo de tua filha.
De teu áspero silêncio
um pouco ficou, um pouco
nos muros zangados,
nas folhas, mudas, que sobem.

Ficou um pouco de tudo
no pires de porcelana,
dragão partido, flor branca,
ficou um pouco
de ruga na vossa testa,
retrato.

Se de tudo fica um pouco,
mas por que não ficaria
um pouco de mim? no trem
que leva ao norte, no barco,
nos anúncios de jornal,
um pouco de mim em Londres,
um pouco de mim algures?
na consoante?
no poço?

Um pouco fica oscilando
na embocadura dos rios
e os peixes não o evitam,
um pouco: não está nos livros.

De tudo fica um pouco.
Não muito: de uma torneira
pinga esta gota absurda,
meio sal e meio álcool,
salta esta perna de rã,
este vidro de relógio
partido em mil esperanças,
este pescoço de cisne,
este segredo infantil …
De tudo ficou um pouco:
de mim; de ti; de Abelardo.
Cabelo na minha manga,
de tudo ficou um pouco;
vento nas orelhas minhas,
simplório arroto, gemido
de víscera inconformada,
e minúsculos artefatos:
campânula, alvéolo, cápsula
de revólver … de aspirina.
De tudo ficou um pouco.

E de tudo fica um pouco.
Oh abre os vidros de loção
e abafa
o insuportável mau cheiro da memória.

Mas de tudo, terrível, fica um pouco,
e sob as ondas ritmadas
e sob as nuvens e os ventos
e sob as pontes e sob os túneis
e sob as labaredas e sob o sarcasmo
e sob a gosma e sob o vômito
e sob o soluço, o cárcere, o esquecido
e sob os espetáculos e sob a morte de escarlate
e sob as bibliotecas, os asilos, as igrejas triunfantes
e sob tu mesmo e sob teus pés já duros
e sob os gonzos da família e da classe,
fica sempre um pouco de tudo.
Às vezes um botão. Às vezes um rato.

Carlos Drummond de Andrade

da “A rosa do povo”, São Paulo: Companhia das Letras, 2012 (1st ed. 1945)

Nuovo volto – Octavio Paz

Foto di George Hoyningen Huene

 

La notte cancella notti sul tuo volto,
sparge unguenti sulle tue palpebre secche,
brucia sulla tua fronte il pensiero
e oltre il pensiero la memoria.

Fra le ombre che ti annegano
su un altro volto albeggia.
E sento che al mio fianco
non sei tu la dormiente,
ma la bimba che sei stata
e che attendeva solo che dormissi
per tornare e conoscermi.

Octavio Paz

(Traduzione di Ernesto Franco)

da “Libertà sulla parola (1935-1957)”, in “Octavio Paz, Il fuoco di ogni giorno”, Garzanti, 1992

***

Nuevo rostro

La noche borra noches en tu rostro,
derrama aceites en tus secos párpados,
quema en tu frente el pensamiento
y atrás del pensamiento la memoria.

Entre las sombras que te anegan
otro rostro amanece.
Y siento que a mi lado
no eres tú la que duerme,
sino la niña aquella que fuiste
y que esperaba que durmieras
para volver y conocerme.

Octavio Paz

da “Liberdad bajo palabra (1935-1957)”, in “Octavio Paz, El fuego de cada día”, Espasa, 2004