Tra l’andarsene e il restare – Octavio Paz

Mayumi Terada, Sedia a dondolo e finestra, 2005

 

Tra l’andarsene e il restare dubita il giorno,
innamorato della sua trasparenza.

La sera circolare è già baia:
nel suo quieto viavai oscilla il mondo.

Tutto è visibile e tutto è elusivo,
tutto è vicino e tutto è intoccabile.

I fogli, il libro, il bicchiere, la matita
riposano all’ombra dei loro nomi.

Palpitare del tempo che nelle mie tempie ripete
la stessa ostinata sillaba di sangue.

La luce fa del muro indifferente
uno spettrale teatro di riflessi.

Nel centro di un occhio mi scopro;
non mi guarda, mi guardo nel suo sguardo.

Si dissipa l’istante. Senza muovermi,
io resto e me ne vado: sono una pausa.

Octavio Paz

(Traduzione di Ernesto Franco)

da “Albero interiore (1976-1987)”, in “Octavio Paz, Il fuoco di ogni giorno”, Garzanti, 1992

***

Entre irse y quedarse

Entre irse y quedarse duda el día
enamorado de su transparencia.

La tarde circular es ya bahía:
en su quieto vaivén se mece el mundo.

Todo es visible y todo es elusivo,
todo está cerca y todo es intocable.

Los papeles, el libro, el vaso, el lápiz
reposan a la sombra de sus nombres.

Latir del tiempo que en mi sien repite
la misma terca sílaba de sangre.

La luz hace del muro indiferente
un espectral teatro de reflejos.

En el centro de un ojo me descubro;
no me mira, me miro en su mirada.

Se disipa el instante. Sin moverme,
yo me quedo y me voy: soy una pausa.

Octavio Paz

da “Árbol adentro” (1976-1987), Barcelona: Seix Barral, 1987

Gli amanti – Jaime Sabines

Christian Vogt, The Pair, 1987

 

Gli amanti tacciono.
L’amore è il silenzio più fine,
il più trepidante, il più insopportabile.
Gli amanti cercano,
gli amanti sono quelli che abbandonano,
quelli che cambiano, quelli che dimenticano.
Il loro cuore gli dice che mai troveranno,
non trovano, cercano.

Gli amanti camminano come pazzi
perché sono soli, soli, soli,
si abbandonano, si danno ad ogni momento,
piangono perché non salvano l’amore.
Li preoccupa l’amore. Gli amanti
vivono alla giornata, non possono fare altro, non sanno.
Se ne stanno sempre per andare,
sempre, da qualche parte.
Sperano,
non s’aspettano nulla, però sperano.
Sanno che non troveranno mai.
L’amore è la proroga perpetua,
sempre il passo successivo, l’altro, l’altro ancora.
Gli amanti sono gli insaziabili,
quelli che sempre – per fortuna! – saranno soli.

Gli amanti sono l’idra del racconto.
Hanno serpenti in vece di braccia.
Le vene del collo gli si gonfiano
come serpenti per asfissiarli.
Gli amanti non possono dormire
perché se dormono, se li mangiano i vermi.

Nell’oscurità aprono gli occhi
e li sorprende lo spavento.

Trovano scorpioni sotto le coperte
e il loro letto ondeggia come su un lago.

Gli amanti sono pazzi, solo pazzi,
senza Dio e senza diavolo.

Gli amanti escono dalle loro grotte
tremanti, affamati
a cacciare fantasmi.
Si burlano della gente che sa tutto,
di quelli che amano perpetuamente, veridicamente,
di quelli che credono nell’amore come in una lampada d’infinito olio.

Gli amanti giocano a prendere l’acqua,
a tatuare il fumo, a non andarsene.
Giocano il lungo, il triste gioco dell’amore.
Nessuno si deve rassegnare.
Dicono che nessuno deve rassegnarsi.
Gli amanti si vergognano di ogni consuetudine.

Vuoti, ma vuoti dall’una all’altra costola,
la morte gli fermenta dietro gli occhi,
e loro camminano, piangono fino all’alba
in cui treni e galli se ne vanno dolorosamente.

Gli arriva a volte un odore di terra appena nata,
di donne che dormono con la mano sul sesso, compiaciute,
di torrenti di acqua dolce e di cucine.
Gli amanti si mettono a cantare sussurrando
una canzone mai imparata.
E vanno piangendo, piangendo
la splendida vita.

Jaime Sabines

(Traduzione di Marco Nifantani)

dalla rivista “Poesia”, Anno XII, Gennaio 1999, N. 124, Crocetti Editore

***
Los amorosos

Los amorosos callan.
El amor es el silencio más fino,
el más tembloroso, el más insoportable.
Los amorosos buscan,
los amorosos son los que abandonan,
son los que cambian, los que olvidan.
Su corazón les dice que nunca han de encontrar,
no encuentran, buscan.

Los amorosos andan como locos
porque están solos, solos, solos,
entregándose, dándose a cada rato,
llorando porque no salvan al amor.
Les preocupa el amor. Los amorosos
viven al día, no pueden hacer más, no saben.
Siempre se estan yendo,
siempre, hacia alguna parte.
Esperan,
no esperan nada, pero esperan.
Saben que nunca han de encontrar.
El amor es la prórroga perpetua,
siempre el paso siguiente, el otro, el otro.
Los amorosos son los insaciables,
los que siempre – ¡ que bueno ! – han de estar solos.

Los amorosos son la hidra del cuento.
Tienen serpientes en lugar de brazos.
Las venas del cuello se les hinchan
también como serpientes para asfixiarlos.
Los amorosos no pueden dormir
porque si se duermen se los comen los gusanos.

En la obscuridad abren los ojos
y les cae en ellos el espanto.

Encuentran alacranes bajo la sábana
y su cama flota como sobre un lago.

Los amorosos son locos, sólo locos,
sin Dios y sin diablo.

Los amorosos salen de sus cuevas
temblorosos, hambrientos,
a cazar fantasmas.
Se ríen de las gentes que lo saben todo,
de las que aman a perpetuidad, verídicamente,
de las que creen en el amor como una lámpara de inagotable aceite.

Los amorosos juegan a coger el agua,
a tatuar el humo, a no irse.
Juegan el largo, el triste juego del amor.
Nadie ha de resignarse.
Dicen que nadie ha de resignarse.
Los amorosos se avergüenzan de toda conformación.

Vacíos, pero vacíos de una a otra costilla,
la muerte les fermenta detrás de los ojos,
y ellos caminan, lloran hasta la madrugada
en que trenes y gallos se despiden dolorosamente.

Les llega a veces un olor a tierra recién nacida,
a mujeres que duermen con la mano en el sexo, complacidas,
a arroyos de agua tierna y a cocinas.
Los amorosos se ponen a cantar entre labios
una canción no aprendida.
Y se van llorando, llorando,
la hermosa vida.

Jaime Sabines

da “Antología poética”, Fondo de Cultura Economica, Chile, 1994

Non muoio di amore… – Jaime Sabines

Foto tratta da “L’eternité pour nous”, di José Bénazéraf, 1961

 

Non muoio di amore, muoio di te.
Muoio di te, amore, di amore per te,
dell’urgenza della mia pelle di te,
della mia anima di te e della mia bocca
e dell’insopportabile che sono senza te.

Muoio di te e di me, muoio di entrambi,
di noi, di questo,
lacerato, spezzato,
muoio, ti muoio, moriamo.

Moriamo nella mia stanza dove sto solo,
nel letto dove manchi,
per la strada dove il mio braccio va vuoto,
al cinema e al parco, sul tram,
i luoghi dove la mia spalla si abitua alla tua testa
e la mia mano alla tua mano
e tutto di te io conosco come me stesso.

Moriamo nel luogo che ho prestato all’aria
per farti stare fuori di me,
e nel luogo dove l’aria si esaurisce
quando ti copro con la mia pelle
e ci conosciamo dentro, separati dal mondo,
felicemente, profondamente, e di certo, interminatamente.

Moriamo, lo sappiamo, lo ignorano, noi moriamo
tra di noi, ora, separati,
l’uno dall’altra, quotidianamente,
cadendo in statue multiple,
in gesti che non vediamo,
nelle nostre mani che ci necessitano.
Moriamo, amore, muoio nel tuo ventre
che non mordo né bacio,
nelle tue cosce dolcissime e vive,
nella tua carne senza fine, muoio di maschere,
di triangoli oscuri e incessanti.
Muoio del mio e del tuo corpo,
della nostra morte, amore, muoio, moriamo.
Nel pozzo dell’amore a ogni ora,
inconsolabile, con grida,
dentro di me, voglio parlare, ti chiamo,
ti chiamano coloro che nascono, che arrivano
da te, coloro che giungono a te.
Moriamo, amore, e non facciamo niente
se non morire di più, ora dopo ora,
e scriverci e parlarci e morire.

Jaime Sabines

(Traduzione di Angela Saliani)

Da Poesie libere, 1951-1961

dalla rivista “Poesia”, Anno XXIX, Maggio 2016, N. 315, Crocetti Editore

***

No es que muera de amor…

No es que muera de amor, muero de ti.
Muero de ti, amor, de amor de ti,
de urgencia mía de mi piel de ti,
de mi alma de ti y de mi boca
y del insoportable que yo soy sin ti.

Muero de ti y de mí, muero de ambos,
de nosotros, de ese,
desgarrado, partido,
me muero, te muero, lo morimos.

Morimos en mi cuarto en que estoy solo,
en mi cama en que faltas,
en la calle donde mi brazo va vacío,
en el cine y los parques, los tranvías,
los lugares donde mi hombro acostumbra tu cabeza
y mi mano tu mano
y todo yo te sé como yo mismo.

Morimos en el sitio que le he prestado al aire
para que estés fuera de mí,
y en el lugar en que el aire se acaba
cuando te echo mi piel encima
y nos conocemos en nosotros, separados del mundo,
dichosa, penetrada, y cierto, interminable.

Morimos, lo sabemos, lo ignoran, nos morimos
entre los dos, ahora, separados,
del uno al otro, diariamente,
cayéndonos en múltiples estatuas,
en gestos que no vemos,
en nuestras manos que nos necesitan.
Nos morimos, amor, muero en tu vientre
que no muerdo ni beso,
en tus muslos dulcísimos y vivos,
en tu carne sin fin, muero de máscaras,
de triángulos obscuros e incesantes.
Me muero de mi cuerpo y de tu cuerpo,
de nuestra muerte, amor, muero, morimos.
En el pozo de amor a todas horas,
inconsolable, a gritos,
dentro de mí, quiero decir, te llamo,
te llaman los que nacen, los que vienen
de atrás, de ti, los que a ti llegan.
Nos morimos, amor, y nada hacemos
sino morirnos más, hora tras hora,
y escribirnos y hablarnos y morirnos.

Jaime Sabines

da “Poemas sueltos”, (1951-1961), in “Antología poética”, Fondo de Cultura Economica, Chile, 1994

da «Passato in trasparenza» – Octavio Paz

 

[…]

C’è un terzo modo di essere:
l’essere senza essere, la pienezza del vuoto,
ore senza ore e altri nomi
ove si espone e si disperde
nelle confluenze del linguaggio
non la presenza: il suo presentimento.
I nomi che la nominano dicono: nulla,
parola a doppio taglio, parola tra due vuoti.
La sua casa, costruita sull’aria
con mattoni di fuoco e muri d’acqua,
si fa, si sfa, è identica a se stessa
dal principio. È dio:

abita nomi che lo negano.
Nelle conversazioni con il fico
o tra gli spazi bianchi del discorso,
nella congiura delle immagini
contro le mie palpebre chiuse,
delirio delle simmetrie,
arenili dell’insonnia,
giardino incerto della memoria
o nei sentieri divaganti,
era l’eclisse dei chiarori.
Appariva in ogni forma
dello svanire.

                    Dio senza corpo,
con linguaggi di corpo lo nominavano
i miei sensi. Volli nominarlo
con un nome solare,
una parola senza ombra.
Esaurì le risorse dell’hasard e l’ars combinatoria.
Un sonaglio di semi secchi
le lettere spezzate dei nomi:
abbiamo infranto i nomi,
abbiamo disperso i nomi,
abbiamo disonorato i nomi.
Da allora sono in cerca del nome.
Inseguii un mormorio di linguaggi,
fiumi tra le petraie
color ferrigno di questi tempi.
Piramidi d’ossa, marcitoi di parole:
feroci e garruli, i nostri signori.
Con le parole e le loro ombre edificai
una casa ambulante di riflessi,
torre in marcia, costruzione di vento.
Il tempo e le sue combinazioni:
gli anni, i morti, le sillabe,
racconti diversi della stessa conta.
Spirali d’echi, il testo
è aria che si scolpisce e si dissipa,
fugace allegoria dei nomi
veri. A volte la pagina respira:
sciami di segni, repubbliche
erranti di suoni e sensi,
in rotazione magnetica si allacciano e disperdono
sulla carta.

                  Sono nel luogo in cui ero:
incalzo il mormorio,
passi dentro di me, uditi con gli occhi,
il mormorio è mentale, io sono i miei passi,
odo le voci che penso,
le voci che mi pensano al pensarle.
Ombra sono dalle mie parole disegnato.

Octavio Paz

Messico e Cambridge, Mass.,
9 settembre-27 dicembre 1974

(Traduzione di Franco Mogni)

da “Passato in trasparenza”, 1974, in “Octavio Paz, Vento Cardinale e altre poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1984

∗∗∗

da «Pasato en claro»

[…]

Hay un estar tercero:
el ser sin ser, la plenitud vacía,
hora sin horas y otros nombres
con que se muestra y se dispersa
en las confluencias del lenguaje
no la presencia: su presentimiento.
Los nombres que la nombran dicen: nada,
palabras de dos filos, palabra entre dos huecos.
Su casa, edificada sobre el aire
con ladrillos de fuego y muros de agua,
se hace y se deshace y es la misma
desde el principio. Es dios:
habita nombres que lo niegan.
En las conversaciones con la higuera
o entre los blancos del discurso,
en la conjuración de las imágenes
contra mis párpados cerrados
el desvarío de las simetrías,
los arenales del insomnio,
el dudoso jardín de la memoria
o en los senderos divagantes
era el eclipse de las claridades.
Aparecía en cada forma
de desvanecimiento.

                                  Dios sin cuerpo,
con lenguajes de cuerpo lo nombraban
mis sentidos. Quise nombrarlo
con un nombre solar,
una palabra sin revés.
Fatigué el cubilete y el ars combinatoria.
Una sonaja de semillas secas
las letras rotas de los nombres:
hemos quebrantado a los nombres
hemos deshonrado a los nombres.
Ando en busca del nombre desde entonces.
Me fui tras un murmullo de lenguajes,
ríos entre los pedregales
color ferrigno de estos tiempos.
Pirámides de huesos, pudrideros verbales:
nuestros señores son gárrulos y feroces.
Alcé con las palabras y sus sombras
una casa ambulante de reflejos
torre que anda, construcción en viento.
El tiempo y sus combinaciones:
los años y los muertos y las sílabas,
cuentos distintos de la misma cuenta.
Espiral de los ecos, el poema
es aire que se esculpe y se disipa,
fugaz alegoría de los nombres
verdaderos. A veces la página respira:
los enjambres de signos, las repúblicas
errantes de sonidos y sentidos,
en rotación magnética se enlazan y dispersan
sobre el papel.

                      Estoy en donde estuve:
voy detrás del murmullo,
pasos dentro de mí, oídos con los ojos,
el murmullo es mental, yo soy mis pasos,
oigo las voces que yo pienso,
las voces que me piensan al pensarlas.
Soy la sombra que arrojan mis palabras.

Octavio Paz

México y Cambridge, Mass,
del 9 de septiembre al 27 de diciembre de 1974.

da “Pasato en claro”, Fondo de Cultura Económica, 1978

Temporale – Octavio Paz

Jerry Uelsmann, Untitled, 1992

 

Nella montagna nera
il torrente delira a voce alta
A quella stessa ora
avanzi tra precipizi
nel tuo corpo sopito
Il vento lotta al buio col tuo sogno
boscaglia verde e bianca
quercia fanciulla quercia millenaria
il vento ti sradica e trascina e rade al suolo
apre il tuo pensiero e lo disperde
Turbine i tuoi occhi
turbine il tuo ombelico
turbine e vuoto
Il vento ti spreme come un grappolo
temporale sulla tua fronte
temporale sulla tua nuca e sul tuo ventre
Come un ramo secco
il vento ti sbalza
Nel tuo sogno entra il torrente
mani verdi e piedi neri
rotola per la gola
di pietra nella notte
annodata al tuo corpo
di montagna sopita
Il torrente delira
fra le tue cosce
soliloquio di pietre e d’acqua
Sulle scogliere
della tua fronte passa
come un fiume d’uccelli
Il bosco reclina il capo
come un toro ferito
il bosco s’inginocchia
sotto l’ala del vento
ogni volta più alto
il torrente delira
ogni volta più fondo
nel tuo corpo sopito
ogni volta più notte

Octavio Paz

(Traduzione di Franco Mogni)

da “Salamandra” (1958-1961), in “Octavio Paz, Vento Cardinale e altre poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1984

***

Temporal

En la montaña negra
el torrente delira en voz alta
A esta misma hora
tú avanzas entre precipicios
por tu cuerpo dormido
El viento lucha a obscuras con tu sueño
maraña verde y blanca
encina niña encina milenaria
el viento te descuaja y te arrastra y te arrasa
abre tu pensamiento y lo dispersa
Torbellino tus ojos
torbellino tu ombligo
torbellino y vacío
El viento te exprime como un racimo
temporal en tu frente
temporal en tu nuca y en tu vientre
Como una rama seca
el viento te avienta
El torrente entra en tu sueño
manos verdes y pies negros
rueda por la garganta
de piedra de la noche
anudada a tu cuerpo
de montaña dormida
El torrente delira
entre tus muslos
soliloquio de piedras y de agua
Por los acantilados
de tu frente
pasa un río de pájaros
El bosque dobla la cabeza
como un toro herido
el bosque se arrodilla
bajo el ala del viento
cada vez más alto
el torrente delira
cada vez más hondo
por tu cuerpo dormido
cada vez más noche

Ocatvio Paz

da “Salamandra” (1958-1961), Joaquín Mortiz, 1977, México