Mare – Sophia de Mello Breyner Andresen

Foto di Franco Fontana

I

Di tutti gli angoli del mondo
Amo d’un amore piú forte e piú profondo
La nuda spiaggia in estasi e la duna
Dove mi unii al mare, al vento e alla luna.

II

Odoro gli alberi la terra e il vento
Che la primavera colma di profumi
Ma io vi voglio solo e solo vi procuro
La selvaggia esalazione delle onde
In ascesa verso gli astri come un grido puro.

Sophia de Mello Breyner Andresen

(Traduzione di Federico Bertolazzi)

da “Come un grido puro”, Crocetti Editore, 2013

∗∗∗

Mar 

I

De todos os cantos do mundo
Amo com um amor mais forte e mais profundo
Aquela praia extasiada e nua,
Onde me uni ao mar, ao vento e à lua.

II

Cheiro a terra as árvores e o vento
Que a Primavera enche de perfumes
Mas neles só quero e só procuro
A selvagem exalação das ondas
Subindo para os astros como um grito puro.

Sophia de Mello Breyner Andresen

da “Poesia”, Coimbra, Edição da Autora, 1944

«Ah, tutto è simbolo e analogia!» – Fernando Pessoa

Ferdinando Scianna, Sant’Elia, 1980

2, 3, 9, novembre 1932

Ah, tutto è simbolo e analogia!
Il vento che passa, la notte che rinfresca
sono tutt’altro che la notte e il vento:
ombre di vita e di pensiero.

Tutto ciò che vediamo è qualcos’altro.
L’ampia marea, la marea ansiosa,
è l’eco di un’altra marea che sta
laddove è reale il mondo che esiste.

Tutto ciò che abbiamo è dimenticanza.
La notte fredda, il passare del vento
sono ombre di mani i cui gesti sono
l’illusione madre di questa illusione.

*

Tutto trascende tutto
ed è piú e meno reale di quello che è.

Fernando Pessoa

(Traduzione di Maria José de Lancastre)

da “Fernando Pessoa, Faust”, Einaudi, Torino, 1989

***

«Ah, tudo é símbolo e analogia!»

2, 3, 9-11-32

Ah, tudo é símbolo e analogia!
O vento que passa, a noite que esfria,
São outra cousa que a noite e o vento –
Sombras de vida e de pensamento.

Tudo o que vemos é outra cousa.
A maré vasta, a maré ansiosa,
É o eco de outra maré que está
Onde é real o mundo que há.

Tudo que temos é esquecimento.
A noite fria, o passar do vento
São sombras de mãos, cujos gestos são
A ilusão madre desta ilusão.

*

Tudo transcende tudo.
E é mais real e menor do que é.

Fernando Pessoa

da “Fausto. Tragédia Subjectiva”, Editorial Presença, Lisboa, 1988

Si ricordava di lui… – Maria do Rosário Pedreira

Isabeli Fontana by Peter Lindbergh, Paris, April 2012

 

Si ricordava di lui e, per amore, anche se pensava
a un serpente, avrebbe detto solo un arabesco; e avrebbe nascosto
nella gonna il morso caldo, la ferita, l’impronta
di tutti gli inganni, avrebbe fatto quasi tutto

per amore: avrebbe dato il sonno e il sangue, la casa e la felicità,
e avrebbe custodito silenziosi i fantasmi della paura, che sono
i padroni delle piú grandi verità. Già un’altra volta aveva mentito

e per amore si sarebbe seduta alla tavola di lui
e avrebbe negato che lo amava, perché amarlo era un inganno
ancora piú grande che mentirgli. E, per amore, si mise

a disegnare il tempo come una linea stordita, sempre
al cadere di una pagina, a prolungare il mancato incontro.
E faceva stelle, anche se pensava alle croci;
arabeschi, anche se ricordava solo serpenti.

Maria do Rosário Pedreira

(Traduzione di Mirella Abriati)

da “La casa e l’odore dei libri”, Librati Edizioni, 2008

∗∗∗

Lembrava-se dele…

Lembrava-se dele e, por amor, ainda que pensasse
em serpente, diria apenas arabesco; e esconderia
na saia a mordedura quente, a ferida, a marca
de todos os enganos, faria quase tudo

por amor: daria o sono e o sangue, a casa e a alegria,
e guardaria calados os fantasmas do medo, que são
os donos das maiores verdades. Já de outra vez mentira

e por amor haveria de sentar-se à mesa dele
e negar que o amava, porque amá-lo era um engano
ainda maior do que mentir-lhe. E, por amor, punha-se

a desenhar o tempo como uma linha tonta, sempre
a cair da folha, a prolongar o desencontro.
E fazia estrelas, ainda que pensasse em cruzes;
arabescos, ainda que só se lembrasse de serpentes.

Maria do Rosário Pedreira

da “A Casa e o Cheiro dos Livros”, Editor Gótica, Lisboa, 2001

Magnificat – Fernando Pessoa

 

Quando passerà questa notte interna, l’universo,
e io, l’anima mia, avrò il mio giorno?
Quando mi desterò dall’essere desto?
Non so. Il sole brilla alto:
impossibile guardarlo.
Le stelle ammiccano fredde:
impossibile contarle.
Il cuore batte estraneo:
impossibile ascoltarlo.
Quando finirà questo dramma senza teatro,
o questo teatro senza dramma,
e potrò tornare a casa?
Dove? Come? Quando?
Gatto che mi fissi con occhi di vita, chi hai là in fondo?
Sì, sì, è lui!
Lui, come Giosuè, farà fermare il sole e io mi sveglierò;
e allora sarà giorno.
Sorridi nel sonno, anima mia!
Sorridi anima mia: sarà giorno!

7 novembre 1933

Fernando Pessoa

(Traduzione di Antonio Tabucchi)

da “Poesie di Álvaro de Campos”, Adelphi Edizioni, 1993

∗∗∗

Magnificat

Quando é que passará esta noite interna, o universo,
E eu, a minha alma, terei o meu dia?
Quando é que despertarei de estar acordado?
Não sei. O sol brilha alto,
Impossível de fitar.
As estrelas pestanejam frio,
Impossíveis de contar.
O coração pulsa alheio,
Impossível de escutar.
Quando é que passará este drama sem teatro,
Ou este teatro sem drama,
E recolherei a casa?
Onde? Como? Quando?
Gato que me fitas com olhos de vida, quem tens lá no fundo?
É esse! É esse!
Esse mandará como Josué parar o sol e eu acordarei;
E então será dia.
Sorri, dormindo, minha alma!
Sorri, minha alma, será dia!

Fernando Pessoa

da “Álvaro de Campos, Poesia”, Assírio & Alvim, Lisboa, 2002

da «O poesia continua» – Herberto Helder

Sigmar Polke

 

[…]

Quello che è scritto nel mondo è scritto da lato
a lato del corpo − e tu, pura allucinazione della memoria,
entra nel mio cuore come un braccio vivo:
il giorno porta i paesaggi dal loro interno, la notte è un grande
buco selvaggio −
e la voce si afferra a tutto lo spazio, dall’epicentro alle costellazioni
dei membri aperti: e irrompe il sangue
delle immagini feroci:
le rotule unite ai denti e,
come un sesso solcato:
la bocca espelle tra le ginocchia il suo grido con la profondità
di un paesaggio − un paesaggio strappato al mezzo della notte, con getti
di luce
precipitati: perché non c’è ricordo
dei giardini raffreddati con i loro piccoli pianeti
fotostatici
che levitavano − la follia è così vicina che il mio braccio
penetra nell’acqua, e questo studio dove scrivo
sale
dai precipizi curvi, forte fin dal profondo:
quello che si scrive è il corpo stesso inchiodato come una stella
alla porpora dei legnami, alle lenzuola
offuscanti piene di sangue, di acqua
magnetizzata − e questa sala che brilla si appoggia alle spalle,
e in basso la bruciatura
degli intestini arde del cibo: i capelli rilucono, il viso
piantato
nel suo palo di sangue come una grande vena animale –
ho il sangue fino alle orbite: la stella chiusa si leva
nel vortice della gola – e alzo la mano ed esplode
cinematograficamente
l’immagine della stessa mano
affogata
– perché io muoio della mia vita grave: la lunga palpebra
del corpo si serra
sulla fessura nera aperta al paesaggio che corre
come una fiamma
per tutta la casa – mietetemi i capelli alla luce
panoramica: e nelle radici sanguinanti
la testa si brucia come la luna brucia le vesti
alzate – il vento che cresce in quei capelli cresce
dentro di me: il mio cuore aumenta come una pietra
aumenta
esposta alle mani come un’altra mano
di carne larga – questo
osso proibito che rischiara il fondo della chioma che tagliano
come si taglia la notte
con una talee, e le ossa si tagliano a piena voce,
nella terra, in un incendio completo, mentre
mietono: perché c’è una testa al centro
dello choc
del corpo: una testa mossa dal riflusso oscuro dei giorni
senza fratture: la testa
che vede e odora e che si apre e chiude
e sente e rifulge e morde
e mangia in fretta e respira in dentro e in fuori –
e la voce ascende da tutte le radici intrecciate
– la vastità, il sangue, il movimento: la frutta in chiarore
tra le unghie,
fiamme, un puro genio mondiale – tutto come una forma limpida,
sutura
del cuore, una leggerezza tremenda
nel potere: quando il giorno è molto vicino, una stella lunga
– le madri brillavano: quel che io scrivo, loro lo scrivevano
nell’ustione del paesaggio: una visione
chiusa dalla forza: e una cometa nasce
dalla bianca carneficina della memoria, ribollendo
tra ascelle e falangette come
un braccio, o una danza risplendente nel suo tessersi fino alle palpebre –
quel che si ricorda e pulsa: fibre
vive
di un bastone immerso nell’acqua,
e intorno i pianeti oscillano come foglie che cantano
dall’abisso –
le dita delle madri nelle linee sanguinanti che cuciono
profondamente
lo specchio e l’immagine, come con le arterie si cuce
il cuore
ai pezzi di carne, tra orifizi
neri, risacche
folgoranti, il corpo aperto con il centro fermato nella terra.

[…]

Herberto Helder

(Traduzione di Vincenzo Arsillo)

da “O poesia continua”, Donzelli Poesia, 2006

∗∗∗

[…]

O que está escrito no mundo está escrito de lado
a lado do corpo – e tu, pura alucinação da memória,
entra no meu coração como um braço vivo:
o dia traz as paisagens de dentro delas, a noite é um grande
buraco selvagem –
e a voz agarra em todo o espaço, desde o epicentro às constelações
dos membros abertos: e irrompe o sangue
das imagens ferozes:
as rótulas unidas aos dentes e,
como um sexo trilhado:
a boca expele por entre os joelhos o seu grito com a fundura
de uma paisagem – uma paisagem arrancada ao meio da noite, com as golfadas
de luz
que se despenharam: porque não há lembrança
dos jardins refrigerados com seus pequenos planetas
fotostáticos
levitando – a loucura está tão próxima que o meu braço
se entranha na água, e este atelier onde escrevo
sobe
dos precipícios curvos, forte desde o fundo:
aquilo que se escreve é o próprio corpo pregado como uma estrela
à purpura das madeiras, aos lençóis
ofuscantes cheios de sangue, de água
magnetizada – e esta sala brilhando apoia-se às espáduas,
e em baixo a queimadura
dos instetinos arde do alimento: os cabelos luzem, o rosto
plantado
em sua estaca de sangue como uma grande veia animal –
eu tenho sangue até às órbitas: a estrela fechada eleva-se
no remoinho da garganta – e levanto a mão e explode
cinematograficamente
a imagem da própria mão
afogada
– porque eu morro da minha vida grave: a longa pálpebra
do corpo cerra-se
sobre a fenda negra aberta à paisagem que corre
como uma chama
por toda a casa – ceifem-me os cabelos à luz
panorâmica: e nas raízes sangrentas
a cabeça queima-se como a lua queima as roupas
levantadas – o meio do vento que cresce nesses cabelos cresce
dentro de mim: meu coração aumenta como uma pedra
aumenta
exposta às mãos como outra mão
de carne larga – esse
osso vedado alumiando o fundo da cabeleira que cortam
como se corta a noite
com uma foice, e os ossos se cortam a plena voz,
na terra, num incêndio completo, enquanto
ceifam: porque há uma cabeça no centro
do choque
do corpo: uma cabeça movida pelo refluxo escuro dos dias
sem fracturas: a cabeça
que vê e cheira e que se abre e fecha
e ouve e refulge e morde
e come depressa e respira para dentro e para fora –
e a voz ascende de todas as raízes entrelaçadas
– a largura, o sangue, o movimento: a fruta em claridade
entre as unhas,
labaredas, um puro génio mundial – tudo como uma forma límpida,
sutura
do coração, uma leveza tremenda
no poder: quando op dia é muito perto, uma estrela comprida
– as mães brilhavam: o que eu escrevo, elas o escreviam
na queimadura da paisagem: uma visão
cerrada pela força: e um comeya desentranha-se
da branca carnagem das memórias, fervendo
entre axilas e falangetas como
um braço, ou uma dança luzente na sua teia até às pálpebras –
o que se lembra e pulsa: fibras
vivas
de uma vara embrenhada no meio da água,
e à volta os planetas oscilam como folhas cantando
desde o abismo –
os dedos das mães nas linhas sangrentas que cosem
profundamente
o espelho e a imagem, como pelas artérias se cose
o coração
aos pedaços de carne, entre orifícios
negros, ressacas
fulgurantes, o corpo aberto com o centro estancado na terra.

[…]

Herberto Helder

da “Ou o poema contínuo”, Lisboa: Assírio & Alvim, 2001