«Quanti soli dell’aurora hanno veduto» – Yvan Goll

Camille Claudel, La valse, 1891

 

Quanti soli dell’aurora hanno veduto
Il loro riflesso nel nostro quadruplo occhio!
E la modellatura del giorno era rimessa al nostro arbitrio

Alla pura invenzione dell’amore
La rugiada doveva la sua durata

E dove tifoni si pascevano di fiere della giungla
E gettavano le loro lunghe ali gialle
Attorno a isole oscillanti

Persino là la nostra viva statua d’amore resisteva
Il tuo sorriso diletta
Scioglieva gli enigmi piú oscuri

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

«Wieviele Morgensonnen haben ihr Ebenbild»

Wieviele Morgensonnen haben ihr Ebenbild
In unserem Vieraug erschaut!
Und des Tages Gestaltung stand unsrer Willkür anheim.

Der reinen Erfindung der Liebe
Verdankte der Tau seine Dauer

Und wo Taifune an Urwaldgetier sich mästeten
Und ihre langen gelben Flügel
Um schwankende Inseln warfen

Selbst da hielt unser lebend Liebesdenkmal stand
Löste dein Lächeln Geliebte
Die dunkelsten Rätsel auf

Yvan Goll

 da “Traumkraut”, Limes Vergal, Wiesbaden, 1951

Ninnananna – Paul Celan

Mimmo Jodice, Elena, 1966

 

Oltre il lontano delle cupe pianure
mi eleva la mia stella nel tuo sangue fervente.
Non piú allo strazio da noi due provato
si arrovella, lei che lieve riposa nel crepuscolo.

Come ti adagerà, tesoro, e cullerà,
sí che l’anima sua coroni il canto?
Mai, dov’è sogno e amanti giacciono,
un silenzio è suonato cosí strano.

Ora che solo ciglia delimitano le ore,
si palesa la vita dell’oscurità.
Amata, chiudi gli occhi, quanto splendono.
Mondo nient’altro sia che la tua bocca fulgida.

Paul Celan

(Traduzione di Dario Borso)

da “La sabbia delle urne”, Einaudi, Torino, 2016

Schlaflied [Ninnananna]      Composta nel lager di Tăbărăşti presso Buzău, in Moldavia (dove Celan lavorò dall’ottobre 1942 al febbraio 1944) il 25 marzo 1943, con dedica «Für Ruth [A Ruth]» Kraft, uscí assieme ad altre di Celan su «Die Tat» del 7 febbraio 1948 e nello stesso mese, assieme ad altre ancora, su «Plan», rivista letteraria viennese diretta da Otto Basil.
v. 9 Se. Variante: «wo [Dove]».
v. 10 oscurità. Variante: «Dämmerung [crepuscolo]». (Dario Borso)

***

Schlaflied

Über die Ferne der finsteren Fluren
hebt mich mein Stern in dein schwärmendes Blut.
Nicht mehr am Weh, das wir beide erfuhren,
rätselt, der leicht in der Dämmerung ruht.

Wie soll er, Süße, dich betten und wiegen,
daß seine Seele das Schlummerlied krönt?
Nirgends, wo Traum ist und Liebende liegen,
hat je ein Schweigen so seltsam getönt.

Nun, wenn nur Wimpern die Stunden begrenzen,
tut sich das Leben des Dunkelheit kund.
Schließe, Geliebte, die Augen, die glänzen.
Nichts mehr sei Welt als dein schimmernder Mund.

Paul Celan

da “Der Sand aus den Urnen”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, Berlin, 2003

An den Aether. – Friedrich Hölderlin

Dirk Wüstenhagen

 

Treu und freundlich, wie du, erzog der Götter und Menschen
Keiner, o Vater Aether! mich auf; noch ehe die Mutter
In die Arme mich nahm und ihre Brüste mich tränkten,
Faßtest du zärtlich mich an und gossest himmlischen Trank mir,
Mir den heiligen Othem zuerst in den keimenden Busen.
 
Nicht von irdischer Kost gedeihen einzig die Wesen,
Aber du nährst sie all mit deinem Nektar, o Vater!
Und es drängt sich und rinnt aus deiner ewigen Fülle
Die beseelende Luft durch alle Röhren des Lebens.
Darum lieben die Wesen dich auch und ringen und streben
Unaufhörlich hinauf nach dir in freudigem Wachstum.
 
Himmlischer! sucht nicht dich mit ihren Augen die Pflanze,
Streckt nach dir die schüchternen Arme der niedrige Strauch nicht?
Daß er dich finde, zerbricht der gefangene Same die Hülse,
Daß er belebt von dir in deiner Welle sich bade,
Schüttelt der Wald den Schnee wie ein überlästig Gewand ab.
Auch die Fische kommen herauf und hüpfen verlangend
Über die glänzende Fläche des Stroms, als begehrten auch diese
Aus der Wiege zu dir; auch den edeln Tieren der Erde
Wird zum Fluge der Schritt, wenn oft das gewaltige Sehnen,
Die geheime Liebe zu dir, sie ergreift, sie hinaufzieht.
 
Stolz verachtet den Boden das Roß, wie gebogener Stahl strebt
In die Höhe sein Hals, mit der Hufe berührt es den Sand kaum.
Wie zum Scherze, berührt der Fuß der Hirsche den Grashalm,
Hüpft, wie ein Zephyr, über den Bach, der reißend hinabschäumt,
Hin und wieder und schweift kaum sichtbar durch die Gebüsche.
 
Aber des Aethers Lieblinge, sie, die glücklichen Vögel,
Wohnen und spielen vergnügt in der ewigen Halle des Vaters!
Raums genug ist für alle. Der Pfad ist keinem bezeichnet,
Und es regen sich frei im Hause die Großen und Kleinen.
Über dem Haupte frohlocken sie mir und es sehnt sich auch mein Herz
Wunderbar zu ihnen hinauf; wie die freundliche Heimat
Winkt es von oben herab und auf die Gipfel der Alpen
Möcht ich wandern und rufen von da dem eilenden Adler,
Daß er, wie einst in die Arme des Zeus den seligen Knaben,
Aus der Gefangenschaft in des Aethers Halle mich trage.
 
Töricht treiben wir uns umher; wie die irrende Rebe,
Wenn ihr der Stab gebricht, woran zum Himmel sie aufwächst,
Breiten wir über dem Boden uns aus und suchen und wandern
Durch die Zonen der Erd, o Vater Aether! vergebens,
Denn es treibt uns die Lust, in deinen Gärten zu wohnen.
In die Meersflut werfen wir uns, in den freieren Ebnen
Uns zu sättigen, und es umspielt die unendliche Woge
Unsern Kiel, es freut sich das Herz an den Kräften des Meergotts.
Dennoch genügt ihm nicht; denn der tiefere Ozean reizt uns,
Wo die leichtere Welle sich regt – o wer dort an jene
Goldnen Küsten das wandernde Schiff zu treiben vermöchte!
 
Aber indes ich hinauf in die dämmernde Ferne mich sehne,
Wo du fremde Gestad umfängst mit der bläulichen Woge,
Kömmst du säuselnd herab von des Fruchtbaums blühenden Wipfeln,
Vater Aether! und sänftigest selbst das strebende Herz mir,
Und ich lebe nun gern, wie zuvor, mit den Blumen der Erde.

Friedrich Hölderlin

Prima pubblicazione in Musen-Almanach für das Jahr 1798, a cura di F. Schiller, Cotta, Tübingen 1797, pp.131-6; siglata D.

da “Gedichte 1784-1800”, Stuttgart, J.G. Cotta, 1847

∗∗∗

All’Etere    

Nessuno fra gli Dei e fra gli uomini, padre Etere!
Mi allevò come te, amico e leale; ancor prima che la madre
Mi prendesse tra le braccia e i suoi seni mi allattassero,
Con tenerezza mi abbracciasti, instillandomi una celeste bevanda,
Instillando nel mio petto nascente per primo il sacro respiro.

Non di cibo terreno soltanto prosperano le creature,
Ma tu col tuo nettare, padre! tutte le nutri.
E dalla tua eterna dovizia stilla e si spinge
In tutte le cavità della vita l’aura che anima.
Per questo le creature ti amano e lottano e anelano
In lieta crescita verso di te, con ritmo incessante.

Celeste! non ti cerca la pianta con i suoi occhi,
A te non tende il basso cespuglio le sue timide braccia?
Per trovarti il seme rompe la scorza che lo imprigiona,
Per bagnarsi nella tua onda, nella vita che doni,
Il bosco si scrolla di dosso la neve, come una veste opprimente.
Anche i pesci affiorano e guizzano desiderosi
Sulla superficie splendente del fiume, come se anch’essi
Agognassero a te dalla culla; anche ai nobili animali terrestri
Si invola il passo, quando il desiderio possente,
L’amore segreto di te li coglie, sollevandoli in alto.
Fiero sprezza il suolo il destriero, come acciaio ricurvo
Tende in alto il suo collo, lo zoccolo sfiora appena la sabbia.

Sfiora lo stelo il piede del cervo, quasi per scherzo,
Salta, come uno zefiro, oltre il ruscello che corre schiumando
Da una parte e dall’altra e vaga, quasi invisibile, in mezzo ai cespugli.
Ma i prediletti dall’Etere, loro, gli uccelli felici
Abitano e giocano lieti nella volta eterna del padre!
Spazio abbastanza è per tutti. A nessuno è tracciato un sentiero,
E nella casa si muovono liberi i piccoli e i grandi.
Esultano sul mio capo e anche il cuore desidera
Ascendere a loro, mirabilmente; come dal gentile paese natale,
Scende un cenno dall’alto, e sulle vette delle Alpi
Vorrei andare e da lassù chiamare l’aquila veloce,
Perché, come un tempo tra le braccia di Zeus il beato fanciullo
Dalla prigione mi tragga, alla volta dell’Etere,
Folli in lungo e in largo giriamo; come la vite che erra
Quando le si spezza il bastone, sul quale al cielo si arrampica,
Ci disperdiamo sul suolo e per le plaghe della terra,
Raminghi, andiamo in cerca, padre Etere! invano,
Giacché a spingerci è la voglia di abitare nei tuoi giardini.
Nei flutti del mare, nelle pianure più libere ci gettiamo
Per saziarci e l’onda infinita giocando lambisce
La nostra chiglia e il cuore gioisce della forza del Dio marino.
Ma ciò non gli basta, poiché il più profondo oceano ci attira
Dove più lieve l’onda si muove – e chi, chi potrebbe
Attraccare l’errante vascello a quella costa dorata!

Ma mentre in alto mi tendo nella lontananza che sfuma,
Dove con l’onda azzurra tu abbracci le rive straniere,
Dalle cime fiorite dell’albero scendi con un mormorio,
Padre Etere! e tu stesso lenisci il mio cuore che anela,
E, come un tempo, con i fiori della terra io vivo contento.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Luigi Reitani)

Almanacco delle Muse 1798

da “Friedrich Hölderlin, Tutte le liriche”, “I Meridiani” Mondadori, 2001

∗∗∗

       3.
ALL’ETERE

Nessuno fra gli Dei né fra i mortali
mi educò come te benignamente,
Etere padre! E prima già che al cuore
mi stringesse la madre e mi porgesse
il nutriente seno, mi accogliesti,
Etere, tu soavemente, il sacro
alito tuo nel germogliante petto
a riversarmi, fluido divino.

Non di cibo terreno unicamente,
le creature vivono. Ma tutte
con il nettare tuo, Padre, le nutri:
e dalla tua pienezza sempiterna
un soffio animatore, ecco, prorompe
scorrendo per le vene del creato.
Ti riaman, per ciò, gli esseri tutti:
per ciò, divincolandosi dal suolo,
urgono aneli verso l’alto, a te,
con inesausto giòlito di ascesa.

   Elisio Nume! Oh, non ti cerca forse
con gli sguardi la pianta? Oh, non ti stende
trepide braccia l’umile cespuglio?
Per ritrovarti, il seme prigioniero
rompe la buccia: ed a bagnar le chiome
ne’ tuoi flutti vitali, il bosco scuote
via la neve da sé, veste importuna.
Dal fondo, desiosi, i pesci salgono;
guizzan sul dosso lucido del fiume
quasi in grembo volessero balzarti,
abbandonata la natía dimora.

Volo diventa, ai nobili animali
che la terra nutrisce, il passo usato,
ove d’un tratto, impetuosa brama,
amor di te li investa e li sollevi.
Superbamente, il misero terreno
spregia il cavallo: e mentre il collo aderge
curvo scattante acciaio, appena tocca
la sabbia con gli zoccoli precipiti.
Come a trastullo, va sfiorando il cervo
gli esili steli: e con un balzo varca,
lieve qual lieve zefiro, e rivarca,
il rapinoso rivo che spumeggia.
Indi, appena visibile, divaga
per l’ombre della florida boscaglia.

Ma gli uccelli felici, essi, dell’Etere
i prediletti figli, ecco, riempiono
di lor garruli giuochi i non effimeri
atrii del Padre. E spazio è, qui, bastante
per ciascuno e per tutti: ed a nessuno
un sentiero tracciato il moto astringe.
Vengono tutti e van, liberamente,
grandi e piccini, per la casa immensa.

Giubilandomi alti, ora, sul capo,
n’odo il richiamo: e in prodigioso balzo
gli vola incontro l’émpito del cuore.
V’è qualcosa, lassú, che arride e invita
con un vólto di patria. Ed aggirarmi
vorrei sovra lo cuspidi dell’alpi,
di là chiamare l’aquila veloce,
che dal terreno carcere mi tragga
o mi rapisca, — come un dí rapiva
il fanciullo felice in braccio a Zeus, —
negli aprichi vestiboli paterni.

   Follemente, quaggiú, noi ci smarriamo
vagabondando. E come il tralcio greve
cade ed aberra, se si spezza il palo
onde al cielo cresceva, anche noi tutti
al suolo espansi trabocchiamo, Padre!
E cerchiamo, e vaghiamo senza posa
per le terre del mondo. Inutilmente,
ché de’ giardini tuoi cresce l’anelito.
A sodisfarlo in piú distesi spazii,
noi ci gettiamo per gli aperti oceani.
Scherzano con la chiglia, allora, l’onde
infinite d’intorno: e la potenza
del Dio marino ci rallegra il cuore.
Ma non si placa. Ché lo attrae, là in alto,
un piú profondo oceano, sommosso
dal mareggiar di piú leggieri flutti.
… E chi potrebbe a quelle rive d’oro
spingere, adesso, l’errabonda nave?

Mentre mi struggo in me di desiderio
per quelle lontananze che si sfumano
in crepuscoli eterni, e in cui recingi
ignote plaghe di azzurrini flutti,
ecco tu scendi susurrando lieve
dalle cime degli alberi frondosi,
Etere padre! Le tue mani
mi van placando I‘impeto dell’anima.
E pago corno un dí ritorno a vivere
rasserenato, sulla terra in fiore.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Liriche della natura”, in “La lirica di Hoelderlin”, Vol. I, Riduzione in versi italiani e Saggio biografico critico a cura di Vincenzo Errante, Sansoni, 1943

∗∗∗

ALL’ETERE

Nessuno, tra uomini e Dei, fedele e amico mi crebbe
come te, Etere padre. E prima che la madre
mi prendesse tra le braccia e mi nutrisse al seno,
tenero mi avvolgevi versando bevanda di cielo,
il sacro alito primo sul cuore in germoglio.

Non del solo cibo terrestre è il rigoglio degli esseri,
ma tu li nutri tutti del tuo nettare, o Padre:
e l’aria animatrice per tutte le vene vitali
sgorga, scorre da te, dalla tua eterna pienezza.
Così le creature t’amano e lottano e anelano
a te, senza mai sosta, in un gioioso crescere.

E gli occhi della pianta cercano te, o celeste,
il cespuglio basso tende a te le braccia digiune,
il seme prigioniero infrange a trovarti il suo guscio,
per bagnarsi nell’onda tua colma di vita
la selva scuote via il manto gravoso di neve.
Anche i pesci risalgono e avidi balzano
oltre il piano lucente del fiume come bramassero
te uscendo dalla cuna, e si fa ala il passo
dei nobili animali terrestri se li solleva
spesso la voglia possente, l’amore segreto di te.

Il cavallo spregia fiero il suolo, leva il collo curvo
come d’acciaio, appena lo zoccolo tocca la sabbia,
il piede del cervo come per gioco sfiora gli steli,
balza oltre il ruscello schiumoso come lo zefiro,
vanno qua là i cervi visibili appena nel verde.

Ma i prediletti dell’Etere, gli uccelli felici
abitano paghi e giocosi l’eterna sala del Padre,
ricchi di spazio, tutti, e non hanno sentieri,
liberi nella casa, i piccoli e i grandi.
Salutano sul mio capo allegri e il mio cuore li cerca
meravigliosamente: è come la patria del cuore
che da lassù mi chiama, ed io vorrei sulle Alpi
di vetta in vetta andare invocando l’aquila pronta
che dalla prigionia mi levasse alla sala del Padre
come un tempo il felice ragazzo tra le braccia di Zeus. 

Ci trasciniamo, folli. Noi siamo la vite errabonda
a cui infranto è il sostegno per cui ascendeva nel cielo.
E noi ci estendiamo sul suolo, tentando, vagando,
di clima in clima, o Etere padre, invano. Ci spinge
desiderio di avere dimora nei tuoi giardini.
Ci gettiamo nel flusso, nei liberi piani del mare
per saziarci, e il gioco infinito dell’onda
ci avvolge le chiglie, la forza del mare ci allieta
eppure non ci basta. Ci chiama un Oceano più fondo,
che ha onde più leggere − o coste dorate, lassù,
chi potrà condurre a voi la sua nave errabonda!

Ma mentre io anelo a quelle penombre remote
dove le onde azzurre avvolgono rive straniere
tu scendi, e sulla cima dell’albero in fiore stormisci
o Etere padre, quietando il mio cuore bramoso;
lieta mi è la vita, come un tempo, tra i fiori terrestri.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Enzo Mandruzzato)

da “Friedrich Hölderlin, Le liriche”, Adelphi Edizioni, 1977

Dormi dunque… – Paul Celan

Paul Celan

 

DORMI dunque, ed il mio occhio rimarrà aperto.
La pioggia colmò la brocca, noi la vuotammo.
La notte germinerà un cuore, il cuore un breve stelo –
Ma per mietere è troppo tardi, falciatrice.

Vento notturno, così candidi sono i tuoi capelli!
Candido ciò che mi resta, candido ciò che perdo!
Ella conta le ore, e io conto gli anni.
Noi bevemmo pioggia. Pioggia, bevemmo.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Papavero e memoria”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

∗∗∗

SO schlafe…

SO schlafe, und mein Aug wird offen bleiben.
Der Regen füllt’ den Krug, wir leerten ihn.
Es wird die Nacht ein Herz, das Herz ein Hälmlein treiben –
Doch ists zu spät zum Mähen, Schnitterin.

So schneeig weiß sind, Nachtwind, deine Haare!
Weiß, was mir bleibt, und weiß, was ich verlier!
Sie zählt die Stunden, und ich zähl die Jahre.
Wir tranken Regen. Regen tranken wir.

Paul Celan

da “Mohn und Gedächtnis”Erscheinungsjahr, 1952

A Claire – Yvan Goll

Foto di Jonas Hafner

Scritto nell’ospedale della morte
dal dicembre 1949 al gennaio 1950

 

Ti ho colta nei giardini di Efeso
La chioma crespa dei tuoi garofani
Il mazzo serale delle mani

Ti ho pescata nei laghi del sogno
Ti ho gettato il mio cuore per esca
Un pescatore sulle tue rive di salice

Ti ho trovata nell’aridità del deserto
Eri il mio ultimo albero
Eri l’ultimo frutto della mia anima

Dal tuo sonno ora sono avvinto
Profondamente immerso nel tuo riposo
Come la mandorla nel guscio notte-bruno

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

An Claire

Geschrieben im Spital des Todes,
Dezember 1949 bis Januar 1950

 

Hab ich dich gepflückt in den Gärten von Ephesus
Das krause Haar deiner Nelken
Den Abendstrauß der Hände

Hab ich dich gefischt in den Seen des Traums
Ich warf dir mein Herz zur Speisung
Ein Angler an deinen Weidenufern

Hab ich dich gefunden in der Dürre der Wüste
Du warst mein letzter Baum
Du warst die letzte Frucht meiner Seele

Von deinem Schlaf nun umfangen bin ich
In deine Ruhe tief gebettet
Wie der Mandelkern in nachtbraune Schale

Yvan Goll

da “Traumkraut”, Limes Vergal, Wiesbaden, 1951