An den Aether. – Friedrich Hölderlin

Dirk Wüstenhagen

 

Treu und freundlich, wie du, erzog der Götter und Menschen
Keiner, o Vater Aether! mich auf; noch ehe die Mutter
In die Arme mich nahm und ihre Brüste mich tränkten,
Faßtest du zärtlich mich an und gossest himmlischen Trank mir,
Mir den heiligen Othem zuerst in den keimenden Busen.
 
Nicht von irdischer Kost gedeihen einzig die Wesen,
Aber du nährst sie all mit deinem Nektar, o Vater!
Und es drängt sich und rinnt aus deiner ewigen Fülle
Die beseelende Luft durch alle Röhren des Lebens.
Darum lieben die Wesen dich auch und ringen und streben
Unaufhörlich hinauf nach dir in freudigem Wachstum.
 
Himmlischer! sucht nicht dich mit ihren Augen die Pflanze,
Streckt nach dir die schüchternen Arme der niedrige Strauch nicht?
Daß er dich finde, zerbricht der gefangene Same die Hülse,
Daß er belebt von dir in deiner Welle sich bade,
Schüttelt der Wald den Schnee wie ein überlästig Gewand ab.
Auch die Fische kommen herauf und hüpfen verlangend
Über die glänzende Fläche des Stroms, als begehrten auch diese
Aus der Wiege zu dir; auch den edeln Tieren der Erde
Wird zum Fluge der Schritt, wenn oft das gewaltige Sehnen,
Die geheime Liebe zu dir, sie ergreift, sie hinaufzieht.
 
Stolz verachtet den Boden das Roß, wie gebogener Stahl strebt
In die Höhe sein Hals, mit der Hufe berührt es den Sand kaum.
Wie zum Scherze, berührt der Fuß der Hirsche den Grashalm,
Hüpft, wie ein Zephyr, über den Bach, der reißend hinabschäumt,
Hin und wieder und schweift kaum sichtbar durch die Gebüsche.
 
Aber des Aethers Lieblinge, sie, die glücklichen Vögel,
Wohnen und spielen vergnügt in der ewigen Halle des Vaters!
Raums genug ist für alle. Der Pfad ist keinem bezeichnet,
Und es regen sich frei im Hause die Großen und Kleinen.
Über dem Haupte frohlocken sie mir und es sehnt sich auch mein Herz
Wunderbar zu ihnen hinauf; wie die freundliche Heimat
Winkt es von oben herab und auf die Gipfel der Alpen
Möcht ich wandern und rufen von da dem eilenden Adler,
Daß er, wie einst in die Arme des Zeus den seligen Knaben,
Aus der Gefangenschaft in des Aethers Halle mich trage.
 
Töricht treiben wir uns umher; wie die irrende Rebe,
Wenn ihr der Stab gebricht, woran zum Himmel sie aufwächst,
Breiten wir über dem Boden uns aus und suchen und wandern
Durch die Zonen der Erd, o Vater Aether! vergebens,
Denn es treibt uns die Lust, in deinen Gärten zu wohnen.
In die Meersflut werfen wir uns, in den freieren Ebnen
Uns zu sättigen, und es umspielt die unendliche Woge
Unsern Kiel, es freut sich das Herz an den Kräften des Meergotts.
Dennoch genügt ihm nicht; denn der tiefere Ozean reizt uns,
Wo die leichtere Welle sich regt – o wer dort an jene
Goldnen Küsten das wandernde Schiff zu treiben vermöchte!
 
Aber indes ich hinauf in die dämmernde Ferne mich sehne,
Wo du fremde Gestad umfängst mit der bläulichen Woge,
Kömmst du säuselnd herab von des Fruchtbaums blühenden Wipfeln,
Vater Aether! und sänftigest selbst das strebende Herz mir,
Und ich lebe nun gern, wie zuvor, mit den Blumen der Erde.

Friedrich Hölderlin

Prima pubblicazione in Musen-Almanach für das Jahr 1798, a cura di F. Schiller, Cotta, Tübingen 1797, pp.131-6; siglata D.

da “Gedichte 1784-1800”, Stuttgart, J.G. Cotta, 1847

∗∗∗

All’Etere    

Nessuno fra gli Dei e fra gli uomini, padre Etere!
Mi allevò come te, amico e leale; ancor prima che la madre
Mi prendesse tra le braccia e i suoi seni mi allattassero,
Con tenerezza mi abbracciasti, instillandomi una celeste bevanda,
Instillando nel mio petto nascente per primo il sacro respiro.

Non di cibo terreno soltanto prosperano le creature,
Ma tu col tuo nettare, padre! tutte le nutri.
E dalla tua eterna dovizia stilla e si spinge
In tutte le cavità della vita l’aura che anima.
Per questo le creature ti amano e lottano e anelano
In lieta crescita verso di te, con ritmo incessante.

Celeste! non ti cerca la pianta con i suoi occhi,
A te non tende il basso cespuglio le sue timide braccia?
Per trovarti il seme rompe la scorza che lo imprigiona,
Per bagnarsi nella tua onda, nella vita che doni,
Il bosco si scrolla di dosso la neve, come una veste opprimente.
Anche i pesci affiorano e guizzano desiderosi
Sulla superficie splendente del fiume, come se anch’essi
Agognassero a te dalla culla; anche ai nobili animali terrestri
Si invola il passo, quando il desiderio possente,
L’amore segreto di te li coglie, sollevandoli in alto.
Fiero sprezza il suolo il destriero, come acciaio ricurvo
Tende in alto il suo collo, lo zoccolo sfiora appena la sabbia.

Sfiora lo stelo il piede del cervo, quasi per scherzo,
Salta, come uno zefiro, oltre il ruscello che corre schiumando
Da una parte e dall’altra e vaga, quasi invisibile, in mezzo ai cespugli.
Ma i prediletti dall’Etere, loro, gli uccelli felici
Abitano e giocano lieti nella volta eterna del padre!
Spazio abbastanza è per tutti. A nessuno è tracciato un sentiero,
E nella casa si muovono liberi i piccoli e i grandi.
Esultano sul mio capo e anche il cuore desidera
Ascendere a loro, mirabilmente; come dal gentile paese natale,
Scende un cenno dall’alto, e sulle vette delle Alpi
Vorrei andare e da lassù chiamare l’aquila veloce,
Perché, come un tempo tra le braccia di Zeus il beato fanciullo
Dalla prigione mi tragga, alla volta dell’Etere,
Folli in lungo e in largo giriamo; come la vite che erra
Quando le si spezza il bastone, sul quale al cielo si arrampica,
Ci disperdiamo sul suolo e per le plaghe della terra,
Raminghi, andiamo in cerca, padre Etere! invano,
Giacché a spingerci è la voglia di abitare nei tuoi giardini.
Nei flutti del mare, nelle pianure più libere ci gettiamo
Per saziarci e l’onda infinita giocando lambisce
La nostra chiglia e il cuore gioisce della forza del Dio marino.
Ma ciò non gli basta, poiché il più profondo oceano ci attira
Dove più lieve l’onda si muove – e chi, chi potrebbe
Attraccare l’errante vascello a quella costa dorata!

Ma mentre in alto mi tendo nella lontananza che sfuma,
Dove con l’onda azzurra tu abbracci le rive straniere,
Dalle cime fiorite dell’albero scendi con un mormorio,
Padre Etere! e tu stesso lenisci il mio cuore che anela,
E, come un tempo, con i fiori della terra io vivo contento.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Luigi Reitani)

Almanacco delle Muse 1798

da “Friedrich Hölderlin, Tutte le liriche”, “I Meridiani” Mondadori, 2001

∗∗∗

       3.
ALL’ETERE

Nessuno fra gli Dei né fra i mortali
mi educò come te benignamente,
Etere padre! E prima già che al cuore
mi stringesse la madre e mi porgesse
il nutriente seno, mi accogliesti,
Etere, tu soavemente, il sacro
alito tuo nel germogliante petto
a riversarmi, fluido divino.

Non di cibo terreno unicamente,
le creature vivono. Ma tutte
con il nettare tuo, Padre, le nutri:
e dalla tua pienezza sempiterna
un soffio animatore, ecco, prorompe
scorrendo per le vene del creato.
Ti riaman, per ciò, gli esseri tutti:
per ciò, divincolandosi dal suolo,
urgono aneli verso l’alto, a te,
con inesausto giòlito di ascesa.

   Elisio Nume! Oh, non ti cerca forse
con gli sguardi la pianta? Oh, non ti stende
trepide braccia l’umile cespuglio?
Per ritrovarti, il seme prigioniero
rompe la buccia: ed a bagnar le chiome
ne’ tuoi flutti vitali, il bosco scuote
via la neve da sé, veste importuna.
Dal fondo, desiosi, i pesci salgono;
guizzan sul dosso lucido del fiume
quasi in grembo volessero balzarti,
abbandonata la natía dimora.

Volo diventa, ai nobili animali
che la terra nutrisce, il passo usato,
ove d’un tratto, impetuosa brama,
amor di te li investa e li sollevi.
Superbamente, il misero terreno
spregia il cavallo: e mentre il collo aderge
curvo scattante acciaio, appena tocca
la sabbia con gli zoccoli precipiti.
Come a trastullo, va sfiorando il cervo
gli esili steli: e con un balzo varca,
lieve qual lieve zefiro, e rivarca,
il rapinoso rivo che spumeggia.
Indi, appena visibile, divaga
per l’ombre della florida boscaglia.

Ma gli uccelli felici, essi, dell’Etere
i prediletti figli, ecco, riempiono
di lor garruli giuochi i non effimeri
atrii del Padre. E spazio è, qui, bastante
per ciascuno e per tutti: ed a nessuno
un sentiero tracciato il moto astringe.
Vengono tutti e van, liberamente,
grandi e piccini, per la casa immensa.

Giubilandomi alti, ora, sul capo,
n’odo il richiamo: e in prodigioso balzo
gli vola incontro l’émpito del cuore.
V’è qualcosa, lassú, che arride e invita
con un vólto di patria. Ed aggirarmi
vorrei sovra lo cuspidi dell’alpi,
di là chiamare l’aquila veloce,
che dal terreno carcere mi tragga
o mi rapisca, — come un dí rapiva
il fanciullo felice in braccio a Zeus, —
negli aprichi vestiboli paterni.

   Follemente, quaggiú, noi ci smarriamo
vagabondando. E come il tralcio greve
cade ed aberra, se si spezza il palo
onde al cielo cresceva, anche noi tutti
al suolo espansi trabocchiamo, Padre!
E cerchiamo, e vaghiamo senza posa
per le terre del mondo. Inutilmente,
ché de’ giardini tuoi cresce l’anelito.
A sodisfarlo in piú distesi spazii,
noi ci gettiamo per gli aperti oceani.
Scherzano con la chiglia, allora, l’onde
infinite d’intorno: e la potenza
del Dio marino ci rallegra il cuore.
Ma non si placa. Ché lo attrae, là in alto,
un piú profondo oceano, sommosso
dal mareggiar di piú leggieri flutti.
… E chi potrebbe a quelle rive d’oro
spingere, adesso, l’errabonda nave?

Mentre mi struggo in me di desiderio
per quelle lontananze che si sfumano
in crepuscoli eterni, e in cui recingi
ignote plaghe di azzurrini flutti,
ecco tu scendi susurrando lieve
dalle cime degli alberi frondosi,
Etere padre! Le tue mani
mi van placando I‘impeto dell’anima.
E pago corno un dí ritorno a vivere
rasserenato, sulla terra in fiore.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Liriche della natura”, in “La lirica di Hoelderlin”, Vol. I, Riduzione in versi italiani e Saggio biografico critico a cura di Vincenzo Errante, Sansoni, 1943

∗∗∗

ALL’ETERE

Nessuno, tra uomini e Dei, fedele e amico mi crebbe
come te, Etere padre. E prima che la madre
mi prendesse tra le braccia e mi nutrisse al seno,
tenero mi avvolgevi versando bevanda di cielo,
il sacro alito primo sul cuore in germoglio.

Non del solo cibo terrestre è il rigoglio degli esseri,
ma tu li nutri tutti del tuo nettare, o Padre:
e l’aria animatrice per tutte le vene vitali
sgorga, scorre da te, dalla tua eterna pienezza.
Così le creature t’amano e lottano e anelano
a te, senza mai sosta, in un gioioso crescere.

E gli occhi della pianta cercano te, o celeste,
il cespuglio basso tende a te le braccia digiune,
il seme prigioniero infrange a trovarti il suo guscio,
per bagnarsi nell’onda tua colma di vita
la selva scuote via il manto gravoso di neve.
Anche i pesci risalgono e avidi balzano
oltre il piano lucente del fiume come bramassero
te uscendo dalla cuna, e si fa ala il passo
dei nobili animali terrestri se li solleva
spesso la voglia possente, l’amore segreto di te.

Il cavallo spregia fiero il suolo, leva il collo curvo
come d’acciaio, appena lo zoccolo tocca la sabbia,
il piede del cervo come per gioco sfiora gli steli,
balza oltre il ruscello schiumoso come lo zefiro,
vanno qua là i cervi visibili appena nel verde.

Ma i prediletti dell’Etere, gli uccelli felici
abitano paghi e giocosi l’eterna sala del Padre,
ricchi di spazio, tutti, e non hanno sentieri,
liberi nella casa, i piccoli e i grandi.
Salutano sul mio capo allegri e il mio cuore li cerca
meravigliosamente: è come la patria del cuore
che da lassù mi chiama, ed io vorrei sulle Alpi
di vetta in vetta andare invocando l’aquila pronta
che dalla prigionia mi levasse alla sala del Padre
come un tempo il felice ragazzo tra le braccia di Zeus. 

Ci trasciniamo, folli. Noi siamo la vite errabonda
a cui infranto è il sostegno per cui ascendeva nel cielo.
E noi ci estendiamo sul suolo, tentando, vagando,
di clima in clima, o Etere padre, invano. Ci spinge
desiderio di avere dimora nei tuoi giardini.
Ci gettiamo nel flusso, nei liberi piani del mare
per saziarci, e il gioco infinito dell’onda
ci avvolge le chiglie, la forza del mare ci allieta
eppure non ci basta. Ci chiama un Oceano più fondo,
che ha onde più leggere − o coste dorate, lassù,
chi potrà condurre a voi la sua nave errabonda!

Ma mentre io anelo a quelle penombre remote
dove le onde azzurre avvolgono rive straniere
tu scendi, e sulla cima dell’albero in fiore stormisci
o Etere padre, quietando il mio cuore bramoso;
lieta mi è la vita, come un tempo, tra i fiori terrestri.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Enzo Mandruzzato)

da “Friedrich Hölderlin, Le liriche”, Adelphi Edizioni, 1977

A Neuffer. Nel marzo 1794. – Friedrich Hölderlin

Dogwood at Valley Forge by Andrew Wyeth, 1941

 

Ancora torna in me la dolce primavera,
Ancora non invecchia il mio lieto cuore infantile,
Ancora scorre la rugiada d’amore dai miei occhi,
Ancora vivono in me della speranza piacere e dolore.

Ancora mi consola, con dolce delizia degli occhi,
Il cielo azzurro e la verde campagna,
Divina, la natura giovane e benevola
Mi porge il calice della vertigine di gioia.

Coraggio! È degna dei dolori, questa vita,
Finché a noi miseri appare il sole di Dio,
E immagini di un tempo migliore si librano sull’anima,
E con noi piange un occhio amico.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Luigi Reitani)

Almanacco e libriccino per le gioie domestiche e sociali 1797

da “Friedrich Hölderlin, Tutte le liriche”, “I Meridiani” Mondadori, 2001

Hölderlin aveva spedito questi versi a Neuffer da Waltershausen nel marzo del 1794, con una lunga lettera in cui ribadiva i suoi intatti sentimenti di amicizia verso l’antico compagno di studi, dopo le «metamorfosi interiori» seguite alla sua partenza dalla Svevia, lasciando l’amico libero di disporre a proprio piacimento della poesia. Neuffer la farà pubblicare nello stesso anno sulla rivista «Die Einsiedlerinn aus den Alpen». La sua ristampa nel 1796, dopo la morte di Rosine Stäudlin e insieme alle due poesie a lei dedicate, con il titolo redazionale di Lebensgenuß  (Piacere della vita), conferirà un nuovo valore ai versi. Nel 1825 Neuffer li riprenderà con il titolo Trost (Consolazione) nel suo Taschenbuch von der Donau, intervenendo arbitrariamente con alcune modifiche.

∗∗∗

An Neuffer. Im Merz. 1794.

Noch kehrt in mich der süße Früling wieder,
Noch altert nicht mein kindischfrölich Herz,
Noch rinnt vom Auge mir der Thau der Liebe nieder,
Noch lebt in mir der Holhung Lust und Schmerz.

Noch tröstet mich mit süßer Augenwaide
Der blaue Himmel und die grüne Flur,
Mir reicht die Göttliche den Taumelkelch der Freude,
Die jugendliche freundliche Natur.

Getrost! es ist der Schmerzen werth, diß Leben,
So lang uns Armen Gottes Sonne scheint,
Und Bilder beßrer Zeit um unsre Seele schweben,
Und ach! mit uns ein freundlich Auec weint.

Friedrich Hölderlin

da “Friedrich Hölderlin: Gedichte”, Stuttgart u. a., 1826

Prima pubblicazione in «Die Einsiedlerinn aus den Alpen. Zur Unterhaltung u. Belehrung für Deutschlands un Helvetiens Töchter», a cura di M.A. Ehrmann, 1794, fascicolo 3, n. 7, Orell, Geßner, Füßli & comp., Zürich 1794, p. 35, firmata Hölderlin; seconda pubblicazione in Almanach und Taschenbuch für haeusliche und gesellschaftl. Freuden 1797, a cura di C. Lang, Guilhaumann-Lang, Frankfurt a. M.-Heilbronn am Nekar 1796, p. 223, firmata Hölderlin.

A mezzo la vita – Friedrich Hölderlin

Caspar David Friedrich, Schwaene im Schilf, circa 1820

3.

     Ricche di frutti gialli,
fiorite di rose selvagge,
si specchiano le rive
nel lago.
E voi, cigni soavi,
il capo tuffate per entro
la casta santità dell’acqua,
ebri di baci.

     Ma come, ahimè, discendano
le nebbie d’inverno,
ove sarà ch’ io trovi,
coi fiori e la luce del sole,
un’ombra almeno della dolce terra?
I muri stanno
àfoni e freddi:
scosse, sui tetti, gemono
le banderuole
nel vento.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Liriche del tragico presagio”, in “Vincenzo Errante, La lirica di Hoelderlin”, Vol. I, Riduzione in versi italiani, Sansoni, 1943

∗∗∗

Hälfte des Lebens

     Mit gelben Birnen hänget
Und voll mit wilden Rosen
Das Land in den See,
Ihr holden Schwäne,
Und trunken von Küssen
Tunkt ihr das Haupt
Ins heilignüchterne Wasser.

     Weh mir, wo nehm’ ich, wenn
Es Winter ist, die Blumen, und wo
Den Sonnenschein,
Und Schatten der Erde?
Die Mauern stehn
Sprachlos und kalt, im Winde
Klirren die Fahnen.

Friedrich Hölderlin

da “Nachtgesänge”, in “Taschenbuch für das Jahr”, 1805

Alle Parche – Friedrich Hölderlin

Sir Edward John Pointer, Erato, Muse of Poetry, 1870

4.

    Solo una estate, Onnipotenti, datemi
ed un autunno a maturarmi il canto;
cosí che, sazio di quel dolce giuoco,
piú volentieri mi si fermi il cuore!

    L’anima, a cui negò la vita in dono
il suo santo diritto, non ha pace
neppur laggiú nell’Erebo profondo…

    Ma se raggiunger mi sia dato un giorno
te, che a cuor mi stai nel mondo sola,
divina Poesia, —  ben venga allora
il silenzio dell’ombra sempiterna!

    Pago sarò, se pur non mi accompagni
il suono di mie corde… Un solo istante,
vissuto in terra avrò come gli Dei…
Ed altro io piú non chiedo al mio destino.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Liriche del ripiegamento lirico”, in “Vincenzo Errante, La lirica di Hoelderlin”, Vol. I, Riduzione in versi italiani, Sansoni, 1943

***

An die Parzen

Nur Einen Sommer gönnt, ihr Gewaltigen!
Und einen Herbst zu reifem Gesänge mir,
Daß williger mein Herz, vom süßen
Spiele gesättiget, dann mir sterbe.

Die Seele, der im Leben ihr göttlich Recht
Nicht ward, sie ruht auch drunten im Orkus nicht;
Doch ist mir einst das Heil’ge, das am
Herzen mir liegt, das Gedicht gelungen,

Willkommen dann, o Stille der Schatten weit!
Zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
Mich nicht hinab geleitet; Einmal
Lebt ich, wie Götter, und mehr bedarfs nicht.

Friedrich Hölderlin

da “Gedichte”, Stuttgart, J.G. Cotta, 1847

Il canto di Iperione sul Destino – Friedrich Hölderlin

Armand Point, Eternal Chimera, 1896

2.

    Circonfusi di luce,
per morbide plaghe,
voi vi aggirate lassú,
Numi beati!
E vi disfiorano
le fulgide brezze celesti
lievi
come musiche dita
le sacre corde dell’arpa.

    Non oppressi dal Fato
respiran gli Dei
col dolce respiro
del tenero bimbo nel sonno.
In umile boccio raccolta,
immacolata,
eternamente fiorisce
l’anima loro:
e gli occhi beati
guardano sereni
in una imperitura chiarità.

    Ma la sorte, ai mortali,
destina
non trovar pace
in verun luogo, mai.
Scompaiono
cadendo ciechi
da un’ora nell’altra,
com’acqua montana scagliata
di rupe in rupe
pel corso degli anni
verso l’Ignoto
laggiú.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Liriche sulle sorti umane nel mondo”, in “Vincenzo Errante, La lirica di Hoelderlin”, Vol. I, Riduzione in versi italiani, Sansoni, 1943

***

Hyperions Schiksaalslied

Ihr wandelt droben im Licht
Auf weichem Boden, seelige Genien!
Glänzende Götterlüfte
Rühren euch leicht,
Wie die Finger der Künstlerin
Heilige Saiten.

Schiksaallos, wie der schlafende
Säugling, athmen die Himmlischen;
Keusch bewahrt
In bescheidener Knospe,
Blühet ewig
Ihnen der Geist,
Und die seeligen Augen
Bliken in stiller
Ewiger Klarheit.

Doch uns ist gegeben,
Auf keiner Stätte zu ruhn,
Es schwinden, es fallen
Die leidenden Menschen
Blindlings von einer
Stunde zur andern,
Wie Wasser von Klippe
Zu Klippe geworfen,
Jahr lang ins Ungewisse hinab.

Friedrich Hölderlin

da “Gedichte”, Stuttgart, J.G. Cotta, 1847