Afterglow – Jorge Luis Borges

Roberto Nespola, Torvaianica, febbraio 2021

 

È sempre emozionante il tramonto,
indigente o sgargiante che sia,
ma ancora più emoziona
quel bagliore finale e disperato 
che arrugginisce la pianura
quando l’estremo sole ultimo s’inabissa.
Fa male sostenere quella luce tesa e diversa,
quell’illusione che impone allo spazio
l’unanime timore della tenebra
e che a un tratto svanisce
quando ne percepiamo la fallacia,
come svaniscono i sogni
quando scopriamo di sognare.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Tommaso Scarano)

da “Fervore di Buenos Aires”, Adelphi, 2010

***

Afterglow

Siempre es conmovedor el ocaso
por indigente o charro que sea,
pero más conmovedor todavía
es aquel brillo desesperado y final
que herrumbra la llanura
cuando el sol último se ha hundido.
Nos duele sostener esa luz tirante y distinta,
esa alucinación que impone al espacio
el unánime miedo de la sombra
y que cesa de golpe
cuando notamos su falsía,
como cesan los sueños
cuando sabemos que soñamos.

Jorge Luis Borges

da “Fervor de Buenos Aires”, Serrantes, Buenos Aires, 1923

I bambini – Juan Gelman

Foto di Robert Doisneau

 

Vi ringrazio di esserci, di sorgere.
Puri, azzurri, puliti, affacciati da dietro la camicia, con il
sorriso addosso, l’uccellino al suo posto, lo stupore anche.

Sotto i vostri grembiuli la tenerezza schiamazza e ancora
credete all’aria, al fiore, al cielo, agli angoli.

Vivete! Che vivano i bambini e la loro grande campana,
che rintocca a morto, a uomo, quando crescono!

Lasciate allora, oh ciechi, che io vada ai bambini.

Juan Gelman

(Traduzione di Laura Branchini)

da IL GIOCO IN CUI STIAMO

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVII, Luglio/Agosto 2014, N. 295, Crocetti Editore

∗∗∗

Los niños

Les agradezco estar, amanecer.
Puros, azules, limpios, asomándose detrás de la camisa,
con la sonrisa puesta, el pájaro en su sitio, el asombro en
su lugar.

Bajo sus delantales la ternura hace ruido, y todavía creen
en el aire, en la flor, en el cielo, en los rincones.

¡Vivan! ¡Vivan los niños y su gran campana, tocando a
muerto, a hombre, cuando crecen!

Dejad entonces, ciegos, que yo vaya a los niños.

Juan Gelman

da “El juego en que andamos”, 1959, in «Juan Gelman – Poesía reunida», 1956-2010,  Barcelona, Ed. Seix Barral, 2012

Referenze, dati personali – Juan Gelman

Juan Gelman

 

Io sono stato fatto dagli uomini che vanno sotto il cielo del mondo
cercano il bagliore dell’aurora
curano la vita come un fuoco.

Mi hanno insegnato a difendere la luce che canta commossa
mi hanno portato una speranza che non basta sognare
e da tale speranza io conosco i miei fratelli.

Allora rido contemplando il mio cognome, la mia faccia nello specchio,
so che non mi appartengono
in essi voi sventolate un fazzoletto
allungate una mano e grazie a lei non sono solo.

In voi la mia morte cessa di morire.
Anni futuri che avremo preparato
conserveranno la mia dolce fede nella tenerezza,
l’assemblea del mondo sarà un bambino riunito.

Juan Gelman

(Traduzione di Laura Branchini)

da IL GIOCO IN CUI STIAMO

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVII, Luglio/Agosto 2014, N. 295, Crocetti Editore

∗∗∗

Referencias, datos personales

A mí me han hecho los hombres que andan bajo el cielo del mundo
buscan el brillo de la madrugada
cuidan la vida como un fuego.

Me han enseñado a defender la luz que canta conmovida
me han traído una esperanza que no basta soñar
y por esa esperanza conozco a mis hermanos.

Entonces río contemplando mi apellido, mi rostro en elespejo
yo sé que no me pertenecen
en ellos ustedes agitan un pañuelo
alargan una mano por la que no estoy solo.

En ustedes mi muerte termina de morir.
Años futuros que habremos preparado
conservarán mi dulce creencia en la ternura,
la asamblea del mundo será un niño reunido.

Juan Gelman

da “El juego en que andamos”, 1959, in «Juan Gelman – Poesía reunida», 1956-2010,  Barcelona, Ed. Seix Barral, 2012

Mestiere – Juan Gelman

Juan Gelman

 

Quando iniziando il verso io mi spiazzo
o non entra un avverbio e mi si spezza
tutta la musica, la forma guarda
col suo mostruoso volto di abortita,
l’aria mi fa male, soffro il sostantivo,
penso che bello andare sotto gli alberi
o far lo spaccapietre o essere passerotto
e preoccuparsi del nido e della
passerotta e i piccoli, sì, che bello,
chi me lo dice di mettermi, endecasillabo,
a cantare, chi me lo dice
di afferrarmi il cervello con le mani,
il cuore con i verbi, la camicia
per le punte ed esprimermi,
chi me lo dice, ti domando, essendo juan,
un juan così semplice coi suoi pantaloni,
i suoi amiconi, il suo lavoro e la sua
condannata abitudine di esser vivo,
chi me lo dice di andare gravido di frasi,
di calzare un cappello immaginario, di andare
ad aspettare una rima lì all’angolo di strada
come un fidanzato puntuale e disgraziato,
chi me lo dice di litigare con la grammatica,
maledirmi la notte, digrignare
fieramente, negarmi, rinnegare,
gemere, piangere, che bello è il passerotto
con la sua passerotta, i suoi piccoli e
il suo nido, il suo capriccio di esser grigio,

o far lo spaccapietre, dammi retta amico,
io scambio sogni e musica e anche i versi
per un piccone, pala e una carriola.
Ad una condizione:
                                  lasciami un poco
di questo maledetto piacere di cantare.

Juan Gelman

(Traduzione di Laura Branchini)

da VIOLINO E ALTRE QUESTIONI

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVII, Luglio/Agosto 2014, N. 295, Crocetti Editore

∗∗∗

Oficio

Cuando al entrar al verso me disloco
o no cabe un adverbio y se me quiebra
toda la música, la forma mira
con su monstruoso rostro de abortado,
me duele el aire, sufro el sustantivo,
pienso qué bueno andar bajo los árboles
o ser picapedrero o ser gorrión
y preocuparse por el nido y la
gorriona y los pichones, sí, qué bueno,
quién me manda meterme, endecasílabo,
a cantar, quién me manda
agarrame el cerebro con las manos,
el corazón con verbos, la camisa
a dos puntas y exprimirme,
quién me manda, te digo, siendo juan,
un juan tan simple con sus pantalones,
sus amigotes, su trabajo y su
condenada costumbre de estar vivo,
quién me manda andar grávido de frases,
calzar sombrero imaginario, ir
a esperar una rima en esa esquina
como un novio puntual y desdichado,
quién me manda pelear con la gramática,
maldecirme de noche, rechinar
fieramente, negarme, renegar,
gemir, llorar, qué bueno está el gorrión
con su gorriona, sus pichones y
su nido, su capricho de ser gris,

o ser picapedrero, óigame amigo,
cambio sueños y músicas y versos
por una pica, pala y carretilla.
Con una condición:
                                 déjeme un poco
de este maldito gozo de cantar.

Juan Gelman

da “Violín y otras cuestiones”, Gleizer, Buenos Aires, 1956

La patria – Julio Cortázar

Ulf Andersen, Julio Cortazar

 

Questa terra sugli occhi,
questo panno appiccicoso, nero di stelle impassibili,
questa notte continua, questa distanza.
Ti amo, paese buttato a mare, pesce a pancia in su,
povera ombra di paese, pieno di venti,
di monumenti e gigionate,
di orgoglio senza oggetto, soggetto ad assalti,
preso a sputi ubriaco inoffensivo che impreca e sventola bandierine,
distribuisce coccarde sotto la pioggia, e schizza
di bava e stupore campi di calcio e ring.

Poveri negri.

Stai bruciando a fuoco lento, e dov’è il fuoco,
dov’è chi si mangia la carne e ti tira gli ossi?
Delinquenti, gagà, signori e papponi.
deputati, oche dal doppio cognome,
grassone che lavorano a maglia nell’atrio, maestre, parroci, notai.
centravanti, pesi leggeri. Fangio da solo, primi tenenti,
colonnelli. generali, marinai, sanità, carnevali, vescovi,
bagualas, chamamés, malambos, mambi, tanghi,
segreterie, sottosegreterie, capi. controcapi, partite a truco con rilanci. E che cazzo,
se la casetta era il suo sogno, se lo hanno ucciso in una rissa,
se prendi, intaschi e porti via

Liquidazione forzata, svendita totale.

Ti amo, paese gettato sul marciapiede, scatola di fiammiferi vuota,
ti amo, secchio della spazzatura che si portano via su un affusto di cannone
avvolto nella bandiera che ci ha lasciato Belgrano,
mentre le vecchie piangono alla veglia, e il mate scorre
con il suo verde conforto, lotteria del povero,
e in ogni appartamento c’è qualcuno che è nato facendo discorsi
per qualcun altro che è nato per  ascoltarli e spellarsi le mani.
Poveri negri che accumulano voglia di essere bianchì,
poveri bianchi che vivono un carnevale da negri,
che totocalcio, fratello mio, a Boedo, alla Boca,
a Palermo e a Barracas, sui ponti, fuori,
nei ranchos che arrestano il sudiciume della pampa,
nelle case imbiancate dal silenzio del nord,
nelle lamiere zincate dove il freddo si struscia,
nella Plaza de Mayo dove è di ronda la morte vestita da Menzogna.
Ti amo, paese nudo che sogna uno smoking,
vicecampione del mondo in ogni cosa, in tutto ciò che si presenta,
terza posizione, energia nucleare, giustizialismo, vacche,
tango, coraggio, pugni, arguzia ed eleganza.
Così triste nel più profondo del grido, così malridotto
nel meglio della baldoria, così baldanzoso al momento dell’autopsia.
Ma ti amo, paese di fango, e anche altri ti amano, e qualcosa
nascerà da questo sentimento. Oggi è distanza, fuga,
non ti immischiare, che ci vuoi fare, dai che ce la fai, pazienza.
La terra fra le dita, l’immondizia negli occhi,
essere argentini è essere tristi,
essere argentini è essere lontani.
E non dire: domani,
perché basta essere debole adesso.
Mentre nascondo la faccia
(il poncho te lo lascio, folclorista imbecille)
ricordo una stella in piena campagna,
ricordo un’alba sull’altopiano,
Tilcara un pomeriggio, Paraná fragrante,
Tupungata aspra, un volo di fenicotteri
che bruciavano un orizzonte di paludi.
Ti amo, paese, fazzoletto sporco, con le tue vie
piene di manifesti peronisti, ti amo
senza speranza e senza rimedio, senza ritorno e senza diritto,
solo da lontano e amareggiato e di notte.

Julio Cortázar

(Traduzione di Eleonora Mogavero)

da “Il giro del giorno in ottanta mondi”, Alet, 2006

∗∗∗

La patria

Esta tierra sobre los ojos,
este paño pegajoso, negro de estrellas impasibles,
esta noche continua, esta distancia.
Te quiero, país tirado más abajo del mar, pez panza arriba,
pobre sombra de país, lleno de vientos,
de monumentos y espamentos,
de orgullo sin objeto, sujeto para asaltos,
escupido curdela inofensivo puteando y sacudiendo banderitas,
repartiendo escarapelas en la lluvia, salpicando
de babas y estupor canchas de fútbol y ringsides.

Pobres negros.

Te estás quemando a fuego lento, y dónde el fuego,
dónde el que come los asados y te tira los huesos.
Malandras, cajetillas, señores y cafishos,
diputados, tilingas de apellido compuesto,
gordas tejiendo en los zaguanes, maestras normales, curas, escribanos,
centroforwards, livianos, Fangio solo, tenientes primeros,
coroneles, generales, marinos, sanidad, carnavales, obispos,
bagualas, chamamés, malambos, mambos, tangos,
secretarías, subsecretarías, jefes, contrajefes, truco,
contraflor al resto. Y qué carajo,
si la casita era su sueño, si lo mataron en
pelea, si usted lo ve, lo prueba y se lo lleva.

Liquidación forzosa, se remata hasta lo último.

Te quiero, país tirado a la vereda, caja de fósforos vacía,
te quiero, tacho de basura que se llevan sobre una cureña
envuelto en la bandera que nos legó Belgrano,
mientras las viejas lloran en el velorio, y anda el mate
con su verde consuelo, lotería del pobre,
y en cada piso hay alguien que nació haciendo discursos
para algún otro que nació para escucharlos y pelarse las manos.
Pobres negros que juntan las ganas de ser blancos,
pobres blancos que viven un carnaval de negros,
qué quiniela, hermanito, en Boedo, en la Boca,
en Palermo y Barracas, en los puentes, afuera,
en los ranchos que paran la mugre de la pampa,
en las casas blanqueadas del silencio del norte,
en las chapas de zinc donde el frío se frota,
en la Plaza de Mayo donde ronda la muerte trajeada de Mentira.
Te quiero, país desnudo que sueña con un smoking,
vicecampeón del mundo en cualquier cosa, en lo que salga,
tercera posición, energía nuclear, justicialismo, vacas,
tango, coraje, puños, viveza y elegancia.
Tan triste en lo más hondo del grito, tan golpeado
en lo mejor de la garufa, tan garifo a la hora de la autopsia.
Pero te quiero, país de barro, y otros te quieren, y algo
saldrá de este sentir. Hoy es distancia, fuga,
no te metás, qué vachaché, dale que va, paciencia.
La tierra entre los dedos, la basura en los ojos,
ser argentino es estar triste,
ser argentino es estar lejos.
Y no decir: mañana,
porque ya basta con ser flojo ahora.
Tapándome la cara
(el poncho te lo dejo, folklorista infeliz)
me acuerdo de una estrella en pleno campo,
me acuerdo de un amanecer de puna,
de Tilcara de tarde, de Paraná fragante,
de Tupungato arisca, de un vuelo de flamencos
quemando un horizonte de bañados.
Te quiero, país, pañuelo sucio, con tus calles
cubiertas de carteles peronistas, te quiero
sin esperanza y sin perdón, sin vuelta y sin derecho,
nada más que de lejos y amargado y de noche.

Julio Cortázar

da “La vuelta al día en ochenta mundos”, Siglo Veintiuno, 2005