Restituzione – Julio Cortázar

Julio Cortázar in Paris in 1978

 

Se della tua bocca non so che la tua voce
e dei tuoi seni solo il verde o l’arancione delle bluse,
come posso iattarmi di avere di te
più della grazia di un’ombra che passa sull’acqua.
Nella memoria porto gesti, la moina che tanto
felice mi faceva, e questo modo di restartene
in te stessa, con il curvo riposo
di una immagine d’avorio.
Non è gran cosa questo tutto che mi resta.
In più opinioni, collere, teorie,
nomi di fratelli e sorelle,
l’indirizzo postale e il numero del telefono,
cinque fotografie, un profumo di capelli,
una pressione di piccolette mani fra le quali nessuno direbbe
che mi si nasconde il mondo.
Questo tutto me lo porto senza sforzo, perdendolo poco a poco.
Non inventerò l’inutile menzogna della perpetuità,
meglio passare i ponti con le mani
piene di te,
tirando via a piccoli pezzi il mio ricordo,
dandolo alle colombe, ai fedeli
passeri, che ti mangino
fra canti, arruffio e svolazzi.

Julio Cortázar

(Traduzione di Gianni Toti)

da “Le ragioni della collera”, Edizioni Fahrenheit 451, 1995

***

Restitución

Si de tu boca no sé más que la voz
y de tus senos sólo el verde o el naranja de las blusas,
cómo jactarme de tener de ti
más que la gracia de una sombra que pasa sobre el agua.
En la memoria llevo gestos, el mohín
que tan feliz me hacía, y ese modo
de quedarte en ti misma, con el curvo
reposo de una imagen de marfil.
No es gran cosa ese todo que me queda.
Además opiniones, cóleras, teorías,
nombres de hermanos y de hermanas,
la dirección postal y telefónica,
cinco fotografías, un perfume de pelo,
una presión de manos pequeñitas donde nadie diría
que se me esconde el mundo.
Todo lo llevo sin esfuerzo, perdiéndolo de a poco.
No inventaré la inútil mentira de la perpetuidad,
mejor cruzar los puentes con las manos
ileanas de ti
tirando a pedacitos mi recuerdo,
dándolos a las palomas, a los fieles
gorriones, que te coman
entre cantos y bullas y aleteos.

Julio Cortázar

da “Pameos y meopas”, Barcelona: OCNOS, Editorial Llibres De Sinera, 1971

Elegia del ricordo impossibile – Jorge Luis Borges

 

Che cosa non darei per la memoria
di una strada sterrata fra muri bassi
e di un alto cavaliere che riempie l’alba
(lungo e sdrucito il poncho)
in uno dei giorni della pianura,
un giorno senza data.
Che cosa non darei per la memoria
di mia madre che contempla il mattino
nella tenuta di Santa Irene,
ignara che il suo nome sarebbe stato Borges.
Che cosa non darei per la memoria
d’essermi battuto a Cepeda
e di aver visto Estanislao del Campo
salutare la prima pallottola
con l’esultanza del coraggio.
Che cosa non darei per la memoria
di un portone di villa segreta
che mio padre spingeva ogni sera
prima di perdersi nel sonno
e spinse per l’ultima volta
il 14 febbraio del ’38.
Che cosa non darei per la memoria
delle barche di Hengist,
mentre prendono il mare dalle sabbie danesi
per debellare un’isola
che ancora non era l’Inghilterra.
Che cosa non darei per la memoria
(l’ho avuta e l’ho perduta)
di una tela d’oro di Turner,
vasta come la musica.
Che cosa non darei per la memoria
di aver udito Socrate
quando la sera della cicuta
serenamente analizzò il problema
dell’immortalità,
alternando i miti e le ragioni
mentre la morte azzurra lo invadeva
dai piedi fatti gelidi.
Che cosa non darei per la memoria
di te che avessi detto che mi amavi
e di non aver dormito fino all’alba,
straziato e felice.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Tommaso Scarano)

da “La moneta di ferro”, Adelphi, 2008

***

Elegía del recuerdo imposible

Qué no daría yo por la memoria
de una calle de tierra con tapias bajas
y de un alto jinete llenando el alba
(largo y raído el poncho)
en uno de los días de la llanura,
en un día sin fecha.
Qué no daría yo por la memoria
de mi madre mirando la mañana
en la estancia de Santa Irene,
sin saber que su nombre iba a ser Borges.
Qué no daría yo por la memoria
de haber combatido en Cepeda
y de haber visto a Estanislao del Campo
saludando la primer bala
con la alegría del coraje.
Qué no daría yo por la memoria
de un portón de quinta secreta
que mi padre empujaba cada noche
antes de perderse en el sueño
y que empujó por última vez
el 14 de febrero del 38.
Qué no daría yo por la memoria
de las barcas de Hengist,
zarpando de la arena de Dinamarca
para debelar una isla
que aún no era Inglaterra.
Qué no daría yo por la memoria
(la tuve y la he perdido)
de una tela de oro de Turner,
vasta como la música.
Qué no daría yo por la memoria
de haber oído a Sócrates
que, en la tarde de la cicuta,
examinó serenamente el problema
de la inmortalidad,
alternando los mitos y las razones
mientras la muerte azul iba subiendo
desde los pies ya fríos.
Qué no daría yo por la memoria
de que me hubieras dicho que me querías
y de no haber dormido hasta la aurora,
desgarrado y feliz.

Jorge Luis Borges

da “La moneta de hierro”, Emecé Editores, Buenos Aires, 1996

L’ultima innocenza – Alejandra Pizarnik

Kristamas Klousch, Untitled, 2013

 A León Ostrov                                    
SALVAZIONE

Fugge l’isola
E la ragazza riprende a scalare il vento
e a scoprire la morte dell’uccello profeta
Ora
è il fuoco sottomesso
Ora
è la carne
   la foglia
   la pietra
perduti nella fonte del tormento
come il navigante nell’orrore della civiltà
che purifica la caduta della notte
Ora
la ragazza trova la maschera dell’infinito
e rompe il muro della poesia.

QUALCOSA

notte che te ne vai
dammi la mano

opera d’angelo che freme
i giorni si suicidano

perché?

notte che te ne vai
buonanotte

QUELLA CON GLI OCCHI APERTI

la vita gioca nella piazza
con l’essere che non fui mai

ed eccomi qua

balla pensiero
sulla fune del mio sorriso

e tutti dicono è finito ed è

sta finendo
sta finendo
il mio cuore
apre la finestra

vita
eccomi qua

la mia vita
il mio sangue solo e intirizzito
batte sul mondo

ma voglio sapermi viva
ma non voglio parlare
della morte
né delle sue strane mani.

ORIGINE

Occorre salvare il vento
Gli uccelli bruciano il vento
sui capelli della donna solitaria
che ritorna dalla natura
e tesse tormenti
Occorre salvare il vento

L’INNAMORATA

Questa lugubre mania di vivere
questa recondita facezia di vivere
ti trascina alejandra non lo negare.

oggi ti sei guardata allo specchio
e ti sei sentita triste eri sola
la luce ruggiva l’aria cantava
ma il tuo amato non ha fatto ritorno

manderai messaggi sorriderai
farai ondeggiare le mani così tornerà
il tuo amato tanto amato

odi la demente sirena che lo rubò
la nave con i barbigli di spuma
in cui morirono le risa
ricordi l’ultimo abbraccio
oh niente angoscia
ridi nel fazzoletto piangi a crepapelle
però chiudi le porte del tuo volto
affinché non dicano poi
che quella donna innamorata eri tu

ti rodono i giorni
t’incolpano le notti
ti fa male la vita tanto tanto
disperata, dove vai?
disperata, nient’altro!

CANTO

il tempo ha paura
la paura ha tempo
la paura

passeggia per il mio sangue
strappa i miei migliori frutti
devasta la mia pietosa muraglia

distruzione delle distruzioni
soltanto distruzione

e paura
molta paura
paura.

CENERI

La notte si è scheggiata in stelle
mentre mi guardava sconvolta
l’aria scaglia odio
il volto abbellito
dalla musica.

Presto ce ne andremo

Sogno arcano
avo del mio sorriso
il mondo è emaciato
e c’è il lucchetto ma non le chiavi
e c’è pavore ma non lacrime.

Che ne farò di me?

Perché a Te devo ciò che sono

Ma non ho domani

Perché a Te…

La notte soffre.

SOGNO

Esploderà l’isola del ricordo
La vita sarà una manifestazione di candore
Prigione
per i giorni senza ritorno
Domani
i mostri del bosco distruggeranno la spiaggia
sul vetro del mistero
Domani
la lettera sconosciuta troverà le mani dell’anima

NOTTE
Quoi, toujours? Entre moi sans cesse et le bonheur!
G. De Nerval

Forse stanotte non è notte,
dev’essere un sole orrendo, o
altro, o qualsiasi cosa…
Che ne so! Mancano le parole,
manca il candore, manca la poesia
quando il sangue piange e piange!

Potessi essere così felice stanotte!
Se solo mi fosse dato palpare
le ombre, udire passi,
dire «buonanotte» a chiunque
porti a spasso il suo cane,
guarderei la luna, se chiamassi la sua
strana lattescenza, inciamperei
a caso nei sassi, come avviene.

Ma c’è qualcosa che rompe la pelle,
una furia cieca
che scorre nelle mie vene.
Voglio uscire! Cerbero dell’anima:
Lasciami, lascia che penetri il tuo sorriso!

Potessi essere così felice stanotte!
Restano ancora sogni che si sono attardati.
E tanti libri! E tante luci!
E i miei pochi anni! Perché no?
La morte è lontana. Non mi guarda.
Tanta vita Signore!
Tanta vita per cosa?

SOLAMENTE

ormai comprendo la verità

scoppia sui miei desideri

e sulle mie disgrazie
sui miei dissensi
sulle mie dissennatezze
sui miei deliri

ormai comprendo la verità

adesso
alla ricerca della vita

IN ATTESA DEL BUIO

Quell’istante che non si scorda
Così vuoto restituito dalle ombre
Così vuoto rifiutato dagli orologi
Quel povero istante adottato dalla mia tenerezza
Nudo nudo di sangue di ali
Senza occhi per ricordare angosce d’un tempo
Senza labbra per raccogliere il succo delle violenze
Perdute nel canto dei gelidi campanili.

Proteggilo bambina cieca d’alma
Rivestilo dei tuoi capelli canditi dal fuoco
Abbraccialo piccola statua di terrore
Indicagli il mondo messo a soqquadro ai tuoi piedi
Ai tuoi piedi dove muoiono le rondini
Tremanti di pavore di fronte al futuro
Digli che i sospiri del mare
Inumidiscono le sole parole
Per le quali vale la pena vivere.

Ma quell’istante madido di nulla
Rannicchiato nella grotta del destino
Senza mani per dire mai
Senza mani per regalare farfalle
Ai bambini morti

L’ULTIMA INNOCENZA

Partire
in corpo e anima
partire.

Partire
sbarazzarsi degli sguardi
opprimenti pietre
che dormono in gola.

Devo partire
niente più inerzia sotto il sole
niente più sangue abbattuto
niente più mettersi in fila per morire.

Devo partire

Però lanciati, viaggiatrice!

 BALLATA DELLA PIETRA CHE PIANGE
A Josefina Gómez Errázuris

la morte muore dalle risate ma la vita
muore di pianto ma la morte ma la vita
ma niente niente niente

SEMPRE
A Rubén Vela

Stanca del fragore magico delle vocali
Stanca d’inquisire con gli occhi levati
Stanca dell’attesa dell’io di passaggio
Stanca di quell’amore che non accadde
Stanca dei miei piedi che sanno soltanto camminare
Stanca dell’insidiosa fuga di domande
Stanca di dormire e di non potermi guardare
Stanca di aprire la bocca e di bere il vento
Stanca di sostenere le stesse viscere
Stanca del mare indifferente alle mie angosce
Stanca di Dio! Stanca di Dio!
Stanca infine delle morti di turno
in attesa della sorella maggiore
l’altra la gran morte
dolce dimora per tanta stanchezza.

POESIA PER EMILY DICKINSON

Sull’altra sponda della notte
l’attende il suo nome,
il suo surrettizio anelito di vivere,
sull’altra sponda della notte!

Qualcosa piange nell’aria,
i suoni creano l’alba.

Lei pensa all’eternità.

UN NOME SOLTANTO

alejandra alejandra
sotto ci sono io
alejandra

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Roberta Buffi)

da “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, LietoColle, 2018

∗∗∗

LA ÚLTIMA INOCENCIA
A León Ostrov
 SALVACIÓN

Se fuga la isla
Y la muchacha vuelve a escalar el viento
y a descubrir la muerte del pájaro profeta
Ahora
es el fuego sometido
Ahora
es la carne
    la hoja
    la piedra
perdidos en la fuente del tormento
como el navegante en el horror de la civilización
que purifica la caída de la noche
Ahora
la muchacha halla la máscara del infinito
y rompe el muro de la poesía

ALGO

noche que te vas
dame la mano

obra de ángel bullente
los días se suicidan

¿por qué?

noche que te vas
buenas noches

LA DE LOS OJOS ABIERTOS

la vida juega en la plaza
con el ser que nunca fui
 
y aquí estoy
 
baila pensamiento
en la cuerda de mi sonrisa
 
y todos dicen esto pasó y es
 
va pasando
va pasando
mi corazón
abre la ventana
 
vida
aquí estoy
 
mi vida
mi sola y aterida sangre
percute en el mundo
 
pero quiero saberme viva
pero no quiero hablar
de la muerte
ni de sus extrañas manos

ORIGEN

Hay que salvar al viento
Los pájaros queman el viento
en los cabellos de la mujer solitaria
que regresa de la naturaleza
y teje tormentos
Hay que salvar al viento

LA ENAMORADA

esta lúgubre manía de vivir
esta recóndita humorada de vivir
te arrastra alejandra no lo niegues.
 
hoy te miraste en el espejo
y te fue triste estabas sola
la luz rugía el aire cantaba
pero tu amado no volvió
 
enviarás mensajes sonreirás
tremolarás tus manos así volverá
tu amado tan amado
 
oyes la demente sirena que lo robó
el barco con barbas de espuma
donde murieron las risas
recuerdas el último abrazo
oh nada de angustias
ríe en el pañuelo llora a carcajadas
pero cierra las puertas de tu rostro
para que no digan luego
que aquella mujer enamorada fuiste tú
 
te remuerden los días
te culpan las noches
te duele la vida tanto tanto
desesperada, ¿adónde vas?
desesperada ¡nada más

CANTO

el tiempo tiene miedo
el miedo tiene tiempo
el miedo
 
pasea por mi sangre
arranca mis mejores frutos
devasta mi lastimosa muralla
 
destrucción de destrucciones
sólo destrucción
 
y miedo
mucho miedo
miedo

CENIZAS

La noche se astilló en estrellas
mirándome alucinada
el aire arroja odio
embellecido su rostro
con música.
 
Pronto nos iremos
 
Arcano sueño
antepasado de mi sonrisa
el mundo está demacrado
y hay candado pero no llaves
y hay pavor pero no lágrimas.
 
¿Qué haré conmigo?
 
Porque a Ti te debo lo que soy
 
Pero no tengo mañana
 
Porque a Ti te…
 
La noche sufre.

SUEÑO

Estallará la isla del recuerdo
La vida será un acto de candor
Prisión
para los días sin retorno
Mañana
los monstruos del bosque destruirán la playa
sobre el vidrio del misterio
Mañana
la carta desconocida encontrará las manos del alma

NOCHE
Quoi, toujours? Entre moi sans cesse et le bonheur!
G. De Nerval

Tal vez esta noche no es noche,
debe ser un sol horrendo, o
lo otro, o cualquier cosa…
¡Qué sé yo! ¡Faltan palabras,
falta candor, falta poesía
cuando la sangre llora y llora!

¡Pudiera ser tan feliz esta noche!
Si sólo me fuera dado palpar
las sombras, oír pasos,
decir «buenas noches» a cualquiera
que pasease a su perro,
miraría la luna, dijera su
extraña lactescencia, tropezaría
con piedras al azar, como se hace.

Pero hay algo que rompe la piel,
una ciega furia
que corre por mis venas.
¡Quiero salir! Cancerbero del alma:
¡Deja, déjame traspasar tu sonrisa!

¡Pudiera ser tan feliz esta noche!
Aún quedan ensueños rezagados.
¡Y tantos libros! ¡Y tantas luces!
¡Y mis pocos años! ¿Por qué no?
La muerte está lejana. No me mira.
¡Tanta vida Señor!
¿Para qué tanta vida?

SOLAMENTE

ya comprendo la verdad

estalla en mis deseos

y en mis desdichas
en mis desencuentros
en mis desequilibrios
en mis delirios

ya comprendo la verdad

ahora
a buscar la vida

A LA ESPERA DE LA OSCURIDAD

Ese instante que no se olvida
Tan vacío devuelto por las sombras
Tan vacío rechazado por los relojes
Ese pobre instante adoptado por mi ternura
Desnudo desnudo de sangre de alas
Sin ojos para recordar angustias de antaño
Sin labios para recoger el zumo de las violencias
Perdidas en el canto de los helados campanarios.

Ampáralo niña ciega de alma
Ponle tus cabellos escarchados por el fuego
Abrázalo pequeña estatua de terror
Señálale el mundo convulsionado a tus pies
A tus pies donde mueren las golondrinas
Tiritantes de pavor frente al futuro
Dile que los suspiros del mar
Humedecen las únicas palabras
Por las que vale vivir.

Pero ese instante sudoroso de nada
Acurrucado en la cueva del destino
Sin manos para decir nunca
Sin manos para regalar mariposas
A los niños muertos

LA ÚLTIMA INOCENCIA

Partir
en cuerpo y alma
partir.

Partir
deshacerse de las miradas
piedras opresoras
que duermen en la garganta.

He de partir
no más inercia bajo el sol
no más sangre anonadada
no más formar fila para morir.

He de partir

Pero arremete, ¡viajera!

BALADA DE LA PIEDRA QUE LLORA
A Josefina Gómez Errázuris

la muerte se muere de risa pero la vida
se muere de llanto pero la muerte pero la vida
pero nada nada nada

SIEMPRE
A Rubén Vela

Cansada del estruendo mágico de las vocales
Cansada de inquirir con los ojos elevados
Cansada de la espera del yo de paso
Cansada de aquel amor que no sucedió
Cansada de mis pies que sólo saben caminar
Cansada de la insidiosa fuga de preguntas
Cansada de dormir y de no poder mirarme
Cansada de abrir la boca y beber el viento
Cansada de sostener las mismas vísceras
Cansada del mar indiferente a mis angustias
¡Cansada de Dios! ¡Cansada de Dios!
Cansada por fin de las muertes de turno
a la espera de la hermana mayor
la otra la gran muerte
dulce morada para tanto cansancio.

POEMA PARA EMILY DICKINSON

Del otro lado de la noche
la espera su nombre,
su subrepticio anhelo de vivir,
¡del otro lado de la noche!

Algo llora en el aire,
los sonidos diseñan el alba.

Ella piensa en la eternidad.

SÓLO UN NOMBRE

alejandra alejandra
debajo estoy yo
alejandra

Alejandra Pizarnik

“La última inocencia”, 1956, in “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Barcelona: Lumen, 2001 

Notte – Alejandra Pizarnik

Alejandra Pizarnik, foto di Sara Facio

Quoi, toujours? Entre moi sans cesse et le bonheur!
G. De Nerval

Forse stanotte non è notte,
dev’essere un sole orrendo, o
altro, o qualsiasi cosa…
Che ne so! Mancano le parole,
manca il candore, manca la poesia
quando il sangue piange e piange!

Potessi essere così felice stanotte!
Se solo mi fosse dato palpare
le ombre, udire passi,
dire «buonanotte» a chiunque
porti a spasso il suo cane,
guarderei la luna, se chiamassi la sua
strana lattescenza, inciamperei
a caso nei sassi, come avviene.

Ma c’è qualcosa che rompe la pelle,
una furia cieca
che scorre nelle mie vene.
Voglio uscire! Cerbero dell’anima:
Lasciami, lascia che penetri il tuo sorriso!

Potessi essere così felice stanotte!
Restano ancora sogni che si sono attardati.
E tanti libri! E tante luci!
E i miei pochi anni! Perché no?
La morte è lontana. Non mi guarda.
Tanta vita Signore!
Tanta vita per cosa?

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Roberta Buffi)

da “L’ultima innocenza”, 1956, in “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Lietocolle, 2018

∗∗∗

NOCHE
Quoi, toujours? Entre moi sans cesse et le bonheur!
G. De Nerval

Tal vez esta noche no es noche,
debe ser un sol horrendo, o
lo otro, o cualquier cosa…
¡Qué sé yo! ¡Faltan palabras,
falta candor, falta poesía
cuando la sangre llora y llora!

¡Pudiera ser tan feliz esta noche!
Si sólo me fuera dado palpar
las sombras, oír pasos,
decir «buenas noches» a cualquiera
que pasease a su perro,
miraría la luna, dijera su
extraña lactescencia, tropezaría
con piedras al azar, como se hace.

Pero hay algo que rompe la piel,
una ciega furia
que corre por mis venas.
¡Quiero salir! Cancerbero del alma:
¡Deja, déjame traspasar tu sonrisa!

¡Pudiera ser tan feliz esta noche!
Aún quedan ensueños rezagados.
¡Y tantos libros! ¡Y tantas luces!
¡Y mis pocos años! ¿Por qué no?
La muerte está lejana. No me mira.
¡Tanta vida Señor!
¿Para qué tanta vida?

Alejandra Pizarnik

da “La última inocencia”, 1956, in “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Barcelona: Lumen, 2001 

Inferno, V, 129 – Jorge Luis Borges

Anselm Feuerback, Paolo and Francesca, 1864

 

Lascian cadere il libro, ormai già sanno
che sono i personaggi del libro.
(Lo saranno di un altro, l’eccelso,
ma ciò ad essi non importa).
Adesso sono Paolo e Francesca
non due amici che dividono
il sapore di una favola.
Si guardano con incredulo stupore.
Le mani non si toccano.
Hanno scoperto l’unico tesoro:
hanno incontrato l’altro.
Non tradiscono Malatesta
perché il tradimento richiede un terzo
ed esistono solo loro due al mondo.
Sono Paolo e Francesca
ma anche la regina e il suo amante
e tutti gli amanti esistiti
dal tempo di Adamo e la sua Eva
nel prato del Paradiso.
Un libro, un sogno li avverte
che sono forme di un sogno già sognato
nelle terre di Bretagna.
Altro libro farà che gli uomini,
sogni essi pure, li sognino.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Domenico Porzio)

da “La cifra”, “Lo Specchio” Mondadori, 1982

∗∗∗

Inferno, V, 129 

Dejan caer el libro, porque ya saben
que son las personas del libro.
(Lo serán de otro, el máximo,
pero eso qué puede importarles.)
Ahora son Paolo y Francesca,
no dos amigos que comparten
el sabor de una fábula.
Se miran con incrédula maravilla.
Las manos no se tocan.
Han descubierto el único tesoro;
han encontrado al otro.
No traicionan a Malatesta,
porque la traición requiere un tercero
y sólo existen ellos dos en el mundo.
Son Paolo y Francesca
y también la reina y su amante
y todos los amantes que han sido
desde aquel Adán y su Eva
en el pasto del Paraíso.
Un libro, un sueño les revela
que son formas de un sueño que fue soñado
en tierras de Bretaña.
Otro libro hará que los hombres,
sueños también, los sueñen.

Jorge Luis Borges

da “La Cifra”, Alianza Editorial, S. A., Madrid, 1981