Elogio dell’ombra – Jorge Luis Borges

Ferdinando Scianna, Jorge Luis Borges, Palermo, Sicilia, 1984

 

La vecchiaia (è questo il nome che gli altri le danno)
può essere il tempo della nostra felicità.
L’animale è morto o è quasi morto.
Rimangono l’uomo e la sua anima.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che non sono ancora le tenebre.
Buenos Aires,
che prima si lacerava in suburbi
verso la pianura incessante,
è diventata di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le sfocate case dell’Once
e le precarie e vecchie case
che chiamiamo ancora il Sur.
Nella mia vita sono sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e assomiglia all’eternità.
I miei amici non hanno volto,
le donne sono quel che erano molti anni fa,
gli incroci delle strade potrebbero essere altri,
non ci sono lettere sulle pagine dei libri.
Tutto questo dovrebbe intimorirmi,
ma è una dolcezza, un ritorno.
Delle generazioni di testi che ci sono sulla terra
ne avrò letti solo alcuni,
quelli che continuo a leggere nella memoria,
a leggere e a trasformare.
Dal Sud, dall’Est, dall’Ovest, dal Nord,
convergono i cammini che mi hanno portato
nel mio segreto centro.
Quei cammini furono echi e passi,
donne, uomini, agonie, resurrezioni,
giorni e notti,
dormiveglia e sogni,
ogni infimo istante dello ieri
e di tutti gli ieri del mondo,
la ferma spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti,
il condiviso amore, le parole,
Emerson e la neve e tante cose.
Adesso posso dimenticarle. Arrivo al mio centro,
alla mia algebra, alla mia chiave,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Livio Bacchi Wilcock)

da “Jorge Luis Borges, Poesie”, BUR, Milano, 2004 

***

Elogio de la sombra

La vejez (tal es el nombre que los otros le dan)
puede ser el tiempo de nuestra dicha.
El animal ha muerto o casi ha muerto.
Quedan el hombre y su alma.
Vivo entre formas luminosas y vagas
que no son aún la tiniebla.
Buenos Aires,
que antes se desgarraba en arrabales
hacia la llanura incesante,
ha vuelto a ser la Recoleta, el Retiro,
las borrosas calles del Once
y las precarias casas viejas
que aún llamamos el Sur.
Siempre en mi vida fueron demasiadas las cosas;
Demócrito de Abdera se arrancó los ojos para pensar;
el tiempo ha sido mi Demócrito.
Esta penumbra es lenta y no duele;
fluye por un manso declive
y se parece a la eternidad.
Mis amigos no tienen cara,
las mujeres son lo que fueron hace ya tantos años,
las esquinas pueden ser otras,
no hay letras en las páginas de los libros.
Todo esto debería atemorizarme,
pero es una dulzura, un regreso.
De las generaciones de los textos que hay en la tierra
sólo habré leído unos pocos,
los que sigo leyendo en la memoria,
leyendo y transformando.
Del Sur, del Este, del Oeste, del Norte,
convergen los caminos que me han traído
a mi secreto centro.
Esos caminos fueron ecos y pasos,
mujeres, hombres, agonías, resurrecciones,
días y noches,
entresueños y sueños,
cada ínfimo instante del ayer
y de los ayeres del mundo,
la firme espada del danés y la luna del persa,
los actos de los muertos,
el compartido amor, las palabras,
Emerson y la nieve y tantas cosas.
Ahora puedo olvidarlas. Llego a mi centro,
a mi álgebra y mi clave,
a mi espejo.
Pronto sabré quién soy.

Jorge Luis Borges

da “Elogio de la sombra”, Emecé Editores, Buenos Aires, 1969

Fauna e flora del fiume – Julio Cortázar

 

Questo fiume nasce dal cielo e si dispone a durare,
tira le lenzuola fino al collo, e dorme
davanti a noi che andiamo e veniamo.
Il Río de la Plata è questo che di giorno
ci inzuppa di vento e gelatina, ed è
la rinuncia del levante, perché il mondo
finisce con i lampioni del lungomare.

Non discutere oltre, leggi queste cose
possibilmente al bar, cielo di monete,
rifugiato dal fuori, dall’altro giorno feriale,
circondato dai sogni, dalla bava del fiume.
Non rimane quasi nulla; sì, l’amore che si vergogna
ed entra nelle buche delle lettere per piangere, o che va

solo da un angolo all’altro (ma lo vedono lo stesso),
conservando i suoi oggetti dolci, le sue foto e catenelle
e fazzolettini,
conservandoli nella regione della vergogna,
la zona della tasca in cui una piccola notte mormora
fra peluzzi e monete.

Per alcuni è tutto uguale, ma io
non amo il Racing, non mi piace
l’aspirina, risento
del giro dei giorni, mi disfo in attese,
a volte impreco, e mi dicono
che ti succede amico mio,
è il vento del nord, cazzo.

Julio Cortázar

(Traduzione di Eleonora Mogavero)

da “Il giro del giorno in ottanta mondi”, Alet, 2006

∗∗∗

Fauna y flora del río

Este río sale del cielo y se acomoda para durar,
estira las sábanas hasta el pescuezo y duerme
delante de nosotros que vamos y venimos.
El río de la plata es esto que de día
nos empapa de viento gelatina, y es
la renuncia al levante, porque el mundo
acaba con los farolitos de la costanera.
 
Más acá no discutas, lee estas cosas
preferentemente en el café, cielito de barajas,
refugiado del fuera, del otro día hábil,
rondado por los sueños, por la baba del río.
Casi no queda nada; sí, el amor vergonzoso
entrando en los buzones para llorar, o andando
solo por las esquinas (pero lo ven igual),
guardando sus objetos dulces, sus fotos y leontinas
y pañuelitos
guardándolos en la región de la vergüenza,
la zona de bolsillo donde una pequeña noche murmura
entre pelusas y monedas. 
 
Para algunos todo es igual, mas yo
no quiero a Racing, no me gusta
la aspirina, resiento
la vuelta de los días, me deshago en esperas,
puteo algunas veces, y me dicen
qué le pasa, amigo,
viento norte, carajo.

Julio Cortázar

da “La vuelta al día en ochenta mundos”, Siglo Veintiuno, 2005

Arte poetica – Jorge Louis Borges

Foto di Kyle Thompson

 

Guardare il fiume che è di tempo e acqua
e pensare che il tempo è un altro fiume,
saper che ci perdiamo come il fiume
e che passano i volti come l’acqua.

Sentire che la veglia è un altro sonno
che sogna di esser veglia e che la morte
che il nostro corpo teme è quella morte
d’ogni notte che noi chiamiamo sonno.

Avvertire in un giorno o un anno il simbolo
dei giorni d’ogni uomo e dei suoi anni,
dell’oltraggioso scorrere degli anni
fare una musica, un sussurro, un simbolo,

vedere un oro triste nel tramonto
e nella morte il sonno è la poesia,
che è povera e immortale. La poesia
torna come l’aurora ed il tramonto.

Talora nelle grigie sere un volto
ci guarda dal profondo d’uno specchio;
l’arte dev’esser come quello specchio
che ci rivela il nostro stesso volto.

Ulisse, è fama, stanco di prodigi,
pianse d’amore quando scorse Itaca
umile e verde. L’arte è questa Itaca
di verde eternità, non di prodigi.

È anche come il fiume interminabile
che passa e resta, e replica uno stesso
Eraclito incostante ch’è lo stesso
e un altro, come il fiume interminabile.

Jorge Louis Borges

(Traduzione di Tommaso Scarano)

da “L’artefice”, Adelphi, Milano, 1999

∗∗∗

Arte poética

Mirar el río hecho de tiempo y agua
y recordar que el tiempo es otro río,
saber que nos perdemos como el río
y que los rostros pasan como el agua.

Sentir que la vigilia es otro sueño
que sueña no soñar y que la muerte
que teme nuestra carne es esa muerte
de cada noche, que se llama sueño.

Ver en el día o en el año un símbolo
de los días del hombre y de sus años,
convertir el ultraje de los años
en una música, un rumor y un símbolo,

ver en la muerte el sueño, en el ocaso
un triste oro, tal es la poesía
que es inmortal y pobre. La poesía
vuelve como la aurora y el ocaso.

A veces en las tardes una cara
nos mira desde el fondo de un espejo;
el arte debe ser como ese espejo
que nos revela nuestra propia cara.

Cuentan que Ulises, harto de prodigios,
lloró de amor al divisar su Ítaca
verde y humilde. El arte es esa Ítaca
de verde eternidad, no de prodigios.

También es como el río interminable
que pasa y queda y es cristal de un mismo
Heráclito inconstante, que es el mismo
y es otro, como el río interminable.

Jorge Louis Borges

da “El hacedor”, Buenos Aires, Emecé, 1960

Il sud – Jorge Luis Borges

Foto di Anka Zhuravleva

 

Da un tuo cortile aver guardato
le antiche stelle,
dalla panchina in ombra aver guardato
quelle luci disperse
che non so ancora chiamare per nome
né ordinare in costellazioni,
aver sentito il cerchio d’acqua
nel segreto pozzo,
l’odore del gelsomino e della madreselva,
il silenzioso uccello addormentato,
la volta dell’androne, l’umido
– forse son queste cose la poesia.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Tommaso Scarano)

da “Fervore di Buenos Aires”, Adelphi, 2010

∗∗∗

El sur

Desde uno de tus patios haber mirado
las antiguas estrellas,
desde el banco de sombra haber mirado
esas luces dispersas,
que mi ignorancia no ha aprendido a nombrar
ni a ordenar en constelaciones,
haber sentido el círculo del agua
en el secreto aljibe,
el olor del jazmín y la madreselva,
el silencio del pájaro dormido,
el arco del zaguán, la humedad
– esas cosas, acaso, son el poema.

Jorge Luis Borges

da “Fervor de Buenos Aires”, Serrantes, Buenos Aires, 1923

da «Le opere e le notti» – Alejandra Pizarnik

Foto di Kristamas Klousch

POESIA

Tu scegli il luogo della ferita
dove dicemmo il nostro silenzio.
Tu fai della mia vita
questa cerimonia troppo pura.

RIVELAZIONI

Di notte al tuo fianco
le parole sono cifre, sono chiavi.
Il desiderio di morire è sovrano.

Che il tuo corpo sia sempre
un amato spazio di rivelazioni.

DISTRUZIONE
… en besos, no en razones
Quevedo

Dal combattimento con le parole appartami
e spegni il furore del mio corpo elementare.

AMANTI

un fiore
              non lontano dalla notte
              il mio corpo muto 
     si apre
a delicate urgenze di rugiada 

CHI ILLUMINA

Quando mi guardi
i miei occhi sono chiavi,
il muro ha segreti,
il mio timore parole, poesie.
Solo tu fai della mia memoria
una viaggiatrice affascinata,
un fuoco incessante.

PRESENZA

la tua voce
in questo non potersene uscire le cose
dal mio sguardo
mi spossessano
fanno di me un vascello in un fiume di pietre
se non è la tua voce
pioggia sola nel mio silenzio di febbri
tu mi liberi gli occhi
e per favore
parlami
sempre

INCONTRO

Qualcuno entra nel silenzio e mi abbandona.
Ora la solitudine non è sola.
Tu parli come la notte.
Ti annunci come la sete.

L’OBLIO

sull’altra sponda della notte
l’amore è possibile

– portami –

portami tra le dolci sostanze 
che muoiono ogni giorno nella tua memoria

I PASSI PERDUTI

Prima fu una luce
nel mio linguaggio nato
a pochi passi dall’amore.

Notte aperta. Notte presenza.

LE OPERE E LE NOTTI

per riconoscere nella sete il mio emblema
per significare l’unico sogno
per non aggrapparmi mai di nuovo all’amore

sono stata tutta un’offerta
un puro errare
di lupa nel bosco
nella notte dei corpi

per dire la parola innocente

VERDE PARADISO

straniera sono stata
quando vicina a luci lontane
facevo tesoro di parole purissime
per creare nuovi silenzi

INFANZIA

Ora in cui l’erba cresce
nella memoria del cavallo.
Il vento pronunzia discorsi ingenui
in onore dei lillà,
e qualcuno entra nella morte
con gli occhi aperti
come Alice nel paese del già visto.

ANELLI DI CENERE

Stanno le mie voci
perché non cantino loro,
i grigiamente imbavagliati dell’alba,
i camuffati da uccello desolato nella pioggia.

C’è, nell’attesa,
una voce di lillà che si spezza.
E c’è, quando si fa giorno,
una scissione del sole in piccoli soli neri.
E quando è notte, sempre,
una tribú di parole mutilate
cerca asilo nella mia gola,
perché non cantino loro,
i funesti, i padroni del silenzio.

a Cristina Campo
IL CUORE DI CIÒ CHE NON ESISTE

non consegnarmi,
              tristissima mezzanotte,
all’impuro mezzogiorno bianco

LE GRANDI PAROLE

ancora non è ora
ora è mai

ancora non è ora
ora e sempre
è mai

    ad Antonio Porchia
SILENZI

La morte sempre al fianco.
Ascolto il suo dire.
Odo me sola.

CHIEDO IL SILENZIO
 … canta, lastimada mía
Cervantes

anche se è tardi, è notte,
e tu non puoi.

Canta come se nulla fosse.

Nulla è.

GLI OCCHI APERTI

Qualcuno misura singhiozzando
l’estensione dell’alba.
Qualcuno pugnala il cuscino
in cerca del suo impossibile
spazio di quiete.

COMUNICAZIONI

Il vento mi aveva mangiato
parte della faccia e delle mani.
Mi chiamavano angelo straccione.
Io aspettavo.

OMBRA DEI GIORNI A VENIRE

Domani
mi vestiranno di ceneri all’alba,
mi riempiranno la bocca di fiori.
Apprenderò a dormire
nella memoria di un muro,
nella respirazione
di un animale che sogna.

a Ivonne A. Bordelois
MENDICA VOCE

E ancora mi azzardo ad amare
il suono della luce in un’ora morta,
il colore del tempo in un muro abbandonato.

Nel mio sguardo ho perduto tutto.
Chiedere è cosí lontano. Cosí vicino sapere che non c’è.

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Claudio Cinti)

da “La figlia dell’insonnia”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

I
 POEMA

Tú eliges el lugar de la herida
en donde hablamos nuestro silencio.
Tú haces de mi vida
esta ceremonia demasiado pura.

REVELACIONES

En la noche a tu lado
las palabras son claves, son llaves.
El deseo de morir es rey.
 
Que tu cuerpo sea siempre
un amado espacio de revelaciones.

DESTRUCCIONES
…en besos, no en razones
Quevedo

Del combate con las palabras ocúltame
y apaga el furor de mi cuerpo elemental.

AMANTES

una flor
no lejos de la noche
mi cuerpo mudo
se abre
a la delicada urgencia del rocío

QUIEN ALUMBRA

Cuando me miras
mis ojos son llaves,
el muro tiene secretos,
mi temor palabras, poemas.
Sólo tú haces de mi memoria
una viajera fascinada,
un fuego incesante.

PRESENCIA

tu voz
en este no poder salirse las cosas
de mi mirada
ellas me desposeen
hacen de mí un barco sobre un río de piedras
si no es tu voz
lluvia sola en mi silencio de fiebres
tú me desatas los ojos
y por favor
que me hables
siempre

ENCUENTRO

Alguien entra en el silencio y me abandona.
Ahora la soledad no está sola.
Tú hablas como la noche.
Te anuncias como la sed.

EL OLVIDO

en la otra orilla de la noche
el amor es posible
 
–llévame–
 
llévame entre las dulces sustancias
que mueren cada día en tu memoria

 LOS PASOS PERDIDOS

Antes fue una luz
en mi lenguaje nacido
a pocos pasos del amor.
 
Noche abierta. Noche presencia.

LOS TRABAJOS Y LAS NOCHES

para reconocer en la sed mi emblema
para significar el único sueño
para no sustentarme nunca de nuevo en el amor
 
he sido toda ofrenda
un puro errar
de loba en el bosque
en la noche de los cuerpos
 
para decir la palabra inocente

 II
VERDE PARAÍSO

extraña que fui
cuando vecina de lejanas luces
atesoraba palabras muy puras
para crear nuevos silencios

INFANCIA

Hora en que la yerba crece
en la memoria del caballo.
El viento pronuncia discursos ingenuos
en honor de las lilas,
y alguien entra en la muerte
con los ojos abiertos
como Alicia en el país de lo ya visto.

 III
ANILLOS DE CENIZA
A Cristina Campo

Son mis voces cantando
para que no canten ellos,
los amordazados grismente en el alba,
los vestidos de pájaro desolado en la lluvia.
 
Hay, en la espera,
un rumor a lila rompiéndose.
Y hay, cuando viene el día,
una partición del sol en pequeños soles negros.
Y cuando es de noche, siempre,
una tribu de palabras mutiladas
busca asilo en mi garganta,
para que no canten ellos,
los funestos, los dueños del silencio.

EL CORAZÓN DE LO QUE EXISTE

no me entregues,
tristísima medianoche,
al impuro mediodía blanco

 LAS GRANDES PALABRAS
A Antonio Porchia

aún no es ahora
ahora es nunca
 
aún no es ahora
ahora y siempre
es nunca

SILENCIOS

La muerte siempre al lado.
Escucho su decir.
Sólo me oigo.

PIDO EL SILENCIO
 …canta, lastimada mía
Cervantes 

aunque es tarde, es noche,
y tú no puedes.
 
Canta como si no pasara nada.
 
Nada pasa.

LOS OJOS ABIERTOS

Alguien mide sollozando
la extensión del alba.
Alguien apuñala la almohada
en busca de su imposible
lugar de reposo.

COMUNICACIONES

El viento me había comido
parte de la cara y las manos.
Me llamaban ángel harapiento.
Yo esperaba.

SOMBRA DE LOS DÍAS A VENIR
 
                                                                    A Ivonne A. Bordelois

Mañana
me vestirán con cenizas al alba,
me llenarán la boca de flores.
Aprenderé a dormir
en la memoria de un muro,
en la respiración
de un animal que sueña.

MENDIGA VOZ

Y aún me atrevo a amar
el sonido de la luz en una hora muerta,
el color del tiempo en un muro abandonado.
 
En mi mirada lo he perdido todo.
Es tan lejos pedir. Tan cerca saber que no hay.

Alejandra Pizarnik

da “Los trabajos y las noches”, in “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Barcelona: Lumen, 2001