Assenza – Jorge Luis Borges

Edward Steichen, Greta Garbo

 

Dovrò di nuovo erigere la vasta vita,
specchio di te ancora:
dovrò ricostruirla ogni mattina.
Ora che non ci sei, 
quanti luoghi son diventati vani
e senza senso, uguali
a lampade di giorno.
Sere che ti hanno accolto come nicchie,
musiche dove trovavo te ad attendermi,  
parole di quel tempo,
dovrò distruggervi con queste mani.
In quale baratro potrò celare l’anima
perché non veda la tua assenza,
fulgida come  un sole orribile
che non tramonta mai, spietata, eterna?
La tua assenza mi sta attorno
come la corda al collo, 
come il mare a chi affoga.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Tommaso Scarano)

da “Fervore di Buenos Aires”, Adelphi, Milano, 2010

∗∗∗

Ausencia 

Habré de levantar la vasta vida
que aún ahora es tu espejo:
cada mañana habré de reconstruirla.
Desde que te alejaste,
cuántos lugares se han tornado vanos
y sin sentido, iguales
a luces en el día.
Tardes que fueron nicho de tu imagen,
músicas en que siempre me aguardabas,
palabras de aquel tiempo,
yo tendré que quebrarlas con mis manos.
En qué hondonada esconderé mi alma
para que no vea tu ausencia
que como un sol terrible, sin ocaso,
brilla definitiva y despiadada?
Tu ausencia me rodea
como la cuerda a la garganta,
el mar al que se hunde.

Jorge Luis Borges

da “Fervor de Buenos Aires”, Serrantes, Buenos Aires, 1923

Commiato – Jorge Luis Borges

Stephanie Ludwig, Kätzchen (Kitten), 1901

 

Tra me e il mio amore si alzeranno
trecento notti come trecento muri
e una magia sarà fra noi il mare.

Non resteranno che ricordi.
O sere che il dolore ha meritato,
notti nella speranza di guardarti,
campi del mio vagare, firmamento
che mentre ammiro perdo…
Definitiva come un marmo
rattristerà altre sere la tua assenza.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Tommaso Scarano)

da “Fervore di Buenos Aires”, Adelphi, Milano, 2010

∗∗∗

Despedida

Entre mi amor y yo han de levantarse
trescientas noches como trescientas paredes
y el mar será una magia entre nosotros.

No habrá sino recuerdos.
Oh tardes merecidas por la pena,
noches esperanzadas de mirarte,
campos de mi camino, firmamento
que estoy viendo y perdiendo…
Definitiva como un mármol
entristecerá tu ausencia otras tardes.

Jorge Luis Borges

da “Fervor de Buenos Aires”, Editorial Imprenta Serrantes, 1923

Estrazione della Pietra della follia I – Alejandra Pizarnik

Lauren Semivan, The Plumb Line, 2014

 

CANTRICE NOTTURNA
Joe, pachi die Musik von damals nacbt…

         Colei che morì per il suo vestito blu sta cantando.
Canta impregnata di morte al sole della sua ebbrezza. Dentro la sua canzone vi è un vestito blu, vi è un cavallo bianco, vi è un cuore verde tatuato degli echi dei battiti del suo cuore morto. Esposta a ogni tipo di perdizione, canta insieme a una bambina smarrita che è lei: il suo amuleto della buona sorte. E nonostante la nebbia verde sulle labbra e il freddo grigio sugli occhi, la sua voce corrode la distanza che si apre tra la sete e la mano che cerca il bicchiere. Lei canta.

A Olga Orozco
VERTIGINI O CONTEMPLAZIONE DI QUALCOSA CHE FINISCE

Questo lillà perde le foglie.
Da sé stesso cade
e nasconde la sua ombra antica.
Devo morire di cose come questa.

LANTERNA SORDA

         Gli assenti soffiano e la notte è densa. La notte ha il colore delle palpebre del morto.
        Tutta la notte faccio la notte. Tutta la notte scrivo. Parola per parola io scrivo la notte.

PRIVILEGIO
I

Già perduto il nome che mi chiamava,
il suo volto gira per me
come il suono dell’acqua nella notte,
dell’acqua che cade nell’acqua.
Ed è il suo sorriso l’ultimo sopravvissuto,
non la mia memoria.

II

Il più bello
nella notte tra quelli che se ne vanno,
oh bramato,
non ha fine il tuo non fare ritorno,
ombra tu sino al giorno dei giorni.

CONTEMPLAZIONE

        Morirono le forme impaurite e non ci furono più un fuori e un dentro. Nessuno ascoltava il luogo che il luogo non esisteva.
Con l’intenzione di ascoltare stanno ascoltando il luogo. Dentro la tua maschera balena la notte. Ti trafiggono con gracchiate. Ti martellano con uccelli neri. Colori nemici si uniscono nella tragedia.

NUIT DU CŒUR

         Autunno sul blu di un muro: sii rifugio delle piccole morte.

        Ogni notte, nell’arco di un grido, giunge un’ombra nuova. In solitudine danza la misteriosa autonoma. Condivido la sua paura di giovanissimo animale la prima notte delle partite di caccia.

RACCONTO D’INVERNO

        La luce del vento tra i pini, comprendo questi segni di tristezza incandescente?

        Un impiccato dondola all’albero marcato con la croce lilla.

        Fin quando è riuscito a scivolare fuori dal mio sogno e a entrare nella mia stanza, dalla finestra, complice il vento della mezzanotte.

NELL’ALTRA ALBA

        Vedo crescere fino ai miei occhi figure di silenzio, disperate.
Ascolto grigie, dense voci nell’antico luogo del cuore.

SFONDAZIONE

        Qualcuno volle aprire qualche porta. Fanno male le sue mani afferrate alla sua prigione di ossa di cattivo augurio.
        Tutta la notte si è dibattuta con la sua nuova ombra. Piovve dentro l’alba e martellavano con prefiche.
        L’infanzia implora dalle mie notti di cripta.
        La musica emette colori ingenui.
        Grigi uccelli all’alba stanno alla finestra chiusa come ai miei mali la mia poesia.

FIGURE E SILENZI

Mani contratte mi confinano nell’esilio.
Aiutami a non chiedere aiuto.
Vogliono farmi notte, mi moriranno.
Aiutami a non chiedere aiuto.

FRAMMENTI PER DOMINARE IL SILENZIO
I

          Le forze del linguaggio sono le dame solitarie, desolate, che cantano per mezzo della mia voce che ascolto in lontananza. E lontano, sulla nera sabbia, giace una bambina densa di musica ancestrale. Dove la vera morte? Ho voluto illuminarmi alla luce della mancanza di luce. I rami muoiono nella memoria. Colei che giace si annida in me con la sua maschera di lupa. Colei che non ce la fece più a resistere e implorò le fiamme e ardemmo.

II

        Quando alla casa del linguaggio viene fatto esplodere il tetto e le parole non trovano riparo, io parlo.

      Le dame rossovestite si smarrirono dentro le loro maschere pure se torneranno per singhiozzare tra i fiori.

         Non è muta la morte. Ascolto il canto degli affranti che sigilla gli squarci del silenzio. Ascolto il tuo dolcissimo pianto che fa sbocciare il mio grigio silenzio.

III

          La morte ha restituito al silenzio il suo prestigio ammaliante.
E io non dirò la mia poesia e io devo dirla. Anche se la poesia (qui, ora) non ha senso, è priva di destino.

SORTILEGI

         E le dame vestite di rosso per il mio dolore e con il mio dolore impiegate nel mio soffio, rannicchiate come feti di scorpioni nella parte più interna della mia nuca, le madri rossovestite che mi aspirano il solo calore che mi procuro con il mio cuore che a stento poté mai battere, a me che dovetti sempre imparare da sola a bere e mangiare e respirare e a me cui nessuno insegnò a piangere e cui nessuno insegnerà neppure le grandi dame che aderiscono alla faldella del mio respiro con bave rossicce e veli fluttuanti di sangue, il mio sangue, il mio solo, quello che io mi procacciai e adesso vengono a me ad abbeverarsi dopo aver ucciso il re che galleggia nel fiume e muove gli occhi e sorride ma è morto e quando qualcuno è morto, è morto per quanto possa sorridere e le grandi, le tragiche dame rossovestite hanno ucciso colui che è portato via dal fiume e io rimango ostaggio in perpetuo possesso.

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Roberta Buffi)

da “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, LietoColle, 2018

∗∗∗

EXTRACCIÓN DE LA PIEDRA DE LOCURA I (1966)
CANTORA NOCTURNA
Joe, macht die Musik von damals nacht…

        La que murió de su vestido azul está cantando. Canta imbuida de muerte al sol de su ebriedad. Adentro de su canción hay un vestido azul, hay un caballo blanco, hay un corazón verde tatuado con los ecos de los latidos de su corazón muerto. Expuesta a todas las perdiciones, ella canta junto a una niña extraviada que es ella: su amuleto de la buena suerte. Y a pesar de la niebla verde en los labios y del frío gris en los ojos, su voz corroe la distancia que se abre entre la sed y la mano que busca el vaso. Ella canta.

A Olga Orozco
VÉRTIGOS O CONTEMPLACIÓN DE ALGO QUE TERMINA

Esta lila se deshoja.
Desde sí misma cae
y oculta su antigua sombra.
He de morir de cosas así.

LINTERNA SORDA

       Los ausentes soplan y la noche es densa. La noche tiene el color de los párpados del muerto.
        Toda la noche hago la noche. Toda la noche escribo. Palabra por palabra yo escribo la noche.

PRIVILEGIO
I

Ya perdido el nombre que me llamaba,
su rostro rueda por mí
como el sonido del agua en la noche,
del agua cayendo en el agua.
Y es su sonrisa la última sobreviviente,
no mi memoria.

II

El más hermoso
en la noche de los que se van,
oh deseado,
es sin fin tu no volver,
sombra tú hasta el día de los días.

CONTEMPLACIÓN

        Murieron las formas despavoridas y no hubo más un afuera y un adentro. Nadie estaba escuchando el lugar porque el lugar no existía.

Con el propósito de escuchar están escuchando el lugar. Adentro de tu máscara relampaguea la noche. Te atraviesan con graznidos. Te martillean con pájaros negros. Colores enemigos se unen en la tragedia.

NUIT DU CŒUR

            Otoño en el azul de un muro: sé amparo de las pequeñas muertas.

          Cada noche, en la duración de un grito, viene una sombra nueva. A solas danza la misteriosa autónoma. Comparto su miedo de animal muy joven en la primera noche de las cacerías.

CUENTO DE INVIERNO

         La luz del viento entre los pinos ¿comprendo estos signos de tristeza incandescente?

           Un ahorcado se balancea en el árbol marcado con la cruz lila.

          Hasta que logró deslizarse fuera de mi sueño y entrar a mi cuarto, por la ventana, en complicidad con el viento de la medianoche.

EN LA OTRA MADRUGADA

        Veo crecer hasta mis ojos figuras de silencio y desesperadas. Escucho grises, densas voces en el antiguo lugar del corazón.

DESFUNDACIÓN

         Alguien quiso abrir alguna puerta. Duelen sus manos aferradas a su prisión de huesos de mal agüero.
          Toda la noche ha forcejeado con su nueva sombra. Llovió adentro de la madrugada y martillaban con lloronas.
         La infancia implora desde mis noches de cripta.
         La música emite colores ingenuos.
        Grises pájaros en el amanecer son a la ventana cerrada lo que a mis males mi poema.

FIGURAS Y SILENCIOS

Manos crispadas me confinan al exilio.
Ayúdame a no pedir ayuda.
Me quieren anochecer, me van a morir.
Ayúdame a no pedir ayuda.

FRAGMENTOS PARA DOMINAR EL SILENCIO
I

        Las fuerzas del lenguaje son las damas solitarias, desoladas, que cantan a través de mi voz que escucho a lo lejos. Y lejos, en la negra arena, yace una niña densa de música ancestral. ¿Dónde la verdadera muerte? He querido iluminarme a la luz de mi falta de luz. Los ramos se mueren en la memoria. La yacente anida en mí con su máscara de loba. La que no pudo más e imploró llamas y ardimos.

II

        Cuando a la casa del lenguaje se le vuela el tejado y las palabras no guarecen, yo hablo.

       Las damas de rojo se extraviaron dentro de sus máscaras aunque regresarán para sollozar entre flores.

      No es muda la muerte. Escucho el canto de los enlutados sellar las hendiduras del silencio. Escucho tu dulcísimo llanto florecer mi silencio gris.

III

      La muerte ha restituido al silencio su prestigio hechizante. Y yo no diré mi poema y yo he de decirlo. Aun si el poema (aquí, ahora) no tiene sentido, no tiene destino.

SORTILEGIOS

        Y las damas vestidas de rojo para mi dolor y con mi dolor insumidas en mi soplo, agazapadas como fetos de escorpiones en el lado más interno de mi nuca, las madres de rojo que me aspiran el único calor que me doy con mi corazón que apenas pudo nunca latir, a mí que siempre tuve que aprender sola cómo se hace para beber y comer y respirar y a mí que nadie me enseñó a llorar y nadie me enseñará ni siquiera las grandes damas adheridas a la entretela de mi respiración con babas rojizas y velos flotantes de sangre, mi sangre, la mía sola, la que yo me procuré y ahora vienen a beber de mí luego de haber matado al rey que flota en el río y mueve los ojos y sonríe pero está muerto y cuando alguien está muerto, muerto está por más que sonría y las grandes, las trágicas damas de rojo han matado al que se va río abajo y yo me quedo como rehén en perpetua posesión.

Alejandra Pizarnik

da “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Barcelona: Lumen, 2001 

1950 anno del Libertador, ecc. – Julio Cortázar

E se il pianto ti viene a cercare…
da un tango

 

E se il pianto ti viene a cercare
affrontalo, bevi fino in fondo
il calice di lacrime legittime.
Piangi, argentino, piangi finalmente un pianto
di verità, faccia a faccia con il tempo
che manipolavi abilmente,
piangi le disgrazie che credevi altrui,
la solitudine senza remissione ai piedi di un fiume,
la colpa della pace immeritata,
il riposo di pance piene di pandolce.
Piangi la tua infanzia svilita dal cinema e dalla radio,
la tua adolescenza negli angoli del disgusto, la cricca, l’amore senza ricompensa,
piangi la gerarchia, il campionato, la bistecca al sangue,
piangi la tua nomina o il tuo diploma
che ti hanno rinchiuso nel benessere o nella disgrazia,
che nella pianura più immensa ti hanno legato al palo
di un piccolo terreno pagato
a rate trimestrali.

Julio Cortázar

(Traduzione di Eleonora Mogavero)

da “Il giro del giorno in ottanta mondi”, Alet, 2006

∗∗∗

1950 Año del Libertador, etc.

Y si el llanto te viene a buscar…
(de un tango)

Y si el llanto te viene a buscar
agarralo de frente, bebé entero
el copetín de lágrimas legítimas.
Llorá, argentino, llorá por fin un llanto
de verdad, cara al tiempo
que escamoteabas ágilmente,
llorá las desgracias que creías ajenas,
la soledad sin remisión al pie de un río,
la culpa de la paz sin mérito,
la siesta de barrigas rellenas de pan dulce.
Llorá tu infancia envilecida por el cine y la radio,
tu adolescencia en las esquinas del hastío, la patota, el amor sin recompensa,
llorá el escalafón, el campeonato, el bife vuelta y vuelta,
llorá tu nombramiento o tu diploma
que te encerraron en la prosperidad o la desgracia,
que en la llanura más inmensa te estaquearon
a un terrenito que pagaste
en cuotas trimestrales.

Julio Cortázar

da “La vuelta al día en ochenta mundos”, Siglo Veintiuno, 2005

Fauna e flora del fiume – Julio Cortázar

 

Questo fiume nasce dal cielo e si dispone a durare,
tira le lenzuola fino al collo, e dorme
davanti a noi che andiamo e veniamo.
Il Río de la Plata è questo che di giorno
ci inzuppa di vento e gelatina, ed è
la rinuncia del levante, perché il mondo
finisce con i lampioni del lungomare.

Non discutere oltre, leggi queste cose
possibilmente al bar, cielo di monete,
rifugiato dal fuori, dall’altro giorno feriale,
circondato dai sogni, dalla bava del fiume.
Non rimane quasi nulla; sì, l’amore che si vergogna
ed entra nelle buche delle lettere per piangere, o che va

solo da un angolo all’altro (ma lo vedono lo stesso),
conservando i suoi oggetti dolci, le sue foto e catenelle
e fazzolettini,
conservandoli nella regione della vergogna,
la zona della tasca in cui una piccola notte mormora
fra peluzzi e monete.

Per alcuni è tutto uguale, ma io
non amo il Racing, non mi piace
l’aspirina, risento
del giro dei giorni, mi disfo in attese,
a volte impreco, e mi dicono
che ti succede amico mio,
è il vento del nord, cazzo.

Julio Cortázar

(Traduzione di Eleonora Mogavero)

da “Il giro del giorno in ottanta mondi”, Alet, 2006

∗∗∗

Fauna y flora del río

Este río sale del cielo y se acomoda para durar,
estira las sábanas hasta el pescuezo y duerme
delante de nosotros que vamos y venimos.
El río de la plata es esto que de día
nos empapa de viento gelatina, y es
la renuncia al levante, porque el mundo
acaba con los farolitos de la costanera.
 
Más acá no discutas, lee estas cosas
preferentemente en el café, cielito de barajas,
refugiado del fuera, del otro día hábil,
rondado por los sueños, por la baba del río.
Casi no queda nada; sí, el amor vergonzoso
entrando en los buzones para llorar, o andando
solo por las esquinas (pero lo ven igual),
guardando sus objetos dulces, sus fotos y leontinas
y pañuelitos
guardándolos en la región de la vergüenza,
la zona de bolsillo donde una pequeña noche murmura
entre pelusas y monedas. 
 
Para algunos todo es igual, mas yo
no quiero a Racing, no me gusta
la aspirina, resiento
la vuelta de los días, me deshago en esperas,
puteo algunas veces, y me dicen
qué le pasa, amigo,
viento norte, carajo.

Julio Cortázar

da “La vuelta al día en ochenta mundos”, Siglo Veintiuno, 2005