L’ultima innocenza – Alejandra Pizarnik

Kristamas Klousch, Untitled, 2013

 A León Ostrov                                    
SALVAZIONE

Fugge l’isola
E la ragazza riprende a scalare il vento
e a scoprire la morte dell’uccello profeta
Ora
è il fuoco sottomesso
Ora
è la carne
   la foglia
   la pietra
perduti nella fonte del tormento
come il navigante nell’orrore della civiltà
che purifica la caduta della notte
Ora
la ragazza trova la maschera dell’infinito
e rompe il muro della poesia.

QUALCOSA

notte che te ne vai
dammi la mano

opera d’angelo che freme
i giorni si suicidano

perché?

notte che te ne vai
buonanotte

QUELLA CON GLI OCCHI APERTI

la vita gioca nella piazza
con l’essere che non fui mai

ed eccomi qua

balla pensiero
sulla fune del mio sorriso

e tutti dicono è finito ed è

sta finendo
sta finendo
il mio cuore
apre la finestra

vita
eccomi qua

la mia vita
il mio sangue solo e intirizzito
batte sul mondo

ma voglio sapermi viva
ma non voglio parlare
della morte
né delle sue strane mani.

ORIGINE

Occorre salvare il vento
Gli uccelli bruciano il vento
sui capelli della donna solitaria
che ritorna dalla natura
e tesse tormenti
Occorre salvare il vento

L’INNAMORATA

Questa lugubre mania di vivere
questa recondita facezia di vivere
ti trascina alejandra non lo negare.

oggi ti sei guardata allo specchio
e ti sei sentita triste eri sola
la luce ruggiva l’aria cantava
ma il tuo amato non ha fatto ritorno

manderai messaggi sorriderai
farai ondeggiare le mani così tornerà
il tuo amato tanto amato

odi la demente sirena che lo rubò
la nave con i barbigli di spuma
in cui morirono le risa
ricordi l’ultimo abbraccio
oh niente angoscia
ridi nel fazzoletto piangi a crepapelle
però chiudi le porte del tuo volto
affinché non dicano poi
che quella donna innamorata eri tu

ti rodono i giorni
t’incolpano le notti
ti fa male la vita tanto tanto
disperata, dove vai?
disperata, nient’altro!

CANTO

il tempo ha paura
la paura ha tempo
la paura

passeggia per il mio sangue
strappa i miei migliori frutti
devasta la mia pietosa muraglia

distruzione delle distruzioni
soltanto distruzione

e paura
molta paura
paura.

CENERI

La notte si è scheggiata in stelle
mentre mi guardava sconvolta
l’aria scaglia odio
il volto abbellito
dalla musica.

Presto ce ne andremo

Sogno arcano
avo del mio sorriso
il mondo è emaciato
e c’è il lucchetto ma non le chiavi
e c’è pavore ma non lacrime.

Che ne farò di me?

Perché a Te devo ciò che sono

Ma non ho domani

Perché a Te…

La notte soffre.

SOGNO

Esploderà l’isola del ricordo
La vita sarà una manifestazione di candore
Prigione
per i giorni senza ritorno
Domani
i mostri del bosco distruggeranno la spiaggia
sul vetro del mistero
Domani
la lettera sconosciuta troverà le mani dell’anima

NOTTE
Quoi, toujours? Entre moi sans cesse et le bonheur!
G. De Nerval

Forse stanotte non è notte,
dev’essere un sole orrendo, o
altro, o qualsiasi cosa…
Che ne so! Mancano le parole,
manca il candore, manca la poesia
quando il sangue piange e piange!

Potessi essere così felice stanotte!
Se solo mi fosse dato palpare
le ombre, udire passi,
dire «buonanotte» a chiunque
porti a spasso il suo cane,
guarderei la luna, se chiamassi la sua
strana lattescenza, inciamperei
a caso nei sassi, come avviene.

Ma c’è qualcosa che rompe la pelle,
una furia cieca
che scorre nelle mie vene.
Voglio uscire! Cerbero dell’anima:
Lasciami, lascia che penetri il tuo sorriso!

Potessi essere così felice stanotte!
Restano ancora sogni che si sono attardati.
E tanti libri! E tante luci!
E i miei pochi anni! Perché no?
La morte è lontana. Non mi guarda.
Tanta vita Signore!
Tanta vita per cosa?

SOLAMENTE

ormai comprendo la verità

scoppia sui miei desideri

e sulle mie disgrazie
sui miei dissensi
sulle mie dissennatezze
sui miei deliri

ormai comprendo la verità

adesso
alla ricerca della vita

IN ATTESA DEL BUIO

Quell’istante che non si scorda
Così vuoto restituito dalle ombre
Così vuoto rifiutato dagli orologi
Quel povero istante adottato dalla mia tenerezza
Nudo nudo di sangue di ali
Senza occhi per ricordare angosce d’un tempo
Senza labbra per raccogliere il succo delle violenze
Perdute nel canto dei gelidi campanili.

Proteggilo bambina cieca d’alma
Rivestilo dei tuoi capelli canditi dal fuoco
Abbraccialo piccola statua di terrore
Indicagli il mondo messo a soqquadro ai tuoi piedi
Ai tuoi piedi dove muoiono le rondini
Tremanti di pavore di fronte al futuro
Digli che i sospiri del mare
Inumidiscono le sole parole
Per le quali vale la pena vivere.

Ma quell’istante madido di nulla
Rannicchiato nella grotta del destino
Senza mani per dire mai
Senza mani per regalare farfalle
Ai bambini morti

L’ULTIMA INNOCENZA

Partire
in corpo e anima
partire.

Partire
sbarazzarsi degli sguardi
opprimenti pietre
che dormono in gola.

Devo partire
niente più inerzia sotto il sole
niente più sangue abbattuto
niente più mettersi in fila per morire.

Devo partire

Però lanciati, viaggiatrice!

 BALLATA DELLA PIETRA CHE PIANGE
A Josefina Gómez Errázuris

la morte muore dalle risate ma la vita
muore di pianto ma la morte ma la vita
ma niente niente niente

SEMPRE
A Rubén Vela

Stanca del fragore magico delle vocali
Stanca d’inquisire con gli occhi levati
Stanca dell’attesa dell’io di passaggio
Stanca di quell’amore che non accadde
Stanca dei miei piedi che sanno soltanto camminare
Stanca dell’insidiosa fuga di domande
Stanca di dormire e di non potermi guardare
Stanca di aprire la bocca e di bere il vento
Stanca di sostenere le stesse viscere
Stanca del mare indifferente alle mie angosce
Stanca di Dio! Stanca di Dio!
Stanca infine delle morti di turno
in attesa della sorella maggiore
l’altra la gran morte
dolce dimora per tanta stanchezza.

POESIA PER EMILY DICKINSON

Sull’altra sponda della notte
l’attende il suo nome,
il suo surrettizio anelito di vivere,
sull’altra sponda della notte!

Qualcosa piange nell’aria,
i suoni creano l’alba.

Lei pensa all’eternità.

UN NOME SOLTANTO

alejandra alejandra
sotto ci sono io
alejandra

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Roberta Buffi)

da “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, LietoColle, 2018

∗∗∗

LA ÚLTIMA INOCENCIA
A León Ostrov
 SALVACIÓN

Se fuga la isla
Y la muchacha vuelve a escalar el viento
y a descubrir la muerte del pájaro profeta
Ahora
es el fuego sometido
Ahora
es la carne
    la hoja
    la piedra
perdidos en la fuente del tormento
como el navegante en el horror de la civilización
que purifica la caída de la noche
Ahora
la muchacha halla la máscara del infinito
y rompe el muro de la poesía

ALGO

noche que te vas
dame la mano

obra de ángel bullente
los días se suicidan

¿por qué?

noche que te vas
buenas noches

LA DE LOS OJOS ABIERTOS

la vida juega en la plaza
con el ser que nunca fui
 
y aquí estoy
 
baila pensamiento
en la cuerda de mi sonrisa
 
y todos dicen esto pasó y es
 
va pasando
va pasando
mi corazón
abre la ventana
 
vida
aquí estoy
 
mi vida
mi sola y aterida sangre
percute en el mundo
 
pero quiero saberme viva
pero no quiero hablar
de la muerte
ni de sus extrañas manos

ORIGEN

Hay que salvar al viento
Los pájaros queman el viento
en los cabellos de la mujer solitaria
que regresa de la naturaleza
y teje tormentos
Hay que salvar al viento

LA ENAMORADA

esta lúgubre manía de vivir
esta recóndita humorada de vivir
te arrastra alejandra no lo niegues.
 
hoy te miraste en el espejo
y te fue triste estabas sola
la luz rugía el aire cantaba
pero tu amado no volvió
 
enviarás mensajes sonreirás
tremolarás tus manos así volverá
tu amado tan amado
 
oyes la demente sirena que lo robó
el barco con barbas de espuma
donde murieron las risas
recuerdas el último abrazo
oh nada de angustias
ríe en el pañuelo llora a carcajadas
pero cierra las puertas de tu rostro
para que no digan luego
que aquella mujer enamorada fuiste tú
 
te remuerden los días
te culpan las noches
te duele la vida tanto tanto
desesperada, ¿adónde vas?
desesperada ¡nada más

CANTO

el tiempo tiene miedo
el miedo tiene tiempo
el miedo
 
pasea por mi sangre
arranca mis mejores frutos
devasta mi lastimosa muralla
 
destrucción de destrucciones
sólo destrucción
 
y miedo
mucho miedo
miedo

CENIZAS

La noche se astilló en estrellas
mirándome alucinada
el aire arroja odio
embellecido su rostro
con música.
 
Pronto nos iremos
 
Arcano sueño
antepasado de mi sonrisa
el mundo está demacrado
y hay candado pero no llaves
y hay pavor pero no lágrimas.
 
¿Qué haré conmigo?
 
Porque a Ti te debo lo que soy
 
Pero no tengo mañana
 
Porque a Ti te…
 
La noche sufre.

SUEÑO

Estallará la isla del recuerdo
La vida será un acto de candor
Prisión
para los días sin retorno
Mañana
los monstruos del bosque destruirán la playa
sobre el vidrio del misterio
Mañana
la carta desconocida encontrará las manos del alma

NOCHE
Quoi, toujours? Entre moi sans cesse et le bonheur!
G. De Nerval

Tal vez esta noche no es noche,
debe ser un sol horrendo, o
lo otro, o cualquier cosa…
¡Qué sé yo! ¡Faltan palabras,
falta candor, falta poesía
cuando la sangre llora y llora!

¡Pudiera ser tan feliz esta noche!
Si sólo me fuera dado palpar
las sombras, oír pasos,
decir «buenas noches» a cualquiera
que pasease a su perro,
miraría la luna, dijera su
extraña lactescencia, tropezaría
con piedras al azar, como se hace.

Pero hay algo que rompe la piel,
una ciega furia
que corre por mis venas.
¡Quiero salir! Cancerbero del alma:
¡Deja, déjame traspasar tu sonrisa!

¡Pudiera ser tan feliz esta noche!
Aún quedan ensueños rezagados.
¡Y tantos libros! ¡Y tantas luces!
¡Y mis pocos años! ¿Por qué no?
La muerte está lejana. No me mira.
¡Tanta vida Señor!
¿Para qué tanta vida?

SOLAMENTE

ya comprendo la verdad

estalla en mis deseos

y en mis desdichas
en mis desencuentros
en mis desequilibrios
en mis delirios

ya comprendo la verdad

ahora
a buscar la vida

A LA ESPERA DE LA OSCURIDAD

Ese instante que no se olvida
Tan vacío devuelto por las sombras
Tan vacío rechazado por los relojes
Ese pobre instante adoptado por mi ternura
Desnudo desnudo de sangre de alas
Sin ojos para recordar angustias de antaño
Sin labios para recoger el zumo de las violencias
Perdidas en el canto de los helados campanarios.

Ampáralo niña ciega de alma
Ponle tus cabellos escarchados por el fuego
Abrázalo pequeña estatua de terror
Señálale el mundo convulsionado a tus pies
A tus pies donde mueren las golondrinas
Tiritantes de pavor frente al futuro
Dile que los suspiros del mar
Humedecen las únicas palabras
Por las que vale vivir.

Pero ese instante sudoroso de nada
Acurrucado en la cueva del destino
Sin manos para decir nunca
Sin manos para regalar mariposas
A los niños muertos

LA ÚLTIMA INOCENCIA

Partir
en cuerpo y alma
partir.

Partir
deshacerse de las miradas
piedras opresoras
que duermen en la garganta.

He de partir
no más inercia bajo el sol
no más sangre anonadada
no más formar fila para morir.

He de partir

Pero arremete, ¡viajera!

BALADA DE LA PIEDRA QUE LLORA
A Josefina Gómez Errázuris

la muerte se muere de risa pero la vida
se muere de llanto pero la muerte pero la vida
pero nada nada nada

SIEMPRE
A Rubén Vela

Cansada del estruendo mágico de las vocales
Cansada de inquirir con los ojos elevados
Cansada de la espera del yo de paso
Cansada de aquel amor que no sucedió
Cansada de mis pies que sólo saben caminar
Cansada de la insidiosa fuga de preguntas
Cansada de dormir y de no poder mirarme
Cansada de abrir la boca y beber el viento
Cansada de sostener las mismas vísceras
Cansada del mar indiferente a mis angustias
¡Cansada de Dios! ¡Cansada de Dios!
Cansada por fin de las muertes de turno
a la espera de la hermana mayor
la otra la gran muerte
dulce morada para tanto cansancio.

POEMA PARA EMILY DICKINSON

Del otro lado de la noche
la espera su nombre,
su subrepticio anhelo de vivir,
¡del otro lado de la noche!

Algo llora en el aire,
los sonidos diseñan el alba.

Ella piensa en la eternidad.

SÓLO UN NOMBRE

alejandra alejandra
debajo estoy yo
alejandra

Alejandra Pizarnik

“La última inocencia”, 1956, in “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Barcelona: Lumen, 2001 

Notte – Alejandra Pizarnik

Alejandra Pizarnik, foto di Sara Facio

Quoi, toujours? Entre moi sans cesse et le bonheur!
G. De Nerval

Forse stanotte non è notte,
dev’essere un sole orrendo, o
altro, o qualsiasi cosa…
Che ne so! Mancano le parole,
manca il candore, manca la poesia
quando il sangue piange e piange!

Potessi essere così felice stanotte!
Se solo mi fosse dato palpare
le ombre, udire passi,
dire «buonanotte» a chiunque
porti a spasso il suo cane,
guarderei la luna, se chiamassi la sua
strana lattescenza, inciamperei
a caso nei sassi, come avviene.

Ma c’è qualcosa che rompe la pelle,
una furia cieca
che scorre nelle mie vene.
Voglio uscire! Cerbero dell’anima:
Lasciami, lascia che penetri il tuo sorriso!

Potessi essere così felice stanotte!
Restano ancora sogni che si sono attardati.
E tanti libri! E tante luci!
E i miei pochi anni! Perché no?
La morte è lontana. Non mi guarda.
Tanta vita Signore!
Tanta vita per cosa?

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Roberta Buffi)

da “L’ultima innocenza”, 1956, in “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Lietocolle, 2018

∗∗∗

NOCHE
Quoi, toujours? Entre moi sans cesse et le bonheur!
G. De Nerval

Tal vez esta noche no es noche,
debe ser un sol horrendo, o
lo otro, o cualquier cosa…
¡Qué sé yo! ¡Faltan palabras,
falta candor, falta poesía
cuando la sangre llora y llora!

¡Pudiera ser tan feliz esta noche!
Si sólo me fuera dado palpar
las sombras, oír pasos,
decir «buenas noches» a cualquiera
que pasease a su perro,
miraría la luna, dijera su
extraña lactescencia, tropezaría
con piedras al azar, como se hace.

Pero hay algo que rompe la piel,
una ciega furia
que corre por mis venas.
¡Quiero salir! Cancerbero del alma:
¡Deja, déjame traspasar tu sonrisa!

¡Pudiera ser tan feliz esta noche!
Aún quedan ensueños rezagados.
¡Y tantos libros! ¡Y tantas luces!
¡Y mis pocos años! ¿Por qué no?
La muerte está lejana. No me mira.
¡Tanta vida Señor!
¿Para qué tanta vida?

Alejandra Pizarnik

da “La última inocencia”, 1956, in “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Barcelona: Lumen, 2001 

Inferno, V, 129 – Jorge Luis Borges

Anselm Feuerback, Paolo and Francesca, 1864

 

Lascian cadere il libro, ormai già sanno
che sono i personaggi del libro.
(Lo saranno di un altro, l’eccelso,
ma ciò ad essi non importa).
Adesso sono Paolo e Francesca
non due amici che dividono
il sapore di una favola.
Si guardano con incredulo stupore.
Le mani non si toccano.
Hanno scoperto l’unico tesoro:
hanno incontrato l’altro.
Non tradiscono Malatesta
perché il tradimento richiede un terzo
ed esistono solo loro due al mondo.
Sono Paolo e Francesca
ma anche la regina e il suo amante
e tutti gli amanti esistiti
dal tempo di Adamo e la sua Eva
nel prato del Paradiso.
Un libro, un sogno li avverte
che sono forme di un sogno già sognato
nelle terre di Bretagna.
Altro libro farà che gli uomini,
sogni essi pure, li sognino.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Domenico Porzio)

da “La cifra”, “Lo Specchio” Mondadori, 1982

∗∗∗

Inferno, V, 129 

Dejan caer el libro, porque ya saben
que son las personas del libro.
(Lo serán de otro, el máximo,
pero eso qué puede importarles.)
Ahora son Paolo y Francesca,
no dos amigos que comparten
el sabor de una fábula.
Se miran con incrédula maravilla.
Las manos no se tocan.
Han descubierto el único tesoro;
han encontrado al otro.
No traicionan a Malatesta,
porque la traición requiere un tercero
y sólo existen ellos dos en el mundo.
Son Paolo y Francesca
y también la reina y su amante
y todos los amantes que han sido
desde aquel Adán y su Eva
en el pasto del Paraíso.
Un libro, un sueño les revela
que son formas de un sueño que fue soñado
en tierras de Bretaña.
Otro libro hará que los hombres,
sueños también, los sueñen.

Jorge Luis Borges

da “La Cifra”, Alianza Editorial, S. A., Madrid, 1981

Susana Bombal – Jorge Luis Borges

Susana Bombal

 

Lodata e altera, alta nella sera
va nel casto giardino. È nell’esatta
luce del puro istante irreversibile
che ci dona il giardino e l’immagine
silenziosa. La vedo qui e ora,
ma posso anche vederla nell’antica
Ur dei Caldei, nel grigio di un crepuscolo,
o scendere la lenta scalinata
di un tempio, adesso polvere infinita
del pianeta e che fu superbia e pietra,
o decifrare in altre latitudini
il magico alfabeto delle stelle,
o odorare una rosa in Inghilterra.
Lei è dove c’è musica, nel lieve
azzurro, nell’esametro del greco,
in una spada, nello specchio terso
dell’acqua, è nelle nostre solitudini
che la cercano, nel marmo del tempo,
nella serenità di una terrazza
che affaccia su giardini e su tramonti.

E al di là delle maschere e dei miti,
l’anima, che è sola.

Jorge Luis Borges

Buenos Aires, 3 novembre 1970

(Traduzione di Tommaso Scarano)

da “L’oro delle tigri”, Adelphi, Milano, 2004

∗∗∗

Susana Bombal 

Alta en la tarde, altiva y alabada,
cruza el casto jardín y está en la exacta
luz del instante irreversible y puro
que nos da este jardín y la alta imagen
silenciosa. La veo aquí y ahora,
pero también la veo en un antiguo
crepúsculo de Ur de los Caldeos
o descendiendo por las lentas gradas
de un templo, que es innumerable polvo
del planeta y que fue piedra y soberbia,
o descifrando el mágico alfabeto
de las estrellas de otras latitudes
o aspirando una rosa en Inglaterra.
Está donde haya música, en el leve
azul, en el hexámetro del griego,
en nuestras soledades que la buscan,
en el espejo de agua de la fuente,
en el mármol del tiempo, en una espada,
en la serenidad de una terraza
que divisa ponientes y jardines.

Y detrás de los mitos y las máscaras,
el alma, que está sola.

Jorge Luis Borges

Buenos Aires, 3 noviembre de 1970

da “El orro de los tigres”, Vista de fragmentos, 1972

Le avventure perdute – Alejandra Pizarnik

Fotografia di Katia Chausheva

Su nere rupi
precipita, inebriata di morte
l’ardente innamorata del vento.
                                             G. Trakl
LA GABBIA

Fuori c’è il sole.
Non è altro che un sole
ma gli uomini lo guardano
e poi cantano.

Io non so del sole.
Io so la melodia dell’angelo
e il sermone caldo
dell’ultimo vento.
So gridare fino all’alba
quando la morte si posa nuda
sulla mia ombra.

Io piango sotto il mio nome.
Io agito fazzoletti nella notte
e navi assetate di realtà
ballano con me.
Io nascondo chiodi
per schernire i miei sogni malati.

Fuori c’è il sole.
Io mi vesto di ceneri.

FESTA NEL VUOTO

Come il vento senza ali rinchiuso nei miei occhi
è la chiamata della morte.
Solamente un angelo mi legherà al sole.
In che luogo l’angelo,
in che luogo la sua parola.

Oh perforare con vino la soave necessità di essere.

LA DANZA IMMOBILE

Messaggeri nella notte hanno annunciato ciò che non udimmo.
Si è cercato sotto l’ululato della luce.
Si è voluto fermare l’avanzare delle mani inguantate
che strangolavano l’innocenza.

E se si sono nascoste nella casa del mio sangue,
per quale motivo non mi trascino fino all’amato
che muore dietro la mia tenerezza?
Perché non fuggo
e mi inseguo con coltelli
e mi deliro?

Di morte si è intessuto ogni istante.
Io divoro la furia come un angelo idiota
invaso da erbacce
che gli impediscono di ricordare il colore del cielo.

Però io e loro sappiamo
che il cielo ha il colore dell’infanzia morta.

TEMPO
A Olga Orozco

Io non so dell’infanzia
non più di un timore luminoso
e di una mano che mi trascina
verso l’altra mia sponda.

La mia infanzia e il suo profumo
di uccello accarezzato.

FIGLIA DEL VENTO

Sono venute.
Invadono il sangue.
Odorano di piume,
di carenza,
di pianto.
Ma tu nutri la paura
e la solitudine
come due animaletti
perduti nel deserto.

Sono venute
a incendiare l’età del sogno.
Un addio è la tua vita.
Ma tu ti abbracci
come il serpente folle di movimento
che trova solo sé stesso
perché non c’è nessuno.

Tu piangi sotto il tuo pianto,
tu apri lo scrigno dei tuoi desideri
e sei più ricca della notte.

Ma crea così tanta solitudine
che le parole si suicidano

L’UNICA FERITA

Quale bestia caduta dallo stupore
si trascina nel mio sangue
e vuole salvarsi?

Ecco qui il difficile:
percorrere le strade
e additare il cielo o la terra.

ESILIO
A Raúl Gustavo Aguirre

Questa mania di sapermi angelo,
senza età,
senza morte in cui vivermi,
senza pietà per il mio nome
né per le mie ossa che piangono mentre vagano.

E chi non ha un amore?
E chi non gode tra i papaveri?
E chi non possiede un fuoco, una morte,
una paura, qualcosa di orribile,
per quanto sia con piume,
per quanto sia con sorrisi?

Sinistro delirio amare un’ombra.
L’ombra non muore.
E il mio amore
abbraccia soltanto ciò che fluisce
come lava dall’inferno:
una loggia silenziosa,
fantasmi in dolce erezione,
sacerdoti di spuma,
e soprattutto angeli,
angeli belli come coltelli
che si levano nella notte
e devastano la speranza.

ARTI INVISIBILI

Tu che canti tutte le mie morti.
Tu che canti ciò che non affidi
al sonno del tempo,
descrivimi la casa del vuoto,
parlami di quelle parole vestite di feretri
che abitano la mia innocenza.

Con tutte le mie morti
io mi consegno alla mia morte,
con manciate d’infanzia,
con desideri ebbri
che non girarono sotto il sole,
e non v’è una parola mattiniera
che dia ragione alla morte,
e non v’è un dio presso il quale morire senza smorfie.

LA CADUTA

Musica mai udita,
amata in feste antiche.
Ormai non riabbraccerò più
colui che giungerà dopo la fine?

Ma questo innocente bisogno di viaggiare
tra suppliche e ululati.
Io non so. Non so di altro che non sia il volto
dai cento occhi di pietra
che piange insieme al silenzio
e che mi aspetta.

Giardino percorso in lacrime,
abitanti che baciai
quando la mia morte ancora non era nata.
Nel vento sacro
tessevano il mio destino.

CENERI

Abbiamo detto parole,
parole per destare morti,
parole per fare un fuoco,
parole dove poterci sedere
e sorridere.

Abbiamo creato il sermone
dell’uccello e del mare,
il sermone dell’acqua,
il sermone dell’amore.

Ci siamo inginocchiati
e abbiamo adorato frasi lunghe
quanto il sospiro della stella,
frasi come onde,
frasi con ali.

Abbiamo inventato nuovi nomi
per il vino e per le risa,
per gli sguardi e i loro terribili
cammini.

Io adesso sono sola
–come l’avara folle
in cima alla sua montagna d’oro–
e scaglio parole in direzione del cielo,
ma io sono sola
e non posso dire al mio amato
quelle parole per le quali vivo.

BLU

le mie mani crescevano con la musica
dietro i fiori

però adesso
perché ti cerco, notte,
perché dormo con i tuoi morti

LA NOTTE

So poco della notte
ma pare che la notte sappia di me,
e non solo, mi assiste come se mi amasse,
ammanta la mia coscienza con le sue stelle.

Può darsi che la notte sia la vita e il sole la morte.
Può darsi che la notte è nulla
e le congetture su di lei nulla
e gli esseri che la vivono nulla.
Può darsi che le parole siano la sola cosa che esiste
nell’enorme vuoto dei secoli
che ci graffiano l’anima con i loro ricordi.

Però la notte deve conoscere la miseria
che si abbevera al nostro sangue e alle nostre idee.
Deve scagliare odio contro i nostri sguardi
che le sono noti in quanto pieni di interessi, di incontri falliti.

Però mi accade di udire la notte piangere nelle mie ossa.
La sua lacrima immensa delira
e grida che qualcosa se n’è andato per sempre.

Un giorno torneremo a essere.

NULLA

Il vento muore nella mia ferita.
La notte mendica il mio sangue.

LA PAURA

Nell’eco delle mie morti
c’è ancora paura.
Tu sai della paura?
So della paura quando dico il mio nome.
È la paura,
la paura con il cappello nero
che nasconde ratti nel mio sangue,
o la paura con le labbra morte
che beve i miei desideri.
Sì. Nell’eco delle mie morti
c’è ancora paura.

ORIGINE

La luce è troppo grande
per la mia infanzia.
Ma chi mi darà la risposta mai impiegata?
Qualche parola che mi ripari dal vento,
qualche piccola verità sulla quale sedermi
e dalla quale vivermi,
qualche frase solamente mia
che io abbracci ogni notte,
nella quale mi riconosca,
nella quale mi esista.

Però no. La mia infanzia
comprende soltanto il vento feroce
che mi disperse nel freddo
quando campane morte
mi annunciarono.

Soltanto una melodia vecchia,
un qualcosa con bambini d’oro, con ali di verde pelliccia,
caldo, saggio come il mare,
che rabbrividisce dal mio sangue,
che rinnova la mia stanchezza di altre età.

Soltanto la decisione di essere dio finanche nel pianto.

LA LUCE CADUTA DALLA NOTTE

riversa sfinge
il tuo pianto sul mio delirio
cresci con fiori sulla mia attesa
ché la salvazione celebra
lo sgorgare del nulla

riversa sfinge
la pace dai tuoi capelli di pietra
sul mio sangue rabbioso

io non capisco la musica
dell’ultimo abisso
io non so del sermone
del braccio d’edera
però voglio essere dell’uccello innamorato
che trascina le ragazze
ebbre di mistero
amo l’uccello saggio in amore
il solo libero

PELLEGRINAGGIO
A Elizabeth Azcona Cranwell

Chiamai, chiamai come la naufraga sventurata
chiama le onde aguzzine
che conoscono il vero nome
della morte.

Ho chiamato il vento,
gli rivelai il mio desiderio di essere.

Ma un uccello morto
vola verso lo scoramento
in mezzo alla musica
quando streghe e fiori
tagliano la mano della bruma.
Un uccello morto chiamato blu.

Non è la solitudine con le ali,
è il silenzio della prigioniera,
è il mutismo di uccelli e vento,
è il mondo indispettito dalle mie risa
o i guardiani dell’inferno
che strappano le mie carte.

Ho chiamato, ho chiamato.
Ho chiamato alla volta del mai.

LA CARENZA

Io non so di uccelli,
non conosco la storia del fuoco.
Però credo che la mia solitudine dovrebbe avere le ali.

IL RISVEGLIO
A León Ostrov

Signore
La gabbia è diventata uccello
ed è volata via
e il mio cuore è impazzito
perché ulula alla morte
e dietro il vento sorride
ai miei deliri

Che cosa ne farò della paura
Che cosa ne farò della paura

Oramai la luce non balla sul mio sorriso
né le stagioni bruciano colombe nelle mie idee
Le mie mani si sono spogliate
e se ne sono andate dove la morte
insegna a vivere ai morti

Signore
L’aria castiga il mio essere
Dietro l’aria ci sono mostri
che si abbeverano con il mio sangue

È il disastro
È l’ora del vuoto non vuoto
È l’istante in cui mettere il catenaccio alle labbra 
udire i condannati gridare
contemplare uno a uno i miei nomi
impiccati al nulla

Signore
Ho vent’anni
Anche i miei occhi hanno vent’anni
eppure non dicono nulla

Signore
Ho consumato la mia vita in un istante
L’ultima innocenza è esplosa
Ora è mai o mai più
O semplicemente fu

Per quale ragione non mi suicido davanti a uno specchio
e scompaio per ricomparire nel mare
dove una grande nave mi attenda
con le sue luci accese?

Per quale ragione non mi estraggo le vene
e faccio di loro una scala
per fuggire dall’altra parte della notte?

Il principio ha generato la fine
Tutto continuerà allo stesso modo
I sorrisi logori
L’interesse interessato
Le domande di pietra in pietra
Le gesticolazioni che copiano l’amore
Tutto continuerà allo stesso modo
Ma le mie braccia insistono nell’abbracciare il mondo
perché ancora nessuno ha insegnato loro
che oramai è troppo tardi

Signore
Getta i feretri del mio sangue

Ricordo la mia infanzia
quando ero un’anziana
I fiori morivano tra le mie mani
perché la danza selvaggia della gioia
distruggeva loro il cuore

Ricordo le nere mattine di sole
quando ero bambina
vale a dire ieri
vale a dire secoli fa

Signore
La gabbia è diventata uccello
e ha divorato le mie speranze

Signore
La gabbia è diventata uccello
Che ne farò della paura

MOLTO PIÙ OLTRE

E cosa accadrebbe se cominciassimo a giocare d’anticipo
di sorriso in sorriso
fino all’ultima speranza?

Cosa accadrebbe?
E a me cosa importa,
a me, che ho perduto il mio nome,
il nome che mi era dolce sostanza
in epoche remote, quando io non ero io
ma piuttosto una bambina ingannata dal suo sangue?

Per cosa, per cosa
questo disgregarmi, questo dissanguarmi,
questo spennarmi, questo squilibrarmi
se la mia realtà arretra
come spinta da una mitragliatrice
e all’improvviso si lancia a correre,
pur se magari viene raggiunta,
fino a che cade ai miei piedi come un uccello morto?
Vorrei parlare della vita.
Ebbene è questa la vita,
questo ululato, questo conficcarsi le unghie
nel petto, questo strapparsi
i capelli a piene mani, questo sputarsi
nei propri occhi, soltanto per dire,
soltanto per vedere se si può dire:
«non è vero che io sono? non è così?
non è vero che io esisto
e non sono l’incubo di una bestia?».

E con le mani infangate
battiamo alla porta dell’amore.
E con la coscienza coperta
di sudici e splendidi veli,
chiediamo di Dio.
E con le tempie crepitanti
di stolta superbia
afferriamo per la cintola la vita
e di lato scalciamo la morte.

Ebbene è questo ciò che facciamo.
Giochiamo d’anticipo di sorriso in sorriso
fino all’ultima speranza.

L’ ASSENTE
I

Il sangue vuole posarsi.
Gli hanno rubato la sua ragione d’amore.
Assenza nuda.
Mi deliro, mi spenno.
Cosa direbbe il mondo se dio
l’avesse abbandonato in questo modo?

II

Senza te
il sole cade come un morto abbandonato.

Senza te
rinvengo tra le mie braccia
e mi riporto alla vita
a mendicare fervore.

DA QUESTA SPONDA
Sono pura
perché la notte che mi rinchiudeva
nella sua nerezza mortale
è fuggita.
W. Blake

Perfino quando l’amato
brillerà nel mio sangue
come collerica stella,
mi alzerò dal mio cadavere
e facendo attenzione a non calpestare il mio sorriso morto
andrò all’incontro del sole.

Da questa sponda di nostalgia
tutto è angelo.
La musica è amica del vento
amico dei fiori
amici della pioggia
amica della morte.

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Roberta Buffi)

da “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Lietocolle, 2018

∗∗∗

LAS AVENTURAS PERDIDAS
(1958)
A Rubén Vela

 

Sobre negros peñascos
se precipita, embriagada de muerte, la ardiente enamorada del viento. 
                                             G. Trakl
LA JAULA

Afuera hay sol.
No es más que un sol
pero los hombres lo miran
y después cantan.

Yo no sé del sol.
Yo sé la melodía del ángel
y el sermón caliente
del último viento.
Sé gritar hasta el alba
cuando la muerte se posa desnuda
en mi sombra.

Yo lloro debajo de mi nombre.
Yo agito pañuelos en la noche
y barcos sedientos de realidad
bailan conmigo.
Yo oculto clavos
para escarnecer a mis sueños enfermos.

Afuera hay sol.
Yo me visto de cenizas.

FIESTA EN EL VACÍO

Como el viento sin alas encerrado en mis ojos
es la llamada de la muerte.
Sólo un ángel me enlazará al sol.
Dónde el ángel,
dónde su palabra.

Oh perforar con vino la suave necesidad de ser.

LA DANZA INMÓVIL

Mensajeros en la noche anunciaron lo que no oímos.
Se buscó debajo del aullido de la luz.
Se quiso detener el avance de las manos enguantadas
que estrangulaban a la inocencia.

Y si se escondieron en la casa de mi sangre,
¿cómo no me arrastro hasta el amado
que muere detrás de mi ternura?
¿Por qué no huyo
y me persigo con cuchillos
y me deliro?

De muerte se ha tejido cada instante.
Yo devoro la furia como un ángel idiota
invadido de malezas
que le impiden recordar el color del cielo.

Pero ellos y yo sabemos
que el cielo tiene el color de la infancia muerta.

TIEMPO
A Olga Orozco

Yo no sé de la infancia
más que un miedo luminoso
y una mano que me arrastra
a mi otra orilla.
 
Mi infancia y su perfume
a pájaro acariciado.

HIJA DEL VIENTO

Han venido.
Invaden la sangre.
Huelen a plumas,
a carencia,
a llanto.
Pero tú alimentas al miedo
y a la soledad
como a dos animales pequeños
perdidos en el desierto.

Han venido
a incendiar la edad del sueño.
Un adiós es tu vida.
Pero tú te abrazas
como la serpiente loca de movimiento
que sólo se halla a sí misma
porque no hay nadie.

Tú lloras debajo de tu llanto,
tú abres el cofre de tus deseos
y eres más rica que la noche.

Pero hace tanta soledad
que las palabras se suicidan

LA ÚNICA HERIDA

¿Qué bestia caída de pasmo
se arrastra por mi sangre
y quiere salvarse?

He aquí lo difícil:
caminar por las calles
y señalar el cielo o la tierra.

EXILIO
A Raúl Gustavo Aguirre

Esta manía de saberme ángel,
sin edad,
sin muerte en que vivirme,
sin piedad por mi nombre
ni por mis huesos que lloran vagando.

¿Y quién no tiene un amor?
¿Y quién no goza entre amapolas?
¿Y quién no posee un fuego, una muerte,
un miedo, algo horrible,
aunque fuere con plumas,
aunque fuere con sonrisas?

Siniestro delirio amar a una sombra.
La sombra no muere.
Y mi amor
sólo abraza a lo que fluye
como lava del infierno:
una logia callada,
fantasmas en dulce erección,
sacerdotes de espuma,
y sobre todo ángeles,
ángeles bellos como cuchillos
que se elevan en la noche
y devastan la esperanza.

ARTES INVISIBLES

Tú que cantas todas mis muertes.
Tú que cantas lo que no confías
al sueño del tiempo,
descríbeme la casa del vacío,
háblame de esas palabras vestidas de féretros
que habitan mi inocencia.

Con todas mis muertes
yo me entrego a mi muerte,
con puñados de infancia,
con deseos ebrios
que no anduvieron bajo el sol,
y no hay una palabra madrugadora
que le dé la razón a la muerte,
y no hay un dios donde morir sin muecas.

LA CAÍDA

Música jamás oída,
amada en antiguas fiestas.
¿Ya nunca volveré a abrazar
al que vendrá después del final?

Pero esta inocente necesidad de viajar
entre plegarias y aullidos.
Yo no sé. No sé sino del rostro
de cien ojos de piedra
que llora junto al silencio
y que me espera.

Jardín recorrido en lágrimas,
habitantes que besé
cuando mi muerte aún no había nacido.
En el viento sagrado
tejían mi destino.

CENIZAS

Hemos dicho palabras,
palabras para despertar muertos,
palabras para hacer un fuego,
palabras donde poder sentarnos
y sonreír.

Hemos creado el sermón
del pájaro y del mar,
el sermón del agua,
el sermón del amor.

Nos hemos arrodillado
y adorado frases extensas
como el suspiro de la estrella,
frases como olas,
frases con alas.

Hemos inventado nuevos nombres
para el vino y para la risa,
para las miradas y sus terribles
caminos.

Yo ahora estoy sola
–como la avara delirante
sobre su montaña de oro–
arrojando palabras hacia el cielo,
pero yo estoy sola
y no puedo decirle a mi amado
aquellas palabras por las que vivo.

AZUL

mis manos crecían con música
detrás de las flores

pero ahora
por qué te busco, noche,
por qué duermo con tus muertos

LA NOCHE

Poco sé de la noche
pero la noche parece saber de mí,
y mas aún, me asiste como si me quisiera,
me cubre la conciencia con sus estrellas.

Tal vez la noche sea la vida y el sol la muerte.
Tal vez la noche es nada
y las conjeturas sobre ella nada
y los seres que la viven nada.
Tal vez las palabras sean lo único que existe
en el enorme vacío de los siglos
que nos arañan el alma con sus recuerdos.

Pero la noche ha de conocer la miseria
que bebe de nuestra sangre y de nuestras ideas.
Ella ha de arrojar odio a nuestras miradas
sabiéndolas llenas de intereses, de desencuentros.

Pero sucede que oigo a la noche llorar en mis huesos.
Su lágrima inmensa delira
y grita que algo se fue para siempre.

Alguna vez volveremos a ser.

NADA

El viento muere en mi herida.
La noche mendiga mi sangre.

EL MIEDO

En el eco de mis muertes
aún hay miedo.
¿Sabes tú del miedo?
Sé del miedo cuando digo mi nombre.
Es el miedo,
el miedo con sombrero negro
escondiendo ratas en mi sangre,
o el miedo con labios muertos
bebiendo mis deseos.
Sí. En el eco de mis muertes
aún hay miedo.

ORIGEN

La luz es demasiado grande
para mi infancia.
Pero ¿quién me dará la respuesta jamás usada?
Alguna palabra que me ampare del viento,
alguna verdad pequeña en que sentarme
y desde la cual vivirme,
alguna frase solamente mía
que yo abrace cada noche,
en la que me reconozca,
en la que me exista.

Pero no. Mi infancia
sólo comprende al viento feroz
que me aventó al frío
cuando campanas muertas
me anunciaron.

Sólo una melodía vieja,
algo con niños de oro, con alas de piel verde,
caliente, sabio como el mar,
que tirita desde mi sangre,
que renueva mi cansancio de otras edades.

Sólo la decisión de ser dios hasta en el llanto.

LA LUZ CAÍDA DE LA NOCHE

vierte esfinge
tu llanto en mi delirio
crece con flores en mi espera
porque la salvación celebra
el manar de la nada

vierte esfinge
la paz de tus cabellos de piedra
en mi sangre rabiosa

yo no entiendo la música
del último abismo
yo no sé del sermón
del brazo de hiedra
pero quiero ser del pájaro enamorado
que arrastra a las muchachas
ebrias de misterio
quiero al pájaro sabio en amor
el único libre

PEREGRINAJE
A Elizabeth Azcona Cranwell

Llamé, llamé como la náufraga dichosa
a las olas verdugas
que conocen el verdadero nombre
de la muerte.

He llamado al viento,
le confié mi deseo de ser.

Pero un pájaro muerto
vuela hacia la desesperanza
en medio de la música
cuando brujas y flores
cortan la mano de la bruma.
Un pájaro muerto llamado azul.

No es la soledad con alas,
es el silencio de la prisionera,
es la mudez de pájaros y viento,
es el mundo enojado con mi risa
o los guardianes del infierno
rompiendo mis cartas.

He llamado, he llamado.
He llamado hacia nunca.

LA CARENCIA

Yo no sé de pájaros,
no conozco la historia del fuego.
Pero creo que mi soledad debería tener alas.

EL DESPERTAR
A León Ostrov

Señor
La jaula se ha vuelto pájaro
y se ha volado
y mi corazón está loco
porque aúlla a la muerte
y sonríe detrás del viento
a mis delirios

Qué haré con el miedo
Qué haré con el miedo

Ya no baila la luz en mi sonrisa
ni las estaciones queman palomas en mis ideas
Mis manos se han desnudado
y se han ido donde la muerte
enseña a vivir a los muertos

Señor
El aire me castiga el ser
Detrás del aire hay monstruos
que beben de mi sangre

Es el desastre
Es la hora del vacío no vacío
Es el instante de poner cerrojo a los labios
oír a los condenados gritar
contemplar a cada uno de mis nombres
ahorcados en la nada

Señor
Tengo veinte años
También mis ojos tienen veinte años
y sin embargo no dicen nada

Señor
He consumado mi vida en un instante
La última inocencia estalló
Ahora es nunca o jamás
o simplemente fue

¿Cómo no me suicido frente a un espejo
y desaparezco para reaparecer en el mar
donde un gran barco me esperaría
con las luces encendidas?

¿Cómo no me extraigo las venas
y hago con ellas una escala
para huir al otro lado de la noche?

El principio ha dado a luz el final
Todo continuará igual
Las sonrisas gastadas
El interés interesado
Las preguntas de piedra en piedra
Las gesticulaciones que remedan amor
Todo continuará igual

Pero mis brazos insisten en abrazar al mundo
porque aún no les enseñaron
que ya es demasiado tarde
Señor
Arroja los féretros de mi sangre

Recuerdo mi niñez
cuando yo era una anciana
Las flores morían en mis manos
porque la danza salvaje de la alegría
les destruía el corazón

Recuerdo las negras mañanas de sol
cuando era niña
es decir ayer
es decir hace siglos

Señor
La jaula se ha vuelto pájaro
y ha devorado mis esperanzas

Señor
La jaula se ha vuelto pájaro
Qué haré con el miedo

MUCHO MÁS ALLÁ

¿Y qué si nos vamos anticipando
de sonrisa en sonrisa
hasta la última esperanza?

¿Y qué?
¿Y qué me da a mí,
a mí que he perdido mi nombre,
el nombre que me era dulce sustancia
en épocas remotas, cuando yo no era yo
sino una niña engañada por su sangre?

¿A qué, a qué
este deshacerme, este desangrarme,
este desplumarme, este desequilibrarme
si mi realidad retrocede
como empujada por una ametralladora
y de pronto se lanza a correr,
aunque igual la alcanzan,
hasta que cae a mis pies como un ave muerta?
Quisiera hablar de la vida.
Pues esto es la vida,
este aullido, este clavarse las uñas
en el pecho, este arrancarse
la cabellera a puñados, este escupirse
a los propios ojos, sólo por decir,
sólo por ver si se puede decir:
«¿es que yo soy? ¿verdad que sí?
¿no es verdad que yo existo
y no soy la pesadilla de una bestia?».

Y con las manos embarradas
golpeamos a las puertas del amor.
Y con la conciencia cubierta
de sucios y hermosos velos,
pedimos por Dios.
Y con las sienes restallantes
de imbécil soberbia
tomamos de la cintura a la vida
y pateamos de soslayo a la muerte.

Pues eso es lo que hacemos.
Nos anticipamos de sonrisa en sonrisa
hasta la última esperanza.

EL AUSENTE
I

La sangre quiere sentarse.
Le han robado su razón de amor.
Ausencia desnuda.
Me deliro, me desplumo.
¿Qué diría el mundo si dios
lo hubiera abandonado así?

II

Sin ti
el sol cae como un muerto abandonado.

Sin ti
me torno en mis brazos
y me llevo a la vida
a mendigar fervor.

DESDE ESTA ORILLA
Soy pura
porque la noche que me encerraba
en su negror mortal
ha huido. 
W. Blake 

Aun cuando el amado
brille en mi sangre
como una estrella colérica,
me levanto de mi cadáver
y cuidando de no hollar mi sonrisa muerta
voy al encuentro del sol.

Desde esta orilla de nostalgia
todo es ángel.
La música es amiga del viento
amigo de las flores
amigas de la lluvia
amiga de la muerte.

Alejandra Pizarnik

da “Alejandra Pizarnik, Poesía Completa”, Lumen Barcellona, 2001