Secondi, 63 – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

63

Perfino adesso, ogni tanto,
con un esile trifoglio
puoi schiudere il mondo.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Secondi”, 1988-1989, in “Molto tardi nella notte”, Crocetti Editore, 2020

Titolo dell’opera originale: Άργά, πολύ άργά μέσα στή νύϰτα

Giardino d’estate – Louise Glück

Foto di Bert Hardy

1.

Diverse settimane fa ho scoperto una fotografia di mia madre
seduta al sole, la sua faccia arrossata come per un successo o un trionfo.
Il sole splendeva. I cani
dormivano ai suoi piedi dove dormiva anche il tempo,
calmo e immobile come in ogni fotografia.

Ho spazzato via la polvere dal viso di mia madre.
La polvere, in effetti, copriva tutto; mi sembrava la foschia
persistente di nostalgia che protegge tutte le reliquie dell’infanzia.
Sullo sfondo, un assortimento di mobili da giardino, alberi e arbusti.

Il sole si spostava più in basso nel cielo, le ombre si allungavano e si oscuravano.
Più polvere ho rimosso, più queste ombre crescevano.
L’estate è arrivata. I bambini
si sporgevano oltre la siepe di rose, le loro ombre
si fondevano con le ombre delle rose.

Una parola mi è venuta in mente, riguardo
a questi spostamenti e cambiamenti, a queste cancellazioni
che adesso erano evidenti –

apparve e altrettanto rapidamente svanì.
Era cecità o oscurità, pericolo, confusione?

Arrivò l’estate, quindi l’autunno. Le foglie mutano
i bambini dei punti luminosi in una miscela di bronzo e terra di siena.

2.

Quando mi fui un po’ ripresa da questi eventi,
ho rimesso la fotografia come l’avevo trovata
tra le pagine di un antico libro rilegato,
molti suoi brani erano stati
annotati a margine, a volte con frasi ma più spesso
con vivaci domande ed esclamazioni
dal significato di “sono d’accordo” o “non sono sicuro, perplesso” —

L’inchiostro era sbiadito. In alcuni punti non capivo
quali pensieri fossero venuti in mente al lettore
ma attraverso le macchie potevo percepire
un senso di gravità, come se fossero cadute lacrime.

Ho tenuto il libro per un po’.
Era Morte a Venezia (in traduzione);
Avevo segnato la pagina nell’ipotesi in cui, come credeva Freud,
nulla accadesse per caso.

Così la piccola fotografia
è stata nuovamente sepolta, come il passato è sepolto nel futuro.
A margine c’erano due parole,
collegate da una freccia: “sterilità” e, in fondo alla pagina, “oblio” —

“E gli sembrava che il pallido e adorabile
Evocatore là fuori gli avesse sorriso e fatto cenno … “

3.

Com’è tranquillo il giardino;
nessuna brezza scuote la ciliegia del Corniolo.
L’estate è arrivata.

Com’è tranquillo
ora che la vita ha trionfato. I rozzi

pilastri dei sicomori
sostengono le mensole
immobili del fogliame,

il prato sottostante
lussureggiante, iridescente —

E in mezzo al cielo
il dio immodesto.

Le cose stanno, dice. Sono, non cambiano;
la risposta non cambia.

Com’è silenzioso il palcoscenico
come anche il pubblico; sembra
che respirare sia un’intrusione.

Deve essere molto vicino,
l’erba è senza ombre.

Com’è tranquillo, com’è silenzioso,
come un pomeriggio a Pompei.

4.

Madre morta la scorsa notte,
Madre che non muore mai.

L’inverno era nell’aria,
a molti mesi di distanza
ma comunque nell’aria.

Era il dieci di maggio.
Fiori di melo e giacinto
sbocciati nel giardino sul retro.

Potremmo sentire
Maria che canta canzoni dalla Cecoslovacchia —

Quanto sono sola –
canzoni di questo tipo.

Quanto sono sola
né madre, né padre –
il mio cervello sembra così vuoto senza di loro.

Gli aromi uscivano dalla terra;
i piatti erano nel lavandino,
risciacquati ma non in ordine.

Sotto la luna piena
Maria stava piegando la biancheria;
le lenzuola rigide erano diventate
rettangoli di luce lunare asciutti e bianchi.

Quanto sono sola, ma nella musica
la mia desolazione è la mia gioia.

Era il decimo giorno di maggio
come era stato il nono, l’ottavo.

La madre dormiva nel suo letto,
le braccia tese, la testa
in equilibrio tra di esse.

5.

Beatrice ha portato i bambini al parco di Cedarhurst.
Il sole splendeva. Aeroplani
passavano avanti e indietro, pacifici perché la guerra era finita.

Era il mondo della sua immaginazione:
vero e falso non aveva importanza.

Appena lucidato e scintillante —
quello era il mondo. La polvere
non era ancora precipitata sulla superficie delle cose.

Gli aerei passavano avanti e indietro, diretti
a Roma e Parigi — non potevi arrivarci
a meno che non sorvolassi il parco. Tutto
deve passare, niente può fermarsi —

I bambini si tenevano per mano, chinandosi
ad annusare le rose.
Erano cinque e sette.

Infinito, infinito: quella
era la sua percezione del tempo.

Si sedette su una panchina, un po’ nascosta dalle querce.
Lontano, la paura si avvicinò e se ne andò;
dalla stazione dei treni ne giungeva il suono.
Il cielo era rosa e arancione, più vecchio perché la giornata era finita.

Non c’era vento. Il giorno d’estate
proietta ombre a forma di quercia sull’erba verde.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

A summer garden 

1.

Several weeks ago I discovered a photograph of my mother
sitting in the sun, her face flushed as with achievement or triumph.
The sun was shining. The dogs
were sleeping at her feet where time was also sleeping,
calm and unmoving as in all photographs.

I wiped the dust from my mother’s face.
Indeed, dust covered everything; it seemed to me the persistent
haze of nostalgia that protects all relics of childhood.
In the background, an assortment of park furniture, trees, and shrubbery.

The sun moved lower in the sky, the shadows lengthened and darkened.
The more dust I removed, the more these shadows grew.

Summer arrived. The children
leaned over the rose border, their shadows
merging with the shadows of the roses.

A word came into my head, referring
to this shifting and changing, these erasures
that were now obvious —

it appeared, and as quickly vanished.
Was it blindness or darkness, peril, confusion?

Summer arrived, then autumn. The leaves turning,
the children bright spots in a mash of bronze and sienna.

2.

When I had recovered somewhat from these events,
I replaced the photograph as I had found it
between the pages of an ancient paperback,
many parts of which had been
annotated in the margins, sometimes in words but more often
in spirited questions and exclamations
meaning “I agree” or “I’m unsure, puzzled”—

The ink was faded. Here and there I couldn’t tell
what thoughts occurred to the reader
but through the blotches I could sense
urgency, as though tears had fallen.

I held the book awhile.
It was Death in Venice (in translation);
I had noted the page in case, as Freud believed,
nothing is an accident.

Thus the little photograph
was buried again, as the past is buried in the future.
In the margin there were two words,
linked by an arrow: “sterility” and, down the page, “oblivion”—

“And it seemed to him the pale and lovely
Summoner out there smiled at him and beckoned…”

3.

How quiet the garden is;
no breeze ruffles the Cornelian cherry.
Summer has come.

How quiet it is
now that life has triumphed. The rough

pillars of the sycamores
support the immobile
shelves of the foliage,

the lawn beneath
lush, iridescent—

And in the middle of the sky,
the immodest god.

Things are, he says. They are, they do not change;
response does not change.

How hushed it is, the stage
as well as the audience; it seems
breathing is an intrusion.

He must be very close,
the grass is shadowless.

How quiet it is, how silent,
like an afternoon in Pompeii.

4.

Mother died last night,
Mother who never dies.

Winter was in the air,
many months away
but in the air nevertheless.

It was the tenth of May.
Hyacinth and apple blossom
bloomed in the back garden.

We could hear
Maria singing songs from Czechoslovakia—

How alone I am—
songs of that kind.

How alone I am,
no mother, no father—
my brain seems so empty without them.

Aromas drifted out of the earth;
the dishes were in the sink,
rinsed but not stacked.

Under the full moon
Maria was folding the washing;
the stiff sheets became
dry white rectangles of moonlight.

How alone I am, but in music
my desolation is my rejoicing.

It was the tenth of May
as it had been the ninth, the eighth.

Mother slept in her bed,
her arms outstretched, her head
balanced between them.

5.

Beatrice took the children to the park in Cedarhurst.
The sun was shining. Airplanes
passed back and forth overhead, peaceful because the war was over.

It was the world of her imagination:
true and false were of no importance.

Freshly polished and glittering —
that was the world. Dust
had not yet erupted on the surface of things.

The planes passed back and forth, bound
for Rome and Paris — you couldn’t get there
unless you flew over the park. Everything
must pass through, nothing can stop—

The children held hands, leaning
to smell the roses.
They were five and seven.

Infinite, infinite—that
was her perception of time.

She sat on a bench, somewhat hidden by oak trees.
Far away, fear approached and departed;
from the train station came the sound it made.

The sky was pink and orange, older because the day was over.
There was no wind. The summer day
cast oak—shaped shadows on the green grass.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014

«Aveva, albero» – Mario Luzi

Dirk Wüstenhagen

 

Aveva, albero,
disobbedito alla sua norma,
                                      aveva
lui
tradito o altri
contrastato la sua forma,
deviato dal suo fine
                      la sua forza?
                                    E ora era
                                   deforme
per errore
o cattiveria
di chi? Si logora,
si imbroncia.
                    «Non piangere,
albero, non gemere»
                                   gli gridano
le rondini
nei tuffi e negli affondo
del loro mulinello. «C’è
un’armonia più estesa
e misericordiosa
che abbraccia anche il tuo sgorbio,
lo modula, lo lima,
                                       lo commisura
al suo perenne ritmo…»
Chi è, non è nessuno
ma c’è, onnipresente,
colui che raccoglie questo dialogo
e passa tra gli effimeri che passano
nel vento inesauribile del mondo…

Mario Luzi

da “Promenade humaine I”, in “Sotto specie umana”, Garzanti, 1999 

Madre – Gottfried Benn

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attesa, 1965

 

Ti porto come una ferita
sulla fronte che non si rimargina.
Non sempre duole. E il cuore
non ne muore dissanguato.
Solo talvolta sono di colpo accecato e sento
del sangue in bocca.

Gottfried Benn

(Traduzione di Paola Quadrelli)

La madre di G. Benn morì il 9 aprile 1912.

dalla rivista “Poesia”, Anno XV, Gennaio 2002, N. 157, Crocetti Editore

∗∗∗

Mutter

Ich trage dich wie eine Wunde
auf meiner Stirn, die sich nicht schließt.
Sie schmerzt nicht immer. Und es fließt
das Herz sich nicht draus tot.
Nur manchmal plötzlich bin ich blind und spüre
Blut im Munde.

Gottfried Benn

1913

da “Sämtliche Werke”, J.G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger GmbH, Stuttgart, 1986

Ballata di un poeta oscuro per il nuovo millennio – Nasos Vaghenàs

Josef Sudek, Labyrinth in my Atelier, 1960

(Su una poesia di Gavin Ewart)

In verità, non è grande la torta.
In molti non ne gusteremo affatto:
questa cosa ci pesa, come un torto,
e ci rende cattivi, insoddisfatti,
divorati da un astio malcelato
per chi sta sulla vetta, ed è arrivato.

Desideriamo ammirazione immensa
per ogni santo verso che sputiamo,
e quando non troviamo lodi e incenso,
tutti irascibili ci inalberiamo.
Trattiamo senza tema i nostri critici
da prezzolati, rancorosi, o stitici.

Avvertiamo un disagio assai profondo
che i nostri libri restino invenduti.
Ci intristiamo osservando che del mondo
l’amore ci è mancato, e, prevenuti,
nel pubblico perdiamo le speranze,
se invece di poesie compra romanzi.

Riteniamo incredibile, inaudito,
che mandino in sollucchero le chiacchiere
dell’uno, o i toni poco rifiniti,
rozzi, dell’altro, o le parole stracche
e stolte; odiamo i critici per cui
c’è del buon ritmo dentro i versi altrui.

Siamo sicuri (o quasi) che il futuro
ci renderà il successo che ci spetta,
e che l’opera nostra, adesso oscura,
sarà amata, immortale e sempre letta.
Che i nostri versi non hanno scadenza.
“Il tempo è galantuomo, è un’evidenza.

Nasos Vaghenàs

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

da “Ballate oscure e altre poesie”, Crocetti Editore, 2021

∗∗∗

Μπαλλάντα ἑνός ἄδοξου ποιητῆ γιά τή νέα χιλιετία

(Πάνω σ’ ἕνα ποίημα τοῦ Γϰάβιν Γιούαρτ)

Δέν εἶναι πολύ μεγάλη ἡ πίττα.
Μεριϰοἱ δέν θά πάρουμε μπουϰιά·
πράγμα πού μᾶς βαραίνει σάν ἥττα,
πού ϰάνει τόν ϰαθένα μας ϰαϰό ἢ ϰαϰιά.
Μᾶς τρώει μιά μοχθηρία ϰρυφή
γι’ αὐτούς πού βρίσϰονται στήν ϰορυφή.

Τόν θαυμασμό ἐπιθυμοῦμε
γιά ϰάθε στίχο πού ἐϰστομίζουμε,
ϰι ὅταν ἔπαινο δέν ἀϰοῦμε,
θυμώνουμε ϰι ἀφρίζουμε.
Χαραϰτηρίζουμε τούς ϰριτιϰούς
ϰαϰόπιστους ἢ χολεριϰούς.

Νιώθουμε μιά περίεργη θλίψη
πού τά βιβλία μας μένουν ἀπούλητα.
Μελαγχολοῦμε πού μᾶς ἔχει λείψει
ἡ ἀγάπη τοῦ ϰόσμου, ϰαἱ μισοῦμε ἀβούλητα
τό πλατύ ϰοινό πού ἀντἱ γιά ποιήματα
ἀγοράζει μυθιστορήματα.

Τό θεωροῦμε ἀπίστευτο ὅτι
οἱ ἀερολογίες τοῦ ένός
ϰι οἱ ἄξεστοι ϰαἱ ἀνοιϰονόμητοι τρόποι
τοῦ ἄλλου ϰι ὁ δυσϰοίλιος ἢ φτηνός
λόγος ἐϰστασιάζουν· ὅτι ἡ ϰριτιϰή
βρίσϰει στούς ϰρότους τοῦ τάδε μουσιϰή.

Εἴμαστε βέβαιοι (ἢ σχεδόν βέβαιοι) ὅτι τό
μέλλον θά μᾶς διϰαιώσει
ϰαἱ τό ἀχειροϰρότητο
ἔργο μας θ’ ἀποθεώσει.
Ὄτι οἱ στίχοι μας δέν ἔχουν λήξη
Λέμε: «Ὁ χρόνος θά δείξει».

Νάσος Βαγενάς

da “Σϰοτεινές μπαλλάντες ϰαί ἄλλα ποιήματα”, Αθήνα: Κέδρος, 2001