Annalena – Czesław Miłosz

Foto di Galina Kurlat

Mi è accaduto alle volte di baciare negli specchi il riflesso del mio volto; poiché lo carezzavano le mani, le labbra e le lacrime di Annalena, il mio volto mi sembrava divinamente bello e come illuminato da una celeste dolcezza.
L’Amoureuse Initiation

Ho amato la tua yoni¹ vellutata, Annalena, i lunghi viaggi
nel delta delle tue gambe.

La spinta a risalire il fiume fino al battito del tuo cuore
attraverso le più selvagge correnti sature della luce di luppolo e di neri convolvoli.

E il nostro impeto e il riso trionfale e il rapido
vestirsi nel mezzo della notte per salire le scale di pietra
della città alta.

Il respiro trattenuto per la meraviglia e il silenzio, la porosità
dei massi consunti e le porte della cattedrale.

Oltre il cancello della canonica i pezzi di mattoni e le erbacce,
nell’oscurità toccare i ruvidi sproni del muro.

E più tardi guardare giù dal ponte i frutteti quando
sotto la luna ogni albero sta sul suo inginocchiatoio,
e nel buio dal cuore segreto dei pioppi bussa l’eco
della turbina ad acqua.

A chi raccontiamo che cosa ci è accaduto sulla terra, per chi
disponiamo ovunque grandi specchi sperando che si riempiano
e così tutto resti?

Sempre incerti se questo siamo stati tu ed io, Annalena, oppure
amanti senza nome di una fiaba su tavolette smaltate.

Czesław Miłosz

1967

(Traduzione di Valeria Rosselli)

da “Terra inafferrata”, in “Czesław Miłosz, La fodera del mondo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966 

¹Sesso femminile in sanscrito

∗∗∗

Annalena

Zdarzało mi się niekiedy całować w lustrach odbicie
mojej twarzy; ponieważ pieściły ją ręce, usta i Izy
Annaleny, twarz moja wydawała mi się bosko piękna
i jakby prześwietlona niebiańską słodyczą.
L’ Amoureuse Initiation

Lubiłem twoją aksamitną yoni, Annalena, długie podróże
w delcie twoich nóg.

Dążenie w górę rzeki do twego bijącego serca przez coraz
dziksze prądy sycone światłem chmielu i czarnych powojów.

I naszą gwałtowność i triumfalny śmiech i pośpieszne
ubieranie się w środku nocy żeby iść kamiennymi schodami
górnego miasta.

Oddech wstrzymany z podziwu i ciszy, porowatość zużytych
głazów i portal katedry.

Za furtką do plebanii ułamki cegieł i chwasty, w ciemności
dotyk szorstkich oskarpowań muru.

I później patrzenie z mostu w dół na sady kiedy pod
księżycem każde drzewo osobne na swoim klęczniku,
a z tajemnego wnętrza przyćmionych topoli stuka echo
wodnej turbiny.

Komu opowiadamy co zdarzyło się nam na ziemi, dla kogo
ustawiamy wszędzie wielkie lustra w nadziei, że napełnią się
i tak zostanie?

Zawsze niepewni czy to byliśmy ja i ty, Annalena, czy
kochankowie bez imion na tabliczkach z baśniowej emalii.

Czesław Miłosz

1967

da “Nieobjęta ziemia”, Instytut Literack, 1884

Lettera da un lettore – Adam Zagajewski

Foto di Josef Sudek

 

Troppo sulla morte
sulle ombre.
Scrivi su un giorno qualsiasi
sul desiderio di ordine.

La campanella della scuola
può essere un modello
di moderazione,
anche l’erudizione.

Troppa morte
troppa
cupa illuminazione.

Guarda, popoli accalcati
in stadi stretti
cantano inni di odio.

Troppa musica
troppa poca armonia, pace,
saggezza.

Scrivi sui momenti in cui i ponti dell’amicizia
sembrano più resistenti
della disperazione.

Scrivi sull’amore,
sulle serate lunghe,
sul mattino,
sugli alberi,
sull’infinita pazienza
della luce.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Paola Malavasi)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVII, Maggio 2004, N. 183, Crocetti Editore

Negli alberi – Adam Zagajewski

Michael Kenna, Windy Trees, Les Tuileries, Paris, France

 

Negli alberi, nelle loro chiome, sotto sontuose
vesti di foglie e sottane di luce,
sotto i sensi, sotto le ali, sotto gli scettri,
negli alberi si cela, respira, palpita
una vita quieta, sonnolenta, un abbozzo d’eterno.
Prosperi reami crescono nell’ambone
delle querce. Gli scoiattoli corrono, immobili
come piccoli tramonti rossi nascosti
sotto le palpebre. Ostaggi invisibili
formicolano sotto i gusci delle ghiande,
gli schiavi portano cesti con frutta e argento,
i cammelli oscillano come studiosi
arabi sopra i loro manoscritti, i pozzi
bevono acqua e aceto, l’acerba Europa
stilla come resina dal legno, Vermeer dipinge
vesti e una luce che non va scemando.
Sotto la cupola del circo danzano i tordi.
Slowacki già abita a Parigi e gioca
perseverante in borsa. Un ricco
si infila nella cruna d’un ago
e geme, ah, che tortura, Socrate
spiega ai cercatori d’oro che cos’è
la menzogna, che cosa il bene e la virtù.
I rematori remano lenti. E lente navigano
le barche a vela. I fuggitivi dell’Insurrezione
di Varsavia bevono un tè dolce,
sui rami asciuga la biancheria,
qualcuno nel sonno chiede «dov’è
la mia patria». Un veliero verde è fissato
a un’ancora arrugginita. Un coro di anime immortali
prova una cantata di Bach, in silenzio.
Accanto, su un angusto divano, dorme, stanco,
capitan Nemo. Un picchio trasmette un telegramma
urgente con la notizia della conquista
di Cartagine e del Boston Tea Party.
La donnola non si tramuta affatto
in lady Macbeth, nelle chiome degli alberi
non esistono rimorsi. Icaro serenamente affoga.
Dio riavvolge il nastro. Le spedizioni punitive
rientrano in caserma. Vivremo a lungo
negli intrecci di un arabesco, nel balbettio
dell’allocco, nel desiderio, nell’eco
senza casa, sotto sontuose vesti di foglie,
nelle chiome degli alberi, nell’altrui respiro.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

da “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, Adelphi, 2012

Il senso – Czesław Miłosz

Michael Kenna, Huangshan Mountains, Study 46, China, 2010

 

– Quando morirò, vedrò la fodera del mondo.
L’altra parte, dietro l’uccello, la montagna, il tramonto.
Il vero significato che vorrà essere letto.
Ciò ch’era inconciliabile, si concilierà.
E sarà compreso ciò ch’era incomprensibile.

– Ma se non c’è una fodera del mondo?
Se il tordo sul ramo non è affatto un segno
ma solo un tordo sul ramo, se il giorno e la notte
si susseguono senza badare a un senso
e non c’è nulla sulla terra, oltre questa terra?

Se così fosse, resterebbe ancora la parola
suscitata una volta da effimere labbra,
che corre e corre, messaggero instancabile,
nei campi interstellari, nei vortici galattici
e protesta, chiama, grida.

Czesław Miłosz

(Traduzione di Valeria Rosselli)

da “Le regioni ulteriori”, in “Czesław Miłosz, La fodera del mondo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966

***

Sens

– Kiedy umrę, zobaczę podszewkę świata.
Drugą stronę, za ptakiem, górą i zachodem słońca.
Wzywające odczytania prawdziwe znaczenie.
Co nie zgadzało się, będzie się zgadzało.
Co było niepojęte, będzie pojęte.

– A jeżeli nie ma podszewki świata?
Jeżeli drozd na gałęzi nie jest wcale znakiem
Tylko drozdem na gałęzi, jeżeli dzień i noc
Następują po sobie nie dbając o sens
I nie ma nic na ziemi, prócz tej ziemi?

Gdyby tak było, to jednak zostanie
Słowo raz obudzone przez nietrwałe usta,
Które biegnie i biegnie, poseł niestrudzony,
Na międzygwiezdne pola, w kołowrót galaktyk
I protestuje, woła, krzyczy.

Czesław Miłosz

da “Dalsze okolice”, Wydawn, Znak, 1991

Consigli – Czesław Miłosz

 

Al posto dei giovani poeti
(posto elevato, checché ne pensi la generazione)
preferirei non dire che la terra è il sogno d’un pazzo,
una favola stolta tutta chiasso e furore.

È vero, non mi è capitato di veder trionfare la giustizia.
Le labbra degli innocenti non reclamano nulla.
E chissà se un buffone incoronato,
strepitante con la coppa in mano che la divinità gli è propizia
perché tanti e tanti ne ha avvelenati, decapitati, accecati,
non commuoverebbe gli spettatori: era così mite!

Dio non moltiplica ai virtuosi pecore e cammelli
e nulla toglie per l’omicidio e lo spergiuro.
Si è nascosto tanto a lungo che ci si è dimenticati della sua apparizione
nel roveto ardente e nel petto del giovane ebreo
pronto a soffrire per tutti quelli che furono e saranno.

Non è certo che Ananke attenda la sua ora
per ripagare a dovere orgoglio e mancanza di misura.

Si è riusciti a far capire all’uomo
che se vive, è solo per grazia dei potenti.
Pensi dunque a bere il caffè e a dare la caccia alle farfalle.
Chi ama la Res publica avrà la mano mozzata.

Eppure la Terra merita almeno un po’ di tenerezza.
Non che prenda troppo sul serio le consolazioni della natura
e gli accessori barocchi, la Luna, le nuvole paffute
(benché sia un bel momento quando i pruni fioriscono lungo la Wiljia).

No, consiglierei addirittura di stare lontani dalla natura,
dalle immagini ostinate di spazio infinito,
di tempo infinito, dalle lumache avvelenate
sul sentiero nel giardino, quali nostri eserciti.

C’è molta morte e per questo la tenerezza
per le trecce, le gonne colorate al vento,
le barchette di carta non più durevoli di noi stessi…

Czesław Miłosz

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Città senza nome”, in “Czesław Miłosz, Il castigo della speranza”, All’insegna del pesce d’oro, 1981 

∗∗∗

Rady

Na miejscu młodych poetów
(miejscu wysokim, cokolwiek sądzi pokolenie)
wolałbym nie mówić, że ziemia jest snem wariata,
bajką niemądrą, pełną wrzasku i furii.

To prawda, nie zdarzyło mi się oglądać triumfu sprawiedliwości.
Usta niewinnych nie upominają się o nic.
I kto wie, czy błazen w koronie,
z kielichem w ręku, ryczący że bóstwo mu sprzyja
ponieważ tylu i tylu otruł, ściął, oślepił,
nie rozrzewniałby widzów: że taki łagodny.

Bóg nie pomnaża cnotliwym dobytku w owcach i wielbłądach
i nie odejmuje nic za mord i krzywoprzysięstwo.
Ukrywał się tak długo, że zapomniano jak się objawił
w krzaku ognistym i w piersi żydowskiego młodzieńca
gotowego cierpieć za wszystkich co byli i będą.

Nie jest pewne czy Ananke wygląda swojej godziny
żeby odpłacać jak trzeba za pychę i brak miary.

Człowiekowi potrafiono dać do zrozumienia,
że jeżeli żyje, to tylko z łaski potężnych.
Niech więc zajmie się piciem kawy i łowieniem motyli.
Kto kocha Rzecz Pospolitą, będzie miał dłoń uciętą.

A jednak Ziemi należy się, nieduża choćby, tkliwość.
Nie żebym brał zbyt poważnie pociechy natury
i barokowe rekwizyty, Lunę, pyzate obłoki
(choć kiedy czeremchy kwitną nad Wilią, piękna to jest pora).

Nie, nawet doradzałbym dalej od natury,
od upartych obrazów nieskończonej przestrzeni,
nieskończonego czasu, od ślimaków otrutych
na ścieżce w ogrodzie, niby nasze armie.

Jest bardzo dużo śmierci i dlatego tkliwość
dla warkoczy, spódnic kolorowych na wietrze,
łódeczek papierowych nie trwalszych niż my sami…

Czesław Miłosz

da “Miasto bez imienia. Poezje”, Paris: Instytut Literacki, 1969