La “o” disgiuntiva – Kikí Dimulà

Frank Paulin, Girl in the Rain

 

Mi ha chiuso in casa la pioggia
e ora dipendo dalle gocce.

Ma come sapere se è pioggia
o lacrime dal cielo profondo di un ricordo?
Sono troppo cresciuta per dare
senza riserve un nome ai fenomeni:
questa è pioggia e queste sono lacrime.

Rimango asciutta tra
due possibilità: pioggia o lacrime,
e tra tante ambigue realtà:
pioggia o lacrime,
amore o modo di crescere,
tu o piccola oscillante ombra
dell’ultima foglia che saluta.
Ogni ultima cosa,
la chiamo ultima senza riserve.

Sono troppo cresciuta
perché questo sia motivo di lacrime.
Lacrime o pioggia, come saperlo?
E continuo a dipendere dalle gocce.
E sono troppo cresciuta
per aspettare una misura quando piove
e un’altra quando non piove.
Gocce per tutto.
Gocce di pioggia o lacrime.

Dagli occhi di un ricordo o dai miei.
Io o il ricordo, chi lo sa.
Sono troppo cresciuta per distinguere i tempi.
Pioggia o lacrime.
Tu o piccola oscillante ombra
dell’ultima foglia che saluta.

Kikí Dimulà

(Traduzione di Maria Paola Minucci)

da “L’adolescenza dell’oblio”, Crocetti Editore, 2000

∗∗∗

Το διαζευϰτιϰόν “ή”

Μ᾿ ἔϰλεισε μέσα ἡ βροχή
ϰαί μένω τώρα νά ἐξαρτιέμαι ἀπό σταγόνες.

Ὅμως ποῦ ξέρω ἂν αὐτό εἶναι βροχή
ἢ δάϰρυα ἀπό τόν μέσα οὐρανό μίας μνήμης;
Μεγάλωσα πολύ γιά νά ὀνομάζω
τά φαινόμενα χωρίς ἐπιφύλαξη,
αὐτό βροχή, αὐτό δάϰρυα.

Στεγνή στέϰομαι ἀνάμεσα
στά δύο ἐνδεχόμενα: βροχή ἢ δάϰρυα,
ϰι ἀνάμεσά σε τόσα διφορούμενα:
βροχή ἢ δάϰρυα,
ἔρωτας ἢ τρόπος νά μεγαλώνουμε,
ἐσύ ἢ μιϰρή ἀποχαιρετιστήρια αἰώρηση σϰιᾶς
τοῦ τελευταίου φύλλου.
Τό ϰάθε τελευταῖο,
τελευταῖο τ᾿ ὀνομάζω χωρίς ἐπιφύλαξη.

Καί μεγάλωσα πολύ
γιά νά εἶναι αὐτό ἀφορμή δαϰρύων.
Δάϰρυα ἢ βροχή, ποῦ νά ξέρω;
Καί μένω νά ἐξαρτιέμαι ἀπό σταγόνες.
Καί μεγάλωσα πολύ
γιά νά περιμένω ἄλλο μέτρο ὅταν βρέχει
ϰι ὅταν δέν βρέχει ἄλλο.
Σταγόνες γιά ὅλα.
Σταγόνες βροχῆς ἢ δάϰρυα.
Ἀπό τά μάτια ϰάποιας μνήμης ἢ τά διϰά μου.
Ἐγώ ἢ μνήμη, ποῦ νά ξέρω;
Μεγάλωσα πολύ γιά νά χωρίζω τούς χρόνους.
Βροχή ἢ δάϰρυα.

Ἐσύ ἢ μιϰρή ἀποχαιρετιστήρια αἰώρηση σϰιᾶς
τοῦ τελευταίου φύλλου.

Κική Δημουλά

da “Το λίγο του ϰόσμου. Ποιήματα”, Νεφέλη, 1983

Sogno d’Islanda – sette rose – Moka

Foto di Moka

 

Venne a trovarmi una ragazza,
tra le corolle multirazziali
mi chiese sette rose di carta

il cuore balbettava
dove le sue mani e i capelli
ci legavano in un passato circostante.

Aveva combattuto suo padre
-un gioco tra ombre-
per capire com’era successo
d’aver perso l’amore
e non aver mai chiesto niente.

Solo il cielo boreale acconsentì
svelando le sue fragilità e l’aurora:
distese le rose di carta a terra
su una tomba senza parole,
l’inchiostro cadeva dal cielo
in domande
i petali avrebbero risposto
catturando un vecchio discorso
rimasto sospeso.

Moka

da “Vuoti d’aria”, Le Mezzelane Casa Editrice, 2021

Moka, Vuoti d’aria, Le Mezzelane Casa Editrice, 2021

 

Epilogo – Manolis Anaghnostakis

Howard D. Simmons Photography

 

E anzitutto niente illusioni.
Tutt’al più prendili come due pallidi proiettori nella nebbia
Come una cartolina ad amici lontani con l’unica parola: vivo.

“Perché,” come molto giustamente una volta ha detto anche il mio amico Titos,
“Nessun verso oggi può mobilitare le masse
Nessun verso oggi può rovesciare regimi. ”

E sia!
Tu, mutilato, mostra le mani. Giudica per essere giudicato.

Manolis Anaghnostakis

(Traduzione di Vincenzo Orsina)

da “Manolis Anaghnostakis”, Poesie, Crocetti Editore, 2021

∗∗∗

Ἐπίλογος

Κι ὄχι αὐταπάτες προπαντός.
Τό πολύ πολύ νά τούς ἐϰλάβεις σά δυό θαμπούς
προβολεῖς μέ ς στήν ὁμίχλη
Σάν ἕνα δελτάριο σέ φίλους πού λείπουν
μέ τή μοναδιϰή λέξη: ζῶ.

«Γιατί» ὅπως πολύ σωστά εἶπε ϰάποτε ϰι ὁ φίλος μου ὁ Τίτος,
«ϰανένας στίχος σήμερα δέ ν ϰινητοποιεῖ τίς μᾶζες
ϰανένας στίχος σήμερα δέ ν ἀνατρέπει ϰαθεστῶτα.»

Ἔστω.
Ἀνάπηρος, δεῖξε τά χέρια σου. Κρῖνε γιά νά ϰριθεῖς.

Μανόλης Ἀναγνωστάκης

da “ Ὁ Στόχος”, 1970, in “Τα Ποιήματα 1941-1971”, Αθήνα: Πλειάς, 1976

Di nuovo le parole – Titos Patrikios

Titos Patrikios, foto di Danilo De Marco

 

Le parole si riversano a migliaia
dai dizionari appena li apri
come formiche nere, rosse, bianche
quando calpesti un formicaio.
Come trovare, come scegliere
in quell’affollamento di parole
l’unica che serve,
come salvarsi dalla moltitudine
delle altre che ti si appiccicano addosso
cercando di sopravvivere.
Ma sotto la lingua le parole impronunciate,
le solitarie, che non escono dalla bocca,
quelle ti rodono dentro
lasciando carcasse rinsecchite
di uomini che tentarono di parlare
quand’era ormai troppo tardi.
Finché posso
combinare anche solo due parole
esisto.

Titos Patrikios

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Il piacere della dilazione (1992)”, in “La resistenza dei fatti”, Crocetti Editore, 2007

∗∗∗

Ξανά οι λέξεις

Oι λέξεις μέσα απ’ τα λεξικά χιλιάδες
ξεχύνονται μόλις τ’ ανοίξεις
όπως μυρμήγκια μαύρα, κόκκινα, άσπρα
άμα πατήσεις μυρμηγκοφωλιά.
Πώς να βρεις, πώς να διαλέξεις
μέσα στο συμφυρμό των λέξεων
τη μοναδική που πρέπει,
πώς να γλιτώσεις απ’ τις άλλες
που κολλάνε πλήθος πάνω σου
γυρεύοντας να επιβιώσουν.
Όμως οι ανείπωτες λέξεις κάτω από τη γλώσσα
οι μοναχικές που δε βγαίνουν απ’ το στόμα
κι εκείνες σιγοτρώνε από μέσα
αφήνοντας κουφάρια φυραμένα
ανθρώπων που προσπάθησαν να μιλήσουν
όταν πια ήταν αργά.
Όσο μπορώ
έστω δυο λέξεις να συνδυάζω
υπάρχω.

Τίτος Πατρίϰιος

da “Η αντίσταση των γεγονότων”, Κέδρος, 2000 

Paesaggio natìo – Louise Glück

Immagine dal web

 

 

Stai calpestando tuo padre, disse mia madre,
e infatti mi trovavo esattamente al centro
di un letto d’erba, falciata così ordinatamente che avrebbe potuto essere
la tomba di mio padre, anche se nessuna lapide lo diceva.

Stai calpestando tuo padre, ripeté,
più forte questa volta, che cominciò a suonarmi strano,
perché pure lei era morta; anche il dottore lo aveva ammesso.

Mi sono spostata leggermente di lato, dove
mio padre finì e mia madre iniziò.

Il cimitero era silenzioso. Il vento soffiava tra gli alberi;
Potevo sentire, molto debolmente, scoppi di pianto a parecchie file di distanza,
e oltre a questo, un cane che si lamentava.

Alla fine questi suoni si attenuarono. Mi è passato per la mente
che non avevo memoria di essere stata portata qui,
a quello che ora sembrava un cimitero, anche se avrebbe potuto essere
un cimitero soltanto nella mia mente; forse era un parco, o se non un parco,
un giardino o pergola, profumata, me ne resi conto ora dal profumo di rose –
douceur de vivre che riempie l’aria, la dolcezza di vivere,
come dice il proverbio. Ad un certo punto,

mi è venuto in mente che ero sola.
Dove erano finiti gli altri
i miei cugini e mia sorella, Caitlin e Abigail?

Ormai la luce stava svanendo. Dov’era l’auto
in attesa di portarci a casa?

Allora ho iniziato a cercare qualche alternativa. ho sentito
che cresceva in me un’impazienza, vicina, direi, all’ansia.
Alla fine, in lontananza, ho scorto un trenino,
si fermò, sembrava, dietro un fogliame, il conduttore,
appoggiato allo stipite di una porta, fumando una sigaretta.

Non dimenticarmi, ho gridato, correndo adesso
su molte trame, molte madri e padri –
Non dimenticarmi, ho gridato, quando finalmente l’ho raggiunto.
Signora, disse, indicando i binari,
sicuramente si rende conto che questa è la fine, le tracce non vanno oltre.
Le sue parole erano dure, eppure i suoi occhi erano gentili;
questo mi ha incoraggiata a insistere sulle mie ragioni.
Ma tornano indietro, ho detto, e ho osservato
la loro solidità, come se avessero numerosi ritorni davanti a loro.

Sappia, ha detto, che il nostro lavoro è difficile: ci confrontiamo
con molto dolore e delusione.
Mi guardò con crescente franchezza.
Una volta ero come lei, aggiunse, innamorato della confusione.

Ora ho parlato come a un vecchio amico:
E tu, ho detto, visto che era libero di andarsene,
non hai voglia di tornare a casa,
rivedere la città?

Questa è casa mia, ha detto.
La città — la città è dove scompaio.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

Aboriginal landscape

You’re stepping on your father, my mother said,
and indeed I was standing exactly in the center
of a bed of grass, mown so neatly it could have been
my father’s grave, although there was no stone saying so.

You’re stepping on your father, she repeated,
louder this time, which began to be strange to me,
since she was dead herself; even the doctor had admitted it.

I moved slightly to the side, to where
my father ended and my mother began.

The cemetery was silent. Wind blew through the trees;
I could hear, very faintly, sounds of weeping several rows away,
and beyond that, a dog wailing.

At length these sounds abated. It crossed my mind
I had no memory of being driven here,
to what now seemed a cemetery, though it could have been
a cemetery in my mind only; perhaps it was a park, or if not a park,
a garden or bower, perfumed, I now realized, with the scent of roses—
douceur de vivre filling the air, the sweetness of living,
as the saying goes. At some point,

it occurred to me I was alone.
Where had the others gone,
my cousins and sister, Caitlin and Abigail?

By now the light was fading. Where was the car
waiting to take us home?

I then began seeking for some alternative. I felt
an impatience growing in me, approaching, I would say, anxiety.
Finally, in the distance, I made out a small train,
stopped, it seemed, behind some foliage, the conductor
lingering against a doorframe, smoking a cigarette.

Do not forget me, I cried, running now
over many plots, many mothers and fathers—

Do not forget me, I cried, when at last I reached him.
Madam, he said, pointing to the tracks,
surely you realize this is the end, the tracks do not go farther.
His words were harsh, and yet his eyes were kind;
this encouraged me to press my case harder.
But they go back, I said, and I remarked
their sturdiness, as though they had many such returns ahead of them.

You know, he said, our work is difficult: we confront
much sorrow and disappointment.
He gazed at me with increasing frankness.
I was like you once, he added, in love with turbulence.

Now I spoke as to an old friend:
What of you, I said, since he was free to leave,
have you no wish to go home,
to see the city again?

This is my home, he said.
The city—the city is where I disappear.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014