«Non chiedermi parole, oggi non bastano» – Maria Luisa Spaziani

André Kertész, Untitled, Toronto, 1981

 

Non chiedermi parole, oggi non bastano.
Stanno nei dizionari: sia pure imprevedibili
nei loro incastri, sono consunte voci.
È sempre un prevedibile dejà vu.

Vorrei parlare con te − è lo stesso con Dio −
tramite segni umbratili di nervi,
elettrici messaggi che la psiche
trae dal cuore dell’universo.

Un fremere d’antenne, un disegno di danza,
un infinitesimo battere di ciglia,
la musica-ultrasuono che nemmeno
immaginava Bach.

Maria Luisa Spaziani

da “La traversata dell’oasi”, poesie d’amore 1998-2001, Milano, Mondadori, 2002

«Stringo una mano d’aria, eppure è calda» – Maria Luisa Spaziani

Trude Fleischmann, Tilly Losch-James, 1932

 

Stringo una mano d’aria, eppure è calda,
mi sveste tutta, entro in sintonia
con frequenze di onde celesti. Una nuvola
basta per inventare il tuo profilo.

Manca all’appello qualche senso. Manca
un profumo silvano di pelle. Mi avverte
però l’angelo muto di fermarmi.
“Quanto ti è giunto è molto. Ora ti basti”.

Maria Luisa Spaziani

da “La traversata dell’oasi”, poesie d’amore 1998-2001, Mondadori, Milano, 2002

Versi per la messa di mezzanotte – Maria Luisa Spaziani

Gerard Van Honthorst, Adorazione del bambino, 1620, Galleria degli Uffizi, Firenze

Natale 1977

Natale è un flauto d’alba, un fervore di radici
che in nome tuo sprigionano acuti di ultrasuono.
Anche le stelle ascoltano, gli azzurrognoli soli
in eterno ubriachi di pura solitudine.

Perché questo Tu sei, piccolo Dio che nasci
e muori e poi rinasci sul ciclo delle foglie:
una voce che smuove e turba anche il cristallo,
il mare, il sasso, il nulla inconsapevole.

Invisibile aria, Tu impregni ciò che vive
e solo vive se di te s’impregna.
Tu sei d’ogni radice l’alto mistero in musica
che innerva il tralcio-lazzaro e lo spinge a fiorire.

Maria Luisa Spaziani

da “Geometria del disordine”, “Lo Specchio” Mondadori, 1981

La polena – Maria Luisa Spaziani

Foto di Alessio Albi

I

Io sono la polena che qualcuno ha salvato
dalla demolizione di un veliero.
Aquila su scialba insegna d’osteria,
non fisso più orizzonti né tempeste.

Tu che passi sforzati di credere
allo slancio delle mie ali spiegate.
Ai fianchi dello scafo convergono gli oceani.
A me, immobile, i cieli reggono il volo.

 

II

Gli anni si accavallano a riccioli di spuma
e a intermittenti ondate nere.
Mi divide dal mare una spiaggia che cresce
nel cuore della notte e mi ributta
relitti di naufragi.

Bel museo in disordine. Gli oggetti
non sono compatibili. Fra i libri
della mia adolescenza vigoreggiano
i balocchi dei figli, ed a brandelli
sfilacciati il mio abito da sposa.

Non si riposa il mare. E mi pretende
vigile a contemplare quanto resta
sul campo di battaglia. In prospettiva
si inazzurra il passato. E benedico
i miei e altrui peccati.

Maria Luisa Spaziani

da “Pallottoliere celeste”, “Lo Specchio” Mondadori, 2019

«Forse di questo amore ancor non detto» – Maria Luisa Spaziani

Émil Otto Hoppé, Lilian Gish, United States, 1921

 

Forse di questo amore ancor non detto
il meglio passò qui, dove rombando
come un treno nel tunnel dell’estate
un rauco vento transitava a notte
sulla cima dei pini. Ed era l’ora
del mio saluto, ché ci avviene a volte
d’inchinarci alle cose ancor non nate
con la sete indicibile che ispirano
le passioni defunte. Ardentemente
ho ritagliato in cielo, negli azzurri
turbinosi del sud la zona sacra
che l’occhio degli aruspici sceglieva
a limite d’un tempio. E sia che duri
tra noi questo silenzio immacolato,
o rapinosi dialoghi ci avvolgano
e liane c’imprigionino, votati
a ogni ambiguo trionfo, quest’immensa
invisibile cupola di sogni
sarà scolpita in questo cielo, vetro
di silice divina che attraversa
il falco inconsapevole e non piega
la bianca fronte per variar di destini.

Maria Luisa Spaziani

da “L’occhio del ciclone”, “Lo Specchio” Mondadori, 1970