«Io non ho più niente di me.» – Mario Benedetti

Foto di Josef Sudek

«En finir avec le monde»
Io non ho più niente di me.
Pierre Jean Jouve, Matière céleste

Io non ho più niente di me.
Respiro la fatica della stanza a stare
dove gli uomini non sono più.
Io che sono qualcos’altro: distanza dalla vita.

Mario Benedetti

da “Sassi, posti di erbe, resti”, in “Umana Gloria”, “Lo Specchio Mondadori, 2004

«Bambina mia» – Mariangela Gualtieri

Giovanni Boldini, Bambina con gatto nero in braccio, 1885

 

Bambina mia,
per te avrei dato tutti i giardini
del mio regno se fossi stata regina,
fino all’ultima rosa, fino all’ultima piuma.
Tutto il regno per te.

Ti lascio invece baracche e spine,
polveri pesanti su tutto lo scenario
battiti molto forti
palpebre cucite tutto intorno. Ira
nelle periferie della specie. E al centro
ira.

Ma tu non credere a chi dipinge l’umano
come una bestia zoppa e questo mondo
come una palla alla fine.
Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e
di sangue. Lo fa perché è facile farlo.

Noi siamo solo confusi, credi.
Ma sentiamo. Sentiamo ancora.
Siamo ancora capaci di amare qualcosa.
Ancora proviamo pietà.

C’è splendore
in ogni cosa. Io l’ho visto.
Io ora lo vedo di piú.
C’è splendore. Non avere paura.

Ciao faccia bella, gioia piú grande.
Il tuo destino è l’amore.
Sempre. Nient’altro.
Nient’altro nient’altro.

Mariangela Gualtieri

da “Divinità domestiche”, in “Quando non morivo”, Einaudi, Torino, 2019

Confessione del fuggiasco – Juan Vicente Piqueras 

Michael Kenna, Crumbling Boardwalk, Shiga, Honshu, Japan. 2003

 

Sono felice solo quando me ne sto andando.

Non tra quattro muri, ognuno con le sue spade,
ma tra qui e lì, una casa e l’altra,
entrambe estranee, preferibilmente.

Ormai non posso, né voglio, starmene fermo.
Né ora né dopo. Né qui né lì.
In ogni caso là, dove sei tu,
chiunque tu sia, mettimi il tuo nome
sulle labbra assetate, insaziabili.

Io non sono io né posso avere una casa.
Non dico ormai perché non lo sono mai stato,
non l’ho mai avuta, sono sempre stato straniero
dentro e fuori di me. Sono ciò che non sono:
il mendicante che dorme sotto il ponte
che unisce le mie due rive e io attraverso
senza che possa, né giorno né notte, fermarmi.

Scrivo perché cerco, perché aspetto.
Ma oramai non so che cosa, l’ho dimenticato.
Scrivendo spero
di poterlo ricordare. Persevero nelle intemperie.

Nonvivo tra parentesi
nello spazio vivo e il tempo morto
dell’attesa di che cosa, tra due qui.

Mai in ma tra. Esci da me,
chiunque tu sia, lasciami in pace
o falla finita ormai con me e con l’amaro
miele di stare solo parlando da solo.

Ho deciso che la mia patria sia
non decidere, non stare da nessuna parte
bensì in transito, ponti, navi, treni,
dove io sia soltanto il passeggero
che so di essere, mentre sento
che mi inquieta la pace,
che la quiete mi spaventa,
che la sicurezza non mi alletta,
e sono felice soltanto quando so di essere fugace.

Juan Vicente Piqueras 

(Traduzione di Roberta Buffi)

da “Andata”, in “Avverbi di luogo”, LietoColle, 2019

∗∗∗

Confesión del fugitivo

Sólo soy feliz yéndome.
No entre cuatro paredes, con sus sendas espadas,
sino entre aquí y allí, una casa y otra,
ajenas ambas preferiblemente.

No puedo ya, ni quiero, estarme quieto.
Ni ahora ni después. Ni aquí ni allí.
En todo caso ahí, donde estás tú,
seas quien seas tú, ponme tu nombre
en los labios sedientos, insaciables.

Yo no soy yo ni puedo tener casa.
No digo ya porque nunca lo fui,
nunca la tuve, siempre fui extranjero
dentro y fuera de mí. Soy lo que no:
el mendigo que duerme bajo el puente
que une mis dos orillas y yo cruzo
sin poder, día y noche, detenerme.

Escribo porque busco, porque espero.
Pero ya no sé qué, se me ha olvidado.
Espero que escribiendo
llegue a acordarme. Insisto en la intemperie.

Sinvivo entre paréntesis
en el espacio vivo y tiempo muerto
de la espera de qué, entre dos aquíes.
Nunca en sino entre. Sal de mí,
seas quien seas tú, déjame en paz
o acaba ya conmigo y con la miel
amarga de estar solo hablando solo.

He decidido que mi patria sea
no decidir, no estar en ningún sitio
sino de paso, puentes, naves, trenes,
donde yo sea sólo el pasajero
que sé que soy, sintiendo
que me inquieta la paz,
que la quietud me asusta,
que la seguridad no me interesa,
y sólo soy feliz cuando me sé fugaz.

Juan Vicente Piqueras 

da “Ida”, in “Adverbios de lugar”, Visor Libros, 2003

Cerco una strada per il mio nome – Izet Sarajlic

Foto di Izis Bidermanas

 

Passeggio per la strada della nostra giovinezza
e cerco una strada per il mio nome.

Le strade ampie, rumorose le lascio ai grandi della storia.
Cosa stavo facendo mentre si faceva la storia?
Semplicemente ti amavo.

Cerco una strada piccola, semplice, quotidiana,
lungo la quale, inosservati dalla gente,
possiamo passeggiare anche dopo la morte.

Non importa se non ha molto verde,
e neanche propri uccelli.

È importante che in essa possano trovare rifugio
sia l’uomo che il cane in fuga dalla battuta di caccia.

Sarebbe bello che fosse lastricata di pietra,
ma tutto sommato questa non è la cosa più importante.

La cosa più importante è
che nella strada con il mio nome
a nessuno capiti mai una disgrazia.

Izet Sarajlic

1968

(Traduzione di Sinan Gudžević e Raffaella Marzano)

da “Qualcuno ha suonato”, Multimedia, Salerno, 2001

∗∗∗

Tražim ulicu za svoje ime

Šetam gradom naše mladosti
i tražim ulicu za svoje ime.

Velike, bučne ulice –
njih prepuštam velikanima istorije.

Šta sam ja radio dok je trajala istorija?
Prosto tebe volio.

Malu ulicu tražim, običnu, svakodnevnu,
kojom se, neopaženi od svijeta,
možemo prošetati i poslije smrti.

U početku ona ne mora imati mnogo zelenila,
čak ni svoje ptice.
Važno je da u njoj, bježeći pred hajkom,
uvijek mognu da se sklone i čovjek i pas.

Bilo bi lijepo da bude popločana,
ali, na kraju, ni to nije ono najvažnije.

Najvažnije je to
da u ulici s mojim imenom
nikada nikog ne zadesi nesreća.

Izet Sarajlić

da “Knjiga oproštaja”, Rabić, Sarajevo, 1998

Amica luna… – Michalis Ganàs

Andrew Wyeth, Wind from the Sea, 1947

 

Amica luna, mi dico,
ciottolo d’oro sul fondo del tuo sogno,
con occhi indolenziti dall’insonnia,
amica luna, mi dico,
ma chi ascolterà questa canzone.
E poi in fondo perché cantare,
nel cavo delle mani racchiudo il vento
conosce molte vele, conosce molti addii,
non c’è il minimo interesse,
se ho bisogno di una sigaretta
la chiederò al mio amico medico.
Gli amici, sai, sono sempre più rari,
diventano avvocati, medici, professori,
un giorno ti sorprendi,
non fanno che parlare di macchine, di viaggi in Europa,
non c’è niente di male,
è soltanto un fatto nuovo, insolito.
Un giorno ti sorprendi,
guardi negli occhi di una donna, di una donna qualunque,
ti ripeti piano vecchi motivi,
«Me ne andrò l’inverno, ricurvo un po’ sulla sinistra
per il peso del tuo amore»,
ti ricordi di quanto ti è mancato il suo cuore gemello,
incidi versi, ti ripeti piano vecchi motivi,
«Mio cipresso sottile, ti sogno da tre notti»
qualche volta prova disgusto di tutto questo,
non far sprofondare la tua vita
in tanti dettagli.
Di nuovo torna la luna,
è amica – mi dico – e piena di ricordi,
calmi annottati colli natii,
nel palmo della pioggia
isole asciutte di grilli,
voci della notte fin giù al fiume
con i platani e l’affaccendarsi delle rane.
Se una volta esisterai
fecondando il ventre che ti ho preparato,
avrai canneti per molte gioie,
avrai gli occhi che ti prometto
e un cuore che m’inonderà col suo sangue.

Michalis Ganàs

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “La Grecia, sai…”, Donzelli Poesia, 2004

∗∗∗

Καλό φεγγάρι…

Καλό φεγγάρι λέω,
χρυσό χαλίϰι στό βυθό του ὀνείρου σου,
μέ μάτια πού πονοῦν ἀπ’ τήν ἀγρύπνια,
ϰαλό φεγγάρι λέω,
μά ποιός θ’ ἀϰούσει τοῦτο τό τραγούδι.
Καλά ϰαλά γιατί νά τραγουδῶ,
μέσα στίς χοῦφτες μου ϰρατῶ τόν ἄνεμο,
ξέρει πολλά πανιά, ξέρει πολλά μαντίλια,
δέν ἔχει διάφορο ϰανένα,
ἄν χρειαστῶ τσιγάρα,
θά δανειστῶ ἀπ’ τό γιατρό τό φίλο μου.
Οἱ φίλοι ξέρεις λιγοστεύουν,
γίνονται διϰηγόροι, γιατροί, ϰαθηγητές,
ξαφνιάζεσαι μιά μέρα,
ἀρχίζουν νά μιλᾶνε γι’ αὐτοϰίνητα, ταξίδια στήν Εὐρώπη,
αὐτά δέν εἶναι ἄσχημα,
μονάχα ἀσυνήθιστα, πρωτάϰουστα.
Ξαφνιάζεσαι μιά μέρα,
ϰοιτάζεις μές στά μάτια μιᾶς γυναίϰας, ὅποιας γυναίϰας,
λές σιγανά παλιούς σϰοπούς,
«Θά φύγω τό χειμώνα γέρνοντας λίγο ἀριστερά
ἀπό τό βάρος τῆς ἀγάπης σου»,
θυμᾶσαι πόσο σοῦ ’λειψε ἡ δίδυμη ϰαρδιά της,
χαράζεις στίχους, λές σιγανά παλιούς σϰοπούς,
«Λιγνό μου ϰυπαρίσσι, σ’ ὀνειρευόμουνα τρεῖς νύχτες»,
ϰάποτε νά τά σιχαθεῖς ἐτοῦτα,
νά μή βουλιάξεις τή ζωή σου
νά μή βουλιάξεις τή ζωή σου
μέσα σέ τόσες λεπτομέρειες.
Πάλι γυρίζει τό φεγγάρι,
ϰαλό τό λέω ϰαί γεμάτο μνῆμες,
ἥσυχοι νυχτωμένοι λόφοι τῆς πατρίδας,
μές στήν παλάμη τῆς βροχῆς
στεγνές νησίδες τριζονιῶν,
φωνές τῆς νύχτας ὥς ϰάτω στό ποτάμι
μέ τά πλατάνια ϰαί τό νοιϰοϰυριό τῶν βατραχάδων.
Ἄν ϰάποτε ὑπάρξεις
ϰαρπίζοντας τή μήτρα πού σοῦ ἑτοίμασα,
θά ’χεις ϰαλάμια γιά πολλές χαρές,
θά ’χεις τά μάτια πού σοῦ τάζω
ϰαί μιά ϰαρδιά πού θά μέ πνίξει μέ τό αἷμα της.

Μιχάλης Γκανάς 

da “Ἀϰάθιστος Δεῖπνος”, 1978