«Il mio fanciullo ha le piume leggere.» – Sandro Penna

Foto di Édouard Boubat

 

Il mio fanciullo ha le piume leggere.
Ha la voce sì viva e gentile.
Ha negli occhi le mie primavere
perdute. In lui ricerco amor non vile.

Così ritorna il cuore alle sue piene.
Così l’amore insegna cose vere.
Perdonino gli dèi se non conviene
il sentenziare su piume leggere.

Sandro Penna

da “Poesie (1927-1938)”, in “Sandro Penna, Poesie”, Garzanti, 1989

La francese – Roberto Bolaño

Christian Vogt, The Pair, 1987

 

Una donna intelligente.
Una donna bella.
Conosceva tutte le varianti, tutte le possibilità.
Lettrice degli aforismi di Duchamp e dei racconti di Defoe.
In genere con un autocontrollo invidiabile,
Salvo quando si deprimeva e si ubriacava,
Cosa che poteva durare due o tre giorni,
Un susseguirsi di bordeaux e valium
Da far venire la pelle d’oca.
Allora di solito ti raccontava le storie che le erano successe
Fra i 15 e i 18 anni.
Un film porno e dell’orrore,
Corpi nudi e affari ai limiti della legge,
Un’attrice per vocazione e allo stesso tempo una ragazza con strani tratti di avidità.
La conobbi che ne aveva appena compiuti 25,
In un periodo tranquillo.
Suppongo che avesse paura della vecchiaia e della morte.
La vecchiaia per lei erano i trent’anni,
La Guerra dei Trent’Anni,
I trent’anni di Cristo quando aveva cominciato a predicare,
Un’età come un’altra, le dicevo mentre cenavamo
A lume di candela
Contemplando la corrente del fiume più letterario del pianeta.
Ma per noi il prestigio era altrove,
Nelle bande possedute dalla lentezza, nei gesti
Squisitamente lenti
Dell’esaurimento nervoso,
Nei letti bui,
Nella moltiplicazione geometrica delle vetrine vuote
E nella fossa della realtà,
Il nostro assoluto,
Il nostro Voltaire,
La nostra filosofia in camera e nel boudoir.
Come dicevo, una ragazza intelligente,
Con quella rara virtù, la previdenza
(Rara per noi, latinoamericani)
Che è così comune nella sua patria,
Dove perfino gli assassini hanno un libretto di risparmio,
E lei non sarebbe stata da meno,
Un libretto di risparmio e una foto di Tristán Cabral,
La nostalgia del non vissuto,
Mentre quel prestigioso fiume trascinava un sole moribondo
E sulle sue guance scendevano lacrime apparentemente gratuite.
Non voglio morire, sussurrava mentre veniva
Nel perspicace buio della camera,
E io non sapevo che dire,
Davvero non sapevo che dire,
Tranne accarezzarla e sostenerla mentre si muoveva
Su e giù come la vita,
Su e giù come le poetesse di Francia
Innocenti e castigate,
Finché non tornava sul pianeta Terra
E dalle sue labbra sgorgavano
Passaggi della sua adolescenza che all’improvviso riempivano la nostra stanza
Con doppioni suoi che piangevano sulle scale mobili della metro,
Con doppioni suoi che facevano l’amore con due tizi alla volta
Mentre fuori cadeva la pioggia
Sui sacchetti della spazzatura e sulle pistole abbandonate
Nei sacchetti della spazzatura,
La pioggia che tutto lava
Tranne la memoria e la ragione.
Vestiti, giacche di pelle, stivali italiani, biancheria intima da far impazzire,
Da farla impazzire,
Apparivano e scomparivano nella nostra stanza fosforescente e pulsante,
E cenni rapidi di altre avventure meno intime
Sfolgoravano nei suoi occhi feriti come lucciole.
Un amore che non sarebbe durato molto
Ma che alla fine si sarebbe rivelato indimenticabile.
Questo disse,
Seduta vicino alla finestra,
Il suo volto sospeso nel tempo,
Le sue labbra: le labbra di una statua.
Un amore indimenticabile
Sotto la pioggia,
Sotto quel cielo irto di antenne dove convivevano
I cornicioni del Seicento
Con le cacche di piccione del Novecento.
E in mezzo
Tutta l’inestinguibile capacità di provocare dolore,
Invitta attraverso gli anni,
Invitta attraverso gli amori
Indimenticabili.
Sì, ecco cosa disse.
Un amore indimenticabile
E breve,
Come un uragano?,
No, un amore breve come il sospiro di una testa ghigliottinata,
La testa di un re o di un conte bretone,
Breve come la bellezza,
La bellezza assoluta,
Quella che contiene tutta la grandezza e la miseria del mondo
E che è visibile solo a chi ama.

Roberto Bolaño

(Traduzione di Ilide Carmignani)

da “I cani romantici”, Edizioni SUR, 2018

∗∗∗

La francesa

Una mujer inteligente.
Una mujer hermosa.
Conocía todas las variantes, todas las posibilidades.
Lectora de los aforismos de Duchamp y de los relatos de Defoe.
En general con un autocontrol envidiable,
Salvo cuando se deprimía y se emborrachaba,
Algo que podía durar dos o tres días,
Una sucesión de burdeos y valiums
Que te ponía la carne de gallina.
Entonces solía contarte las historias que le sucedieron
Entre los 15 y los 18.
Una película de sexo y de terror,
Cuerpos desnudos y negocios en los límites de la ley,
Una actriz vocacional y al mismo tiempo una chica con extraños rasgos de avaricia.
La conocí cuando acababa de cumplir los 25,
En una época tranquila.
Supongo que tenía miedo de la vejez y de la muerte.
La vejez para ella eran los treinta años,
La Guerra de los Treinta Años,
Los treinta años de Cristo cuando empezó a predicar,
Una edad como cualquier otra, le decía mientras cenábamos
A la luz de las velas
Contemplando el discurrir del río más literario del planeta.
Pero para nosotros el prestigio estaba en otra parte,
En las bandas poseídas por la lentitud, en los gestos
Exquisitamente lentos
Del desarreglo nervioso,
En las camas oscuras,
En la multiplicación geométrica de las vitrinas vacías
Y en el hoyo de la realidad,
Nuestro absoluto,
Nuestro Voltaire,
Nuestra filosofía de dormitorio y tocador.
Como decía, una muchacha inteligente,
Con esa rara virtud previsora
(Rara para nosotros, latinoamericanos)
Que es tan común en su patria,
En donde hasta los asesinos tienen una cartilla de ahorros
Y ella no iba a ser menos,
Una cartilla de ahorros y una foto de Tristán Cabral,
La nostalgia de lo no vivido,
Mientras aquel prestigioso río arrastraba un sol moribundo
Y sobre sus mejillas rodaban lágrimas aparentemente gratuitas.
No me quiero morir, susurraba mientras se corría
En la perspicaz oscuridad del dormitorio,
Y yo no sabía qué decir,
En verdad no sabía qué decir,
Salvo acariciarla y sostenerla mientras se movía
Arriba y abajo como la vida,
Arriba y abajo como las poetas de Francia
Inocentes y castigadas,
Hasta que volvía al planeta Tierra
Y de sus labios brotaban
Pasajes de su adolescencia que de improviso llenaban nuestra habitación
Con duplicados que lloraban en las escaleras automáticas del metro,
Con duplicados que hacían el amor con dos tipos a la vez
Mientras afuera caía la lluvia
Sobre las bolsas de basura y sobre las pistolas abandonadas
En las bolsas de basura,
La lluvia que todo lo lava
Menos la memoria y la razón.
Vestidos, chaquetas de cuero, botas italianas, lencería para volverse loco,
Para volverla loca,
Aparecían y desaparecían en nuestra habitación fosforescente y pulsátil,
Y trazos rápidos de otras aventuras menos íntimas
Fulguraban en sus ojos heridos como luciérnagas.
Un amor que no iba a durar mucho
Pero que a la postre resultaría inolvidable.
Eso dijo,
Sentada junto a la ventana,
Su rostro suspendido en el tiempo,
Sus labios: los labios de una estatua.
Un amor inolvidable
Bajo la lluvia,
Bajo ese cielo erizado de antenas en donde convivían
Los artesonados del siglo XVII
Con las cagadas de palomas del siglo XX.
Y en medio
Toda la inextinguible capacidad de provocar dolor,
Invicta a través de los años,
Invicta a través de los amores
Inolvidables.
Eso dijo, sí.
Un amor inolvidable
Y breve,
¿Como un huracán?,
No, un amor breve como el suspiro de una cabeza guillotinada,
La cabeza de un rey o un conde bretón,
Breve como la belleza,
La belleza absoluta,
La que contiene toda la grandeza y la miseria del mundo
Y que sólo es visible para quienes aman.

Roberto Bolaño

da “Los perros románticos”, Barcelona, Acantilado, 2006

Il Ponte Mirabeau – Guillaume Apollinaire

Dipinto di Gaston Prunier

 

Sotto Pont Mirabeau la Senna va
E i nostri amori potrò mai scordarlo
C’era sempre la gioia dopo gli affanni

Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno io non ancora

Le mani nelle mani restiamo faccia a faccia
E sotto il ponte delle nostre braccia
Stanca degli eterni sguardi l’onda passa

Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno io non ancora

L’amore va come quell’acqua fugge
L’amore va come la vita è lenta
E come la speranza è violenta

Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno io non ancora

Passano i giorni e poi le settimane
Ma non tornano amori né passato
Sotto Pont Mirabeau la Senna va

Venga la notte suoni l’ora
I giorni vanno io non ancora

Guillaume Apollinaire

(Traduzione di Vittorio Sereni)

da “Il musicante di Saint-Merry e altri versi tradotti”, Einaudi, Torino, 1981

∗∗∗

Il ponte Mirabeau

Sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna
      E i nostri amori
      Me lo devo ricordare
La gioia veniva sempre dopo il dolore

     Venga la notte suoni l’ora
     I giorni se ne vanno io rimango

Le mani nelle mani faccia a faccia restiamo
     Mentre sotto
     II ponte delle nostre braccia passa
L’onda stanca degli eterni sguardi

     Venga la notte suoni l’ora
     I giorni se ne vanno io rimango

L’amore se ne va come quest’acqua corrente
     L’amore se ne va
     Com’è lenta la vita
E come la Speranza è violenta

     Venga la notte suoni l’ora
     I giorni se ne vanno io rimango

Passano i giorni e passano le settimane
     Né il tempo passato
     Né gli amori ritornano
Sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna

     Venga la notte suoni l’ora
     I giorni se ne vanno io rimango

Guillaume Apollinaire

(Traduzione di Renzo Paris)

da “Guillaume Apollinaire”, Poesie, Newton Compton editori, 1971

∗∗∗

Le pont Mirabeau

Sous le pont Mirabeau coule la Seine
          Et nos amours
     Faut-il qu’il m’en souvienne
La joie venait toujours après la peine.

          Vienne la nuit sonne l’heure
          Les jours s’en vont je demeure

Les mains dans les mains restons face à face
          Tandis que sous
   Le pont de nos bras passe
Des éternels regards l’onde si lasse

             Vienne la nuit sonne l’heure
             Les jours s’en vont je demeure

L’amour s’en va comme cette eau courante
            L’amour s’en va
      Comme la vie est lente
Et comme l’Espérance est violente

          Vienne la nuit sonne l’heure
          Les jours s’en vont je demeure

Passent les jours et passent les semaines
            Ni temps passé
     Ni les amours reviennent
Sous le pont Mirabeau coule la Seine

           Vienne la nuit sonne l’heure
          Les jours s’en vont je demeure

Guillaume Apollinaire

da “Guillaume Apollinaire, Œuvres Poétiques, vol. I, «Bibliothèque de la Pléiade», Gallimard, 1971

L’éternité – Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

 

Elle est retrouvée.
Quoi? – L’Éternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.

Âme sentinelle
Murmurons l’aveu
De la nuit si nulle
Et du jour en feu.

Des humains suffrages,
Des communs élans
Là tu te dégages
Et voles selon.

Puisque de vous seules,
Braises de satin,
Le Devoir s’exhale
Sans qu’on dise: enfin.

Là pas d’espérance,
Nul orietur.
Science avec patience,
Le supplice est sûr.

Elle est retrouvée.
Quoi? – L’Éternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.

Arthur Rimbaud

Mai 1872

da “Œuvres complètes”, a cura di Antoine Adam, “Bibliothèque de la Pléiade”, Paris, 1972

∗∗∗

L’eternità

È ritrovata.
Che? – L’Eternità.
È il mare andato via
Col sole.

Anima sentinella,
Mormoriamo l’assenso
Della notte di nulla
E del giorno di fuoco.

Dai suffragi umani,
Dai comuni slanci,
Tu là ti liberi
E voli a seconda.

Poi che da voi sole,
Braci di raso,
Esala il Dovere,
Senza un: finalmente.

Là niente speranza,
Non c’è un orietur.
Scienza con pazienza,
Il supplizio è certo.

È ritrovata.
Che? – L’Eternità.
È il mare andato via
Col sole.

Arthur Rimbaud

Maggio 1872

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Arthur Rimbaud, Opere”, “I Meridiani” Mondadori, 1975

∗∗∗

L’eternità

È ritrovata.
Che? — L’Eternità.
È il mare andato
Con il sole.

Anima mia sentinella,
Mormoriamo la confessione
Della notte sí nulla
E del giorno di fuoco.

Dagli umani suffragi,
Dagli slanci comuni,
Là ti disciogli
E libera voli.

Da voi soli invero,
Tizzoni di raso,
Si esala il Dovere,
E non si dice: finalmente.

Là, niente speranza,
Nessun orietur.
Scienza e pazienza,
Supplizio sicuro.

È ritrovata.
Che? — L’Eternità.
È il mare andato
Con il sole.

Arthur Rimbaud

Maggio 1872.

(Traduzione di Ivos Margoni)

da “Arthur Rimbaud, Opere”, Feltrinelli, Milano, 1964

∗∗∗

L’eternità

È ritrovata.
Che cosa? – L’Eternità.
È il mare dileguato
con il sole.
 
Anima sentinella,
mormoriamo la confessione
della notte così nulla
e del giorno infuocato.
 
Dagli umani suffragi,
dagli slanci comuni,
là tu ti liberi
e voli dove vuoi.
 
Poiché solo da voi,
tizzoni di raso,
si esala il Dovere
senza che si dica: finalmente.

Là, nessuna speranza,
nessun orietur.
Scienza con pazienza,
il supplizio è sicuro.
 
È ritrovata.
Che cosa? – L’Eternità.
È il mare dileguato
con il sole.

Arthur Rimbaud

(Traduzione di Laura Mazza)

Maggio 1872

da “Arthur Rimbaud, Tutte le poesie”, Newton Compton, 1972

∗∗∗

L’eternità

L’hanno ritrovata.
Che?  L’Eternità.
La marea andata
con il sole. Mormora,

mia anima attenta,
la confessione
della notte spenta
e del giorno in fiamme.

Dai suffragi umani,
dai comuni slanci
laggiú ti dipani
e voli a seconda…

Tizzoni di sete,
invero il Dovere
voi soli effondete
senza dire: infine.

Nessuna speranza,
nessun orïetur.
Scienza piú costanza,
supplizio sicuro.

L’hanno ritrovata.
Che? – L’Eternità.
La marea andata
insieme col sole.

Arthur Rimbaud

Maggio 1872

(Traduzione di Gian Piero Bona)

da “Arthur Rimbaud, Poesie”, Einaudi, Torino, 1973

Fuori dai denti – Philip Schultz

 

Odio sentirmi chiedere
di inchinarmi davanti
a qualcosa nel cui nome
milioni di persone sono state sacrificate.
Non voglio avere niente a che fare
con l’anima. Odio
i suoi orli frastagliati
e le sue tasche senza fondo,
il suo sguardo privo di malizia, cieco.
Odio l’idea del paradiso,
dove le anime di Socrate
e di Machiavelli si trovano
a vivere fianco a fianco. Se
devo credere in qualcosa,
credo nella disperazione. Nei suoi
denti decrepiti, il fiato rancido
e la memoria lunga. Lascio
a lei in eredità il capolavoro
della mia coscienza, la regola
più inutile che esista.
Alla verità vadano gli avanzi
della mia dignità. Potrà fare
ciò che vuole dei miei desideri
folli e delle mie illusioni
impotenti. Preferisco
vedermi come un’anomalia
legata senza volerlo a
una coscienza ormai
obsoleta e provvisoria
che deve a ogni passo salvarsi
da se stessa,
come una specie di istinto speciale
per la felicità che
mi ha sostenuto per un breve
ma promettente momento.

Philip Schultz

(Traduzione di Paola Splendore, con la collaborazione di Maria Baiocchi, Barbara Fiore e Sandro Triulzi)

da “Fallimento, 2007”, in “Il dio della solitudine”, a cura di Paola Splendore, Donzelli Poesia, 2018

∗∗∗

Blunt

I hate the idea of being asked
to bow down before
something in whose name
millions have been sacrificed.
I want nothing to do
with a soul. I hate
its crenulated edges
and bottomless pockets,
its guileless, eyeless stare.
I hate the idea of paradise,
where the souls of Socrates
and Machiavelli are made
to live side by side. If
I have to believe in something,
I believe in despair. In its
antique teeth and sour breath
and long memory. To it
I bequeath the masterpiece
of my conscience, the most
useless government of all.
The truth gets the table scraps
of my dignity. It can do
what it likes with the madman
of my desire and the conjurer
of my impotence. I prefer
to see myself as an anomaly
involuntarily joined to
an already obsolete
and transitory consciousness
that must constantly save
itself from itself,
as a peculiar instinct
for happiness that
sustained me for a brief
but interesting time.

Philip Schultz

da “Failure”, Harcourt Books, 2007