Invocazione all’Orsa Maggiore – Ingeborg Bachmann

 

Scendi, Orsa Maggiore, notte arruffata,
fiera dal manto di nubi, dagli antichi occhi,
stelle occhi,
nella macchia affondano, scintillanti,
le tue zampe con gli artigli,
stelle artigli,
vigili noi pascoliamo gli armenti,
pur da te ammaliati, e diffidiamo
dei tuoi fianchi sfiniti, degli aguzzi
denti dischiusi,
vecchia orsa.

Un cono di pigna: il vostro mondo.
Voi: le sue squame.
Dagli abeti dell’inizio
agli abeti della fine
la rivolto, la sbalzo,
l’annuso, ne saggio il sapore
e l’abbranco.

Temete e non temete!
Gettate l’obolo nella borsa,
all’uomo cieco una buona parola,
perché tenga l’orsa al guinzaglio.
E condite gli agnelli di spezie.

Potrebbe quest’orsa
liberarsi, non più minacciando,
incalzando ogni pigna, dagli abeti
caduta, maestosi abeti alati,
precipitati dal paradiso.

Ingeborg Bachmann

(Traduzione di Luigi Reitani)

da “Invocazione all’Orsa Maggiore”, Milano, SE Edizioni, 2002

∗∗∗

Anrufung des Großen Bären

Großer Bär, komm herab, zottige Nacht,
Wolkenpelztier mit den alten Augen,
Sternenaugen,
durch das Dickicht brechen schimmernd
deine Pfoten mit den Krallen,
Sternenkrallen,
wachsam halten wir die Herden,
doch gebannt von dir, und mißtrauen
deinen müden Flanken und den scharfen
halbentblößten Zähnen,
alter Bär.

Ein Zapfen: eure Welt.
Ihr: die Schuppen dran.
Ich treib sie, roll sie
von den Tannen im Anfang
zu den Tannen am Ende,
schnaub sie an, prüf sie im Maul
und pack zu mit den Tatzen.

Fürchtet euch oder fürchtet euch nicht!
Zahlt in den Klingelbeutel und gebt
dem blinden Mann ein gutes Wort,
daß er den Bären an der Leine hält.
Und würzt die Lämmer gut.

’s könnt sein, daß dieser Bär
sich losreißt, nicht mehr droht
und alle Zapfen jagt, die von den Tannen
gefallen sind, den großen, geflügelten,
die aus dem Paradiese stürzten.

Ingeborg Bachmann

da “Anrufung des Großen Bären”, München, 1956

Fuori dai denti – Philip Schultz

 

Odio sentirmi chiedere
di inchinarmi davanti
a qualcosa nel cui nome
milioni di persone sono state sacrificate.
Non voglio avere niente a che fare
con l’anima. Odio
i suoi orli frastagliati
e le sue tasche senza fondo,
il suo sguardo privo di malizia, cieco.
Odio l’idea del paradiso,
dove le anime di Socrate
e di Machiavelli si trovano
a vivere fianco a fianco. Se
devo credere in qualcosa,
credo nella disperazione. Nei suoi
denti decrepiti, il fiato rancido
e la memoria lunga. Lascio
a lei in eredità il capolavoro
della mia coscienza, la regola
più inutile che esista.
Alla verità vadano gli avanzi
della mia dignità. Potrà fare
ciò che vuole dei miei desideri
folli e delle mie illusioni
impotenti. Preferisco
vedermi come un’anomalia
legata senza volerlo a
una coscienza ormai
obsoleta e provvisoria
che deve a ogni passo salvarsi
da se stessa,
come una specie di istinto speciale
per la felicità che
mi ha sostenuto per un breve
ma promettente momento.

Philip Schultz

(Traduzione di Paola Splendore, con la collaborazione di Maria Baiocchi, Barbara Fiore e Sandro Triulzi)

da “Fallimento, 2007”, in “Il dio della solitudine”, a cura di Paola Splendore, Donzelli Poesia, 2018

∗∗∗

Blunt

I hate the idea of being asked
to bow down before
something in whose name
millions have been sacrificed.
I want nothing to do
with a soul. I hate
its crenulated edges
and bottomless pockets,
its guileless, eyeless stare.
I hate the idea of paradise,
where the souls of Socrates
and Machiavelli are made
to live side by side. If
I have to believe in something,
I believe in despair. In its
antique teeth and sour breath
and long memory. To it
I bequeath the masterpiece
of my conscience, the most
useless government of all.
The truth gets the table scraps
of my dignity. It can do
what it likes with the madman
of my desire and the conjurer
of my impotence. I prefer
to see myself as an anomaly
involuntarily joined to
an already obsolete
and transitory consciousness
that must constantly save
itself from itself,
as a peculiar instinct
for happiness that
sustained me for a brief
but interesting time.

Philip Schultz

da “Failure”, Harcourt Books, 2007

La frazione – Milo De Angelis

 

Eppure era per la gioia.
Le luci tremano, nella vetrina,
e vorrebbero entrare in un significato.
Qui è impossibile
legare i minuti a qualcuno:
il tempo non si accorcia
con un progetto,
tutto ha la sua lunghezza.
Non coincide con ciò che pensa, non può.
Eppure era per la gioia
troppo viva per non crederci. Prendeva
con le mani amori e amori
che si convertivano in uno solo.

Appoggiata al vetro
una fronte gelida
(«farò della mia vita una porcheria»)
mentre una radio parla
lingue sconosciute
e nessuno dice il significato
che forse uscirà, a distanza, controvento.
Fuori c’è Milano. Novembre.

Adesso la diversità oscura tutto. Una porta
si apre, passa gente. Altri
premono senza sbocco. Anche questo polso
batte, vuole qualcosa,
una grande risata, vicinissima.
Ma è tempo ormai di non far durare le cose.
Nulla comincerà
prima di questo passo. Ci deve essere una prova,
una caduta senza discorsi, in disordine.

Milo De Angelis

da “Somiglianze”, Guanda, Milano, 1976

Soltanto non sarebbe – Erich Fried

Foto di Ralph Gibson

 

La vita
sarebbe
forse piú semplice
se io
non ti avessi mai incontrata

Meno sconforto
ogni volta
che dobbiamo separarci
meno paura
della prossima separazione
e di quella che ancora verrà

E anche meno
di quella nostalgia impotente
che quando non ci sei
pretende l’impossibile
e subito
fra un istante
e che poi
giacché non è possibile
si sgomenta
e respira a fatica

La vita
sarebbe forse
piú semplice
se io
non ti avessi incontrata
Soltanto non sarebbe
la mia vita

Erich Fried

(Traduzione di Andrea Casalegno)

da “È quel che è. Poesie d’amore di paura di collera”, Einaudi, Torino, 1988

∗∗∗

Nur nicht 

Das Leben
wäre
vielleicht einfacher
wenn ich dich
gar nicht getroffen hätte

Weniger Trauer
jedes Mal
wenn wir uns trennen müssen
weniger Angst
vor der nächsten10
und übernächsten Trennung

Und auch nicht soviel
von dieser machtlosen Sehnsucht
wenn du nicht da bist
die nur das Unmögliche will
und das sofort
im nächsten Augenblick
und die dann
weil es nicht sein kann
betroffen ist
und schwer atmet

Das Leben
wäre vielleicht
einfacher
wenn ich dich
nicht getroffen hätte
Es ware nur nicht
mein Leben

Erich Fried

da “Es ist was es ist. Liebesgedichte Angstgedichte Zorngedichte”, Verlag Klaus Wagenbach, Berlin, 1983