«Così parlo di te parlo di me» – Odisseas Elitis

Andrew Wyeth, Day Dream, 1980

 

III

Così parlo di te parlo di me

Perché ti amo e nell’amore so
Entrare come il Plenilunio
Da per tutto, per il tuo piccolo piede nei lenzuoli enormi
Sfogliare gelsomini – ed ho il potere
Addormentato, di soffiare e di portarti
Di tra varchi lucenti e ascosi portici di mare
Alberi ipnotizzati e ragni che s’argentano

L’hanno saputo i flutti
Come accarezzi, come baci
Come bisbigli un “ti” bisbigli un “e”
Nella catena attorno al collo
Sempre noi due la luce e l’ombra

Sempre tu la stellina e io la barca scura
Sempre tu il porto e io il fanale a destra
L’umido molo e il raggio sopra i remi
Su nella casa con le viti
Le rose a mazzi, l’acqua che raggela
Tu la statua di pietra e io l’ombra che cresce
Accostata persiana tu, vento che l’apre io
Perché ti amo e ti amo
Tu la moneta e io la devozione che le dà valore:

Tanto la notte, tanto l’urlo al vento
Tanto la goccia all’aria, tanto il gran silenzio
Attorno il mare la tirannica
Volta del cielo con le stelle
Tanto il tuo minimo respiro

Che ormai non ho nient’altro
Entro le quattro mura, il soffitto, il pavimento
Per gridare di te (e la voce mi colpisce)
Per odorare di te e gli uomini s’infuriano
Perché ciò che è intentato, portato da un altrove
Non lo reggono gli uomini ed è presto, mi senti
È presto ancora in questo mondo amore mio

Per parlare di te e di me.

Odisseas Elitis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani [vv.1-27] e di Filippomaria Pontani [vv.28-35])

da “Monogramma”, 1972, in “Odisseas Elitis, Poesie”, Crocetti Editore, 2021

∗∗∗

ΙΙΙ

Ἔτσι μιλῶ γιά σένα καί γιά μένα

Ἐπειδή σ’ ἀγαπῶ καί στήν ἀγάπη ξέρω
Νά μπαίνω σάν Πανσέληνος
Ἀπό παντοῦ, γιά τό μικρό τό πόδι σου μές στ’ ἀχανῆ σεντόνια
Νά μαδάω γιασεμιά – κι ἔχω τή δύναμη
Ἀποκοιμισμένη, νά φυσῶ νά σέ πηγαίνω
Μές ἀπό φεγγαρά περάσματα καί κρυφές τῆς θάλασσας στοές
Ὑπνωτισμένα δέντρα μέ ἀράχνες πού ἀσημίζουνε

Ἀκουστά σ’ ἔχουν τά κύματα
Πῶς χαϊδεύεις, πῶς φιλᾶς
Πῶς λές ψιθυριστά τό «τί» καί τό «ἒ»
Τριγύρω στό λαιμό στόν ὃρμο
Πάντα ἐμεῖς τό φῶς κι ἡ σκιά

Πάντα ἐσύ τ’ ἀστεράκι καί πάντα ἐγώ τό σκοτεινό πλεούμενο
Πάντα ἐσύ τό λιμάνι κι ἐγώ τό φανάρι τό δεξιά
Τό βρεγμένο μουράγιο καί ἡ λάμψη ἐπάνω στά κουπιά
Ψηλά στό σπίτι μέ τίς κληματίδες
Τά δετά τριαντάφυλλα, τό νερό πού κρυώνει
Πάντα ἐσύ τό πέτρινο ἄγαλμα καί πάντα ἐγώ ἡ σκιά πού μεγαλώνει
Τό γερτό παντζούρι ἐσύ, ὁ ἀέρας ποῦ τό ἀνοίγει ἐγώ
Ἐπειδή σ’ ἀγαπῶ καί σ’ ἀγαπῶ
Πάντα ἐσύ τό νόμισμα καί ἐγώ ἡ λατρεία πού τό ἐξαργυρώνει:

Τόσο ἡ νύχτα, τόσο ἡ βοή στόν ἄνεμο
Τόσο ἡ στάλα στόν ἀέρα, τόσο ἡ σιγαλιά
Τριγύρω ἡ θάλασσα ἡ δεσποτική
Καμάρα τ’οὐρανοῦ μέ τ’ ἄστρα
Τόσο ἡ ἐλάχιστή σου ἀναπνοή

Πού πιά δέν ἔχω τίποτε ἄλλο
Μές στούς τέσσερις τοίχους, τό ταβάνι, τό πάτωμα
Νά φωνάζω ἀπό σένα καί νά μέ χτυπᾶ ἡ φωνή μου
Νά μυρίζω ἀπό σένα καί ν’ ἀγριεύουν οἱ ἄνθρωποι
Ἐπειδή τό ἀδοκίμαστο καί τό ἀπ’ ἀλλοῦ φερμένο
Δέν τ’ ἀντέχουν οἱ ἄνθρωποι κι εἶναι νωρίς, μ’ ἀκούς
Εἶναι νωρίς ἀκόμη μές στόν κόσμο αὐτόν ἀγάπη μου

Νά μιλῶ γιά σένα καί γιά μένα.

Ὀδυσσέας Ἐλύτης

da “Το Μονόγραμμα”, Ίκαρος, Αθήνα, 1972

La camera di Arnaut – Lorenzo Babini

Lorenzo Babini, foto di Paola Amato

quan mi soven de la cambra
on a mon clan sai que nuills hom non intra
ARNAUT DANIEL
I

È stato come da bambino l’idea di cadere nel pozzo,
con il suo vuoto di acqua e di foglie

            (piuttosto immaginatela così: una stanza assente
piena di assenza, senza rumori,
senza pareti a cui appoggiare le mani).

II

Mi voltavo e non c’eri più.

Ero in una stanza piena di nebbia
e tu non potevi entrare,

grattavi nella porta, come un cane

III

Ora la camera è in cima a una torre. Nell’oscurità
sibila il vento, fa risuonare i cocci di vetro, porta i rumori del bosco.

Un grande albero al centro della stanza
si sbianca nel vento, resiste
all’urto della corrente. Come una nube dorata
si spoglia di tutte le foglie. Resiste
nella sua geometria, si ghiaccia
in un groviglio argenteo di vene
proiettato e fisso
nell’oscurità della notte.

IV

Le radici incrinano rompono il pavimento
e ai piedi è tutto un groviglio di braccia
che si stringono e si attorcigliano.

Le radici si allungano, crescono, salgono
ricoprono la stanza, la circoscrivono
fino a che si ritorna nel chiuso,
nel tepore di una camera, nella penombra,
riscaldata da un camino.

V

Nella camera, finalmente,
nella camera segreta
                        senza muri

“perché domandi il mio nome, che è ampio
e magnifico?”

tirando le tende, spostandole,
rimanendone avvolto, fasciato,
mentre il punto di fuga si allontana
ho corso, ho corso finché ho potuto, ho corso
ero sfinito…

Cammino ora nell’assenza, nell’impalpabile
oscurità: una figura
si muove, un cigolio.

VI

La figura si avvicinò nell’oscurità
e una luce soffusa si espanse:

“Ora ti vedo stupenda bellezza, bianca
come la luna in questa stanza.
Ricoprimi con le tue braccia che sono rami splendenti,
carichi di neve”

e poi ancora:
“di te parlavano antichi segni
anticamente, che doni grano, miele, vino
e grossi animali dispersi nei boschi”.

Affondò lentamente un pugnale nella spalla nuda
come la chiave per aprire uno scrigno
da cui uscirono i giorni, le notti, le città straniere,
lunghi campi avvolti da nebbie,
l’alta marea, il chiaro di luna, l’albero
coperto di neve, l’avorio splendente, il libro
intellegibile, come era stato e come sarà ancora:

“Tu non sai
che tutto il tempo, ogni ora, ogni minuto
s’intesse in una trama densa, in un tessuto”.

E io, nella camera del desiderio, inginocchiato, con le mani
sotto il suo manto azzurro…

VII

Ti ritrovo qui,
in questa stanza, da dove
non mi muovo da secoli. Anche ora, vedi,
ora che è tutto porto, luce, stagione
dell’estate in un verde azzurro
mediterraneo.

Penso a una stanza piena di vento
e di sole, all’origano, all’esplosione
di un vino arancione nel bicchiere…
e tu, misteriosa,
forse hai camminato per le strade di qualche città
un giorno, se ora

nel cuore della contingenza, nella volgare umiltà
delle cose, ti spogli, ti illumini, ti lasci trafiggere
da questa spada di luce.

VIII

Nella tua camera, sola, nella camera
silenziosa, in cima a una torre
circondata da sabbia e da un alto fossato…

ti hanno rinchiusa qui stirpi di antenati fenici,
popoli venuti dal mare, vecchi marinai,
e io che ti guardo in questo specchio di luce da migliaia di anni
e incanutisco, guardami, sono antichissimo
sono vecchissimo anch’io.

IX

Scintilla l’armatura deposta sulla sedia,
la mano sfoglia il libro, e invecchia.

Vuotiamo lentamente la brocca, si secca
l’acqua alla fontana

e mi pongo domande senza espressione
mentre il sole declina dalle vetrate di questa stanza
e si lancia oltre il paesaggio, dietro le torri
illuminando te, oscura e danneggiata,
illuminandoti di un disperato arancione.

X

Ora noi due nell’autunno dorato a guardarci
senza parlare, nel cuore pulsante
del desiderio…

                        una luce di lampada si posa
sull’avorio del tuo grembo
e lo veste, lo fa splendere, prima di scendere
nella città della pietra, nei tunnel
oscuri di vie che portano fuori
le mura
             corrose, bagnate di pioggia.

E qui, quando sale la bruma dai fossi
con l’erba umida, tu, signora, risplendi e scompari
e ancora una volta io penso:

leggeremo un giorno il libro d’argento
su cui è stata scritta la mia, la nostra avventura.

XI

Ricordati. Non vedrai più forse il mio mantello
quando nel basso della valle guardavo su
verso la torre, a rincorrere una luce scintillante,
un cucchiaio, un pettine, un bottone, una posata d’argento.

XII

Per il desiderio che ho di voi mia donna, mio signore,
per il privilegio di sostare nella stanza, mettetemi alla’prova
nel torneo, nella lotta di ogni giorno. Che cosa volete
ancora da me in questo oscuro tormento, in questo circolo
vertiginoso, in questo impossibile incanto?
                                                                  Volete che scriva?

Ebbene io sono Arnaldo che l’etere abbraccia,
che desidera ogni giorno oltre misura,
che con la lepre va a caccia del bue,
che vede il sole, come una pioggia, cadere nel mare
e nuota contro la marea che sale.

Lorenzo Babini

dalla rivista “Poesia”, Nuova serie, Anno II, N.7, Maggio / Giugno 2021, Crocetti Editore

Cornovaglia – Louise Glück

Immagine dal web

 

Una parola scende nella nebbia
come la palla di un bambino nell’erba alta
dove rimane seducente
lampeggiante e scintillante fino a quando
le esplosioni d’oro si rivelano essere
semplicemente ranuncoli di campo.

Parola/nebbia, parola/nebbia: così è stato per me.
Eppure, il mio silenzio non è mai stato totale —

Come un sipario che si alza su un panorama
a volte la nebbia si schiariva: ahimè, il gioco era finito.
Il gioco era finito e la parola era stata
un po’ appiattita dagli elementi
quindi adesso era ritrovata e inutile.

A quel tempo avevo affittato una casa in campagna.
Campi e montagne avevano sostituito gli edifici alti.
Campi, mucche, tramonti sul prato umido.
Notte e giorno segnati da richiami e volteggi di uccelli,
gli intensi mormorii e fruscii che si fondono
in qualcosa simile al silenzio.

Mi sono seduta, ho camminato. Quando giunse la notte
sono tornata a casa. Ho cucinato cene modeste per me stessa
alla luce delle candele.
La sera, quando potevo, scrivevo nel mio diario.

Lontano, molto lontano ho sentito campanacci
attraversare il prato.
La notte si fece tranquilla a suo modo.
Ho percepito le parole scomparse
che giacevano con le loro compagne,
come frammenti di una biografia non richiesta.

È stato tutto, ovviamente, un grande equivoco.
Ero, credevo, di fronte alla fine:
come una fenditura in una strada sterrata,
la fine è apparsa davanti a me –

come se l’albero che stava di fronte ai miei genitori
era diventato un abisso a forma di albero, un buco nero
che si espandeva nella terra, dove di giorno
avrebbe fatto semplicemente ombra.

È stato finalmente un sollievo tornare a casa.

Quando sono arrivata, lo studio era pieno di scatole.
Scatole di tubetti, scatole dei vari
oggetti che erano le mie nature morte,
vasi e specchi, la ciotola blu
l’ho riempita con uova di legno.

Per quanto riguarda il diario:
Provai. Ho insistito.
Ho spostato la mia sedia sul balcone –

I lampioni si stavano accendendo,
foderando le rive del fiume.
Gli uffici si stavano oscurando.
In riva al fiume,
la nebbia circondava le luci;
dopo un po’ non si potevano vedere
ma uno strano splendore pervadeva la nebbia,
la sua fonte un mistero.

La notte incalzava. Nebbia
turbinò sulle lampade accese.
Suppongo che accadesse dove era visibile;
altrove, era semplicemente come stavano le cose,
sfocate dove erano state nitide.

Ho chiuso il mio diario.
Era tutto alle mie spalle, tutto nel passato.

Davanti, come ho detto, c’era il silenzio.

Non ho parlato con nessuno.
A volte il telefono squillava.

Il giorno si alternava alla notte, la terra e il cielo
si illuminavano a turno.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

Corwall

A word drops into the mist
like a child’s ball into high grass
where it remains seductively
flashing and glinting until
the gold bursts are revealed to be
simply field buttercups.

Word/mist, word/mist: thus it was with me.
And yet, my silence was never total—

Like a curtain rising on a vista,
sometimes the mist cleared: alas, the game was over.
The game was over and the word had been
somewhat flattened by the elements
so it was now both recovered and useless.

I was renting, at the time, a house in the country.
Fields and mountains had replaced tall buildings.
Fields, cows, sunsets over the damp meadow.
Night and day distinguished by rotating birdcalls,
the busy murmurs and rustlings merging into
something akin to silence.

I sat, I walked about. When night came,
I went indoors. I cooked modest dinners for myself
by the light of candles.
Evenings, when I could,I wrote in my journal.

Far, far away I heard cowbells
crossing the meadow.
The night grew quiet in its way.
I sensed the vanished words
lying with their companions,
like fragments of an unclaimed biography.

It was all, of course, a great mistake.
I was, I believed, facing the end:
like a fissure in a dirt road,
the end appeared before me—
as though the tree that confronted my parents
had become an abyss shaped like a tree, a black hole
expanding in the dirt, where by day
a simple shadow would have done.

It was, finally, a relief to go home.
When I arrived, the studio was filled with boxes.
Cartons of tubes, boxes of the various
objects that were my still lives,
the vases and mirrors, the blue bowl
I filled with wooden eggs.

As to the journal:
I tried. I persisted.
I moved my chair onto the balcony—

The streetlights were coming on,
lining the sides of the river.
The offices were going dark.
At the river’s edge,
fog encircled the lights;
one could not, after a while, see the lights
but a strange radiance suffused the fog,
its source a mystery.

The night progressed. Fog
swirled over the lit bulbs.
I suppose that is where it was visible;
elsewhere, it was simply the way things were,
blurred where they had been sharp.

I shut my book.
It was all behind me, all in the past.

Ahead, as I have said, was silence.

I spoke to no one.
Sometimes the phone rang.

Day alternated with night, the earth and sky
taking turns being illuminated.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014

Parla più pacatamente – Adam Zagajewski

Foto di Grzegorz Jakubowski

 

Parla più pacatamente: sei più vecchio di colui
che sei stato così a lungo; sei più vecchio
di te stesso – e continui a non sapere
cosa sono l’assenza, la poesia e l’oro.

Ha inondato la strada un’acqua bruna; una fulminea
tempesta ha confuso questa piatta, sonnolenta città.
Ogni temporale è congedo, centinaia di fotografi
sembrano girare su di noi, immortalando col flash
i secondi di angoscia e panico.

Sai cos’è il lutto, una disperazione così violenta
da soffocare il ritmo del cuore e il futuro.
Hai pianto fra estranei, in un negozio moderno,
dove continuava a volteggiare l’agile denaro.

Hai visto Venezia e Siena e, sulle tele, per strada,
tristi giovincelle Madonne, che volevano essere
comuni ragazze e ballare a carnevale.

Hai visto anche piccole città, per niente belle,
gente anziana, tediata dalla sofferenza e dal tempo.
In icone medievali brillavano gli occhi
di santi olivastri, ardenti occhi di animali selvatici.

Hai preso fra le dita ciottoli dalla spiaggia, la Galère,
e hai avuto per loro una tenerezza così grande
– per loro e per l’esile pino, per coloro
che erano lì con te e per il mare,
che è in verità possente, ma molto solo

– una tenerezza così grande, come fossimo tutti
orfani di una stessa casa, disgiunti per sempre
e condannati soltanto a brevi istanti di visione
nelle fredde galere della contemporaneità.

Parla più pacatamente: non sei più giovane,
la folgorazione deve trattare con settimane di digiuno,
devi scegliere e rinunciare, prendere tempo

e conversare a lungo con emissari di secchi paesi
e labbra screpolate, devi aspettare,
scrivere lettere, leggere libri di cinquecento pagine.
Parla più pacato. Non rinunciare alla poesia.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Desiderio, 1999”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Mów spokojniej

Mów spokojniej: jesteś starszy niż ten,
którym byłeś tak długo; jesteś starszy
od samego siebie – i wciąż jeszcze nie wiesz,
czym są nieobecność, poezja i złoto.

Ulicę zalała brunatna woda; krótka burza
wstrząsnęła tym płaskim, sennym miastem.
Każda burza jest pożegnaniem, setki fotografów
zdają się krążyć nad nami, utrwalając fleszem
sekundy lęku i paniki.

Wiesz, czym jest żałoba, rozpacz tak gwałtowna,
że dławi rytm serca i przyszłość.
Płakałeś wśród obcych, w nowoczesnym sklepie,
gdzie wciąż się obracał zwinny pieniądz.

Widziałeś Wenecję i Sienę i, na płótnach, na ulicy,
smutne młodziutkie Madonny, które chciały być
zwykłymi dziewczynami i tańczyć w karnawale.

Widziałeś też małe miasta, wcale nie piękne,
starych ludzi, znudzonych cierpieniem i czasem.
W średniowiecznych ikonach błyszczały oczy
śniadych świętych, płonące oczy dzikich zwierząt.

Brałeś w palce kamyki na plaży, la Galerę,
i zdarzało się, że miałeś dla nich czułość tak wielką
– dla nich i dla wiotkiej sosny, dla tych,
co byli tam z tobą i dla morza,
które jest co prawda potężne, ale bardzo samotne

– tak wielką, jakbyśmy wszyscy byli sierotami
z tego samego domu, rozłączonymi na zawsze
i zdanymi tylko na krótkie chwile widzenia
w chłodnych więzieniach współczesności.

Mów spokojniej: nie jesteś już młody,
olśnienie musi pertraktować z tygodniami postu,
musisz wybierać i rezygnować, grać na zwłokę

i rozmawiać długo z wysłannikami suchych krajów
i spierzchniętych ust, musisz czekać,
pisać listy, czytać książki o pięciuset stronicach.
Mów spokojniej. Nie rezygnuj z poezji.

Adam Zagajewski

da “Pragnienie”, Wydawnictwo a5, Kraków, 1999

Le formule del tuo inchiostro – Moka 

Portrait of Mary Pickford by Hartsook Photo, S.F. – L.A, 1918

 

Dimmi le formule che nascondi
nel tuo inchiostro, strega,
voglio scattarti una fotografia
che raccolga la tua vera essenza,
che ti catturi quando sei assente,
avvolta dalla tua poesia.
Non portarmi nei luoghi
dove sei stata felice con altri,
aiutami a rimanere sempre dentro
la tua testa,
aiutami a riempire il vuoto nella pancia
che implode quando ti abbraccio.
Tu mi hai salvato:
quanti segreti coprono le tue piccole spalle.

Moka

da “Difettosa”, silloge poetica – fotografica, Editore: Youcanprint, 2017

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