Il mondo e la poesia – Nikiforos Vrettakos

Gustave Caillebotte, Roses, Garden at Petit Gennevilliers, 1886, collezione privata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cose semplici tutte. Il loro ordine è
curato dalla tua mano. Un mazzo di colori
nel vaso del tempo.
D’altronde, che cosa
credi che in fondo è la poesia? È il polline
delle cose dell’universo. Il polline in azioni,
il polline in dolore, in luce, in gioia, in cambiamenti,
in marcia, in moto.
La vita e l’anima
in un eterno specchiarsi entro il tempo.
Cosa credi, dunque: in fondo la poesia
è un cuore umano carico
di tutto il mondo.

Nikiforos Vrettakos

(Traduzione di Vincenzo Rotolo)

da “Nikiforos Vrettakos, Amo, ergo sum”, Multimedia Edizioni, 2021

∗∗∗

Ὁ κόσμος κ’ ἡ ποίηση

Ἁπλά πράγματα ὅλα. Ἡ τάξη τους εἶναι
φροντισμένη ἀπ’ τό χέρι σου. Μιά δέσμη ἀπό χρώματα
στό βάζο τοῦ χρόνου.
Ἄλλωστε, τί
θαρρεῖς πώς στό βάθος εἶναι ἡ ποίηση; Εἶναι ἡ γύρη
τῶν πραγμάτων τοῦ σύμπαντος. Ἡ γύρη σέ πράξεις,
ἡ γύρη σέ ὀδύνη, σέ φῶς, σέ χαρά, σε ἀλλαγές,
σέ πορεία, σέ κίνηση.
Ἡ ζωή κ’ ἡ ψυχή
σ’ ἕνα αἰώνιο καθρέφτισμα μέσα στό χρόνο.
Τί νομίζεις λοιπόν· κατά βάθος ἡ ποίηση
εἶναι μι’ ἀνθρώπινη καρδιά φορτωμένη
ὅλον τόν κόσμο.

Νικηφόρος Βρεττάκος,

da “Το βάθος του κόσμου”, Αθήνα, Ματαράγκας, 1961

Risposta – Nikiforos Vrettakos

Ghiannis Ritsos

a Jannis Ritsos

Ero su letto straniero ma fraterno
in un ospedale di Sicilia da dove
guardando un cielo senza rondini
seppi della tua lettera. E dissi che è bello
andarsene al canto di usignoli, quali
ne nascono in Grecia, nei boschi
quando non arde, e quando è in fiamme
dalla cenere e dalle pietre. Nella Grecia
le cui stelle sono musica all’orecchio,
i cui mari ti empiono le vene
di sale divino, frammenti di luce
e di suoni dall’eternità.
E allora, Janni,
notai che gli eleagni fiorenti in mezzo
a zefiri di Laconia spiravano e coprivano
col loro profumo l’Europa. E dissi allora
vedendo il nostro sole comune
visitarmi da solo a solo e deporre
un fascio d’oro sul mio lenzuolo
che la cosa più forte in questo mondo
non è come crediamo la morte. È l’amore.
Perché anche il sole non ci sarebbe se all’universo
mancasse l’attrazione delle estremità
verso il centro. Perché armonia in tutte le cose,
dalle piccole alle più grandi, dall’umile
geranio dell’ospedale fino a tutto
lo spettro del creato, vuol dire amore.
E dissi
per questo che la cosa più splendente in questo mondo
non è come crediamo il sole. È l’amore.

Nikiforos Vrettakos

(Traduzione di Vincenzo Rotolo)

da “Poesie siciliane”, 1990, in “Nikiforos Vrettakos, Amo, ergo sum”, Multimedia Edizioni, 2021

***

ΑΠΟΚΡΙΣΗ

Στον Γιάννη Ρίτσο

Ημουνα σε κρεβάτι ξένο αλλά αδελφικό
Σ’ ένα νοσοκομείο της Σικελίας, απ’ όπου
κοιτώντας έναν ουρανό χωρίς χελιδόνι,
έμαθα για το γράμμα σου κ’ είπα πως είναι ωραίο
να αναχωρείς ακούγοντας αηδόνια να σου τραγουδάνε,
αυτά τ’ αηδόνια που γεννιούνται στην Ελλάδα,-
όταν δεν καίγεται απ’ τα δάση της κι όταν καίγεται πάλι
από τη στάχτη κι απ’ τις πέτρες της. Στην Ελλάδα που είναι
τ’ άστρα της μουσικά και ακούγονται,
που οι θάλασσές της σου γιομίζουνε τις φλέβες
ένθεο άλας, θρύψαλα φωτός και θρύψαλα ήχων
απ’ την αιωνιότητα.
Και τότε, Γιάννη,
Πρόσεξα πως οι μοσχοϊτιές, που άνθιζαν ανάμεσα
ζεφύρων του Λακωνικού, έπνεαν και σκεπάζαν
με το άρωμά τους την Ευρώπη. Κ’ είπα τότες
βλέποντας τον κοινό μας ήλιο που μ’ επισκεπτόταν
μόνος προς μόνον, αποθέτοντας
μια χρυσή δέσμη στο σεντόνι μου,
ότι το δυνατότερο πράγμα σ’ αυτόν τον κόσμο
δεν είναι όπως νομίζουμε ο θάνατος. Είναι η αγάπη.
Γιατί και ο ήλιος δεν θα υπήρχε αν έλειπε
απ’ το σύμπαν των εσχατιών η έλξη
από το κέντρο του. Γιατί αρμονία σε όλα,
γεράνι του νοσοκομείου, σε ολόκληρο
το φάσμα της δημιουργίας, ίσον αγάπη.
Κ’ είπα
Γι’ αυτό πως το λαμπρότερο πράγμα σ’ αυτό τον κόσμο
Δεν είναι όπως νομίζουμε ο ήλιος. Είναι η αγάπη.

Νικηφόρος Βρεττάκος,

da “Συνάντηση μέ τή θάλασσα”, 1991

Aiutiamo Poesia in Rete con il Crowdfunding

AIUTIAMO POESIA IN RETE

 

 

Ciao, mi chiamo Titti, e ho sempre amato follemente la poesia. Un caro amico mi ha suggerito di aprire un blog di poesia, che abbiamo chiamato semplicemente Poesia in Rete. Carlo Congia, che è un bravissimo informatico, l’ha creato, ed io ci ho lavorato per un numero incredibile di ore, imparando tutto quello che serviva, perché per fare un blog serio non occorre solo amare la poesia. Si devono imparare tante cose, ma la passione mi ha spinto a farlo, e naturalmente Carlo mi ha insegnato tutto, tranne la poesia, che era già mia 😉 Abbiamo visto subito che Poesia in Rete era molto apprezzato, forse perché tutte le poesie vengono prese dalle raccolte, quindi c’è sempre la fonte, o forse perché c’è quasi sempre il testo in lingua originale, ma soprattutto perché sono una persona maniacalmente precisa.
Adesso veniamo al dunque. Gestire un blog seriamente, che è il mio più grande sogno, richiede anche fondi… purtroppo la passione non basta.
Chi mi aiuta a realizzare il sogno più grande della mia vita?

AIUTIAMO POESIA IN RETE

Vorrei che questo articolo fosse professionale, ma non riesco a scovare Carlo… forse mettere una sua foto da ragazzo lo farà uscire allo scoperto.

😀 😀 😀

«Così parlo di te parlo di me» – Odisseas Elitis

Andrew Wyeth, Day Dream, 1980

 

III

Così parlo di te parlo di me

Perché ti amo e nell’amore so
Entrare come il Plenilunio
Da per tutto, per il tuo piccolo piede nei lenzuoli enormi
Sfogliare gelsomini – ed ho il potere
Addormentato, di soffiare e di portarti
Di tra varchi lucenti e ascosi portici di mare
Alberi ipnotizzati e ragni che s’argentano

L’hanno saputo i flutti
Come accarezzi, come baci
Come bisbigli un “ti” bisbigli un “e”
Nella catena attorno al collo
Sempre noi due la luce e l’ombra

Sempre tu la stellina e io la barca scura
Sempre tu il porto e io il fanale a destra
L’umido molo e il raggio sopra i remi
Su nella casa con le viti
Le rose a mazzi, l’acqua che raggela
Tu la statua di pietra e io l’ombra che cresce
Accostata persiana tu, vento che l’apre io
Perché ti amo e ti amo
Tu la moneta e io la devozione che le dà valore:

Tanto la notte, tanto l’urlo al vento
Tanto la goccia all’aria, tanto il gran silenzio
Attorno il mare la tirannica
Volta del cielo con le stelle
Tanto il tuo minimo respiro

Che ormai non ho nient’altro
Entro le quattro mura, il soffitto, il pavimento
Per gridare di te (e la voce mi colpisce)
Per odorare di te e gli uomini s’infuriano
Perché ciò che è intentato, portato da un altrove
Non lo reggono gli uomini ed è presto, mi senti
È presto ancora in questo mondo amore mio

Per parlare di te e di me.

Odisseas Elitis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani [vv.1-27] e di Filippomaria Pontani [vv.28-35])

da “Monogramma”, 1972, in “Odisseas Elitis, Poesie”, Crocetti Editore, 2021

∗∗∗

ΙΙΙ

Ἔτσι μιλῶ γιά σένα καί γιά μένα

Ἐπειδή σ’ ἀγαπῶ καί στήν ἀγάπη ξέρω
Νά μπαίνω σάν Πανσέληνος
Ἀπό παντοῦ, γιά τό μικρό τό πόδι σου μές στ’ ἀχανῆ σεντόνια
Νά μαδάω γιασεμιά – κι ἔχω τή δύναμη
Ἀποκοιμισμένη, νά φυσῶ νά σέ πηγαίνω
Μές ἀπό φεγγαρά περάσματα καί κρυφές τῆς θάλασσας στοές
Ὑπνωτισμένα δέντρα μέ ἀράχνες πού ἀσημίζουνε

Ἀκουστά σ’ ἔχουν τά κύματα
Πῶς χαϊδεύεις, πῶς φιλᾶς
Πῶς λές ψιθυριστά τό «τί» καί τό «ἒ»
Τριγύρω στό λαιμό στόν ὃρμο
Πάντα ἐμεῖς τό φῶς κι ἡ σκιά

Πάντα ἐσύ τ’ ἀστεράκι καί πάντα ἐγώ τό σκοτεινό πλεούμενο
Πάντα ἐσύ τό λιμάνι κι ἐγώ τό φανάρι τό δεξιά
Τό βρεγμένο μουράγιο καί ἡ λάμψη ἐπάνω στά κουπιά
Ψηλά στό σπίτι μέ τίς κληματίδες
Τά δετά τριαντάφυλλα, τό νερό πού κρυώνει
Πάντα ἐσύ τό πέτρινο ἄγαλμα καί πάντα ἐγώ ἡ σκιά πού μεγαλώνει
Τό γερτό παντζούρι ἐσύ, ὁ ἀέρας ποῦ τό ἀνοίγει ἐγώ
Ἐπειδή σ’ ἀγαπῶ καί σ’ ἀγαπῶ
Πάντα ἐσύ τό νόμισμα καί ἐγώ ἡ λατρεία πού τό ἐξαργυρώνει:

Τόσο ἡ νύχτα, τόσο ἡ βοή στόν ἄνεμο
Τόσο ἡ στάλα στόν ἀέρα, τόσο ἡ σιγαλιά
Τριγύρω ἡ θάλασσα ἡ δεσποτική
Καμάρα τ’οὐρανοῦ μέ τ’ ἄστρα
Τόσο ἡ ἐλάχιστή σου ἀναπνοή

Πού πιά δέν ἔχω τίποτε ἄλλο
Μές στούς τέσσερις τοίχους, τό ταβάνι, τό πάτωμα
Νά φωνάζω ἀπό σένα καί νά μέ χτυπᾶ ἡ φωνή μου
Νά μυρίζω ἀπό σένα καί ν’ ἀγριεύουν οἱ ἄνθρωποι
Ἐπειδή τό ἀδοκίμαστο καί τό ἀπ’ ἀλλοῦ φερμένο
Δέν τ’ ἀντέχουν οἱ ἄνθρωποι κι εἶναι νωρίς, μ’ ἀκούς
Εἶναι νωρίς ἀκόμη μές στόν κόσμο αὐτόν ἀγάπη μου

Νά μιλῶ γιά σένα καί γιά μένα.

Ὀδυσσέας Ἐλύτης

da “Το Μονόγραμμα”, Ίκαρος, Αθήνα, 1972

La camera di Arnaut – Lorenzo Babini

Lorenzo Babini, foto di Paola Amato

quan mi soven de la cambra
on a mon clan sai que nuills hom non intra
ARNAUT DANIEL
I

È stato come da bambino l’idea di cadere nel pozzo,
con il suo vuoto di acqua e di foglie

            (piuttosto immaginatela così: una stanza assente
piena di assenza, senza rumori,
senza pareti a cui appoggiare le mani).

II

Mi voltavo e non c’eri più.

Ero in una stanza piena di nebbia
e tu non potevi entrare,

grattavi nella porta, come un cane

III

Ora la camera è in cima a una torre. Nell’oscurità
sibila il vento, fa risuonare i cocci di vetro, porta i rumori del bosco.

Un grande albero al centro della stanza
si sbianca nel vento, resiste
all’urto della corrente. Come una nube dorata
si spoglia di tutte le foglie. Resiste
nella sua geometria, si ghiaccia
in un groviglio argenteo di vene
proiettato e fisso
nell’oscurità della notte.

IV

Le radici incrinano rompono il pavimento
e ai piedi è tutto un groviglio di braccia
che si stringono e si attorcigliano.

Le radici si allungano, crescono, salgono
ricoprono la stanza, la circoscrivono
fino a che si ritorna nel chiuso,
nel tepore di una camera, nella penombra,
riscaldata da un camino.

V

Nella camera, finalmente,
nella camera segreta
                        senza muri

“perché domandi il mio nome, che è ampio
e magnifico?”

tirando le tende, spostandole,
rimanendone avvolto, fasciato,
mentre il punto di fuga si allontana
ho corso, ho corso finché ho potuto, ho corso
ero sfinito…

Cammino ora nell’assenza, nell’impalpabile
oscurità: una figura
si muove, un cigolio.

VI

La figura si avvicinò nell’oscurità
e una luce soffusa si espanse:

“Ora ti vedo stupenda bellezza, bianca
come la luna in questa stanza.
Ricoprimi con le tue braccia che sono rami splendenti,
carichi di neve”

e poi ancora:
“di te parlavano antichi segni
anticamente, che doni grano, miele, vino
e grossi animali dispersi nei boschi”.

Affondò lentamente un pugnale nella spalla nuda
come la chiave per aprire uno scrigno
da cui uscirono i giorni, le notti, le città straniere,
lunghi campi avvolti da nebbie,
l’alta marea, il chiaro di luna, l’albero
coperto di neve, l’avorio splendente, il libro
intellegibile, come era stato e come sarà ancora:

“Tu non sai
che tutto il tempo, ogni ora, ogni minuto
s’intesse in una trama densa, in un tessuto”.

E io, nella camera del desiderio, inginocchiato, con le mani
sotto il suo manto azzurro…

VII

Ti ritrovo qui,
in questa stanza, da dove
non mi muovo da secoli. Anche ora, vedi,
ora che è tutto porto, luce, stagione
dell’estate in un verde azzurro
mediterraneo.

Penso a una stanza piena di vento
e di sole, all’origano, all’esplosione
di un vino arancione nel bicchiere…
e tu, misteriosa,
forse hai camminato per le strade di qualche città
un giorno, se ora

nel cuore della contingenza, nella volgare umiltà
delle cose, ti spogli, ti illumini, ti lasci trafiggere
da questa spada di luce.

VIII

Nella tua camera, sola, nella camera
silenziosa, in cima a una torre
circondata da sabbia e da un alto fossato…

ti hanno rinchiusa qui stirpi di antenati fenici,
popoli venuti dal mare, vecchi marinai,
e io che ti guardo in questo specchio di luce da migliaia di anni
e incanutisco, guardami, sono antichissimo
sono vecchissimo anch’io.

IX

Scintilla l’armatura deposta sulla sedia,
la mano sfoglia il libro, e invecchia.

Vuotiamo lentamente la brocca, si secca
l’acqua alla fontana

e mi pongo domande senza espressione
mentre il sole declina dalle vetrate di questa stanza
e si lancia oltre il paesaggio, dietro le torri
illuminando te, oscura e danneggiata,
illuminandoti di un disperato arancione.

X

Ora noi due nell’autunno dorato a guardarci
senza parlare, nel cuore pulsante
del desiderio…

                        una luce di lampada si posa
sull’avorio del tuo grembo
e lo veste, lo fa splendere, prima di scendere
nella città della pietra, nei tunnel
oscuri di vie che portano fuori
le mura
             corrose, bagnate di pioggia.

E qui, quando sale la bruma dai fossi
con l’erba umida, tu, signora, risplendi e scompari
e ancora una volta io penso:

leggeremo un giorno il libro d’argento
su cui è stata scritta la mia, la nostra avventura.

XI

Ricordati. Non vedrai più forse il mio mantello
quando nel basso della valle guardavo su
verso la torre, a rincorrere una luce scintillante,
un cucchiaio, un pettine, un bottone, una posata d’argento.

XII

Per il desiderio che ho di voi mia donna, mio signore,
per il privilegio di sostare nella stanza, mettetemi alla’prova
nel torneo, nella lotta di ogni giorno. Che cosa volete
ancora da me in questo oscuro tormento, in questo circolo
vertiginoso, in questo impossibile incanto?
                                                                  Volete che scriva?

Ebbene io sono Arnaldo che l’etere abbraccia,
che desidera ogni giorno oltre misura,
che con la lepre va a caccia del bue,
che vede il sole, come una pioggia, cadere nel mare
e nuota contro la marea che sale.

Lorenzo Babini

dalla rivista “Poesia”, Nuova serie, Anno II, N.7, Maggio / Giugno 2021, Crocetti Editore