Ambiguità del testimone – Piero Bigongiari

Foto di Alain Labile (dettaglio)

 

Che sofferenza è quella che si spalma,
come su una fetta di pane agrodolce
che il fanciullo accosta alle labbra,
sull’indolenza che l’anima ha
raggiunto tra felicità e dolore?
Non è assenza. Tra gli opposti poli
magica un’alleanza si propone,
una tensione forse in equilibrio.
O è un lento stillicidio di illusioni,
un ludibrio di suoni suggeriti
dentro falsi e ipocriti perdoni?

Si ricompone forse la presenza
del terzo, di colui che ha assistito
forse più frettoloso che distratto
alla conversazione che fra me
e te si disperdeva tra silenzi
già cosparsi di assensi pausati
e un sorriso di sensi già allarmati.

Prima di allontanarsi egli mischiò
il più ambiguo sorriso ai propri sguardi
arsi dal desiderio. Se qualcosa
di quel fuoco restò, mentre egli andava
via, in una strana malinconia
un tizzo crepitava nella cenere.

Quale testimonianza è allora un vizio
nell’incoerenza tenera di Venere
se lo spazio oggettivo di quell’“egli”
troppo presto eclissatosi ora, vuoto,
è pieno d’ombre di quel falso gioco
di chi tra l’“io” e il “tu” bara sull’oblio.
Uno strano sciacquio di amare onde
il colloquio confonde tra il tu e l’io
in cui eloquio dell’essere è un addio.

Piero Bigongiari

3-4 luglio 1997

da “Il silenzio del poema: poesie 1996-1997”, Genova, Marietti, 2003

L’identità è nella differenza – Piero Bigongiari

Piero Bigongiari

 

Questo è quello, è quello che io vidi,
che soffrii, che amai. Tu ancora ridi
nel tuo pianto, piangi col sorriso
con cui rispondi allo sconosciuto
sollecitarti delle cose, e parli
parli a quel muto inesausto rivolgersi
a te dal loro mascherato oblio.
Il presente defluisce nel passato,
non certo questo in quello,
e affluisce nel futuro: è stato
quello che non è stato e che sarà:
ma il discrimine è questo affilato
e tagliente dividersi e unirsi
di un’antica entità nel suo valsente.

I tarli non consumano del tempo
l’apparizione, il lampo, lo sparire:
intatto ne è l’evento, anche se altro
sembra avvenire. E che muta solo
il tuo sguardo, ma il nome che lo chiama
è lo stesso, la stessa la materia
caotica da cui esce la forma
che tu vezzeggi.

                         Ogni diversità
è solo tua, solo a te appartiene
che hai avanzato forme assomigliandoti
sempre meno nella tua identità
fino a ritrovarti inconoscibile.

Come il vento è lo scibile che soffia
qua e là e non sommuove le muraglie.
Un altro Piero sempre più identico
a se stesso, o a che cosa di se stesso?,
è per questo a sé più sconosciuto.
Ed è per questo che in ogni tua vena
scorre quanto in te fìnge di sembrare
la stessa pena: il mare è sempre il mare
proprio mentre appare sempre altro
nel cupo scintillare del suo cupido
ignorare se stesso.

                              A te appartiene,
di te, quanto hai invocato e forse opposto
all’enigma che ti ha demandato
qualcosa che tu certo non sapevi.

Solo a se stesso somiglia il diverso
che in sé cerca la propria identità.
Nella sua oscura caligine il verso
mentre scopre la propria chiarità,
trema nella sommessa identità
della voce dissimile che lo ama.

Ma chi lo chiama? A chi non può rispondere
il cieco oblio? Il geco sul terrazzo
esce la sera di sotto le tegole
che lo hanno nascosto nella calura
e ti rimira col suo occhio azteco
in cui ancora non brilla la paura.

Piero Bigongiari

(10 -11 giugno ‘90)

da “E non vi è alcuna dimora”, L’Albatro Edizioni, 1999

Di questa plaquette sono state pubblicate mille copie numerate.
Copia N.350

E non vi è dimora (II) – Piero Bigongiari

Josef Sudek, Glass with Dead Rose, Prague 1952

 

E non vi è dimora… Non puoi designarla
neppure su un quaderno da disegno.
Il segno non è quello che t’ignora,
è quello che conduce la tua mano
ad alzarsi dal foglio.

                             È là, che ora,
mentre indichi qualcosa, e non è nube
e non è casa, sembra indicare
un’altra cosa… E la spora che
cerca ancora nel volgersi del vento
di scendere dove nulla ancora è spento
del suo volo fatato.

                               Ecco, là, l’Angelo
vendicatore, ha ancora sollevato
l’indice insanguinato. Sugli stipiti
non l’ha ancora appoggiato. È ancora incerto,
chiede ancora qualcosa alla pietà.
Domanda se una rosa basta…

Piero Bigongiari

(12 giugno ‘90)

da “E non vi è alcuna dimora”, L’Albatro Edizioni, 1999

Di questa plaquette sono state pubblicate mille copie numerate.
Copia N.350

In una villa medicea – Piero Bigongiari

Foto di Katia Chausheva

 

Scivolerai dentro uno specchio nero
col peso della tua ala corvina,
ti solleva la forza a cui reclina
discende la tua anima di fuoco.

La luna scalderà ancora i ginepri 
nel giardino segreto ove una spalla
illividiva cieca al roteare
dei pianeti che a lungo la cercavano, 

gli spiragli lucenti dentro i vepri,
il lampo delle chiome dissuase,
e la mano che palpa quanto, addietro,
non è ancora paura e la conduce,

e le sete gualcite, i fiori, i veli
ove il passo tuo aptero rallenta
come una lunga musica di cieli
vi dissesti le stelle all’albeggiare.

Piero Bigongiari

da “Almanacco dello Specchio 2009”, Milano, Mondadori, 2010

(II tuo splendore) – Piero Bigongiari

Brett Weston, Untitled (High Tide), 1951

 

Il tuo splendore è di chi ha attraversato
il fuoco (con me o senza di me?).
Vaghi, se stella non sei, nei riflessi
dei bicchieri che torbidi si levano
dal rogo degli auguri. Ma tu che àuguri
un futuro allo splendore dei riposi?

Se il tempo si fa fiamma, subsidenza
opaca alla parola è ogni altro dramma
che trascolora e non rimane in sé:
se mi guardi l’aurora non ardisce
ripresentarsi, anzi non sa se è,
ma se non è rincuora – o uccide? – l’altro

in sé… Son io, il sasso che il torrente
gemica della gemma che traspare,
e non sa ancora – né tu puoi sapere –
se il fuoco brucia il tempo o questo il rogo,
se trattenersi un poco dentro il sole
è un orlo troppo puro o troppo roco.

Piero Bigongiari

da “Agosto al Forte”, Poesie inedite e disperse (1978-1991), Pistoia, Gli Ori, 2014