Non so – Piero Bigongiari

Edward Hopper, Case al crepuscolo, 1935

 

Nell’umido brillare dei tetti,
nel calare del sole tra scogliere
di strade, non so cos’altro aspetti,
s’altro dichiari con parole rade
ai passanti, ai vetri ciechi dei tram,
e a un tratto molto so della speranza,
ma non so neppure cosa si perde
nell’ansimo dell’aria, quasi un battito
accelerato di motore,
quasi tacchi piú fitti, una catena
che si tende, gli occhi un poco piú desti.

Ma lo sguardo è dentro le cose
a cercarvi la buccia tra la polpa,
e non v’è colpa sufficiente per la nostra gioia,
nemmeno la speranza e la solitudine:
tu sai che non so, tu sai che puoi chiedere.

Piero Bigongiari

26 novembre ’45

da “Rogo”, 1944-1952, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Una sera, vicino alla città – Piero Bigongiari

Gino De Dominicis, video di Gerry Schum

Nel sole della sera, sconosciuto
a sé e agli altri andava il fanciullo:
non era muto e non parlava: era
vicino alla città – perduta o ritrovata? –,
i rovi aumentavano e gli sterpi
sotto il suo passo incerto, l’occhio fisso.
«Che cosa trovi che non cerchi mentre
coi raggi occidui del sole ti inerpichi
sulle sue mura?»
 

                        Sono anch’esse cerchi
sull’acqua come quando affonda il sasso
gettato sulla calma dello specchio
dal fanciullo nella sua età giocosa,
ma non è più trastullo
ciò che la vita ora gli dice: «Osa!».

E mentre credi di inoltrarti e fai
solecchio con la mano per scrutare
più a fondo tutto intorno l’orizzonte,
vi affondi, ma si allarga intorno a te
il grande abbraccio circolare. Guarda,
guarda ancora una volta nell’oscura
vanità della porta se c’è ancora
chi ti attende, mentre intanto scende
dalle mura anche il sole a poco a poco.

Non entrerà al tuo posto che un uomo
oscuro verso una figura che,
luminosa nel buio, non attende
altro che il farsi lentamente notte.
È oscuro a se stesso, dalle bende
cinto, risuscitato dalla morte.
Gli è a lato solo il profumo di un fiore.

Ciò che è stato, ormai più non sarà.
Della vita aveva sbocconcellato
solo qualcosa che chi chiama amore
ora ne va cercando anche le briciole,
quasi raggi di sole penetrati
tra crepa e crepa entro quelle alte mura.

Il sole che si era fatto cullare
dalle onde amare del Tirreno insieme
al corpo solare del fanciullo, ora
anche il sole ha paura, si nasconde
o vuole penetrare più a fondo
nell’avventura inclita del mondo?

Piero Bigongiari

28 luglio 1991

da “Tra favola e storia”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996

Una tomba per l’amore ucciso – Piero Bigongiari

Marcus Møller Bitsch

 

Chi ha nascosto qualcosa nell’evidenza?
Chi non ha scagliato la prima pietra?
Chi è senza peccato, il testimone
o il testimoniato?

                              Eppure senza
quella testimonianza, il reato
avrebbe la voce dell’innocenza.
Chi ha passeggiato, un giorno come questo
che la storia era solo un filo d’erba
spuntato tra il selciato, intorno a quello
che fu scritto illeggibile da tutti?
Il dito s’è rialzato come i flutti
amari del mare di Galilea:
pesantissimo è stato quello che non è stato
più di quello che è stato.

                                              Un fiotto ancora
del sangue del costato, sotto il sole,
fluttua purpureo come le viole
nel vento che ti accarezza il viso
in cui il sorriso erra dimenticato
del più incomprensibile perdono:
è l’atto più enigmatico del dono.
Chi è tra noi, chi si è allontanato?
Vive la santità grazie al peccato
o questo è un’inutile disgrazia?

Ma quale inopia più di questa sazia,
quale copia di quale sacrificio,
la misteriosa ira della storia?
Ogni storia è particola di un tutto,
un’ostia che attende quale lingua:
è Croazia, è il flutto che schiaffeggia
la mia terra natale così bassa
all’orizzonte che ritorna mare,
in cui quando vi torno non so andare
al di là di uno sguardo obliato.
(Sono sempre in ritardo su me stesso
o qualcosa scompare di me stesso
in un altro me stesso inattendibile,
in un me stesso ch’io non so più amare?).

La terra è così piccola – chi è stato
a ferire a morte anche l’amore? –
là dove Bosko, serbo innamorato,
e la piccola Admira musulmana,
abbracciati, in terra di nessuno,
giacciono morti. Chi potrà slacciarli,
dare una tomba all’amore ucciso?
Quale porta, di quale sacrificio,
s’è dischiusa, se non quella del sogno?
La parola che romba nell’orecchio
è quella del più antico maleficio,
ma di quale risveglio c’è bisogno?

Quel viso contro viso, quale bacio
– lì tra l’erba di un greto (è la storia
che appartiene a tutti e a nessuno?) –
è più intriso per noi di rimorso…
È stata fucilata la speranza?
Quale sforzo il dolore non sa fare
tra l’odio, il male e lì presso, dove…,
ma dove ha sede la felicità?
Quale cecchino sta a spiare, quale
risuscitato Caino, pronto
allo sparo, nascosto? Il testimone
del dolore del mondo ha cambiato
posto, non sa ormai più che sparare,
innamorare ormai solo la morte,
sventagliare nel mucchio l’innocenza,
il suo ghigno divenuto immonda
indifferenza tra il dire e il fare,
insofferenza tra il mezzo e il fine.

La vergogna del secolo non ha
nel dolore del secolo confine.
Là il rezzo della morte non ha fine.
Carezza dolce le chiome corvine
di Admira la morte innamorata,
molce il respiro spento in quelle labbra.
E io che ci sto a fare, alla mia rabbia
che cosa è rimasto da ammirare,
perduta in quale lebbra ogni bellezza,
in quale ebbro annaspare la carezza
che non sa più su qual volto posare
la sua stessa terribile tristezza.

Piero Bigongiari

24-26 maggio 1993

da “Nel centro oscuro dell’incandescenza”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996

Inno secondo – Piero Bigongiari

Dirk Wüstenhagen

 

Lampeggia il creato a un mover di foglia
e nulla s’interrompe della vita,
antica immagine che al sole si scalda:
gridano, ma lontani, i fanciulli sul greto
se catturano nelle pozze le smarrite reine;
anche l’amore è antico, anzi non ha origine
né fine, il vento che tocca l’arpa
sulle brune pendici delle foglie indurite
ha la stessa paura immortale.
Il giovane platano coglie
nell’aria la sua gravità,
si staccano a volo pernici
dal campo in declivio, molle
l’acqua rinverdisce
la favola delle origini
e il cielo bianco di latte è vuoto
come la ciotola d’un fanciullo.
Ma è breve la vista e come
sulle poggiate l’orizzonte riposa,
il tempo posa sulle proprie orme:
puoi dirlo un fiore, puoi dirlo la morte,
ma non s’apre al di là del suo dischiudersi
di forma in forma, lo distrugge il suo
stesso slancio infinito.

Appassionata
natura e pure come indifferente,
cresciuta su te stessa, smemorata
assisti a un riaffluire di memorie.
La luna torna a splendere più forte
quasi varcato di pianeta il limite,
dona alle valli intorno immaginate
una diurna effervescenza, astrale
agita un soffio le annerite piante,
i crinali più l’ombra non discriminano.

Una luce sorveglia l’infinito
che trapassa il pensiero come l’etere,
s’imbeve della pioggia nuova sulle
erbe e non è l’alba ancora, sommesse
le voci attendono di durare
oltre la fiamma bassa sugli sterpi delle parole notturne
come l’albero e lo stelo e il canto inatteso del gallo.

Piero Bigongiari

[20-26 settembre ’56]

da “Le mura di Pistoia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1958

Il corvo bianco – Piero Bigongiari

Elisabeth Sommerville

 

Un’illusione verde giù dal nero
dei graticci si espande, su dal nero
rugoso: gravità dell’illusione
senza centro nel sole, primavera,
mia primavera ultima, mia prima,
tornata tra gli spini della terra
a strisciare tra i dumi e le ombre forti
dei candori nevati: i prati attendono
il bramito dei cervi, il polverio
fresco del bosco entro cui batte il picchio
frenetico ed il vento par di brina.
Aprite, stelle, l’occhio nella notte
del cuore, rivelatevi, illusioni,
lasciate il ramo, scendete scendete
a terra ancora verdi, non col secco
sgrigliolio rosseggiante dell’autunno.
Il corvo bianco beccherà tra l’erba
d’un’eterna stagione: sarà un fiocco
di neve mossa dall’alto dei cieli.
Batte il martello sulle assi schiodate.
Dove siete andate, primavere,
a fiorire?

Piero Bigongiari

12 maggio ’54

da “Tutte le poesie”, 1933-1963, a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi, Le Lettere, Firenze, 1994

Questa edizione, rispetto a quella mondadoriana di “Stato di cose” presenta, proprio in chiusura, due versi in più: «Dove siete andate, primavere, / a fiorire?». La spiegazione ci viene data da Bigongiari stesso nella Postilla finale a TP: «In questa edizione ne varietur ho apportato alcune varianti, se così si possono definire alcune addizioni di versi a completamento del senso che il testo poetico ha proposto ma non aveva portato al suo significato compiuto» (TP, p. 372). E non c’è dubbio che i due versi aggiunti siano indispensabili al “completamento del senso”.