Voli di uccelli che sentono la tempesta – Piero Bigongiari

Foto di Mario Giacomelli

 

D’uno in altro finito nelle azzurre
caverne l’infinito schiuma al vento
che involve nel suo fulgido tormento
il colore dei prati, l’ali eterne
di primavera dei sommessi alati:
mare che non ha requie sulle tombe
umane, dove i petti ansano invano,
mare che spinge il suo sorriso a fiore
strano tra scogli e addii. Ad ali tese
precedono gli uccelli la tempesta,
celesti ne disegnano le corolle,
grigi barlumi insegnano alle zolle
e in alto al nido, fermo
ingorgo di mota, di sterpi, d’amore
ch’altro rapprese e sollevò tra i rami
e le grondaie. Altro percorre il fiume
fin oltre la sorgente, un altro lume
avvena le tue mani, ulcera gli occhi.
Chiamami dalla tua sorda caverna,
io sono in basso, tento il piede, salgo
alla tua verna altissima e non ti odo,
amore penetrato come un chiodo
sul legno delle croci che fioriscono.

Piero Bigongiari

[20 luglio ’56]

da “Le mura di Pistoia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1958

È l’amore – Piero Bigongiari

Foto di Remo Daut

 

Sono il mittente, il latore, o chi,
ricevuto il messaggio, non sa aprirlo
o non osa, e rigira tra le mani
il plico oscuro, (forse il suo domani?).
Ho viaggiato seguendo anch’io la rotta
del sole nella immaginaria grotta
del cielo, non foss’altro per udire
lo sciacquío del Pacifico su coste
friabili…

                            E forse ho creduto
che dinanzi ai miei occhi quasi inabili
lo stesso e il diverso coincidessero.
Dovevo trovare qualcuno, e
non ho fatto che una serie di frecce
indicanti che più in là, forse più in là…

Forse più in là ritroverai la dimora,
la sconosciuta per eccellenza,
la tua di cui non puoi fare senza,
anima, che se qualcuno la sorveglia,
se il tuo essere non è ancora un’essenza.

Smuovi ancora una volta la nidiata
dei fanciulli assiepati sulla soglia.
Entra. O chi entra con te, per te?
Lì troverai chi non può rispondere
a te, forse all’altro. Lì vedrai
l’inutile messaggio necessario
volatilizzarsi nelle tue mani.

Se devi essere dove non puoi essere.
Ma il raggiro è lento, compensato.
Se uno è stato dove non è stato.
È l’amore che ronza come un’ape
vicino al fiore. Il polline è incantato.

Ma il salvatore non si è salvato.

Piero Bigongiari

15 aprile 1991

da “L’eruzione solare della notte”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996

Valzer – Piero Bigongiari

Foto di Katia Chausheva

 

Dalle griglie celesti quale strazio
rileva le falene? cadon rosse
nelle tue vene aperte, od è il tuo sangue?
Tu deliri dai vetrici su su
verso il mio cuore,
tu piú assente dell’ore che piú versi
come le tamerici in un colore
di morte: se nel tuo trovarti ancora
senza dolore uguale alla tua pena,
una barca disancora piú lungi
su un porto di verbena un altro addio,
tu ritorna col passo ch’io ti rendo.

 Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Tra la legge e la leggenda – Piero Bigongiari

Anka Zhuravleva, Driada

 

Amo perdere qualcosa, più che per ritrovarlo,
per lasciare una traccia a chi m’insegue,
forse perché amo farmi là raggiungere
dove non sono, mentre guardo il mare
che insinua tra le sue macerie il grido
del gabbiano e un nido tra la ruggine
perduto che galleggia tra le schegge,
al contrario del gran depistatore,
perché so che è difficile seguire
chi, indeciso sulla propria meta,
ma forse proprio in essa pesticciando,
si distrae dietro un viso, si nasconde
dietro il dito che indica le onde
che asciugano e bagnano la riva
del paese natale, la deriva
della luce che liquida ne assale
le sponde e nella mente la ravviva.

Amo confondere il cricchio del tarlo
a un andante di Mozart…, mescolare
il passo del viandante per la via
con quello di chi risale le scale
a semicerchio della nostalgia.

Amo dimenticare il profumo della cedrina
su quello della tua pelle. Del tutto
ricordare la parte più obliata,
del frutto il seme ch’entro sé difende
la sua amarezza in duro tegumento.
Ma se mento, non mento che a me stesso
per dirti la verità che nello stesso
errore è celata, difesa, abbandonata
a crescere in se stessa, nelle proprie
contraddizioni elementari – è lì
che ogni due si unifica, nei suoi
seminali abbandoni.

                                       Amo guardarti
mentre riveli in te una dolcezza
che è quella della fata che nascosta
tra gli alberi occhieggia che nessuno
la segua andando verso il suo tugurio
arredato come una reggia se tu
ne precorri l’augurio coi tuoi occhi,
scheggia impazzita tra gli altri balocchi
del destino che l’uomo chiama vita.

Cammino dietro a poche cose, quelle
meno necessarie, le più volatili,
le meno rare. Forse in mano ad esse
è il codice per leggere il messaggio
che la legge ha lasciato sul tuo tavolo,
semiaperto, semicancellato,
fra terribilità e dolcezza.
Ma se tengo le mani ad un tempo
sui due telai, è che amo riprendere
dal secondo la tela che Penelope
sta sfacendo: è solo con quel filo
– altro non ne ho: l’aspo ne fu rapito –
che sull’altro ritesso la leggenda.
Tu che la leggi strappane la benda
dei segni che l’accertano o la mettono
in forse, perché, vedi, sotto sanguina.

Piero Bigongiari

18 – 20 marzo ’90

da “La legge e la leggenda” (1986-1991), “Saggi e testi” Mondadori, 1992

Miraggi – Piero Bigongiari

Frances Mortimer, Reflection, Paris, 1950s

 

Sono io che ho creduto di non averti
mentre mi guardavi nel più profondo del cuore
coi tuoi occhi poco esperti di abissi.
Sono io che non ho reso i tuoi sguardi
alla loro innocenza, li ho tenuti
prigionieri, nascosti, fissi dentro
di me.

                       Ah! tu capissi quanta luce
spandono in fondo a quei penetrali.
Mentre altri sguardi volano con ali
felici chissà dove, troppo alti,
e si fondono, luce con la luce,
qui nel fondo di me c’è un abisso
scintillante di quanto hai visto in me.

Io ti prego, perdona il carceriere
del tuo notturno splendore. Se è
amore quello che non sa risolversi
a rendere al sole i suoi raggi,
è più tuo l’amore che incoraggi
e che non tutto sia restituito
dei suoi insostenibili miraggi.

È il fondo oscuro in cui il tuo sguardo brilla
come un diamante puro. I ritardi
− o sono io già te, se tu mi guardi? −,
i miei ritardi forse si giustificano
dinanzi alla misura imperscrutabile
della velocità di quella luce.
Ne trattengo le stigmate qui abbasso
perché non so quel raggio ove conduce
in quel suo mirabile stoccaggio
della felicità nell’universo.
Ti ricordi a Patrasso, appena scesi
dal traghetto, come splendeva il sasso
della riva e lo stesso mio andare
alla deriva in un raggio perfetto?
Era il tuo sguardo perso che fioriva
nell’azzurro e sfioriva? Era il sussurro,
quello, non soltanto di una riva.
Solo se all’impossibile tu chiedi
aiuto, forse qualcosa arriva.
Nessuno sguardo su chi è ferito
rimane muto. Per questo ti scrivo
con questo inchiostro intriso nel tuo raggio.
Cerca un viso. Lo trova? È un miraggio?

Piero Bigongiari

24-25 maggio 1995

da “Residui del viaggio”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996