Si dice che Dio – Piero Bigongiari

Foto di Hengki Koentijoro

 

Si dice che Dio, che non parla, però respira nel palpito mimetizzato della razza in fondo al mare
e che per dissetarsi saltella col passo gentile anche se cauto del gerbillo nel deserto
da una pianta a un’altra pianta arida.

Così da una radice a una radice
secca balzella, e non è Dio, la parola
e non ha i denti acuti del gerbillo
e meno mimetica della razza sul fondo
se profonda respira si scopre allo strale
che ne fa sanguinare l’agonia.

Così ho visto sanguinare l’amore,
l’amore parlante, l’ho visto bere inequivocabile alla propria sete.
Se Dio non parla, e lo sappiamo che non parla,
forse in agguato ascoltava, già colpita, accostarglisi la preda
mentre il filo di sangue colava, gambo succolento, già sul fondo.

Piero Bigongiari

13 settembre ’72

da “L’infinito si allontana finito dall’uomo”, in  “Moses, Frammenti del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979

Amando, dove sei? – Piero Bigongiari

Foto di Ferdinando Scianna

 

Cosa insinua di incerto l’amore
nella speranza, il fiore quale scandalo
nella sua erta oltranza? Dove sei,
amando dove sei?

                                    Nell’altra stanza
odi un canto, un passo strascicato
di danza, e non ci vai, resti dubbioso.
Sai che talvolta è meglio la distanza
che inoltrarti in un ritmo che ascolti
e che vuoi che rimanga nel suo enigma
in cui molti significati, troppi
forse, sono racchiusi nel suo stigma.

Piero Bigongiari

18 gennaio 1996

da “Residui del viaggio”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996

Sguardo obliquo – Piero Bigongiari

Germaine Krull, Etude

 

La tua pupilla si nasconde in fondo
al cavo dove spuntano le lacrime
ma è forse per raggiungervi il rotondo
spuntare della certezza, tu certo
non guardi altrove. Se l’altrove è qui,
se l’altrove è in questo spuntino mesto
di luce sul bicchiere, se l’altrove è di altre sere
che queste dove punta tutto, il tuo tacco
sulla pietra sicura di questa tua morte che cammina
non celebrata su altra pietra, se
la sorte è quella del passero ancora bagnato dall’uovo,
se non vi è altro ritrovo che questo punto di diffrazione
che ci unisce alle vene aperte dell’universo
che quasi, o quasar, ne sfiorano lambendola la curvatura
delle tue ciglia corrugate nelle mie mani.

E io che cosa dono se non quello che non mi appartiene
a chi aspetta ch’io parli. Tu parola
chiudi gli occhi per aprirli nell’interno stesso granato
del rimorso, s’io le fila imbroglio che l’aspo
impazzito annaspando rimette nel suo ordine opposto.
Tu parola sai ch’io non obbedirò,
sai che altri fiori virulentano i muri che voltano
dove la curva si fa più stretta, quasi al limite del bacio,
del bacio inviato per posta per non tradirsi labbro a labbro.

O mie labbra, o mie tenere labbra della ferita,
so bene che dal vostro bacio scoccherà gutturale
come tra i suoi pochi capelli bagnati una creatura,
ma lo zampillo che tra le labbra spiccherà,
sia una parola o il gemito incipiente d’una creatura,
io avrò visto nel segreto del mondo sigillarsi una busta
senza mittente né destinatario, forse nemmeno scritta,
forse uno scherzo divenuto serio avviandosi con enorme ritardo dove non era indirizzato.

                                                                                                        S’aprono fra scintille
di nettare altre amarezze, le più soavi, nel bicchiere posato
tra me e te come un vulcano se ti rivolti tra le mie braccia
e mi bruci qua e là con le cicche semispente del tuo sguardo consumato
tra i pruni ardenti dove qualcuno – rassèttati – può apparire all’improvviso:
da non raccogliere, esse, nel piattino della cenere, da lasciare
nel vento infuocato che chiude, o apre, le persiane e non sai
se è l’acrobata sul filo scorto un dì altissimo su una piazza dimenticata
che entra stavolta – ce l’ha fatta – per la tua finestra
o è l’occhio della volpe che scantona rotondo e mobilissimo tra le saggine.
Comunque senza rete, l’imprendibile non vi cade né vi si ravvolge,
preda mancata che, bava di fumo, svolta al primo rannuvolarsi
di quest’altro nostro opposto ma concorde perché opposto
respirare via via più aspro nel carbonio sempre più sottile e
impercettibile dell’amore.

Piero Bigongiari

29 gennaio ’74

da “Il tuo amore si è fermato sotto un sicomoro”, in “Moses, Frammenti del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979

L’eruzione solare della notte – Piero Bigongiari

Josef Sudek, Untitled, n.d.

 

L’eruzione solare della notte
ti veste di dolcezza.

                                              Là il mare,
quella linea lontana che appare
tra le chiarie vieppiù decisiva,
nemmeno limita la tenerezza
del tuo sguardo tornato a speculare
se esiste per lei un orizzonte
verso cui andare, o se questo è qui.

Spengi le candele nelle stanze
che non ne hanno più bisogno,
dove filtra ancora lúbrica la luce del sogno,
scacci anche il sogno come un importuno:
sei in attesa di quanto altro scalpiccia
nel solito apparire del medesimo.
Mi offri un acino dell’uva dell’Avvento,
e anche lo stento della porta che ruota
lentamente sui cardini è una musica
meno ignota per me.

                                        Per te la ruota
del fato non ha finito il suo giro:
ammiro quello che lì non è stato
né mai sarà compiuto…

                                                 come il suono
del liuto che, ricordi, abbiamo udito
un dì straziare i segni del viaggio
e incoraggiarci, indegni di ogni altrove.
Eravamo, anche lì, davanti a un mare
quasi lustrale nella lontananza,

davanti all’irrintracciabile colmarsi
di chiarezza dello stesso mistero.
Là finivano le orme di ogni passo
come il cane che davanti all’acqua
di un fiume perde il fiuto e non può
pedinare il cammino del fuggiasco.

Ma davanti al mistero non è questo
un rifiuto: il divieto è dentro te,
dentro, vedi, il tuo sguardo discreto
che sul vetro dell’essere riposa
nella cui trasparenza altro non osa
che guardare al di là ma anche ritrarsene
come da una visione dolorosa.

La vita non è una cosa così strana:
tocchi entro di te qualcosa che
non ti appartiene come il Guadarrama
deserto e innevato che un giorno,
sorvolato dagli avvoltoi, vedemmo
rasentandone mentre andavamo
verso il regno dei morti dell’Escorial
i picchi e le rocce diluviali
che abbandonammo alle ali dei rapaci.

Perché taci davanti al tuo silenzio?

Piero Bigongiari

da “L’eruzione solare della notte”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996

Ardore e silenzio – Piero Bigongiari

Foto da “La jetéé”, di Chris Marker, 1962

 

I ponti verdi sulla piena soffocano
il tuo richiamo
in un lume di secoli aberrante
dove i cupi giacinti e la tua mano
sprigionano un odore penetrante;

dove l’ombra rinfocola pe’ muri,
ora fiamma ora cenere ora croco,
lo sguardo innamorato ancora un poco
di sé, forse il tuo pure
è un ricordo, il tuo segno è troppo oltre.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968