Un lume velenoso – Piero Bigongiari

E.O.Hoppé, Inga Arvad

 

Forse una stella, ma forse una lacrima,
assorta irradiando a una memoria
semispenta una luce dolorosa,
se riappari riappare o si dilegua.

Un lume velenoso che infittisce…
Dilatata dal buio la pupilla
ne beve anche le scorie, i coni d’ombra.
Ivi svolazza calmo il pipistrello
fiorentino, vi cade a terra un suono,
largito lacerato, di campane.
E io non so se è il cielo che calpesto
o se indico, indicando la luna, un argomento
spento, un trastullo…
                                        Sul mare di Amalfi
i fiori scendono al loro colore
come pensieri, un albero spoglio
è un polipo di sole sul pendio.

Ma tu che segui lieve la tua orbita,
tu siine la stessa indifferenza,
vibra calma i tuoi strali, fulmina la tua
tenebra nella mia.

Piero Bigongiari

marzo-aprile ’52

da “Rogo”, 1944-1952, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

La verità non ha bisogno della nostra ignoranza – Piero Bigongiari

Foto di Paul Apal’kin

 

Quello che tu non sai, anche l’ignora
la via che ti accompagna e ti disvia
nel sole occiduo, e forse anche l’aurora
che si lagna col lieve pigolio
degli implumi nel nido, col deciduo
uggiolio di chi deve sfamarli.

                                                       Io affido
a questa oscura scienza anche le briciole
di quello che non so, forse anche il raggio
che non sa ove posarsi. Nel coraggio
o nella tua viltà? Forse è il mestiere
di una tale evidenza sconosciuta
versare a quando a quando nell’essenza
della vita la sua segreta musica.
Talora anche la musa è generosa
della sua voce ascosa. Cosa canta
al tuo orecchio? È il canto della sposa?
Da quale Oriente viene, in quale Libano
trattiene ancora quelle sue carezze?
Troppo lievi le ebbrezze, o inenarrabili?
Troppo abili sono le stranezze
con cui i sogni si accostano al vero.
Si dice che il pensiero vola. Dove
vola? Dove ignora anche se stesso
nel sogno stesso d’essere parola,
e forse parola dell’accesso?

Il fatto è che in ogni imminenza
della tua vita non puoi fare senza
di quel sottile strazio che t’invita
a non sentirti sazio di te stesso,
ma piuttosto a sperare nell’eccesso
di ogni misura nell’incontenibile.
In ciò che versa, in ciò che non contiene,
le lacrime e le pene si confortano
a vicenda. Tutto è già leggenda.
Devi sperare, se non si trattiene
di te nel canto — e forse nell’oblio,
magari a tua insaputa, si è già espanto —
ciò che tramuta in luce anche il pianto.

Forse con quelle briciole io ne nutro
o almeno ne titillo il desiderio
che il canto ha di quella mia carenza
onde trovarvi un senso pronto al troppo
che è in ogni verità, forse per sciogliervi
il groppo misterioso del suo pianto
mescolato all’incanto di un sorriso
che non so a chi appartiene.

Piero Bigongiari

14-16 aprile 1997

da “Il silenzio del poema: poesie 1996-1997”, Marietti, 2003

Eco in un’eco – Piero Bigongiari

Foto di Katia Chausheva

 

Ti perdo per trovarti, costellato
di passi morti ti cammino accanto
rabbrividendo se il tuo fianco vacuo
nella notte ti finge un po’ di rosa.

Quali muri mutevoli, tu sposa
notturna, quale spazio abbandonato
arretri al niveo piede, al collo armato
del silenzio dei cerei paradisi

che in festoni di rose s’allontanano?
Eco in un’eco, mi ricordo il verde
tenero d’uno sguardo che dicevi
doloroso, posato non sai dove

di te, scoccato dentro il misterioso
pianto ch’era il tuo riso. Oh, non io oso
fermarti! non i muri che dissipano
di bocci fatui un’ora inghirlandata.

Odi il tempo precipita: stellata,
non so, ma pure sola Arianna muove
dalla sua fedeltà mortale verso
dove il passo ritrova l’altra danza.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Chi non l’ha ucciso – Piero Bigongiari

Germaine Krull, Etude (Wanda Hubbel), 1931

 

Il pettirosso lasciato stare nel suo piccolo sangue
è immortale, nessuno l’ha ferito, o Dio lo ferì pensandolo,
ma la piccola morte non è del pettirosso, egli consegna
un messaggio azzurro scritto col sangue, e non lo sa,
forse cinguettando ha ucciso l’universo
e le briciole sono sul suo petto. Forse per meno
chi ha ucciso uccide e seguita a uccidere
ma il sangue non si raggruma sul suo tovagliolo,
la tagliola non cava sangue dalla zampa stritolata della donnola
che grida nella notte, e non v’è donna, amore,
che come te riesca a tacere nell’altra tagliola.

Ma forse l’ha salvato asciugandone l’ultimo escreato,
la boccata di sangue della vittima non è la sua,
il suo zampettare fermo nel cielo non lascia tracce
che mirino al covile, le uova possono dormire tranquille
del sonno che le risveglierà coperte da uno spazio curvo,
dal guscio che s’incrina se il becco s’è fatto audace,
ma non v’è pace più cruenta della tua, o minuscolo,
che vai cancellando col tuo avanzare ogni traccia della prima
ebbra pennellata che il Signore aveva segnato a caso su un cosmo
che già somigliava a questo e non lo era. Ora un’era diversa
se ti mostri a chi non ti ha ucciso può cigolare sui cardini discontinui delle tue note.

Piero Bigongiari

26 novembre ’74

da “Io sono in casa? Non so”, in “Moses, Frammenti del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979

Pavana reale – Piero Bigongiari

 

Creda la notte ai muriccioli lungo
una strada che troppo discende,
(di fiamme si mormora il ricordo
dentro gli occhi bendati. Densa Boboli
d’aprili andati a morte come vipere
verdi sui colonnati).
                                     

                                       Si ghirlandano
fiocchi diurni attorno a caprioli
feriti, è latte la memoria e spare
come questa pavana. Non pensare,
sei decorata tutta del tuo scendere, e
l’alveare notturno è senza sillabe.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, Parenti, Firenze, 1942