A volte penso che sia troppo – Piero Bigongiari

 

A volte penso che sia troppo, scrivere,
quasi scriversi addosso, quasi vivere.
È un quasar questo foglio che s’impenna
tra morte e vita. Tu, mio Dio, perdonami.

Troppi gli avvenimenti che non furono,
e i pensieri, i pensati e gli impensati,
tradiscono qualcosa, il non pensiero.
Merito forse io di dire agli altri

che il dolore confina con la gioia,
se la noia del passero travalica
l’incredula felicità? Io passo,
forse son io che lascio i fuochi spenti

nei bivacchi che incontro, io che ai torrenti
d’altri fuochi stellari mi guardai
cercandovi l’opaco per vedermi.
Tu lasciami Signore, la mia mano

non è degna di te: devo seguire
quanto non ti somiglia, rialzare
le erbe che calpesto, amare quanto
non è degno d’amore. E lo sapevo…

Gli spazi dell’orrore e del sorriso
si possono, chi è desto, sovrammettere.
Quanto di sé non vede, un viso dice,
ma quanto dice, fu visto per sempre.

Piero Bigongiari

21 aprile ’81

da “Nel delta del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1989

L’albero del bene e del male – Piero Bigongiari

Irene Kung

 

Ho vissuto, credo di aver vissuto,
come appena potevo. In quale evo
di lacrime ho cercato di sorridere
al richiamo del fato? Me lo dice
quel suono di liuto che scendeva
da una persiana chiusa in una via
deserta e sconosciuta. Dove ero?
Forse lontano solo da me stesso?
Lo ripete Euridice che voltandosi
vide perdersi chi in quel sorriso
muto di lei attizzò il gran fuoco
del suo dolore.

                       Ho perduto poco
dove ho perduto tutto, nel gran gioco
che al di là di ogni perdita l’amore
sostiene intatto in ciò che non ha avuto.
Più nessuna scommessa è ormai possibile
tra il bene e il male, anche se lo scibile
è divenuto un paravento fragile
che lascia trasparire, immortale,
quell’indulto atteso per tanti anni,
chi siede sulle scale della sua
dimora, di non so quale ricordo
che più non vale se è ormai affidato
solo all’oblio.

                      Ora mi sono alzato
al suono di quel liuto senza volto,
non so da dove quale mano pizzicato,
non so a chi rivolto, innamorato,
chi mi sussurra piano all’orecchio
che c’è ancora parecchio da donare,
quasi tutto. È questo il misterioso
frutto che io ancora vedo pendere
promettente sull’albero del bene
e del male.

                       Se mi volto non posso,
sull’orlo del peccato originale,
più sedermi: sparite quelle scale
sono rimasti solo quegli ermi
accenti di un liuto immortale.
Dimoro ormai nell’impeto straziante,
liturgico, di quel suggerimento
mentre il vento geloso mi contende
sin l’ascolto fatale di quel suono
in cui par diluirsi anche la voce
singhiozzante di chi chiede perdono,
troppo, ormai, troppo da me distante
quel mirifico groppo. È luce o pianto
che seduce soltanto ogni distanza?
Quale vanto deserto è in questa stanza
che intrattiene soltanto il mio sconcerto…

Piero Bigongiari

27 giugno 1995

da “L’amore è…”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996

L’ombra della luna – Piero Bigongiari

Foto di Cristina Venedict

 

Nulla, piú nulla, un suono non ti regge
assetata stasera al plenilunio,
è finita la vita oltre la tua legge,
questo vento s’immischia dentro il bruno
tuo pallore, come vano!
Si voltano le pergole, le azzurre
cenerarie dolorano:
se fuma un’ala lungo la facciata
tu perseguine l’ombra fino a dove
si spegne senza luna.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Salamandra – Piero Bigongiari

Edward Steichen, Louise Brooks, 1928

 

Il tuo occhio guarda nel fuoco
la visione brucia
un gelo nutre il seme della luce
nel ghiaccio, la banchisa
celeste si sfa.
Io non so quel che è stato
la terra si cretta, escono scorpioni
il ragno sale al centro della tela
il mare opina
che il sole esiste per tingersi di terra
sulle acque pensieroso.
Non oso, amore, non oso
chiamarti.
Appoggiata a una domanda non è una risposta
ma tutto l’amore del mondo
è una parola.

Piero Bigongiari

 da “Antimateria”, “Lo Specchio” Mondadori, 1972

Inno primo – Piero Bigongiari

Foto di Tina Fersino

 

Se è durare o insistere, non oso,
le miche ancora splendono, o s’oscurano,
i paesi ritornano visioni,
il falco che ha predato a lungo i cieli
su un abbaglio di messi, di deserti,
di vetri dietro cui spiano fanciulli,
è morto sulla strada impolverata.

Nella memoria quello che d’eterno
s’intorbida o si schiara, non tentarlo:
segui le tracce lievi, le piú rare,
il fil di fumo, l’allegria d’un merlo;
non puoi tenerlo, e pure ti sostiene,
l’abisso disperato per cui speri,
e se è un vuoto lo ieri, un vuoto quello
che al tuo occhio s’illumina, ma, vedi,
fiorisce, si diffonde, cretta i massi
piú densi, si dirama, esplode, è quello
che diroccia il futuro e ti fa strada:
le valli si riempiono del suono
delle valanghe, si ripete il tuono
di giogo in giogo, è il fulmine che lapida.

Dove passasti ritornare è come
non piú pensare d’essere, ma esistere:
ritrovare la strada, il vento torbido
della mattina che ritorna luce,
la rada gioia che infittisce se altra
gioia vi mesci, fine lieve gioia
d’un amore deciso, raccapriccio
d’un amore reciso: tutto, vedi,
ti abitua a distaccarti un po’ per volta
dal crudo magma che t’involge e soffoca.

Nella memoria è un che d’eterno, cedilo
cedilo alla memoria se rivedi
l’orto tornato al sole, se le labbra
ancora tormentarle riodi amore,
abbandónati a questo inconsistente
pulviscolo di cose e di pensieri,
abítuati all’inferno dell’effimero:
ieri è già eterno se altro tempo cade
dal suo cielo e vi porta visi, cose
fuggiasche nella loro lenta traccia;
questa la loro libertà: seguire
lievi il declino, dirizzarsi dentro
la loro gravità che le raccoglie
e le figge quaggiú dentro la ghiaccia
senza un grido; ma è un cielo che si semina
e si rapprende qua dove la brina
non regge, dove migrano le nuvole,
sui campi in cui la neve già s’incrina.
E già il tempo scolpisce fitto e lieve
il suo passato, l’impeto suo incupa
le forre, arrossa le orbite stellari,
strappa dai casolari qualche squilla,
e le erme se hanno un volto, è un volto ambiguo:
non volgerti di qua, la strada è quella
dove io non sono, dove tu non sei,
dove parla piú arguto il vento esiguo.

Piero Bigongiari

13 – 22 febbraio ’53

da “Il corvo bianco”, 1952-1954, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968