Ardore e silenzio – Piero Bigongiari

Foto da “La jetéé”, di Chris Marker, 1962

 

I ponti verdi sulla piena soffocano
il tuo richiamo
in un lume di secoli aberrante
dove i cupi giacinti e la tua mano
sprigionano un odore penetrante;

dove l’ombra rinfocola pe’ muri,
ora fiamma ora cenere ora croco,
lo sguardo innamorato ancora un poco
di sé, forse il tuo pure
è un ricordo, il tuo segno è troppo oltre.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Sulla soglia il suo piede fiammeggia – Piero Bigongiari

Foto di Anja Bührer

 

Ho mantenuto acceso con l’inesprimibile
quanto di me non si è arreso all’evidenza,
anche se non so se a lui arrivi o da lui venga
qualcosa che non ci tenga con le mani in mano
a guardare lo strano desiderarsi della vita.

Ma non ho atteso che il lontano troppo
si appressasse per riconoscere nell’occhio
il germoglio e il fiorire dell’oblio,
la lontananza che non vuol morire
in se stessa, nell’oscuro barbaglio
della sua identità.

                                          La furia delle Arpie 
e la loro coprofagia ho sopportato
purché gli inni sgorgassero al banchetto
puri nell’imperfetto aderire
di ogni conoscenza al suo contrario.
Io non posso né voglio, nel divario,
fare senza quello che non so, non
amare ciò che l’amore nasconde.
Per il mare non è facile, nella sua torbida trasparenza,
trovare le sue sponde, ma nemmeno
lasciarle senza lo sciacquio delle onde,
l’occulto scintillio del suo vagare
della propria parvenza a una sostanza
che esso non riesce a sostanziare.

Io non so amarti che nel pericolo
del disamore, ma più forte amarti
nell’afrore dei tuoi arti che tremano,
cercandoti più a fondo nel dolore
che unisce ogni mancanza alla pienezza.

La carezza allora scende a lenire
il tuo viso invisibile che non conosci
che nel calore che la palma misericorde
della mia mano spande su quell’ignoto sorriso.

Ancora chiuso nell’uovo del suo mistero
è l’enigma di ogni creatura
che l’amore feconda. Il misterioso
messaggero è alla porta ma non entra.
Il messaggero o il battezzatore?
Sulla soglia il suo piede fiammeggia.

Piero Bigongiari

da “L’eruzione solare della notte”, in “Dove finiscono le tracce”, 1984-1996, Le Lettere, Firenze, 1996

Inno primo – Piero Bigongiari

Foto di Tina Fersino

 

Se è durare o insistere, non oso,
le miche ancora splendono, o s’oscurano,
i paesi ritornano visioni,
il falco che ha predato a lungo i cieli
su un abbaglio di messi, di deserti,
di vetri dietro cui spiano fanciulli,
è morto sulla strada impolverata.

Nella memoria quello che d’eterno
s’intorbida o si schiara, non tentarlo:
segui le tracce lievi, le piú rare,
il fil di fumo, l’allegria d’un merlo;
non puoi tenerlo, e pure ti sostiene,
l’abisso disperato per cui speri,
e se è un vuoto lo ieri, un vuoto quello
che al tuo occhio s’illumina, ma, vedi,
fiorisce, si diffonde, cretta i massi
piú densi, si dirama, esplode, è quello
che diroccia il futuro e ti fa strada:
le valli si riempiono del suono
delle valanghe, si ripete il tuono
di giogo in giogo, è il fulmine che lapida.

Dove passasti ritornare è come
non piú pensare d’essere, ma esistere:
ritrovare la strada, il vento torbido
della mattina che ritorna luce,
la rada gioia che infittisce se altra
gioia vi mesci, fine lieve gioia
d’un amore deciso, raccapriccio
d’un amore reciso: tutto, vedi,
ti abitua a distaccarti un po’ per volta
dal crudo magma che t’involge e soffoca.

Nella memoria è un che d’eterno, cedilo
cedilo alla memoria se rivedi
l’orto tornato al sole, se le labbra
ancora tormentarle riodi amore,
abbandónati a questo inconsistente
pulviscolo di cose e di pensieri,
abítuati all’inferno dell’effimero:
ieri è già eterno se altro tempo cade
dal suo cielo e vi porta visi, cose
fuggiasche nella loro lenta traccia;
questa la loro libertà: seguire
lievi il declino, dirizzarsi dentro
la loro gravità che le raccoglie
e le figge quaggiú dentro la ghiaccia
senza un grido; ma è un cielo che si semina
e si rapprende qua dove la brina
non regge, dove migrano le nuvole,
sui campi in cui la neve già s’incrina.
E già il tempo scolpisce fitto e lieve
il suo passato, l’impeto suo incupa
le forre, arrossa le orbite stellari,
strappa dai casolari qualche squilla,
e le erme se hanno un volto, è un volto ambiguo:
non volgerti di qua, la strada è quella
dove io non sono, dove tu non sei,
dove parla piú arguto il vento esiguo.

Piero Bigongiari

13 – 22 febbraio ’53

da “Il corvo bianco”, 1952-1954, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968 

A una ripresa piú forte della musica – Piero Bigongiari

Donata Wenders, Contemplation, 2006

 

Nell’onda colorita che ne emargina
è la mia vita, stanco ogni pensiero
di sé si nutre solo fino al nulla,
ma piú in là tutto è vero, in una culla
di luce un’altra mano si avvicina,
la stessa mano che ti porge un’altra
certezza, un volto umano ne domanda.

Tutto si capovolge, le parole
altro senso consumano che il loro,
ed in tepidi fiocchi i baci spiovono
a un’altra primavera, in un calore
sostenuto e pudico, nei ginocchi
rappresa incontenibile è la gioia
che gli occhi chiude come il sonno.

                                                               Troppa
cosí la gioia che non muta pelle
pei sentieri dissolti: ma non è
non è speranza quanto sopravvive,
nella nube agitata dai cicloni
che già l’investono, e la fiamma che
s’agita in essa, come una corolla,
è essa, era la vita che già è.

Taci perciò, consuma le parole
come si beve un liquido d’inferno
che brucia sulla lingua, da un bicchiere
di luce in cui si mesce senza fine.
Inebriata ti alzerai, un po’ rossa
in viso, in una vita ch’è di sguardi
fitta, di fili leggeri e felici.

Piero Bigongiari

22 novembre ’45

da “Rogo”, 1944-1952, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Assenza – Piero Bigongiari

Man Ray, Lee Miller, 1930 s

 

Non ha il cielo un segreto che ti culmini,
le tue risa s’iridano al vetro
della sera dolcissima di fulmini.
Al cielo sale nel tuo gesto effimero
la riga d’un diamante, lo smeriglio
ricalcola all’assenza una giunchiglia
morta nel sonno e al tenero fermaglio
del tuo dolore che non si può chiudere
geleranno dagli astri luci blu,
luci sorte alla piega delle labbra
che rimormorano arse cielo al cielo.

Dove un rapido greto si distrugge,
dove odorano (al tuo braccio?) gaggie,
segreto faccio
mia la tua pena che non ti raggiunge.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968