È l’istante che è eterno – Piero Bigongiari

Edvard Munch, Kiss by the window, 1892

 

È l’istante che è eterno: non ha fine
che fuori di sé; esplode nel suo interno
il segno, il sogno, di ciò che non è
il tempo, la cui aureola già si attenua.

Il vento che s’è fatto impetuoso
mescola fuoco e cenere, intriga
nel suo più ingeneroso antiattimo
il suo ormai impossibile riposo.

Sono qui, tu gli gridi, sono qui,
i nidi sono pieni degli implumi
che attendono le ali tra i barlumi
della tempesta. È ciò che di me resta

degli istanti fatali di una festa
racchiuso nei suoi numeri immortali.
Il piede già non calpesta le orme
della sua ultima mutazione.

Tutto dorme, anche la felicità
in questo tramutarsi delle forme
nella loro forse ultima realtà.

Piero Bigongiari 

22 settembre 1997

da “Il silenzio del poema. Poesie 1996-1997”, Genova, Marietti, 2003

Visione – Piero Bigongiari

Foto di Cristina Venedict

 

Colei che solo entro te stesso vedi
è la Visione che ti parla, lei
che dalla sua dimora invisibile
ti chiede di aiutarla in ciò che vedi,
se la Visione non vede se stessa.
È attorno a lei la necessaria ressa
delle anime, e ognuna si confessa
all’altra. La Visione è la stessa,
identici ad essa gli avvistati
che alfine riconoscono il perché,
la ragione per cui sono nati.

Piero Bigongiari

[5 febbraio 1995]

da “Dove finiscono le tracce” (1984 -1996), Le Lettere, Firenze, 1996

Amore – Piero Bigongiari

Stanley Kubrick, Life and Love on the New York City Subway, 1946

 

C’è poco spazio per l’amore, tra una
chiamata telefonica, un viaggio,
un grido, a malapena un esser qui
tra un sorriso, un morire del sorriso,
ma questo è amore, questo poco spazio
che viene meno: screzio del possibile,
strazio dell’impossibile che può.

Se è intatta la coppa, l’incrinata
coppa ma che non versa, è che l’amore
che l’incrina la tiene, che la sbriciola
la rifonde in un tutto. Nulla passa:
la ferita non versa, par guarita.
Ma non l’amore, esso non è guaribile.

Non guarisce l’amore, l’inguaribile
scende stilla a stilla dagli occhi, e uno dice: vedo;
stilla a stilla dal cuore, e uno dice: sento,
sento un vuoto, un dolore, sento venir meno
la notte o l’alba che dovrebbero seguirsi
a breve distanza, caute, tacendo.

È notte o l’alba, non so: il fiume qui è grosso
ma pur fine, fatto di stille di temporali miti.
Gridano di andarsene dal cuore le poche cose che lo posseggono
ma come una stiva che una tempesta mette a soqquadro,
quanto spazio là, quanto spazio tra le cose mercanteggiate, in quale pericolo
qualcuno grida lassù in alto con un urlo lacerante qualcosa.

Ha veduto, o non ha veduto, il pack aprirsi
a un’improvvisa primavera che ha percorso le acque fredde
in canali profondi; ha veduto, o non ha veduto,
anche il carico aprirsi, sbandare, ritrovare quel disordine
antico che all’improvviso provoca non udito,
ultrasuono infrasuono, non una voce per chi è sordo a ogni ordine estremo

o forse all’opposto di ogni ordine. Se tutto, dentro e fuori,
ugualmente e tutto insieme si apre, attento
attento a non cadere in questa grafia fine che l’amore crea tra le cose
come se volesse descriverle, lui l’indescrivibile,
attento a non scinderti in un significato che non può significare l’insignificabile
perché l’amore può stritolarti là in mezzo dove ti lascia dolcemente cadere
se tu non ne sei la tenaglia ma il mallo amaro.

Piero Bigongiari

da “Antimateria”, “Lo Specchio” Mondadori, 1972

L’alba – Piero Bigongiari

Michael Kenna, Late Afternoon Rainbow, Dunalley, Tasmania, Australia, 2013

 

Ho visto uccelli strani, nevicate impossibili,
il cuore pesticciare disarmato la tundra,
ho sentito nocchi di sguardi scendere, grandinate
di sguardi mettere in forse il suo raccolto,
le ore essere uguali al loro contrario,
il tempo lento a percorrersi come un tappeto troppo lungo
– e là chi ti attende? non puoi vederlo… un’ombra scarlatta –.

Ho inteso il mare parlare da solo
quasi non avesse naufraghi su ogni riva,
ho visto bambini medicarsi ferite atroci, andare senza gambe,
guardare senz’occhi, chiedere senza lingua,
implorare una madre rivolti a una roccia,
ho visto un fiore che sboccia affrettare il tempo
ma renderlo infinito un sasso che precipita.

Ma tu che non trattieni il tuo stesso riscatto
e quanto ti completa renderlo quanto ti mutila,
che sei quello che volevi essere e non sarai mai,
cuore in palma di mano o dentro l’abisso schivo d’un sorriso,
se io vivo accanto al precipizio del tuo sangue
ogni colore finisce nel bianco, mosso il proprio spettro,
quel dolore non scompartirlo in felicità troppo sole.

Sole in palma di mano, sole che scende l’abisso
circospetto, e trova ciuffi d’erba, alberi nella nebbia,
chiome addormentate, un pensiero per capello,
basta cercarvi, scendere, risalire, abbandonata la circospezione,
la città dorme, il fango addensa il proprio siero,
butta la lenza il pescatore mattiniero
entro un’acqua che non può fermarsi se contiene, né divide, la vita.

Piero Bigongiari

20 novembre ’62

da “Torre di Arnolfo”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

A labbra serrate – Piero Bigongiari

Susan Burnstine, Impasse

 

Un’ombra ancora, un’ombra che non scompare
come un discorso pieno di propositi,
e questo cielo senza vittoria per nessuno,
le mani calde, la bocca amara d’amare.

Inutile parlarvi, miei morti sconosciuti,
inutile cercarvi, voi uomini della terra,
per la troppa terra che nasconde il vostro cielo,
solo vostro è il cielo per cui soffriamo tutta la terra.

Tutta la terra e gli errori penosi perché piccoli,
le stragi come muri d’argilla a ridosso dei quali ci ripariamo,
con un fazzoletto scarlatto asciughiamo il sangue per non vederlo
con uno bianco le lacrime per non piangere.

Con un passo piú lungo commettiamo la stanchezza, a che cosa?,
la rosa in un vortice repentino scopre la primavera in un deserto
e le stagioni si salvano dai cannoni ma non dagli sguardi degli uomini
che forse esistono sulla terra per uno scompenso di menzogne

come il vento in un dislivello barometrico.
Asciughiamo le lacrime anche con le parole,
con la fucileria piú fitta, con gli amici che salgono le scale.
E inventiamo d’andare a letto, per inventare qualcosa,

mentre sentiamo che la vita divaria dalla morte
veramente, non c’è dubbio, ma siamo stanchi lo stesso,
come quando stanchi della musica ascoltiamo solo gli strumenti.

Piero Bigongiari

15 aprile ’44

da “Rogo”, 1942-1952, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968