«L’enorme solitudine delle stelle» – Daniele Piccini

Foto di Nicholas Buer

 

L’enorme solitudine delle stelle
somiglia forse a quella
d’uomini alla deriva.
Si guardano negli specchi e attaccano
la carica del giorno
senza un soldo di fede nelle mani.
Come stanno vicine
le creature infinite e miserevoli
a queste solitudini,
come parlano chiaro,
come sussurrano accostando il muso.
E cosa stanno per dire con gli occhi
abbandonati, persi come stelle
nella ragnatela dell’universo?
Cosa vogliono dire?
Si scioglierà la lingua,
si scioglierà, e saranno le stelle
della nostra pazienza.

Daniele Piccini

da “Inizio fine”, Crocetti Editore, 2021

«Un ruscello montano si contorce» – Angelo Maria Ripellino

Josef Sudek, Untitled, 1922

Josef Sudek, Untitled, 1922

 

Un ruscello montano si contorce,
gelida lucertola di vetro.
E le colline sono ricoperte
d’una pellegrina arlecchinesca.
Stanca luce d’ottobre. Il sole diafano
ammicca come un fantoccio di paglia.
Gli alberi dalla parrucca rossastra
stendono al vento camicie giallicce.
Come un’onda nebbiosa sul cuore,
dissolvendosi come nell’acqua,
con un costume di scaglie di pesce
giunge, mesto, un mazurek di Chopin.

Il paesaggio s’infila nei tunnel
come dentro una camera oscura,
per uscirne stillante di colori.
Faggi vinosi, betulle giallicce
sprizzano dalla terra come fiamme
di un estremo fuoco d’artifìcio.
Sale asmatico il treno nella chiara,
cristallina giornata di ottobre.
Piccole foglie pendono dai rami
come gocciole gialle, come lacrime
sotto le nere nuvole di fumo
d’una stanca, stridente vaporiera.
Come un’onda nebbiosa sul cuore,
dissolvendosi come nell’acqua,
con un costume di nastrini d’oro
giunge, mesto, un mazurek di Chopin.

Prima di Leoben, a destra del treno,
con le sue mani rossicce la luna
carezza la schiena felpata dei monti.
Una corrente di notturno gelo
soffia dentro l’imbuto del vagone.
Si rattrista lo sguardo, si frantuma
nelle luci luttuose dei villaggi
e nei vacillanti barlumi
che i vagoni gettano sui campi.
Come un’onda nebbiosa sul cuore,
dissolvendosi come nell’acqua,
con un costume di raggi di luna,
soffocato dal rombo delle ruote
piange e implora un mazurek di Chopin.

Angelo Maria Ripellino

da “Versi inediti e rari”, in “Poesie prime e ultime”, Torino, Aragno, 2006

 

«La notte si fa chiara. Perché Ofelia» – Marcello Comitini

Cristina Robles, Ophelia

 

La notte si fa chiara. Perché Ofelia
torni alla nostra mente?
Prima che ti lasciassi andare
verso il non senso dell’abbraccio.

Dalla gola del fiume a precipizio
lungo gli spigoli taglienti delle rocce
sale la nebbia vaporosa.

L’abito ancora intriso del profumo
dei papaveri sugli argini.

E nel vento sentiamo il tuo lamento
tra le braccia dell’uomo nell’istinto
di vita e di annientamento.

Come se fosse quello il tempo esatto per morire.

Come se il fiume avesse braccia e mani
per stringerti al suo petto e sussurrarti
il nome sconosciuto di quell’uomo.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

AMAZON – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020
IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

I forse – Moka

Foto di Cosetta Frosi

 

Ho ceduto a una bugia,
ma ora son qui che intuisco
l’assenza di un padre,
ho cercato di riempire
quei vuoti,
forse, certi buchi neri
devono rimanere lì
e – ogni tanto –
bisogna caderci dentro
per riprendere a respirare
e piangere.

Moka

da “Buchi temporali”, Silloge poetica-fotografica di Moka & Cosetta Frosi, Youcanprint, 2020

Buchi temporali – IBS
Buchi temporali – la FELTRINELLI
Buchi temporali – Youcanprint

L’invetriata – Dino Campana

Dino Campana nel 1912

 

La sera fumosa d’estate
Dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada? – C’è
Nella stanza un odor di putredine: c’è
Nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è
Nel cuore della sera c’è
Sempre una piaga rossa languente.

Dino Campana

da “Notturni”, in “Canti Orfici”, Marradi, Tipografia F. Ravagli, 1914