«Un prato in pendio, quanto ci vuole» – Pierluigi Cappello

 

Un prato in pendio, quanto ci vuole
per correre la discesa senza paura
di cadere, ma quasi andando incontro alla caduta
con il batticuore del volo.
Ruzzolare, rotolarsi e dopo rialzarsi
in uno scoppio di luce che è lì da millenni
a portare con sé paglia e steli nel maglione e fra i capelli.
Anche il razzolare delle bestie nell’aia
può essere sufficiente; farsi rincorrere
dal gallo mattutino, intenerirsi dal pulcino
scaldato dalle mani, pulcino tu stesso
farti graffiare dall’abbraccio ruvido
del padre tornato da lontano.
Oppure, con la piccola coppa delle mani,
levare sgocciolante dalla pietra
l’acqua dei torrenti di montagna.
Creature, creato adesso convocati
in un singolo nodo alla gola
che spinge in alto le lacrime, nel cuore del cielo
dove ricominciare la discesa,
ruzzolare, cadere
farsi male.

Pierluigi Cappello

Tolmezzo, luglio 2017

da “Un prato in pendio”, Rizzoli, 2018

«Non perderti, non allontanarti dal pensiero» – Mario Luzi

Andrey Aranyshev, Rest, 2007

 

Non perderti, non allontanarti dal pensiero,
non uscire dal desiderio
tanto da non potervi ritornare
                                         e non provarne
mutuamente tu ed io alcuna pena.
Fa’ che questo non si avveri.
Non lasciarmi immaginare
un tempo
in cui sia fatta aliena,
musa in ansia, fuggitiva
trattenuta appena.
                                   Resta
nella adiacenza dell’umano
se non proprio del suo male
almeno del suo dolore,
                                 ti prego,
forse non dovrei, ti porta
il tuo respiro
dov’è necessario,
lo voglia o non lo voglia, per te andare.
Va’, però non ti eclissare
nel nulla immemoriale,
sia nell’essere certo e incancellabile
che nell’essere tu eri, tu nell’essere sei stata.

Mario Luzi

da “Lasciami, non trattenermi. Poesie ultime”, Garzanti, 2009

All’ipotetico lettore – Margherita Guidacci

Foto di Rodney Smith

 

Ho messo la mia anima tra le tue mani.
Curvale a nido. Essa non vuole altro
che riposare in te.
Ma schiudile se un giorno
la sentirai fuggire. Fa’ che siano
allora come foglie e come vento,
assecondando il suo volo.
E sappi che l’affetto nell’addio
non è minore che nell’incontro. Rimane
uguale e sarà eterno. Ma diverse
sono talvolta le vie da percorrere
in obbedienza al destino.

Margherita Guidacci

da “Anelli del tempo”, Edizioni Città di Vita, 1993

Finale d’assedio – Milo De Angelis

Mario Sironi, Periferia (1948), Pinacoteca Comunale di Faenza

                     
L’inizio è stato questo, tra le rovine
e la ruota della fortuna.

 

L’amore era silenzioso come una congiura
nessuno sapeva se la vita era immensa
oppure niente, se il tempo dilagava
oltre le colline oppure un dio venerando
impediva al gesto la sua crescita o impediva
alle more di restare sulle labbra.

*

La notte esce dalle mani,
lo spazio irresistibile divampa, lo spazio
che sembrava circondare
questo foglio. La piazza muta luogo.
Non esiste un cerchio in cui fermarsi, un nome
pieno da ribadire sulle labbra. La mela
si mescola al tempo. Ogni frase
diventa linea perduta, annuncio di una volta.

*

È tardi
nettamente. La vita, con il suo
perno smarrito, galleggia incerta
per le strade e pensa
a tutto l’amore promesso.
Cosa attende da me? Dove batte
il cuore dei perduti? È questa
la meta misteriosa
di ciò che vive?
La casa si allontana
dai soggiorni, tutto
è consegnato all’evidenza
della fine, tutto è sfuggito…
… ma la sillaba
che stringeva la gola
è questa.

*

Rintocca il motivo del grande risveglio
nella voce di un taxista che percorre i viali
di Milano, il cerchio del giudizio,
tutta l’opera dei portoni che sembravano persi, tutto
il precipitare del sangue: tu eri solo
nella confusione dei corpi abbandonati
io ero dove tu non guardavi,
nel clamore segreto in cui ritornano.

*

Il fermaglio è ancora qui,
vicino alle tempie. Tutto è stato
quello che è stato,
il silenzio sul cuscino
è un’eco di questo. Domandiamo
un anno di luce completa, un volo
che ripete in alto
la stessa scena terrestre. Ma il niente
è niente e le spine si conficcano
sempre più dentro di noi.

*

Così ritornano e sentono
un lungo bacio senza luce, un mutismo
che insegue il battito del sangue,
escono da quella stanza
nello spavento delle strade
con un volto invisibile e uno straziato,
nessuna impronta li segnala e allora tornano
in questo bar di Affori, dove li aspetto
con un piede nel vuoto.

*

Non ho saputo capire
non so ancora
se l’incrocio dei pali
è legno o leggenda
se i baci sono freddi
nella mia poesia o nel primo sguardo
delle labbra sigillate,
se l’amore passa senza suono
tra i corpi nudi
che nessuna ombra custodisce.

*

Ma poi quell’ansia ostruita
trovò le sue labbra. Tutto
era nelle parole
portate una alla volta.
Portate a coloro che attendono.
Solo a loro, nelle strettoie
dell’urlo. Era il pane che si mescola
al sangue. Era la stessa
sillaba che ci chiama
dai sotterranei, perduta
impronta digitale, sguardo
dei grandi occhi senza ciglia.

*

L’infinito appare nel poco,
come l’ultima nota di un grido
mentre si dilegua. L’attimo ci insegue.
Cosa ho amato? Forse quell’aria,
due centimetri, tra il corpo e l’asticella,
che dà luce a ogni applauso. O quel soffio
invisibile sull’albero
dove sorride fanciulla e non ha fine.
E quei feriti di un’antica gara
che trovarono in questo bar
un interno musicale. Poi basta. Poi
la parola che presenta se stessa,
l’interminabile parola data.

*

È così. La memoria
di un uomo era solamente questa
manciata di sillabe. Solo loro
ritornano dalle cantine
abitate per niente
e sono puntuali, sono
scagliate oltre le rocce, bisbigliano
parole esterrefatte, sono un battere
di ali protese e fedeli
a un ordine oscuro. Adesso tu
devi tradurre.

Milo De Angelis

da “Quell’andarsene nel buio dei cortili”, “Lo Specchio” Mondadori, 2010

Miraggi – Piero Bigongiari

Frances Mortimer, Reflection, Paris, 1950s

 

Sono io che ho creduto di non averti
mentre mi guardavi nel più profondo del cuore
coi tuoi occhi poco esperti di abissi.
Sono io che non ho reso i tuoi sguardi
alla loro innocenza, li ho tenuti
prigionieri, nascosti, fissi dentro
di me.

                       Ah! tu capissi quanta luce
spandono in fondo a quei penetrali.
Mentre altri sguardi volano con ali
felici chissà dove, troppo alti,
e si fondono, luce con la luce,
qui nel fondo di me c’è un abisso
scintillante di quanto hai visto in me.

Io ti prego, perdona il carceriere
del tuo notturno splendore. Se è
amore quello che non sa risolversi
a rendere al sole i suoi raggi,
è più tuo l’amore che incoraggi
e che non tutto sia restituito
dei suoi insostenibili miraggi.

È il fondo oscuro in cui il tuo sguardo brilla
come un diamante puro. I ritardi
− o sono io già te, se tu mi guardi? −,
i miei ritardi forse si giustificano
dinanzi alla misura imperscrutabile
della velocità di quella luce.
Ne trattengo le stigmate qui abbasso
perché non so quel raggio ove conduce
in quel suo mirabile stoccaggio
della felicità nell’universo.
Ti ricordi a Patrasso, appena scesi
dal traghetto, come splendeva il sasso
della riva e lo stesso mio andare
alla deriva in un raggio perfetto?
Era il tuo sguardo perso che fioriva
nell’azzurro e sfioriva? Era il sussurro,
quello, non soltanto di una riva.
Solo se all’impossibile tu chiedi
aiuto, forse qualcosa arriva.
Nessuno sguardo su chi è ferito
rimane muto. Per questo ti scrivo
con questo inchiostro intriso nel tuo raggio.
Cerca un viso. Lo trova? È un miraggio?

Piero Bigongiari

24-25 maggio 1995

da “Residui del viaggio”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996