Per vivere ancora… – Antonella Anedda

Foto di Nastya Kaletkina

 

Per vivere ancora qui ho dovuto dimenticare.
Chinandomi sui licheni, avvicinando il viso
alle rocce fino a tagliarmi
mettendo le dita nere di spina nell’acqua.
Quando è iniziato il viaggio di ritorno?
In quale momento la stanchezza
mi ha spinto fino alla sedia contro il letto?

Il naufrago è stato abbandonato.
Il corpo per i corvi, il silenzio
per isola e marea.
Se perfino gli spettri hanno una forma
sono grumi nell’occhio della fuga.
Qui le correnti non portano ricordi.
Camicie, capelli, cenere dei nostri cibi
riposano vicino alle uova nella sabbia.
Tutto sarà ceduto perché molto amato.
Se c’è salvezza è nel fruscio di carta
che fa l’anima incerta
quando affiora e riaffiora.

Antonella Anedda

da “Dal balcone del corpo”, “Lo Specchio” Mondadori, 2007

«Piú la gente che c’era se ne va» – Giovanni Raboni

Foto di Anja Bührer

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piú la gente che c’era se ne va
o si nasconde e meno avrebbe senso
lasciarla da vivo questa città
senza vita. Sí, ogni tanto ci penso,

immagino un altro cielo, un incenso
meno acre ma chi me lo ridà
l’alitare, il parlottare, l’immenso
silenzioso brusío di chi non ha

casa che nel mio ricordo? Per quanti
siano i vivi che amo non saranno
mai tanti come loro, gli sfrattati

dal tempo, i clandestini, gli abbonati
fuori elenco a telefoni che hanno
numeri di cinque cifre soltanto.

Giovanni Raboni

da “Quare tristis”, “Lo Specchio” Mondadori, 1998

Mercoledì 9 settembre – Milo De Angelis

Cesare Pavese – Foto Roberto Merlo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al parco della Rimembranza, nella nebbia del nord,
nel giorno del suo compleanno, non potevo trovare che lui.
Guardava per terra le castagne appena cadute e si divertiva
a spingerle nel fosso con il piede sinistro, con quelle scarpe
anni trenta che gli davano un’insolita eleganza.
Lo guardai da lontano. Magro, pensoso, proteso a un’eterna
stagione che sfiora tutti noi passeggeri.
Lui solitario per forza e per natura,
guardava i bambini in bicicletta con una strana attenzione,
raccoglieva gli emblemi dell’inizio e della fine, sentiva forse
che era ormai breve il suo segmento e camminava
sempre più lento con un grido nel sangue
che solo i poeti possono scorgere.
Alla fine si sedette su una panchina con il suo dattiloscritto
dalle mille correzioni fatte a penna che teneva sulle ginocchia
e scriveva, scriveva e io ero un ragazzo e non sapevo
nulla di lui, ma guardai a lungo quel titolo: La luna e i falò.

Milo De Angelis

da “Linea intera, linea spezzata”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

«Lasciano il tempo e li guardiamo dormire» – Mario Benedetti

Dirk Wüstenhagen

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lasciano il tempo e li guardiamo dormire,
si decompongono e il cielo e la terra li disperdono.

Non abbiamo creduto che fosse così:
ogni cosa e il suo posto,
le alopecie sui crani, l’assottigliarsi, avere male,
sempre un posto da vivi.

Ma questo dissolversi no, e lasciare dolore
su ogni cosa guardata, toccata.

Qui durano i libri.
Qui ho lo sguardo che ama il qualunque viso,
le erbe, i mari, le città.
Solo qui sono, nel tempo mostrato, per disperdermi.

Mario Benedetti

da “Umana Gloria”, “Lo Specchio Mondadori, 2004

Chi non l’ha ucciso – Piero Bigongiari

Germaine Krull, Etude (Wanda Hubbel), 1931

 

Il pettirosso lasciato stare nel suo piccolo sangue
è immortale, nessuno l’ha ferito, o Dio lo ferì pensandolo,
ma la piccola morte non è del pettirosso, egli consegna
un messaggio azzurro scritto col sangue, e non lo sa,
forse cinguettando ha ucciso l’universo
e le briciole sono sul suo petto. Forse per meno
chi ha ucciso uccide e seguita a uccidere
ma il sangue non si raggruma sul suo tovagliolo,
la tagliola non cava sangue dalla zampa stritolata della donnola
che grida nella notte, e non v’è donna, amore,
che come te riesca a tacere nell’altra tagliola.

Ma forse l’ha salvato asciugandone l’ultimo escreato,
la boccata di sangue della vittima non è la sua,
il suo zampettare fermo nel cielo non lascia tracce
che mirino al covile, le uova possono dormire tranquille
del sonno che le risveglierà coperte da uno spazio curvo,
dal guscio che s’incrina se il becco s’è fatto audace,
ma non v’è pace più cruenta della tua, o minuscolo,
che vai cancellando col tuo avanzare ogni traccia della prima
ebbra pennellata che il Signore aveva segnato a caso su un cosmo
che già somigliava a questo e non lo era. Ora un’era diversa
se ti mostri a chi non ti ha ucciso può cigolare sui cardini discontinui delle tue note.

Piero Bigongiari

26 novembre ’74

da “Io sono in casa? Non so”, in “Moses, Frammenti del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979