«I falchi» – Eugenio Montale

Portrait of Renée Perle by Jacques-Henri Lartigue, 1930

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I falchi
sempre troppo lontani dal tuo sguardo
raramente li hai visti davvicino.
Uno a Étretat che sorvegliava i goffi
voli dei suoi bambini.
Due altri in Grecia, sulla via di Delfi,
una zuffa di piume soffici, due becchi giovani
arditi e inoffensivi.

Ti piaceva la vita fatta a pezzi,
quella che rompe dal suo insopportabile
ordito.

Eugenio Montale

(1967)

da “Xenia II”, in “Satura”, “Lo Specchio” Mondadori, 1971

Questa felicità – Mario Luzi

Foto di Anja Bührer

 

Questa felicità promessa o data
m’è dolore, dolore senza causa
o la causa se esiste è questo brivido
che sommuove il molteplice nell’unico
come il liquido scosso nella sfera
di vetro che interpreta il fachiro.
Eppure dico: salva anche per oggi.
Torno torno le fanno guerra cose
e immagini su cui cala o si leva
o la notte o la neve
uniforme del ricordo.

Mario Luzi

da “Onore del vero”, Neri Pozza Editore, 1957

Le biciclette – Giorgio Caproni

Gérard Laurenceau, Ile de Sein, 2009

a Libero Bigiaretti

La terra come dolcemente geme
ancora, se fra l’erba un delicato
suono di biciclette umide preme
quasi un’arpa il mattino! Uno svariato,
tenue ronzio di raggi e gomme, è il lieve,
lieve trasporto di piume che il cuore
un tempo disse giovinezza – è il sale
che corresse la mente. E anch’io ebbi ardore
allora, allora anch’io col mio pedale
melodico, sui bianchi asfalti al bordo
d’un’erba millenaria, quale mare
sentii sulla mia pelle – quale gorgo
delicato di brividi sul viso
scolorato cercandoti!… Ma fu
storia di giorni – nessuno ora piú
mi soccorre a quel tempo ormai diviso.

Non mi soccorre nessuno ove i nomi
stando, di pietra, fermi sulla terra
non velata di lacrime, fra i pomi
maturati a una luce a ottobre acerba
ancora, respiravo i pleniluni
d’improvviso oscurati dal tuo passo
d’improvviso maturo – dai profumi
immensi che il tuo corpo acido, oh sasso
insensato ch’io dissi Alcina, ambiva
regalarmi all’aperto nella notte
montuosa. E intanto lenta scaturiva,
dal silenzio infinito, un’altra corte
infinita di brividi sul viso
scolorato toccandoti: ma fu
storia anch’essa conclusa – né ora piú
m’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Le ginocchia d’Alcina umide e bianche
piú del bianco dell’occhio! la prativa
spalla! quei suoi rompenti impeti, e a vampe
vaste i rossori nell’aria nativa,
acqua appena squillata!… O fu una fede
anch’essa – anche il suo nome fu certezza
e appoggio fatuo alla mia spalla, erede
dell’inganno piú antico? Nella brezza
delle armoniche ruote, fu anche Alcina
la scoperta improvvisa d’una spinta
perpetua nell’errore – fu la china
dove il freno si rompe. E una trafitta
di brividi, all’inganno punse il viso
logorato d’amore al grido: «Tu
hai distrutto il mio giorno, né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso».

E ahi rinnovate biciclette all’alba!
Ahi fughe con le ali! ahi la nutrita
spinta di giovinezza nella calda
promessa, che sull’erba illimpidita
da un sole ancora tenero ricopre
nuovamente la terra!… Fu cosí,
dolce amico remoto, unico cuore
vicino al mio disastro, che colpí
questa città lo sterminato errore
di cui tenti una storia? Io non so come,
o Libero, in quest’alba veda il sole
frantumarsi per sempre – io non so come
nel brivido che mi percorre il viso
inondato di lacrime, già fu
fulminato il mio giorno, né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Fu il transito dei treni che, di notte,
vagano senza trovare una meta
fra i campi al novilunio? Per le incolte
brughiere, ahi il lungo fischio sulla pietra
e i detriti funesti cui la brina
dà sudori di ghiaccio! Ivi se l’alba
tarda a portare col gelo la prima
corsa di biciclette, ecco la scialba
geografia del mondo che sgomenta
mentre Alcina è distrutta – mentre monta
nel petto la paura, e il cuore avventa
le sue fughe impossibili. E nell’onda
vasta che ancora germina sul viso
che non sfiora piú un brivido, già fu
storia anch’essa sommersa, né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Ma delicatamente a giorno torna
il suono dei bicicli, e dalle mura
trovano un esito i treni che l’orma
antica dei pastori urgono – dura
lamentela di ruote sui binari
obbliganti dell’uomo. E certo è Alcina
morta, se il cuore balza ai solitari
passeggeri, cui lungo la banchina
dove appena son scesi, dal giornale
umido ancora di guazza esce il grido
ch’è scoppiata la guerra – che scompare
dal mondo la pietà, ultimo asilo
agli affanni dei deboli. E se il viso
trascorre un altro fremito, non piú
può sgorgare una lacrima: ciò fu,
né v’è soccorso al tempo ormai diviso.

Ed i bicicli ronzano funesti
ora che l’uomo s’intana la notte
perché nel sonno l’altro non lo desti
di soprassalto – perché alle sue porte
non senta quella nocca che percuote
accanita col giorno, allorché un giro
di tetre biciclette ripercuote
con un tremito il vetro nel respiro
della morte all’orecchio. E quale immensa
distruzione a quei raggi lievi – quale
armonia di disastri, ora che senza
cuore preme un tallone sul pedale
sull’erba ha già calcato un viso
rimasto senza un fremito!… Ma fu
storia anch’essa travolta – né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Non v’è soccorso nel mondo infinito
di nomi e nomi che al corno di guerra
non conservano un senso, ma riudito
è umanamente ancora sulla terra
commossa in altri petti quest’eguale
tenue ronzio di raggi e gomme – il lieve,
lieve trasporto di piume che sale
dal profondo dell’alba. E se il mio piede
melodico ormai tace, altro pedale
fugge sopra gli asfalti bianchi al bordo
d’altr’erba millenaria – un altro mare
trema di antichi brividi sull’orlo
teso d’altre narici, in altro viso
scolorato cercando chi non fu
storia ancora conclusa, anzi un di piú
nel tempo ancora intatto ed indiviso.

Giorgio Caproni

1946-47.

da “Il «Terzo libro» e altre cose”, Einaudi, Torino, 1968

Salamandra – Piero Bigongiari

Edward Steichen, Louise Brooks, 1928

 

Il tuo occhio guarda nel fuoco
la visione brucia
un gelo nutre il seme della luce
nel ghiaccio, la banchisa
celeste si sfa.
Io non so quel che è stato
la terra si cretta, escono scorpioni
il ragno sale al centro della tela
il mare opina
che il sole esiste per tingersi di terra
sulle acque pensieroso.
Non oso, amore, non oso
chiamarti.
Appoggiata a una domanda non è una risposta
ma tutto l’amore del mondo
è una parola.

Piero Bigongiari

 da “Antimateria”, “Lo Specchio” Mondadori, 1972