Efeso – Lucio Mariani

Foto di Minor White

I

A tre ore dall’alba, ancora stenta il sole a farsi varco
tra i pini di Aleppo, estatici guardiani del silenzio.
Efeso è qui come una spora rosa lasciata sul pendio
da venti etèsi, scompaginata nello sciatto volo.
Efeso è qui vedova della spume, un’esule di mare nelle spire
limose del piccolo Meandro, qui confitta e arenata
mèndica il ventre antico di sponda estrema che accolse
Egeo nel disperato salto. Efeso è qui, memore di tramonti
convertiti nel bagliore di aurore occidentali,
quando dal porto le donne ionie vedevano salpare
intemerati i remieri di Focea e spargevano in acqua
le corone intrecciate con le foglie di vite e i gelsomini.

II

Per questa terra abrasa i nostri occhi di cane
rovistano i gomitoli del tempo, tutte le età rapprese
nelle vene delle colonne morse, lungo il petalo bruno
d’una cavèa sonora, tra i nomi consumati sulla pallida
stele abbandonata all’abbraccio di oliastri. Battiamo
i piedi dove rovescia il furore dei Cimmeri, dove
la Grande Madre versa seme di toro e lacrime dell’ape,
dove sgorga il discorso di Eraclito, un rivolo di fuoco
e di lapilli che scavalca i millenni e con le spine
e gli ossi del frammento ancora frusta di misteri la mente,
battiamo i piedi dove ripara Antonio a regalare
l’ultimo sorriso ai satiri e alle menadi.

III

Né il crocidio del corvo infrange il cielo né un pendolo
suadente di cicale. La via che sale e la via che scende
sono una sola e la stessa. Come fiori di marmo
dalle mille stagioni ininterrotte, ali di testimoni
corteggiavano la strada dei Cureti e il passo che la solca,
vita e morte confuse nella formula immobile del tempo.
                                                                                                      Allora,
queste nostre ombre sottili sono anche l’ombra di coloro
che spesero il destino per i secoli d’Efeso la Grande e nella luce
ora sorgono e sono. Al fondo del cammino, alte le fiamme
della devozione, brucia per sempre la biblioteca di Celso
e nel rogo lo scheletro solenne della pietra apre un mirario
che racconta agli dèi la storia d’una dedica filiale,
avventura interdetta agli immortali, onore degli umani.

Lucio Mariani

da “Canti di Ripa Grande”, Crocetti Editore, 2013

Elegie – Franco Fortini

 By silted harbours, derelict works,
In strangled orchards, and the silent comb
Where dogs have worried or a bird was shot…
W. H. AUDEN

 

Sapessi

Sapessi il male che soffro, lontano da te, piangeresti.
     Ma non esser felice, se t’abbandoni, e vinci!

Quando per te patisco mi consola un’altra creatura:
     Suo è il pianto che odo in cuore, quando mi perdo in te.

∗∗∗

Di Natale

Dai tuoi vetri la neve riposa sui monti,
Tintinnano al cuore quieto campanelli di slitte.

Caldo al sole nella lana il tuo seno bambino
Senza amore riposa. Dunque fu facile, dimmi,

Tornare là, dove al mondo eravamo soli, dove
Posano bianchi i campi di giovinezza?

Ah non si crede soli, ma insieme, alle anime nuove:
Tu con i miei pensieri, io con la tua bellezza.

Cosí delle mie ore avare cresce il tuo giorno lungo
Dove obbediente aspetti senza piú ansia altra vita

Né sai ch’è il mio verso a recare nel pomeriggio antico
Un nastro di velluto alle tue dita.

∗∗∗

Di Porto Civitanova 

Qui mi condusse il lungo
Vaneggiare degli anni
Che ora lieto ora triste e sempre invano
Come un fanciullo mi volgeva.
                                                        I tempi
Passati, i tormentosi giorni, qui
Non mi dolgono piú; nuova discende
Ogni immagine e quieta.

E m’addormenta con soave suono
Ogni senso la musica continua
Dell’onde e il fiato dell’opaco mare
Che deserto scompare oltre le nebbie.

E deserta è la riva. I pescatori
Hanno lasciato sulla ghiaia tutte
Le barche e sono andati con le ceste
Colme di pesca che brillò nel sole
Bianco, stamani.
Ora alle antenne si lamenta il vento.

A questa riva mi ritrovo: stanco
Ma non deluso. Povero; ma basta
Che mi segga sul fianco d’una barca
A riparo dell’aria
Sibilante, perché le mie miserie
Dimenticando e il mio penoso andare
Tra i volti umani,

Come quando fanciullo oltre i miei colli
Aspettavo bramoso il primo raggio
Di sole, attenda ancora,
Ma senza affanno e solo mesto, un cenno
Un lume, un volo, una speranza, qualche
Voce che dall’opaco mare chiami.

∗∗∗

Di Maiano

Ora che dai gelati alvei dei fiumi
Ai pascoli deserti salirà
Novembre e ai fumi ultimi delle bàite;
Ora che il vespro eguali invetria i fuochi
Degli astri e i lumi della nemica città.

Non pregare per me felici i giorni
Che verranno. Pietà di noi non frena
Il vento che dall’alto
Affanna e serra in fitta ridda i gesti
Umani e sperderà
Come faville attimi gli anni, guerra
Alla esile gioia nostra, a quella
Ombra che a noi Amore educa breve.

Altre promesse aveva autunno, entro
Chiusi giardini, acque opache, e un’eco
Di fonte da ninfèi d’edera. Sempre
Parve e sparve un riposo, un alto e quieto
Regno deluse dove un’ora esistere
Senza rimorso. E presto ciò che avremo
Tanto amato dovremo abbandonare.

Viene inverno: una pena antica geme
Dentro i macigni dei duomi potenti.
Forse è il segno promesso – e non pregare
Felici i giorni vili, il sonno morto
Che ora grava la mia nemica città.
Tutta la notte si dovrà vegliare
Soli e vicini in ascolto
Del passo ancora lontano.

∗∗∗

Di Palestrina

Dalla grata dell’orto
La vite al muro spento.
Tocca una foglia il vento
Al ramo morto.

Vento di novembre
Borgo nuvoloso
Questo nostro riposo
Ora lo riconosco.

Fu quando disperai
Senza paura; fu
Quando non chiesi piú
Nulla al suo nome.

Non piegherà l’attesa
Qui dove so, dove solo ritorno.
Finché duri il mio giorno
Anima mia contesa

Ti resterò fedele.

∗∗∗

Sulla via di Foligno

Contento di me stesso… e un’altra volta
Visito i campi, il gioco antico e tristo
Dell’erba nuova, ripeto per nome

E le cose vicine e le lontane,
Chiuse per sempre, gesti che ritornano
Come gracili danze d’orologi.

(Grida, grida una voce
Altissima il suo nome).

∗∗∗

vice veris

Mai una primavera come questa
È venuta sul mondo. Certo è un giorno
Da molto tempo a me promesso questo
Dove tutto il mio sguardo si fa eguale
Ai miei confini, riposando; e quanta
Calma giustizia nel pensiero è in fiore
Quanta limpida luce orna il colore
Delle ombre del mondo. Ora conosco
Perché mai dagli inverni ove a fatica
Si levò questo esistere mio vivo
M’è rimasto quel nome, che mi scrivo
Su quest’aria d’aprile, o sola antica
E perduta e oltre il pianto sempre cara
Immagine d’amore mia compagna.

Franco Fortini

da “Foglio di via e altri versi”, Einaudi, Torino, 1946

«Ci sono le tende» – Chandra Livia Candiani

Galina Lukyanova, from the series House-1, 1981-1982

 

Ci sono le tende
e le lenzuola
il bicchiere
la menta alla finestra
c’è la sedia
e c’è la stuoia
e dentro a tutto
c’è quel lieve
danzare di molecole
quella luce vispa
che brilla
e fa capriole
nei vuoti vivi
di ogni cosa
e fa dell’aria
sbigottita
amore.

Chandra Livia Candiani

da “Bevendo il tè con i morti”, Interlinea, Novara, 2015

Guerra di trincea – Milo De Angelis

Foto di Gabriele Basilico

 

Questa morte è un’officina
ci lavoro da anni e anni
conosco i pezzi buoni e quelli deboli,
i giorni propizi, la virtù
di applicarsi minuto per minuto e quella
di sostare, sostare e attendere
una soluzione nuova per il guasto.
Vieni, amico mio, ti faccio vedere,
ti racconto.

Tutto cominciò in una cameretta
con i regali e le candeline
che in un soffio spensero mio padre
fermo nella sua giacca per sempre
e un cerchio di puro niente mi assalì
in un solo attimo franò sul tavolo
e mi mostrò cento di questi giorni.

………………………………………………..
…………………………………………………
…… nel 1967, dopo una lunga guerra
di trincea, dopo una guerra di metri
guadagnati e persi, iniziai
una trattativa con la morte.

Iniziai dunque a trattare, sì, a trattare
ma lei recalcitrava, negava la firma,
si dava per dispersa e riappariva sul più bello
nella vela di una carezza o nella voce
che indicava lassù un’orsa favolosa
era lei con un sapore di mandorle bruciate
iniettava nell’alba il suo buio primitivo.

Con la morte ho tentato seriamente
per un po’ è stata buona
ha rinunciato al suo impero universale
ha cominciato a muoversi caso per caso
ha lenito alcuni sussulti con il suo unguento
poi ha cominciato a intonare
una canzone cantata in re.

Con la morte ho cercato ancora
un patto, ma lei era astuta e discontinua
appariva nei traffici dell’amore,
diventava giallore e numero fisso
era il respiro e l’artiglio nel respiro
un’ora murata
galleggiava nel fradiciume della vasca.

Poi, di colpo, un lunedì di febbraio
tutto è tornato come prima… è uscita
dal suo feudo,
ha fatto incursioni, all’alba,
nella casella della posta, ha ripreso
la sua cerimonia incessante, ha diffuso
un canto di puro gelo
ha cercato proprio noi.

E ha cominciato a parlare,
quella figura plenaria,
come il capobranco della nostra fine
soffocava il lievito felice,
affondava con il piede la barca
infantile di due foglie
ci lanciava il suo avvertimento.

“Sarai una sillaba senza luce,
non giungerai all’incanto, resterai
impigliato nelle stanze della tua logica”

“Sarai la crepa stessa
delle tue frasi, una recidiva,
una voce deportata, l’unica voce
che non si rigenera morendo”

“Morirai invaso dalle domande
correndo contro vento a braccia tese
ricordando il tepore della sorridente
scaverai nella miniera dell’ultimo vederla
formerai a poco a poco la parola niente”

Ero divenuto ormai l’incarnazione
di ciò che perdiamo, in me si raccoglieva
tutto ciò che a poco a poco viene radiato
non prendevo più nota del giorno e dell’ora
mi assentavo
dall’antico fenomeno del mondo.

Nessuno, morte, ti conosce meglio di me
nessuno ti ha frugata in tutto il corpo
nessuno ha cominciato così presto
a fronteggiarti… tu nuda e ribelle alla farsa
delle preghiere… tu mi hai rivelato
il pungiglione delle ore perdute
e la malia di quelle che mi attendevano felici
e senza dio… in un’area di rigore… laggiù…
nel fischio micidiale del minuto.

C’era un oracolo sepolto
non capivo le parole
ma una viola bronzata e velenosa
entrava in quel momento freddo
in quel mormorio
di indizi e milligrammi
era la nostra orbita colpita
come una discordia
nel cuore della prima volta.

Non puoi immaginare, amico mio, quante cose
restano nascoste in una fine, non puoi
capire il pietrame triturato
che diventa la tua vita
eppure era bella, lo ricordo, era quella
che il vigore cosmico chiedeva, una giovinezza di frutteti,
l’arte suprema che mia madre augurava.

Non so, credimi, se riuscirò. Ascolta,
vienimi vicino, posso dirti che il sangue
zampilla scuro ma non riesco a cancellarmi
c’è un silenzio fatato che in me respira,
un sussurro di quaderni scritti a mano
e la parola precisa, dio mio, quella parola
che alla trincea della fine mostrò un frutto.

Ho cercato il punto fermo
che fissa un confine
e non lo supera
ma fu inutile: altri saliscendi
della mente, altre maree
travolsero il nostro puntaspilli,
ci gettarono nel sangue.

Vicino alla morte tutto è presente
non c’è infanzia né paradiso
tu cadi in un urlo segreto
e non parli
cerchi un arcano
e trovi solo materia, materia
che non trema e ti guarda impassibile
e avvicina muta i due estremi.

Ogni frutto ha un tremore
e da quelle antiche terre mi raggiunge
ora sono il precipizio di me stesso
e a poco a poco la vita
s’impiglia nella sua fine per sempre.

Sono in un segreto frastuono
sono in questo cortile d’aria
e ogni parola di lei violaciocca
mi fa pensare a ciò che sono
un povero fiore di fiume
che si è aggrappato alla poesia.

Milo De Angelis

da “Incontri e agguati”, “Lo Specchio” Mondadori, 2015

Delta – Eugenio Montale

Foto di Gerard Laurenceau

 

La vita che si rompe nei travasi
secreti a te ho legata:
quella che si dibatte in sé e par quasi
non ti sappia, presenza soffocata.

Quando il tempo s’ingorga alle sue dighe
la tua vicenda accordi alla sua immensa,
ed affiori, memoria, più palese
dall’oscura regione ove scendevi,
come ora, al dopopioggia, si riaddensa
il verde ai rami, ai muri il cinabrese.

Tutto ignoro di te fuor del messaggio
muto che mi sostenta sulla via:
se forma esisti o ubbia nella fumea
d’un sogno t’alimenta
la riviera che infebbra, torba, e scroscia
incontro alla marea.

Nulla di te nel vacillar dell’ore
bige o squarciate da un vampo di solfo
fuori che il fischio del rimorchiatore
che dalle brume approda al golfo.

Eugenio Montale

da “Meriggi e ombre”, in “Ossi di seppia”, Piero Gobetti Editore, Torino, 1925