Bowling dei fiori – Milo De Angelis

Foto di Mark Kauffman

 

Tra gli infiniti luoghi della sera, torni qui, con il passo
brancolante e l’estremo di te stesso, torni come una falena
attratta dalle voci confuse dei giocatori, torni
e ti getti tra i numeri, afferri la boccia con tre fori,
infili il pollice e l’ultima falange del medio e dell’anulare,
avambraccio teso, polso diritto, gambe unite, guardi laggiù
il triangolo ammaliante dei dieci birilli,
cammini sulla pista oliata, cammini e qualcuno ti chiama
Lebowski, il grande Lebowski, qualcuno sussurra
adesso devi restare, devi restare, devi dare alla notte
la sua dizione più precisa, devi condurre il mondo intero
in queste vetrate, giungere al cuore del punteggio
con il gioiello della mano destra, devi
giungere a trecento, questo è il numero sancito.

Milo De Angelis

da “Linea intera, linea spezzata”, “Lo Specchio” Mondadori, 2021

Un giorno la vedremo intera, questa – Gabriele Galloni

Gabriele Galloni

Campo

Un giorno la vedremo intera, questa
stagione. Basterà
un fuoco in spiaggia a memoria di festa
e il bagnasciuga a dire l’aldilà
delle conchiglie mai raccolte:

Controcampo

così tante – ricordi? – Che per tutta
la notte ci hanno tormentato. In sogno
maree su maree di conchiglie.
Il letto ne fu invaso; le lenzuola
ci ferirono per tutto il tragitto fino alla spiaggia.

Gabriele Galloni

da “L’estate del mondo”, Marco Saya, 2019

«La notte cade cieca» – Thomas Amadei

Thomas Amadei

 

La notte cade cieca
quando dal palcoscenico spettrale
il peso del cielo diventa insopportabile,
l’aria velata di quelle mancanze banali
che sottili si infilano furtive tra le rughe.

Pare che da un momento all’altro
tutto intorno possa crollare nell’angoscia.

Ho sentito tra le dita quanto
mi potesse mancare la tua mano,
non ti vengo a cercare e
nemmeno oggi ti ho voluto pensare.

Mi sento infinito sul tetto di questa notte
mentre lancio verso il tuo orizzonte
un accento d’amore a te,
nemmeno ricordo il sapore dei tuoi baci.

Thomas Amadei

23/03/2020

Transvaal – Angelo Maria Ripellino

Josef Sudek, Untitled, 1922

 

«Transvaal, Transvaal, terra mia,
tutta tu bruci di altissime fiamme…»

Cosí cantava, e sugli sci del vento
si perdette la voce. Fra i pini
angolosa come un poliedro era la luna,
con occhi di pesce malato.

«Transvaal, Transvaal» cantava per nessuno,
per se stesso, per tutti, per nulla.
E non sapeva se chi sa né come
e perciò non sapendo cantava.

Tutto avviene cosí. Le lunghe nuvole
distendono la coda di pavone
con occhietti di stelle. E la vita
goccia malinconia, mentre l’amore
vuol ritornare al primo giorno, al primo
sguardo che riempie di brividi.

«Transvaal, Transvaal» cantava. Nome vano
come «felicità», come «amore», come ogni
parola dolce che affligge e tortura,
perduta nel fondo della memoria,
dietro montagne di verde cristallo,
dietro bottiglie di mare spumoso,
dietro alberi di lacrime.

Angelo Maria Ripellino

da “Non un giorno ma adesso“, Roma, Grafica, 1960

L’universo ha un cuore? – Piero Bigongiari

Dirk Wüstenhagen

 

Il mare non è perfetto, nulla è
perfetto, nemmeno amare, nemmeno
la luce sul mio tetto. Tutto appare e
scompare. Forse ha bisogno di riposo
il tempo, il dubitoso abitatore
dello spazio, l’iroso corruttore
della felicità fino allo strazio.
Inquieto è il colombo viaggiatore
che, posato sul tetto, deve aprire
di nuovo le ali per tornare là
dove un giorno ha imparato a volare,
dove il cibo è posato sullo strame
e l’odore della sua discendenza
ha fame, non può far senza di lui.

Ma è un ritorno questo andare e stare,
il piovorno luccicare del sole
nel suo ambiguo occhieggiare tra le nubi,
(vidi così accovacciato Anubi
fissarmi dalle sabbie del deserto:
ero incerto, il simún si avvicinava…),
o è un definitivo allontanarsi
per dare un senso alla lontananza
– non è uno specchio algido l’assenza –,
alla distanza di ciò che inseparabile
da sé è più se stesso? È lontano
chi ha accolto in sé l’alterità. È la stanza
in cui sto che mi tiene, e viceversa
nulla trattiene ciò che si riversa
in delirio e che ora la sferza
del sole fustiga fino al suo
dolcissimo martirio? Quali mura
possono circoscrivere in ciò
che non dura la divina avventura?
È talvolta nel proprio controsenso
che matura più definito il senso.
La natura fa spesso questi scherzi
ai suoi figli dispersi, ai loro padri.

Qualche cosa si è perso della pena
dell’universo che lasciò il Big Bang
per sciamare coi suoi astri infuocati
– per trovare che cosa? L’infinito
è una rosa che si abbrustolisce,
un mito in cerca delle proprie origini.
Può tornare sull’indice di Dio
per cui additare fu già indicare
che può tornare chi se ne allontana?
La creta è ancora creta, in forma umana?
È nell’allontanarsi la misura
del passo del ritorno? Il giorno nasce
per traboccare dal proprio soggiorno
calcolato, la notte tra un lucore
e l’altro spare. Lo splendore è incandescente.
Anche il male ha un senso qualche volta…
E qualche volta è effimero l’eterno
come una fioritura in pieno inverno.

È così grama la felicità:
forse ti dà quello che non possiede,
la divina povertà di una fede…
La Creazione indaga la sua strana
condizione, se essa non può essere
che dove non può stare? Anche il mare,
anche il mare ha imparato la lezione
nel suo eterno ondeggiare e nel sentirsi
in alto sollevare e ricadere
nel suo alveo sotto la luce fredda,
di alabastro, dello sguardo lunare
che ha perduto il fuoco del suo astro?
Se la felicità talvolta è ebbra,
s’infebbra di dolcezza e crudeltà.

Scompare anche l’amore dove appare,
forse per irraggiare più felice
da lungi la sua azione? Cosa dice?
Bisbiglia, a un tratto grida, a un tratto tace.
Ma sa l’amore ritrovare il nido
o si è smarrito in una sua visione
troppo fugace? È suo, nell’universo,
questo grido, di chi ha perso se stesso?
O per converso chiama chi non sa
più ascoltarlo? È la trama che si smaglia
o s’infittisce, in mano a una brama
che più non sa se troppo o troppo poco
ama. Sulla ramaglia trema un fiore
su cui Aracne tesse la sua tela
assassina. Ha un cuore l’universo?
Insieme al suo è uno il mio tremore.
Che cosa ho trovato, cosa ho perso?

Piero Bigongiari 

3-5 febbraio 1996

da “Il silenzio del poema. Poesie 1996-1997”, Genova, Marietti, 2003