Gli uccelli bianchi – William Butler Yeats

George Charles Beresford, William Butler Yeats, 1911

 

Fossimo noi bianchi uccelli, mia amata, sulla spuma del mare!
La fiamma della meteora ci stanca prima di appassire
e la fiamma dell’azzurra stella bassa nel cielo crepuscolare
ci ha ridesta, mia amata, nel cuore un’angoscia che non può morire.

Stanchezza esalano questi sognatori grevi di rugiade,
la rosa e il giglio; ah non sognare fiamma di meteora vagante,
né la fiamma dell’azzurra stella vizza mentre la rugiada cade:
ma ci muti la sorte in uccelli bianchi a galla sulla spuma errante!

Nostalgia d’isole innumerevoli mi tormenta e di danae prode,
dove ci dimentichi il Tempo e l’Affanno non osi calare;
lontani saremmo dal giglio e la rosa e la fiamma che rode,
fossimo noi bianchi uccelli, mia amata, sulla spuma del mare!

William Butler Yeats

(Traduzione di Leone Traverso)

da “William Butler Yeats, Poesie”, Vallecchi, Firenze, 1973

***

The White Birds

I would that we were, my beloved, white birds on the foam of the sea!
We tire of the flame of the meteor, before it can fade and flee;
And the flame of the blue star of twilight, hung low on the rim of the sky,
Has awakened in our hearts, my beloved, a sadness that may not die.

A weariness comes from those dreamers, dew-dabbled, the lily and rose;
Ah, dream not of them, my beloved, the flame of the meteor that goes,
Or the flame of the blue star that lingers hung low in the fall of the dew:
For I would we were changed to white birds on the wandering foam: I and you!

I am haunted by numberless islands, and many a Danaan shore,
Where Time would surely forget us, and Sorrow come near us no more;
Soon far from the rose and the lily, and fret of the flames would we be,
Were we only white birds, my beloved, buoyed out on the foam of the sea!

William Butler Yeats

da “The Countess Kathleen and Various Legends and Lyrics”, London: Forgotten Books, 1893

Sul dono di una penna stilografica – Seamus Heaney

Foto di André Kertész

 

Ora che ho in mano la tua penna
e ho paura
che cessino le poesie,

che dire degli anni
di tutti gli altri doveri
imposti o intrapresi?

Tutto quel «Fa’ agli altri
ciò che vorresti fosse fatto a te»?
Un errore? Virtù?

Sì e no. Intingo e riempio
e ricomincio: dubbi
o non dubbi, lascia scorrere.

Seamus Heaney

2013

(Traduzione di Marco Sonzogni)

da “Seamus Heaney, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 2016

   Come spiega il poeta stesso, questa poesia getta «lo sguardo all’indietro» e lo fa «dalla penna di uno scrittore più esperto, uno che per anni si è posizionato [e qui Heaney cita Czesław Miłosz] “tra la contemplazione d’un punto immobile e il dettame di partecipare attivamente alla storia”» (Stepping Stones, p. 260; per la poesia di Miłosz Rodzinna Europa, 1959: trad. it. di Federica Bovoli, in La mia Europa, Adelphi, Milano 1985). Il regalo di una penna stilografica – a un analogo dono di molti anni prima è dedicata The Conway Stewart in Human Chain – è occasione di riflessione sui meriti artistici, la testimonianza etica e gli obblighi sociali cui l’uomo e il poeta sono chiamati a rispondere e cui lui stesso cerca di rispondere confermando «il fondamento della [sua] convinzione che il segreto della vita e dell’arte è triplice: iniziare, andare avanti, iniziare da capo» (Stepping Stones, p. 207): «Intingo e riempio / e ricomincio».
vv. 2-3. e ho paura / che cessino le poesie: eco della quartina con cui si apre il sonetto When I Have Fears that I May Cease to Be di John Keats (pubblicato postumo): «Quando ho paura di morire prima / ch’io scriva tutto quel che m’urge dentro, / prima che pile di libri, in caratteri, / come granai conservino il raccolto» (trad. it. di Roberto Deidier, in Gabbie per nuvole, Empiria, Roma 2011). La paura di Keats non riguarda solo il suo destino terreno, la sua fama di scrittore e i suoi affetti, ma la mortalità in generale, tema centrale nell’ultima raccolta del poeta, Human Chain.
vv. 7-8. «Fa’ agli altri / ciò che vorresti fosse fatto a te»: eco della “regola d’oro” enunciata nel Vangelo secondo Matteo (7,12): «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti». Questo Vangelo “ispira” i versi di Miracle in Human Chain (Matteo 9, 1-8) e forse anche il «Noli timere» inviato per SMS alla moglie momenti prima di morire: «Alora Gesù disse loro: “Non temete”» (Matteo 28,10).
vv. 11-2. dubbi / o non dubbi, lascia scorrere: le tre varianti dei versi finali («And start again. / After the spade, the hoe», «e ricomincio. / Dopo la vanga, la zappa»: versione dattiloscritta, Dublino, 22 dicembre 2012; «And start again, doubts / Or no doubts. Heigh-ho», «e ricomincio, dubbi / o non dubbi. Eh già… !»: lettura alla Baylor University, Waco [TX], 4 marzo 2013; «And start again: doubts / Or no doubts, let flow», «e ricomincio: dubbi / o non dubbi, lascia scorrere»: versione dattiloscritta, 30 marzo 2013, corrispondente alla lettura all’Irish Cultural Centre, Parigi, 13 giugno 2013) riprendono e risuperano, con rinnovato impegno, i dubbi sulla scrittura come occupazione, sulla sua adeguatezza artistica e morale. La metafora centrale della poetica di Heaney – la vanga, la zappa, enunciata in quella che resta la sua poesia più conosciuta: Digging, in Death of a Naturalist – lascia spazio prima a un’esclamazione di rassegnata stanchezza e infine, riformulandolo, all’invito immaginario ricevuto dall’ombra di James Joyce nel dodicesimo canto di Station Island: «Lasciati andare, buttati, dimentica». Come aveva detto dal podio di Stoccolma (Crediting Poetry), «anche le nostre solitudini e angosce sono degne di credito, in quanto anch’esse testimonianza della nostra autentica umanità». (Marco Sonzogni)

∗∗∗

On the Gift of a Fountain Pen

Now that your pen is in my hand
And I have fears
That poems may cease,

What of the years
Of every other obligation
Imposed and undertaken?

All that ‘Do unto others
As you would have done unto you’
Mistaken? Virtue?

Yes and no. I dip and fill
And start again: doubts
Or no doubts, let flow.

Seamus Heaney

30 marzo 2013
The Beall Poetry Festival, Baylor University, 4 March 2013 (stampa a tiratura limitata). 

da «Scuola di canto» – Seamus Heaney

Jack McManus, Seamus Heaney in the 1970s

Il mio animo ebbe bel tempo di semina, crebbi
nutrito di bellezza e paura,
favorito non poco dal mio luogo di nascita e non meno
da quella amata valle dove più avanti
fui trapiantato…
                         William Wordsworth, Preludio
Egli [lo stalliere] aveva un libro di versi orangisti e i giorni in cui li leggevamo insieme nel fienile mi diedero per la prima volta il piacere della rima. In seguito ricordo che sentii raccontare, quando ci fu il sentore di una rivolta feniana, che agli orangisti erano stati distribuiti dei fucili, e così, quando cominciai a sognare la mia vita futura, pensai che avrei voluto morire combattendo con i feniani.
                                      W. B. Yeats, Autobiografie
1. IL MINISTERO DELLA PAURA
a Seamus Deane

Bene, come ha detto Kavanagh, siamo vissuti
in luoghi importanti. La cresta solitaria
del St Columb’s College, dove fui acquartierato
sei anni, dominava il tuo Bogside.
Fissavo nuovi mondi, la gola infiammata
di Brandywell, la sua pista per cani illuminata,
l’accelerata della lepre. La prima settimana
soffrii tanto di nostalgia da non riuscire a mangiare
nemmeno i biscotti dati per addolcirmi l’esilio.
Li gettai oltre la staccionata una notte
nel settembre 1951
quando le luci delle case in Lecky Road
nano ambra nella nebbia. Fu un gesto
furtivo.
              Poi Belfast, e poi Berkeley.
«Eccoci qui, due raffinati», che si dilettavano
di versi finché son diventati
una vita: da buste voluminose che arrivano
in tempo di vacanza fino ai volumi sottili
spediti «con i saluti dell’autore».
Quelle poesie scritte a mano, strappate dalla spirale
del tuo quaderno, mi confondevano…
Vocali e idee libere
come gusci di semi volanti via da sicomori.
Cercai di scrivere sui sicomori
innovando una rima di South Derry
con hushed e lulled in eco a pushed e pulled.
Quegli stivali chiodati da oltre la montagna
camminavano, per Dio, per tutti i rifiniti
prati all’inglese dell’elocuzione.
                                                   Sono cambiati i nostri accenti?
«I cattolici, in genere, non parlano
bene come gli studenti delle scuole protestanti.»
Ricordi quella roba? Complessi
d’inferiorità della stessa sostanza dei sogni.
«Come ti chiami, Heaney?»
                                                  «Heaney, padre.»
                                                                                   «E va bene.»
Il mio primo giorno, la cinghia di cuoio
divenne epilettica in Direzione,
con l’eco sciabordante sulle nostre teste chine,
ma io scrivevo lo stesso a casa che la vita del convittore
non era così male, come sempre schivando.

Nelle lunghe vacanze, poi, venni alla vita
sul sedile dei baci di una Austin 16,
parcheggiata di fianco a una casa a motore acceso,
le mie dita strette come edera sulle sue spalle,
una luce lasciata accesa per lei in cucina.
E tornando a casa, la libertà estiva
che si esauriva notte su notte, l’aria
tutta di luna piena e profumo di fieno, i poliziotti
agitavano le loro pile rosse, affollandosi attorno
alla macchina come una nera mandria, fiutando
e puntandomi nell’occhio la canna di uno sten:
«Il tuo nome, autista?»
                                          «Seamus…»
                                                                 Seamus?

Una volta lessero le mie lettere a un posto di blocco
puntando le loro torce sui tuoi geroglifici,
«Frasi eleganti» in uno stile molto fiorito.

L’Ulster era britannico, ma senza alcun diritto
sulla lirica inglese: ovunque attorno a noi,
l’avevamo lasciato senza nome, il ministero della paura.

 2. UN AGENTE FA VISITA

La sua bicicletta era appoggiata al davanzale,
il paraschizzi di gomma del frangifango
seguiva la ruota anteriore,
le manopole grosse e nere

si scaldavano al sole, la patata
della dinamo lucida era alzata,
i pedali ciondolavano affrancati
dallo stivale della legge.

Il berretto era rovesciato
sul pavimento, vicino alla sedia.
La linea della sua pressione scanalava
i capelli un po’ sudati.

Aveva slegato
il pesante registro, e mio padre
dava conto della resa del terreno
in acri e pertiche.

Aritmetica e paura.
Io seduto fissavo la fondina lucida
con il risvolto abbottonato, l’anello di cordone intrecciato
assicurato al calcio della pistola.

«Altre radici commestibili?
Barbabietole o cavoli da foraggio? Niente del genere?»
«No.» Ma non c’era una fila
di rape dove finiva il seminato

del campo di patate? Ipotizzai
piccole colpe e immaginai
la cella di punizione della caserma.
Si alzò, spostando la guaina del manganello

più in là sulla cintura,
chiuse il gran libro del rendiconto,
si calcò il berretto con due mani,
e mi guardò mentre salutava.

Un’ombra sobbalzò alla finestra:
stava chiudendo la molla del portapacchi
sul registro. Lo stivale diede la spinta
e la bicicletta si mosse, tic tic tic.

4. ESTATE 1969

Mentre la polizia copriva la marmaglia
che sparava nella Falls, io soffrivo
soltanto il sole prepotente di Madrid.
Ogni pomeriggio, nel  caldo da casseruola
dell’appartamento, mentre sudavo
sulla vita di Joyce, il tanfo del mercato del pesce
saliva come fetore di lino macerato.
Di notte, sul balcone, il rosso del vino,
una sensazione di bambini nei loro angoli bui
e vecchie in scialli neri accanto a finestre aperte,
l’aria un canyon scorrente in spagnolo.
Fummo a casa, a parole, su pianure stellate,
dove il cuoio verniciato dei berretti della Guardia Civil
luccicava come pance di pesci in acque avvelenate dal lino.

«Torna» uno disse, «prova a stare tra la gente.»
Un altro evocò Lorca dalla sua collina.
Restammo là seduti tra conte dei morti e resoconti di corride
alla televisione, le celebrità arrivavano
da dove accadevano ancora cose importanti.

Mi ritirai nel fresco del Prado,
Le fucilazioni del tre maggio di Goya
copriva una parete, le braccia alzate,
lo spasmo del ribelle, i militari
con elmetto e zaino, l’efficiente
sventagliata dell’esecuzione. Nella sala accanto
i suoi incubi, innestati nel muro del palazzo,
cicloni scuri, adunati, dispersi; Saturno
ingemmato del sangue dei suoi figli,
e il Caos gigantesco che volge i fianchi brutali
sopra il mondo. E anche quel duello all’ultimo sangue
dove due forsennati si bastonano a morte per onore,
nella palude fino al ginocchio, affondando.

Lui dipingeva di polso e gomito, sventolava
la muleta macchiata del suo cuore mentre la storia caricava.

5. AFFIDAMENTO
a Michael McLaverty

«Descrizione è rivelazione!» Royal
Avenue, Belfast, 1962,
un sabato pomeriggio, lieto di incontrare
me, neonato nella lingua, mi afferrò
per il gomito. «Ascolta. Va’ per la tua strada.
Fa’ il tuo lavoro. Ricorda
Katherine Mansfield – Io dirò
come scricchiolava la cesta del bucato… quella nota di esilio.»
Ma guai a strafare:
«Non far pulsare le tue vene nella biro.»
E poi, «Povero Hopkins!». Ho i Diari
che mi diede, sottolineati, il suo io piegato
inchinato al loro dolore. Riconosceva
i lineamenti della pazienza, ovunque,
e mi allevò e mi lasciò andare, con parole
che si imposero sulla mia lingua come oboli.

6. ESPOSIZIONE

È dicembre a Wicklow:
ontani gocciolanti, betulle
ereditanti l’ultima luce,
il frassino, freddo da guardare.

Una cometa che si era persa
dovrebbe essere visibile al tramonto,
quei milioni di tonnellate di luce
bagliore di bacche e rosa canina.

E io a volte vedo una stella cadente.
Potessi imbattermi in un meteorite!
Invece cammino su foglie umide,
gusci, i resti consumati dell’autunno,

immaginando un eroe
in un recinto fangoso,
il suo dono come una pietra fiondata
a difesa dei disperati.

Come sono finito così?
Spesso penso ai bei consigli
prismatici degli amici,
e al cervello a incudine di chi mi odia

mentre siedo pesando e soppesando
i miei responsabili tristia.
Per che cosa? Per l’orecchio? Per la gente?
Per ciò che si dice alle spalle?

La pioggia cade tra gli ontani,
le sue basse voci concilianti
mormorano di erosioni e delusioni
ma non c’è goccia che non risvegli

gli adamantini assoluti.
Non sono né una spia né un internato,
sono un émigré interno, capelli lunghi,
e pensoso, un ribelle sbandato

sfuggito al massacro,
che si mimetizza
col tronco e la corteccia, e sente
il soffio di ogni vento,

che, mentre soffia su queste scintille
per il loro povero calore, ha perduto
il portento di una volta nella vita,
la rosa pulsante della cometa.

Seamus Heaney

(Traduzione di Roberto Mussapi)

da “Nord”, in “Seamus Heaney, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 2016

1. Il ministero della paura (The Ministry of Fear): tetrametri e pentametri giambici non rimati; 2. Un agente fa visita (A Constable Calls): quartine di trimetri e tetrametri giambici con rime occasionali. 4. Estate 1969 (Summer 1969): tetrametri giambici non rimati; 5. Affidamento (Fosterage): tetrametri giambici non rimati; 6. Esposizione (Exposure): quartine di trimetri giambici non rimati.
The Wearing of the Black: An Anthology of Contemporary Ulster Poetry, ed. by Padraic Fiacc, Blackstaff Press, Belfast 1974, pp. 42-3 (from Singing School).
Prendendo spunto dalla sesta sezione, si può definire quest’ultima parte di North come “quadri di un’esposizione” autobiografica (seguendo l’antologia New Selected Poems 1966-1987, si omette qui la terza delle sei parti che compongono questa sequenza poetica, parte peraltro che era stata composta diversi anni prima delle altre cinque). Il titolo, preso dalla poesia Sailing to Byzantium di Yeats («né c’è scuola di canto che lo studio / dei monumenti della sua magnificenza», trad. it. di Ariodante Marianni, in W.B. Yeats, L’opera poetica, Mondadori, Milano 2005, p. 587, vv. 13-4), è seguito da una doppia epigrafe: riflessioni autobiografiche che fanno da preludio a quelle di Heaney, che saranno incentrate sui propri “monumenti”. Lo scarto tra le parole di Wordsworth e quelle di Yeats sta nell’importanza e nell’impatto che le circostanze politiche e il condizionamento culturale a esse legato hanno sulla formazione di un individuo. Nei movimenti che scandiscono la sua «scuola di canto», ciascuno un tour de force psicologico e testuale, Heaney esplora le sfumature e i significati di questo scarto. Nel primo – legato al ricordo di Seamus Deane, dedicatario della sequenza, suo compagno di scuola al St Columb’s College e poi di università e affermatosi anch’egli come scrittore e critico –descrive l’atmosfera in Irlanda del Nord dagli anni Quaranta agli anni Cinquanta. Sono anni di studio e di vacanza, di impegno e di libertà, delle prime esperienze poetiche, di conoscenza di sé e degli altri: esperienze su cui però aleggia il «ministero della paura» (titolo ripreso da un romanzo di Graham Greene) di cui i posti di blocco e i controlli attuati dalla polizia nordirlandese sono il correlativo oggettivo più visibile e invadente.
Nella seconda sezione, Heaney ricorda l’ispezione di un agente alla fattoria paterna per verificare che tutto fosse in regola con il rendiconto dei guadagni e il pagamento delle tasse. Il giovane Seamus è già abbastanza maturo da comprendere le conseguenze per chi non dice la verità. Sospeso tra le ragioni del padre e quelle dell’agente, tra «aritmetica e paura», Heaney segue ogni movimento dell’agente, cercando di intuire il successivo, fino al «tic tic tic» della bicicletta che si allontana (in questo ticchettio come di bomba innescata alcuni critici hanno colto un’allusione ai Troubles).
Nel quarto movimento il poeta si trova all’estero, in Spagna, ma la gravità delle tensioni tra cattolici e protestanti in Irlanda del Nord è al centro dei suoi pensieri. È profondamente scosso dalle notizie che provengono da Belfast – e forse lo è ancora di più proprio per il senso di colpa di essere lontano, impegnato con attività di poco conto se messe a confronto con quanto stava succedendo nelle strade proletarie nella zona occidentale di Belfast. Quattro quadri di Goya (Le fucilazioni del tre maggio, Saturno che divora i suoi figli, Il colosso e Duello rusticano) permettono al poeta di essere “presente in absentia” al dramma dei Troubles.
Il quinto movimento – che si apre con un verso programmatico, «Descrizione è rivelazione!», preso da Wallace Stevens (Description without Place) – è la descrizione dell’incontro con Michael McLaverty, preside della scuola dove Heaney svolge il suo tirocinio di insegnante. Si tratta di un incontro “rivelatore” e “premonitore”. Da McLaverty – scrittore cattolico di grande intensità emotiva e tensione etica (nelle cui parole echeggiano quelle di Gerard Manley Hopkins), pronto a riconoscere e seguire un alto esempio morale e letterario – il giovane aspirante poeta riceve un insegnamento e un invito a trovare la propria voce e i propri temi poetici. L’intenzione di affidarsi a dei modelli è riflessa nel titolo della sezione: la parola inglese fosterage descrive infatti la tradizione, caratteristica dell’antica società irlandese, di affidare un minore alla cura di un membro del clan familiare (sull’“affidamento”, da intendersi nel senso di “apprendimento” e “discepolato”, il poeta ritorna nei versi di Station Island e di Fosterling, in Seeing Things).
Heaney decide di lasciare l’Irlanda del Nord per dedicarsi alla scrittura nella pace della campagna dublinese, dove è ambientato il sesto movimento. La scelta che per lui è chiara («Non sono né una spia né un internato, / sono un émigré interno») è percepita da altri («cervello a incudine di chi mi odia») come un errore, un abbandono, addirittura un tradimento, e le critiche non tardano a venire, sia da parte cattolica sia da parte protestante. Facendo proprio come esempio di integrità morale e artistica un altro scrittore perseguitato, Osip Mandel’štam, da lui definito «il Lazzaro della poesia russa moderna» (Envies and Identifications: Dante and the Modern Poet, «Irish University Review», XV, 1, Spring 1985), Heaney s’interroga sulle proprie responsabilità e sulle conseguenze che lo aspettano sia sul piano artistico che umano. La poesia e il libro si chiudono su una nota di incertezza e perplessità che va oltre la caratteristica umiltà del poeta. Intervistato da Henri Cole (Seamus Heaney: The Art of Poetry, No. 75, «Paris Review», 144, Fall 1997) Heaney spiega che l’ansia che avvolge i versi finali di Exposure è generata da un dubbio: se «ciò che scaturisce da questo spostamento [da Belfast a Dublino] sarà in qualche modo adeguato. La poesia si domanda: c’è abbastanza qui per far fronte alle atrocità che stanno avvenendo lassù? E il poeta dice: che cosa sto facendo se non attizzare qualche piccola scintilla quando l’occasione necessita di una cometa?».
1, vv. 1-2. come ha detto Kavanagh, siamo vissuti / in luoghi importanti: allusione ai primi versi della poesia Epic di Patrick Kavanagh nella quale i «luoghi importanti» e i «grandi eventi» sono in realtà, ironicamente, luoghi e beghe contadine. Era stato McLaverty a introdurre Heaney alla poesia di Kavanagh facendogli leggere A Soul for Sale, opera che, soprattutto con la lunga poesia The Great Hunger, fu fondamentale nell’evoluzione poetica di Heaney.
1, v. 4. Bogside è un quartiere cattolico di Derry dove è nato Seamus Deane. Brandywell (v. 6) è lo stadio di Derry, usato sia per le partite di calcio sia per le corse dei cani.
1, vv. 13-4. Fu un gesto / furtivo:  citazione da The Prelude di W. Wordsworth (I 361).
1, v. 15. Eccoci qui, due raffinati: citazione leggermente modificata da King Lear III IV 100.
1, v. 51. «Il tuo nome, autista?» / «Seamus…» / Seamus?: in Irlanda del Nord i nomi che hanno forma irlandese, come appunto Seamus (Giacomo), tendono a essere usati dai cattolici (si veda qui in North anche Whatever You Say Say Nothing III 17-8).
2, v. 30. il gran libro del rendiconto: l’espressione inglese domesday book, letteralmente “libro del Giorno del giudizio”, allude all’omonimo registro che racchiude il rilevamento generale di tutte le terre e le proprietà dell’Inghilterra, ordinato da Guglielmo il Conquistatore nel 1086.
4, vv. 1-2. la marmaglia / che sparava nella Falls: la Falls Road di Belfast è nel cuore della zona repubblicana.
5, vv. 7-8. Io dirò / come scricchiolava la cesta del bucato: citazione da un passo di Katherine Mansfield (1888-1923), in cui la scrittrice si propone di attingere ai propri ricordi neozelandesi per «far balzare il nostro Paese ancora da scoprire agli occhi del Vecchio Mondo […]. Racconterò tutto, persino di come scricchiolava la cesta del bucato» (The Katherine Mansfield Notebooks, ed. by Margaret Scott, Lincoln University Press, Lincoln [PA] 1997, vol.II, p. 32). (Marco Sonzogni)

∗∗∗

Singing School

Fair seedtime had my soul, and I grew up
Fostered alike by beauty and by fear;
Much favoured in my birthplace, and no less
In that beloved Vale to which, erelong,
I was transplanted …
         William Wordsworth, The Prelude
He [the stable-boy] had a book of  Orange rhymes, and the days when we read them together in the hay-loft gave me the pleasure of rhyme for the first time. Later on I can remember being told, when there was a rumour of a Fenian rising, that rifles were being handed out to the Orangemen; and presently, when I began to dream of my future life, I thought I would like to die fighting the Fenians.
                   W. B. Yeats, Autobiographies
1. THE MINISTRY OF FEAR
for Seamus Deane 

Well, as Kavanagh said, we have lived
In important places. The lonely scarp
Of St Columb’s College, where I billeted
For six years, overlooked your Bogside.
I gazed into new worlds: the inflamed throat
Of Brandywell, its floodlit dogtrack,
The throttle of the hare. In the first week
I was so homesick I couldn’t even eat
The biscuits left to sweeten my exile.
I threw them over the fence one night
In September 1951
When the lights of houses in the Lecky Road
Were amber in the fog. It was an act
Of stealth.
                  Then Belfast, and then Berkeley.
Here’s two on’s are sophisticated,
Dabbling in verses till they have become
A life: from bulky envelopes arriving
In vacation time to slim volumes
Despatched ‘with the author’s compliments’.
Those poems in longhand, ripped from the wire spine
Of your exercise book, bewildered me –
Vowels and ideas bandied free
As the seed-pods blowing off our sycamores.
I tried to write about the sycamores
And innovated a South Derry rhyme
With hushed and lulled full chimes for pushed and pulled.
Those hobnailed boots from beyond the mountain
Were walking, by God, all over the fine
Lawns of elocution.
                               Have our accents
Changed? ‘Catholics, in general, don’t speak
As well as students from the Protestant schools.’
Remember that stuff? Inferiority
Complexes, stuff that dreams were made on.
‘What’s your name, Heaney?’
                                             ‘Heaney, Father.’
                                                                      ‘Fair
Enough.’
                On my first day, the leather strap
Went epileptic in the Big Study,
Its echoes plashing over our bowed heads,
But I still wrote home that a boarder’s life
Was not so bad, shying as usual.

On long vacations, then, I came to life
In the kissing seat of an Austin 16
Parked at a gable, the engine running,
My fingers tight as ivy on her shoulders,
A light left burning for her in the kitchen.
And heading back for home, the summer’s
Freedom dwindling night by night, the air
All moonlight and a scent of hay, policemen
Swung their crimson flashlamps, crowding round
The car like black cattle, snuffing and pointing
The muzzle of a Sten gun in my eye:
‘What’s your name, driver?’
                                          ‘Seamus …’
                                                            Seamus?

They once read my letters at a roadblock
And shone their torches on your hieroglyphics,
‘Svelte dictions’ in a very florid hand.

Ulster was British, but with no rights on
The English lyric: all around us, though
We hadn’t named it, the ministry of fear.

2. A CONSTABLE CALLS

His bicycle stood at the window-sill,
The rubber cowl of a mud-splasher
Skirting the front mudguard,
Its fat black handlegrips

Heating in sunlight, the ‘spud’
Of the dynamo gleaming and cocked back,
The pedal treads hanging relieved
Of the boot of the law.

His cap was upside down
On the floor, next his chair.
The line of its pressure ran like a bevel
In his slightly sweating hair.

He had unstrapped
The heavy ledger, and my father
Was making tillage returns
In acres, roods, and perches.

Arithmetic and fear.
I sat staring at the polished holster
With its buttoned flap, the braid cord
Looped into the revolver butt.

‘Any other root crops?
Mangolds? Marrowstems? Anything like that?’
‘No.’ But was there not a line
Of turnips where the seed ran out

In the potato field? I assumed
Small guilts and sat
Imagining the black hole in the barracks.
He stood up, shifted the baton-case

Further round on his belt,
Closed the domesday book,
Fitted his cap back with two hands,
And looked at me as he said goodbye.

A shadow bobbed in the window.
He was snapping the carrier spring
Over the ledger. His boot pushed off
And the bicycle ticked, ticked, ticked.

4. SUMMER 1969

While the Constabulary covered the mob
Firing into the Falls, I was suffering
Only the bullying sun of Madrid.
Each afternoon, in the casserole heat
Of the flat, as I sweated my way through
The life of Joyce, stinks from the fishmarket
Rose like the reek off a flax-dam.
At night on the balcony, gules of wine,
A sense of children in their dark corners,
Old women in black shawls near open windows,
The air a canyon rivering in Spanish.
We talked our way home over starlit plains
Where patent leather of the Guardia Civil
Gleamed like fish-bellies in flax-poisoned waters.

‘Go back,’ one said, ‘try to touch the people.’
Another conjured Lorca from his hill.
We sat through death-counts and bullfight reports
On the television, celebrities
Arrived from where the real thing still happened.

I retreated to the cool of the Prado.
Goya’s ‘Shootings of the Third of May’
Covered a wall – the thrown-up arms
And spasm of the rebel, the helmeted
And knapsacked military, the efficient
Rake of the fusillade. In the next room,
His nightmares, grafted to the palace wall –
Dark cyclones, hosting, breaking; Saturn
Jewelled in the blood of his own children,
Gigantic Chaos turning his brute hips
Over the world. Also, that holmgang
Where two berserks club each other to death
For honour’s sake, greaved in a bog, and sinking.

He painted with his fists and elbows, flourished
The stained cape of his heart as history charged.

5. FOSTERAGE
for Michael McLaverty

‘Description is revelation!’ Royal
Avenue, Belfast, 1962,
A Saturday afternoon, glad to meet
Me, newly cubbed in language, he gripped
My elbow. ‘Listen. Go your own way.
Do your own work. Remember
Katherine Mansfield – I will tell
How the laundry basket squeaked … that note of exile.’
But to hell with overstating it:
‘Don’t have the veins bulging in your Biro.’
And then, ‘Poor Hopkins!’ I have the Journals
He gave me, underlined, his buckled self
Obeisant to their pain. He discerned
The lineaments of patience everywhere
And fostered me and sent me out, with words
Imposing on my tongue like obols.

6. EXPOSURE

It is December in Wicklow:
Alders dripping, birches
Inheriting the last light,
The ash tree cold to look at.

A comet that was lost
Should be visible at sunset,
Those million tons of light
Like a glimmer of haws and rose-hips,

And I sometimes see a falling star.
If I could come on meteorite!
Instead I walk through damp leaves,
Husks, the spent flukes of autumn,

Imagining a hero
On some muddy compound,
His gift like a slingstone
Whirled for the desperate.

How did I end up like this?
I often think of my friends’
Beautiful prismatic counselling
And the anvil brains of some who hate me

As I sit weighing and weighing
My responsible tristia.
For what? For the ear? For the people?
For what is said behind-backs?

Rain comes down through the alders,
Its low conducive voices
Mutter about let-downs and erosions
And yet each drop recalls

The diamond absolutes.
I am neither internee nor informer;
An inner émigré, grown long-haired
And thoughtful; a wood-kerne

Escaped from the massacre,
Taking protective colouring
From bole and bark, feeling
Every wind that blows;

Who, blowing up these sparks
For their meagre heat, have missed
The once-in-a-lifetime portent,
The comet’s pulsing rose.

Seamus Heaney

da “North”, Faber & Faber, London, 1975

Innocenza – Patrick Kavanagh

 W. Eugene Smith, Walk to Paradise Garden, 1946

W. Eugene Smith, Walk to Paradise Garden, 1946

 

Loro ridevano dell’unica cosa che amavo –
Quella collina a forma di triangolo appesa
Com’è al Big Forth. Dicevano

Che ero incatenato da siepi di biancospino
Siepi di fattoria e non conoscevo il mondo.
E invece sapevo che la porta d’accesso che l’amore dà sulla vita
È la stessa porta d’accesso, ovunque.

Imbarazzato da questo mio amore
Fuggii da lei e la chiamai cunetta
Sebbene lei mi guardasse con un sorriso di viole.

Ma ora sono tornato qui nell’abbraccio dei suoi tralci.
La rugiada mattutina di un’estate indiana riposa
Sugli steli imbiancati delle patate –
Che età ho?

Non so che età io abbia
Non ho un’età mortale;
Non so nulla di donne,
Nulla di città,
Ma non posso morire
Senza oltrepassare queste siepi di biancospino.

Patrick Kavanagh

(Traduzione di Saverio Simonelli)

da “Andremo a rubare in cielo”, Ancora, 2009

***

Innocence

They laughed at one I loved –
The triangular hill that hung
Under the Big Forth. They said

That I was bounded by the whitethorn hedges
Of the little farm and did not know the world.
But I knew that love’s doorway to life
Is the same doorway everywhere.

Ashamed of what I loved
I flung her from me and called her a ditch
Although she was smiling at me with violets.

But now I am back in her briary arms;
The dew of an Indian Summer morning lies
On bleached potato-stalks –
What age am I?

I do not know what age I am,
I am no mortal age;
I know nothing of women,
Nothing of cities,
I cannot die
Unless I walk outside these whitethorn hedges.

Patrick Kavanagh

da “Collected Poems”, W. W. Norton & Company, 1964

Ottobre – Patrick Kavanagh

Paul Gauguin, By the Stream, Autumn, 1885

 

O aura dorata di foglie, tu crei per me
Un mondo che era e tuttora è situato al di sopra del tempo,
Non ho bisogno di decifrare l’Eternità
Mentre cammino lungo questa strada arborea ai bordi di un villaggio.
Anche la brezza, perfino la temperatura
E il tipo di movimenti è precisamente lo stesso
Di quando spezzò il mio cuore per la gioventù che passa. Ora sono sicuro
Di qualcosa. Un qualcosa sarà sempre mio dovunque io sia.
Voglio lanciarmi sulla pubblica via senza dar peso
A nulla fuorché al mormorio di preghiera che la terra offre.
È ottobre su tutta la mia vita e la luce si impone allo sguardo
Come quando mi afferrò in un boschetto vicino alla tana della volpe.
Un uomo sta arando il terreno per la farina dell’inverno.
E i miei diciannove anni pesano come macigni sui miei piedi.

Patrick Kavanagh

(Traduzione di Saverio Simonelli)

da “Andremo a rubare in cielo”, Ancora, 2009

∗∗∗

October 

O leafy yellowness you create for me
A world that was and now is poised above time,
I do not need to puzzle out Eternity
As I walk this arboreal street on the edge of a town.
The breeze, too, even the temperature
And pattern of movement is precisely the same
As broke my heart for youth passing. Now I am sure
Of something. Something will be mine wherever I am.
I want to throw myself on the public street without caring
For anything but the prayering that the earth offers.
It is October over all my life and the light is staring
As it caught me once in a plantation by the fox coverts.
A man is ploughing the ground for winter wheat
And my nineteen years weigh heavily on my feet.

Patrick Kavanagh

da “Collected Poems”, W. W. Norton & Company, 1964