Terza rima – Adrienne Rich

Alex Howitt, Rain

 1.

Cielo sputa-grandine     sole
che schizza dai cachi rimasti
nel giardino abbandonato

della casa abbandonata     La targa dell’agente immobiliare ondeggia
contro questo denso di nubi questo
lotto arreso

Ti narrerei     quindi aiutami     se potessi
il gran maestro
che mi apparve al fianco dicendo:

Scendiamo        all’oltretomba
– la terra già spaccata
Lasciati prendere per mano

– ma chi potrebbe essere?
tremante sulla crosta aperta
di chi fidarmi?

divento il maestro mancato deragliato dalla memoria assaltato
zoppicante
che non ho avuto mai     io conduco e     io tengo dietro

2.

Chiamalo sentiero del terremoto:
io conduco attraverso campi di lecci
fino al colle     dove hanno tremato le placche

riavvolgo la storia sismica
indico lo steccato
spezzato del 1906     le pietre dissestate

traccio la curva sotto scuri rami d’alloro
macchiati di muschio
al modo di una guida

Al modo di un novizio resto
indietro con il serpentello
morto sul viottolo battuto

Non accadrà mai piú

3.

In fondo al viottolo battuto ci regalano
biglietti per la cerimonia
della morte della storia

L’ultima pagina del calendario
salterà in aria   foglio di fiamma
(nessuno potrà accedere sul ponte)

Raggrupperemo per lettera
ordine alfabetico
ogni biglietto una lettera

per vederci giganti
sul maxischermo
del parcheggio

figure di uomini e donne che spingono decisi
neonati in carrozzine imbottite
attraverso ipermercati in disintegrazione

dentro la nuova era

4.

Ho perso la nostra via      la colpa è mia
nostra   la colpa appartiene
a noi    divento    la guida

che avrebbe dovuto mancare
che avrebbe dovuto rimanere novizio
io     come guida    ho fallito

io come novizio       ho tremato
avrei dovuto essere piú forte     tenerci
uniti

5.

Mi pensavo piú
forte     vedevo la volontà come una vela
che lanciava i miei scafi

su fiumi ghiacciati
insanguinati dal tramonto
pensavo di poter essere per sempre

volontà intatta     la mia vela gonfia
di perfetto ozono     le mie lame
lampi lucenti nel ghiaccio

6.

Era quella la giovinezza?     quello zaffiro
splendente sulla neve
un’ora precisa

a Central Park     quell’odore
su marciapiede e davanzale
fresco e intatto

la pace e il dramma della tempesta
sopra la città
pubblica intimità

                                   in attesa
nella piccola copisteria appannata
piste di fango sul parquet

poi tremante     inebriata
nel crepuscolo
alla fermata del tram     in mezzo agli altri     pubblica felicità

7.

Non è semplice svolgere
il lavoro della guida     i novizi
irrompono a ogni ora con il loro eccesso di vigore

senza sapere chi sono
ogni fase della luna una scusa
per fibrillare

oltre il bisogno     nel mondo d’oggi
pensare
a espandere     il nuovo pensiero

– O: l’amore ti muoverà con forza
o lo farà il commercio
Vuoi un prete?     vai all’altare

dove accordi eterni sono conclusi
vuoi amore?
discendi nel tuo cuore distruttibile

8.

Nella pellicola di Almodóvar
andiamo a caccia della verità nel campo delle prostitute
a trovare passato e futuro

eleganti     pestate e accoltellate
sesso senza genere
sfruttato e sfruttatore

transazioni     zone di gioco
girare in auto
alla ricerca dei propri desideri

teatro dell’amore     nono cerchio
ci sono cosí tanti maestri
qui     nessun fuoco li consuma

Capisci?     potrebbero frustarti
in faccia in un posto del genere
Credi che sia un film?

9.

Lei dice: Ho dato il mio nome ed è stato preso
Il mio nome non l’ho piú
Ho dato la mia parola ed è stata rotta

Le mie parole stanno imparando
a camminare con le grucce
in mezzo al traffico

senza incespicare
Il mio nome è un prigioniero
che non farà nomi

Dice:     Ho dato la mia lingua
all’amore    e questo
rende difficile parlare

Dice:    Quando la mia vita dipendeva
da uno dei due
termini opposti

beltà e coraggio ho osato mescolare
entrambi sono stati i miei amanti
insieme sono stati torturati

10.

Stanca delle mie vecchie poesie        sorpresa
da un acquazzone sulla Quinta Strada
in una libreria

allungo la mano a uno scaffale
ed eccoti     Pier Paolo
che parli alle ceneri di Gramsci

nella vecchia rima incatenata
Vivo nel non volere
del tramontato dopoguerra:

                                                amando
il mondo che odio…
quella voce vernacolare
intimamente politica

e in questo modo sei morto
cosí mi stringo il libro al cuore
mentre il negozio chiude

11.

Sotto gli spigoli di metallo annerito
della piccola moka
blu arde una fiamma

un profumo impregna la stanza
– aroma o precognizione di
una vita che in effetti potrebbe essere

vissuta     un chicco di speranza
un morso di cioccolata amara nel metrò
per ravvivare i sensi

senza i quali siamo prede
della volontà fallita
la sua scienza della disperazione

12.

Come odio quando mi attribuisci
una “visione di donna”
accogliente tra le porcellane     le tende tirate

o     china in abito di pelle nera
sulla tua sedia
con l’unghia nera a tracciarti i lineamenti

Sibilla sfinita galleggiante nella bottiglia

Quanto ho odiato parlare “da donna”
per la mera continuazione
mentre vedevo la frattura

Da donna     amo
e odio?     da donna
mastico la mia cioccolata amara sottoterra?

Sí.     No.     Anche tu
sessuato come sei     odiando
l’intero affare     continui     a perpetuarlo

13.

Là dove il novizio tira la guida
per l’aria gelata
dove la guida all’improvviso afferra     la spalla

del novizio     dove il muschio è d’oro
il cielo chiazzato di rosa al tramonto
dove l’urina della renna appena scomparsa

punge l’aria come un’erba affilata
dove la gola della radura si apre
per la foresta arresa

è piú difficile restare
con te     io conduco
e tengo dietro

le nostre ombre     grandi come renne
scivolano sulla mappa
del caso e del fine     figure

sulla crosta aperta
si scambiano posto     bocconi
uno sguardo

Adrienne Rich

2000

(Traduzione di Maria Luisa Vezzali)

da “La guida nel labirinto”, Crocetti Editore, 2011

***

Terza Rima

1.

Hail-spurting sky     sun
splashing off persimmons left
in the quit garden

of the quit house     The realtor’s swaying name
against this cloudheap this
surrendered acre

I would     so help me     tell you if I could
how some great teacher
came to my side and said:

Let’s go down     into the underworld
—the earth already crazed
Let me take your hand

—but who would that be?
already trembling on the broken crust
who would I trust?

I become the default derailed memory-raided
limping
teacher I never had     I lead and     I follow

2.

Call it the earthquake trail:
I lead through live-oak meadows
to the hillside     where the plates shuddered

rewind the seismic story
point to the sundered
fence of 1906     the unmatching rocks

trace the loop under dark bay branches
blurred with moss
behaving like a guide

Like a novice I lag
behind with the little snake
dead on the beaten path

This will never happen again

3.

At the end of the beaten path we’re sold free
tickets for the celebration
of the death of history

The last page of the calendar
will go up a sheet of flame
(no one will be permitted on the bridge)

We’ll assemble by letters
alphabetical
each ticket a letter

to view ourselves as giants
on screen-surround
in the parking lot

figures of men and women firmly pushing
babies in thickly padded prams
through disintegrating malls

into the new era

4.

I have lost our way the fault is mine
ours the fault belongs
to us     I become     the guide

who should have defaulted
who should have remained the novice
I     as guide     failed

I as novice     trembled
I should have been stronger     held us
together

5.

I thought I was
stronger    my will the ice-sail
speeding my runners

along frozen rivers
bloodied by sunset
thought I could be forever

will-ful     my sail filled
with perfect ozone     my blades
flashing clean into the ice

6.

Was that youth?     that clear
sapphire on snow
a distinct hour

in Central Park     that smell
on sidewalk and windowsill
fresh and unmixt

the blizzard’s peace and drama
over the city
a public privacy

                               waiting
in the small steamed-up copy shop
slush tracked in across a wooden floor

then shivering     elated
in twilight
at the bus stop     with others     a public happiness

7.

Not simple is it to do
a guide’s work     the novices
irrupting hourly with their own bad vigor

knowing not who they are
every phase of moon an excuse
for fibrillating

besides the need in     today’s world
to consider
outreach     the new thinking

—Or: love will strongly move you
or commerce will
You want a priest?    go to the altar

where eternal bargains are struck
want love?
go down inside your destructible heart

8.

In Almodóvar’s film
we go for truth to the prostitutes’ field
to find past and future

elegant     beaten-up and knifed
sex without gender
preyed-on and preying

transactions     zones of play
the circling drivers
in search of their desires

theater of love     Ninth Circle
there are so many teachers
here no fire can shrink them

Do you understand?     you could get your face
slashed in such a place
Do you think this is a movie?

9.

She says: I gave my name and it was taken
I no longer have my name
I gave my word and it was broken

My words are learning
to walk on crutches
through traffic

without stammering
My name is a prisoner
who will not name names

She says:     I gave my tongue
to love     and this
makes it hard to speak

She says:     When my life depended
on one of two
opposite terms

I dared mix beauty with courage
they were my lovers
together they were tortured

10.

Sick of my own old poems     caught
on rainshower Fifth Avenue
in a bookstore

I reach to a shelf
and there you are     Pier Paolo
speaking to Gramsci’s ashes

in the old encircling rhyme
Vivo nel non volere
del tramontato dopoguerra:

amando
il mondo che odio . . .
that vernacular voice
intimately political

and that was how you died
so I clasp my book to my heart
as the shop closes

11.

Under the blackened dull-metal corners
of the small espresso pot
a jet flares blue

a smell tinctures the room
—some sniff or prescience of
a life that actually could be

lived     a grain of hope
a bite of bitter chocolate in the subway
to pull on our senses

without them we’re prey
to the failed will
its science of despair

12.

How I hate it when you ascribe to me
a “woman’s vision”
cozy with coffeepots     drawn curtains

or     leaning in black leather dress
over your chair
black fingernail tracing your lines

overspent Sibyl drifting in a bottle

How I’ve hated speaking “as a woman”
for mere continuation
when the broken is what I saw

As a woman     do I love
and hate?     as a woman
do I munch my bitter chocolate underground?

Yes.     No.     You too
sexed as you are hating
this whole thing     you keep on it     remaking

13.

Where the novice pulls the guide
across frozen air
where the guide suddenly grips     the shoulder

of the novice     where the moss is golden
the sky sponged with pink at sunset
where the urine of reindeer barely vanished

stings the air like a sharp herb
where the throat of the clear-cut opens
across the surrendered forest

I’m most difficultly
with you    I lead
and I follow

our shadows     reindeer-huge
slip onto the map
of chance and purpose     figures

on the broken crust
exchanging places     bites to eat
a glance

Adrienne Rich

2000

da “Fox: Poems 1998 – 2000 by Adrienne Rich”, WW. Norton & Company, 2003

Autoritratto entro uno specchio convesso – John Ashbery

John Ashbery

 

Come lo fece Parmigianino, la mano destra
più grande della testa, protesa verso lo spettatore
mentre con naturalezza sfugge, come a proteggere
ciò che sfoggia. Qualche vetro piombato, travi antiche,
pelliccia, mussola pieghettata, un anello di corallo confluiscono
in un movimento che sostiene il volto, che fluttua
avvicinandosi e allontanandosi come la mano
tranne che è a riposo. È quel che è
sequestrato. Vasari dice: “Francesco un giorno si mise
a ritrarre se stesso, guardandosi
in uno specchio da barbieri, di que’ mezzo tondi…
Laonde fatta fare una palla di legno
al tornio, e quella divisa per farla mezza tonda e
di grandezza simile allo specchio, in quella si mise
con grande arte a contraffare tutto quello che vedeva nello specchio,”
essenzialmente il proprio riflesso, di cui il ritratto
è il riflesso di secondo grado.
Lo specchio scelse di riflettere solo ciò che egli vedeva
e che bastava al suo scopo: la sua immagine
vetrificata, imbalsamata, proiettata a un angolo di 180 gradi.
L’ora del giorno o la densità della luce
adesa al volto lo mantiene
vivido e intatto in un’onda reiterata
d’arrivo. L’anima instaura se stessa.
Ma fin dove può fluttuare lontano attraverso gli occhi
e ancora tornare sana e salva al proprio nido? Essendo
la superficie dello specchio convessa, la distanza aumenterà
considerevolmente; vale a dire quanto basta per asserire
che l’anima è un prigioniero, trattato in modo umano, tenuto
sospeso, incapace di incedere molto oltre
il tuo sguardo che intercetta il dipinto.
Papa Clemente e la sua corte ne furono “stupefatti”,
secondo Vasari, e promisero una commissione
che non si concretizzò mai. L’anima deve restare dov’è,
per quanto inquieta, a sentire la pioggia sul vetro,
il sospiro delle foglie autunnali sferzate dal vento,
e bramare d’essere libera, all’aperto, ma deve restare
in posa, in questo posto. Deve muoversi
il meno possibile. Questo dice il ritratto.
Ma in quello sguardo c’è un misto
di tenerezza, divertimento e rimpianto, tanto possente
nel suo autocontrollo, che non lo si può guardare a lungo.
Il segreto è troppo ovvio. La pena che ci suscita brucia,
fa sgorgare lacrime ardenti: che l’anima non è un’anima,
non ha segreti, è piccola, e colma
il proprio vuoto alla perfezione: la sua stanza, il nostro istante d’attenzione.
Quella è la melodia, ma senza parola alcuna.
Le parole sono solo speculazioni
(dal latino speculum, specchio):
cercano senza poterlo trovare il senso della musica.
Vediamo solo gli atteggiamenti del sogno,
cavalcando il movimento che sventaglia il volto
nel campo visivo sotto cieli serali, senza alcuna
falsa scompaginazione come prova d’autenticità.
Ma la vita è inglobata.
Piacerebbe protendere la mano
fuori dal globo, ma la sua dimensione,
ciò che la sostiene, non lo concede.
Senza alcun dubbio è questo, non il riflesso
a nascondere qualcosa, a far sì che la mano si profili immensa
nel ritrarsi appena. Non c’è modo
di erigerla piana come una sezione di muro:
deve unirsi al segmento di un cerchio,
errando a ritroso verso il corpo di cui pare
parte tanto inverosimile, per recingere e puntellare il viso
su cui lo sforzo di questa condizione suscita l’impressione
di una punta di spillo di sorriso, scintilla
o stella che non si è sicuri d’aver visto
al reinsediarsi del buio. Una luce perversa il cui
imperativo di sottigliezza condanna ab ovo il proprio
tropo dell’illuminare: senza importanza ma voluto.
Francesco, la tua mano è grande abbastanza
da sfasciare la sfera, e troppo grande,
verrebbe da pensare, per tessere delicate trame
che solo parlano in favore di una sua detenzione ulteriore.
(Grande, ma non rozza, solo su un’altra scala,
come una balena assopita sul fondo del mare
rispetto alla minuscola, boriosa nave
in superficie). Ma i tuoi occhi proclamano
che tutto è superficie. La superficie è ciò che c’è,
e nulla può esistere se non ciò che c’è.
Non ci sono recessi nella stanza, solo alcove,
e la finestra importa poco, o quella
scheggia di finestra o specchio sulla destra, nemmeno
come misura del clima, che in francese è
le temps, la parola che sta per tempo, e che
segue un corso i cui cambiamenti sono meri
aspetti dell’insieme. L’insieme è stabile
nell’instabilità, una sfera come la nostra appoggiata
a un piedestallo di vuoto, una pallina da ping-pong
ben salda sul suo getto d’acqua.
E proprio come non ci sono parole per la superficie, cioè,
nessuna parola per dire ciò che è in realtà, che non è
superficiale ma nucleo manifesto, così non c’è
via d’uscita dal dilemma pathos contro esperienza.
Tu continuerai a rimanere, caparbio, sereno nel
tuo gesto che non è abbraccio né monito
ma che comprende qualcosa d’entrambi nella pura
affermazione che non afferma niente.

Il palloncino scoppia, l’attenzione
neghittosamente si distoglie. Nubi
nella pozzanghera si rimestano in frantumi dentati.
Penso agli amici
venuti a trovarmi, a quel che ieri
è stato. Un peculiare taglio obliquo
del ricordo che irrompe a disturbare il modello sognante
nel silenzio dello studio mentre pensa
se sollevare la matita all’autoritratto.
Quante persone sono venute e sono rimaste per un certo tempo
a proferire parole di luce o tenebra che sono divenute parte di te
come luce oltre nebbie e sabbie sommosse dai venti,
e da queste filtrate e influenzate, finché non resta
alcuna parte che sia con certezza te. Quelle voci al crepuscolo
ti hanno detto tutto ma ancora la favola continua
sotto forma di ricordi sedimentati in glomi
irregolari di cristallo. Di chi è la mano ricurva,
Francesco, che controlla l’alternarsi delle stagioni e i pensieri
che desquamano e volano via a mozzafiato
come le ultime foglie caparbie strappate
dai rami bagnati? Vi vedo solo il caos
del tuo specchio tondo che dispone tutto
attorno alla stella polare dei tuoi occhi che sono vuoti,
non sanno niente, sognano senza rivelare niente.
Sento che la giostra si mette in moto lenta
e accelera sempre più: scrivania, carte, libri,
foto di amici, la finestra e gli alberi
che si fondono in una fascia neutra che mi avvolge
da ogni lato, ovunque guardi.
E non so spiegare l’atto del livellare,
perché dovrebbe tutto ridursi a una
sostanza piana, un magma di interni.
Il mio Virgilio in queste faccende è il tuo sé,
incrollabile, obliquo, che accetta ogni cosa con lo stesso
sorriso spettrale, e mentre il tempo accelera e subito si fa
molto più tardi, io posso solo conoscere la via d’uscita più diretta,
la distanza tra di noi. Tanto tempo fa
le prove sparse qui e là volevano dire qualcosa,
gli accidenti e i piaceri di poco conto
del giorno che sgraziato andava per la sua strada,
casalinga che sbriga le faccende. Impossibile adesso
ripristinare quelle proprietà nell’argento sfocato che è
il verbale di ciò che hai realizzato lì seduto
“con grande arte a contrafare tutto quello che vedevi nello specchio”
giungendo a perfezionarti e a tagliar fuori l’impertinente
per sempre. Nel circolo dei tuoi intendimenti certe dispute
permangono a perpetuare l’incanto del sé verso se stesso:
sguardi dritti negli occhi, mussola, corallo. Non importa
perché son cose ferme al proprio oggi
prima che l’ombra di qualcuno sconfinasse mai
fuori dal campo nei pensieri del domani.

Il domani è semplice, ma l’oggi non è cartografato,
desolato, restio come qualsiasi altro paesaggio
a cedere alle leggi della prospettiva
che dopo tutto sono tali solo per la profonda diffidenza
del pittore, uno strumento inadeguato per quanto
indispensabile. Certo, alcune cose
sono possibili, lo sa, ma non sa
quali. Un giorno tenteremo
di farne quante più siano possibili
e forse riusciremo a compierne una manciata,
ma ciò non avrà niente
a che fare con quel che viene promesso oggi, con il nostro
paesaggio che sfreccia via da noi fino a scomparire
all’orizzonte. Oggi un esiguo rivestimento splende
per mantenere compatta la congettura delle promesse
in un unico elemento di superficie, lasciando che si rientri
tortuosamente a casa essendocene distaccati in modo che
queste anche più robuste potenzialità possano restare
intatte anche senza essere collaudate. Di fatto
la membrana esterna di questa camera a bolle è dura
come uova di rettile; tutto vi è “programmato”
a tempo debito: sempre più cose entrano a farne parte
senza contribuire all’insieme, e proprio come ci si
abitua a un rumore che
ci teneva svegli ma adesso non più,
così la stanza contiene questo flusso come una clessidra
senza variare in clima né proprietà
(tranne forse nel rischiararsi in modo tetro e quasi
invisibile, focalizzandosi acuminata sulla morte – ma ne
diremo meglio). Quello che dovrebbe essere il vuoto assoluto di un sogno
si colma di continuo mentre si spilla la fonte
dei sogni in modo che questo specifico sogno
possa espandersi, sbocciare come una rosa centifolia
aggirando le norme suntuarie, concedendoci
il risveglio e il tentativo di cominciare a vivere in quello
che ormai si è trasformato in ghetto. Sydney Freedberg nel suo
Parmigianino a tale proposito afferma: “Il realismo in questo ritratto
non consegue più una verità oggettiva, ma una bizzarria
Comunque sia, tale distorsione non produce
una sensazione di disarmonia… Le forme mantengono
una misura forte di bellezza ideale,” perché
nutrite dai nostri sogni, del tutto irrilevanti fin quando un giorno
non notiamo il buco che hanno lasciato. Adesso la loro importanza,
se non il loro significato, è palese. Dovevano nutrire
un sogno che le comprende tutte, mentre infine
vengono rovesciate nello specchio che le assomma.
Parevano arcane perché in verità non sapevamo vederle.
E ce ne rendiamo conto solo nel punto in cui trascorrono
come un’onda che si frange su uno scoglio, esalando
la propria forma con un gesto che esprime quella forma.
Le forme mantengono una misura forte di bellezza ideale
poiché in segreto si nutrono della nostra idea di distorsione.
Perché essere scontenti di tale sistemazione, dato che
i sogni ci protraggono mentre vengono assorbiti?
Qualcosa di simile al vivere ha luogo, una transizione
dal sogno alla sua codifica.

Mentre comincio a scordarmene,
ripresenta il suo stereotipo
ma si tratta di uno stereotipo inconsueto, il volto
all’àncora, scaturito dai rischi, che di lì a poco
altri ne avrebbe abbordati: “piuttosto angelo che uomo” (Vasari).
Forse un angelo ha le sembianze di tutto
ciò che abbiamo scordato, intendo dire di cose
scordate che non paiono familiari quando
ci imbattiamo di nuovo in esse, perdute indicibilmente,
seppur nostre, una volta. Tale sarebbe il senso
di invadere l’intimità di quest’uomo che
“si dilettava d’alchimia, ma il cui intento
qui non era esaminare le finezze dell’arte
con spirito scientifico, distaccato: grazie ad essa intendeva
procurare un senso di novità e stupore allo spettatore”
(Freedberg). Ritratti più tardi come il Ritratto virile
degli Uffizi, il Pianerlotto della Galleria Borghese e
l’Antea di Capodimonte emergono da tensioni
manieriste, ma qui, come Freedberg sottolinea,
la sorpresa, la tensione si trovano nella concezione
piuttosto che nella sua realizzazione.
La consonanza del Rinascimento maturo
è presente, seppure distorta dallo specchio.
Di inusitato c’è l’estrema cura nella resa
delle velleità della superficie riflettente sferica
(è il primo ritratto allo specchio),
tanto che per un attimo ci si potrebbe ingannare
prima di rendersi conto che il riflesso
non è il proprio. Ci si sente allora come
un personaggio di Hoffmann, privato
della propria immagine riflessa, tranne che la mia interezza
la si vede soppiantata dalla severa
alterità del pittore nella sua
altra stanza. L’abbiamo sorpreso
all’opera, ma no, è lui che ci ha sorpresi
mentre è all’opera. Il quadro è quasi finito,
la sorpresa quasi sopita, come quando si guarda fuori,
sbigottiti da una nevicata che proprio in quel momento
si esaurisce in particelle e scintille di neve.
È successo mentre eravate al chiuso, addormentati,
e non c’è alcun motivo per cui sareste dovuti
restare svegli, se non che il giorno
sta per finire e sarà dura per voi
riuscire a dormire stanotte, per lo meno fin tardi.

L’ombra della città inietta il proprio
bisogno incalzante: Roma, in cui Francesco
era all’opera durante il Sacco: le sue invenzioni
strabiliarono i soldati che gli erano piombati in casa;
decisero di risparmiargli la vita, ma lui se ne andò poco dopo;
Vienna è dove il dipinto sta oggi, dove
l’ho visto con Pierre nell’estate del 1959; New York
è dove sto io adesso, città che è logaritmo
di altre città. Il nostro paesaggio
brulica di filiazioni, di andirivieni;
gli affari si fanno sulla base di aspetto, gestualità,
sentito dire. È un’altra vita per la città,
il retro dello specchio nello
studio non identificato ma disegnato con esattezza. Vuole
prosciugare la vita dallo studio, sminuire
a una serie di messe in scena il suo spazio mappato, isolarlo.
Quell’azione è stata per il momento posta in stallo
ma c’è del nuovo che avanza, una ricercatezza inusitata
nel vento. Riesci a sopportarla,
Francesco? Sei forte quanto basta?
Questo vento porta ciò che non conosce, si
propelle da sé, cieco, non ha idea alcuna
di sé. È inerzia che una volta
accettata drena linfa da ogni attività, pubblica o segreta:
sussurri del vento che non si possono capire
ma che si sentono, un brivido di freddo, un influsso malefico
che si sposta verso il largo lungo i capi e le penisole
delle tue nervature e poi continua verso arcipelaghi,
fino al riserbo beato e arioso del mare aperto.
Questo è il lato negativo. Il suo lato positivo sta
nel farti notare la vita e le tensioni
che avevano solo dato l’impressione di sparire, ma che ora,
con l’incalzare di questo nuovo stile, si vedono
affrettarsi a diventare démodé. Se destinate a divenire classici
devono decidere da che parte stare.
La loro reticenza ha minato
il paesaggio urbano, ne ha svelato le ambiguità
come deliberate e stantie, giochi di un vecchio.
Adesso ci vuole questo improbabile
sfidante che bussa con forza alle porte di un castello
stupefatto. Il tuo ragionamento, Francesco,
aveva cominciato a diventare raffermo dato che nessuna risposta
né risposte erano imminenti. Se ora si dissipa
in polvere, significa solo che ha fatto il suo tempo
già tempo fa, ma adesso guarda e stai a sentire:
può darsi che un’altra vita sia in giacenza
in recessi ignoti a chiunque; che essa,
non noi, costituisca il cambiamento; che noi siamo di fatto essa
se fossimo in grado di ritrovarla, di rivivere alcune
sue fattezze, di rivolgere il volto al globo che tramonta
e tuttavia uscirne sani e salvi:
nervi nella norma, respiro nella norma. Dato che è una metafora
costruita per includerci, noi ne facciamo parte e
possiamo abitarla, e infatti così è stato,
lasciando però le nostre menti nude e crude in vista di interrogatori
che ora capiamo non avranno luogo a casaccio
ma in un modo ordinato che non intende minacciare
nessuno – il modo normale di fare le cose,
come l’accrescersi concentrico dei giorni
intorno a una vita: com’è giusto che sia, se ci pensate bene.

Un venticello simile al voltar pagina
restituisce il tuo volto: l’attimo
stacca un boccone enorme dalla caligine
dell’affabile intuizione a cui segue.
Quel bloccare entro un sistema è “la morte in persona”,
come Berg ha detto di un brano della Nona di Mahler;
oppure, per citare Imogene nel Cimbelino: “Non può
esservi nella morte tormento più straziante,” poiché,
anche se mera esercitazione o tattica, porta in sé
l’impeto di un convincimento che era andato formandosi.
Il puro oblio non può cancellarlo
né il desiderarlo può farlo tornare, fintanto che resta
il bianco precipitato del proprio sogno
nel clima di sospiri stesi su tutto il nostro mondo,
panno su una gabbia di uccelli. Ma è certo che
ciò che è bello lo sembra solo in relazione a una specifica
vita, vissuta o meno, convogliata in una forma
pervasa della nostalgia di un passato collettivo.
La luce oggi affonda con un entusiasmo
che ho conosciuto altrove, e ho capito perché
sembrava carica di significato: altri s’erano sentiti così
anni fa. Continuo a interrogare
questo specchio che non è più mio
per quel tanto di lacuna fortificante di cui consta
stavolta la mia porzione. E il vaso è sempre pieno
perché lo spazio è ovviamente limitato
e ospita tutto. Il campione
visibile non deve essere preso
solo come tale, ma come ogni cosa dato che
lo si può immaginare fuori dal tempo – non come gesto
ma come tutto, allo stadio raffinato, assimilabile.
Ma di cosa è la veranda questo universo
nel suo virare dentro e fuori, avanti e indietro,
rifiutandosi di cingerci eppure restando l’unica
cosa che riusciamo a vedere? L’amore un tempo
faceva pendere l’ago della bilancia ma adesso è offuscato, invisibile,
seppure misteriosamente presente, chissà dove.
Ma noi sappiamo che non può venire schiacciato
tra due istanti adiacenti, che i suoi meandri
non portano da nessuna parte se non a ulteriori tributari
che a loro volta confluiscono in una vaga
percezione di un’entità che non sarà mai conoscibile
per quanto paia probabile che ciascuno di noi
sappia di cosa si tratti e sia in grado di
comunicarlo agli altri. Ma l’aspetto
che taluni indossano come fosse un manifesto fa venire voglia
di tirare dritto ignorando l’apparente
naïveté della manovra, fregandosene
se non c’è nessuno che ascolta, dato che la luce
è stata accesa una volta per tutte nei loro occhi
ed è presente, indenne, stabile anomalia,
vigile e muta. A prima vista
non sembra esistano particolari motivi perché quella luce
debba essere focalizzata dall’amore, né perché
la città che crolla con i suoi bei quartieri ricchi
in uno spazio sempre meno limpido, meno definito,
vada letta come sostegno del suo stesso progresso,
il cavalletto da pittore su cui si è dispiegata la tragedia,
così fino al proprio appagamento e fino alla fine
del nostro sognare, come non avevamo mai immaginato
sarebbe finito, nella luce esangue del giorno con la promessa
dipinta che trapela come un pegno, un legame.
Questa vaga, sempre indefinibile luce del giorno è
il segreto del luogo in cui ha luogo
e noi non possiamo più tornare alle svariate
dichiarazioni contrastanti raccolte, vuoti di memoria
dei testimoni più importanti. Sappiamo solo
di essere arrivati un po’ troppo presto, che
oggi sfoggia quella peculiare, lapidaria
odiernità che il sole fedelmente
riproduce proiettando ramoscelli d’ombra su marciapiedi
spensierati. Nessun giorno precedente sarebbe potuto essere come questo.
Una volta credevo che s’assomigliassero tutti,
che il presente avesse per chiunque lo stesso aspetto
ma tale fraintendimento defluisce via poiché
ci si sta sempre sollevando come cresta d’onda nel proprio presente.
Eppure il paglierino spazio “poetico”
del lungo corridoio che riconduce al dipinto,
il suo contrario che s’offusca – si tratta
di un figmento d’“arte”, che non va immaginato
reale e, tanto meno, fuori dal comune? Non ha anch’esso il suo covo
nel presente da cui noi stiamo sempre evadendo
per poi ricascarci, mentre la ruota idraulica dei giorni
prosegue sulla sua rotta tranquilla, addirittura serena?
Credo stia cercando di dire che è oggi
e che noi dobbiamo uscirne proprio mentre il pubblico
passa di lena nel museo adesso, in modo da
esserne fuori prima della chiusura. Lì non ci si può vivere.
Lo smalto grigio del passato attacca ogni know-how:
segreti di velatura e finitura che c’era voluta una vita
a imparare vengono ridotti allo stato di
figure in bianco e nero in un libro in cui le tavole a colori
sono rare. Vale a dire, tutto il tempo
si riduce a un tempo senza peculiarità. Nessuno
fa allusione alla trasformazione; il farlo potrebbe
comportare il richiamare l’attenzione su se stessi
il che incrementerebbe il terrore di non uscire
prima di aver visto la collezione completa
(escluse le sculture nel seminterrato,
che stanno dove si meritano di stare).
Il nostro tempo si vela, compromesso
dalla volontà di resistere del ritratto. Accenna
alla nostra, che speravamo di tenere nascosta.
Non ci servono dipinti né
poesia burlesca scritta da poeti maturi quando
l’esplosione è così esatta, così elegante.
Ma ha almeno un senso riconoscere
l’esistenza di tutto ciò? Davvero
esiste? Certo l’agio per
crogiolarsi in passatempi statuari, no,
non più. L’oggi non ha margini, l’evento giunge
rigurgitante dei propri contorni, fatto della stessa materia,
indistinguibile. Il “gioco” è altro,
esiste, in una società organizzata
proprio come dimostrazione di se stessa.
Non c’è altra via, e i coglionazzi
capaci di imbrogliare tutto con i loro giochi allo specchio
che paiono moltiplicare montepremi e possibilità o
per lo meno imbrogliare i problemi per mezzo di un’aura
che conferisce poteri e che potrebbe corrodere l’architettura
del tutto in una caligine di scherno soppresso,
non c’entrano niente. Sono fuori dal gioco,
che non esiste fin quando loro non ne escono.
Si ha l’impressione di un universo tremendamente ostile
ma come il principio di ogni cosa individuale è
ostile a – ed esiste a spese di – tutte le altre
come i filosofi hanno spesso sottolineato, per lo meno
questa cosa, il muto presente indiviso,
gode di giustificazione logica, che
in questo caso non è cattiva cosa,
o non lo sarebbe se il modo in cui la si espone
non si intromettesse, sfigurando il risultato finale
nella caricatura di se stesso. Va sempre
così, come nel gioco in cui
una frase sussurrata fatta girare per la stanza
finisce per trasformarsi in tutt’altro.
È il principio che rende le opere d’arte così dissimili
dalle intenzioni dell’artista. Spesso s’accorge
di avere omesso proprio la cosa per cui aveva deciso
di parlare. Sedotto da fiori,
espliciti piaceri, incolpa se stesso (anche se
dentro di sé è soddisfatto del risultato), illudendosi
di aver avuto voce in capitolo e di avere esercitato
una scelta di cui era praticamente inconsapevole,
ignaro del fatto che la necessità aggira decisioni del genere
in modo da creare qualcosa di nuovo
di per sé, che non esiste alcun altro modo,
che la storia della creazione procede secondo
leggi rigorose, e che le cose vengono
in effetti compiute in questo modo, ma mai le cose
che ci eravamo proposti di fare e che spasmodicamente volevamo
vedere prendere vita. Parmigianino
deve essersene reso conto mentre era all’opera in questa
sfida che impedisce di vivere. Si è forzati a leggere
la realizzazione assolutamente plausibile di un intento
nella serena, forse addirittura delicata (ma talmente
enigmatica) rifinitura. Esiste altro
da prendere sul serio al di fuori di questa alterità
che viene inclusa nelle più comuni
forme delle faccende quotidiane, e che così cambia tutto
in modo appena percettibile e profondo, e ci strappa dalle mani il problema
della creazione, di qualsiasi creazione, non solo della creazione artistica,
per collocarla su una vetta mostruosa,
vicina, troppo vicina per poterla ignorare, troppo lontana
per poterci fare qualcosa? Questa alterità, questo
“non essere noi” è tutto ciò che c’è da osservare
nello specchio, anche se nessuno sa dire
in che modo sia diventata tale. Una nave
che batte una bandiera sconosciuta è entrata in porto.
Stai permettendo che faccende estranee
scompaginino il tuo giorno, appannino il fulcro
della sfera di cristallo. La sua scena va alla deriva
come vapore disperso nel vento. Le fertili
associazioni di pensiero che finora si creavano
a volontà non compaiono più, o solo di rado. Le loro
colorazioni sono meno sgargianti, sbiadite
dalle piogge e dai venti autunnali, sciupate, infangate,
e ti vengono restituite perché del tutto prive di valore.
Eppure siamo creature talmente abitudinarie che le loro
implicazioni ci restano accanto en permanence, a imbrogliare
le questioni. Prendere sul serio solo il sesso
è forse un modo, ma le sabbie sibilano
approssimandosi all’orlo dell’immenso scivolo
che scende in ciò che è successo. Questo passato
adesso è qui: il volto riflesso
del pittore, su cui indugiamo, che capta
sogni e ispirazioni su una frequenza
libera, ma le tonalità si sono fatte metalliche,
le curve e i bordi non sono più sfarzosi. Ognuno
ha una sua teoria fondante che spieghi l’universo
ma che non lo fa comunque fino in fondo
e alla fine è ciò che è fuori della persona
che importa, a lei e specialmente a noi,
a cui nessuno s’è sognato di dare una mano
nel decodificare il nostro quoziente a dimensione d’uomo e dobbiamo affidarci
a conoscenze di seconda mano. Eppure so
che il gusto di nessun altro fornirà
alcun aiuto, quindi tanto vale lasciarlo perdere.
Un tempo sembrava così perfetto – lucentezza sulla bella
pelle lentigginosa, labbra umettate come stessero per schiudersi
a proferire parole, e l’aria familiare
di abiti e mobili di cui ci si dimentica.
Questo sarebbe potuto essere il nostro paradiso: esotico
rifugio in un mondo spossato, ma non era
destino, perché non sarebbe mai potuto essere il punto
della questione. Scimmiottare naturalezza potrebbe costituire il primo passo
per conseguire calma interiore
ma è il primo passo soltanto, e sovente
resta un cenno di benvenuto pietrificato, inciso
nell’aria che si materializza alle sue spalle,
una convenzione. E noi davvero non abbiamo
tempo da perdere per queste, se non quando le usiamo
per accendere un fuoco. Prima si bruciano
e meglio è per i ruoli che dobbiamo interpretare.
Perciò ti imploro, ritira quella mano,
non porgerla più in segno di saluto o come scudo,
lo scudo di un saluto, Francesco:
c’è posto per un solo proiettile nella camera di scoppio:
il nostro guardare dal capo sbagliato
del telescopio mentre tu arretri a una velocità
superiore a quella della luce fino ad appiattirti
tra gli elementi della stanza, invito
mai spedito, la sindrome “è stato tutto
un sogno”, per quanto “tutto” spieghi chiaro
e tondo che non lo è stato. La sua esistenza
è stata reale, seppure tormentata, e la pena
di questo sogno a occhi aperti non potrà mai soffocare
lo schema ancora disegnato sul vento,
scelto e destinato a me, materializzatosi
nella radiosità ingannevole della mia stanza.
Abbiamo visto la città; è il gibboso
occhio riflesso di un insetto. Ogni cosa accade
sul suo balcone e viene ricapitolata al suo interno,
ma l’azione è il freddo flusso sciropposo
di una sfilata in maschera. Ci si sente troppo limitati,
setacciando in cerca di prove la luce di aprile,
nella pura immobilità della serenità del suo
parametro. La mano non regge alcun gesso
e ogni parte dell’insieme si deteriora
e non può sapere di aver saputo, se non
qui e là, in gelidi recessi
di rimembranza, sussurri fuori dal tempo.

John Ashbery

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Autoritratto entro uno specchio convesso”, Bompiani, 2019

∗∗∗

Self-Portrait in a Convex Mirror

As Parmigianino did it, the right hand
Bigger than the head, thrust at the viewer
And swerving easily away, as though to protect
What it advertises. A few leaded panes, old beams,
Fur, pleated muslin, a coral ring run together
In a movement supporting the face, which swims
Toward and away like the hand
Except that it is in repose. It is what is
Sequestered. Vasari says, “Francesco one day set himself
To take his own portrait, looking at himself for that purpose
In a convex mirror, such as is used by barbers…
He accordingly caused a ball of wood to be made
By a turner, and having divided it in half and
Brought it to the size of the mirror, he set himself
With great art to copy all that he saw in the glass,”
Chiefly his reflection, of which the portrait
Is the reflection once removed.
The glass chose to reflect only what he saw
Which was enough for his purpose: his image
Glazed, embalmed, projected at a 180-degree angle.
The time of day or the density of the light
Adhering to the face keeps it
Lively and intact in a recurring wave
Of arrival. The soul establishes itself.
But how far can it swim out through the eyes
And still return safely to its nest? The surface
Of the mirror being convex, the distance increases
Significantly; that is, enough to make the point
That the soul is a captive, treated humanely, kept
In suspension, unable to advance much farther
Than your look as it intercepts the picture.
Pope Clement and his court were “stupefied”
By it, according to Vasari, and promised a commission
That never materialized. The soul has to stay where it is,
Even though restless, hearing raindrops at the pane,
The sighing of autumn leaves thrashed by the wind,
Longing to be free, outside, but it must stay
Posing in this place. It must move
As little as possible. This is what the portrait says.
But there is in that gaze a combination
Of tenderness, amusement and regret, so powerful
In its restraint that one cannot look for long.
The secret is too plain. The pity of it smarts,
Makes hot tears spurt: that the soul is not a soul,
Has no secret, is small, and it fits
Its hollow perfectly: its room, our moment of attention.
That is the tune but there are no words.
The words are only speculation
(From the Latin speculum, mirror):
They seek and cannot find the meaning of the music.
We see only postures of the dream,
Riders of the motion that swings the face
Into view under evening skies, with no
False disarray as proof of authenticity.
But it is life englobed.
One would like to stick one’s hand
Out of the globe, but its dimension,
What carries it, will not allow it.
No doubt it is this, not the reflex
To hide something, which makes the hand loom large
As it retreats slightly. There is no way
To build it flat like a section of wall:
It must join the segment of a circle,
Roving back to the body of which it seems
So unlikely a part, to fence in and shore up the face
On which the effort of this condition reads
Like a pinpoint of a smile, a spark
Or star one is not sure of having seen
As darkness resumes. A perverse light whose
Imperative of subtlety dooms in advance its
Conceit to light up: unimportant but meant.
Francesco, your hand is big enough
To wreck the sphere, and too big,
One would think, to weave delicate meshes
That only argue its further detention.
(Big, but not coarse, merely on another scale,
Like a dozing whale on the sea bottom
In relation to the tiny, self-important ship
On the surface.) But your eyes proclaim
That everything is surface. The surface is what’s there
And nothing can exist except what’s there.
There are no recesses in the room, only alcoves,
And the window doesn’t matter much, or that
Sliver of window or mirror on the right, even
As a gauge of the weather, which in French is
Le temps, the word for time, and which
Follows a course wherein changes are merely
Features of the whole. The whole is stable within
Instability, a globe like ours, resting
On a pedestal of vacuum, a ping-pong ball
Secure on its jet of water.
And just as there are no words for the surface, that is,
No words to say what it really is, that it is not
Superficial but a visible core, then there is
No way out of the problem of pathos vs. experience.
You will stay on, restive, serene in
Your gesture which is neither embrace nor warning
But which holds something of both in pure
Affirmation that doesn’t affirm anything.

The balloon pops, the attention
Turns dully away. Clouds
In the puddle stir up into sawtoothed fragments.
I think of the friends
Who came to see me, of what yesterday
Was like. A peculiar slant
Of memory that intrudes on the dreaming model
In the silence of the studio as he considers
Lifting the pencil to the self-portrait.
How many people came and stayed a certain time,
Uttered light or dark speech that became part of you
Like light behind windblown fog and sand,
Filtered and influenced by it, until no part
Remains that is surely you. Those voices in the dusk
Have told you all and still the tale goes on
In the form of memories deposited in irregular
Clumps of crystals. Whose curved hand controls,
Francesco, the turning seasons and the thoughts
That peel off and fly away at breathless speeds
Like the last stubborn leaves ripped
From wet branches? I see in this only the chaos
Of your round mirror which organizes everything
Around the polestar of your eyes which are empty,
Know nothing, dream but reveal nothing.
I feel the carousel starting slowly
And going faster and faster: desk, papers, books,
Photographs of friends, the window and the trees
Merging in one neutral band that surrounds
Me on all sides, everywhere I look.
And I cannot explain the action of leveling,
Why it should all boil down to one
Uniform substance, a magma of interiors.
My guide in these matters is your self,
Firm, oblique, accepting everything with the same
Wraith of a smile, and as time speeds up so that it is soon
Much later, I can know only the straight way out,
The distance between us. Long ago
The strewn evidence meant something,
The small accidents and pleasures
Of the day as it moved gracelessly on,
A housewife doing chores. Impossible now
To restore those properties in the silver blur that is
The record of what you accomplished by sitting down
“With great art to copy all that you saw in the glass”
So as to perfect and rule out the extraneous
Forever. In the circle of your intentions certain spars
Remain that perpetuate the enchantment of self with self:
Eyebeams, muslin, coral. It doesn’t matter
Because these are things as they are today
Before one’s shadow ever grew
Out of the field into thoughts of tomorrow.

Tomorrow is easy, but today is uncharted,
Desolate, reluctant as any landscape
To yield what are laws of perspective
After all only to the painter’s deep
Mistrust, a weak instrument though
Necessary. Of course some things
Are possible, it knows, but it doesn’t know
Which ones. Some day we will try
To do as many things as are possible
And perhaps we shall succeed at a handful
Of them, but this will not have anything
To do with what is promised today, our
Landscape sweeping out from us to disappear
On the horizon. Today enough of a cover burnishes
To keep the supposition of promises together
In one piece of surface, letting one ramble
Back home from them so that these
Even stronger possibilities can remain
Whole without being tested. Actually
The skin of the bubble-chamber’s as tough as
Reptile eggs; everything gets “programmed” there
In due course: more keeps getting included
Without adding to the sum, and just as one
Gets accustomed to a noise that
Kept one awake but now no longer does,
So the room contains this flow like an hourglass
Without varying in climate or quality
(Except perhaps to brighten bleakly and almost
Invisibly, in a focus sharpening toward death—more
Of this later). What should be the vacuum of a dream
Becomes continually replete as the source of dreams
Is being tapped so that this one dream
May wax, flourish like a cabbage rose,
Defying sumptuary laws, leaving us
To awake and try to begin living in what
Has now become a slum. Sydney Freedberg in his
Parmigianino says of it: “Realism in this portrait
No longer produces an objective truth, but a bizarria
However its distortion does not create
A feeling of disharmony… The forms retain
A strong measure of ideal beauty,” because
Fed by our dreams, so inconsequential until one day
We notice the hole they left. Now their importance
If not their meaning is plain. They were to nourish
A dream which includes them all, as they are
Finally reversed in the accumulating mirror.
They seemed strange because we couldn’t actually see them.
And we realize this only at a point where they lapse
Like a wave breaking on a rock, giving up
Its shape in a gesture which expresses that shape.
The forms retain a strong measure of ideal beauty
As they forage in secret on our idea of distortion.
Why be unhappy with this arrangement, since
Dreams prolong us as they are absorbed?
Something like living occurs, a movement
Out of the dream into its codification.

As I start to forget it
It presents its stereotype again
But it is an unfamiliar stereotype, the face
Riding at anchor, issued from hazards, soon
To accost others, “rather angel than man” (Vasari).
Perhaps an angel looks like everything
We have forgotten, I mean forgotten
Things that don’t seem familiar when
We meet them again, lost beyond telling,
Which were ours once. This would be the point
Of invading the privacy of this man who
“Dabbled in alchemy, but whose wish
Here was not to examine the subtleties of art
In a detached, scientific spirit: he wished through them
To impart the sense of novelty and amazement to the spectator”
(Freedberg). Later portraits such as the Uffizi
“Gentleman,” the Borghese “Young Prelate” and
The Naples “Antea” issue from Mannerist
Tensions, but here, as Freedberg points out,
The surprise, the tension are in the concept
Rather than its realization.
The consonance of the High Renaissance
Is present, though distorted by the mirror.
What is novel is the extreme care in rendering
The velleities of the rounded reflecting surface
(It is the first mirror portrait),
So that you could be fooled for a moment
Before you realize the reflection
Isn’t yours. You feel then like one of those
Hoffmann characters who have been deprived
Of a reflection, except that the whole of me
Is seen to be supplanted by the strict
Otherness of the painter in his
Other room. We have surprised him
At work, but no, he has surprised us
As he works. The picture is almost finished,
The surprise almost over, as when one looks out,
Startled by a snowfall which even now is
Ending in specks and sparkles of snow.
It happened while you were inside, asleep,
And there is no reason why you should have
Been awake for it, except that the day
Is ending and it will be hard for you
To get to sleep tonight, at least until late.

The shadow of the city injects its own
Urgency: Rome where Francesco
Was at work during the Sack: his inventions
Amazed the soldiers who burst in on him;
They decided to spare his life, but he left soon after;
Vienna where the painting is today, where
I saw it with Pierre in the summer of 1959; New York
Where I am now, which is a logarithm
Of other cities. Our landscape
Is alive with filiations, shuttlings;
Business is carried on by look, gesture,
Hearsay. It is another life to the city,
The backing of the looking glass of the
Unidentified but precisely sketched studio. It wants
To siphon off the life of the studio, deflate
Its mapped space to enactments, island it.
That operation has been temporarily stalled
But something new is on the way, a new preciosity
In the wind. Can you stand it,
Francesco? Are you strong enough for it?
This wind brings what it knows not, is
Self-propelled, blind, has no notion
Of itself. It is inertia that once
Acknowledged saps all activity, secret or public:
Whispers of the word that can’t be understood
But can be felt, a chill, a blight
Moving outward along the capes and peninsulas
Of your nervures and so to the archipelagoes
And to the bathed, aired secrecy of the open sea.
This is its negative side. Its positive side is
Making you notice life and the stresses
That only seemed to go away, but now,
As this new mode questions, are seen to be
Hastening out of style. If they are to become classics
They must decide which side they are on.
Their reticence has undermined
The urban scenery, made its ambiguities
Look willful and tired, the games of an old man.
What we need now is this unlikely
Challenger pounding on the gates of an amazed
Castle. Your argument, Francesco,
Had begun to grow stale as no answer
Or answers were forthcoming. If it dissolves now
Into dust, that only means its time had come
Some time ago, but look now, and listen:
It may be that another life is stocked there
In recesses no one knew of; that it,
Not we, are the change; that we are in fact it
If we could get back to it, relive some of the way
It looked, turn our faces to the globe as it sets
And still be coming out all right:
Nerves normal, breath normal. Since it is a metaphor
Made to include us, we are a part of it and
Can live in it as in fact we have done,
Only leaving our minds bare for questioning
We now see will not take place at random
But in an orderly way that means to menace
Nobody—the normal way things are done,
Like the concentric growing up of days
Around a life: correctly, if you think about it.

A breeze like the turning of a page
Brings back your face: the moment
Takes such a big bite out of the haze
Of pleasant intuition it comes after.
The locking into place is “death itself,”
As Berg said of a phrase in Mahler’s Ninth;
Or, to quote Imogen in Cymbeline, “There cannot
Be a pinch in death more sharp than this,” for,
Though only exercise or tactic, it carries
The momentum of a conviction that had been building.
Mere forgetfulness cannot remove it
Nor wishing bring it back, as long as it remains
The white precipitate of its dream
In the climate of sighs flung across our world,
A cloth over a birdcage. But it is certain that
What is beautiful seems so only in relation to a specific
Life, experienced or not, channeled into some form
Steeped in the nostalgia of a collective past.
The light sinks today with an enthusiasm
I have known elsewhere, and known why
It seemed meaningful, that others felt this way
Years ago. I go on consulting
This mirror that is no longer mine
For as much brisk vacancy as is to be
My portion this time. And the vase is always full
Because there is only just so much room
And it accommodates everything. The sample
One sees is not to be taken as
Merely that, but as everything as it
May be imagined outside time—not as a gesture
But as all, in the refined, assimilable state.
But what is this universe the porch of
As it veers in and out, back and forth,
Refusing to surround us and still the only
Thing we can see? Love once
Tipped the scales but now is shadowed, invisible,
Though mysteriously present, around somewhere.
But we know it cannot be sandwiched
Between two adjacent moments, that its windings
Lead nowhere except to further tributaries
And that these empty themselves into a vague
Sense of something that can never be known
Even though it seems likely that each of us
Knows what it is and is capable of
Communicating it to the other. But the look
Some wear as a sign makes one want to
Push forward ignoring the apparent
Naïveté of the attempt, not caring
That no one is listening, since the light
Has been lit once and for all in their eyes
And is present, unimpaired, a permanent anomaly,
Awake and silent. On the surface of it
There seems no special reason why that light
Should be focused by love, or why
The city falling with its beautiful suburbs
Into space always less clear, less defined,
Should read as the support of its progress,
The easel upon which the drama unfolded
To its own satisfaction and to the end
Of our dreaming, as we had never imagined
It would end, in worn daylight with the painted
Promise showing through as a gage, a bond.
This nondescript, never-to-be defined daytime is
The secret of where it takes place
And we can no longer return to the various
Conflicting statements gathered, lapses of memory
Of the principal witnesses. All we know
Is that we are a little early, that
Today has that special, lapidary
Todayness that the sunlight reproduces
Faithfully in casting twig-shadows on blithe
Sidewalks. No previous day would have been like this.
I used to think they were all alike,
That the present always looked the same to everybody
But this confusion drains away as one
Is always cresting into one’s present.
Yet the “poetic,” straw-colored space
Of the long corridor that leads back to the painting,
Its darkening opposite—is this
Some figment of “art,” not to be imagined
As real, let alone special? Hasn’t it too its lair
In the present we are always escaping from
And falling back into, as the waterwheel of days
Pursues its uneventful, even serene course?
I think it is trying to say it is today
And we must get out of it even as the public
Is pushing through the museum now so as to
Be out by closing time. You can’t live there.
The gray glaze of the past attacks all know-how:
Secrets of wash and finish that took a lifetime
To learn and are reduced to the status of
Black-and-white illustrations in a book where colorplates
Are rare. That is, all time
Reduces to no special time. No one
Alludes to the change; to do so might
Involve calling attention to oneself
Which would augment the dread of not getting out
Before having seen the whole collection
(Except for the sculptures in the basement:
They are where they belong).
Our time gets to be veiled, compromised
By the portrait’s will to endure. It hints at
Our own, which we were hoping to keep hidden.
We don’t need paintings or
Doggerel written by mature poets when
The explosion is so precise, so fine.
Is there any point even in acknowledging
The existence of all that? Does it
Exist? Certainly the leisure to
Indulge stately pastimes doesn’t,
Any more. Today has no margins, the event arrives
Flush with its edges, is of the same substance,
Indistinguishable. “Play” is something else;
It exists, in a society specifically
Organized as a demonstration of itself.
There is no other way, and those assholes
Who would confuse everything with their mirror games
Which seem to multiply stakes and possibilities, or
At least confuse issues by means of an investing
Aura that would corrode the architecture
Of the whole in a haze of suppressed mockery,
Are beside the point. They are out of the game,
Which doesn’t exist until they are out of it.
It seems like a very hostile universe
But as the principle of each individual thing is
Hostile to, exists at the expense of all the others
As philosophers have often pointed out, at least
This thing, the mute, undivided present,
Has the justification of logic, which
In this instance isn’t a bad thing
Or wouldn’t be, if the way of telling
Didn’t somehow intrude, twisting the end result
Into a caricature of itself. This always
Happens, as in the game where
A whispered phrase passed around the room
Ends up as something completely different.
It is the principle that makes works of art so unlike
What the artist intended. Often he finds
He has omitted the thing he started out to say
In the first place. Seduced by flowers,
Explicit pleasures, he blames himself (though
Secretly satisfied with the result), imagining
He had a say in the matter and exercised
An option of which he was hardly conscious,
Unaware that necessity circumvents such resolutions
So as to create something new
For itself, that there is no other way,
That the history of creation proceeds according to
Stringent laws, and that things
Do get done in this way, but never the things
We set out to accomplish and wanted so desperately
To see come into being. Parmigianino
Must have realized this as he worked at his
Life-obstructing task. One is forced to read
The perfectly plausible accomplishment of a purpose
Into the smooth, perhaps even bland (but so
Enigmatic) finish. Is there anything
To be serious about beyond this otherness
That gets included in the most ordinary
Forms of daily activity, changing everything
Slightly and profoundly, and tearing the matter
Of creation, any creation, not just artistic creation
Out of our hands, to install it on some monstrous, near
Peak, too close to ignore, too far
For one to intervene? This otherness, this
“Not-being-us” is all there is to look at
In the mirror, though no one can say
How it came to be this way. A ship
Flying unknown colors has entered the harbor.
You are allowing extraneous matters
To break up your day, cloud the focus
Of the crystal ball. Its scene drifts away
Like vapor scattered on the wind. The fertile
Thought-associations that until now came
So easily, appear no more, or rarely. Their
Colorings are less intense, washed out
By autumn rains and winds, spoiled, muddied,
Given back to you because they are worthless.
Yet we are such creatures of habit that their
Implications are still around en permanence, confusing
Issues. To be serious only about sex
Is perhaps one way, but the sands are hissing
As they approach the beginning of the big slide
Into what happened. This past
Is now here: the painter’s
Reflected face, in which we linger, receiving
Dreams and inspirations on an unassigned
Frequency, but the hues have turned metallic,
The curves and edges are not so rich. Each person
Has one big theory to explain the universe
But it doesn’t tell the whole story
And in the end it is what is outside him
That matters, to him and especially to us
Who have been given no help whatever
In decoding our own man-size quotient and must rely
On second-hand knowledge. Yet I know
That no one else’s taste is going to be
Any help, and might as well be ignored.
Once it seemed so perfect—gloss on the fine
Freckled skin, lips moistened as though about to part
Releasing speech, and the familiar look
Of clothes and furniture that one forgets.
This could have been our paradise: exotic
Refuge within an exhausted world, but that wasn’t
In the cards, because it couldn’t have been
The point. Aping naturalness may be the first step
Toward achieving an inner calm
But it is the first step only, and often
Remains a frozen gesture of welcome etched
On the air materializing behind it,
A convention. And we have really
No time for these, except to use them
For kindling. The sooner they are burnt up
The better for the roles we have to play.
Therefore I beseech you, withdraw that hand,
Offer it no longer as shield or greeting,
The shield of a greeting, Francesco:
There is room for one bullet in the chamber:
Our looking through the wrong end
Of the telescope as you fall back at a speed
Faster than that of light to flatten ultimately
Among the features of the room, an invitation
Never mailed, the “it was all a dream”
Syndrome, though the “all” tells tersely
Enough how it wasn’t. Its existence
Was real, though troubled, and the ache
Of this waking dream can never drown out
The diagram still sketched on the wind,
Chosen, meant for me and materialized
In the disguising radiance of my room.
We have seen the city; it is the gibbous
Mirrored eye of an insect. All things happen
On its balcony and are resumed within,
But the action is the cold, syrupy flow
Of a pageant. One feels too confined,
Sifting the April sunlight for clues,
In the mere stillness of the ease of its
Parameter. The hand holds no chalk
And each part of the whole falls off
And cannot know it knew, except
Here and there, in cold pockets
Of remembrance, whispers out of time.

John Ashbery

da “Self-Portrait in a Convex Mirror”, Penguin Publishing Group, 1972

La storia delle nostre vite – Mark Strand

A Howard Moss
1

Leggiamo la storia delle nostre vite
che si svolge in una stanza.
La stanza si affaccia su una strada.
Là fuori non c’è nessuno,
non c’è rumore alcuno.
Le piante sono appesantite dalle foglie,
le auto parcheggiate sempre ferme.
Continuiamo a voltar pagina,
sperando vi sia qualcosa,
qualcosa come grazia o mutamento,
una linea nera che ci unisca
o ci separi.
A conti fatti, parrebbe
che il libro delle nostre vite sia vuoto.
I mobili nella stanza non li si sposta mai,
e i tappeti si fanno più scuri ogni volta
che le nostre ombre vi trascorrono.
Pare quasi che la stanza sia il mondo.
Seduti fianco a fianco sul divano,
leggiamo del divano.
Diciamo che è ideale.
È ideale.

2

Leggiamo la storia delle nostre vite
come ne fossimo parte,
come l’avessimo scritta noi.
È un tema ricorrente.
In un capitolo
mi appoggio allo schienale e metto il libro da parte
perché il libro dice che è quello che faccio.
Mi appoggio allo schienale e comincio
a scrivere qualcosa che parla del libro.
Scrivo che vorrei spingermi oltre il libro,
oltre la mia vita in un’altra vita.
Ripongo la penna.
Il libro dice: Lui ripose la penna
e si volse a guardarla leggere
il brano in cui lei si innamorava.
Il libro è più preciso di quanto riusciamo a immaginare.
Mi appoggio allo schienale e ti guardo leggere
qualcosa sull’uomo che sta al di là della strada.
Hanno costruito una casa di là,
e un giorno ne è uscito un uomo.
Ti sei innamorata di lui
perché sapevi non sarebbe mai venuto a trovarti,
non avrebbe mai saputo che attendevi.
Sera dopo sera avresti poi detto
che era come me.
Mi appoggio allo schienale e ti guardo invecchiare senza di me.
Il sole ti si posa sui capelli d’argento.
I tappeti, i mobili,
paiono quasi immaginari, adesso.
Lei continuava a leggere.
Pareva non considerare l’assenza di lui
di particolare importanza,
come chi in una giornata stupenda considera
il tempo un disastro
perché non gli ha fatto cambiare idea.
Strizzi gli occhi.
Hai l’impulso di chiudere il libro
che descrive la mia resistenza:
dice che quando mi appoggio allo schienale immagino
la mia vita senza di te, immagino di trasferirmi
in un’altra vita, un altro libro.
Descrive la tua dipendenza dal desiderio,
dice che le rivelazioni momentanee
di un’intenzione ti impauriscono.
Il libro descrive assai più di quanto dovrebbe.
Il libro vuole separarci.

3

Stamattina al risveglio credevo
che nelle nostre vite non ci fosse altro
che la storia delle nostre vite.
Quando esprimesti disaccordo indicai
il punto nel libro in cui esprimevi disaccordo.
Ti sei riaddormentata e ho iniziato a leggere
quei passi oscuri che solevi provare a indovinare
mentre venivano scritti
e per cui perdevi interesse una volta divenuti
parte della storia.
In un brano vesti fredde di luna
drappeggiano le sedie nella stanza di un uomo.
Lui sogna una donna le cui vesti sono perse,
e che siede in giardino e aspetta.
Lei crede che amore sia sacrificio.
Il brano descrive la sua morte
e lei non viene mai nominata,
e questa è una delle cose
che di lei non si sopportano.
Poco dopo veniamo a sapere
che l’uomo che sogna abita
nella casa nuova di fronte.
Stamattina dopo che ti sei riaddormentata
ho cominciato a sfogliare la prima parte del libro:
era come sfogliare l’infanzia,
tante di quelle cose parevano svanite,
tante di quelle cose parevano ritornare in vita.
Non sapevo che fare.
Il libro diceva: In quegli attimi era il libro dell’uomo.
Una corona tetra gli cingeva sgradevole la testa.
Era il breve sovrano della discordia interiore ed esteriore,
pavido nel proprio regno.

4

Prima che ti svegliassi
ho letto un altro passo che descriveva la tua assenza
e raccontava che dormi per invertire
il fluire della tua vita.
Mi sono commosso per la mia solitudine nel leggerlo,
conscio che ciò che provo è la forma grezza
e mal riuscita di una storia
che potrebbe non venir mai raccontata.
Leggevo e mi commuovevo al desiderio di offrirmi
alla casa del tuo sonno.

Voleva vederla nuda e vulnerabile,
vederla nelle trame accantonate, scartate
dei vecchi sogni, i costumi e le maschere
di stati irraggiungibili.
Era come se venissero irresistibilmente
attratti dal fallimento.
Era difficile continuare a leggere.
Ero stanco e volevo rinunciare.
Il libro pareva rendersene conto.
Accennai a cambiare argomento.
Ho atteso che ti svegliassi senza sapere
quanto ho aspettato,
e pareva che non stessi più leggendo.
Sentivo il vento passare
come un flusso di sospiri
e sentivo il brivido delle foglie
sull’albero oltre la finestra.
Nel libro lo si sarebbe ritrovato.
Vi si sarebbe ritrovato tutto.
Ho guardato il tuo volto
e ho letto gli occhi, il naso, la bocca…

5

Se solo vi fosse un attimo perfetto nel libro;
se solo potessimo vivere in quell’attimo,
potremmo ricominciare il libro
come se non l’avessimo scritto,
come se non fossimo in esso.
Ma gli accessi oscuri
a ogni pagina sono troppo numerosi
e le vie di fuga troppo anguste.
Leggiamo tutto il giorno.
Ogni pagina girata è  una candela
che ci si muove nella mente.
Ogni attimo è una causa persa.
Se solo potessimo smettere di leggere.
Lui non volle mai leggere altro libro
e lei continuava a fissare la strada.
Le auto c’erano ancora,
le copriva l’ombra fitta degli alberi.
Le imposte della casa nuova erano chiuse.
Forse l’uomo che vi abitava,
l’uomo che lei amava, leggeva
la storia di un’altra vita.
Lei immaginava un salotto spoglio,
un caminetto freddo, un uomo seduto
a scrivere una lettera a una donna
che ha sacrificato la vita per amore.
Se vi fosse un attimo perfetto nel libro,
sarebbe l’ultimo.
Il libro non parla mai delle cause dell’amore.
Sostiene che la confusione è un bene necessario.
Non spiega mai. Rivela.

6

II giorno continua.
Studiamo quel che ci ricordiamo.
Guardiamo nello specchio oltre la stanza.
Non sopportiamo d’essere soli.
Il libro continua.
Ammutolirono senza sapere come iniziare
il dialogo necessario.
Erano le parole soprattutto a creare divisioni,
a creare solitudine.
Attendevano.
Voltavano le pagine nella speranza
che accadesse qualcosa.
Rattoppavano le loro vite in segreto:
ogni sconfitta perdonata perché non poteva essere messa alla prova,
ogni dolore premiato perché irreale.
Non facevano nulla.

7

Il libro non sopravviverà.
Ne siamo prova vivente.
È buio fuori, nella stanza è più buio.
Sento che respiri.
Mi chiedi se sono stanco,
se voglio leggere ancora.
Sì, sono stanco.
Sì, voglio leggere ancora.
Dico sì a tutto.
Non puoi sentirmi.
Stavano seduti fianco a fianco sul divano.
Erano le copie, gli spettri esausti
di qualcosa che erano stati in precedenza.
Assumevano atteggiamenti spossati.
Fissavano il libro
ed erano orripilati dalla propria ingenuità,
dalla riluttanza ad arrendersi.
Stavano seduti fianco a fianco sul divano.
Erano decisi ad accettare la verità.
Qualunque fosse l’avrebbero accettata.
Il libro lo si sarebbe dovuto scrivere
e lo si sarebbe dovuto leggere.
Sono loro il libro e non sono
niente altro.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “L’inizio di una sedia”, Donzelli Poesia, 1999

∗∗∗

The story of our lives

                                                                  for Howard Moss
1

We are reading the story of our lives
which takes place in a room.
The room looks out on a street.
There is no one there,
no sound of anything.
The trees are heavy with leaves,
the parked cars never move.
We keep turning the pages,
hoping for something,
something like mercy or change,
a black line that would bind us
or keep us apart.
The way it is, it would seem
the book of our lives is empty.
The furniture in the room is never shifted,
and the rugs become darker each time
our shadows pass over them.
It is almost as if the room were the world.
We sit beside each other on the couch,
reading about the couch.
We say it is ideal.
It is ideal.

2

We are reading the story of our lives
as though we were in it,
as though we had written it.
This comes up again and again.
In one of the chapters
I lean back and push the book aside
because the book says
it is what I am doing.
I lean back and begin to write about the book.
I write that I wish to move beyond the book,
beyond my life into another life.
I put the pen down.
The book says: He put the pen down
and turned and watched her reading
the part about herself falling in love.
The book is more accurate than we can imagine.
I lean back and watch you read
about the man across the street.
They built a house there,
and one day a man walked out of it.
You fell in love with him
because you knew he would never visit you,
would never know you were waiting.
Night after night you would say
that he was like me.
I lean back and watch you grow older without me.
Sunlight falls on your silver hair.
The rugs, the furniture,
seem almost imaginary now.
She continued to read.
She seemed to consider his absence
of no special importance,
as someone on a perfect day will consider
the weather a failure
because it did not change his mind.
You narrow your eyes.
You have the impulse to close the book
which describes my resistance:
how when I lean back I imagine
my life without you, imagine moving
into another life, another book.
It describes your dependence on desire,
how the momentary disclosures
of purpose make you afraid.
The book describes much more than it should.
It wants to divide us.

3

This morning I woke and believed
there was no more to our lives
than the story of our lives.
When you disagreed, I pointed
to the place in the book where you disagreed.
You fell back to sleep and I began to read
those mysterious parts you used to guess at
while they were being written
and lose interest in after they became
part of the story.
In one of them cold dresses of moonlight
are draped over the backs of chairs in a man’s room.
He dreams of a woman whose dresses are lost,
who sits on a stone bench in a garden
and believes in wonders.
For her love is a sacrifice.
The part describes her death
and she is never named,
which is one of the things
you could not stand about her.
A little later we learn
that the dreaming man lives
in the new house across the street.
This morning after you fell back to sleep
I began to turn pages early in the book:
it was like dreaming of childhood,
so much seemed to vanish,
so much seemed to come to life again.
I did not know what to do.
The book said: In those moments it was his book.
A bleak crown rested uneasily on his head.
He was the brief ruler of inner and outer discord,
anxious in his own kingdom.

4

Before you woke
I read another part that described your absence
and told how you sleep to reverse
the progress of your life.
I was touched by my own loneliness as I read,
knowing that what I feel is often the crude
and unsuccessful form of a story
that may never be told.
I read and was moved by a desire to offer myself
to the house of your sleep.
He wanted to see her naked and vulnerable,
to see her in the refuse, the discarded
plots of old dreams, the costumes and masks
of unattainable states.
It was as if he were drawn
irresistibly to failure.
It was hard to keep reading.
I was tired and wanted to give up.
The book seemed aware of this.
It hinted at changing the subject.
I waited for you to wake not knowing
how long I waited,
and it seemed that I was no longer reading.
I heard the wind passing
like a stream of sighs
and I heard the shiver of leaves
in the trees outside the window.
It would be in the book.
Everything would be there.
I looked at your face
and I read the eyes, the nose, the mouth…

5

If only there were a perfect moment in the book;
if only we could live in that moment,
we could begin the book again
as if we had not written it,
as if we were not in it.
But the dark approaches
to any page are too numerous
and the escapes are too narrow.
We read through the day.
Each page turning is like a candle
moving through the mind.
Each moment is like a hopeless cause.
If only we could stop reading.
He never wanted to read another book
and she kept staring into the street.
The cars were still there,
the deep shade of trees covered them.
The shades were drawn in the new house.
Maybe the man who lived there,
the man she loved, was reading
the story of another life.
She imagined a dank, heartless parlor,
a cold fireplace, a man sitting
writing a letter to a woman
who has sacrificed her life for love.
If there were a perfect moment in the book,
it would be the last.
The book never discusses the causes of love.
It claims confusion is a necessary good.
It never explains. It only reveals.

6

The day goes on.
We study what we remember.
We look into the mirror across the room.
We cannot bear to be alone.
The book goes on.
They became silent and did not know how to begin
the dialogue which was necessary.
It was words that created divisions in the first place,
that created loneliness.
They waited.
They would turn the pages, hoping
something would happen.
They would patch up their lives in secret:
each defeat forgiven because it could not be tested,
each pain rewarded because it was unreal.
They did nothing.

7

The book will not survive.
We are the living proof of that.
It is dark outside, in the room it is darker.
I hear your breathing.
You are asking me if I am tired,
if I want to keep reading.
Yes, I am tired.
Yes, I want to keep reading.
I say yes to everything.
You cannot hear me.
They sat beside each other on the couch.
They were the copy, the tired phantoms
of something they had been before.
The attitudes they took were jaded.
They stared into the book
and were horrified by their innocence,
their reluctance to give up.
They sat beside each other on the couch.
They were determined to accept the truth.
Whatever it was they would accept it.
The book would have to be written
and would have to be read.
They are the book and they are
nothing else.

Mark Strand

da “The Story of Our Lives”, Atheneum, 1973 

Paura della morte – John Ashbery

Peter Marlow, Kingswear Castle, Devon, England, 1998

 

Cos’è che ho adesso
ed è come sono diventato?
Non esiste uno stato libero dalle linee di confine
del prima e del dopo? La finestra è aperta oggi

e l’aria vi si riversa con note di piano
tra le gonne, come a dire: “Guarda, John,
ti ho portato questi e quest’altri” – vale a dire
alcuni Beethoven, qualche Brahms,

alcune note del miglior Poulenc… Sì,
è di nuovo libera, l’aria, deve continuare a ripetersi
perché altro non sa fare.
Voglio stare con lei per la paura

che mi trattiene dal salire certe scale,
dal bussare a certe porte, la paura di diventare vecchio
in solitudine, e di non trovare nessuno nella sera alla fine
del sentiero tranne un altro me stesso

che accenna col capo un brusco saluto: “Be’, ce n’hai messo di tempo,
ma adesso siamo insieme di nuovo, questo conta.”
Aria sul mio cammino, questo lo potresti abbreviare,
ma il vento s’è spento, e il silenzio è l’ultima parola.

John Ashbery

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Autoritratto entro uno specchio convesso”, Bompiani, 2019

∗∗∗

Fear of death

What is it now with me
And is it as I have become?
Is there no state free from the boundary lines
Of before and after? The window is open today

And the air pours in with piano notes
In its skirts, as though to say, “Look, John,
I’ve brought these and these”—that is,
A few Beethovens, some Brahmses,

A few choice Poulenc notes… Yes,
It is being free again, the air, it has to keep coming back
Because that’s all it’s good for.
I want to stay with it out of fear

That keeps me from walking up certain steps,
Knocking at certain doors, fear of growing old
Alone, and of finding no one at the evening end
Of the path except another myself

Nodding a curt greeting: “Well, you’ve been awhile
But now we’re back together, which is what counts.”
Air in my path, you could shorten this,
But the breeze has dropped, and silence is the last word.

John Ashbery

da “Self-Portrait in a Convex Mirror”, Penguin Publishing Group, 1972

Il mio nome – Mark Strand

 

Una sera che il prato era verdeoro e gli alberi,
marmo venato alla luna, si ergevano come nuovi mausolei
nell’aria fragrante, e la campagna tutta palpitava
di strida e brusii di insetti, io stavo sdraiato sull’erba,
ad ascoltare le immense distanze aprirsi su di me, e mi chiedevo
cosa sarei diventato e dove mi sarei trovato,
e per quanto a malapena esistessi, per un attimo sentii
che il cielo vasto e affollato di stelle era mio, e udii
il mio nome come per la prima volta, lo udii come
si sente il vento o la pioggia, ma flebile e distante
come se appartenesse non a me ma al silenzio
dal quale era venuto e al quale sarebbe tornato.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni con Moira Egan)

da “Uomo e cammello”, 2006, in “Mark Strand, Tutte le poesie”, Mondadori, 2019

∗∗∗

My Name

Once when the lawn was a golden green
and the marbled moonlit trees rose like fresh memorials
in the scented air, and the whole countryside pulsed
with the chirr and murmur of insects, I lay in the grass,
feeling the great distances open above me, and wondered
what I would become and where I would find myself,
and though I barely existed, I felt for an instant
that the vast star-clustered sky was mine, and I heard
my name as if for the first time, heard it the way
one hears the wind or the rain, but faint and far off
as though it belonged not to me but to the silence
from which it had come and to which it would go.

Mark Strand

da “Man and Camel” 2006, inMark Strand, New Selected Poems”, Knopf Doubleday Publishing Group, 2009