La collina – Mark Strand

 

Sono arrivato fin qui con le mie gambe,
perso l’autobus, persi i taxi,
sempre in salita. Un piede avanti all’altro,
è così che faccio.

Non mi inquieta, la collina di cui non vedo fine.
Erba sul ciglio della strada, un albero che fa risuonare
le foglie nere. E allora?
Più cammino, più mi allontano da tutto.

Un piede avanti all’altro. Passano le ore.
Un piede avanti all’altro. Passano gli anni.
I colori dell’arrivo sbiadiscono.
È così che faccio.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Il futuro non è più quello di una volta”, minimum fax, Roma, 2006

∗∗∗

The hill

I have come this far on my own legs,
missing the bus, missing taxis,
climbing always. One foot in front of the other,
that is the way I do it.

It does not bother me, the way the hill goes on.
Grass beside the road, a tree rattling
its black leaves. So what?
The longer I walk, the farther I am from everything.

One foot in front of the other. The hours pass.
One foot in front of the other. The years pass.
The colors of arrival fade.
That is the way I do it.

Mark Strand

da “Darker: poems”, Atheneum, 1970

Cartografie del silenzio – Adrienne Rich

Wolfgang Sievers, Berlin, 1938

1.

Una conversazione inizia
con una menzogna. E chiunque

parli la cosiddetta lingua comune avverte
lo spaccarsi dell’iceberg, la deriva

come impotente, come contro
una forza della natura

Una poesia può iniziare
con una menzogna. Ed essere strappata.

Una conversazione segue altre leggi
si ricarica con la propria

falsa energia. Non può essere
strappata. Ci si infiltra nel sangue. Si ripete.

Con la sua punta irreversibile incide
l’isolamento che nega.

2.

Il programma di musica classica
che per ore e ore risuona nell’appartamento

il sollevare e risollevare
e sollevare ancora il telefono

le sillabe che scandiscono
ora e sempre il vecchio soggetto

la solitudine del bugiardo
che abita la rete convenzionale della bugia

gira i comandi per affogare il terrore
sotto la parola non detta

3.

La tecnologia del silenzio
I rituali, il bon ton

la confusione di termini
silenzio non assenza

di parole o musica o persino
suoni grezzi

II silenzio può essere un piano
rigorosamente eseguito

la cianografia di una vita

È una presenza
ha una storia         una forma

Non confonderlo
con alcun tipo di assenza

4.

Quanto calme, quanto inoffensive queste parole
cominciano a sembrarmi

se pure iniziate in dolore e rabbia
Posso sfondare questa pellicola di astrazione

senza ferire me o te?
Qui c’è abbastanza sofferenza

È per questo che suona la stazione classica o jazz?
Per dare una base di senso alla nostra sofferenza?

5.

Il silenzio che denuda:
nella Passione di Giovanna d’Arco di Dreyer

la faccia di Falconetti, capelli tosati, una vasta geografia
silenziosamente percorsa dalla cinepresa

Se esistesse una poesia in cui ciò potesse accadere
e non come spazi bianchi o parole

stese come una pelle sui significati
ma come il silenzio che viene alla fine

di una notte che due persone hanno passato
parlando fino all’alba

6.

L’urlo
di una voce illegittima

Ha smesso di sentirsi, e quindi
si chiede

Come riesco a esistere?

Questo era il silenzio che volevo rompere in te
con domande, ma non avresti risposto

con risposte, ma non le avresti utilizzate
Tutto vano per te e forse per altri

7.

Era un vecchio tema anche per me:
Il linguaggio non è onnipotente –

disegnalo sui muri dove
i poeti morti riposano nei loro mausolei

Se a un cenno del poeta la poesia
potesse trasformarsi in una cosa

un fianco di granito messo a nudo, una testa alzata
accesa di rugiada

Se potesse semplicemente guardarti in faccia
con le cornee nude, inchiodandoti

fino a quando tu – e io che sogno questa cosa –
fossimo finalmente fatti luce insieme nel suo sguardo

8.

No. Lasciami questa polvere,
queste nubi esangui cupamente sospese, queste parole

che si muovono con la feroce precisione
delle dita del bambino cieco

o della bocca dell’infante
violenta per la fame

Nessuno può darmelo, già da tempo
ho assunto questo metodo

della crusca fuoriuscita dalla trama del sacco troppo larga
o della fiamma blu del gas al minimo

Se di tanto in tanto invidio
le pure epifanie allo sguardo

la visio beatifica
se di tanto in tanto sogno di voltarmi

come lo ierofante eleusino
con la sua semplice spiga di grano

per tornare al mondo concreto e immortale
quello che in fondo continuo a scegliere

sono queste parole, questi sussurri, conversazioni
da cui di tanto in tanto la verità erompe umida e verde.

Adrienne Rich

1975

(Traduzione di Maria Luisa Vezzali)

da “Il sogno di un linguaggio comune”, in “Cartografie del silenzio”, Crocetti Editore, 2000

“Dreyer”. Il regista danese, autore di La passione di Giovanna d’Arco (1928), con Renée Falconetti (1893-1946) nella parte della santa.

∗∗∗

Cartographies of Silence

1.

A conversation begins
with a lie. And each

speaker of the so-called common language feels
the ice-floe split, the drift apart

as if powerless, as if up against
a force of nature

A poem can begin
with a lie. And be torn up.

A conversation has other laws
recharges itself with its own

false energy. Cannot be torn
up. Infiltrates our blood. Repeats itself.

Inscribes with its unreturning stylus
the isolation it denies.

2.

The classical music station
playing hour upon hour in the apartment

the picking up and picking up
and again picking up the telephone

The syllables uttering
the old script over and over

The loneliness of the liar
living in the formal network of the lie

twisting the dials to drown the terror
beneath the unsaid word

3.

The technology of silence
The rituals, etiquette

the blurring of terms
silence not absence

of words or music or even
raw sounds

Silence can be a plan
rigorously executed

the blueprint to a life

It is a presence
it has a history        a form

Do not confuse it
with any kind of absence

4.

How calm, how inoffensive these words
begin to seem to me

though begun in grief and anger
Can I break through this film of the abstract

without wounding myself or you
there is enough pain here

This is why the classical or the jazz music station plays?
to give a ground of meaning to our pain?

5.

The silence that strips bare:
In Dreyer’s Passion of Joan

Falconetti’s face, hair shorn, a great geography
mutely surveyed by the camera

If there were a poetry where this could happen
not as blank spaces or as words

stretched like a skin over meanings
but as silence falls at the end

of a night through which two people
have talked till dawn

6.

The scream
of an illegitimate voice

It has ceased to hear itself, therefore
it asks itself

How do I exist?

This was the silence I wanted to break in you
I had questions but you would not answer

I had answers but you could not use them
This is useless to you and perhaps to others

7.

It was an old theme even for me:
Language cannot do everything—

chalk it on the walls where the dead poets
lie in their mausoleums

If at the will of the poet the poem
could turn into a thing

a granite flank laid bare, a lifted head
alight with dew

If it could simply look you in the face
with naked eyeballs, not letting you turn

till you, and I who long to make this thing,
were finally clarified together in its stare

8.

No. Let me have this dust,
these pale clouds dourly lingering, these words

moving with ferocious accuracy
like the blind child’s fingers

or the newborn infant’s mouth
violent with hunger

No one can give me, I have long ago
taken this method

whether of bran pouring from the loose-woven sack
or of the bunsen-flame turned low and blue

If from time to time I envy
the pure annunciations to the eye

the visio beatifica
if from time to time I long to turn

like the Eleusinian hierophant
holding up a simple ear of grain

for return to the concrete and everlasting world
what in fact I keep choosing

are these words, these whispers, conversations
from which time after time the truth breaks moist and green.

Adrienne Rich

1975

da “The Dream of a Common Language”, 1974-1977, W. W. Norton & Co, 1978

Attenzione – Philip Schultz

Edward Hopper, Cape Cod Evening, 1939

 

Il più delle volte mia moglie ne merita più
di quanta gliene possa dare, un atto di equilibrio
su quando essere visibile, data l’importanza di lei
nella nostra vita complessa. I miei figli, crescendo,
ne hanno meno bisogno, uno sempre meno dell’altro.
Gli amici, invecchiando, ne hanno più bisogno.
Specialmente i morti. Il nostro cane, anche mentre dorme,
ne vuole un po’, chiama con la coda. La casa,
più gliene diamo, più ne vuole. Le pareti hanno bisogno
di essere ringraziate per la loro pazienza e lealtà,
i pavimenti perché sostengono il peso della nostra indifferenza.
Io cerco di non sentirmi troppo in colpa con i miei studenti.
La colpa è essenziale nel nostro rapporto, colpa,
ostinazione e una buona dose di calma. Le mie poesie
saccheggiano quasi tutto, timori, progetti,
congetture e stupori, cercano prove
di infedeltà, frammenti di ispirazione. Indifferenti alla
sofferenza che descrivono, odiano tutto quello
che amo, credono solo nella loro insularità. La mia
carriera, prima quasi inesistente, non ne ha mai
richiesta molta. Ora, sotto forma di lettere,
email, telefonate, non mi permette di dimenticare che esiste,
una nuova amica il cui unico scopo è di mostrarsi
inevitabile. C’è la nostra città, la sua politica, scandali
e impegni, e tutti i bei privilegi ineludibili
della cittadinanza, un’idea che nessuno più comprende.
E poi le guerre, naturalmente, coi loro soliti eccessi
graffianti ipocriti ingigantiti. E c’è anche
la mia felicità, la sua testarda perversa fragilità
che cerca di non farsi notare. A volte
a notte fonda ci abbandoniamo ai ricordi, io e la mia felicità,
nemici di una vita che si godono la reciproca compagnia.

Philip Schultz

(Traduzione di Paola Splendore, con la collaborazione di Maria Baiocchi, Barbara Fiore e Sandro Triulzi)

da “Il dio della solitudine”, a cura di Paola Splendore, Donzelli Poesia, 2018

∗∗∗

Attention

More often than not, my wife deserves more
than I can give her, a balancing act of knowing
when to be visible, given her importance
to our complexity. My sons need less as they
grow older, one always less than the other.
My friends need more as they grow older.
The dead ones, especially. Even while asleep,
our dog needs some, tail beckoning. The more
our house gets, the more it needs. The walls
need to be thanked for their loyalty and patience,
the floors for suffering the weight of our indifference.
I try not to feel too bad about my students.
Guilt is essential to our relationship, guilt,
persistence and a great serenity. My poems
poach nearly everything, my fears, schemes,
conjectures and astonishments, after evidence
of infidelity, scraps of inspiration. Indifferent to
the suffering they describe, they dislike everything
I love, believe only in their insularity. Because
I never really had one before, my career never
used to ask for much. Now, disguised as letters,
emails, phone calls, it never lets me forget it’s there,
a new best friend whose only purpose is to prove
its inevitability. There’s our town, its politics, scandals
and obligations, and all the fine, inescapable privileges
of citizenship in an idea no one understands anymore.
And, yes, the wars, of course, their constant scraping
fork-tongued self-aggrandizing exaggerations. Also,
my happiness, its stubborn, perverse vulnerability
that tries not to call attention to itself. Sometimes,
late at night, we, my happiness and I, reminisce,
lifelong antagonists enjoying each other’s company.

Philip Schultz

da “The God of Loneliness. Selected and New Poems”, Houghton Mifflin Harcourt, 2010

miti mi guardano i tuoi occhi… – John Berryman

Clarence H. White, Julia McCune reading by window, 1896

3.

miti mi guardano i tuoi occhi. Di grano ed aria
è fatto il tuo corpo, muove. Lo evoco, vedi,
d’oltre i secoli.
Penso non resterai. Come indugiamo,
sminuiti, nell’aria fra chi ci ama, implausibilmente
visibili, per chi, un anno, anni, ad intervalli
di tempo: o no; per uno
a lungo estraneo: o no; baluginiamo, e scompariamo.

John Berryman

(Traduzione di Sergio Perosa)

da “Omaggio a Mistress Bradstreet”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

3.

thy eyes look to me mild. Out of maize & air
your body’s made, and moves: I summon, see,
from the centuries it.
I think you won’t stay. How do we
linger, diminished, in our lover’s air,
implausibly visible, to whom, a year, years, over interims; or not;
to a long stranger; or not; shimmer & disappear.

John Berryman

da “Homage to Mistress Bradstreet”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 1956

Una lettera – Anthony Hecht

                   

                    Da un po’ mi sto chiedendo
a cosa pensi, e a questo punto mi sa
                    non a me, certamente.
Ma s’è destato il croco, e l’allodola, e il tremebondo
                    sangue sa quello che sa.
Parla da solo tutta notte, come un mare di luna semovente.

                   Certo, è di te che parla.
All’alba, su cui l’oceano ha issato il suo strascico di lumi,
                   il sole pianta un piede flessuoso
su quello scroscio di specchi, ma il sangue tarla
                   le tiepide notti d’Arabia,
pronunciando il tuo nome pulsante nelle buie radici del cuore.

                   Nome che, certo, resterà innominato.
Comunque, voglio tu sappia che ho fatto del mio meglio,
                   come son sicuro hai fatto anche tu.
Qualcun altro è legato a noi, incolpevole e garbato,
                   il cui nome sta nel garbuglio
delle ciance incessanti. Carissima, il limpido, insepolto blu

                   di quegli abissi è quasi accecante.
Forse ricordi la volta che portasti ai miei fanciulli
                   due uccelletti lanuti.
Ieri il primo mi ha chiesto di te – aveva ritrovato
                   il tuo piccolo tordo tra i suoi trastulli.
E le maree sono montate attorno a me, e sono rimasto muto.

                   C’è poco altro da raccontare.
Si dà il proprio meglio per continuare come in passato,
                   facendo qualche buona azione.
Ma vorrei che tu sapessi che non va tutto bene
                  quando un uomo è ferreo nella negazione
delle interminabili ripetizioni del proprio sangue sussurrato.

Anthony Hecht

(Traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan)

da “Le ore dure”, Donzelli Poesia, 2018

∗∗∗

A Letter

                    I have been wondering
What you are thinking about, and by now suppose
                    It is certainly not me.
But the crocus is up, and the lark, and the blundering
                    Blood knows what it knows.
It talks to itself all night, like a sliding moonlit sea.

                   Of course, it is talking of you.
At dawn, where the ocean has netted its catch of lights,
                   The sun plants one lithe foot
On that spill of mirrors, but the blood goes worming through
                   Its warm Arabian nights,
Naming your pounding name again in the dark heart-root,

                   Who shall, of course, be nameless.
Anyway, I should want you to know I have done my best,
                   As I’m sure you have, too.
Others are bound to us, the gentle and blameless
                   Whose names are not confessed
In the ceaseless palaver. My dearest, the clear unquarried blue

                   Of those depths is all but blinding.
You may remember that once you brought my boys
                   Two little woolly birds.
Yesterday the older one asked for you upon finding
                   Your thrush among his toys.
And the tides welled about me, and I could find no words.

                   There is not much else to tell.
One tries one’s best to continue as before,
                   Doing some little good.
But I would have you know that all is not well
                   With a man dead set to ignore
The endless repetitions of his own murmurous blood.

Anthony Hecht

da “The hard hours: poems”, Atheneum, 1967