(Dediche) – Adrienne Rich

Wynn Bullock, Nude Behind Cobwebbed Window, 1955

 

So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
con l’unico lampione giallo e una finestra che rabbuia
nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete
quando l’ora di punta è da molto passata.           So che stai leggendo
questa poesia in piedi, in una libreria lontana dall’oceano
in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi sospinti
attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ora.             So che stai leggendo questa poesia
mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull’ intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto
di occhi incontrati e che non si incontrano, di identità con estranei. 
So che stai leggendo questa poesia sotto il neon
nella noia stanca dei giovani che sono esclusi,
che si escludono, troppo presto.             So
che stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato e tuttavia continui a leggere
perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina,
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza,
per poi tornare ai compiti che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
lí dove sei approdata, nuda come sei.

Adrienne Rich

(Traduzione di Maria Luisa Vezzali)

Da Un atlante del mondo difficile, 1991

da “Cartografie del silenzio”, Crocetti Editore, 2000

∗∗∗

XIII (Dedications)

I know you are reading this poem
late, before leaving your office
of the one intense yellow lamp-spot and the darkening window
in the lassitude of a building faded to quiet
long after rush-hour.            I know you are reading this poem
standing up in a bookstore far from the ocean
on a grey day of early spring, faint flakes driven
across the plains’ enormous spaces around you.
I know you are reading this poem
in a room where too much has happened for you to bear
where the bedclothes lie in stagnant coils on the bed
and the open valise speaks of flight
but you cannot leave yet.            I know you are reading this poem
as the underground train loses momentum and before running up the stairs
toward a new kind of love
your life has never allowed.
I know you are reading this poem by the light
of the television screen where soundless images jerk and slide
while you wait for the newscast from the intifada.
I know you are reading this poem in a waiting-room
of eyes met and unmeeting, of identity with strangers.
I know you are reading this poem by fluorescent light
in the boredom and fatigue of the young who are counted out,
count themselves out, at too early an age.             I know
you are reading this poem through your failing sight, the thick
lens enlarging these letters beyond all meaning yet you read on
because even the alphabet is precious.
I know you are reading this poem as you pace beside the stove
warming milk, a crying child on your shoulder, a book in your hand
because life is short and you too are thirsty.
I know you are reading this poem which is not in your language
guessing at some words while others keep you reading
and I want to know which words they are.
I know you are reading this poem listening for something, torn between bitterness and hope
turning back once again to the task you cannot refuse.
I know you are reading this poem because there is nothing else left to read
there where you have landed, stripped as you are.

Adrienne Rich

1990–1991

da “An Atlas of the Difficult World (1988 – 1991)”, W. W. Norton & Company, 1991

Ninnananna – Wystan Hugh Auden

Pietro Canonica, L’abisso, 1909, Museo Canonica, Roma

 

Posa il capo assopito, amore mio,
umano sul mio braccio senza fede;
tempo e febbri avvampano e cancellano
ogni bellezza individuale, via
dai bambini pensosi, e poi la tomba
attesta che effimero è il bambino:
ma finché spunti il giorno mi rimanga
tra le braccia la viva creatura,
mortale sì, colpevole, eppure
per me il bello nella sua interezza.

Anima e corpo non hanno confini:
agli amanti che giacciono sul suo
tollerante declivio incantato
in preda al deliquio ricorrente,
solenne la visione manda Venere
di soprannaturale armonia,
di universale amore e speranza;
mentre un’astratta intuizione accende,
in mezzo ai ghiacciai e tra le rupi,
dell’eremita l’estasi carnale.

Passano sicurezza e fedeltà
allo scoccare della mezzanotte
come le vibrazioni di campana,
e forsennati alla moda lanciano
il loro pedantesco, uggioso grido:
il costo fino all’ultimo centesimo
– sta scritto in tutte le temute carte –
andrà pagato, ma da questa notte
non un solo bisbiglio, né un pensiero,
non un bacio o uno sguardo sia perduto.

Bellezza muore, e mezzanotte, ed estasi:
che i venti dell’alba, mentre lievi
spirano intorno al tuo capo sognante,
mostrino un giorno di accoglienza tale
che occhio e cuore pulsante ne gioiscano,
paghi di un mondo, il nostro, che è mortale;
meriggi di arsura ti ritrovino
nutrito dei poteri involontari,
notti di oltraggio ti lascino andare
sorvegliato da ogni umano amore.

Wystan Hugh Auden

(Traduzione di Gilberto Forti)

da “W. H. Auden, La verità, vi prego, sull’amore”, Adelphi Edizioni, 1994

∗∗∗

Lullaby

Lay your sleeping head, my love,
Human on my faithless arm;
Time and fevers burn away
Individual beauty from
Thoughtful children, and the grave
Proves the child ephemeral:
But in my arms till break of day
Let the living creature lie,
Mortal, guilty, but to me
The entirely beautiful.

Soul and body have no bounds:
To lovers as they lie upon
Her tolerant enchanted slope
In their ordinary swoon,
Grave the vision Venus sends
Of supernatural sympathy,
Universal love and hope;
While an abstract insight wakes
Among the glaciers and the rocks
The hermit’s carnal ecstasy.

Certainty, fidelity
On the stroke of midnight pass
Like vibrations of a bell
And fashionable madmen raise
Their pedantic boring cry:
Every farthing of the cost,
All the dreaded cards foretell,
Shall be paid, but from this night
Not a whisper, not a thought,
Not a kiss nor look be lost.

Beauty, midnight, vision dies:
Let the winds of dawn that blow
Softly round your dreaming head
Such a day of welcome show
Eye and knocking heart may bless,
Find our mortal world enough;
Noons of dryness find you fed
By the involuntary powers,
Nights of insult let you pass
Watched by every human love.

Wystan Hugh Auden

da “Tell Me the Truth About Love: Ten Poems”, Vintage and Faber paperback, 1994

 

QUALCHE PAROLA PER DIECI POESIE
Le dieci poesie che troverete sotto questa copertina sono state scritte quando la maggior parte di voi non era ancora tra i vivi: circa sessant’anni fa, negli anni Trenta di questo secolo. Nel mondo che si era appena riavuto dalla prima guerra mondiale e si stava avviando verso una carneficina anche più grande.
Tutti sapevano dell’una, pochissimi presentivano l’altra. Tra questi pochissimi era Wystan Hugh Auden, l’autore di queste poesie che, si può ben dire, portano in sé l’odore della guerra imminente. O, in ogni caso, l’odore del futuro.
I temi di queste poesie sono l’amore e la disonestà – i due poli tra i quali ci siamo trovati a soggiornare nel nostro secolo, pronti a gloriarci della loro occasionale divergenza ma bravissimi, anche quando siamo sfortunati, a conciliarli tra loro, a fonderli insieme. Ci sono buone ragioni se i versi del poeta oscillano tra la più intensa tenerezza e parossismi di indifferenza, e se da queste oscillazioni nasce uno stridente lirismo che non ha precedenti.
Non vi succederà un’altra volta di incontrare canzoni d’amore così cariche di apprensione. Contengono e trasmettono una sensibilità dissonante che si presterebbe facilmente a essere manipolata se non fosse per l’assoluta sobrietà che la sostiene. Inutile dire che non lasciano molte illusioni né a chi ama né a chi è amato; e meno ancora ne offrono al vostro prossimo e allo sconosciuto. Profondamente tragiche come sono, rimangono anche straordinariamente divertenti, perché la loro ironia è un risultato della desolazione.
Riescono a sedurre e a temprare nello stesso tempo; in questo sta il loro potere e, insieme, la loro garanzia di durata. Ma ad accrescerne il vigore contribuisce la loro forma tradizionale: sono infatti, sostanzialmente, versioni moderne della folk ballad, e la ballata popolare è il «genere» che consola il lettore per la sua intonazione, se non con il suo contenuto narrativo. Una buona lirica è l’unica assicurazione che un soccombente riesce a riscuotere.
«Ballata» viene dal verbo «ballare»; e in una ballata, in un certo senso, tutto è danza, tutto balla e ammicca all’ascoltatore o al lettore: il tema, il significato e, più ancora, il metro. Poiché in generale ha per tema la violenza e la resa dei conti, la ballata è normalmente concisa nell’esposizione e molto perentoria nel dénouement, nel suo scioglimento finale. Il nostro poeta, sovvertendo questo genere per piegarlo all’intento lirico, vi lascia vibrare l’eco sconvolgente di una danse macabre tudoriana. Quanto più forte è l’accento lirico, tanto più le dita del lettore sono portate a battere il tempo.
Sono molto drammatiche, queste poesie; e non c’è da stupirsene, poiché spesso sono i frutti secondari, se così vogliamo chiamarli, della vasta attività teatrale cui Auden si dedicò negli anni Trenta in collaborazione con Christopher Isherwood. Ciò non toglie nulla alla loro autonomia, che è fuori questione, e al loro timbro, che è tagliente. Con l’asciutta precisione delle loro immagini e la semplicità della dizione, esse appartengono per natura al palcoscenico; ma l’intensità del sentimento era già un motivo più che sufficiente a metterle in corsa per la copertina di un libro.
Benché siano in effetti un diversivo rispetto alla sua attività principale, queste poesie offrono un’ottima occasione per dare una prima occhiata a colui che è stato, senza alcun dubbio, il più grande poeta inglese di questo secolo: è un’affermazione che si può fare con la coscienza tranquilla, ora che il secolo ha davanti a sé soltanto sei anni. Vi potrà capitare, certamente, di sentire opinioni differenti, ma dovete fidarvi dei vostri occhi. La superiorità di Auden rispetto ai suoi contemporanei è ovvia nella sua maestria tecnica, nella sua cultura e nella sua capacità di penetrare a fondo nella condizione umana. Ma è soprattutto evidente nell’enorme generosità del suo spirito e nell’intelligenza con cui viene incontro al lettore in ognuno (non è un’esagerazione) dei suoi versi.
Anche nei suoi momenti più bui Auden vi illumina e vi scalda il cuore. Per quanto il libro sia smilzo, nel chiuderlo sentirete e vi direte non quanto è grande questo poeta, ma quanto umani siete voi. Le sue poesie sono totalmente immuni da qualsiasi posa, e non vi parlano del poeta e dei suoi travagli ma vi dicono se potete farcela. Leggete, per non dire altro, Lullaby, As I Walked Out One Evening, O What Is That Sound, Funeral Blues, e ci sono molte probabilità che lo scopriate.
Se no, studiate l’inglese e leggete Auden nell’originale. È un suggerimento sensato, poche cose sono altrettanto sensate, perché in verità le poesie di Auden rendono più accettabile questa vita. Il dono di creare un tale effetto è raro nel nostro mondo, e conviene approfittarne. Evidentemente, composto come noi «of Eros and of Dust, / Beleaguered by the same negation and despair» («di Eros e di Polvere, / assediato dalla stessa negazione e disperazione»), egli era migliore di tutti noi, poeti e non poeti. Non c’è alcun motivo, per noi, di non sopportare ciò che egli sopportava. Merita di essere ascoltato, e non ve ne pentirete; e anzi, sì, se si può accettare la morte, è perché lui è morto.
IOSIF BRODSKIJ

Un forte silenzio – Louise Glück

Foto di Marcello Comitini

 

Lascia che ti dica una cosa, disse la vecchia.
Eravamo sedute, una di fronte all’altra,
nel parco di . . . , città famosa per i suoi giocattoli in legno.

A quel tempo, ero scappata da una triste storia d’amore,
e come una sorta di penitenza o auto-punizione, lavoravo
in una fabbrica, scolpendo a mano minuscoli mani e piedi.

Il parco era la mia consolazione, soprattutto nelle ore tranquille
dopo il tramonto, spesso quando era solitario.
Ma questa sera,
quando sono entrata in quello che si chiamava il Giardino della Contessa,
ho visto che qualcuno mi aveva preceduto. Adesso che ci rifletto
sarei potuta andare oltre, ma avevo
programmato questa destinazione; tutto il giorno avevo pensato ai ciliegi
che furono piantati nella radura, il cui tempo di fioritura era quasi finito.

Ci siamo seduti in silenzio. Il crepuscolo stava calando
e con esso è arrivata una sensazione di chiuso
come nella cabina di un treno.

Quando ero giovane, ha detto,
mi piaceva camminare sul sentiero del giardino al crepuscolo
e se il sentiero era abbastanza lungo avrei visto sorgere la luna.
Questo è stato per me il grande piacere: non il sesso, non il cibo,
non il divertimento mondano.
Preferivo il sorgere della luna e a volte sentivo
nello stesso momento, le note sublimi dell’ensemble finale
delle Nozze di Figaro. Da dove viene la musica?
Non l’ho mai saputo.

Perché è questa la natura dei sentieri del giardino
d’essere circolare, ogni notte, dopo i miei vagabondaggi,
mi ritrovavo davanti alla mia porta di casa a fissarla
a malapena in grado di distinguere, nell’oscurità, la maniglia scintillante.

È stata, ha detto, una grande scoperta, anche se la mia vita reale.

Ma certe notti, ha detto, la luna era appena visibile attraverso le nuvole
e la musica non iniziava mai. Una notte di puro scoraggiamento.
E ancora la notte successiva ci riprovavo, e spesso tutto andava bene.

Non riuscivo a pensare a niente da dire. Questa storia,
così inutile mentre la scrivo,
veniva infatti interrotta a ogni fase con pause simili a trance
e intervalli prolungati, così che a questo punto la notte era iniziata.

Ah la notte capiente, la notte così desiderosa
di suscitare strane percezioni. Ho sentito
che un segreto importante
stava per essere affidato a me, come una torcia che passa
da una mano all’altra in una staffetta.

Le mie sincere scuse, ha detto.
Ti avevo scambiato per uno dei miei amici.
E indicò le statue tra le quali sedevamo,
uomini eroici, donne sante che si sacrificano
tenendo i bambini di granito al seno.
Non modificabili, ha detto, come gli esseri umani.

Ho rinunciato a loro, ha detto.
Ma non ho mai perso il mio gusto per i viaggi circolari.
Correggimi se sbaglio.

Sopra le nostre teste erano iniziati i fiori di ciliegio
a sciogliersi nel cielo notturno, o forse stelle che andavano alla deriva,
andando alla deriva e cadendo a pezzi, e dove atterrati
si sarebbero formati nuovi mondi.

Subito dopo sono tornata nella mia città natale
e mi sono ricongiunta al mio ex amante.
Eppure sempre più spesso la mia mente tornava a quanto accaduto,
studiandolo da tutte le prospettive, ogni anno più intensamente convinta,
nonostante l’assenza di prove, che contenesse qualche segreto.
Alla fine ho concluso che qualunque messaggio potesse esserci
non era contenuto nel discorso – così,
me ne resi conto, mi parlava mia madre,
toni aspri, silenzi che mi mettono in guardia e mi rimproverano –

e mi sembrava non solo di essere tornata dal mio amante
ma di tornare ora al Giardino della Contessa
dove i ciliegi stavano ancora fiorendo
come un pellegrino in cerca di espiazione e perdono,

quindi ho pensato che a un certo punto ci sarebbe stata
una porta con un pomello scintillante,
ma quando sarebbe successo e dove non avevo idea.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

A sharply worded silence

Let me tell you something, said the old woman.
We were sitting, facing each other,
in the park at ____, a city famous for its wooden toys.

At the time, I had run away from a sad love affair,
and as a kind of penance or self-punishment, I was working
at a factory, carving by hand the tiny hands and feet.

The park was my consolation, particularly in the quiet hours
after sunset, when it was often abandoned.
But on this evening, when I entered what was called the Contessa’s Garden,
I saw that someone had preceded me. It strikes me now
I could have gone ahead, but I had been
set on this destination; all day I had been thinking of the cherry trees
with which the glade was planted, whose time of blossoming had nearly ended.

We sat in silence. Dusk was falling,
and with it came a feeling of enclosure
as in a train cabin.
When I was young, she said, I liked walking the garden path at twilight
and if the path was long enough I would see the moon rise.
That was for me the great pleasure: not sex, not food, not worldly amusement.
I preferred the moon’s rising, and sometimes I would hear,
at the same moment, the sublime notes of the final ensemble
of The Marriage of Figaro. Where did the music come from?
I never knew.

Because it is the nature of garden paths
to be circular, each night, after my wanderings,
I would find myself at my front door, staring at it,
barely able to make out, in darkness, the glittering knob.

It was, she said, a great discovery, albeit my real life.

But certain nights, she said, the moon was barely visible through the clouds
and the music never started. A night of pure discouragement.
And still the next night I would begin again, and often all would be well.

I could think of nothing to say. This story, so pointless as I write it out,
was in fact interrupted at every stage with trance-like pauses
and prolonged intermissions, so that by this time night had started.

Ah the capacious night, the night
so eager to accommodate strange perceptions. I felt that some important secret
was about to be entrusted to me, as a torch is passed
from one hand to another in a relay.

My sincere apologies, she said.
I had mistaken you for one of my friends.
And she gestured toward the statues we sat among,
heroic men, self-sacrificing saintly women
holding granite babies to their breasts.
Not changeable, she said, like human beings.

I gave up on them, she said.
But I never lost my taste for circular voyages.
Correct me if I’m wrong.

Above our heads, the cherry blossoms had begun
to loosen in the night sky, or maybe the stars were drifting,
drifting and falling apart, and where they landed
new worlds would form.

Soon afterward I returned to my native city
and was reunited with my former lover.
And yet increasingly my mind returned to this incident,
studying it from all perspectives, each year more intensely convinced,
despite the absence of evidence, that it contained some secret.
I concluded finally that whatever message there might have been
was not contained in speech—so, I realized, my mother used to speak to me,
her sharply worded silences cautioning me and chastising me—
and it seemed to me I had not only returned to my lover
but was now returning to the Contessa’s Garden
in which the cherry trees were still blooming
like a pilgrim seeking expiation and forgiveness,

so I assumed there would be, at some point,
a door with a glittering knob,
but when this would happen and where I had no idea.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014

Ciò che è possibile – Adrienne Rich

Roger Catherineau, La Vitre, 1954

 

Una notte chiara               se fosse chiara la mente

Se la mente fosse semplice, se la mente fosse nuda
di tutto tranne che delle necessità piú antiche:
cucchiaio di legno             coltello                 specchio
tazza                                    lampada              scalpello
un pettine che passa tra i capelli accanto a una finestra
un lenzuolo
                      gettato via nel sonno

Una notte chiara in cui due pianeti
sembrano avvinghiarsi l’uno  all’altro                    in cui l’erba terrestre
si muove come seta nella luce stellare

                                                                     Se la mente fosse chiara
e se la mente fosse semplice               potresti prendere questa mente
questo particolare stato               e dire
Cosí vivrei se potessi scegliere:
questo è ciò che è possibile

Una notte chiara.              Ma la mente
della donna che immagina tutto questo           la mente
che rende tutto questo possibile
non è chiara come la notte
non è mai semplice              non può abbracciare
le sue verità come si abbracciano i pianeti in transito
non cosí facilmente
                                    si libera dal rimorso
non cosí facilmente
                                    compie il miracolo
per cui la mente è famosa
                                                o era famosa
non diventa astratta e pura a comando

la mente di questa donna

non desidera neppure quel miracolo
ha una diversa missione
                                             nell’universo
Se la mente fosse semplice           se la mente fosse nuda
potrebbe assomigliare a una stanza         un interno pulito
ma come potrebbe essere possibile ora

date le voci delle città-fantasma
le loro minute, vaste configurazioni
che attendono di essere decifrate
                                                             la notte oracolare
densa di suoni

Se potesse mai ridursi a qualcosa di simile
a un pettine che passa tra i capelli accanto a una finestra

niente di piú
                       un lenzuolo
                       gettato via nel sonno
ma la mente
della donna che pensa questo           è avvolta nella battaglia
occupata da una diversa missione
uno stelo d’erba      secca erba piumosa      radicata nella neve
che si agita nell’aria gelata           una bacchetta fiera
                                                                             che disegna grafici

Anche il dito scorre
su pagine di un libro

ha piú buon senso della poesia che legge
conosce attraverso la poesia
                                           attraverso i vetri piumati di ghiaccio
l’inverno
                che contrae gli artigli
il vento-falco
                         pronto a uccidere

Adrienne Rich

1980

(Traduzione di Maria Luisa Vezzali)

da “Una pazienza selvaggia mi ha portato sin qui. Poesie 1978-1981”, in “Cartografie del silenzio”, Crocetti Editore, 2000

∗∗∗

What is Possible

A clear night           if the mind were clear

If the mind were simple, if the mind were bare
of all but the most classic necessities:
wooden spoon         knife                              mirror
cup                             lamp                              chisel
a comb passing through hair beside a window
a sheet
             thrown back by the sleeper

A clear night in which two planets
seem to clasp each other          in which the earthly grasses
shift like silk in starlight
                                             If the mind were clear
and if the mind were simple          you could take this mind
this particular state         and say
This is how I would live if I could choose:
this is what is possible

A clear night.            But the mind
of the woman imagining all this           the mind
that allows all this to be possible
is not clear as the night
is never simple            cannot clasp
its truths as the transiting planets clasp each other
does not so easily
                                 work free from remorse
does not so easily
                                 manage the miracle
for which mind is famous
                                               or used to be famous
does not at will become abstract and pure

this woman’s mind

does not even will that miracle
having a different mission
                                                 in the universe

If the mind were simple               if the mind were bare
it might resemble a room              a swept interior
but how could this now be possible

given the voices of the ghost-towns
their tiny and vast configurations
needing to be deciphered
                                              the oracular night
with its densely working sounds

If it could ever come down to anything like
a comb passing through hair beside a window

no more than that
                                  a sheet
                                  thrown back by the sleeper
but the mind
of the woman thinking this          is wrapped in battle
is on another mission
a stalk of grass        dried feathery weed        rooted in snow
in frozen air stirring          a fierce wand graphing

Her finger also tracing
pages of a book

knowing better than the poem she reads
knowing through the poem
                                                  through ice-feathered panes
the winter
                   flexing its talons
the hawk-wind
                            poised to kill

Adrienne Rich

1980

da “A Wild Patience Has Taken Me This Far: Poems 1978-1981”, W. W. Norton & Company, 1993 

Per questo – Adrienne Rich

Gérard Laurenceau, Ile de Sein, 2009

 

Se ho teso la mano ai tuoi versi    (l’ho fatto)
     come a lettere dei morti che ridestano l’animo
da rabdomante cercato la tua fonte
     per abbeverare la mia sete
scavato nel mio concime scheletri e petali
     che per te dovevano riflettere la luce:

– al lavoro nel mio sotterraneo mangiato dai vermi
     roso dai tarli senza patria
         ho una scusa?

Se ho sfiorato il tuo dito
     con lingua affamata
         leccato dal tuo palmo una crepa di sale
se ti ho sognato o pensato
     sacca di sangue    appena estratto
           appeso rossoscuro a un gancio
piú in alto del mio cuore
      (tu che comprendi la trasfusione)
           a cos’altro dovrei rivolgermi?

Una luce-spia brilla fioca
     mentre i fuochi del gas dormono
          (un gatto esce in punta di zampa dai fornelli
al gelo notturno)
     il linguaggio raro e agile come la verità
          scioglie il silenzio piú radicale

L’etica del custode di un faro:
     cura di tutti o di nessuno
         per questo si può pure dare fuoco ai mobili
Un questo contro cui abbiamo sbattuto
     come se la luce potesse essere spenta a estro
          il salvataggio negato ad alcuni

e rimanere un faro

Adrienne Rich

1999

(Traduzione di Maria Luisa Vezzali)

da “La guida nel labirinto”, Crocetti Editore, 2011

∗∗∗

For This

If I’ve reached for your lines (I have)
    like letters from the dead that stir the nerves
       dowsed you for a springhead
to water my thirst
    dug into my compost skeletons and petals
       you surely meant to catch the light:

—at work in my wormeaten wormwood-raftered
    stateless underground
       have I a plea?

If I’ve touched your finger
    with a ravenous tongue
       licked from your palm a rift of salt
if I’ve dreamt or thought you
    a pack of blood fresh-drawn
       hanging darkred from a hook
higher than my heart
    (you who understand transfusion)
       where else should I appeal?

A pilot light lies low
    while the gas jets sleep
       (a cat getting toed from stove
into nocturnal ice)
    language uncommon and agile as truth
       melts down the most intractable silence

A lighthouse keeper’s ethics:
    you tend for all or none
       for this you might set your furniture on fire
A this we have blundered over
    as if the lamp could be shut off at will
       rescue denied for some

and still a lighthouse be

Adrienne Rich

1999

da “Fox: Poems 1998 – 2000 by Adrienne Rich”, WW. Norton & Company, 2003