Canto che amavi – Gabriela Mistral

Foto di Cristina Robles

 

Io canto ciò che tu amavi, vita mia,
nel caso ti avvicini e ascolti, vita mia,
nel caso ti ricordi del mondo che hai vissuto,
nel rosso del tramonto io canto te, ombra mia.

Io non voglio restare più muta, vita mia.
Come senza il mio grido fedele puoi trovarmi?
Quale segnale, quale mi svela, vita mia?

Sono la stessa che fu già tua, vita mia.
Né infiacchita né smemorata né spersa.
Raggiungimi sul fare del buio, vita mia;
vieni qui a ricordare un canto, vita mia;
se tu questa canzone riconosci a memoria
e se il mio nome infine ancora ti ricordi.

Ti aspetto senza limiti né tempo.
Tu non temere notte, nebbia o pioggia.
Vieni per strade conosciute o ignote.
Chiamami dove sei, anima mia,
e avanza dritto fino a me, compagno.

Gabriela Mistral

(Traduzione di Matteo Lefèvre)

da “Lagar”, 1954, in “Sillabe di fuoco”, Bompiani, 2020

∗∗∗

Canto que amabas

Yo canto lo que tú amabas, vida mía,
por si te acercas y escuchas, vida mía,
por si te acuerdas del mundo que viviste,
al atardecer yo canto, sombra mía.

Yo no quiero enmudecer, vida mía.
¿Cómo sin mi grito fiel me hallarías?
¿Cuál señal, cuál me declara, vida mía?

Soy la misma que fue tuya, vida mía.
Ni lenta ni trascordada ni perdida.
Acude al anochecer, vida mía;
ven recordando un canto, vida mía,
si la canción reconoces de aprendida
y si mi nombre recuerdas todavía.

Te espero sin plazo y sin tiempo.
No temas noche, neblina ni aguacero.
Acude con sendero o sin sendero.
Llámame adonde tú eres, alma mía,
y marcha recto hacia mí, compañero.

Gabriela Mistral

da “Lagar”, Santiago de Chile: Editorial del Pacífico, 1954

La mia nuova casa – Marcello Comitini

Foto di JeeYoung Lee

 

Certo per te sarà stata una festa
dopo anni di buio e di silenzio
mi diceva un’amica
che dalla finestra guardava
la casa di fronte con le luci accese.
Finalmente vicine mi ha detto abbracciandomi
sapendo che era la mia nuova casa.
Abbiamo brindato con gioia
al futuro migliore
di quella ragazza che ero.
Ma in me c’era tanta tristezza
per l’abbandonata,
per la regina dei miei ricordi
e per l’avvenire di quella ragazza.
Nelle stanze giocava
come fosse tra fontane e vetrine
dove specchiarsi con la gioia d’essere amata.
Un giorno di solitudine e di tristezza
quando ho ripiegato i ricordi.
Li ho chiusi in buste dai colori sgargianti
per custodirne sapori e colori
le ho riposte in scatoloni segnando
il verso per maneggiarli.
Li ho numerati
per riconoscerli poi.
Soprattutto per arginare l’assalto dell’emozioni
che mi afferravano disordinatamente alla gola.
Qualcosa del passato
ho venduto al miglior offerente
qualcosa ho donato qualcos’altro ho buttato
come le parole che io e lui avevamo inventato
per dare vita sotto un sole immobile
a giardini di sguardi.
Mi sono disfatta del letto e il divano
ormai aridi e immensi,
il materasso
con ancora il calore dei nostri corpi.
Quando ho aperto gli scatoloni
nelle stanze spoglie della nuova casa
ho trovato buste con ricordi marciti
o rosicchiati dai tarli.
Quelle colorate di rosa e di celeste
erano aperte o lacerate.
Forse le hanno frugate
gente che voleva rubarmi quel poco
(tanto per me) che mi portavo dietro
o gente crudele che ha preferito
consegnare all’uomo che fugge
l’amore di una storia finita.
La casa che splende di luci
è un guscio vuoto.
Ogni sera mi accoglie come una migrante
che respira aria che non le appartiene
e sparge profumi che riconosce.
Le sue stanze risuonano dell’eco
della ragazza rimasta a giocare
con gli occhi accecati d’amore.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

AMAZON – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020
IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

I versi, 1 – Titos Patrikios

Titos Patrikios, foto di Danilo Di Marco

 

I versi sono come i figli.
Crescono nelle viscere con rumori segreti,
soffrono dentro di te, si ammalano,
poi inaspettatamente si fanno grandi,
un giorno ti si rivoltano contro,
contro di te che hai dato loro vita,
finché se ne vanno per sempre
e non sono più soltanto tuoi.

Titos Patrikios

(Traduzione di Nicola Crocetti)

(1953-1954; da Apprendistato, 1963: Anni della pietra)

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

∗∗∗

Οἱ στίχοι, 1

Οἱ στίχοι, σάν τά παιδιά.
Μέσα στά σπλάχνα μεγαλώνουν μέ μυστιϰούς Θορύβους,
πονᾶνε μέσα σου, ἀρρωσταίνουν,
παίρνουν ἀπρόσμενα τ’ ἀνάστημά τους,
μιά μέρα σηϰώνουνε ϰεφάλι
ἐνάντια σέ σένα πού τούς γέννησες,
ὅσο νά φύγουν ϰάποτε ὁριστιϰός
ϰαί νά μήν εἶναι πιά διϰοί σου μόνω.

Τίτος Πατρίϰιος

(1953-1954 Μαθητεία (1952-1962), 1963: Χρόνια τῆς πέτρας’)

da “Μαθητεία”, εκδ. Πρίσμα, 1963

Il caffè – Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

[A Berlino]

In quel caffè di una città straniera, caffè che porta il nome
di uno scrittore francese, stavo leggendo Sotto il vulcano,
ma ormai con minore entusiasmo. Bisogna tuttavia curarsi,
pensai. Forse mi sono trasformato in un filisteo.
Il Messico era molto lontano e le sue enormi stelle
splendevano ora non per me. C’era la festa dei morti.
Festa di metafore e luce. La morte nel ruolo principale.
Accanto alcune persone ai tavolini, vari destini:
la Ponderatezza, la Tristezza, il Giudizio. Il Console, Yvonne.
Cadeva la pioggia. Sentivo una piccola felicità. Qualcuno entrava,
qualcuno usciva, qualcuno infine aveva scoperto il perpetuum mobile.
Ero in un paese libero. In un paese solo.
Nulla succedeva, tacevano le armate.
La musica non distingueva nessuno; il pop stillava
dagli altoparlanti pigramente ripetendo: ancora tanto avverrà.
Nessuno sapeva cosa fare, dove andare, perché.
Pensavo a te, alla nostra vicinanza, intimità, a come
profumano i tuoi capelli, quando inizia l’autunno.
Dall’aeroporto si stava alzando in volo un aereo,
come un allievo diligente che creda
nella parola degli antichi maestri.
I cosmonauti sovietici dicevano di non aver trovato
Dio nello spazio, ma l’avevano cercato?

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “La mano invisibile”, 2009, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Kawiarnia

W Berlinie

W tej kawiarni w obcym mieście noszącej imię
francuskiego pisarza czytałem Pod wulkanem,
ale już z mniejszym entuzjazmem. Jednak trzeba się leczyć,
pomyślałem. Chyba zamieniłem się w filistra.
Meksyk był bardzo daleko i jego ogromne gwiazdy
świeciły teraz nie dla mnie. Trwało święto zmarłych.
Święto metafor i światła. Śmierć w roli głównej.
Obok kilka osób przy stolikach, różne przeznaczenia:
Rozwaga, Smutek, Zdrowy Rozsądek. Konsul, Yvonne.
Padał deszcz. Czułem małe szczęście. Ktoś wchodził,
ktoś wychodził, ktoś wreszcie wynalazł perpetuum mobile.
Byłem w wolnym kraju. W samotnym kraju.
Nic się nie działo, milczały armaty.
Muzyka nikogo nie wyróżniała; pop sączył się
z głośników leniwie powtarzając: jeszcze się wiele wydarzy.
Nikt nie wiedział, co robić, dokąd iść, dlaczego.
Myślałem o tobie, o naszej bliskości, o tym,
jak pachną twoje włosy, kiedy zaczyna się jesień.
Z lotniska wzbijał się w powietrze samolot,
jak pilny uczeń, który wierzy w to,
co mówili dawni mistrzowie.
Sowieccy kosmonauci twierdzili, że nie znaleźli
Boga w przestworzach, ale czy szukali?

Adam Zagajewski

da “Niewidzialna ręka”, Kraków: Znak, 2009

«I viaggi» – Paolo Volponi

Foto di Marina Ballo Charmet

 

I viaggi
non mi spaventano.
Anche se girassi
dietro la fortuna.
Farei solo dei passi.
Col piede
accanto a un sasso.
Ogni strada
ha un sasso
e una margherita.
Ed io vado
sasso per sasso
e colgo la margherita.

Paolo Volponi

da “Il ramarro (1948)”, in “Poesie giovanili”, Einaudi, Torino, 2020