La mia nuova casa – Marcello Comitini

Foto di JeeYoung Lee

 

Certo per te sarà stata una festa
dopo anni di buio e di silenzio
mi diceva un’amica
che dalla finestra guardava
la casa di fronte con le luci accese.
Finalmente vicine mi ha detto abbracciandomi
sapendo che era la mia nuova casa.
Abbiamo brindato con gioia
al futuro migliore
di quella ragazza che ero.
Ma in me c’era tanta tristezza
per l’abbandonata,
per la regina dei miei ricordi
e per l’avvenire di quella ragazza.
Nelle stanze giocava
come fosse tra fontane e vetrine
dove specchiarsi con la gioia d’essere amata.
Un giorno di solitudine e di tristezza
quando ho ripiegato i ricordi.
Li ho chiusi in buste dai colori sgargianti
per custodirne sapori e colori
le ho riposte in scatoloni segnando
il verso per maneggiarli.
Li ho numerati
per riconoscerli poi.
Soprattutto per arginare l’assalto dell’emozioni
che mi afferravano disordinatamente alla gola.
Qualcosa del passato
ho venduto al miglior offerente
qualcosa ho donato qualcos’altro ho buttato
come le parole che io e lui avevamo inventato
per dare vita sotto un sole immobile
a giardini di sguardi.
Mi sono disfatta del letto e il divano
ormai aridi e immensi,
il materasso
con ancora il calore dei nostri corpi.
Quando ho aperto gli scatoloni
nelle stanze spoglie della nuova casa
ho trovato buste con ricordi marciti
o rosicchiati dai tarli.
Quelle colorate di rosa e di celeste
erano aperte o lacerate.
Forse le hanno frugate
gente che voleva rubarmi quel poco
(tanto per me) che mi portavo dietro
o gente crudele che ha preferito
consegnare all’uomo che fugge
l’amore di una storia finita.
La casa che splende di luci
è un guscio vuoto.
Ogni sera mi accoglie come una migrante
che respira aria che non le appartiene
e sparge profumi che riconosce.
Le sue stanze risuonano dell’eco
della ragazza rimasta a giocare
con gli occhi accecati d’amore.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

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IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

Notte Fedele e Virtuosa – Louise Glück

Louise Glück

 

La mia storia inizia in modo assai semplice: potevo parlare ed ero felice.
O: potevo parlare, quindi ero felice.
Oppure: ero felice, quindi parlavo.
Ero come una luce brillante che attraversa una stanza buia.

Se è così difficile iniziare, immagina cosa sarà finire –
Sul mio letto, lenzuola stampate con barche a vela colorate
suscitavano, simultaneamente, visioni di avventura (sotto forma di esplorazione)
e sensazioni di dolce dondolio, come di una culla.

Primavera, e le tende svolazzano.
Le brezze entrano nella stanza, portando i primi insetti.
Un ronzio come il suono delle preghiere.

Memorie
costitutive di una memoria vasta.
Punti di chiarezza in una nebbia, visibili a intermittenza,
come un faro il cui unico compito
è emettere un segnale.

Ma qual è veramente il messaggio del faro?
Questo è il nord, dice.
No: sono il tuo porto sicuro.

Con suo grande fastidio, ho condiviso questa stanza con mio fratello maggiore.
Per punirmi di esistere, mi ha tenuto sveglia, leggendo
storie di avventura alla luce gialla della lampada notturna.

Le abitudini di molto tempo fa: mio fratello dalla sua parte del letto,
sottomesso ma volontariamente,
la sua testa illuminata china sulle mani, il viso oscurato –

Nel momento di cui parlo,
mio fratello stava leggendo un libro che ha chiamato
La notte fedele e virtuosa.
Era la notte in cui lui leggeva, e io giacevo sveglia?
No – era una notte di molto tempo fa, un lago di oscurità in cui
apparve una pietra e dalla pietra
emergeva una spada.

Le impressioni andavano e venivano nella mia testa,
un debole ronzio, come insetti.
Quando non osservavo mio fratello, mi sdraiavo nel lettino che condividevamo
fissando il soffitto, – mai
la parte della stanza da me preferita. Mi ha ricordata
quello che non potevo vedere, il cielo ovviamente, ma più dolorosamente
i miei genitori seduti sulle nuvole bianche nei loro completi da viaggio bianchi.

Eppure anch’io viaggiavo
in questo caso impercettibilmente
da quella notte al mattino successivo,
e anch’io indossavo un abbigliamento speciale:
pigiama a righe.

Immagina se vuoi un giorno di primavera.
Una giornata innocua: il mio compleanno.
Al piano di sotto, tre regali sul tavolo della colazione.

In una scatola, fazzoletti stirati con monogramma.
Nella seconda scatola, matite colorate disposte
in tre file, come una fotografia scolastica.
Nell’ultima scatola, un libro intitolato La mia prima lettura.

Mia zia ha ripiegato la carta da regalo stampata;
i nastri venivano arrotolati in matasse ordinate.
Mio fratello mi ha consegnato una tavoletta di cioccolato
avvolta in carta argentata.

Poi, all’improvviso, ero sola.

Forse l’occupazione di una bambina molto piccola
è osservare e ascoltare:

In quel senso, tutti erano occupati –
Ho ascoltato i vari suoni degli uccelli che sfamavamo,
lo schiudersi delle tribù di insetti, i piccoli
che strisciano lungo il davanzale della finestra e in alto
la macchina da cucire di mia zia che trapana
buchi in una pila di vestiti –

Irrequieta, sei irrequieta?
Stai aspettando che il giorno finisca, che tuo fratello torni al suo libro?
Perché la notte ritorni, fedele, virtuosa,
a riparare, in breve, lo scisma tra
te e i tuoi genitori?

Questo, ovviamente, non è avvenuto subito.
Intanto, c’era il mio compleanno;
in qualche modo l’inizio luminoso divenne
l’interminabile punto centrale.

Mite per fine aprile. Gonfie
nuvole in alto, fluttuanti tra i meli.
Presi La mia prima lettura, che sembrava essere
una storia di due bambini: non riuscivo a leggere le parole.

A pagina tre apparve un cane.
A pagina cinque c’era una palla: uno dei bambini
la lanciò più in alto di quanto sembrasse possibile, dopodiché
il cane fluttuò nel cielo incontro alla palla.
Questa sembrava essere la storia.

Ho girato le pagine. Quando ho finito
ho ripreso a girare, quindi la storia ha assunto una forma circolare,
come lo zodiaco. Mi ha fatto girare la testa. La palla gialla

sembrava epicena, ugualmente
a suo agio nella mano del bambino e nella bocca del cane –

Sotto di me, mani che mi sollevavano.
Potevano essere le mani di chiunque,
un uomo, una donna.
Lacrime che cadono sulla mia pelle scoperta. Di chi sono le lacrime?
O eravamo fuori sotto la pioggia, in attesa che arrivasse la macchina?

La giornata era diventata instabile.
Squarci apparivano nell’ampio blu, o
più precisamente, improvvise nuvole nere
s’imposero sullo sfondo azzurro.

Da qualche parte, nel lontano passato,
mia madre e mio padre
stavano intraprendendo il loro ultimo viaggio,
mia madre bacia affettuosamente la neonata, mio padre
lanciando mio fratello in aria.

Mi sono seduta vicino alla finestra, alternando
la mia prima lezione di lettura con
uno sguardo al passare del tempo, la mia introduzione a
filosofia e religione.

Forse ho dormito. Quando mi sono svegliata
il cielo era mutato. Stava cadendo una leggera pioggia,
rendendo tutto molto fresco e nuovo –

Ho continuato a fissare
gl’incontri frenetici del cane
con la palla gialla, un oggetto
che presto sarebbe stato sostituito
da un altro oggetto, forse un peluche –

E poi all’improvviso si fece sera.
Ho sentito la voce di mio fratello
che chiamava per dire che era a casa.

Come sembrava vecchio, più vecchio di questa mattina.
Posò i suoi libri accanto al portaombrelli
e andò a lavarsi la faccia.
I polsini della sua uniforme scolastica
penzolavano sotto le ginocchia.

Non hai idea di quanto sia scioccante
per una bambina se
qualcosa di continuo si ferma.

In questo caso i suoni della stanza del cucito,
come un trapano, ma molto lontano –

Svanito. Il silenzio era ovunque.
E poi, nel silenzio, passi che risuonano.
E poi eravamo tutti insieme, mia zia e mio fratello.

Poi fu preparato il tè.
Al mio posto, una fetta di torta allo zenzero
e al centro della fetta,
una candela, da accendere più tardi.
Quanto sei tranquilla, disse mia zia.

Era vero –
i suoni non uscivano dalla mia bocca. Eppure
erano nella mia testa, espressi, forse,
come qualcosa di meno esatto, pensato forse,
anche se a quel tempo mi sembravano ancora suoni.

C’era qualcosa là dove non c’era stato niente.
O dovrei dire, non c’era niente
ma era stato contaminato da domande –

Le domande mi circondarono la testa; avevano una qualità
di essere organizzate in qualche modo, come i pianeti –

Fuori stava calando la notte. Era quella
la notte perduta, coperta di stelle, schizzata di luna,
come una sostanza chimica che conserva
tutto quel che è immerso in essa?

Mia zia aveva acceso la candela.

L’oscurità aveva invaso la terra
e sul mare galleggiava la notte
legata a una tavola di legno –

Se avessi potuto parlare, cosa avrei detto?
Penso che avrei voluto dire
addio, perché in un certo senso
era un addio –

Ebbene, cosa potevo fare? Non ero
più una bambina.

Ho trovato confortante l’oscurità.
Potevo vedere, vagamente, il blu e il giallo
barche a vela sulla federa.

Ero sola con mio fratello;
siamo sdraiati al buio, respirando insieme,
l’intimità più profonda.

Mi era venuto in mente che tutti gli esseri umani sono divisi
in coloro che desiderano andare avanti
e quelli che vogliono tornare indietro.
Oppure si potrebbe dire, quelli che desiderano continuare a muoversi
e quelli che vogliono essere fermati sulle loro tracce
come dalla spada fiammeggiante.

Mio fratello mi prese la mano.
Presto anche questo sarebbe volato via
anche se forse, nella mente di mio fratello,
sarebbe sopravvissuto diventando immaginario –

Avendo finalmente iniziato, come fermarsi?
Suppongo che posso semplicemente aspettare di essere interrotta
come nel caso dei miei genitori da un grande albero –
la zattera, per così dire, sarà passata
per l’ultima volta tra le montagne.
Qualcosa, dicono, come addormentarsi,
cosa che mi accingo a fare.

Il giorno dopo potei parlare di nuovo.
Mia zia era felicissima –
sembrava che la mia felicità fosse
passata in lei, ma allora
ne aveva più bisogno, aveva due figli da crescere.

Ero soddisfatta del mio rimuginare.
Ho passato le mie giornate con le matite colorate
(Ho esaurito presto i colori più scuri)
anche se quello che ho visto, come ho detto a mia zia,
era meno un resoconto fattuale del mondo
che una visione della sua trasformazione
susseguente al passaggio attraverso il vuoto di me stessa.

Qualcosa, ho detto, come il mondo in primavera.

Quando non ero preoccupata per il mondo
disegnavo la figura di mia madre
per cui mia zia ha posato,
reggendo, su mia richiesta,
un ramoscello di sicomoro.

Quanto al mistero del mio silenzio:
sono rimasta perplessa
meno per la scomparsa della mia anima che
per il suo ritorno, poiché è tornata a mani vuote –

Quanto è profonda questa anima,
come una bambina in un grande magazzino,
che cerca sua madre –

Forse è come un subacqueo
con aria nel serbatoio sufficiente soltanto
ad esplorare le profondità per qualche minuto o giù di lì, –
poi i polmoni lo rimandano indietro.

Ma qualcosa, ne ero sicura, si opponeva ai polmoni,
forse un desiderio di morte
(Uso la parola anima come compromesso).

Ovviamente, in un certo senso non ero a mani vuote:
Avevo le mie matite colorate.
In un altro senso, questo è il mio punto:
avevo accettato dei sostituti.

È stato difficile usare i colori vivaci,
quelli rimasti, anche se mia zia li preferiva ovviamente –
pensava che tutti i bambini dovessero essere spensierati.

E così il tempo è passato: sono diventata
giovane come mio fratello, poi
una persona.

Penso che qui ti lascerò. Così sembra
che non ci sia un finale perfetto.
In effetti, ci sono infiniti finali.
O forse, una volta che si inizia,
ci sono solo finali.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

Faithful and Virtuous Night

My story begins very simply: I could speak and I was happy.
Or: I could speak, thus I was happy.
Or: I was happy, thus speaking.
I was like a bright light passing through a dark room.

If it is so difficult to begin, imagine what it will be to end—
On my bed, sheets printed with colored sailboats
conveying, simultaneously, visions of adventure (in the form of exploration)
and sensations of gentle rocking, as of a cradle.

Spring, and the curtains flutter.
Breezes enter the room, bringing the first insects.
A sound of buzzing like the sound of prayers.

Constituent
memories of a large memory.
Points of clarity in a mist, intermittently visible,
like a lighthouse whose one task
is to emit a signal.

But what really is the point of the lighthouse?
This is north, it says.
Not: I am your safe harbor.

Much to his annoyance, I shared this room with my older brother.
To punish me for existing, he kept me awake, reading
adventure stories by the yellow nightlight.

The habits of long ago: my brother on his side of the bed,
subdued but voluntarily so,
his bright head bent over his hands, his face obscured—

At the time of which I’m speaking,
my brother was reading a book he called
the faithful and virtuous night.
Was this the night in which he read, in which I lay awake?
No—it was a night long ago, a lake of darkness in which
a stone appeared, and on the stone
a sword growing.

Impressions came and went in my head,
a faint buzz, like the insects.
When not observing my brother, I lay in the small bed we shared
staring at the ceiling—never
my favorite part of the room. It reminded me
of what I couldn’t see, the sky obviously, but more painfully
my parents sitting on the white clouds in their white travel outfits.

And yet I too was traveling,
in this case imperceptibly
from that night to the next morning,
and I too had a special outfit:
striped pyjamas.

Picture if you will a day in spring.
A harmless day: my birthday.
Downstairs, three gifts on the breakfast table.

In one box, pressed handkerchiefs with a monogram.
In the second box, colored pencils arranged
in three rows, like a school photograph.
In the last box, a book called My First Reader.

My aunt folded the printed wrapping paper;
the ribbons were rolled into neat balls.
My brother handed me a bar of chocolate
wrapped in silver paper.

Then, suddenly, I was alone.

Perhaps the occupation of a very young child
is to observe and listen:

In that sense, everyone was occupied—
I listened to the various sounds of the birds we fed,
the tribes of insects hatching, the small ones
creeping along the windowsill, and overhead
my aunt’s sewing machine drilling
holes in a pile of dresses—

Restless, are you restless?
Are you waiting for day to end, for your brother to return to his book?
For night to return, faithful, virtuous,
repairing, briefly, the schism between
you and your parents?

This did not, of course, happen immediately.
Meanwhile, there was my birthday;
somehow the luminous outset became
the interminable middle.

Mild for late April. Puffy
clouds overhead, floating among the apple trees.
I picked up My First Reader, which appeared to be
a story about two children—I could not read the words.

On page three, a dog appeared.
On page five, there was a ball—one of the children
threw it higher than seemed possible, whereupon
the dog floated into the sky to join the ball.
That seemed to be the story.

I turned the pages. When I was finished
I resumed turning, so the story took on a circular shape,
like the zodiac. It made me dizzy. The yellow ball

seemed promiscuous, equally
at home in the child’s hand and the dog’s mouth—

Hands underneath me, lifting me.
They could have been anyone’s hands,
a man’s, a woman’s.
Tears falling on my exposed skin. Whose tears?
Or were we out in the rain, waiting for the car to come?

The day had become unstable.
Fissures appeared in the broad blue, or,
more precisely, sudden black clouds
imposed themselves on the azure background.

Somewhere, in the far backward reaches of time,
my mother and father
were embarking on their last journey,
my mother fondly kissing the new baby, my father
throwing my brother into the air.

I sat by the window, alternating
my first lesson in reading with
watching time pass, my introduction to
philosophy and religion.

Perhaps I slept. When I woke
the sky had changed. A light rain was falling,
making everything very fresh and new—

I continued staring
at the dog’s frantic reunions
with the yellow ball, an object
soon to be replaced
by another object, perhaps a soft toy—

And then suddenly evening had come.
I heard my brother’s voice
calling to say he was home.

How old he seemed, older than this morning.
He set his books beside the umbrella stand
and went to wash his face.
The cuffs of his school uniform
dangled below his knees.

You have no idea how shocking it is
to a small child when
something continuous stops.

The sounds, in this case, of the sewing rroom,
like a drill, but very far away—

Vanished. Silence was everywhere.
And then, in the silence, footsteps.
And then we were all together, my aunt and my brother.

Then tea was set out.
At my place, a slice of ginger cake
and at the center of the slice,
one candle, to be lit later.
How quiet you are, my aunt said.

It was true—
sounds weren’t coming out of my mouth. And yet
they were in my head, expressed, possibly,
as something less exact, thought perhaps,
though at the time they still seemed like sounds to me.

Something was there where there had been nothing.
Or should I say, nothing was there
but it had been defiled by questions—

Questions circled my head; they had a quality
of being organized in some way, like planets—

Outside, night was falling. Was this
that lost night, star-covered, moonlight-spattered,
like some chemical preserving
everything immersed in it?

My aunt had lit the candle.

Darkness overswept the land
and on the sea the night floated
strapped to a slab of wood—

If I could speak, what would I have said?
I think I would have said
goodbye, because in some sense
it was goodbye—

Well, what could I do? I wasn’t
a baby anymore.

I found the darkness comforting.
I could see, dimly, the blue and yellow
sailboats on the pillowcase.

I was alone with my brother;
we lay in the dark, breathing together,
the deepest intimacy.

It had occurred to me that all human beings are divided
into those who wish to move forward
and those who wish to go back.
Or you could say, those who wish to keep moving
and those who want to be stopped in their tracks
as by the blazing sword.

My brother took my hand.
Soon it too would be floating away
though perhaps, in my brother’s mind,
it would survive by becoming imaginary—

Having finally begun, how does one stop?
I suppose I can simply wait to be interrupted
as in my parents’ case by a large tree—
the barge, so to speak, will have passed
for the last time between the mountains.
Something, they say, like falling asleep,
which I proceeded to do.

The next day, I could speak again.
My aunt was overjoyed—
it seemed my happiness had been
passed on to her, but then
she needed it more, she had two children to raise.

I was content with my brooding.
I spent my days with the colored pencils
(I soon used up the darker colors)
though what I saw, as I told my aunt,
was less a factual account of the world
than a vision of its transformation
subsequent to passage through the void of myself.

Something, I said, like the world in spring.

When not preoccupied with the world
I drew pictures of my mother
for which my aunt posed,
holding, at my request,
a twig from a sycamore.

As to the mystery of my silence:
I remained puzzled
less by my soul’s retreat than
by its return, since it returned empty-handed—

How deep it goes, this soul,
like a child in a department store,
seeking its mother—

Perhaps it is like a diver
with only enough air in his tank
to explore the depths for a few minutes or so—
then the lungs send him back.

But something, I was sure, opposed the lungs,
possibly a death wish—
(I use the word soul as a compromise).

Of course, in a certain sense I was not empty-handed:
I had my colored pencils.
In another sense, that is my point:
I had accepted substitutes.

It was challenging to use the bright colors,
the ones left, though my aunt preferred them of course—
she thought all children should be lighthearted.

And so time passed: I became
a boy like my brother, later
a man.

I think here I will leave you. It has come to seem
there is no perfect ending.
Indeed, there are infinite endings.
Or perhaps, once one begins,
there are only endings.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014

Nella galleria dei giorni… – Marcello Comitini

Foto di Edmund Kesting

 

Nella galleria dei giorni appena svaniti
scorrono sotto le mie dita le foto.
Il vetro le protegge contro la patina del tempo.
Le sfoglio lentamente.
Sono in bianco e nero
perché ogni giorno le colora il sole
e nelle notti di luna solitaria
si spogliano di quei colori.
Guardo con gli occhi della notte
il tuo viso che non so dimenticare.
Sento gelide le tue mani sul mio corpo
la tua guancia sulla mia fronte.
La speranza
d’averti ancora tra le braccia
stenta a morire.
Il mio corpo ricorda ancora
i tremori dell’anima
i fremiti che squassavano i nostri ventri
gli urli delle mie labbra a bocca spalancata.
I miei baci tessevano sulla tua pelle
filamenti di luce.
I tuoi occhi leggermente schiusi
fissavano tra le ciglia
il punto in cui la nuvola spezza l’orizzonte
erode la pietra dura dell’amore.
Quando sei fuggito tutto si è fatto buio
nel bianco e nero della foto.
Ti guarderò con la freddezza
della lastra di marmo.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

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IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

Con gesto elegante… – Marcello Comitini

Foto di Bruce Weber

 

Con gesto elegante sollevo la gonna
piego le gambe
indosso le scarpe a tacchi alti.
Ravvio i capelli liscio le pieghe
della gonna lungo i fianchi.
Pronta.
Tengo in mano le chiavi dell’auto.
Pronta
per andare incontro al nuovo giorno
lasciare
le stanze nel silenzio
e ritrovarle
silenziose al mio rientro.
Apro la porta.
Di sfuggita nello specchio
è riflessa la mia figura.
Mi arresto sorpresa
nel vedere sul volto svaniti
gli anni della giovinezza.
Sono sempre io
o un’altra ha occupato il mio corpo?
Il mio respiro si fa lento e debole.
Dove sono
gli anni quando credevo d’essere
sfrenata implacabile
sfiorata dal mondo?
Quando offrivo i miei seni
alle carezze del primo amore
come fossero colombe di seta?
Torno a chiudere la porta.
Mi guardo attentamente allo specchio,
Non riesco più ad uscire.
Mi stendo sul letto carezzo i miei seni
sogno
un uomo che ancora mi dica
col suo respiro di fuoco come sei bella
e guardandomi ancora
che la vita da domani
sarà diversa più vera
dei romanzi che leggo
dove vivere
è già travolgente e dona
ai gesti di ogni giorno
la gioia di un compagno
e il profumo malinconico dei ricordi.
Adesso sento
dentro il petto un dolore.
Nella memoria il pezzo mancante
tra la mia giovinezza e questo dolore.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

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IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

Il pesce luna… – Marcello Comitini

Foto di Anka Zhuravleva

 

Il pesce luna che ondeggia nel mio sogno
cullato da onde celesti
porta su di sé le squami
ornate d’alghe e musica silenziosa.
Sorride al suono di donne
che sfiorano con labbra lievi
flauti d’amore.
Nel sogno
il pesce è muto e non sente
ha il sapore aspro del ramo del sambuco
dalla linfa che inebria.
E lui felice mi mostra le squami
incise sul corpo come simboli segreti
che fanno innamorare
le mie labbra palpitanti.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

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IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020