Sopra un verso straniero – Giorgos Seferis

Dipinto di Andrew Wyeth

A Elli, Natale 1931

Fortunato chi fece il viaggio d’Odisseo ¹.
Fortunato se salda, alla partenza, sentiva la corazza d’un amore distesa nel suo corpo, come le vene dove mugghia il sangue.

D’un amore di ritmo indissolubile, invitto come la musica, perenne perché quando nascemmo nacque e quando moriamo, se muore, non lo sappiamo né altri lo sa.

Prego Dio che m’aiuti a dire, in un momento di gran felicità, quale sia quest’amore:
siedo talora avvolto dall’esilio, e sento il suo remoto muggito come il suono del mare mescolato al fortunale strano.

E si presenta ancora innanzi a me il fantasma d’Odisseo, gli occhi rossi dal salmastro e da una brama
matura: rivedere ancora il fumo che affiora dal calore della casa e il suo cane invecchiato che aspetta sulla porta.

Sta, gigantesco, e mormora di tra la barba imbianchita parole della nostra lingua, quale già la parlavano tremila anni fa.
Stende una mano incallita dalle gomene e dalla barra, con la pelle segnata dal tramontano dall’afa e dalle nevi.

Sembra che voglia scacciare di mezzo a noi il Ciclope titanico, monocolo, le Sirene che dànno, se le ascolti, l’oblio, Scilla e Cariddi:
tanti intricati mostri, che ci tolgono l’agio di pensare ch’era un uomo anche lui che lottò dentro il mondo, con l’anima e col corpo.

È il grande Odisseo: colui che disse di fare il cavallo di legno – e gli Achei presero Troia.
M’immagino che venga a insegnarmi come fare un cavallo di legno anch’io, per conquistare la mia Troia.

Parlo basso e tranquillo, senza sforzo: sembra che mi conosca come un padre,
o come uno di quei vecchi marinai che appoggiati alle reti (era burrasca e incolleriva il vento)
mi dicevano, al tempo dell’infanzia, il canto d’Erotòcrito con le lacrime agli occhi
– io tremavo nel sonno udendo il fato avverso d’Aretí discendere i gradini di marmo ².

Mi dice l’ardua angoscia di sentire le vele della nave gonfie dalla memoria e l’anima farsi timone. 
Ed essere solo, occulto nel buio della notte, a deriva, come festuca all’aia.

L’amaro di vedere naufragati fra gli elementi i cari, dispersi: ad uno ad uno.
E come stranamente ti fai forte a parlare coi morti, quando i vivi superstiti non bastano.

Parla… rivedo ancora le sue mani che sapevano, a prova, se la gòrgone di prora era ben fatta
donarmi il mare senza flutti azzurro nel cuore dell’inverno.

Giorgos Seferis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

da Quaderno d’esercizi, 1928-1937 

da “Giorgos Seferis, Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

¹ Heureux qui comme Ulysse a fait un beau voyage è l’inizio di un sonetto compreso in Les regrets di J. Du Bellay (1525 c. – 1560).
² Erotòcrito e Aretí sono i protagonisti del poema cretese Erotòkritos di Vincenzo Kornaros (prima metà del sec. XVII).

da «Monogramma» – Odisseas Elitis

Foto di Alessio Albi

Ti piangerò sempre − mi senti −
da solo, in Paradiso
                                                      
I

Girerà altrove le linee
Della mano, il Destino, come un manovratore
Per un attimo acconsentirà il Tempo

E come altrimenti, visto che si amano gli uomini.

Il cielo darà forma alle nostre viscere
E l’innocenza colpirà il mondo
Con l’acre nero della morte.

                                                           
 II

Piango il sole e piango gli anni che verranno
Senza di noi e canto gli altri passati
Se veramente sono

Confidenti i corpi e le barche che sbattono dolcemente
Le chitarre che accendono e spengono sotto le acque
I «credimi» e i «non»
Ora nel vento ora nella musica

E le nostre mani, due piccole bestie
Che furtive cercavano di salire l’una sull’altra
Il vaso di brezza negli aperti cortili
E i frammenti di mare che ci seguivano
Fin dietro le siepi e sopra i muri a secco
L’anemone che si depose nella tua mano
E tremò tre volte il viola tre giorni sopra le cascate

Se tutto questo è vero io canto
La trave di legno e l’arazzo quadrato
Alla parete, la Gorgone con i capelli sciolti
Il gatto che ci guardò nel buio
Bambino con la croce vermiglia e l’incenso
Nell’ora che sull’impervia scogliera scende la sera
Piango la veste che sfiorai e fu mio il mondo.

                                                               

III

Così parlo di te e di me

Perché ti amo e nell’amore so
Entrare come Plenilunio
Da ogni parte, per il tuo piccolo piede nelle lenzuola sconfinate
So sfogliare gelsomini − e ho la forza
Sopita, di soffiare e di portarti
Attraverso passaggi luminosi e segreti porticati del mare
Alberi ipnotizzati con ragnatele inargentate

Di te hanno sentito parlare le onde,
Come accarezzi, come baci,
Come sussurri il «cosa» e il «sì»
Tutt’intorno alla gola, alla baia
Sempre noi la luce e l’ombra

Sempre tu la piccola stella e sempre io l’oscuro natante
Sempre tu il porto e io il faro di destra
Il molo bagnato e il bagliore sopra i remi
In alto nella casa con i rampicanti
Le rose intrecciate, l’acqua che si fa fredda
Sempre tu la statua di pietra e sempre io l’ombra che cresce
Tu l’imposta accostata, io il vento che la apre
Perché ti amo e ti amo
Sempre tu la moneta e io l’adorazione che le dà valore:

Tanto la notte, tanto l’urlo nel vento
Tanto la goccia nell’aria, tanto il silenzio
Tutt’intorno il mare despota
L’arcata del cielo con le stelle
Tanto il tuo più piccolo respiro

E ormai non ho altro
Tra le quattro pareti, il soffitto, il pavimento
Se non l’urlo che è tuo e mi colpisce la mia voce
L’odore che è il tuo e s’infuriano gli uomini
Perché non sopportano quel che non hanno
Provato ed è loro straniero, è presto, mi senti
È presto ancora in questo mondo amore mio

Per parlare di te e di me.

                                                             

IV

È presto ancora in questo mondo, mi senti
I mostri non sono stati domati, mi senti
Il mio sangue perduto e l’affilato, mi senti
Coltello
Come ariete corre nei cieli
E delle stelle spezza i rami, mi senti
Sono io, mi senti
Ti amo, mi senti
Ti prendo per mano, ti conduco, ti metto
La bianca veste nuziale di Ofelia, mi senti
Dove mi lasci, dove vai e chi, mi senti

Ti tiene per mano lassù tra i diluvi

Le gigantesche liane e la lava dei vulcani
Verrà giorno, mi senti
Che ci seppelliranno e poi, dopo migliaia di anni, mi senti
Non saremo che pietre lucenti, mi senti
Dove si rifrangerà l’indifferenza, mi senti
Degli uomini
E in migliaia di pezzi ci butterà, mi senti

Nell’acqua ad uno ad uno, mi senti
Conto i miei amari ciottoli, mi senti
E il tempo è una grande chiesa, mi senti
Dove le icone a volte, mi senti
Dei Santi
Piangono lacrime vere, mi senti
Le campane aprono in alto, mi senti
Un profondo valico per lasciarmi passare
Gli angeli aspettano con ceri e salmi funebri
Non me ne andrò via di qui, mi senti
O insieme tutti e due o nessuno, mi senti

Questo fiore della tempesta e, mi senti
Dell’amore
Una volta per sempre lo cogliemmo, mi senti
E non potrà più fiorire, mi senti
Su altri pianeti o stelle, mi senti
Non c’è la terra e neppure il vento
Lo stesso vento che toccammo, mi senti

E non un giardiniere che ci sia riuscito, mi senti

Da inverni e bore simili, mi senti
Spuntare un fiore, solo noi, mi senti
In mezzo al mare
Con la sola volontà dell’amore, mi senti
Alzammo intera tutta un’isola, mi senti
Con grotte, promontori e rupi in fiore
Senti, senti
Chi parla alle acque e chi piange − senti?
Chi cerca l’altro, chi grida − senti?
Sono io che grido e io che piango, mi senti
Ti amo, ti amo, mi senti.

                                                                 

V

Di te ho parlato in tempi lontani
Con esperte nutrici e vecchi partigiani
Perché mai questa tristezza di bestia selvaggia
Sul volto il riverbero d’acqua tremante
E perché mai venirti vicino
Se non voglio l’amore ma il vento
Se dell’alto mare aperto voglio il galoppo

E di te nessuno sapeva niente
Di te né il dittamo né il fungo
Sulle alture di Creta niente
Solo per te Dio accettò di guidarmi la mano

Più vicino, più lontano, con cura su tutto l’arco
Della sponda del volto, i seni, i capelli
Fluttuanti a sinistra sul colle

Il tuo corpo nella posizione del pino solitario
Occhi di fierezza e di trasparenti profondità
Dentro la casa con la vecchia credenza
I gialli merletti e il legno di cipresso
Da solo ad aspettare la tua prima apparizione
In alto nella loggia o dietro sul lastricato del cortile
Con il cavallo del Santo e l’uovo della Resurrezione

Come uscita da un affresco in rovina
Grande quanto ti volle la breve vita
Per contenere nel piccolo cero lo stentoreo bagliore del vulcano
Di te nessuno ha visto né sentito
Niente di te nelle case distrutte o nei deserti
Neppure l’avo sepolto lungo il muro di cinta
Di te neppure la vecchia con tutte le sue erbe

Di te soltanto io, forse, e la musica
che da me scaccio ma sempre più forte ritorna
Di te del tuo seno acerbo di dodicenne
Proteso sul futuro con il rosso cratere
Di te l’odore amaro che come uno spillo
Penetra nel corpo e punge il ricordo
Ed ecco i campi, i colombi, la nostra antica terra.

                                                                   

VI

Ho visto molte cose e la terra più bella appare nella mia mente
Più bella nei vapori dorati
La pietra tagliente, più bello
Il turchino degli istmi e i tetti tra le onde
Più belli i raggi dove passi senza toccare
Invincibile come la Dea di Samotracia sopra le montagne del mare

Così ti ho visto e mi basta:
Il tempo è stato assolto intero
Nel solco che il tuo passaggio lascia
Perché come delfino inesperto la mia anima

Segua giocando con il bianco e l’azzurro!

Vittoria, vittoria dove sono stato vinto
Prima dell’amore e con l’amore
Per la passiflora e la mimosa
Vai, vai anche se mi sono perso

Solo, anche se il sole che tieni in braccio è un neonato
Solo, anche se sono io la patria in lutto
E la parola che ti affidai una foglia di alloro
Solo, il vento forte e solo, il ciottolo
Tutto tondo nello sbattere di palpebre degli oscuri fondali
Il pescatore che tirò su e di nuovo gettò indietro nel tempo il Paradiso!

                                                                       

VII

Nel Paradiso ho disegnato un’isola
A te uguale e una casa sul mare

Con un grande letto e una piccola porta
Ho gettato un’eco nelle acque profonde
Per guardarmi ogni mattina quando mi sveglio

Per vederti a metà passare nell’acqua
E a metà piangerti nel Paradiso.

Odisseas Elitis

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “È presto ancora”, Donzelli Poesia, 2011

***

Θά πενθώ πάντα —μ’άκοος;— γιά σένα,
μόνος, στον Παράδε
I

Θα γυρίσει άλλοΰ τις χαρακιές
Της παλάμης, η Μοίρα, σαν κλειδοΰχος
Μια στιγμή θα συγκατατεθεΐ ο Καιρός

Πως αλλιώς, άφοΰ αγαπιούνται οί ανθρωποι

Θα παραστήσει ο ουρανός τα σωθικά μας
Και θα χτυπήσει τόν κόσμο ή αθωότητα
Μέ τό δριμύ τοΰ μαύρου τοΰ θανάτου.

                                                                 

II

Πενθώ τόν ήλιο και πενθώ τα χρόνια πού έρχονται
Χωρίς εμάς και τραγουδώ τ’ αλλα πού πέρασαν
Έάν είναι αλήθεια

Μιλημένα τα σώματα καί οί βάρκες πού έκρουσαν γλυκά
Οί κιθάρες πού αναβόσβησαν κάτω από τα νερα
Τα «πίστεψέ με» καί τα «μή»
Μια στόν αέρα, μια στή μουσική

Τα δυό μικρα ζώα, τα χέρια μας
Πού γύρευαν ν’ ανέβουνε κρυφα τό ένα στό αλλο
‘Η γλάστρα μέ τό δροσαχί στις ανοιχτές αυλόπορτες
Καί τα κομμάτια οί θάλασσες πού ερχόντουσαν μαζι
Πάνω απ’τις ξερολιθιές, πίσω απ’τούς φράχτες
Την άνεμώνα πού κάθισε στο χέρι σου
Κι έτρεμε τρεις φορές το μώβ τρεις μέρες πάνω άπο τούς καταρράχτες

Έάν αυτά είναι άλήθεια τραγουδώ
Το ξύλινο δοκάρι καί το τετράγωνο φαντό
Στον τοίχο, τη Γοργόνα μέ τά ξέπλεκα μαλλιά
Τη γάτα πού μάς κοίταξε μέσα στά σκοτεινά
Παιδί μέ το λιβάνι καί μέ τον κόκκινο σταυρό
Την ώρα πού βραδιάζει στών βράχων το άπλησίαστο
Πενθώ το ρούχο πού άγγιξα καί μοΰ ήρθε ο κόσμος.

                                                           

III

“Ετσι μιλώ γιά σένα καί γιά μένα

Επειδή σ’ άγαπώ καί στήν άγάπη ξέρω
Νά μπαίνω σάν Πανσέληνος
Άπο παντού, γιά το μικρό το πόδι σου μές στ’ άχανή σεντόνια
Νά μαδάω γιασεμιά —κι έχω τή δύναμη
Αποκοιμισμένη, νά φυσώ νά σέ πηγαίνω
Μέσ’ άπο φεγγερά περάσματα καί κρυφές τής θάλασσας στοές
‘Υπνωτισμένα δέντρα μέ άράχνες πού άσημίζουνε

Ακουστά σ’ έχουν τά κύματα
Πώς χαϊδεύεις, πώς φιλάς
Πώς λές ψιθυριστά το «τί» καί το «ε»
Τριγύρω στο λαιμό στον όρμο
Πάντα εμείς το φώς κι ή σκιά

Πάντα εσύ τ’ άστεράκι καί πάντα εγώ το σκοτεινό πλεούμενο
Πάντα εσύ το λιμάνι κι εγώ το φανάρι το δεξιά
Το βρεμένο μουράγιο καί ή λάμψη επάνω στά κουπιά
Ψηλά στο σπίτι μέ τίς κληματίδες
Τά δετά τριαντάφυλλα, το νερό πού κρυώνει
Πάντα εσύ το πέτρινο άγαλμα καί πάντα εγώ ή σκιά πού μεγαλώνει
Το γερτό παντζούρι εσύ, ο άέρας πού το άνοίγει εγώ

Επειδή σ’ αγαπώ καί σ’ αγαπώ
Πάντα εσύ το νόμισμα κι εγώ η λατρεία πού το εξαργυρώνει:

Τόσο η νύχτα, τόσο η βοή στον άνεμο
Τόσο η στάλα στον αέρα, τόσο η σιγαλιά
Τριγύρω η θάλασσα η δεσποτική
Καμάρα τ’ ουρανού μέ τ’ άστρα
Τόσο η ελάχιστη σου αναπνοή

Πού πιά δέν έχω τίποτε άλλο
Μές στούς τέσσερις τοίχους, το ταβάνι, το πάτωμα
Νά φωνάζω απο σένα καί νά μέ χτυπά η φωνή μου
Νά μυρίζω απο σένα καί ν’ αγριεύουν οί άνθρωποι
Επειδή το αδοκίμαστο καί το απ’ αλλού φερμένο
Δέν τ’ αντέχουν οί άνθρωποι κι είναι νωρίς, μ’ ακοϋς
Είναι νωρίς ακόμη μές στον κόσμο αυτόν αγάπη μου

Νά μιλώ γιά σένα καί γιά μένα.

                                                               

IV

Είναι νωρίς ακόμη μές στον κόσμο αυτόν, μ’ ακοϋς
Δέν έχουν εξημερωθεί τά τέρατα, μ’ ακοϋς
Το χαμένο μου αίμα καί το μυτερό, μ’ ακοϋς Μαχαίρι
Σάν κριάρι πού τρέχει μές στούς ουρανούς
Καί τάν άστρων τούς κλώνους τσακίζει, μ’ ακοϋς
Είμ’ εγώ, μ’ ακοϋς
Σ’ αγαπά, μ’ ακοϋς
Σέ κρατά καί σέ πάω καί σοϋ φορά
Το λευκό νυφικό τής Όφηλίας, μ’ ακοϋς
Ποϋ μ’ αφήνεις, ποϋ πάς καί ποιος, μ’ ακοϋς

Σοϋ κρατεί το χέρι πάνω απ’τούς κατακλυσμούς

Οί πελώριες λιάνες καί τάν ήφαιστείων οί λάβες
Θά ’ρθει μέρα, μ’ ακοϋς
Να μάς θάψουν, κι οι χιλιάδες υστέρα χρόνοι
Λαμπερά θά μάς κάνουν πετρώματα, μ’ άκοΰς
Να γυαλίσει επάνω τους η απονιά, μ’ άκοΰς
Των ανθρώπων
Καί χιλιάδες κομμάτια νά μάς ρίξει

Στά νερά ενα ενα, μ’ άκοΰς
Τά πικρά μου βότσαλα μετρώ, μ’ άκοΰς
Κι είναι ο χρόνος μιά μεγάλη εκκλησία, μ’ άκοΰς
“Οπου κάποτε οί φιγοΰρες
Τών’Αγίων
Βγάζουν δάκρυ αληθινό, μ’ άκοΰς
Οί καμπάνες άνοίγουν άψηλά, μ’ άκοΰς
“Ενα πέρασμα βαθύ νά περάσω
Περιμένουν οί αγγελοι μέ κεριά καί νεκρώσιμους ψαλμούς
Πουθενά δέν πάω, μ’ άκοΰς
“Π κανείς η κι οί δύο μαζί, μ’ άκοΰς

Το λουλούδι αυτό της καταιγίδας καί, μ’ άκοΰς Της άγάπης
Μιά γιά πάντα τό κόψαμε
Καί δέ γίνεται ν’ άνθίσει άλλιως, μ’ άκοΰς
Σ’ αλλη γη, σ’ αλλο άστέρι, μ’ άκοΰς
Δέν υπάρχει τό χώμα, δέν υπάρχει ο άέρας
Πού άγγίξαμε, ο ίδιος, μ’ άκοΰς

Καί κανείς κηπουρός δέν ευτύχησε σ’ αλλους καιρούς

Άπό τόσον χειμώνα κι άπό τόσους βοριάδες, μ’ άκοΰς
Νά τινάξει λουλούδι, μόνο εμείς, μ’ άκοΰς
Μές στη μέση της θάλασσας
Άπό μόνο τό θέλημα της άγάπης, μ’ άκοΰς
Ανεβάσαμε ολόκληρο νησί, μ’ άκοΰς
Μέ σπηλιές καί μέ κάβους κι άνθισμένους γκρεμούς
“Ακου, ακου
Ποιός μιλεί στά νερά καί ποιός κλαίει —άκοΰς;
Ποιος γυρεύει τον άλλο, ποιος φωνάζει —άκοΰς;
Εΐμ’ εγώ πού φωνάζω κι εΐμ’ εγώ πού κλαίω, μ’ άκοΰς
Σ’ άγαπά, σ’ άγαπά, μ’ άκοΰς.

                                                               

V

Για σένα έχω μιλήσει σέ καιρούς παλιούς
Μέ σοφές παραμάνες καί μ’ άντάρτες άπόμαχους
Άπο τί νά ’ναι πού έχεις τη θλίψη τοϋ άγριμιοϋ
Την άνταύγεια στο πρόσωπο τοϋ νεροϋ τοϋ τρεμάμενου
Καί γιατί, λέει, να μέλλει κοντά σου να ρθά
Πού δέ θέλω άγάπη άλλα θέλω τον άνεμο
Άλλα θέλω της ξέσκεπης όρθιας θάλασσας τον καλπασμό

Καί για σένα κανείς δέν είχε άκούσει
Για σένα οΰτε το δίκταμο οΰτε το μανιτάρι
Στα μέρη τ’ άψηλα της Κρήτης τίποτα
Για σένα μόνο δέχτηκε ο Θεός να μοϋ οδηγεί το χέρι

Πιο δά, πιο κεί, προσεχτικά σ’ όλο το γύρο
Τοϋ γιαλοϋ τοϋ προσώπου, τούς κόλπους, τα μαλλια
Στο λόφο κυματίζοντας άριστερα

Το σάμα σου στή στάση τοϋ πεύκου τοϋ μοναχικοϋ
Μάτια της περηφάνιας καί τοϋ διάφανου
Βυθοϋ, μέσα στο σπίτι μέ το σκρίνιο το παλιό
Τίς κίτρινες νταντέλες καί το κυπαρισσόξυλο
Μόνος να περιμένω ποϋ θα πρωτοφανείς
Ψηλα στο δάμα η πίσω στίς πλάκες τής αυλής
Μέ τ’ αλογο τοϋ ‘Αγίου καί το αυγο τής Ανάστασης

Σαν άπο μια τοιχογραφία καταστραμμένη
Μεγάλη όσο σέ θέλησε ή μικρή ζωή
Να χωράς στο κεράκι τή στεντόρεια λάμψη τήν ήφαιστειακή
Πού κανείς να μήν έχει δεί καί άκούσει
Τίποτα μές στίς ερημιές τα ερειπωμένα σπίτια
Ούτε ο θαμμένος πρόγονος άκρη άκρη στον αυλόγυρο
Για σένα ούτε η γερόντισσα μ’ όλα της τα βοτάνια

Για σένα μόνο εγώ, μπορεί καί η μουσική
Πού διώχνω μέσα μου αλλ’ αυτή γυρίζει δυνατότερη
Για σένα το ασχημάτιστο στήθος των δώδεκα χρονώ
Το στραμμένο στο μέλλον μέ τον κρατήρα κόκκινο
Για σένα σαν καρφίτσα ή μυρωδιά ή πικρή
Πού βρίσκει μές στο σώμα καί πού τρυπάει τή θύμηση
Καί νά το χώμα, νά τα περιστέρια, νά ή αρχαία μας γη.

                                                                   

VI

“Εχω δεί πολλά καί ή γη μέσ’ απ’το νοΰ μου φαίνεται ώραιότερη
‘Ωραιότερη μές στούς χρυσούς ατμούς
‘Η πέτρα ή κοφτερή, ώραιότερα
Τα μπλάβα τών ισθμών καί οί στέγες μές στα κύματα
‘Ωραιότερες οί αχτίδες όπου δίχως να πατείς περνάς
Αήττητη όπως ή Θεατής Σαμοθράκης πάνω απο τα βουνά τής θάλασσας

“Ετσι σ’ έχω κοιτάξει πού μοΰ αρκεί
Νά ’χει ο χρόνος όλος αθωωθεί
Μές στο αυλάκι πού το πέρασμά σου αφήνει
Σαν δελφίνι πρωτόπειρο ν’ ακολουθεί

Καί να παίζει μέ τ’ άσπρο καί το κυανό ή ψυχή μου!

Νίκη, νίκη όπου έχω νικηθεί
Πρίν απο τήν αγάπη καί μαζί
Γ ια τή ρολογια καί για το γκιούλ μπρισίμι
Πήγαινε, πήγαινε καί ας έχω εγώ χαθεί

Μόνος, καί ας είναι ο ήλιος πού κρατείς ένα παιδί νεογέννητο
Μόνος, καί ας είμ’ εγώ ή πατρίδα πού πενθεί
“Ας είναι ο λόγος πού έστειλα να σοΰ κρατεί δαφνόφυλλο

Μόνος, ο αέρας δυνατός καί μόνος τ’ ολοστρόγγυλο
Βότσαλο στό βλεφάρισμα τοΰ σκοτεινού βυθοΰ
‘Ο ψαράς πού ανέβασε κι έριξε πάλι πίσω στούς καιρούς τόν Παράδεισο!

                                                             

VII

Στόν Παράδεισο έχω σημαδέψει ένα νησί
Άπαράλλαχτο εσύ κι ένα σπίτι στη θάλασσα

Μέ κρεβάτι μεγάλο καί πόρτα μικρή
“Εχω ρίξει μές στ’ άπατα μιάν ηχώ
Νά κοιτάζομαι κάθε πρωί πού ξυπνώ

Νά σέ βλέπω μισή νά περνάς στό νερό
Καί μισή νά σέ κλαίω μές στόν Παράδεισο.

Οδυσσέας Ελύτης

da “Οδυσσέας Ελύτης, Το Μονόγραμμα”, Ίκαρος, Αθήνα, 1972

Elena – Takis Sinòpulos

Foto di Ferdinando Scianna

Que tu es belle maintenant que tu n’es plus
                                                        P.J. JOUVE
1

Mi prese il sogno e poi la febbre mi prese la notte mi trascinò
verso capezzoli oscuri notti infinite mi trascinarono
verso difficili passaggi nudo
solingo m’appostai
migliaia di volti illuminati migliaia di volti bruciati
la notte meraviglioso fiume della morte − eri là
presente nelle visioni
dei secoli eri là non eri in fuga
verso una patria fantastica tu diafana
tu leggiadra perfetta inconcepibile
tu Elena vivente
con il placido peso del corpo tanto antico
con le tue porpore e i tuoi preziosi −
secche le trombe annunciarono
l’ultimo trionfo.

Patria mia dalle foreste calcaree
terra immensa di rocce di vallate
nudo cielo disabitato metropoli abolita
queste città amarono la morte
gli uccelli limpidi migrarono
mio figlio partì per la guerra
mia figlia si schifò dell’alcol
e adesso balla in sale capovolte
ora nuda ora vestita come Artemide
con l’arco e la faretra.
Elena non c’è più
nel dolore del mondo.
Ce l’hanno detto già i megafoni
una raccolta di lacerazioni
una triste celeste rosa.

2

Fu allora che sgorgasti dal mio aperto
cuore armata
di carni e di luci.
Il mio sangue una tenebra immobile ed ecco.
Tu la succosa primavera.
Io mento tremulo
nella fame nera.
E i miei sogni proruppero − cani e pirati.
E il mio corpo − la polvere.

3

Fianco ombroso di giovane trafitta
foreste di lei sedotta
ma fertile il suo corpo d’amarezza e tradimento.

4
 La voce di Elena

Dove vado senza meta? Quale peccato
s’agita dentro i miei fecondi occhi?
Padre che m’hai generata quale sarà la mia morte?

Davvero esisto
come esistetti un tempo nella mia calda patria
vivendo da sola le immense epoche dei miti
curva bellezza umbrifera? E tu pure
esisti amante effimero che intrecci le tue membra
sotto selve di notte con le mie membra
pallide riconciliate? Tu nostalgico degli astri
che la sorella degli astri ferisci
con rose terrene. Mi parli
mi vesti di strofe e poesie perché sia inaccessibile
ai ponti del tempo. Quali sorgenti
e quali fiumi regnano nel mio sangue?
Il succo di quale fama mi dona quest’ebbrezza
di recitare e di abbracciare la mia morte quotidiana?
Screziata di freschi
baci cammino nell’amore. I miei passi
pesanti risuonano nel crudele abbandono
di questo mondo. Mi sento
come un albero infiammato che sogna
con tutte le radici aperte
alla luce infinita. Oh aiutami
a spogliarmi insieme agli abiti
della mia morte e a riempirti di morte stasera.
Ti accoglieranno le mie mute ginocchia.
Poiché sono fertile ti genererò
e tu dal principio mi genererai.
                                                 Ma affonda
nelle mie valli luminose nei porti di Elena.
Sali su questi monti inaccessibili
e neri di Elena.

5
        La giovinezza di Elena

Come sono notturna nell’umbrifera discesa
del mio primo amore. O cielo pieno di nera
pesante uva per la boria della nuova estate!
Dai campi grida un’alba eccezionale. Un’aurora
che spira e semina pallidi sogni. E il mio corpo
in pausa luminosa preda del tempo terreno.
O freschi
baci purissimi nella memoria delle epoche
che vivemmo nel deserto. Voci voci e volti nudi
per tanto tempo persi nel ricordo confusi
con tombe e fuochi. Il segreto celeste dolore
di colui che solo mi ama ed io
che lotto per emergere integra da questa
amara poesia. Solo una cosa
mi serba incorruttibile − la chimera.
Sento il mio sangue come un arcobaleno
ed eccomi di nuovo qui con quell’invito
che venne a battezzare la mia carne tanto esperta
in una nuova morte. Oh amara
amarissima esistenza mia di angosce regnanti
di tremende lunghissime memorie.
E tu che mi ami incomparabile
oh baciami di nuovo nella mia terrena offerta
oh venera nell’amore la mia nuova giovinezza.

6
La morte di Elena

Guarda il chiaro di luna come mi custodisce! spogliata
del mio sonno con le schiume sulle mani
cambio corpo godo
le voci delle mie nere cime. O terra
mia carne venerata e sentiero carico d’ombre.
Sono così nuda
che la memoria della mia morte balza come un enigma
dalle sponde dell’amore. Lavata nel sangue
soffre la mia stella più preziosa che ferisci
con la tua incredibile orfanezza. Guarda
nella tua sete vengo illuminata dal tremendo
mito della poesia. Oh tienimi ancora
ché io resti nel tuo sogno con le porpore
più invasate. Dammi l’alba delle parole
nella mia libertà d’amore il peso delle cose
perché possa distinguerti con gli occhi
del tutto conquistati perché possa toccarti
con le eteree rocce dei miei seni
te che sei nato dalla suprema stirpe
e mi ami e pensi a me
a come io resti sempiterna nello scalpiccìo
del tempo. Ma io muoio questa sera in cui son nata.
L’ombra della terra mi ha coperta e un’altra volta sono
nella nozione della mia morte intatta da morte
adesso bagnata dal
sole fecondo dei poeti.

7
Il pensiero del poeta

Elena adesso è fusa con la terra.
Brilla nella patria sublime della morte.
Nutrita del mio ricordo nasce da ogni parte
più vera del sogno più oscura di roccia
e la sua carne ancora intonsa da sangue e gravidanze.
È l’inaccessibile colei che non si dà.
Mosse dalle sabbie udendo il mio invito
la voce segreta − seme del tempo.
E lei l’immacolata stasera respira qui. Per dare per darsi.
L’erba brucia
sopra la terra che ha coperto i sommi genitori.
Ciechi padri difendono il suo ricordo.
Ed è estate brilla il mare uno scudo infinito
la terra nelle valli scompare nell’ebrezza del sole.
E questa Elena la tocco le parlo.
I suoi occhi che il tempo ha resi immensi
passano sopra le tombe si bagnano
riconciliati con la luce. Ecco qui la nuova Elena.
Il mio sangue è salito così in alto nell’eternità
che a stento il mio corpo caldo
si sèpara dal suo corpo.
                                      Inseguendo l’incorruttibilità
la eternerò con celesti poesie.
Ora è travolta abbagliata dalle grida
si agita vibra si disperde
in tutte le epoche generando e morendo
mondana ed immutabile nuda donna senz’ombra
Elena che solo esiste nel crollo antico
di guerre di miti di dèi.

8
Poesia per Elena

Sei bella tu invisibile
nel cielo della poesia
ardente religione donna eterea
vestita d’aurore stella simbolo
che col tuo nome leghi i ponti delle epoche.
Sei bella tu
notturna dell’infinito straordinaria preda della morte
che dalla polvere della morte sai rinascere.
Ti riconosco Elena mia tra gli amori neri
che di sogni bruciarono i miei anni. Oh tu mai
mai non partire per i luoghi della rovina
nelle terre crudeli non buttare via
quella tua carne di smalto e di cristallo.
Ti aspetto.
Guarda ti ho portato fumi e aromi dalle montagne
pietre preziose dal mare
soli e foglie ti ho portato pendìi in discesa e venti
canne dagli alvei dei fiumi scogli e pietre e sogni
e nebbie e schiume che ti offro in dono.
Con braccia e ginocchia spezzate mi sono appostato
nudo ho girovagato sulla terra ad ogni svolta
del mondo mi sono appostato. Ti aspetto.
Giaccio morto la sera sotto la mia lucerna
eppure ancora vivo perché rifulgo della tua potenza.
Dormo in un letto carico di genitori
che mi chiedono di parlare. E celebro la mia terra
e te e la fioritura
assaporo memorie sogni e fioritura
e terra eterna della nostra patria
soprattutto terra terra Elena.

E questa la chiamo attesa. Ovvero nascita della poesia.

Verrai davvero?
Una notte davvero Elena t’incontrerò

quando il tempo sarà immobile grazie ai miracoli
incoronata servitù e resurrezione tremula?
Nell’immensa città del sonno c’incontreremo
come in un impero di poeti morti
pieno zeppo di stalattiti-poesie
e davvero parleremo ci guarderemo
fioriti e senza voce con il cuore terrigno
che si rianima e diventa
di nuovo una rosa purpurea di nuovo un incendio impareggiabile
davvero ci uniremo un’altra volta
una notte in cui il silenzio sarà un silenzio infinito
io pieno di spazio
tu piena di stelle
sempre intatta vergine incorrotta
sublimata?

9

Come in un acquario terrestre nelle acque prigioniere
si muovono ombre di pesci
così si muove il poeta.

Elena intanto non c’è più
nel dolore del mondo.
Ci sono solo le poesie
una raccolta di lacerazioni
una triste celeste rosa.

Takis Sinòpulos

1957

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

Leggenda – Giorgos Seferis

 

Si j’aui du goût, ce guères
que pour la terre et les pierres.
A. Rimbaud
I

Il nunzio
l’aspettammo inchiodati tre anni
mirando assai da presso
i pini il lido e gli astri.
Confusi col fendente dell’aratro o con la chiglia della nave
frugavamo a scoprire il primo seme
perché ricominciasse il dramma antico.

Tornammo alle nostre case spezzati,
deboli membra, bocche devastate
dal gusto della ruggine e del sale.
Ridesti andammo verso Nord, forestieri
inabissati in brume da illibate ali di cigni che ci ferivano.
Ci faceva impazzire le notti d’inverno il gagliardo vento dell’Est
ci smarrivamo l’estate nell’agonia del giorno che non sapeva morire.

Portammo indietro
questi rilievi d’un’arte dimessa.

II

Ancora un pozzo dentro una caverna.
Facile un tempo attingere immagini, ornamenti,
per la gioia dei cari che ancora ci restavano fedeli.

Le corde si son rotte : solo strie sulla bocca del pozzo
sono memoria di felicità:
le dita sulla sponda — come dice il poeta 1.
Avvertono le dita il fresco della pietra un poco
poi la febbre del corpo la pervade.
La caverna si gioca l’anima e la perde ogni momento,
intrisa di silenzio, senza una sola goccia.

III
Rammenta il bagno dove fosti ucciso  2

Mi sono destato con questa testa di marmo fra le mani
che mi sfinisce i gomiti né so dove poggiarla.
Piombava nel sogno a misura che uscivo dal sogno:
così le nostre vite
si sono fuse e districarle è arduo.

Rimiro gli occhi: né aperti né chiusi,
parlo alla bocca ch’è in procinto di parlare
sempre, reggo gli zigomi che bucano la pelle.
Non reggo più.

Le mie mani si perdono, mi tornano
sbocconcellate.

IV
ARGONAUTI

E un’anima
se si vuole conoscere
in un’anima
rimiri 3:
lo straniero, il nemico, lo vedemmo allo specchio.

Erano bravi ragazzi i compagni, non gridavano
né di stanchezza né di sete né di gelo,
erano come gli alberi e le onde
che ricevono vento e pioggia
ricevono notte e sole
senza mutare in mezzo a mutamenti.
Erano bravi ragazzi, interi giorni
sudavano sul remo, gli occhi bassi,
respirando in cadenza
e il sangue imporporava una docile pelle.
Cantarono una volta, gli occhi bassi,
quando doppiammo l’isola scabra dei fichi d’India
a ponente, di là da quel Capo dei cani
uggiolanti.
Se si vuole conoscere — dicevano —
miri in un’anima — dicevano —
e battevano i remi l’oro del mare nel crepuscolo.
Passammo capi molti molte isole il mare
che mette ad altro mare, gabbiani, foche.
Ululati di donne sventurate
piangevano i figli perduti,
altre come frenetiche cercavano Alessandro
Magno, glorie colate a picco in fondo all’Asia.
Attraccammo
a rive colme d’aromi notturni
e gorgheggi d’uccelli, e un’acqua che lasciava nelle mani
la memoria di gran felicità.
Non finivano, i viaggi.
Si fecero le anime loro una cosa sola con remi e scalmi
con la grave figura della prora,
col solco del timone, con l’acqua che frangeva
gli specchiati sembianti.
I compagni finirono, a turno,
con gli occhi bassi. I loro remi additano
il posto dove dormono, sul lido.

Non li ricorda più nessuno. È giusto.

V

Noi non li conoscemmo
                        era speranza in fondo al cuore a dirci
d’averli conosciuti da bambini.
Forse due volte li vedemmo: poi presero il mare:
carichi di carbone, carichi di cereali. E i nostri amici
persi dietro l’oceano per sempre.
L’alba ci trova accanto alla lampada stanca,
che disegniamo sulla carta goffamente, a fatica,
barche, conchiglie, gòrgoni.
A sera discendiamo verso il fiume
perché ci segna la strada del mare,
e passiamo le notti in sotterranei che sanno di catrame.

I nostri amici se ne sono andati
              forse non li vedemmo mai, forse incontrati
li abbiamo quando ancora il sonno
ci portava vicino all’onda che respira,
forse li ricerchiamo perché ricerchiamo
l’altra vita, di là dai simulacri.

VI
M. R.4

Il giardino coi suoi zampilli alla pioggia
tu lo vedrai soltanto dalla finestra bassa
di là dai vetri torbidi. Rischiarirà la stanza
solo la vampa del camino
e talora, nel lampo di folgori lontane, appariranno
le rughe alla tua fronte, vecchio Amico.

Il giardino coi suoi zampilli ch’erano alla tua mano
ritmo dell’altra vita, oltre gl’infranti
marmi, di là dalle colonne tragiche,
danza fra gli oleandri
presso le nuove cave di pietrame, un vetro
appannato l’avrà reciso dai tuoi giorni.
Tu non respirerai: terra e umore di piante
si lanceranno dalla tua memoria a picchiare
su questo vetro, ove picchia,
dal mondo di fuori, la pioggia.

VII
SCIROCCO

A occidente si mescola il mare a una catena di montagne.
Ci soffia da mancina lo scirocco e c’impazza,
questo vento che spoglia della carne le ossa.
Nostra casa fra i pini e le carrube.
Grandi finestre, grandi tavoli per scrivere
le lettere che già da tanti mesi
ti scriviamo e gettiamo
nella separazione per colmarla.

Astro dell’alba, tu chinavi gli occhi
ed erano le nostre ore più dolci
dell’olio alla ferita, più gioconde dell’acqua
fresca al palato, placide più che l’ala del cigno.
Era la nostra vita nel tuo palmo.
Di là dal pane amaro dell’esilio
se ristiamo la notte dinanzi al muro bianco
la tua voce s’accosta, è una speranza
di fuoco. E ancora questo vento affila
sui nostri nervi un rasoio.

Ti scriviamo ciascuno le stesse
cose, ciascuno innanzi all’altro tace
rimirando per sé lo stesso mondo,
la luce e l’ombra sopra le montagne
e te.
Chi mai ci leverà dal cuore tanta pena?
Ieri sera, tempesta; oggi di nuovo
pesa il cielo infoscato. Ora i pensieri
come gli aghi di pino ieri nella tempesta
sulla porta di casa accolti e vani
innalzano un castello che dirupa.

Qui tra questi paesi decimati, su questo
promontorio sguernito allo scirocco
con la catena di montagne innanzi, che ti cela,
chi ci calcolerà l’impegno dell’oblio?
Chi accoglierà la nostra offerta, in questa fine d’autunno.

VIII

Che cercano le nostre anime viaggiando
su ponti d’avariati navigli, pressate
fra donne gialle e bambini che piangono,
senza scordarsi nei pesci volanti
o negli astri che gli alberi additano alla cima?
logorate da dischi di grammofoni
involontariamente avvinte a inani riti
biascicando frantumi di pensiero in lingue straniere.

Che cercano le nostre anime viaggiando
sopra legni marini imputriditi,
da porto a porto?

spostando pietre rotte, respirando
la frescura del pino
di giorno in giorno più difficoltosamente
e nuotando nell’acqua di questo mare qua
o di quel mare là,
senza più tatto, senza
uomini, in una patria che non è più nostra
né vostra.

Lo sapevamo, belle erano l’isole
qua d’attorno, ove andiamo brancicando
un po’ più giù, un po’ più su:
una distanza minima.

IX

Il porto è vecchio. Non posso più aspettare
né l’amico partito per l’isola dei pini
né l’amico partito per l’isola dei platani
né l’amico partito per il largo.
Accarezzo i cannoni arrugginiti, i remi,
perché s’avvivi il corpo e si risolva.
Le vele dei navigli dànno solo l’odore
di salmastro dell’altro fortunale.

S’io volli stare solo, solitudine
cercai, non quest’attesa,
frantumazione d’anima all’orizzonte,
queste linee, e colori, e silenzio.

Le stelle della notte mi riportano all’ansia
d’Odisseo per i morti fra gli asfodeli. E quando
approdammo quaggiù fra gli asfodeli
cercammo la vallata
che vide Adone con la sua ferita.

X

La nostra terra è chiusa, tutta monti,
notte e giorno per tetto cieli bassi.
Non abbiamo né fiumi né pozzi né sorgenti:
poche cisterne vuote, sonanti, venerate.
Suono stagnante e vano, pari al nostro deserto,
al nostro amore, pari ai nostri corpi.
Così strano ci pare d’aver saputo un tempo edificare
case, capanne, stazzi.
E le nozze, le fresche corone, le dita…
enimmi inestricati al nostro cuore.
Come nacquero i figli? come crebbero?

La nostra terra è chiusa. Chiusa
dalle nere Simplègadi. Nei porti, la domenica,
quando scendiamo a prendere un po’ d’aria,
vediamo rischiarirsi nel crepuscolo
legni rotti da viaggi interminati,
corpi che più non sanno come amare.

XI

Il tuo sangue gelava come la luna, a volte,
nella notte insondabile il tuo sangue
spiegava l’ali bianche
sopra le rocce brune, le figure degli alberi e le case
con un barlume della nostra infanzia.

XII
BOTTIGLIA A MARE

Tre rupi, qualche pino bruciato, una cappella.
Più su
il paesaggio ritorna, ricopiato:
tre rupi a forma d’una porta, rugginose,
qualche pino bruciato nero e giallo,
sepolta nella calce una casuccia
quadra. Più su ritorna ancora, ancora
il paesaggio, scalando
all’orizzonte, al cielo che tramonta.

Siamo approdati qua per rimpalmare i remi
rotti, e per bere acqua e dormire.
Il mare che ci fu tanto amaro è profondo, imperscrutato,
dispiega una bonaccia sconfinata.
Qui fra i ciottoli abbiamo trovato una moneta.
Ce la siamo giocata
a dadi. Ha vinto il piccolo. È sparito.

Ci siamo rimbarcati coi nostri remi rotti.

XIII
IDRA

Delfini, vessilli, cannonate.
Il mare, alla tua anima così amaro una volta,
alzava colorati battelli balenanti
in ondoso rullio,
era un’azzurrità con ali bianche.
Alla tua anima così amaro una volta,
ora smagliante di colori al sole.

Candide vele, luce; umidi remi
percotevano a ritmo di tamburo onde pacate.

Belli, se rimirassero, i tuoi occhi,
fulgide, se protese, le tue braccia,
vive come altra volta le tue labbra
sarebbero al prodigio:
tu lo cercavi
                       che cercavi innanzi
alla cenere, fra la pioggia e il vento
e la nebbia? (Calavano già i lumi,
la città sprofondava, e dalle lastre
di pietra il Nazareno ti mostrava il suo cuore).
Che cercavi? perché non vieni? che cercavi?

XIV

Tre colombi scarlatti nella luce
segnano il nostro fato nella luce
con i colori e i gesti di persone
che amammo.

XV
Quid  πλατανῶν opacissimus? 5

Il sonno ti ravvolse, come pianta, di foglie
verdi, alitavi come pianta al calmo lume,
mirai la tua figura nella sorgente diafana:
palpebre chiuse, i cieli una crespa nell’acqua.
Le mie dita trovarono nell’erba tenera le tue dita,
ti tenni il polso, un attimo: altrove
sentii la pena del tuo cuore.

Sotto il platano, presso l’acqua, fra gli allori
ti rimoveva il sonno e ti faceva a brani 
attorno a me, presso di me, né ti potevo attingere
intera,
medesimata con il tuo silenzio:
vedevo la tua ombra farsi grande, farsi piccola,
perdersi fra le altre ombre, nell’altro
mondo che ti lasciava e ti ghermiva.

La vita che ci diedero da vivere vivemmo.
Pietà di quelli che così pazienti aspettano
spersi fra i bruni allori, sotto i platani grevi,
e di quelli che parlano soli alle cisterne e ai pozzi
e annegano nei cerchi della voce.
E pietà del compagno che divise privazioni e sudore,
s’inabissò nel sole, corvo di là dai marmi,
e non sperò la gioia del compenso.

Donaci, fuori del sonno, la pace.

XVI
e il nome è Oreste 6

Alla corda, alla corda, alla corda un’altra volta!
E quanti giri, quante insanguinate orbite, quante nere
file, di gente che mi guarda,
che mi guardava quando sopra il carro
levai splendente il braccio, e acclamò.

La bava dei cavalli mi percuote, i cavalli
quando si stancheranno?
Stride l’asse, s’infuoca l’asse, l’asse
quando s’incendierà?
Quando si spezzeranno le redini, e gli zoccoli
quando, tutti posati, calcheranno la terra
e la tenera erba fra i papaveri, là dove tu hai
colto una margherita a primavera?
Erano belli i tuoi occhi, ma non sapevi
dove guardare, e non sapevo
dove guardare neppure io, senza patria,
io che gareggio qua — per quanti giri? —
e sento le ginocchia flettersi sopra l’asse,
sopra le ruote e la pista selvaggia.
Le ginocchia si flettono docili se vogliono gli dei.
Nessuno scampa: a che serve la forza? tu non puoi
scampare al mare che ti cullò bambino e che ricerchi
in quest’ora di lotta nell’anelito equino,
con quelle canne che cantavano d’autunno in modo lidio,
al mare che non trovi per quanto tu corra
e per quanto tu giri e giri innanzi alle Eumenidi nere,
infastidite senza remissione.

XVII
ASTIANATTE

Ora che te ne andrai prendi con te il bambino
che nacque sotto il platano
un giorno che squillavano trombe, lampeggiavano armi
e i cavalli sudati si chinavano
sul verde specchio del bacile
a lambire con umide froge.

Gli ulivi con le rughe dei padri
le rupi col senno dei padri
il sangue del fratello nostro, vivo nel suolo
erano gioia soda, augusta norma
per cuori consci della loro prece.

Ora che te ne andrai, che spunta il giorno
del saldo, ora che più nessuno sa
chi ucciderà né come finirà,
prendi con te il bambino nato là
sotto le foglie del platano, e insegnagli
a meditare gli alberi.

XVIII

Ho lasciato passare una fiumana
fra le mie dita
senza bere una stilla: m’accoro.
Naufrago nella pietra.
Un pino basso sulla terra rossa,
l’unica compagnia.
Tutto che amai s’è perso con le case
che l’altra estate erano nuove, e sono
dirupate nel vento dell’autunno.

XIX

Anche se spira il vento non ci dà
frescura e resta breve sotto i cipressi l’ombra;
per ogni dove è un’erta alle montagne.

Peso dei cari
che ormai non sanno più come morire.

XX 7

Si riapre nel mio petto la piaga
quando declinano le stelle e s’apparentano
con il mio corpo e cade sotto i passi degli uomini silenzio.

E queste rupi naufraghe nel tempo fino a dove
mi svieranno? E il mare, il mare chi l’asciugherà 8?
Vedo, ogni alba, le mani accennare allo sparviere, al falco,
legata sulla rupe che s’è fatta, per tanta pena, mia,
gli alberi respirare la nera bonaccia dei morti,
e poi sorrisi, immobili, di statue.

XXI

Noi che movemmo a questo
pellegrinaggio, abbiamo rimirato
i simulacri infranti, e persi in un oblio
ci siamo detti che la vita non si perde
sì facilmente e che la morte ha strade imperscrutate
ed una sua giustizia,

e che quando moriamo ritti in piedi,
affratellati nella pietra, uniti
con la rigidità, con l’impotenza,
gli antichi morti hanno forzato il cerchio
e risorti sorridono in una calma strana.

XXII

Sono passate tante e tante cose sotto i nostri occhi,
che gli occhi non han visto nulla; ma più oltre
e dietro, la memoria come uno schermo bianco
una notte in un chiuso
dove scorgemmo strane parvenze, strane più di te,
passare e dileguare nell’immoto fogliame
d’un albero di pepe;

abbiamo conosciuto così bene la sorte
errando fra le pietre rotte — tremila anni o seimila —
frugando in edifìci diroccati che potevano essere
forse la nostra casa
e sforzando la mente a ricordare date e gesta d’eroi:
potremo dunque?

siamo stati legati e sparpagliati,
abbiamo fronteggiato asperità inesistenti — a quanto si diceva —
smarriti, ritrovando una strada intasata
di reggimenti ciechi,
naufraghi in acquitrini e dentro il lago di Maratona:
potremo ora morire normalmente?

XXIII

Ancora un poco
e scorgeremo i mandorli fiorire
brillare i marmi al sole
e fluttuare il mare.

Ancora un poco
solleviamoci ancora un po’ più su.

XXIV

Hanno termine qui le opere del mare e dell’amore.
Quanti un giorno vivranno dove noi terminiamo,
se mai nereggi alla memoria il sangue e trabocchi,
non ci scordino, deboli anime tra gli asfodeli,
volgano verso l’Erebo il capo delle vittime:

e noi che nulla avemmo insegneremo loro
la pace.

Giorgos Seferis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

dicembre 1933 – dicembre 1934

da “Giorgos Seferis, Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

1.    Dionisio Solomòs (La donna di Zante, cap. 1): poeta nazionale neogreco, nato a Zante nel 1798, morto a Corfù nel 1857.
2.    Eschilo, Coefore, v. 491.
3.    Platone, Alcibiade I, 133 b-c.
4.    Iniziali di Maurice Ravel. Il giardino è quello di Villa d’Este, ed è evidente l’allusione ai Jeux d’eau del compositore francese.
5.    Plinio il Giovine, Epistole, I, 3.
6.    Sofocle, Elettra, v. 694. In tutta la lirica sono state osservate reminiscenze puntuali di versi sofoclei.
7.    In alcune traduzioni (non però nelle edizioni greche) la poesia reca il titolo Andromeda: la figura mitica sarebbe il simbolo della Grecia.
8.    Reminiscenza, spesso ricorrente in S., delle parole di Clitennestra in Eschilo, Agamennone, v. 958.

La morte di Odisseo – Nikos Kazantzakis

Nikos Kazantzakis

 

Ritto sull’albero di mezzo, tra grappoli d’uva riccia,
il grande Viaggiatore ascoltava il canto del ritorno;
chiare e vuote le sue pupille, il cuore più leggero –
la vita e la morte un canto, e l’uccello è la nostra mente.
Si guarda intorno, muove le mani, stringe piano i denti,
affonda le mani tra i fichi, le melagrane e l’uva,
e intorno ai suoi lombi si rinfrescano i dodici dèi.
Il corpo intero del grande Giramondo si trasforma in bruma,
la sua goletta di neve, gli amici, i frutti e la memoria
oscillano lentamente come nebbia sul mare, svaniscono come rugiada.
Si dissolve la carne, si offusca lo sguardo, più non batte il cuore;
e la grande mente balza sulla vetta del suo sacro riscatto,
un palpito di ali vuote, e Odisseo, eretto nel vento,
si leva in volo, libero dall’ultima gabbia: la sua libertà.
Come nebbia ogni cosa si dissolve, e solamente un grido
sulle acque calme color notte sta sospeso per un istante:
«Orza, ragazzi, a prora soffia la dolce brezza della morte!»

Nikos Kazantzakis

(Traduzione di Nicola Crocetti)

(da Odissea, 1938: libro XXIV, vv.1380-1396)

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010