Sopra un verso straniero – Giorgos Seferis

Dipinto di Andrew Wyeth

A Elli, Natale 1931

Fortunato chi fece il viaggio d’Odisseo ¹.
Fortunato se salda, alla partenza, sentiva la corazza d’un amore distesa nel suo corpo, come le vene dove mugghia il sangue.

D’un amore di ritmo indissolubile, invitto come la musica, perenne perché quando nascemmo nacque e quando moriamo, se muore, non lo sappiamo né altri lo sa.

Prego Dio che m’aiuti a dire, in un momento di gran felicità, quale sia quest’amore:
siedo talora avvolto dall’esilio, e sento il suo remoto muggito come il suono del mare mescolato al fortunale strano.

E si presenta ancora innanzi a me il fantasma d’Odisseo, gli occhi rossi dal salmastro e da una brama
matura: rivedere ancora il fumo che affiora dal calore della casa e il suo cane invecchiato che aspetta sulla porta.

Sta, gigantesco, e mormora di tra la barba imbianchita parole della nostra lingua, quale già la parlavano tremila anni fa.
Stende una mano incallita dalle gomene e dalla barra, con la pelle segnata dal tramontano dall’afa e dalle nevi.

Sembra che voglia scacciare di mezzo a noi il Ciclope titanico, monocolo, le Sirene che dànno, se le ascolti, l’oblio, Scilla e Cariddi:
tanti intricati mostri, che ci tolgono l’agio di pensare ch’era un uomo anche lui che lottò dentro il mondo, con l’anima e col corpo.

È il grande Odisseo: colui che disse di fare il cavallo di legno – e gli Achei presero Troia.
M’immagino che venga a insegnarmi come fare un cavallo di legno anch’io, per conquistare la mia Troia.

Parlo basso e tranquillo, senza sforzo: sembra che mi conosca come un padre,
o come uno di quei vecchi marinai che appoggiati alle reti (era burrasca e incolleriva il vento)
mi dicevano, al tempo dell’infanzia, il canto d’Erotòcrito con le lacrime agli occhi
– io tremavo nel sonno udendo il fato avverso d’Aretí discendere i gradini di marmo ².

Mi dice l’ardua angoscia di sentire le vele della nave gonfie dalla memoria e l’anima farsi timone. 
Ed essere solo, occulto nel buio della notte, a deriva, come festuca all’aia.

L’amaro di vedere naufragati fra gli elementi i cari, dispersi: ad uno ad uno.
E come stranamente ti fai forte a parlare coi morti, quando i vivi superstiti non bastano.

Parla… rivedo ancora le sue mani che sapevano, a prova, se la gòrgone di prora era ben fatta
donarmi il mare senza flutti azzurro nel cuore dell’inverno.

Giorgos Seferis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

da Quaderno d’esercizi, 1928-1937 

da “Giorgos Seferis, Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

¹ Heureux qui comme Ulysse a fait un beau voyage è l’inizio di un sonetto compreso in Les regrets di J. Du Bellay (1525 c. – 1560).
² Erotòcrito e Aretí sono i protagonisti del poema cretese Erotòkritos di Vincenzo Kornaros (prima metà del sec. XVII).

Leggenda – Giorgos Seferis

 

Si j’aui du goût, ce guères
que pour la terre et les pierres.
A. Rimbaud
I

Il nunzio
l’aspettammo inchiodati tre anni
mirando assai da presso
i pini il lido e gli astri.
Confusi col fendente dell’aratro o con la chiglia della nave
frugavamo a scoprire il primo seme
perché ricominciasse il dramma antico.

Tornammo alle nostre case spezzati,
deboli membra, bocche devastate
dal gusto della ruggine e del sale.
Ridesti andammo verso Nord, forestieri
inabissati in brume da illibate ali di cigni che ci ferivano.
Ci faceva impazzire le notti d’inverno il gagliardo vento dell’Est
ci smarrivamo l’estate nell’agonia del giorno che non sapeva morire.

Portammo indietro
questi rilievi d’un’arte dimessa.

II

Ancora un pozzo dentro una caverna.
Facile un tempo attingere immagini, ornamenti,
per la gioia dei cari che ancora ci restavano fedeli.

Le corde si son rotte : solo strie sulla bocca del pozzo
sono memoria di felicità:
le dita sulla sponda — come dice il poeta 1.
Avvertono le dita il fresco della pietra un poco
poi la febbre del corpo la pervade.
La caverna si gioca l’anima e la perde ogni momento,
intrisa di silenzio, senza una sola goccia.

III
Rammenta il bagno dove fosti ucciso  2

Mi sono destato con questa testa di marmo fra le mani
che mi sfinisce i gomiti né so dove poggiarla.
Piombava nel sogno a misura che uscivo dal sogno:
così le nostre vite
si sono fuse e districarle è arduo.

Rimiro gli occhi: né aperti né chiusi,
parlo alla bocca ch’è in procinto di parlare
sempre, reggo gli zigomi che bucano la pelle.
Non reggo più.

Le mie mani si perdono, mi tornano
sbocconcellate.

IV
ARGONAUTI

E un’anima
se si vuole conoscere
in un’anima
rimiri 3:
lo straniero, il nemico, lo vedemmo allo specchio.

Erano bravi ragazzi i compagni, non gridavano
né di stanchezza né di sete né di gelo,
erano come gli alberi e le onde
che ricevono vento e pioggia
ricevono notte e sole
senza mutare in mezzo a mutamenti.
Erano bravi ragazzi, interi giorni
sudavano sul remo, gli occhi bassi,
respirando in cadenza
e il sangue imporporava una docile pelle.
Cantarono una volta, gli occhi bassi,
quando doppiammo l’isola scabra dei fichi d’India
a ponente, di là da quel Capo dei cani
uggiolanti.
Se si vuole conoscere — dicevano —
miri in un’anima — dicevano —
e battevano i remi l’oro del mare nel crepuscolo.
Passammo capi molti molte isole il mare
che mette ad altro mare, gabbiani, foche.
Ululati di donne sventurate
piangevano i figli perduti,
altre come frenetiche cercavano Alessandro
Magno, glorie colate a picco in fondo all’Asia.
Attraccammo
a rive colme d’aromi notturni
e gorgheggi d’uccelli, e un’acqua che lasciava nelle mani
la memoria di gran felicità.
Non finivano, i viaggi.
Si fecero le anime loro una cosa sola con remi e scalmi
con la grave figura della prora,
col solco del timone, con l’acqua che frangeva
gli specchiati sembianti.
I compagni finirono, a turno,
con gli occhi bassi. I loro remi additano
il posto dove dormono, sul lido.

Non li ricorda più nessuno. È giusto.

V

Noi non li conoscemmo
                        era speranza in fondo al cuore a dirci
d’averli conosciuti da bambini.
Forse due volte li vedemmo: poi presero il mare:
carichi di carbone, carichi di cereali. E i nostri amici
persi dietro l’oceano per sempre.
L’alba ci trova accanto alla lampada stanca,
che disegniamo sulla carta goffamente, a fatica,
barche, conchiglie, gòrgoni.
A sera discendiamo verso il fiume
perché ci segna la strada del mare,
e passiamo le notti in sotterranei che sanno di catrame.

I nostri amici se ne sono andati
              forse non li vedemmo mai, forse incontrati
li abbiamo quando ancora il sonno
ci portava vicino all’onda che respira,
forse li ricerchiamo perché ricerchiamo
l’altra vita, di là dai simulacri.

VI
M. R.4

Il giardino coi suoi zampilli alla pioggia
tu lo vedrai soltanto dalla finestra bassa
di là dai vetri torbidi. Rischiarirà la stanza
solo la vampa del camino
e talora, nel lampo di folgori lontane, appariranno
le rughe alla tua fronte, vecchio Amico.

Il giardino coi suoi zampilli ch’erano alla tua mano
ritmo dell’altra vita, oltre gl’infranti
marmi, di là dalle colonne tragiche,
danza fra gli oleandri
presso le nuove cave di pietrame, un vetro
appannato l’avrà reciso dai tuoi giorni.
Tu non respirerai: terra e umore di piante
si lanceranno dalla tua memoria a picchiare
su questo vetro, ove picchia,
dal mondo di fuori, la pioggia.

VII
SCIROCCO

A occidente si mescola il mare a una catena di montagne.
Ci soffia da mancina lo scirocco e c’impazza,
questo vento che spoglia della carne le ossa.
Nostra casa fra i pini e le carrube.
Grandi finestre, grandi tavoli per scrivere
le lettere che già da tanti mesi
ti scriviamo e gettiamo
nella separazione per colmarla.

Astro dell’alba, tu chinavi gli occhi
ed erano le nostre ore più dolci
dell’olio alla ferita, più gioconde dell’acqua
fresca al palato, placide più che l’ala del cigno.
Era la nostra vita nel tuo palmo.
Di là dal pane amaro dell’esilio
se ristiamo la notte dinanzi al muro bianco
la tua voce s’accosta, è una speranza
di fuoco. E ancora questo vento affila
sui nostri nervi un rasoio.

Ti scriviamo ciascuno le stesse
cose, ciascuno innanzi all’altro tace
rimirando per sé lo stesso mondo,
la luce e l’ombra sopra le montagne
e te.
Chi mai ci leverà dal cuore tanta pena?
Ieri sera, tempesta; oggi di nuovo
pesa il cielo infoscato. Ora i pensieri
come gli aghi di pino ieri nella tempesta
sulla porta di casa accolti e vani
innalzano un castello che dirupa.

Qui tra questi paesi decimati, su questo
promontorio sguernito allo scirocco
con la catena di montagne innanzi, che ti cela,
chi ci calcolerà l’impegno dell’oblio?
Chi accoglierà la nostra offerta, in questa fine d’autunno.

VIII

Che cercano le nostre anime viaggiando
su ponti d’avariati navigli, pressate
fra donne gialle e bambini che piangono,
senza scordarsi nei pesci volanti
o negli astri che gli alberi additano alla cima?
logorate da dischi di grammofoni
involontariamente avvinte a inani riti
biascicando frantumi di pensiero in lingue straniere.

Che cercano le nostre anime viaggiando
sopra legni marini imputriditi,
da porto a porto?

spostando pietre rotte, respirando
la frescura del pino
di giorno in giorno più difficoltosamente
e nuotando nell’acqua di questo mare qua
o di quel mare là,
senza più tatto, senza
uomini, in una patria che non è più nostra
né vostra.

Lo sapevamo, belle erano l’isole
qua d’attorno, ove andiamo brancicando
un po’ più giù, un po’ più su:
una distanza minima.

IX

Il porto è vecchio. Non posso più aspettare
né l’amico partito per l’isola dei pini
né l’amico partito per l’isola dei platani
né l’amico partito per il largo.
Accarezzo i cannoni arrugginiti, i remi,
perché s’avvivi il corpo e si risolva.
Le vele dei navigli dànno solo l’odore
di salmastro dell’altro fortunale.

S’io volli stare solo, solitudine
cercai, non quest’attesa,
frantumazione d’anima all’orizzonte,
queste linee, e colori, e silenzio.

Le stelle della notte mi riportano all’ansia
d’Odisseo per i morti fra gli asfodeli. E quando
approdammo quaggiù fra gli asfodeli
cercammo la vallata
che vide Adone con la sua ferita.

X

La nostra terra è chiusa, tutta monti,
notte e giorno per tetto cieli bassi.
Non abbiamo né fiumi né pozzi né sorgenti:
poche cisterne vuote, sonanti, venerate.
Suono stagnante e vano, pari al nostro deserto,
al nostro amore, pari ai nostri corpi.
Così strano ci pare d’aver saputo un tempo edificare
case, capanne, stazzi.
E le nozze, le fresche corone, le dita…
enimmi inestricati al nostro cuore.
Come nacquero i figli? come crebbero?

La nostra terra è chiusa. Chiusa
dalle nere Simplègadi. Nei porti, la domenica,
quando scendiamo a prendere un po’ d’aria,
vediamo rischiarirsi nel crepuscolo
legni rotti da viaggi interminati,
corpi che più non sanno come amare.

XI

Il tuo sangue gelava come la luna, a volte,
nella notte insondabile il tuo sangue
spiegava l’ali bianche
sopra le rocce brune, le figure degli alberi e le case
con un barlume della nostra infanzia.

XII
BOTTIGLIA A MARE

Tre rupi, qualche pino bruciato, una cappella.
Più su
il paesaggio ritorna, ricopiato:
tre rupi a forma d’una porta, rugginose,
qualche pino bruciato nero e giallo,
sepolta nella calce una casuccia
quadra. Più su ritorna ancora, ancora
il paesaggio, scalando
all’orizzonte, al cielo che tramonta.

Siamo approdati qua per rimpalmare i remi
rotti, e per bere acqua e dormire.
Il mare che ci fu tanto amaro è profondo, imperscrutato,
dispiega una bonaccia sconfinata.
Qui fra i ciottoli abbiamo trovato una moneta.
Ce la siamo giocata
a dadi. Ha vinto il piccolo. È sparito.

Ci siamo rimbarcati coi nostri remi rotti.

XIII
IDRA

Delfini, vessilli, cannonate.
Il mare, alla tua anima così amaro una volta,
alzava colorati battelli balenanti
in ondoso rullio,
era un’azzurrità con ali bianche.
Alla tua anima così amaro una volta,
ora smagliante di colori al sole.

Candide vele, luce; umidi remi
percotevano a ritmo di tamburo onde pacate.

Belli, se rimirassero, i tuoi occhi,
fulgide, se protese, le tue braccia,
vive come altra volta le tue labbra
sarebbero al prodigio:
tu lo cercavi
                       che cercavi innanzi
alla cenere, fra la pioggia e il vento
e la nebbia? (Calavano già i lumi,
la città sprofondava, e dalle lastre
di pietra il Nazareno ti mostrava il suo cuore).
Che cercavi? perché non vieni? che cercavi?

XIV

Tre colombi scarlatti nella luce
segnano il nostro fato nella luce
con i colori e i gesti di persone
che amammo.

XV
Quid  πλατανῶν opacissimus? 5

Il sonno ti ravvolse, come pianta, di foglie
verdi, alitavi come pianta al calmo lume,
mirai la tua figura nella sorgente diafana:
palpebre chiuse, i cieli una crespa nell’acqua.
Le mie dita trovarono nell’erba tenera le tue dita,
ti tenni il polso, un attimo: altrove
sentii la pena del tuo cuore.

Sotto il platano, presso l’acqua, fra gli allori
ti rimoveva il sonno e ti faceva a brani 
attorno a me, presso di me, né ti potevo attingere
intera,
medesimata con il tuo silenzio:
vedevo la tua ombra farsi grande, farsi piccola,
perdersi fra le altre ombre, nell’altro
mondo che ti lasciava e ti ghermiva.

La vita che ci diedero da vivere vivemmo.
Pietà di quelli che così pazienti aspettano
spersi fra i bruni allori, sotto i platani grevi,
e di quelli che parlano soli alle cisterne e ai pozzi
e annegano nei cerchi della voce.
E pietà del compagno che divise privazioni e sudore,
s’inabissò nel sole, corvo di là dai marmi,
e non sperò la gioia del compenso.

Donaci, fuori del sonno, la pace.

XVI
e il nome è Oreste 6

Alla corda, alla corda, alla corda un’altra volta!
E quanti giri, quante insanguinate orbite, quante nere
file, di gente che mi guarda,
che mi guardava quando sopra il carro
levai splendente il braccio, e acclamò.

La bava dei cavalli mi percuote, i cavalli
quando si stancheranno?
Stride l’asse, s’infuoca l’asse, l’asse
quando s’incendierà?
Quando si spezzeranno le redini, e gli zoccoli
quando, tutti posati, calcheranno la terra
e la tenera erba fra i papaveri, là dove tu hai
colto una margherita a primavera?
Erano belli i tuoi occhi, ma non sapevi
dove guardare, e non sapevo
dove guardare neppure io, senza patria,
io che gareggio qua — per quanti giri? —
e sento le ginocchia flettersi sopra l’asse,
sopra le ruote e la pista selvaggia.
Le ginocchia si flettono docili se vogliono gli dei.
Nessuno scampa: a che serve la forza? tu non puoi
scampare al mare che ti cullò bambino e che ricerchi
in quest’ora di lotta nell’anelito equino,
con quelle canne che cantavano d’autunno in modo lidio,
al mare che non trovi per quanto tu corra
e per quanto tu giri e giri innanzi alle Eumenidi nere,
infastidite senza remissione.

XVII
ASTIANATTE

Ora che te ne andrai prendi con te il bambino
che nacque sotto il platano
un giorno che squillavano trombe, lampeggiavano armi
e i cavalli sudati si chinavano
sul verde specchio del bacile
a lambire con umide froge.

Gli ulivi con le rughe dei padri
le rupi col senno dei padri
il sangue del fratello nostro, vivo nel suolo
erano gioia soda, augusta norma
per cuori consci della loro prece.

Ora che te ne andrai, che spunta il giorno
del saldo, ora che più nessuno sa
chi ucciderà né come finirà,
prendi con te il bambino nato là
sotto le foglie del platano, e insegnagli
a meditare gli alberi.

XVIII

Ho lasciato passare una fiumana
fra le mie dita
senza bere una stilla: m’accoro.
Naufrago nella pietra.
Un pino basso sulla terra rossa,
l’unica compagnia.
Tutto che amai s’è perso con le case
che l’altra estate erano nuove, e sono
dirupate nel vento dell’autunno.

XIX

Anche se spira il vento non ci dà
frescura e resta breve sotto i cipressi l’ombra;
per ogni dove è un’erta alle montagne.

Peso dei cari
che ormai non sanno più come morire.

XX 7

Si riapre nel mio petto la piaga
quando declinano le stelle e s’apparentano
con il mio corpo e cade sotto i passi degli uomini silenzio.

E queste rupi naufraghe nel tempo fino a dove
mi svieranno? E il mare, il mare chi l’asciugherà 8?
Vedo, ogni alba, le mani accennare allo sparviere, al falco,
legata sulla rupe che s’è fatta, per tanta pena, mia,
gli alberi respirare la nera bonaccia dei morti,
e poi sorrisi, immobili, di statue.

XXI

Noi che movemmo a questo
pellegrinaggio, abbiamo rimirato
i simulacri infranti, e persi in un oblio
ci siamo detti che la vita non si perde
sì facilmente e che la morte ha strade imperscrutate
ed una sua giustizia,

e che quando moriamo ritti in piedi,
affratellati nella pietra, uniti
con la rigidità, con l’impotenza,
gli antichi morti hanno forzato il cerchio
e risorti sorridono in una calma strana.

XXII

Sono passate tante e tante cose sotto i nostri occhi,
che gli occhi non han visto nulla; ma più oltre
e dietro, la memoria come uno schermo bianco
una notte in un chiuso
dove scorgemmo strane parvenze, strane più di te,
passare e dileguare nell’immoto fogliame
d’un albero di pepe;

abbiamo conosciuto così bene la sorte
errando fra le pietre rotte — tremila anni o seimila —
frugando in edifìci diroccati che potevano essere
forse la nostra casa
e sforzando la mente a ricordare date e gesta d’eroi:
potremo dunque?

siamo stati legati e sparpagliati,
abbiamo fronteggiato asperità inesistenti — a quanto si diceva —
smarriti, ritrovando una strada intasata
di reggimenti ciechi,
naufraghi in acquitrini e dentro il lago di Maratona:
potremo ora morire normalmente?

XXIII

Ancora un poco
e scorgeremo i mandorli fiorire
brillare i marmi al sole
e fluttuare il mare.

Ancora un poco
solleviamoci ancora un po’ più su.

XXIV

Hanno termine qui le opere del mare e dell’amore.
Quanti un giorno vivranno dove noi terminiamo,
se mai nereggi alla memoria il sangue e trabocchi,
non ci scordino, deboli anime tra gli asfodeli,
volgano verso l’Erebo il capo delle vittime:

e noi che nulla avemmo insegneremo loro
la pace.

Giorgos Seferis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

dicembre 1933 – dicembre 1934

da “Giorgos Seferis, Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

1.    Dionisio Solomòs (La donna di Zante, cap. 1): poeta nazionale neogreco, nato a Zante nel 1798, morto a Corfù nel 1857.
2.    Eschilo, Coefore, v. 491.
3.    Platone, Alcibiade I, 133 b-c.
4.    Iniziali di Maurice Ravel. Il giardino è quello di Villa d’Este, ed è evidente l’allusione ai Jeux d’eau del compositore francese.
5.    Plinio il Giovine, Epistole, I, 3.
6.    Sofocle, Elettra, v. 694. In tutta la lirica sono state osservate reminiscenze puntuali di versi sofoclei.
7.    In alcune traduzioni (non però nelle edizioni greche) la poesia reca il titolo Andromeda: la figura mitica sarebbe il simbolo della Grecia.
8.    Reminiscenza, spesso ricorrente in S., delle parole di Clitennestra in Eschilo, Agamennone, v. 958.

Una parola sull’estate – Ghiorgos Seferis

Foto di Anna Pavlova

 

Siamo tornati all’autunno. L’estate
come un quaderno di cui siamo stanchi
rimane piena di cancellature
di schizzi astratti a margine, di punti di domanda.
Siamo tornati all’epoca degli occhi che rimirano
nello specchio alla luce artificiale,
serrate labbra, estranei gli uomini
nelle vie nelle stanze sotto gli alberi di pepe
mentre i fari delle automobili uccidono
migliaia di maschere pallide.
Siamo tornati: partiamo sempre per tornare
al deserto, un pugno di terra nelle palme vuote.

Pure, ho amato una volta il Boulevard Singròs,
duplice ondeggiamento, come di culla, della grande strada
che ci lasciava prodigiosamente al mare
perenne, per lavarci dei peccati;
ho amato sconosciuti
incontrati d’un tratto al trapasso del giorno,
monologanti come capitani d’un’armata sommersa,
segni che il mondo è grande.
Pure, ho amato le strade di qui, queste colonne;
anche se nacqui all’altra sponda, accanto
a giunchi e canne,
isole dove l’acqua sgorgava nella sabbia a dissetare
il vogatore, anche se nacqui accanto al mare
che dipano e sdipano fra le mie dita quando sono stanco −
non so più dove nacqui.

Rimane ancora il giallo stillicidio, l’estate:
le tue mani che sfiorano meduse sopra l’acqua,
i tuoi occhi svelati all’improvviso, i primi
occhi del mondo, e le grotte marine,
i piedi nudi sulla terra rossa.
Rimane ancora il biondo efebo impietrato, l’estate:
un po’ di sale asciutto nel cavo d’uno scoglio
un po’ d’aghi di pino dopo la pioggia, sparsi
e rossi come reti sbrindellate.

Non li capisco questi visi, non li capisco:
imitano la morte e poi di nuovo
brillano con la vita umile d’una lucciola
con uno sforzo limitato, disperato
serrato fra due rughe,
fra due tavolini di caffè pieni di macchie,
s’uccidono, s’estenuano
e come francobolli incollano sul vetro
visi d’un’altra razza.

Abbiamo camminato insieme, abbiamo spartito il pane e il sonno
e provato la stessa fitta d’amaro del distacco,
abbiamo edificato con le pietre che avevamo le case,
siamo saliti a bordo, siamo stati esuli e reduci,
abbiamo ritrovato le donne ad aspettare,
ci hanno riconosciuto a stento, più nessuno ci conosce.
I miei compagni hanno portato le statue, hanno portato
le nude sedie vuote dell’autunno, i compagni
hanno ammazzato i loro visi: non li capisco.
Rimane ancora il giallo deserto, l’estate:
onde di sabbia in fuga fino all’ultimo cerchio,
un ritmo di tamburo implacato, sconfinato,
occhi di fuoco naufraghi nel sole,
mani con gesti d’uccelli che incidono il cielo
e salutano file di morti sull’attenti,
mani perse in un punto che non domino e mi vince:
le tue mani sfioranti l’onda libera.

Ghiorgos Seferis

(autunno 1936)

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

da “Quaderno d’esercizi, 1940: Schizzi per un’estate”

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

Epifania 1937 – Giorgos Seferis

Sergio Larrain, Italia, Sicilia, 1959

 

Il mare in fiore, i monti nella luna menomante
la grande rupe accanto ai fichi d’India e agli asfodeli
l’orcio che non voleva asciugarsi alla fine del giorno
e quel letto serrato là vicino ai cipressi e i tuoi capelli
d’oro, gli astri del Cigno e Aldebaran.

Ho serbato la mia vita, ho serbato la mia vita viaggiando
tra piante gialle nel rovescio della pioggia
su taciti versanti sovraccarichi delle foglie di faggio,
senza falò sul vertice. Fa sera.
Ho serbato la mia vita: sulla tua mano sinistra una linea,
sul tuo ginocchio un segno: ci saranno
sulla sabbia dell’altra estate, ci saranno
ancora, là dove soffiò la tramontana
mentre sento d’attorno al lago ghiaccio
questa lingua straniera.
Nulla chiedono i visi che vedo, né la donna
che incede curva col bambino al petto.
Salgo sui monti: valli annerite; la piana nevicata,
fino laggiù nevicata non chiede
nulla, né il tempo chiuso entro cappelle mute,
né le mani protese a cercare, o le strade.
Ho serbato la mia vita in un sussurro, dentro
l’illimitato silenzio
e non so più parlare né pensare: sussurri
come il respiro del cipresso quella notte,
come la voce umana del mare notturno
fra i ciottoli, o il ricordo della tua voce che diceva
«buona fortuna».
Chiudo gli occhi cercando il convegno segreto delle acque
sotto il ghiaccio, il sorriso del mare, i pozzi chiusi
palpando con le mie vene le vene che mi sfuggono,
dove mettono capo le ninfee e l’uomo che cammina
cieco sopra la neve del silenzio.
Ho serbato la mia vita, con lui, cercando l’acqua che ti sfiora:
gocce che cadono grevi sopra le foglie verdi, sul tuo viso
nel giardino deserto, sopra la vasca immota,
cogliendo un cigno morto nel bianco delle piume,
alberi vivi e i tuoi occhi sbarrati.

Questa strada non termina e non muta, anche se tenti
di rammentare gli anni d’infanzia, e chi partì
e chi sparì nel sonno, nelle tombe marine,
anche se brami di vedere i corpi amati reclinarsi
sotto le rame rigide dei platani, dove un raggio
nudo di sole s’è posato, e un cane
ha sobbalzato e un battito ha riscosso il tuo cuore,
questa strada non muta: ho serbato la mia vita.

                                                                                   La neve
e l’acqua ghiaccia al passo dei cavalli.

Giorgos Seferis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

da Quaderno d’esercizi, 1928-1937 

da “Giorgos Seferis, Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

Memoria II – Giorgio Seferis

Josef Koudelka, Attica, Cape Sounion, Temple of Poseidon, 2003

Efeso 

Parlava seduto su un marmo
simile a rovina d’antico portale:
sterminato e vuoto a destra il campo
a sinistra scendevano le ombre dal monte:
“La poesia è ovunque. La tua voce
a volte incede al suo fianco
come il delfino che per poco ti accompagna
vascello d’oro nel sole
e poi scompare. La poesia è ovunque
come le ali del vento nel vento
che per un attimo hanno sfiorato le ali del gabbiano.
Uguale e diversa dalla nostra vita, come cambia
il volto di una donna che si è spogliata,
e tuttavia rimane uguale. Lo sa
chi ha amato: alla luce degli altri
il mondo implode; ma tu ricorda
Ade e Dioniso sono la stessa cosa”.
Disse, e imboccò la grande strada
che mena al porto di un tempo, ora inghiottito
laggiú  fra i giunchi. Il crepuscolo pareva
per la morte di un animale,
cosí nudo.
                   Ricordo ancora:
viaggiava sulle coste della Ionia, in vuote conchiglie di teatri
dove solo la lucertola striscia sull’arida pietra,
e io gli chiesi: “Un giorno torneranno a riempirsi?”
E mi rispose: “Forse, nell’ora della morte”.
E corse nell’orchestra urlando:
“Lasciatemi ascoltare mio fratello!”.
Ed era duro il silenzio attorno a noi
e non rigato nel vetro dell’azzurro.

Giorgio Seferis

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

(da Giornale di bordo III, 1955)

da “Antologia della poesia greca contemporanea”, Crocetti Editore, 2004

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Μνήμη, Β’

Έφεσος

Μιλούσε καθισμένος σ’ ένα μάρμαρο
πού έμοιαζε άπομεινάρι άρχαίου πυλώνα⋅
άπέραντος δεξιά κι άδειος ό κάμπος
ζερβά κατέβαιναν απ’ το βουνό τ’ απόσκια:
“Είναι παντού τό ποίημα. Ή φωνή σου
καμιά φορά προβαίνει στο πλευρό του
σάν τό δελφίνι πού γιά λίγο συντροφεύει
μαλαματένιο τρεχαντήρι μες στον ήλιο
καί πάλι χάνεται. Είναι παντού τό ποίημα
σάν τά φτερά του άγέρα μές στον άγέρα
πού άγγιξαν τά φτερά του γλάρου μιά στιγμή.
Ίδιο καί διάφορο άπό τη ζωή μας, πώς άλλάζει
τό πρόσωπο κι ωστόσο μένει τό ίδιο
γυναίκας πού γυμνώθηκε. Τό ξέρει
δποιος άγάπησε⋅ στο φως των άλλων
ό κόσμος φθείρεται⋅ μά εσύ θυμήσου
Άδης καί Διόνυσος είναι τό ίδιο”.
Είπε καί πήρε τό μεγάλο δρόμο
πού πάει στ’ άλλοτινό λιμάνι, χωνεμένο τώρα
πέρα στά βούρλα. Τό λυκόφως
θά ’λεγες γιά τό θάνατο ένός ζώου,
τόσο γυμνό.
                      Θυμάμαι άκόμη⋅
ταξίδευε σ’ άκρες ιωνικές, σ’ άδεια κοχύλια θεάτρων
δπου μονάχα ή σαύρα σέρνεται στή στεγνή πέτρα,
κι’ εγώ τον ρώτησα: “Κάποτε θά ξαναγεμίσουν;”
Καί μ’ άποκρίθηκε: “Μπορεί, τήν ώρα του θανάτου” .
Κι Ιτρεξε στήν ορχήστρα ούρλιάζοντας:
“Αφήστε με ν’ άκούσω τόν άδερφό μουί”
Κι είταν σκληρή ή σιγή τριγύρω μας
κι’ άχάραχτη στύ γυοιλί τού γαλάζιου.

Γιώργος Σεφέρης

da “Ημερολόγιο καταστρώματος Γ΄”, Ίκαρος, Αθήνα, 1955