La mano di glace – Tony Harrison

 

Che durassero solo fino alla prossima marea
dispiaceva a me, non a lui bravissimo a comporre
volute di zucchero demolite quando la sposa,
la mano calda dello sposo sulla sua, tagliava la torta.

La mano che dava la glace, ruvida di sabbia, guida
la mia penna quando cerco di comporne i ricordi
e i suoi occhi e i miei scrutano le maree
cui né padre né figlio saprebbero opporsi.

I suoi occhi asciutti, io bambino coi lacrimoni,
vedendo crollare il castello che c’era voluto un giorno
a costruire e decorare, una sola ondata abbattere
il nostro edificio ornato di conchiglie.

Il ricordo come briciole di glace nella gola,
il ricordo come il salino di Blackpool portato dal vento,
colma il piccolo fossato della poesia, e, calando,
prima sala, poi, crescendo, inonda il verso.

Tony Harrison

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

da “V. e altre poesie”, Einaudi, Torino, 1996

∗∗∗

The Icing Hand

That they lasted only till the next high tide
bothered me, not him whose labour was to make
sugar lattices demolished when the bride,
with help from her groom’s hot hand, first cut the cake.

His icing hand, gritty with sandgrains, guides
my pen when I try shaping memories of him
and his eyes scan with mine those rising tides
neither father nor his son could hope to swim.

His eyes stayed dry while I, the kid, would weep
to watch the castle that had taken us all day
to build and deck decay, one wave-surge sweep
our winkle-stuccoed edifice away.

Remembrance like iced cake crumbs in the throat,
remembrance like windblown Blackpool brine
overfills the poem’s shallow moat
and first, ebbing, salts, then, flowing, floods this line.

Tony Harrison

da “The School of Eloquence, 1978”, in “Tony Harrison, Collected poems”, Viking, 2007

L’estasi – John Donne

Giovanni Prini, Gli amanti, 1913, Galleria d’Arte Moderna, Roma

 

Dove, come un guanciale sopra un letto,
la pregna riva s’alza a riposare
la viola dal capo reclinato,
posammo noi, l’uno cuore dell’altro.

Le nostre mani salde, cementate
da un balsamo tenace che ne sgorga,
i raggi degli sguardi s’incrociavano,
gli occhi infilando su di un refe doppio.

Cosí per ora innestare le mani
fu tutto il nostro modo d’esser uno
e concepire immagini negli occhi
fu nostra sola moltiplicazione.

Come tra eguali eserciti la sorte
sospende incerta la vittoria,
le nostre anime (che per allargare
il campo erano uscite da noi) tra noi s’alzavano:

e mentre là negoziavano le anime,
noi giacevamo, statue sepolcrali:
tutto il giorno immutata l’attitudine,
non dicemmo parola tutto il giorno.

Se alcuno, dall’amore raffinato
sino a intender la lingua delle anime,
fatto dal buon amore tutto spirito,
alla giusta distanza fosse stato,

egli, pure ignorando quale anima parlasse
(poiché a un modo intendevano e parlavano entrambe)
nuova sublimazione avrebbe ricevuto
ripartendo piú puro.

Ogni perplessità discioglie l’estasi
(noi dicemmo) e ci dice quel che amiamo:
da lei sappiamo che non era il sesso,
sappiamo che di ciò nulla sappiamo.

Ma poiché ciascun’anima racchiude
cose mischiate e ignorate, l’amore
quelle anime mischiate mischia ancora
e fa una di due, questa e quella ciascuna.

Trapiantate un’unica viola:
forza, misura, sfumatura, quanto
era dapprima povero e mancante,
tuttavia si raddoppia e si moltiplica.

Cosí quando l’amore una con l’altra
due anime interanima, quell’unica
anima piú compiuta che ne sgorga
vince sulle mancanti solitudini.

E noi che siamo questa nuova anima,
sappiamo ormai di che siamo composti,
ché gli atomi da cui crescemmo sono anime
da mutamento intoccabili.

Ma ahimè, perché cosí a lungo e tant’oltre
negarci ai nostri corpi?
Se anche non noi, pure son nostri. Noi
siamo le intelligenze, essi la sfera.

Dobbiamo loro grazie, ché per primi
cosí ci avvicinarono ed a noi
cedettero le forze e i sensi loro,
lega, e non scoria, a noi.

Non influisce il Cielo sull’uomo se dapprima
nell’aria non lo imprima, sicché l’anima
possa fluir nell’anima, seppure
prima al corpo ripari.

Come il sangue s’ingegna a generare
spiriti quanto può simili ad anime
(ché tali dita debbono annodare
quel fine nodo che ci rende umani)

cosí debbono scendere le anime
dei puri amanti a facoltà ed affetti
che il senso possa cogliere ed apprendere,
o giacerà in catene un grande principe.

Ai corpi dunque ci volgiamo, che i deboli
possano contemplare rivelato l’amore:
i misteri d’amore crescono nelle anime
ma il nostro corpo è il libro dell’amore.

E se un amante, uno come noi,
udisse questo dialogo a una voce,
ci osservi: poco ci vedrà mutare
quando ritorneremo ai nostri corpi.

John Donne

(Traduzione di Cristina Campo)

da “Poesie amorose, poesie teologiche”, Einaudi, Torino, 1971

∗∗∗

The Extasie

Where, like a pillow on a bed,
A Pregnant banke swel’d up, to rest
The violets reclining head,
Sat we two, one anothers best.

Our hands were firmely cimented
With a fast balme, which thence did spring,
Our eye-beames twisted, and did thred
Our eyes, upon one double string;

So, to’entergraft our hands, as yet
Was all the meanes to make us one,
And pictures in our eyes to get
Was all our propagation.

As ’twixt two equal Armies, Fate
Suspends uncertaine victorie,
Our soules, (which to advance their state,
Were gone out) hung ’twixt her, and mee.

And whil’st our soules negotiate there,
Wee like sepulchrall statues lay;
All day, the same our postures were,
And wee said nothing, all the day.

If any, so by love refin’d,
That he soules language understood,
And by good love were growen all minde,
Within convenient distance stood,

He (though he knew not which soule spake,
Because both meant, both spake the same)
Might thence a new concoction take,
And part farre purer than he came.

This Extasie doth unperplex
(We said) and tell us what we love,
We see by this, it was not sexe,
We see, we saw not what did move:

But as all severall soules containe
Mixture of things, they know not what,
Love, these mixt soules doth mix againe,
And makes both one, each this and that.

A single violet transplant,
The strength, the colour, and the size,
(All which before was poore, and scant,)
Redoubles still, and multiplies.

When love, with one another so
Interinanimates two soules,
That abler soule, which thence doth flow,
Defects of loneliness controules.

Wee then, who are this new soule, know,
Of what we are compos’d, and made,
For, th’Atomies of which we grow,
Are soules, whom no change can invade.

But O alas, so long, so farre
Our bodies why doe wee forbeare?
They’are ours, though they are not wee, Wee are
The intelligences, they the spheare.

We owe them thankes, because they thus,
Did us, to us, at first convay,
Yeelded their forces, sense, to us,
Nor are drosse to us, but allay.

On man heavens influence workes not so,
But that it first imprints the ayre,
Soe soule into the soule may flow,
Though it to body first repaire.

As our blood labours to beget
Spirits, as like soules as it can,
Because such fingers need to knit
That subtile knot that makes us man:

So must pure lovers soules descend
T’affections, and to faculties,
Which sense may reach and apprehend,
Else a great Prince in prison lies.

To’our bodies turne wee then, that so
Weake men on love reveal’d may looke;
Loves mysteries in soules doe grow,
But yet the body is his booke.

And if some lover, such as wee,
Have heard this dialogue of one,
Let him still marke us, he shall see
Small change, when we’are to bodies gone.

John Donne

da “Songs and Sonnets”, E. K. Chambers, 1896

«Stella lucente, foss’io come te costante» – John Keats

Abbie Cornish in “Bright Star” di Jane Campion, 2010

 

Stella lucente, foss’io come te costante –
    Ma non in solitario splendore sospesa sull’altura
Della notte a osservare, con le tue eterne luci accese,
    Quasi paziente, insonne eremita della natura,
Le acque mobili nel loro sacro dovere
    Di pure abluzioni per le spiagge umane,
O a contemplare le nuove, dolcemente scese, maschere
    Di neve sulle montagne e sulle brughiere –
No – costante sempre, mai mutevole, vorrei risiedere
    Sempre sul guanciale del seno dell’amore
Mio, per sentirlo sempre pulsare cedevole,
    Per sempre sveglio in dolce inquietudine,
Per sempre, sempre udire il suo respiro tenue
E così vivere in eterno – o venir meno nella morte.

John Keats

(Traduzione di Silvano Sabbadini)

da “John Keats, Poesie”, Mondadori, Milano, 1986

∗∗∗

XI.

Bright star! Would I were steadfast as thou art–
       Not in lone splendour hung aloft the night
And watching, with eternal lids apart,
       Like nature’s patient, sleepless eremite,
The moving waters at their priestlike task
       Of pure ablution round earth’s human shores,
Or gazing on the new soft-fallen mask
       Of snow upon the mountains and the moors;
No–yet still steadfast, still unchangeable,
         Pillowed upon my fair love’s ripening breast,
To feel for ever its soft fall and swell,
        Awake for ever in a sweet unrest,
Still, still to hear her tender-taken breath,
And so live ever–or else swoon to death.

John Keats

«Plymouth and Devonport Weekly Journal», 27 settembre 1838; Milnes 1848

All’autunno – John Keats

Vincent Van Gogh, The Mulberry Tree in Autumn, 1889

  I.

Tempo di nebbie e d’ubertà matura,
   Dell’almo sole amico prediletto;
Tu che, seco, la vite ti dai cura
   Di far felice d’uve, intorno al tetto,
E di pomi i muscosi alberi adorni,
   Gonfi la zucca, e alle nocciuòle un sapido
       Gheriglio infondi, e i frutti empi di nettare,
   E ancor fai gemme, ultimi fior per l’api,
Ond’esse credon che coi caldi giorni
Sopra la terra Estate ognor soggiorni,
         Per cui trabocca ogni umida celletta: —

  II.

Chi non ti ha visto tra le tue ricchezze?
   Talor chi cerca scopre te: sei colco
Su un’aia, pigro, ventilanti brezze
   Fra i tuoi crini asolando; o presso un solco
Mezzo-mietuto, mentre il tuo falcetto
   Lascia di tagliar l’erba e i fiori attorti,
        T’infondono i papaveri il sopore;
O, attraversando un rivo, il capo eretto,
Come spigolatrice, a volte porti;
O, ad un torchio di sidro, gli occhi assorti
   Tu fissi al gemitio per ore ed ore.

  III.

Dove son, dove i cantici di Maggio?
   Non pensarvi, hai tu pur tua melodia:
Quando, affocando il dì che muor, d’un raggio
   Roseo le stoppie opaca nube stria,
Un coro di zanzare si querela
   Tra i salci fluviali, in basso o in suso
        Spinte, secondo il vento cada o aneli,
E dai borri gli agnelli adulti belano,
   Cantano i grilli, ed un gorgheggio effuso
   Fa il pettirosso da un giardino chiuso,
      Rondini a stormi stridono pei cieli.

John Keats

(Traduzione di Mario Praz)

da “Poeti inglesi dell’ottocento”, Casa Editrice Marzocco, Firenze, 1925

∗∗∗

To Autumn

I.

Season of mists and mellow fruitfulness,
   Close bosom friend of the maturing sun,
Conspiring with him how to load and bless
   With fruit the vines that round the thatch-eves run:
To bend with apples the mossed cottage-trees,
   And fill all fruit with ripeness to the core;
To swell the gourd, and plump the hazel shells
     With a sweet kernel; to set budding more,
And still more, later flowers for the bees,
   Until they think warm days will never cease,
        For summer has o’er-brimmed their clammy cells.

II.

Who hath not seen thee oft amid thy store?
   Sometimes whoever seeks abroad may find
Thee sitting careless on a granary floor,
   Thy hair soft-lifted by the winnowing wind;
Or on a half-reaped furrow sound asleep,
   Drowsed with the fume of poppies, while thy hook
       Spares the next swath and all its twinèd flowers;
And sometimes like a gleaner thou dost keep
Steady thy laden head across a brook;
Or by a cyder-press, with patient look,
   Thou watchest the last oozings hours by hours.

III.

Where are the songs of spring? Aye, where are they?
   Think not of them, thou hast thy music too,
While barrèd clouds bloom the soft-dying day,
   And touch the stubble-plains with rosy hue.
Then in a wailful choir the small gnats mourn
   Among the river sallows, borne aloft
      Or sinking as the light wind lives or dies;
And full-grown lambs loud bleat from hilly bourn;
    Hedge-crickets sing; and now with treble soft
   The red-breast whistles from a garden-croft;
      And gathering swallows twitter in the skies.

John Keats

da “Odes”, Ed. A. C. Downer, Oxford, 1897

Crescita d’amore – John Donne

Victor Elpidiforovitch Borissov-Moussatov, A spring sun, 1898 -1901

 

Credo appena il mio amore cosí puro
come l’avevo pensato
se, come l’erba, dura
vicissitudine e stagione.
Dunque tutto l’inverno mentii, quando giuravo
il mio amore infinito, se cresce a primavera.

Ma se amore, questa medicina
che cura ogni dolore con dolore maggiore,
non è la quintessenza ma, di piú,
misto è di tutto, pena d’anima o senso,
e dal sole prende il suo vigore,
non è amore cosí puro né astratto
come dicono quelli che non hanno altro amore
che la Musa. Ma, come ogni altra cosa
composta di elementi, amore a volte vuole
contemplare, altre fare.

Eppure piú eminente, non maggiore,
l’amore è divenuto a primavera.
Come nel firmamento il sole svela,
non dilata, le stelle,
gentili atti d’amore, come bocci sul ramo,
gemmano alla radice ridesta dell’amore.

Se (come in acqua smossa molti circoli
produce il primo) amore
riceve tali moltiplicazioni,
queste, come altrettante sfere, fanno un solo
cielo, poiché son tutte a te concentriche.
E sebbene ogni aprile aggiunga nuovo
fuoco all’amore, al modo di quei principi
che esigono nel tempo dell’azione
nuovi tributi, senza abrogarli in pace,
cosí nessun inverno gelerà
la crescita d’aprile dell’amore.

John Donne

(Traduzione di Cristina Campo)

da “Poesie amorose, poesie teologiche”, Einaudi, Torino, 1971

***

Love’s growth

I scarce beleeve my love to be so pure
                 As I had thought it was,
                Because it doth endure
Vicissitude and seasons, as the grasse;
Me thinkes I lyed all winter, when I swore,
My love was infinite, if spring make’it more.

But if this medicine, love, which cures all sorrow
With more, not onely bee no quintessence,
But mixt of all stuffes, paining soule, or sense,
And of the Sunne his working vigour borrow,
Love’s not so pure, and abstract, as they use
To say, which have no Mistresse but their Muse,
But as all else, being elemented too,
Love sometimes would contemplate, sometimes do.

And yet no greater, but more eminent,
                Love by the spring is growne;
               As, in the firmament,
Starres by the Sunne are not inlarg’d, but showne.
Gentle love deeds, as blossomes on a bough,
from loves awakened root do bud out now.
If, as in water stir’d more circles bee
Produc’d by one, love such additions take,
Those like so many spheares, but one heaven make,
For, they are all concentrinque unto thee;
And though each spring doe adde to love new heate,
As princes doe in time of action get
New taxes, and remit them not in peace,
No winter shall abate the springs encrease.

I scarce believe my love to be so pure
As I had thought it was,
Because it doth endure
Vicissitude, and season, as the grass;
Methinks I lied all winter, when I swore
My love was infinite, if spring make it more.

But if this medicine, love, which cures all sorrow
With more, not only be no quintessence,
But mix’d of all stuffs, vexing soul, or sense,
And of the sun his active vigour borrow,
Love’s not so pure, and abstract as they use
To say, which have no mistress but their Muse;
But as all else, being elemented too,
Love sometimes would contemplate, sometimes do.

And yet no greater, but more eminent,
Love by the spring is grown;
As in the firmament
Stars by the sun are not enlarged, but shown,
Gentle love deeds, as blossoms on a bough,
From love’s awakened root do bud out now.

If, as in water stirr’d more circles be
Produced by one, love such additions take,
Those like so many spheres but one heaven make,
For they are all concentric unto thee;
And though each spring do add to love new heat,
As princes do in times of action get
New taxes, and remit them not in peace,
No winter shall abate this spring’s increase.

John Donne

da “Songs and Sonnets”, E. K. Chambers, 1896