Ode al vento di Ponente – Percy Bysshe Shelley

Vincent Van Gogh, Autumn Landscape with Four Trees, 1885

I.

Fiato d’autunno, o Ponente selvaggio
Ch’urgi le foglie come ombre fuggenti
Da un mago, all’invisibil tuo passaggio,

Gialle, rossomalate, pestilenti
Turbe; e ciascuna alla sua buia cella
Invernal trai le aligere sementi,

Ove la fredda terra le suggella,
Come la tomba i corpi,  fin che appena
L’azzurra tua primaveril sorella

Soffia la tromba, fa la terra amena
D’odori, e i germi al suon de’ dolci modi
A pascer l’aria come greggi mena:

Spirto selvaggio, che per tutto godi
In serbare e distrugger, m’odi, oh, m’odi!

II.

Tu, fiume dove nuotan nubi a schiere,
Che Cielo e Mare han scosso come fronda
Dai rami lor conserti, messaggere

Di piogge e lampi: — effusi son sull’onda
Tua d’aria azzurra, qual fulgente crine
Irto sul capo d’Evia furibonda,

Al pien colmo del cielo dal confine
D’orizzonte, i capei della Bufera
Che s’approssima; — o pianto sulla fine

Dell’Anno, a cui questa postrema sera
Volta d’ampio sepolcro sia, che annodi
Coi congesti vapor dell’atmosfera,

Fin che da quel pregno aer pioggia esplodi
Nera, con fuoco e con gragnola, oh, m’odi!

III.

Tu che il turchin Mediterraneo senti
Per te destarsi, ove in sua calma estiva
Si culla al suon di vitrëe correnti,

Nel sen di Baia, alla pumicea riva
D’un’isola; ed antiche regge e torri
Nella luce dell’onde ch’è più viva

Vedeva in sonno ei tremolar, d’azzurri
Muschi e fiori ineffabili coperte;
O tu per cui l’Atlantico ove corri

Si fende in gorghi, mentre giù l’inerte
Selva del mare di limosi biodi
Per lo spavento il suo color converte

D’un tratto, a udir le note tue melodi,
E trema e si dischioma, m’odi, oh, m’odi!

IV.

Oh, foss’io foglia dal tuo soffio mossa,
Volassi io teco, nube senza pondo;
Flutto, fremessi sotto la tua possa!

Parte avess’io nell’impeto, secondo
In libertà, o indomito, a te solo!
Foss’io compagno al tuo vagar sul mondo

Come da bimbo, allor quando il tuo volo
Vincer pareva agevole salita!
Non mai così pregato avrei nel duolo,

Levando a te la voce mia smarrita!
Alzami, foglia, nube, onda leggera!
Sanguino sulle spine della vita!

Curva dall’ore gravi e prigioniera
È un’anima tua pari, indoma, altiera.

V.

Fammi tua cetra al par del bosco, o Vento!
Che fa, se cadon pur le foglie mie?
Forte, autunnal, mesto e pur dolce accento

Da noi trarran le tue fiere armonie.
Che il mio spirito sia nel tuo converso!
O gagliardo, sii me! Per tutte vie

Reca mie morte idee sull’universo
Come le foglie, a vite suscitare
Nuove! E con la magia di questo verso,

Faville d’inestinto focolare,
Le mie parole fra le genti trai!
Tromba di profezia sii da destare

La terra, ne’ miei labbri. Chè s’è omai
Verno, tardar può Primavera assai?

Percy Bysshe Shelley

(Traduzione di Mario Praz)

da “Poeti inglesi dell’ottocento”, Casa Editrice Marzocco, Firenze, 1925

∗∗∗

Ode to the West Wind

I.

O Wild West Wind, thou breath of Autumn’s being
Thou from whose unseen presence the leaves dead
Are driven like ghosts from an enchanter fleeing,

Yellow, and black, and pale, and hectic red,
Pestilence-stricken multitudes! O thou
Who chariotest to their dark wintry bed

The winged seeds, where they lie cold and low,
Each like a corpse within its grave, until
Thine azure sister of the Spring shall blow

Her clarion o’er the dreaming earth, and fill
(Driving sweet buds like flocks to feed in air)
With living hues and odours plain and hill;

Wild Spirit, which art moving everywhere;
Destroyer and preserver; hear, O hear!

II.

Thou on whose stream, ‘mid the steep sky’s commotion,
Loose clouds like earth’s decaying leaves are shed,
Shook from the tangled boughs of heaven and ocean,

Angels of rain and lightning! there are spread
On the blue surface of thine airy surge,
Like the bright hair uplifted from the head

Of some fierce Mænad, even from the dim verge
Of the horizon to the zenith’s height,
The locks of the approaching storm. Thou dirge

Of the dying year, to which this closing night
Will be the dome of a vast sepulchre,
Vaulted with all thy congregated might

Of vapours, from whose solid atmosphere
Black rain, and fire, and hail, will burst: O hear!

III.

Thou who didst waken from his summer dreams
The blue Mediterranean, where he lay,
Lulled by the coil of his crystalline streams,

Beside a pumice isle in Baiæ’s bay,
And saw in sleep old palaces and towers
Quivering within the wave’s intenser day,

All overgrown with azure moss, and flowers
So sweet, the sense faints picturing them! Thou
For whose path the Atlantic’s level powers

Cleave themselves into chasms, while far below
The sea-blooms and the oozy woods which wear
The sapless foliage of the ocean, know

Thy voice, and suddenly grow gray with fear,
And tremble and despoil themselves: O hear!

IV.

If I were a dead leaf thou mightest bear;
If I were a swift cloud to fly with thee;
A wave to pant beneath thy power, and share

The impulse of thy strength, only less free
Than thou, O uncontrollable! if even
I were as in my boyhood, and could be

The comrade of thy wanderings over heaven,
As then, when to outstrip thy skiey speed
Scarce seem’d a vision—I would ne’er have striven

As thus with thee in prayer in my sore need.
O! lift me as a wave, a leaf, a cloud!
I fall upon the thorns of life! I bleed!

A heavy weight of hours has chain’d and bow’d
One too like thee—tameless, and swift, and proud.

V.

Make me thy lyre, even as the forest is:
What if my leaves are falling like its own?
The tumult of thy mighty harmonies

Will take from both a deep autumnal tone,
Sweet though in sadness. Be thou, Spirit fierce,
My spirit! Be thou me, impetuous one!

Drive my dead thoughts over the universe,
Like wither’d leaves, to quicken a new birth;
And, by the incantation of this verse,

Scatter, as from an unextinguish’d hearth
Ashes and sparks, my words among mankind!
Be through my lips to unawaken’d earth

The trumpet of a prophecy! O Wind,
If Winter comes, can Spring be far behind?

Percy Bysshe Shelley

da “The poetical works of Percy Bysshe Shelley”, A. & W. Galignani, 1841

E la morte non avrà piú dominio – Dylan Thomas

 

E la morte non avrà piú dominio.
I morti nudi saranno una cosa
Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente;
Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,
Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;
Benché ammattiscano saranno sani di mente,
Benché sprofondino in mare risaliranno a galla,
Benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;
E la morte non avrà piú dominio.

E la morte non avrà piú dominio.
Sotto i meandri del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
Sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono,
Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;
Si spaccherà la fede in quelle mani
E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
Scheggiati da ogni lato non si schianteranno;
E la morte non avrà piú dominio.

E la morte non avrà piú dominio.
Piú non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,
Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;
Dove un fiore spuntò non potrà un fiore
Mai piú sfidare i colpi della pioggia;
Ma benché matti e morti stecchiti,
Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;
Irromperanno al sole fino a che il sole precipiterà,
E la morte non avrà piú dominio.

Dylan Thomas

(Traduzione di Ariodante Marianni)

da “Dylan Thomas, Poesie”, “I Supercoralli” Einaudi, 1965

∗∗∗

And death shall have no dominion

And death shall have no dominion.
Dead men naked they shall be one
With the man in the wind and the west moon;
When their bones are picked clean and the clean bones gone,
They shall have stars at elbow and foot;
Though they go mad they shall be sane,
Though they sink through the sea they shall rise again;
Though lovers be lost love shall not;
And death shall have no dominion.

And death shall have no dominion.
Under the windings of the sea
They lying long shall not die windily;
Twisting on racks when sinews give way,
Strapped to a wheel, yet they shall not break;
Faith in their hands shall snap in two,
And the unicorn evils run them through;
Split all ends up they shan’t crack;
And death shall have no dominion.

And death shall have no dominion.
No more may gulls cry at their ears
Or waves break loud on the seashores;
Where blew a flower may a flower no more
Lift its head to the blows of the rain;
Though they be mad and dead as nails,
Heads of the characters hammer through daisies;
Break in the sun till the sun breaks down,
And death shall have no dominion.

Dylan Thomas

da “Collected poems”, J. M. Dent & Sons Ltd, London, 1952

Il sogno – John Donne

Foto di Jennifer B Hudson

 

Per nessun altro, amore, avrei spezzato
questo beato sogno.
Buon tema alla ragione,
troppo forte per la fantasia.
Fosti saggia a destarmi. E tuttavia
tu non spezzi il mio sogno, lo prolunghi.
Tu cosí vera che pensarti basta
per fare veri i sogni e le favole storia.
Entra fra queste braccia. Se ti parve
meglio per me non sognar tutto il sogno,
ora viviamo il resto.

Come il lampo o un bagliore di candela,
i tuoi occhi, non già il rumore, mi destarono.
Pure (giacché ami il vero)
io ti credetti sulle prime un angelo.
Ma quando vidi che mi vedevi in cuore,
sapevi i miei pensieri oltre l’arte di un angelo,
quando sapesti il sogno, quando sapesti quando
la troppa gioia mi avrebbe destato
e venisti, confesso che profano
sarebbe stato crederti qualcos’altro da te.

Il venire, il restare ti rivelò: tu sola.
Ma ora il levarti mi fa dubitare
che tu non sia piú tu.
Debole quell’amore di cui piú forte è la paura,
e non è tutto spirito limpido e valoroso
se è misto di timore, di pudore, di onore.
Forse, come le torce che debbono esser pronte
sono accese e rispente, cosí tu tratti me.
Venisti per accendermi, vai per venire. Ed io
sognerò nuovamente
quella speranza, ma per non morire.

John Donne

(Traduzione di Cristina Campo)

da “Poesie amorose, poesie teologiche”, Einaudi, Torino, 1971

***

The dream 

Dear love, for nothing less than thee
Would I have broke this happy dream;
It was a theme
For reason, much too strong for fantasy,
Therefore thou wak’d’st me wisely; yet
My dream thou brok’st not, but continued’st it.
Thou art so true that thoughts of thee suffice
To make dreams truths, and fables histories;
Enter these arms, for since thou thought’st it best,
Not to dream all my dream, let’s act the rest.

As lightning, or a taper’s light,
Thine eyes, and not thy noise wak’d me;
Yet I thought thee
(For thou lovest truth) an angel, at first sight;
But when I saw thou sawest my heart,
And knew’st my thoughts, beyond an angel’s art,
When thou knew’st what I dreamt, when thou knew’st when
Excess of joy would wake me, and cam’st then,
I must confess, it could not choose but be
Profane, to think thee any thing but thee.

Coming and staying show’d thee, thee,
But rising makes me doubt, that now
Thou art not thou.
That love is weak where fear’s as strong as he;
‘Tis not all spirit, pure and brave,
If mixture it of fear, shame, honour have;
Perchance as torches, which must ready be,
Men light and put out, so thou deal’st with me;
Thou cam’st to kindle, goest to come; then I
Will dream that hope again, but else would die.

John Donne

da “Songs and Sonnets”, edited by E. K. Chambers, 1896

La mattina dopo – Tony Harrison

I

Il fuoco da solo avrebbe covato settimane.
Fili del telefono fusi, vernice scrostata da cancelletti
e finestre rotte. Tutta la strada puzza
di crine bruciato. Eppure la festa continua.

La gente piange, ma il caldo secca le lacrime.
Le facce avvampano di fiamme, birra, sollievo
e un tale senso di festa sulla strada
ancora mi dice gioia, pur se il dolore pesa.

E quel senso di gioia pubblica, oggi oscurato,
con adulti provati dalla guerra pazzamente felici
non è mai ritornato da quando a otto anni
vidi la gente di Leeds ballare e cantare.

C’è ancora sulla strada il cerchio scuro e bruciato.
Il mattino dopo noi ragazzini aiutammo a spruzzare
le molle roventi dei materassi fumanti
e ciottoli che bollivano di pece nera per V-Jay.

II

Il Sol Levante si annerí su quelle fiamme.
Lingue di fuoco crepitanti ne consumarono i raggi.
Hiroshima, Nagasaki erano solo nomi
per noi bambini che godevamo della nostra vampa.

La palla rosso sangue, bruciata e sbrindellata,
salí come un pipistrello sul caldo del falò
sopra i Rule Britannia e le teste sollevate
della gazzarra del quartiere per V-Jay.

Della tenda che oscurava la cucina
mi feci un manto da Conte Dracula.
L’agitai presso il fuoco. Si riempí di fumo.
Dai miei denti di vampiro gocciolava il ketchup.

Quel cerchio di ciottoli bruciati di catrame
è un cielo di notte paurosamente nero,
due interi emisferi ma senza stelle, zodiaco
senza Sagittario e Bilancia, puro zero.

Tony Harrison

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

da “V. e altre poesie”, Einaudi, Torino, 1996

∗∗∗

The Morning After

I

The fire left to itself might smoulder weeks.
Phone cables melt. Paint peels from off back gates.
Kitchen windows crack; the whole street reeks
of horsehair blazing. Still it celebrates.
Though people weep, their tears dry from the heat.
Faces flush with flame, beer, sheer relief
and such a sense of celebration in our street
for me it still means joy though banked with grief.
And that, now clouded, sense of public joy
with war-worn adults wild in their loud fling
has never come again since as a boy
I saw Leeds people dance and heard them sing.
There’s still that dark, scorched circle on the road.
The morning after kids like me helped spray
hissing upholstery spring wire that still glowed
and cobbles boiling with black gas tar for VJ.

II

The Rising Sun was blackened on those flames.
The jabbering tongues of fire consumed its rays.
Hiroshima, Nagasaki were mere names
for us small boys who gloried in our blaze.
The blood-red ball, first burnt to blackout shreds,
took hovering batwing on the bonfire’s heat
above the Rule Britannias and the bobbing heads
of the VJ hokey-cokey in our street.
The kitchen blackout cloth became a cloak
for me to play at fiend Count Dracula in.
I swirled it near the fire. It filled with smoke.
Heinz ketchup dribbled down my vampire’s chin.
That circle of scorched cobbles scarred with tar ’s
a night-sky globe nerve-rackingly all black,
both hemispheres entire but with no stars,
an Archerless zilch, a Scaleless zodiac.

Tony Harrison

da “Sonnets for August, 1945”, in “Tony Harrison, Collected poems”, Viking, 2007

Un freddo venire – Tony Harrison

Sandra Lousada, Tony Harrison, 1988

 

Fu un freddo venire il nostro.
T.S. ELIOT, Viaggio dei Magi

Ho visto piegarsi un iracheno carbonizzato
verso me attraverso il parabrezza schiantato,
 
col tergicristallo che pare una penna
pronta a scrivere pensieri per la Terra,
 
col tergicristallo che pare uno strumento
che egli afferra per fare testamento.

Ho visto piegarsi l’iracheno carbonizzato
come un uomo fatto di plastilina

fermo a chiedere la direzione
e queste furono le sue parole:

«Non aver paura se ho scelto te
per questa intervista irripetibile.

Non è forse compito di un poeta della tua scuola
trovare parole per questa maschera paurosa?

Se il tuo apparecchio può registrare
le parole di corde vocali bruciate,

schiaccia RECORD prima che un cane
mi sbrani a metà del mio monologare».

Spinsi il microfono traballante
piú vicino alle ossa sgretolate:

«Ho letto sul giornale che tre uomini assennati
hanno lasciato campioni di sperma congelati,

tre nostri nemici, tre assennati marò
muniti di fialette e foto porno,

tre assennati marines di Seattle
che depositarono lo sperma prima di battersi.

Disse il numero 1: Dio sia ringraziato
il mio seme prezioso l’ho depositato;

e il numero 2: Oh grazie Maria
la mia ultima cartuccia è messa via;

e il numero 3: Se Dio vuole
ho lasciato a mia moglie il mio schizzo migliore.

Cosí se gli toccava di essere gassati
almeno i loro nomi sarebbero restati,

e pur cadaveri freddi nel Kuwait
si sarebbero indirettamente moltiplicati.

Perdona un teschio mezz’arrosto e mezz’osso
se usa un tono cosí poco ortodosso.

Sarà un eccesso di presunzione
ma vorrei aver preso la loro precauzione.

Sembravano maestri del loro fato
a mettere sotto vetro il loro eiaculato.

È stata una trovata propagandistica –
avevano debellato anche la morte fisica! –

disinformazione per confonderci,
noi senza milligrammi postumi?

Quei simbolici milioni di riserva
a me almeno hanno fatto saltare i nervi.

Con la paga di Saddam non è roba da noi
far conservare i nostri spermatozoi.

Triste a dirsi, una tecnologia di tale livello
qui manca. Dobbiamo accontentarci del sesso.

Se sforzando (senza vomitare)
la fantasia puoi evocare

l’immagine di me che tengo avvinta
mia moglie per generare la vita…»

(Lasciai che il teschio si diffondesse
su quella faccenda senza sorprese

e a tempo perso feci il calcolo
del contenuto di un orgasmo:

gli spermatozoi di una eiaculazione
sono pari a tutta la popolazione

dell’Iraq per 12,5, suppergiú,
anche se un 0,5 non c’è piú.

Diciamo che gli spermatozoi erano un bel po’
di volte il numero dei morti,

2.500 per lo meno
(ma la cifra precisa chissà se la sapremo!)

Comunque sia la Morte sembra soverchiata
dalle gocce in vetro di una singola scopata.

Povere gocce, forse vi è toccata
di tutte la sorte piú fortunata

secondo Sofocle, e cioè
«la miglior sorte è non essere»,

un filosofema magari tetro
per chiunque non sia un antico greco,

ma difficile da giudicare eccessivo
se si intervista un tale divo.

Quando si vede un uomo ridotto in quello stato
chi non vorrebbe per sé quel «migliore fato»,

o nel mondo degli Scud e Cruise
non essere se possibile refrigerato,

evitando il destino umano solito
di doverla spuntare per arrivare all’utero?)

Intercettò i miei pensieri e fermò la cassetta:
«La vita non mi è parsa mai futile, fesso!

Anche se tutto l’inferno veniva giú
non ho mai desiderato non vivere piú.

Ero pieno di un tale desiderio
di restare in vita mentre ardevo,

un tale anelito di essere vicino
a mia moglie a letto mentre morivo,

e soprattutto di aver lí generato
un figlio che per la guerra non fosse disperato.

Perciò schiaccia RECORD! Voglio raggiungere
le nazioni belligeranti con le mie parole.

Non guardare da un’altra parte! Lo so che è duro
continuare a fissare un coso scuro,

cosí sfigurato dal fuoco aereo
e pensare che una volta arse di desiderio.

Il fuoco ha portato via metà dei miei tratti
ma una volta erano come quelli dei miei fratelli,

finché qualche ragazzo dai capelli corti al video
dell’Iowa o dell’Idaho,

equipaggiato dal tecnocrate ingegnoso
prese di mira il mio paterno sorriso

e fece la faccia che oggi vedi,
un’armatura per metà coperta di creta,

un’icona in cornice, uno specchio
per i devoti del «calcio in culo»,

una sfera che restituisce lo sguardo
ai vincitori nel loro giorno gagliardo

e alla fine ha la meglio sull’osservatore
che si nasconde dietro al tronfio titolone

o dietro alla bandiera in prima pagina
del «SUN» coi suoi soliti titoli cubitali.

I Greci vittoriosi non invitarono Ettore
a unirsi, spettro incomodo, al loro banchetto,

e chi vorrebbe rovinare la gioia ai boys
dell’Iowa o dell’Illinois

o alle madri anziane in festa
perché i loro bambocci si sono salvati?

Ma i tassì imbandierati di copertine del «SUN»
non giovano alla pace futura.

Le stelle e strisce in grinfie appiccicose
possono gettare i semi di guerre prossime.

Ogni bandiera inglese che i ragazzini sventolano
può piú tardi condurli alla loro tomba.

Ma Dio sia lodato e la bandiera garrisca
(scusa il sarcasmo di un povero teschio!),

Topi del Deserto e Tempestatori del Deserto,
senza cicatrici e (forse) senza traumi,

I depositatori di sperma sono tutti tornati
a fare figli come hanno sempre fatto.

Con seme direttamente seminato dal seminatore
buttate via gli spermatozoi nel refrigeratore!

Menti pure, di’ che mi hai visto sorridere
vedendo il soldato abbracciare il figlio.

Menti pure, di’ che perdono
di essere stato annientato dai B 52,

fingi che perdono e mando assolto chi ancora
fa mentre io son morto,

fingi che ha la benedizione dell’uomo bruciato,
e allora forse mi sarà risparmiato

confessare che il fuoco bruciò la vergogna
delle cose fatte in nome di Saddam,

le morti, torture e deportazioni,
le nubi nere sotto cui stiamo tutti.

Di’ che sorrido e che trovo scuse
per gli Scud lanciati su Israele.

Fingi che ho l’immaginazione
di vedere il mondo oltre una sola nazione.

Sta a te, poeta, illudere
che voglio che il nemico sia con me.

È piú facile trovare parole accomodanti
per questa maschera muta come stronzi secchi.

Perciò menti, di’ che l’uomo di carbone ha riso
a vedere il soldato abbracciare suo figlio.

Questo rictus spalancato una volta rallegrò
qualche vecchio cuore lassú a Baghdad,

cuori che invecchiano di minuto in minuto
mentre i camion rientrano e io non ci sono.

Ti ho incontrato però, e detto quel che mi pare,
che tu hai registrato. Ora va’ pure».

Lo fissai e lui mi rese lo sguardo
vedendomi attraverso fino all’Iraq.

Guardando dalla parte che guardava lui
vidi la fiala ghiacciata della distruzione,

una provetta gelata nell’oscurità,
culla e Kaaba, Arca dell’Allenza,

un pellegrinaggio di Croce e Crescente,
la sospensione fredda del Presente.

Arcobaleni con sette tonalità di nero
dal Kuwait all’Iraq coprivano il cielo,

e la pentola ghiacciata era stracolma
non di oro ma di uomini on the rocks,

i geni congelati che non si scioglieranno
finché il mondo non rinuncerà alla guerra,

sperma freddo meticolosamente inscatolato
per non essere mai carbonizzatore o carbonizzato,

Betlemme in fiala di un millennio maledetto
da Cruise e da Scud, che raggela ogni venire.

Proseguii. Schiacciai REWIND e PLAY
e udii l’uomo carbonizzato dire:

Tony Harrison

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

da “V. e altre poesie”, Einaudi, Torino, 1996

∗∗∗

A Cold Coming

‘A cold coming we had of it.’
(T. S. Eliot, ‘Journey of the Magi’)

I saw the charred Iraqi lean
towards me from bomb-blasted screen,

his windscreen wiper like a pen
ready to write down thoughts for men,

his windscreen wiper like a quill
he’s reaching for to make his will.

I saw the charred Iraqi lean
like someone made of Plasticine

as though he’d stopped to ask the way
and this is what I heard him say:

‘Don’t be afraid I’ve picked on you
for this exclusive interview.

Isn’t it your sort of poet’s task
to find words for this frightening mask?

If that gadget that you’ve got records
words from such scorched vocal chords,

press RECORD before some dog
devours me mid-monologue.’

So I held the shaking microphone
closer to the crumbling bone:

‘I read the news of three wise men
who left their sperm in nitrogen,

three foes of ours, three wise Marines
with sample flasks and magazines,

three wise soldiers from Seattle
who banked their sperm before the battle.

Did No. 1 say: God be thanked
I’ve got my precious semen banked.

And No. 2: O Praise the Lord
my last best shot is safely stored.

And No. 3: Praise be to God
I left my wife my frozen wad?

So if their fate was to be gassed
at least they thought their name would last,

and though cold corpses in Kuwait
they could by proxy procreate.

Excuse a skull half roast, half bone
for using such a scornful tone.

It may seem out of all proportion
but I wish I’d taken their precaution.

They seemed the masters of their fate
with wisely jarred ejaculate.

Was it a propaganda coup
to make us think they’d cracked death too,

disinformation to defeat us
with no post-mortem millilitres?

Symbolic billions in reserve
made me, for one, lose heart and nerve.

On Saddam’s pay we can’t afford
to go and get our semen stored.

Sad to say that such high tech’s
uncommon here. We’re stuck with sex.

If you can conjure up and stretch
your imagination (and not retch)

the image of me beside my wife,
closely clasped creating life …

(I let the unfleshed skull unfold
a story I’d been already told,

and idly tried to calculate
the content of ejaculate:

the sperm in one ejaculation
equals the whole Iraqi nation

times, roughly, let’s say, 12.5
though that .5’s not now alive.

Let’s say the sperms were an amount
so many times the body count,

2,500 times at least
(but let’s wait till the toll’s released!).

Whichever way Death seems outflanked
by one tube of cold bloblings banked.

Poor bloblings, maybe you’ve been blessed
with, of all fates possible, the best

according to Sophocles i.e.
‘the best of fates is not to be’

a philosophy that’s maybe bleak
for any but an ancient Greek

but difficult these days to escape
when spoken to by such a shape.

When you see men brought to such states
who wouldn’t want that ‘best of fates’

or in the world of Cruise and Scud
not go kryonic if he could,

spared the normal human doom
of having made it through the womb?)

He heard my thoughts and stopped the spool:
‘I never thought life futile, fool!

Though all Hell began to drop
I never wanted life to stop.

I was filled with such a yearning
to stay in life as I was burning,

such a longing to be beside
my wife in bed before I died,

and, most, to have engendered there
a child untouched by war’s despair.

So press RECORD! I want to reach
the warring nations with my speech.

Don’t look away! I know it’s hard
to keep regarding one so charred,

so disfigured by unfriendly fire
and think it once burned with desire.

Though fire has flayed off half my features
they once were like my fellow creatures’,

till some screen-gazing crop-haired boy
from Iowa or Illinois,

equipped by ingenious technophile
put paid to my paternal smile

and made the face you see today
an armature half-patched with clay,

an icon framed, a looking glass
for devotees of ‘‘kicking ass’’,

a mirror that returns the gaze
of victors on their victory days

and in the end stares out the watcher
who ducks behind his headline: GOTCHA!

or behind the flag-bedecked page 1
of the true to bold-type-setting SUN!

I doubt victorious Greeks let Hector
join their feast as spoiling spectre,

and who’d want to sour the children’s joy
in Iowa or Illinois

or ageing mothers overjoyed
to find their babies weren’t destroyed?

But cabs beflagged with SUN front pages
don’t help peace in future ages.

Stars and Stripes in sticky paws
may sow the seeds for future wars.

Each Union Jack the kids now wave
may lead them later to the grave.

But praise the Lord and raise the banner
(excuse a skull’s sarcastic manner!)

Desert Rat and Desert Stormer
without scars and (maybe) trauma,

the semen-bankers are all back
to sire their children in their sack.

With seed sown straight from the sower
dump second-hand spermatozoa!

Lie that you saw me and I smiled
to see the soldier hug his child.

Lie and pretend that I excuse
my bombing by B52S,

pretend I pardon and forgive
that they still do and I don’t live,

pretend they have the burnt man’s blessing
and then, maybe, I’m spared confessing

that only fire burnt out the shame
of things I’d done in Saddam’s name,

the deaths, the torture and the plunder
the black clouds all of us are under.

Say that I’m smiling and excuse
the Scuds we launched against the Jews.

Pretend I’ve got the imagination
to see the world beyond one nation.

That’s your job, poet, to pretend
I want my foe to be my friend.

It’s easier to find such words
for this dumb mask like baked dogturds.

So lie and say the charred man smiled
to see the soldier hug his child.

This gaping rictus once made glad
a few old hearts back in Baghdad,

hearts growing older by the minute
as each truck comes without me in it.

I’ve met you though, and had my say
which you’ve got taped. Now go away.’

I gazed at him and he gazed back
staring right through me to Iraq.

Facing the way the charred man faced
I saw the frozen phial of waste,

a test-tube frozen in the dark,
crib and Kaaba, sacred Ark,

a pilgrimage of Cross and Crescent
the chilled suspension of the Present.

Rainbows seven shades of black
curved from Kuwait back to Iraq,

and instead of gold the frozen crock’s
crammed with Mankind on the rocks,

the congealed geni who won’t thaw
until the World renounces War,

cold spunk meticulously jarred
never to be charrer or the charred,

a bottled Bethlehem of this come-
curdling Cruise/Scud-cursed millennium.

I went. I pressed REWIND and PLAY
and I heard the charred man say:

Tony Harrison

da “A Cold Coming: Gulf War Poems”, Newcastle: Bloodaxe Books, 1991