Il sogno – John Donne

Foto di Jennifer B Hudson

 

Per nessun altro, amore, avrei spezzato
questo beato sogno.
Buon tema alla ragione,
troppo forte per la fantasia.
Fosti saggia a destarmi. E tuttavia
tu non spezzi il mio sogno, lo prolunghi.
Tu cosí vera che pensarti basta
per fare veri i sogni e le favole storia.
Entra fra queste braccia. Se ti parve
meglio per me non sognar tutto il sogno,
ora viviamo il resto.

Come il lampo o un bagliore di candela,
i tuoi occhi, non già il rumore, mi destarono.
Pure (giacché ami il vero)
io ti credetti sulle prime un angelo.
Ma quando vidi che mi vedevi in cuore,
sapevi i miei pensieri oltre l’arte di un angelo,
quando sapesti il sogno, quando sapesti quando
la troppa gioia mi avrebbe destato
e venisti, confesso che profano
sarebbe stato crederti qualcos’altro da te.

Il venire, il restare ti rivelò: tu sola.
Ma ora il levarti mi fa dubitare
che tu non sia piú tu.
Debole quell’amore di cui piú forte è la paura,
e non è tutto spirito limpido e valoroso
se è misto di timore, di pudore, di onore.
Forse, come le torce che debbono esser pronte
sono accese e rispente, cosí tu tratti me.
Venisti per accendermi, vai per venire. Ed io
sognerò nuovamente
quella speranza, ma per non morire.

John Donne

(Traduzione di Cristina Campo)

da “Poesie amorose, poesie teologiche”, Einaudi, Torino, 1971

***

The dream 

Dear love, for nothing less than thee
Would I have broke this happy dream;
It was a theme
For reason, much too strong for fantasy,
Therefore thou wak’d’st me wisely; yet
My dream thou brok’st not, but continued’st it.
Thou art so true that thoughts of thee suffice
To make dreams truths, and fables histories;
Enter these arms, for since thou thought’st it best,
Not to dream all my dream, let’s act the rest.

As lightning, or a taper’s light,
Thine eyes, and not thy noise wak’d me;
Yet I thought thee
(For thou lovest truth) an angel, at first sight;
But when I saw thou sawest my heart,
And knew’st my thoughts, beyond an angel’s art,
When thou knew’st what I dreamt, when thou knew’st when
Excess of joy would wake me, and cam’st then,
I must confess, it could not choose but be
Profane, to think thee any thing but thee.

Coming and staying show’d thee, thee,
But rising makes me doubt, that now
Thou art not thou.
That love is weak where fear’s as strong as he;
‘Tis not all spirit, pure and brave,
If mixture it of fear, shame, honour have;
Perchance as torches, which must ready be,
Men light and put out, so thou deal’st with me;
Thou cam’st to kindle, goest to come; then I
Will dream that hope again, but else would die.

John Donne

da “Songs and Sonnets”, edited by E. K. Chambers, 1896

La mattina dopo – Tony Harrison

I

Il fuoco da solo avrebbe covato settimane.
Fili del telefono fusi, vernice scrostata da cancelletti
e finestre rotte. Tutta la strada puzza
di crine bruciato. Eppure la festa continua.

La gente piange, ma il caldo secca le lacrime.
Le facce avvampano di fiamme, birra, sollievo
e un tale senso di festa sulla strada
ancora mi dice gioia, pur se il dolore pesa.

E quel senso di gioia pubblica, oggi oscurato,
con adulti provati dalla guerra pazzamente felici
non è mai ritornato da quando a otto anni
vidi la gente di Leeds ballare e cantare.

C’è ancora sulla strada il cerchio scuro e bruciato.
Il mattino dopo noi ragazzini aiutammo a spruzzare
le molle roventi dei materassi fumanti
e ciottoli che bollivano di pece nera per V-Jay.

II

Il Sol Levante si annerí su quelle fiamme.
Lingue di fuoco crepitanti ne consumarono i raggi.
Hiroshima, Nagasaki erano solo nomi
per noi bambini che godevamo della nostra vampa.

La palla rosso sangue, bruciata e sbrindellata,
salí come un pipistrello sul caldo del falò
sopra i Rule Britannia e le teste sollevate
della gazzarra del quartiere per V-Jay.

Della tenda che oscurava la cucina
mi feci un manto da Conte Dracula.
L’agitai presso il fuoco. Si riempí di fumo.
Dai miei denti di vampiro gocciolava il ketchup.

Quel cerchio di ciottoli bruciati di catrame
è un cielo di notte paurosamente nero,
due interi emisferi ma senza stelle, zodiaco
senza Sagittario e Bilancia, puro zero.

Tony Harrison

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

da “V. e altre poesie”, Einaudi, Torino, 1996

∗∗∗

The Morning After

I

The fire left to itself might smoulder weeks.
Phone cables melt. Paint peels from off back gates.
Kitchen windows crack; the whole street reeks
of horsehair blazing. Still it celebrates.
Though people weep, their tears dry from the heat.
Faces flush with flame, beer, sheer relief
and such a sense of celebration in our street
for me it still means joy though banked with grief.
And that, now clouded, sense of public joy
with war-worn adults wild in their loud fling
has never come again since as a boy
I saw Leeds people dance and heard them sing.
There’s still that dark, scorched circle on the road.
The morning after kids like me helped spray
hissing upholstery spring wire that still glowed
and cobbles boiling with black gas tar for VJ.

II

The Rising Sun was blackened on those flames.
The jabbering tongues of fire consumed its rays.
Hiroshima, Nagasaki were mere names
for us small boys who gloried in our blaze.
The blood-red ball, first burnt to blackout shreds,
took hovering batwing on the bonfire’s heat
above the Rule Britannias and the bobbing heads
of the VJ hokey-cokey in our street.
The kitchen blackout cloth became a cloak
for me to play at fiend Count Dracula in.
I swirled it near the fire. It filled with smoke.
Heinz ketchup dribbled down my vampire’s chin.
That circle of scorched cobbles scarred with tar ’s
a night-sky globe nerve-rackingly all black,
both hemispheres entire but with no stars,
an Archerless zilch, a Scaleless zodiac.

Tony Harrison

da “Sonnets for August, 1945”, in “Tony Harrison, Collected poems”, Viking, 2007

Un freddo venire – Tony Harrison

Sandra Lousada, Tony Harrison, 1988

 

Fu un freddo venire il nostro.
T.S. ELIOT, Viaggio dei Magi

Ho visto piegarsi un iracheno carbonizzato
verso me attraverso il parabrezza schiantato,
 
col tergicristallo che pare una penna
pronta a scrivere pensieri per la Terra,
 
col tergicristallo che pare uno strumento
che egli afferra per fare testamento.

Ho visto piegarsi l’iracheno carbonizzato
come un uomo fatto di plastilina

fermo a chiedere la direzione
e queste furono le sue parole:

«Non aver paura se ho scelto te
per questa intervista irripetibile.

Non è forse compito di un poeta della tua scuola
trovare parole per questa maschera paurosa?

Se il tuo apparecchio può registrare
le parole di corde vocali bruciate,

schiaccia RECORD prima che un cane
mi sbrani a metà del mio monologare».

Spinsi il microfono traballante
piú vicino alle ossa sgretolate:

«Ho letto sul giornale che tre uomini assennati
hanno lasciato campioni di sperma congelati,

tre nostri nemici, tre assennati marò
muniti di fialette e foto porno,

tre assennati marines di Seattle
che depositarono lo sperma prima di battersi.

Disse il numero 1: Dio sia ringraziato
il mio seme prezioso l’ho depositato;

e il numero 2: Oh grazie Maria
la mia ultima cartuccia è messa via;

e il numero 3: Se Dio vuole
ho lasciato a mia moglie il mio schizzo migliore.

Cosí se gli toccava di essere gassati
almeno i loro nomi sarebbero restati,

e pur cadaveri freddi nel Kuwait
si sarebbero indirettamente moltiplicati.

Perdona un teschio mezz’arrosto e mezz’osso
se usa un tono cosí poco ortodosso.

Sarà un eccesso di presunzione
ma vorrei aver preso la loro precauzione.

Sembravano maestri del loro fato
a mettere sotto vetro il loro eiaculato.

È stata una trovata propagandistica –
avevano debellato anche la morte fisica! –

disinformazione per confonderci,
noi senza milligrammi postumi?

Quei simbolici milioni di riserva
a me almeno hanno fatto saltare i nervi.

Con la paga di Saddam non è roba da noi
far conservare i nostri spermatozoi.

Triste a dirsi, una tecnologia di tale livello
qui manca. Dobbiamo accontentarci del sesso.

Se sforzando (senza vomitare)
la fantasia puoi evocare

l’immagine di me che tengo avvinta
mia moglie per generare la vita…»

(Lasciai che il teschio si diffondesse
su quella faccenda senza sorprese

e a tempo perso feci il calcolo
del contenuto di un orgasmo:

gli spermatozoi di una eiaculazione
sono pari a tutta la popolazione

dell’Iraq per 12,5, suppergiú,
anche se un 0,5 non c’è piú.

Diciamo che gli spermatozoi erano un bel po’
di volte il numero dei morti,

2.500 per lo meno
(ma la cifra precisa chissà se la sapremo!)

Comunque sia la Morte sembra soverchiata
dalle gocce in vetro di una singola scopata.

Povere gocce, forse vi è toccata
di tutte la sorte piú fortunata

secondo Sofocle, e cioè
«la miglior sorte è non essere»,

un filosofema magari tetro
per chiunque non sia un antico greco,

ma difficile da giudicare eccessivo
se si intervista un tale divo.

Quando si vede un uomo ridotto in quello stato
chi non vorrebbe per sé quel «migliore fato»,

o nel mondo degli Scud e Cruise
non essere se possibile refrigerato,

evitando il destino umano solito
di doverla spuntare per arrivare all’utero?)

Intercettò i miei pensieri e fermò la cassetta:
«La vita non mi è parsa mai futile, fesso!

Anche se tutto l’inferno veniva giú
non ho mai desiderato non vivere piú.

Ero pieno di un tale desiderio
di restare in vita mentre ardevo,

un tale anelito di essere vicino
a mia moglie a letto mentre morivo,

e soprattutto di aver lí generato
un figlio che per la guerra non fosse disperato.

Perciò schiaccia RECORD! Voglio raggiungere
le nazioni belligeranti con le mie parole.

Non guardare da un’altra parte! Lo so che è duro
continuare a fissare un coso scuro,

cosí sfigurato dal fuoco aereo
e pensare che una volta arse di desiderio.

Il fuoco ha portato via metà dei miei tratti
ma una volta erano come quelli dei miei fratelli,

finché qualche ragazzo dai capelli corti al video
dell’Iowa o dell’Idaho,

equipaggiato dal tecnocrate ingegnoso
prese di mira il mio paterno sorriso

e fece la faccia che oggi vedi,
un’armatura per metà coperta di creta,

un’icona in cornice, uno specchio
per i devoti del «calcio in culo»,

una sfera che restituisce lo sguardo
ai vincitori nel loro giorno gagliardo

e alla fine ha la meglio sull’osservatore
che si nasconde dietro al tronfio titolone

o dietro alla bandiera in prima pagina
del «SUN» coi suoi soliti titoli cubitali.

I Greci vittoriosi non invitarono Ettore
a unirsi, spettro incomodo, al loro banchetto,

e chi vorrebbe rovinare la gioia ai boys
dell’Iowa o dell’Illinois

o alle madri anziane in festa
perché i loro bambocci si sono salvati?

Ma i tassì imbandierati di copertine del «SUN»
non giovano alla pace futura.

Le stelle e strisce in grinfie appiccicose
possono gettare i semi di guerre prossime.

Ogni bandiera inglese che i ragazzini sventolano
può piú tardi condurli alla loro tomba.

Ma Dio sia lodato e la bandiera garrisca
(scusa il sarcasmo di un povero teschio!),

Topi del Deserto e Tempestatori del Deserto,
senza cicatrici e (forse) senza traumi,

I depositatori di sperma sono tutti tornati
a fare figli come hanno sempre fatto.

Con seme direttamente seminato dal seminatore
buttate via gli spermatozoi nel refrigeratore!

Menti pure, di’ che mi hai visto sorridere
vedendo il soldato abbracciare il figlio.

Menti pure, di’ che perdono
di essere stato annientato dai B 52,

fingi che perdono e mando assolto chi ancora
fa mentre io son morto,

fingi che ha la benedizione dell’uomo bruciato,
e allora forse mi sarà risparmiato

confessare che il fuoco bruciò la vergogna
delle cose fatte in nome di Saddam,

le morti, torture e deportazioni,
le nubi nere sotto cui stiamo tutti.

Di’ che sorrido e che trovo scuse
per gli Scud lanciati su Israele.

Fingi che ho l’immaginazione
di vedere il mondo oltre una sola nazione.

Sta a te, poeta, illudere
che voglio che il nemico sia con me.

È piú facile trovare parole accomodanti
per questa maschera muta come stronzi secchi.

Perciò menti, di’ che l’uomo di carbone ha riso
a vedere il soldato abbracciare suo figlio.

Questo rictus spalancato una volta rallegrò
qualche vecchio cuore lassú a Baghdad,

cuori che invecchiano di minuto in minuto
mentre i camion rientrano e io non ci sono.

Ti ho incontrato però, e detto quel che mi pare,
che tu hai registrato. Ora va’ pure».

Lo fissai e lui mi rese lo sguardo
vedendomi attraverso fino all’Iraq.

Guardando dalla parte che guardava lui
vidi la fiala ghiacciata della distruzione,

una provetta gelata nell’oscurità,
culla e Kaaba, Arca dell’Allenza,

un pellegrinaggio di Croce e Crescente,
la sospensione fredda del Presente.

Arcobaleni con sette tonalità di nero
dal Kuwait all’Iraq coprivano il cielo,

e la pentola ghiacciata era stracolma
non di oro ma di uomini on the rocks,

i geni congelati che non si scioglieranno
finché il mondo non rinuncerà alla guerra,

sperma freddo meticolosamente inscatolato
per non essere mai carbonizzatore o carbonizzato,

Betlemme in fiala di un millennio maledetto
da Cruise e da Scud, che raggela ogni venire.

Proseguii. Schiacciai REWIND e PLAY
e udii l’uomo carbonizzato dire:

Tony Harrison

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

da “V. e altre poesie”, Einaudi, Torino, 1996

∗∗∗

A Cold Coming

‘A cold coming we had of it.’
(T. S. Eliot, ‘Journey of the Magi’)

I saw the charred Iraqi lean
towards me from bomb-blasted screen,

his windscreen wiper like a pen
ready to write down thoughts for men,

his windscreen wiper like a quill
he’s reaching for to make his will.

I saw the charred Iraqi lean
like someone made of Plasticine

as though he’d stopped to ask the way
and this is what I heard him say:

‘Don’t be afraid I’ve picked on you
for this exclusive interview.

Isn’t it your sort of poet’s task
to find words for this frightening mask?

If that gadget that you’ve got records
words from such scorched vocal chords,

press RECORD before some dog
devours me mid-monologue.’

So I held the shaking microphone
closer to the crumbling bone:

‘I read the news of three wise men
who left their sperm in nitrogen,

three foes of ours, three wise Marines
with sample flasks and magazines,

three wise soldiers from Seattle
who banked their sperm before the battle.

Did No. 1 say: God be thanked
I’ve got my precious semen banked.

And No. 2: O Praise the Lord
my last best shot is safely stored.

And No. 3: Praise be to God
I left my wife my frozen wad?

So if their fate was to be gassed
at least they thought their name would last,

and though cold corpses in Kuwait
they could by proxy procreate.

Excuse a skull half roast, half bone
for using such a scornful tone.

It may seem out of all proportion
but I wish I’d taken their precaution.

They seemed the masters of their fate
with wisely jarred ejaculate.

Was it a propaganda coup
to make us think they’d cracked death too,

disinformation to defeat us
with no post-mortem millilitres?

Symbolic billions in reserve
made me, for one, lose heart and nerve.

On Saddam’s pay we can’t afford
to go and get our semen stored.

Sad to say that such high tech’s
uncommon here. We’re stuck with sex.

If you can conjure up and stretch
your imagination (and not retch)

the image of me beside my wife,
closely clasped creating life …

(I let the unfleshed skull unfold
a story I’d been already told,

and idly tried to calculate
the content of ejaculate:

the sperm in one ejaculation
equals the whole Iraqi nation

times, roughly, let’s say, 12.5
though that .5’s not now alive.

Let’s say the sperms were an amount
so many times the body count,

2,500 times at least
(but let’s wait till the toll’s released!).

Whichever way Death seems outflanked
by one tube of cold bloblings banked.

Poor bloblings, maybe you’ve been blessed
with, of all fates possible, the best

according to Sophocles i.e.
‘the best of fates is not to be’

a philosophy that’s maybe bleak
for any but an ancient Greek

but difficult these days to escape
when spoken to by such a shape.

When you see men brought to such states
who wouldn’t want that ‘best of fates’

or in the world of Cruise and Scud
not go kryonic if he could,

spared the normal human doom
of having made it through the womb?)

He heard my thoughts and stopped the spool:
‘I never thought life futile, fool!

Though all Hell began to drop
I never wanted life to stop.

I was filled with such a yearning
to stay in life as I was burning,

such a longing to be beside
my wife in bed before I died,

and, most, to have engendered there
a child untouched by war’s despair.

So press RECORD! I want to reach
the warring nations with my speech.

Don’t look away! I know it’s hard
to keep regarding one so charred,

so disfigured by unfriendly fire
and think it once burned with desire.

Though fire has flayed off half my features
they once were like my fellow creatures’,

till some screen-gazing crop-haired boy
from Iowa or Illinois,

equipped by ingenious technophile
put paid to my paternal smile

and made the face you see today
an armature half-patched with clay,

an icon framed, a looking glass
for devotees of ‘‘kicking ass’’,

a mirror that returns the gaze
of victors on their victory days

and in the end stares out the watcher
who ducks behind his headline: GOTCHA!

or behind the flag-bedecked page 1
of the true to bold-type-setting SUN!

I doubt victorious Greeks let Hector
join their feast as spoiling spectre,

and who’d want to sour the children’s joy
in Iowa or Illinois

or ageing mothers overjoyed
to find their babies weren’t destroyed?

But cabs beflagged with SUN front pages
don’t help peace in future ages.

Stars and Stripes in sticky paws
may sow the seeds for future wars.

Each Union Jack the kids now wave
may lead them later to the grave.

But praise the Lord and raise the banner
(excuse a skull’s sarcastic manner!)

Desert Rat and Desert Stormer
without scars and (maybe) trauma,

the semen-bankers are all back
to sire their children in their sack.

With seed sown straight from the sower
dump second-hand spermatozoa!

Lie that you saw me and I smiled
to see the soldier hug his child.

Lie and pretend that I excuse
my bombing by B52S,

pretend I pardon and forgive
that they still do and I don’t live,

pretend they have the burnt man’s blessing
and then, maybe, I’m spared confessing

that only fire burnt out the shame
of things I’d done in Saddam’s name,

the deaths, the torture and the plunder
the black clouds all of us are under.

Say that I’m smiling and excuse
the Scuds we launched against the Jews.

Pretend I’ve got the imagination
to see the world beyond one nation.

That’s your job, poet, to pretend
I want my foe to be my friend.

It’s easier to find such words
for this dumb mask like baked dogturds.

So lie and say the charred man smiled
to see the soldier hug his child.

This gaping rictus once made glad
a few old hearts back in Baghdad,

hearts growing older by the minute
as each truck comes without me in it.

I’ve met you though, and had my say
which you’ve got taped. Now go away.’

I gazed at him and he gazed back
staring right through me to Iraq.

Facing the way the charred man faced
I saw the frozen phial of waste,

a test-tube frozen in the dark,
crib and Kaaba, sacred Ark,

a pilgrimage of Cross and Crescent
the chilled suspension of the Present.

Rainbows seven shades of black
curved from Kuwait back to Iraq,

and instead of gold the frozen crock’s
crammed with Mankind on the rocks,

the congealed geni who won’t thaw
until the World renounces War,

cold spunk meticulously jarred
never to be charrer or the charred,

a bottled Bethlehem of this come-
curdling Cruise/Scud-cursed millennium.

I went. I pressed REWIND and PLAY
and I heard the charred man say:

Tony Harrison

da “A Cold Coming: Gulf War Poems”, Newcastle: Bloodaxe Books, 1991

Splendessero lanterne – Dylan Thomas

Blanc et Demilly, Jura, 1933

 

Splendessero lanterne, il sacro volto,
Preso in un ottagono d’insolita luce,
Avvizzirebbe, e il giovane amoroso
Esiterebbe, prima di perdere la grazia.
I lineamenti, nel loro buio segreto,
Sono di carne, ma fate entrare il falso giorno
E dalle labbra le cadrà stinto pigmento,
La tela della mummia mostrerà un antico seno.

Mi fu detto: ragiona con il cuore;
Ma il cuore, come la testa, è un’inutile guida.
Mi fu detto: ragiona con il polso;
Ma, quando affretta, àltero il passo delle azioni
Finché il tetto ed i campi si livellano, uguali,
Cosí rapido fuggo, sfidando il tempo, calmo gentiluomo
Che dimena la barba al vento egiziano. 

Ho udito molti anni di parole, e molti anni
Dovrebbero portare un mutamento.

La palla che lanciai giocando nel parco
Non è ancora scesa al suolo.

Dylan Thomas

(Traduzione di Ariodante Marianni)

da “Dylan Thomas, Poesie”, “I Supercoralli” Einaudi, 1965

∗∗∗

Should Lanterns Shine

Should lanterns shine, the holy face,
Caught in an octagon of unaccustomed light,
Would wither up, and any boy of love
Look twice before he fell from grace.
The features in their private dark
Are formed of flesh, but let the false day come
And from her lips the faded pigments fall,
The mummy cloths expose an ancient breast.

I have been told to reason by the heart,
But heart, like head, leads helplessly;
I have been told to reason by the pulse,
And, when it quickens, alter the actions’ pace
Till field and roof lie level and the same
So fast I move defying time, the quiet gentleman
Whose beard wags in Egyptian wind.

I have heard many years of telling,
And many years should see some change.

The ball I threw while playing in the park
Has not yet reached the ground.

Dylan Thomas

da “Collected poems”, J. M. Dent & Sons Ltd, London, 1952

L’estasi – John Donne

Giovanni Prini, Gli amanti, 1913, Galleria d’Arte Moderna, Roma

 

Dove, come un guanciale sopra un letto,
la pregna riva s’alza a riposare
la viola dal capo reclinato,
posammo noi, l’uno cuore dell’altro.

Le nostre mani salde, cementate
da un balsamo tenace che ne sgorga,
i raggi degli sguardi s’incrociavano,
gli occhi infilando su di un refe doppio.

Cosí per ora innestare le mani
fu tutto il nostro modo d’esser uno
e concepire immagini negli occhi
fu nostra sola moltiplicazione.

Come tra eguali eserciti la sorte
sospende incerta la vittoria,
le nostre anime (che per allargare
il campo erano uscite da noi) tra noi s’alzavano:

e mentre là negoziavano le anime,
noi giacevamo, statue sepolcrali:
tutto il giorno immutata l’attitudine,
non dicemmo parola tutto il giorno.

Se alcuno, dall’amore raffinato
sino a intender la lingua delle anime,
fatto dal buon amore tutto spirito,
alla giusta distanza fosse stato,

egli, pure ignorando quale anima parlasse
(poiché a un modo intendevano e parlavano entrambe)
nuova sublimazione avrebbe ricevuto
ripartendo piú puro.

Ogni perplessità discioglie l’estasi
(noi dicemmo) e ci dice quel che amiamo:
da lei sappiamo che non era il sesso,
sappiamo che di ciò nulla sappiamo.

Ma poiché ciascun’anima racchiude
cose mischiate e ignorate, l’amore
quelle anime mischiate mischia ancora
e fa una di due, questa e quella ciascuna.

Trapiantate un’unica viola:
forza, misura, sfumatura, quanto
era dapprima povero e mancante,
tuttavia si raddoppia e si moltiplica.

Cosí quando l’amore una con l’altra
due anime interanima, quell’unica
anima piú compiuta che ne sgorga
vince sulle mancanti solitudini.

E noi che siamo questa nuova anima,
sappiamo ormai di che siamo composti,
ché gli atomi da cui crescemmo sono anime
da mutamento intoccabili.

Ma ahimè, perché cosí a lungo e tant’oltre
negarci ai nostri corpi?
Se anche non noi, pure son nostri. Noi
siamo le intelligenze, essi la sfera.

Dobbiamo loro grazie, ché per primi
cosí ci avvicinarono ed a noi
cedettero le forze e i sensi loro,
lega, e non scoria, a noi.

Non influisce il Cielo sull’uomo se dapprima
nell’aria non lo imprima, sicché l’anima
possa fluir nell’anima, seppure
prima al corpo ripari.

Come il sangue s’ingegna a generare
spiriti quanto può simili ad anime
(ché tali dita debbono annodare
quel fine nodo che ci rende umani)

cosí debbono scendere le anime
dei puri amanti a facoltà ed affetti
che il senso possa cogliere ed apprendere,
o giacerà in catene un grande principe.

Ai corpi dunque ci volgiamo, che i deboli
possano contemplare rivelato l’amore:
i misteri d’amore crescono nelle anime
ma il nostro corpo è il libro dell’amore.

E se un amante, uno come noi,
udisse questo dialogo a una voce,
ci osservi: poco ci vedrà mutare
quando ritorneremo ai nostri corpi.

John Donne

(Traduzione di Cristina Campo)

da “Poesie amorose, poesie teologiche”, Einaudi, Torino, 1971

∗∗∗

The Extasie

Where, like a pillow on a bed,
A Pregnant banke swel’d up, to rest
The violets reclining head,
Sat we two, one anothers best.

Our hands were firmely cimented
With a fast balme, which thence did spring,
Our eye-beames twisted, and did thred
Our eyes, upon one double string;

So, to’entergraft our hands, as yet
Was all the meanes to make us one,
And pictures in our eyes to get
Was all our propagation.

As ’twixt two equal Armies, Fate
Suspends uncertaine victorie,
Our soules, (which to advance their state,
Were gone out) hung ’twixt her, and mee.

And whil’st our soules negotiate there,
Wee like sepulchrall statues lay;
All day, the same our postures were,
And wee said nothing, all the day.

If any, so by love refin’d,
That he soules language understood,
And by good love were growen all minde,
Within convenient distance stood,

He (though he knew not which soule spake,
Because both meant, both spake the same)
Might thence a new concoction take,
And part farre purer than he came.

This Extasie doth unperplex
(We said) and tell us what we love,
We see by this, it was not sexe,
We see, we saw not what did move:

But as all severall soules containe
Mixture of things, they know not what,
Love, these mixt soules doth mix againe,
And makes both one, each this and that.

A single violet transplant,
The strength, the colour, and the size,
(All which before was poore, and scant,)
Redoubles still, and multiplies.

When love, with one another so
Interinanimates two soules,
That abler soule, which thence doth flow,
Defects of loneliness controules.

Wee then, who are this new soule, know,
Of what we are compos’d, and made,
For, th’Atomies of which we grow,
Are soules, whom no change can invade.

But O alas, so long, so farre
Our bodies why doe wee forbeare?
They’are ours, though they are not wee, Wee are
The intelligences, they the spheare.

We owe them thankes, because they thus,
Did us, to us, at first convay,
Yeelded their forces, sense, to us,
Nor are drosse to us, but allay.

On man heavens influence workes not so,
But that it first imprints the ayre,
Soe soule into the soule may flow,
Though it to body first repaire.

As our blood labours to beget
Spirits, as like soules as it can,
Because such fingers need to knit
That subtile knot that makes us man:

So must pure lovers soules descend
T’affections, and to faculties,
Which sense may reach and apprehend,
Else a great Prince in prison lies.

To’our bodies turne wee then, that so
Weake men on love reveal’d may looke;
Loves mysteries in soules doe grow,
But yet the body is his booke.

And if some lover, such as wee,
Have heard this dialogue of one,
Let him still marke us, he shall see
Small change, when we’are to bodies gone.

John Donne

da “Songs and Sonnets”, E. K. Chambers, 1896