Ode al vento di Ponente – Percy Bysshe Shelley

Vincent Van Gogh, Autumn Landscape with Four Trees, 1885

I.

Fiato d’autunno, o Ponente selvaggio
Ch’urgi le foglie come ombre fuggenti
Da un mago, all’invisibil tuo passaggio,

Gialle, rossomalate, pestilenti
Turbe; e ciascuna alla sua buia cella
Invernal trai le aligere sementi,

Ove la fredda terra le suggella,
Come la tomba i corpi,  fin che appena
L’azzurra tua primaveril sorella

Soffia la tromba, fa la terra amena
D’odori, e i germi al suon de’ dolci modi
A pascer l’aria come greggi mena:

Spirto selvaggio, che per tutto godi
In serbare e distrugger, m’odi, oh, m’odi!

II.

Tu, fiume dove nuotan nubi a schiere,
Che Cielo e Mare han scosso come fronda
Dai rami lor conserti, messaggere

Di piogge e lampi: — effusi son sull’onda
Tua d’aria azzurra, qual fulgente crine
Irto sul capo d’Evia furibonda,

Al pien colmo del cielo dal confine
D’orizzonte, i capei della Bufera
Che s’approssima; — o pianto sulla fine

Dell’Anno, a cui questa postrema sera
Volta d’ampio sepolcro sia, che annodi
Coi congesti vapor dell’atmosfera,

Fin che da quel pregno aer pioggia esplodi
Nera, con fuoco e con gragnola, oh, m’odi!

III.

Tu che il turchin Mediterraneo senti
Per te destarsi, ove in sua calma estiva
Si culla al suon di vitrëe correnti,

Nel sen di Baia, alla pumicea riva
D’un’isola; ed antiche regge e torri
Nella luce dell’onde ch’è più viva

Vedeva in sonno ei tremolar, d’azzurri
Muschi e fiori ineffabili coperte;
O tu per cui l’Atlantico ove corri

Si fende in gorghi, mentre giù l’inerte
Selva del mare di limosi biodi
Per lo spavento il suo color converte

D’un tratto, a udir le note tue melodi,
E trema e si dischioma, m’odi, oh, m’odi!

IV.

Oh, foss’io foglia dal tuo soffio mossa,
Volassi io teco, nube senza pondo;
Flutto, fremessi sotto la tua possa!

Parte avess’io nell’impeto, secondo
In libertà, o indomito, a te solo!
Foss’io compagno al tuo vagar sul mondo

Come da bimbo, allor quando il tuo volo
Vincer pareva agevole salita!
Non mai così pregato avrei nel duolo,

Levando a te la voce mia smarrita!
Alzami, foglia, nube, onda leggera!
Sanguino sulle spine della vita!

Curva dall’ore gravi e prigioniera
È un’anima tua pari, indoma, altiera.

V.

Fammi tua cetra al par del bosco, o Vento!
Che fa, se cadon pur le foglie mie?
Forte, autunnal, mesto e pur dolce accento

Da noi trarran le tue fiere armonie.
Che il mio spirito sia nel tuo converso!
O gagliardo, sii me! Per tutte vie

Reca mie morte idee sull’universo
Come le foglie, a vite suscitare
Nuove! E con la magia di questo verso,

Faville d’inestinto focolare,
Le mie parole fra le genti trai!
Tromba di profezia sii da destare

La terra, ne’ miei labbri. Chè s’è omai
Verno, tardar può Primavera assai?

Percy Bysshe Shelley

(Traduzione di Mario Praz)

da “Poeti inglesi dell’ottocento”, Casa Editrice Marzocco, Firenze, 1925

∗∗∗

Ode to the West Wind

I.

O Wild West Wind, thou breath of Autumn’s being
Thou from whose unseen presence the leaves dead
Are driven like ghosts from an enchanter fleeing,

Yellow, and black, and pale, and hectic red,
Pestilence-stricken multitudes! O thou
Who chariotest to their dark wintry bed

The winged seeds, where they lie cold and low,
Each like a corpse within its grave, until
Thine azure sister of the Spring shall blow

Her clarion o’er the dreaming earth, and fill
(Driving sweet buds like flocks to feed in air)
With living hues and odours plain and hill;

Wild Spirit, which art moving everywhere;
Destroyer and preserver; hear, O hear!

II.

Thou on whose stream, ‘mid the steep sky’s commotion,
Loose clouds like earth’s decaying leaves are shed,
Shook from the tangled boughs of heaven and ocean,

Angels of rain and lightning! there are spread
On the blue surface of thine airy surge,
Like the bright hair uplifted from the head

Of some fierce Mænad, even from the dim verge
Of the horizon to the zenith’s height,
The locks of the approaching storm. Thou dirge

Of the dying year, to which this closing night
Will be the dome of a vast sepulchre,
Vaulted with all thy congregated might

Of vapours, from whose solid atmosphere
Black rain, and fire, and hail, will burst: O hear!

III.

Thou who didst waken from his summer dreams
The blue Mediterranean, where he lay,
Lulled by the coil of his crystalline streams,

Beside a pumice isle in Baiæ’s bay,
And saw in sleep old palaces and towers
Quivering within the wave’s intenser day,

All overgrown with azure moss, and flowers
So sweet, the sense faints picturing them! Thou
For whose path the Atlantic’s level powers

Cleave themselves into chasms, while far below
The sea-blooms and the oozy woods which wear
The sapless foliage of the ocean, know

Thy voice, and suddenly grow gray with fear,
And tremble and despoil themselves: O hear!

IV.

If I were a dead leaf thou mightest bear;
If I were a swift cloud to fly with thee;
A wave to pant beneath thy power, and share

The impulse of thy strength, only less free
Than thou, O uncontrollable! if even
I were as in my boyhood, and could be

The comrade of thy wanderings over heaven,
As then, when to outstrip thy skiey speed
Scarce seem’d a vision—I would ne’er have striven

As thus with thee in prayer in my sore need.
O! lift me as a wave, a leaf, a cloud!
I fall upon the thorns of life! I bleed!

A heavy weight of hours has chain’d and bow’d
One too like thee—tameless, and swift, and proud.

V.

Make me thy lyre, even as the forest is:
What if my leaves are falling like its own?
The tumult of thy mighty harmonies

Will take from both a deep autumnal tone,
Sweet though in sadness. Be thou, Spirit fierce,
My spirit! Be thou me, impetuous one!

Drive my dead thoughts over the universe,
Like wither’d leaves, to quicken a new birth;
And, by the incantation of this verse,

Scatter, as from an unextinguish’d hearth
Ashes and sparks, my words among mankind!
Be through my lips to unawaken’d earth

The trumpet of a prophecy! O Wind,
If Winter comes, can Spring be far behind?

Percy Bysshe Shelley

da “The poetical works of Percy Bysshe Shelley”, A. & W. Galignani, 1841

A Jane: La Ricordanza – Percy Bysshe Shelley

I.

Di tanti giorni, belli tutti
   E chiari come te, l’estremo,
L’estremo e più soave, è morto.
   Memoria, noi lo loderemo!
Su, vieni all’opra usata, traccia
   L’elogio di splendor distrutti:
Poi ch’or la Terra ha un’altra faccia,
   E il Ciel corruga il ciglio assorto.

II.

Dei pini andammo alla foresta
   Ch’orla all’Oceano il lido:
In casa stava la tempesta,
   La brezza nel suo nido.
Le nubi ai giochi lor partite,
   Brusìan tra il sonno l’onde,
E il Ciel col suo sorriso mite
   Tenea l’acque profonde.
Di là dal ciel venia quell’ora,
   Che ci schiarava il viso
Con una luce tal, che aurora
   Parea del Paradiso?

III.

Sostammo in mezzo ai pini, eretti
   Giganti dei deserti,
Dal nembo attorti ai rudi aspetti
   Come serpi conserti;
Al soffio degli azzurri fiati
   Nascean tra stelo e stelo
Colori e accordi delicati
   Come quelli del Cielo:
Sopite stavan or le fronde
   Come le verdi ondine,
Silenti  al par delle profonde
   Foreste oceanine.

IV.

Che calma! – un nodo sì tenace
   V’avea il silenzio astretto,
Che quell’inviolabil pace
   Più muta avresti detto
Pel suon del picchio; e pel sereno
   Nostro lieve respiro
Intorno a noi non venia meno
   La calma effusa in giro.
E un cerchio magico tracciato
   Delle remote sedi
Dei monti ai fiori di quel prato
   Esigui ai nostri piedi —
(Spirito intorno effuso, arcana
   Presenza inebriante) —
Pareva a pace indur l’umana
   Nostra angoscia un istante.
Ed io sentia che il centro, il cuore
   Del cerchio magico era
Un esser che infondea l’amore
   Nell’inerte atmosfera.

V.

Sostammo agli acquitrini: il velo
   Dei rami li rinserra;
Ciascun pareva un breve cielo
   Sprofondato sottoterra;
Un cielo d’un chiarore intenso
   Entro il terreno oscuro;
Più del notturno abisso, immenso
   E più del giorno, puro.
E lì crescean come nell’aria
   Le leggiadre foreste,
Perfette più di quante varia
   Fronda quassù riveste.
Là v’era il prato e la radura,
   E tra la verde cinta
Il sol brillava come aurora
   Da nube variopinta.
Parvenze dolci (mai non nacquero,
   In terra, pari a queste)
Fingea laggiù l’amor dell’acque
   Per le verdi foreste.
E il fondo, tutto d’un zaffiro
   D’Eliso era irrigato:
Un’atmosfera senza spiro,
   Un dì più delicato.
La scena, nell’amor, concessa
   Al sen dell’acque s’era
Con ogni foglia e linea espressa
   In forma più che vera.
Ma un vento sottentrò repente,
   Come un pensiero inviso
Che via dall’occhio della mente
   Discaccia un caro viso.
Se ben sei bella tu, e vivace
   Sempre il bosco ha la fronda,
Men spesso il cuor di Shelley ha pace,
   Ch’abbia riposo l’onda.

Percy Bysshe Shelley

(Traduzione di Mario Praz)

da “Poeti inglesi dell’ottocento”, Casa Editrice Marzocco, Firenze, 1925

***

To Jane: The Recollection

I.

Now the last day of many days,
   All beautiful and bright as thou,
The loveliest and the last, is dead,
   Rise, Memory, and write its praise!
Up,–to thy wonted work! come, trace
   The epitaph of glory fled,–
For now the Earth has changed its face,
   A frown is on the Heaven’s brow.

II.

We wandered to the Pine Forest
   That skirts the Ocean’s foam,
The lightest wind was in its nest,
   The tempest in its home.
The whispering waves were half asleep,
   The clouds were gone to play,
And on the bosom of the deep
   The smile of Heaven lay;
It seemed as if the hour were one
   Sent from beyond the skies,
Which scattered from above the sun
   A light of Paradise.

III.

We paused amid the pines that stood
   The giants of the waste,
Tortured by storms to shapes as rude
   As serpents interlaced;
And, soothed by every azure breath,
   That under Heaven is blown,
To harmonies and hues beneath,
   As tender as its own,
Now all the tree-tops lay asleep,
   Like green waves on the sea,
As still as in the silent deep
   The ocean woods may be.

IV.

How calm it was!–the silence there
   By such a chain was bound
That even the busy woodpecker
   Made stiller by her sound
The inviolable quietness;
   The breath of peace we drew
With its soft motion made not less
   The calm that round us grew.
There seemed from the remotest seat
   Of the white mountain waste,
To the soft flower beneath our feet,
   A magic circle traced,–
A spirit interfused around
   A thrilling, silent life,–
To momentary peace it bound
   Our mortal nature’s strife;
And still I felt the centre of
   The magic circle there
Was one fair form that filled with love
   The lifeless atmosphere.

V.

We paused beside the pools that lie
   Under the forest bough,–
Each seemed as ‘twere a little sky
   Gulfed in a world below;
A firmament of purple light
   Which in the dark earth lay,
More boundless than the depth of night,
   And purer than the day–
In which the lovely forests grew,
   As in the upper air,
More perfect both in shape and hue
   Than any spreading there.
There lay the glade and neighbouring lawn,
   And through the dark green wood
The white sun twinkling like the dawn
   Out of a speckled cloud.
Sweet views which in our world above
   Can never well be seen,
Were imaged by the water’s love
   Of that fair forest green.
And all was interfused beneath
   With an Elysian glow,
An atmosphere without a breath,
   A softer day below.
Like one beloved the scene had lent
   To the dark water’s breast,
Its every leaf and lineament
   With more than truth expressed;
Until an envious wind crept by,
   Like an unwelcome thought,
Which from the mind’s too faithful eye
   Blots one dear image out.
Though thou art ever fair and kind,
   The forests ever green,
Less oft is peace in Shelley’s mind,
   Than calm in waters, seen.

Percy Bysshe Shelley

da “The poetical works of Percy Bysshe Shelley”, A. & W. Galignani, 1841