Sera – Cees Nooteboom

Foto di Nicola Bertellotti

in memoria di Hugo Claus

La sedia azzurra sulla terrazza, caffè, sera,
l’euforbia si tende verso divinità assenti,
nostalgica della costa, ogni cosa un alfabeto
di desideri segreti, questa è la sua
ultima visione prima del buio,

il velo dentro la sua testa. Lui sa,
svaniranno le forme delle parole,
nel calice solo la feccia,
linee tra loro scollegate

che un tempo erano pensieri,
non verrà piú parola alcuna
che sia vera. Grammatica sbriciolata,
immagini sfocate senza legame,

del vento il suono
ma non piú il nome,
qualcuno l’ha detto
e la morte era distesa sul tavolo,

domestico pigro, in attesa
in corridoio, sorride stupidamente
sfogliando il giornale
con le sue folli notizie.

Tutto questo lui lo sa, l’euforbia,
la sedia azzurra, il caffè in terrazza,
il giorno che lentamente lo avvolge
e se lo porta via a nuoto,
animale mansueto

con la sua preda.

Cees Nooteboom

(Traduzione di Fulvio Ferrari)

da “Luce ovunque (2012- 1964)”, Einaudi, Torino, 2016

∗∗∗

Avond

in memoriam Hugo Claus

De blauwe stoel op het terras, koffie, avond,
de euforbia reikend naar afwezige goden,
vol heimwee naar de kust, alles een alfabet
van geheime verlangens, dit is zijn
laatste gezicht voor het duister,

het floers in zijn hoofd. Hij weet,
verdwijnen zullen de vormen van woorden,
in zijn kelk alleen nog maar droesem,
de lijnen niet meer verbonden

die vroeger gedachten waren,
hier komt geen woord meer
dat waar is. Vergruisde grammatica,
bewogen beelden zonder brug,

van de wind het geluid
maar niet meer de naam,
iemand heeft het gezegd
en de dood lag op tafel,

een trage bediende, wachtend
in de gang, dom lachend,
bladerend in zijn krant
met ontzinde berichten.

Dit alles weet hij, de euforbia,
de blauwe stoel, de koffie op het terras,
de dag die hem langzaam omwikkelt
en dan met hem wegzwemt,
een zachtmoedig dier

met zijn prooi.

Cees Nooteboom

da “Licht overal: gedichten”, Amsterdam: De Bezige Bij, 2014

Coscienza – Attila József

Sergio Larrain, Railway station, 1963

1.

Dalla terra il cielo scioglie l’alba
e alla sua mite parola pura
gli insetti ed i bambini
alla luce del sole si levano.
L’aria è senza vapori.
Vibrano lucide minuzie.
Sono volate stanotte sugli alberi
come minime farfalle le foglie.

2.

Ho visto in sogno figure screziate
di blu, di rosso, di giallo.
Quello era – sentivo in me – l’ordine:
non un grano di pulviscolo mancava.
Ora qui vola dentro le mie membra
il sogno. Ordine è il mondo di ferro.
Di giorno sorge in me la luna; e se fuori
è notte, qui risplende dentro un sole.

3.

Sono magro, solo pane
mangio qualche volta. Fra queste anime
vane, ciarliere, cerco inutilmente
qualcosa piú certo del dado da giuoco.
Mai che un pezzo d’arrosto mi si strusci
alla bocca ed un bambino al cuore.
Oh, si ingegna! Ma il gatto non sa
prendere il topo, insieme, dentro e fuori.

4.

Come catasta di legna
sta in un cumulo il mondo.
Stringe, spinge, rinserra
una cosa l’altra cosa
e ciascuno cosí è determinato.
Solo quel che non è, mette rami.
Solo quel che sarà, è il fiore.
Quello che è, si disfa.

5.

Lungo lo scalo merci
mi ero annidato ai piedi dell’albero
come un pezzo di silenzio. Una gramigna
mi sfiorava le labbra, aspra, stranamente dolce.
Morto, spiavo il guardiano
e tra i vagoni muti ostinato
i balzi della sua ombra sui lampi
del carbone bagnato di rugiada.

6.

Ecco, la pena è qui dentro.
Ma è fuori, lí, quel che la spiega.
Il mondo è la tua piaga. Brucia, arde;
e tu la tua anima senti, la febbre.
Schiavo se il cuore soltanto è in rivolta
non sarai libero finché per te
non avrai costruito una casa
e non per un padrone.

7.

Ho guardato dalla sera in alto
verso la ruota dei cieli:
con i lucidi fili del caso
si tesseva al telaio del passato la legge.
E ancora ho guardato verso il cielo
su dai sogni delle mie nebbie
e ho veduto: ora qui, ora là si sdruciva
la trama della legge sempre.

8.

Il silenzio ascoltava. Un colpo suonò.
Puoi la tua gioventú rivedere
tra cemento di umide mura
e immaginare qualche libertà,
pensavo. Ma, levandomi, su in alto
stelle e carri dell’Orse
brillavano come le sbarre
sopra la cella muta.

9.

Ho sentito gemere il ferro.
Ho sentito ridere la pioggia.
Vedevo, era rotto il passato,
solo quel che si immagina si perde
e io non so altro che amare,
curvo sotto i miei pesi…
Perché si deve fare di te
un’arma, coscienza d’oro!

10.

Adulto è chi non ha
né padre né madre nel cuore,
che sa di ricevere come
in aggiunta alla morte la vita;
come oggetto trovato sa renderla
in qualunque momento e per questo la serba;
chi non è prete o dio
né per se stesso né per nessuno.

11.

Io l’ho vista, la felicità:
morbida, bionda, piú d’un quintale.
Sull’erba austera del cortile
il suo sorriso ricciuto barcollava.
Sdraiata nel tepore della melma
grugní ammiccando verso di me.
Vedo ancora come indecisa
fra i crini la luce esitava.

12.

Abito lungo la ferrovia. Qui molti
treni vengono e vanno e mi piace
guardare le luci che volano
sul fondo sventolío del buio.
Cosí filano nella notte eterna
i giorni illuminati
e io sono nella luce di ogni scompartimento
mi appoggio sul gomito e non parlo.

Attila József

1957

(Traduzione di Franco Fortini)

da “Il ladro di ciliege e altre versioni di poesia”, “I Supercoralli” Einaudi, 1982 

Traducendo Brecht – Franco Fortini

Foto di Hengki Koentjoro

 

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi piú, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere piú di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Franco Fortini

da “Una volta per sempre”, Poesie 1938-1973, Einaudi, Torino, 1978

«So che cosa volevo» – Elena Andreevna Švarc

Elena Švarc alla fine degli anni ’60, photo by N. Koroleva

 

So che cosa volevo,
Adesso non lo voglio piú
Volevo il supplizio e la fama
E finire nelle mani del boia.
Per bruciare i miei poveri giorni
Con questo sigillo corrosivo,
La fine illuminerebbe l’inizio,
E si ricoprirebbero di un senso.
Ma la vita è sfuggita come un topolino,
In essa non c’è tempo neanche per volere,
Ma nella prossima vita voglio
Sbocciare come papavero soporifero.
In un giorno d’estate, simile all’eternità,
Inebriarmi di me stessa,
Senza amare né ricordare nessuno,
E risuonare silenziosa dentro.
So che cosa volevo,
Ma è meglio volere questo –
E con il succo dell’oppio
Eliminare l’embrione della coscienza.

Elena Andreevna Švarc

(Traduzione di Paolo Galvagni)

da “La nuova poesia russa”, Crocetti Editore, 2003

Ricordi della piccola casa del canto – Alejandra Pizarnik

 

     Era blu come la sua mano nell’istante della morte. Era la sua mano contratta, era l’ultimo orgasmo. Era la sua verga ferma come un uccello che sta per piovere, ferma a ricevere lei, la morte, l’amante (o no)
     Ormai non so parlare. Con chi?
     Non ho mai incontrato un’anima gemella. Nessuno è stato un sogno. Mi hanno lasciata con i sogni aperti, con la mia ferita centrale aperta, con il mio strappo. Mi lamento; ho il diritto di farlo. Allo stesso tempo, disprezzo quelli che non si interessano a me. Il mio solo desiderio è stato
     Non lo dirò. Perfino io, o soprattutto io, mi tradisco. Come un lattante ho placato la mia anima. Ormai non so parlare. Ormai non posso parlare. Ho sperperato quello che non mi hanno dato, che era tutto quello che avevo. E ancora una volta è la morte. Incombe su di me, è il mio unico orizzonte. Nessuno somiglia al mio sogno. Ho sentito amore e lo hanno maltrattato, sì, me, che mai avevo amato. Il più profondo amore scomparirà per sempre. Cosa possiamo amare se non un’ombra? Ormai sono morti i sogni sacri dell’infanzia e anche la natura, quella che mi amava

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Roberta Buffi)

da “Testi di Ombra”, in “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Lietocolle, 2018

Si restituisce a questo testo la parte omessa in Testi di Ombra e ultime poesie, Sudamericana, Buenos Aires, 1982. È quella che precede «Non lo dirò…», in un foglio a parte in cui figura il titolo e dove è annotato a mano un «sì» da parte di AP. Sono stati soppressi i punti di sospensione dell’edizione del 1982.

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RECUERDOS DE LA PEQUEÑA CASA DEL CANTO

     Era azul como su mano en el instante de la muerte. Era su mano crispada, era el último orgasmo. Era su pija parada como un pájaro que está por llover, parada para recibirla a ella, la muerte, la amante (o no)
     Ya no sé hablar. ¿Con quién?
     Nunca encontré un alma gemela. Nadie fue un sueño. Me dejaron con los sueños abiertos, con mi herida central abierta, con mi desgarradura. Me lamento; tengo derecho a hacerlo. Asimismo, desprecio a los que no se interesan por mí. Mi solo deseo ha sido
     No lo diré. Hasta yo, o sobre todo yo, me traiciono. Como un niño de pecho he acallado mi alma. Ya no sé hablar. Ya no puedo hablar. He desbaratado lo que no me dieron, que era todo lo que tenía. Y es otra vez la muerte. Se cierne sobre mí, es mi único horizonte. Nadie se parece a mi sueño. He sentido amor y lo maltrataron, sí, a mí que nunca había querido. El amor más profundo desaparecerá para siempre. ¿Qué podemos amar que no sea una sombra? Murieron ya los sueños sagrados de la infancia y la naturaleza también, la que me amaba

Alejandra Pizarnik

da “Textos de Sombra”, 1982, in “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Barcelona: Lumen, 2001 

abril, 1972
Se restituye a este texto la parte omitida en Textos de Sombra y últimos poemas, Sudamericana, Buenos Aires, 1982. Es la que precede a «No lo diré…», en hoja aparte donde figura el título y lleva un «sí» anotado a mano por AP. Se suprimen los puntos suspensivos de la edición 1982.