Tu non vivi fra queste piante… – Amelia Rosselli

Francesca Woodman, Untitled, 1976

 

Tu non vivi fra queste piante che s’attorcigliano
attorno a questo mio piede senza vasi,
e non hai nella tua linea alcuna canzone per
questi miei versi sterili ora che tu non
avvicini le tue labbra strette a questo mio
corpo ombrato.

Tu non appari a chiarire il mistero della
tua non-presenza, tu non stimoli i fiori
in corona attorno al mio polso, rotto perché
non posso tenerti vicino. La luna ha anch’essa
un pendio misericordioso ma tu non agganci
stretti fili alla mia mano che tanto lontana
non può sollevare i pesi dalla tua testa
rotta dai singulti.

Temo di fare con la mia presenza scempio
delle occasioni, ora che tu non rinverdisci
l’orizzonte. Temo di apparire strana, confusa
a belare quest’incomprensione. Temo di stendere
vigne vuote sul tuo piede scarlatto. Non
ho altro sorso dalle tue arse labbra che
questo mio empio mistero, noia del giorno
spaccato in mille schegge.

Amelia Rosselli

da “Variazioni Belliche”, 1960-1961, in “Amelia Rosselli, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 2002

La lingua greca – Nikiforos Vrettakos

William Adolphe Bouguereau, Angels Playing Violin

 

Quando un giorno me ne andrò da questa luce,
vorticherò verso l’alto come
un ruscello mormorante.
E se per caso da qualche parte
tra i corridoi azzurri
incontrerò gli angeli,
parlerò loro in greco, poiché
non sanno le lingue. Parlano
tra loro in musica.

Nikiforos Vrettakos

(Traduzione di Gilda Tentorio)

Da Doni in sospeso, 1986 

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVII, Gennaio 2014, N. 289, Crocetti Editore

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Ἡ Ἑλληνική γλῶσσα

Ὅταν κάποτε φύγω ἀπό τοῦτο τό φῶς
θά ἑλιχθῶ πρός τά πάνω ὅπως ἕνα
ρυακάκι πού μουρμουρίζει.
Κι ἂν τυχόν κάπου ἀνάμεσα
στούς γαλάζιους διαδρόμους
συναντήσω ἀγγέλους, θά τούς
μιλήσω ἑλληνικά, ἐπειδή
δέν ξέρουνε γλῶσσες. Μιλᾶνε
μεταξύ τους μέ μουσική.

Νικηφόρος Βρεττάκος

da “Εκκρεμής δωρεά”, Αθήνα: Τρία Φύλλα, 1986

Di mia madre – Adam Zagajewski

Foto di Grzegorz Jakubowski

 

Di mia madre nulla saprei dire –
come ripeteva, rimpiangerai un giorno,
quando non ci sarò più, e come io non credevo
né nel “più”, né nel “non ci sarò”,
come mi piaceva guardare, quando leggeva un romanzo alla moda,
dando un’occhiatina subito all’ultimo capitolo,
come in cucina, reputando che non sia, questo,
il luogo fatto per lei, prepara il caffè domenicale,
oppure, ancora peggio, i filetti di merluzzo,
come aspetta l’arrivo degli ospiti e si guarda allo specchio,
facendo quella faccia che la proteggeva dal
vedere realmente se stessa (cosa che, pare,
ho ereditato da lei, insieme ad alcune altre debolezze),
come, poi, disinvoltamente disserta di cose
che non erano il suo forte, e io con pungente
stoltizia la richiamavo, come quando
si paragonò a Beethoven nel processo di crescente sordità,
e io dissi, crudelmente, ma sai, lui
aveva talento, e come tutto mi perdonava
e come io lo ricordo, e come volavo da Houston
al suo funerale e in aereo veniva dato
un film comico e come piangevo di riso
e di rimpianto, e come nulla ero in grado di dire
e continuo a non esserlo.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Asimmetria, 2014”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

O mojej matce

O mojej matce nie umiałbym nic powiedzieć –
jak powtarzała, będziesz kiedyś żałował,
gdy mnie już nie będzie, i jak nie wierzyłem
ani w „już”, ani w „nie będzie”,
jak lubiłem patrzeć, kiedy czytała modną powieść,
zaglądając od razu do ostatniego rozdziału,
jak w kuchni, uważając, że to nie jest dla niej
odpowiednie miejsce, przyrządza niedzielną kawę,
albo, jeszcze gorzej, filety z dorsza,
jak czeka na przyjście gości i patrzy w lustro,
robiąc tę minę, która skutecznie chroniła ją przed
zobaczeniem siebie naprawdę (co, zdaje się,
odziedziczyłem po niej, jak i kilka innych słabości),
jak potem swobodnie rozprawia o rzeczach,
które nie były jej forte, i jak ja jej niemądrze
dokuczałem, tak jak wtedy, kiedy ona
porównała siebie do Beethovena, głuchnącego,
a ja powiedziałem, okrutnie, ale wiesz, on
miał talent, i jak wszystko mi wybaczała
i jak ja to pamiętam, i jak leciałem z Houston
na jej pogrzeb i w samolocie wyświetlano
komedię i jak płakałem ze śmiechu
i z żalu, i jak nic nie umiałem powiedzieć,
i wciąż nie umiem.

Adam Zagajewski

da “Asymetria”, A5 K. Krynicka, 2014

«Anche tu sei collina» – Cesare Pavese

Édouard Boubat, Jeune fille aux fleurs, 1949

 

Anche tu sei collina
e sentiero di sassi
e gioco nei canneti,
e conosci la vigna
che di notte tace.
Tu non dici parole.

C’è una terra che tace
e non è terra tua.
C’è un silenzio che dura
sulle piante e sui colli.
Ci son acque e campagne.
Sei un chiuso silenzio
che non cede, sei labbra
e occhi bui. Sei la vigna.

È una terra che attende
e non dice parola.
Sono passati giorni
sotto cieli ardenti.
Tu hai giocato alle nubi.
È una terra cattiva –
la tua fronte lo sa.
Anche questo è la vigna.

Ritroverai le nubi
e il canneto, e le voci
come un’ombra di luna.
Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.

Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.

Cesare Pavese

30–31 ottobre 1945.

da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951

Addii – Ghiannis Ritsos

Andrew Wyeth, Moon Madness, 1982

 

Grandi stanze di vecchie case avite di provincia
piene di fischi di navi lontane, piene
di spenti rintocchi di campane e di battiti profondi
d’orologi antichissimi. Nessuno abita piú qui dentro
eccetto le ombre, e un violino appeso al muro,
e le banconote fuori corso sparse sulle poltrone
e sul letto largo con la coperta gialla. Di notte
scende la luna, passa davanti agli specchi esanimi
e coi gesti piú lenti rassetta dietro i vetri
i fischi d’addio delle navi affondate.

Ghiannis Ritsos

Karlòvasi 15.VΙΙΙ.1978

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Il funambolo e la luna”, Crocetti Editore, 1984

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Ἀποχαιρετισμοί

Μεγάλα δωμάτια παλιῶν αρχοντι ϰῶν στήν ἐπαρχία
γεμάτα ἀπό σφυρίγματα μα ϰρινῶν πλοίων, γεμάτα
ἀπό σβησμένες ϰαμπανο ϰρουσίες ϰαί βαθιούς χτύπους
πανάρχαιων ρολογιῶν. Κανείς δέν ϰατοι ϰεῖ ἐδώ μέσα
πάρεξ οί σ ϰιές, ϰι ἕνα βιολί ϰρεμασμένο στόν τοῖχο,
ϰαί τ’ ἄχρηστα χαρτονομίσματα σ ϰόρπια στίς πολυθρόνες
ϰαί τό φαρδύ ϰρεβάτι μέ τήν ϰίτρινη ϰουβέρτα. Τίς νύχτες
ϰατεβαίνει ἡ σελήνη, προσπερνάει τούς ἄπνοους ϰαθρέφτες
ϰαί μέ τίς πιό ἀργές χειρονομίες συγυρίζει πίσω ἀπ’ τά τζάμια
τ’ ἀποχαιρετιστήρια σφυρίγματα τῶν βυθισμένων πλοίων.

Γιάννης Ρίτσος

Καρλόβασι, 15.VΙΙΙ.1978

da “Ό σχοινοβάτης καί ή σελήνη”, 1982