All’amato se stesso… – Vladimir Vladimirovič Majakovskij

 

Quattro.
Pesanti come un colpo.
«A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio».
Ma uno
come me
dove potrà ficcarsi?
Dove mi si è apprestata una tana?

S’io fossi
piccolo
come il Grande Oceano,
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde,
con l’alta marea carezzando la luna.
Dove trovare un’amata
uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per contenerla!

Oh, s’io fossi povero!
Come un miliardario!
Che cos’è il denaro per l’anima?
Un ladro insaziabile si annida in essa.
All’orda sfrenata dei miei desideri
non basta l’oro di tutte le Californie.

S’io fossi balbuziente
come Dante
o Petrarca!
Accendere l’anima per una sola!
Ordinarle coi versi di struggersi in cenere!
E le parole
e il mio amore
sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente,
senza lasciar traccia, vi passerebbero sotto
le amanti di tutti i secoli.

Oh, s’io fossi
silenzioso
come il tuono,
gemerei,
stringendo con un brivido il decrepito èremo della terra.
Se urlerò a squarciagola
io
con la mia voce immensa,
le comete torceranno le braccia fiammeggianti,
gettandosi a capofitto sulla malinconia.

Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti
se fossi
appannato
come il sole!
Che bisogno ho io
di abbeverare col mio splendore
il grembo dimagrato della terra!

Passerò,
trascinando il mio enorme amore.
In quale notte
delirante,
malaticcia,
da quali Golia fui concepito,
cosí grande
e cosí inutile?

Vladimir Vladimirovič Majakovskij

1916

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Poesia russa del Novecento”, Guanda, Parma, 1954

∗∗∗

СЕБЕ, ЛЮБИМОМУ, ПОСВЯЩАЕТ ЭТИ СТРОКИ АВТОР

Четыре.
Тяжелые, как удар.
«Кесарево кесарю — богу богово».
А такому,
как я,
ткнуться куда?
Где для меня уготовано логово?

Если б был я
маленький,
как Великий океан,—
на цыпочки б волн встал,
приливом ласкался к луне бы.
Где любимую найти мне,
такую, как и я?
Такая не уместилась бы в крохотное небo!

О, если б я ниш, был!
Как миллиардер!
Что деньги душе?
Ненасытный нор в ней.
Моих же ланий разнузданной орде
Нe  хватит золота всех Калифорний

Если б быть мне косноязычным,
как Дант
или Петрарка!
Душу к одной зажечь!
Стихами велеть истлеть ей!
И олова
и любовь моя —
триумфальная арка:
пышно,
бесследно пройдут сквозь нее
любовницы всех столетий.

О, если б был я
тихий,
как гром,—
ныл бы,
дрожью объял бы земли одряхлевший скит
Я
если всей его мощью
выреву голос огромный —
кометы заломят горящие руки,
бросятся вниз с тоски.

Я бы глаз лучами грыз ночи —
о, если б был я
тусклый,
как солнце!
Очень мне надо
сияньем моим поить
земли отощавшее лонце!

Пройду,
любовищу мою волоча.
В какой ночй,
бредовой,
недужной,
какими Голиафами я зачат —
такой большой
и такой ненужный?

Владимир Владимирович Маяковский

da “Vesènnij salon poetov”, Moscow, 1918

«Siamo ancora una volta in guerra» – Thomas Amadei

Thomas Amadei

 

Siamo ancora una volta in guerra
cara terra che puntelli le gambe,
sotto un cielo talmente bello
da sembrare un inferno di croci.

Stregati dal nulla di una nuvola,
dipinta per dare una forma al male,
il vento intrappolato nella rete,
le pecore al calvario mediatico
del messia quotidiano.

Cerchiamo una fede sotto
questo bombardamento di vento e silenzio
dove far riposare la solitudine
cacciata a forza tra le mura di casa.

Thomas Amadei

01/04/020

E addio – Jaroslav Seifert

Foto di Mario De Biasi

 

A milioni di versi nel mondo
aggiunsi appena un paio di strofe.
Non furono in nulla più sagge d’un canto di grilli.
Lo so. Scusatemi.
Ormai sto finendo.

Non furono neanche prime orme
lasciate in una polvere di luna.
E se pure ogni tanto hanno brillato
non fu di propria luce.
Io ho amato questa lingua.

E lei, se labbra mute
a un tremito costringe,
facilmente indurrà gli amanti ai baci
quando vaghino in un rosso di paesaggio
dove declini più lento che ai tropici
il sole.

La poesia con noi va fin dal principio.
Come il fare l’amore,
come la fame, come la peste, come la guerra.
Talvolta furono stolti i miei versi
da far vergogna.

Ma non me ne scuso.
Andare in cerca di belle parole
credo sia meglio
che uccidere e massacrare.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La colonna della peste”, Edizioni E/O, Roma, 1985

∗∗∗

A sbohem

K miliónům veršů na světě
přidal jsem jen pár slok.
Nebyly o nic moudřejší než píseň cvrčků.
To vím. Odpusťte mi.
Už končím.

Nebyly to ani první šlápoty
v měsíčním prachu.
Jestliže však přece někdy zazářily,
nebylo to jejich světlo.
Miloval jsem tuto řeč.

A ta, když přinutí mlčící rty,
aby se zachvěly,
snadno přiměje milence k polibkům,
loudají-li se červánkovou zemí,
kde zapadá slunce pomaleji
než v tropech.

Poezie jde s námi od počátků.
Jako milování,
jako hlad, jako mor, jako válka.
Někdy byly mé verše pošetilé
až hanba.

Ale za to se neomlouvám.
Věřím, že hledat krásná slova
je lepší
než zabíjet a vraždit.

Jaroslav Seifert

da “Morový sloup (1977)”, Cologne; 1981, Prague

Guadagni e perdite – Julio Cortázar

 

Riprendo a mentire con grazia,
mi chino rispettoso allo specchio
che riflette il mio collo e la cravatta.
Credo d’essere questo signore che esce
tutti i giorni alle nove.
Gli dei sono morti uno a uno in lunghe file
di carta e cartone.
Niente mi manca, neppure tu
mi manchi. Sento un buco, però è facile
un tamburo: pelle ai due lati.
A volte torni la sera, quando leggo
cose che tranquillizzano: bollettini,
il dollaro e la sterlina, i dibattiti
delle Nazioni Unite. Mi sembra
che la tua mano mi pettini. Non sento la tua mancanza!
Solo cose minute all’improvviso mi mancano
e vorrei ricercarle: la contentezza
e il sorriso, questo animaletto furtivo
che ormai non vive più fra le mie labbra.

Julio Cortázar

(Traduzione di Gianni Toti)

da “Le ragioni della collera”, Edizioni Fahrenheit 451, 1995

∗∗∗

Ganancias y pérdidas

Vuelvo a mentir con gracia,
me inclino respetuoso ante el espejo
que refleja mi cuello y mi corbata.
Creo que soy ese señor que sale
todos los días a las nueve.
Los dioses están muertos uno a uno en largas filas
de papel y cartón.
No extraño nada, ni siquiera a ti
te extraño. Siento un hueco, pero es fácil
un tambor: piel a los dos lados.
A veces vuelves en la tarde, cuando leo
cosas que tranquilizan: boletines,
el dólar y la libra, los debates
de Naciones Unidas. Me parece
que tu mano me peina. ¡No te extraño!
Sólo cosas menudas de repente me faltan
y quisiera buscarlas: el contento,
y la sonrisa, ese animalito furtivo
que ya no vive entre mis labios.

Julio Cortázar

da “Salvo el crepúsculo”, Buenos Aires, Ed. Alfaguara, 1984

Dora Markus – Eugenio Montale

Jacques-Henri Lartigue, Renée Perle

     1

Fu dove il ponte di legno
mette a Porto Corsini sul mare alto
e rari uomini, quasi immoti, affondano
o salpano le reti. Con un segno
della mano additavi all’altra sponda
invisibile la tua patria vera.
Poi seguimmo il canale fino alla darsena
della città, lucida di fuliggine,
nella bassura dove s’affondava
una primavera inerte, senza memoria.

E qui dove un’antica vita
si screzia in una dolce
ansietà d’Oriente,
le tue parole iridavano come le scaglie
della triglia moribonda.

La tua irrequietudine mi fa pensare
agli uccelli di passo che urtano ai fari
nelle sere tempestose:
è una tempesta anche la tua dolcezza,
turbina e non appare,
e i suoi riposi sono anche più rari.
Non so come stremata tu resisti
in questo lago
d’indifferenza ch’è il tuo cuore; forse
ti salva un amuleto che tu tieni
vicino alla matita delle labbra,
al piumino, alla lima: un topo bianco,
d’avorio; e così esisti!

 2

Ormai nella tua Carinzia
di mirti fioriti e di stagni,
china sul bordo sorvegli
la carpa che timida abbocca
o segui sui tigli, tra gl’irti
pinnacoli le accensioni
del vespro e nell’acque un avvampo
di tende da scali e pensioni.

La sera che si protende
sull’umida conca non porta
col palpito dei motori
che gemiti d’oche e un interno
di nivee maioliche dice
allo specchio annerito che ti vide
diversa una storia di errori
imperturbati e la incide
dove la spugna non giunge.

La tua leggenda, Dora!
Ma è scritta già in quegli sguardi
di uomini che hanno fedine
altere e deboli in grandi
ritratti d’oro e ritorna
ad ogni accordo che esprime
l’armonica guasta nell’ora
che abbuia, sempre più tardi.

È scritta là. Il sempre verde
alloro per la cucina
resiste, la voce non muta,
Ravenna è lontana, distilla
veleno una fede feroce.
Che vuole da te? Non si cede
voce, leggenda o destino…
Ma è tardi, sempre più tardi.

Eugenio Montale

da “Le occasioni”, Einaudi Editore, 1939