«Non ti vedo. So bene» – Pedro Salinas

Maya Deren, in “Meshes of an Afternoon”, di Maya Deren, 1943

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Non ti vedo. So bene
che sei qui,
dietro una parete fragile
di calce e di mattoni, alla portata
della mia voce, se chiamassi.
Ma io non chiamerò.
Ti chiamerò domani,
quando ormai non vedendoti,
immagini che ancora
tu sia qui, accanto a me,
e che basti oggi la voce
che ieri ho trattenuto.
Domani… quando tu sarai
al di là di una
fragile parete di venti,
di cieli e di anni.

Pedro Salinas

(Traduzione di Valerio Nardoni)

da “Presagi”, Passigli Poesia, 2008

***

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No te veo. Bien sé
que estás aquí, detrás
de una frágil pared
de ladrillos y cal, bien al alcance
de mi voz, si llamara.
Pero no llamaré.
Te llamaré mañana,
cuando, al no verte ya
me imagine que sigues
aquí cerca, a mi lado,
y que basta hoy la voz
que ayer no quise dar.
Mañana… cuando estés
allá detrás de una
frágil pared de vientos,
de cielos y de años.

Pedro Salinas

da “Presagios”, 1924, in “Pedro Salinas, Poesías completas”, Aguilar, Madrid, 1955

La stanza – Alfonso Gatto

Emile Otto Hoppé, Dancer Beatrice Appleyard, 1934

 

Questa mia stanza candida di fede,
ad abitarla con eguale fede
più giovane di me, lei sola crede
alla mia nuova storia, tu non vuoi
credere, dici è tutto provvisorio.

Se mi lasci la morte o la speranza
di mutare vagando non sai dire,
né a credere sopporti che tu sia
la presenza invocata.

La mia stanza ha il vuoto che le lasci.
Non le manca la sedia, ma il tuo posto.
Non manca il giradischi, la tua voce
manca e il silenzio dell’averti intorno.

Mancano gli occhi tuoi più dello specchio.

Alfonso Gatto

da “Poesie d’amore”, Seconda parte, 1960-1972, Mondadori, Milano, 1973

La disquisizione costante del vento – Wallace Stevens

Félix Vallotton, The Wind, 1910, The National Gallery of Art, Washington

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il cielo sembrava così piccolo quel giorno d’inverno,
Una luce sporca su un mondo smorto,
Contratto come uno stecco raggrinzito.

Non era l’ombra di nube e freddo,
Ma un senso della distanza del sole:
L’ombra di un senso suo proprio.

Una consapevolezza che il giorno concreto
Era tanto meno. Solo il vento
Sembrava grande, sonoro, alto, forte.

E mentre pensava dentro il pensiero
Del vento, ignorando che quel pensiero
Non era né suo né di un altro qualunque,

L’immagine appropriata di sé,
Così formata, divenne lui: respirò
Il respiro di un’altra natura come suo,

Solo un respiro momentaneo,
Fuori e oltre la luce sporca
Che mai avrebbe potuto essere animale,

Una natura ancora priva di forma,
Fuorché quella di lui – forse quella di lui
Nell’ozio violento della domenica.

Wallace Stevens

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

da “Il mondo come meditazione”, Guanda, 2010

∗∗∗

The Constant Disquisition of the Wind

The sky seemed so small that winter day,
A dirty light on a lifeless world,
Contracted like a withered stick

It was not the shadow of cloud and cold,
But a sense of the distance of the sun —
The shadow of a sense of his own,

A knowledge that the actual day
Was so much less. Only the wind
Seemed large and loud and high and strong.

And as he thought within the thought
Of the wind, not knowing that that thought
Was not his thought, nor anyone’s,

The appropriate image of himself,
So formed, became himself and he breathed
The breath of another nature as his own,

But only its momentary breath,
Outside of and beyond the dirty light,
That never could be animal,

A nature still without a shape,
Except his own — perhaps, his own
In a Sunday’s violent idleness.

Wallace Stevens

da “The Collected Poems of Wallace Stevens”, Alfred A. Knopf, New York, 1971

«Poggiata a un davanzale davanti ad una strada» – Patrizia Cavalli

Patrizia Cavalli, foto di Dino Ignani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poggiata a un davanzale davanti ad una strada
vuota a quest’ora quasi di campagna
cosa racconto io? racconto l’aria.
L’aria che cerco, quella che trovo,
che torna in visita per farsi riconoscere,
un’aria semplice, composta, delicata,
aria dimenticata, che sempre quando arriva
mi trova impreparata.

Patrizia Cavalli

da “Pigre divinità e pigra sorte”, Einaudi, Torino, 2006

L’uomo di neve – Wallace Stevens

Irene Kung

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bisogna avere una mente d’inverno
per osservare il gelo e i rami
dei pini incrostati di neve;

e avere patito tanto freddo
per guardare i ginepri ricoperti di ghiaccio,
gli abeti ruvidi nel distante riflesso

del sole di gennaio; e non pensare
alla miseria che risuona nel vento,
tra le rade foglie,

il medesimo suono della terra
attraversata dal medesimo vento
che soffia nello stesso spazio spoglio

per chi in ascolto, ascolta nella neve,
e lui stesso un nulla, guarda
il Nulla che non c’è e il nulla che c’è.

Wallace Stevens

(Traduzione di Nadia Fusini)

***

The Snow Man

One must have a mind of winter
To regard the frost and the boughs
Of the pine-trees crusted with snow;

And have been cold a long time
To behold the junipers shagged with ice,
The spruces rough in the distant glitter

Of the January sun; and not to think
Of any misery in the sound of the wind,
In the sound of a few leaves,

Which is the sound of the land
Full of the same wind
That is blowing in the same bare place

For the listener, who listens in the snow,
And, nothing himself, beholds
Nothing that is not there and the nothing that is.

Wallace Stevens

da “Harmonium”,  Alfred A. Knopf, Inc., 1923