«Vanno via con passo lento» – Aleksandr Aleksandrovič Blok

12.

Vanno via con passo lento,
sempre avanti… Chi va là?
È un vessillo che sul vento
fruscia e oscilla in qua e in là…

Dietro ai cumuli in agguato
forse c’è chi sta aspettando…
No, è il cane allampanato
che li segue zoppicando…

«Passa via, vagabondo!
Via rognoso, via, se no…
Come un cane, o vecchio mondo,
passa via, t’abbatterò!»

Mostra i denti come un lupo,
con la coda ritta sta,
cane povero e sparuto…
«Rispondete: chi va là?»

«Chi è che che scuote la bandiera?»
«Oh che buio maledetto!»
«Chi è che va di gran carriera?
chi si fa là parapetto?»

«Su, compagno, alza le mani!
Prender te per noi è un gioco.
Tu cadrai nelle mie mani
vivo o morto! Attenti: fuoco!»

Tratatà!… Ma è solo l’eco
che risponde secco e breve.
La tormenta con un bieco
riso danza fra la neve!

Tratatà!
Tratarà!

… Cosí vanno nella sera,
         ed il cane è ormai laggiú
ma davanti alla bandiera,
        camminando lieve,
        nel vortice di neve,
di rose inghirlandato
in un nembo imperlato,
         avanti marci tu,
         non veduto, o Gesú!

Aleksandr Aleksandrovič Blok

(Traduzione di Renato Poggioli)

da “I dodici”, Einaudi, Torino, 1965

«Il 29 gennaio 1918, quando ebbe dato compimento ai Dodici, Aleksandr Blok segnò nel suo diario: “Oggi io sono un genio”. Meno di due anni innanzi, il 25 marzo 1916, quel diario registra tutt’altra confessione: “Giorni fa ho pensato che non debbo scrivere versi, perché ne sono troppo capace. Bisogna mutare ancora (oppure che intorno le cose mutino) per ricevere di nuovo la possibilità di superare il materiale”. Se Blok poté sollevarsi ad una nuova altezza di poesia, a quella suprema della sua ascesa creativa, fu perché intorno le cose erano mutate portentosamente, perché la coscienza escatologica, che aveva pervaso la Russia di Blok e in Blok s’era espressa con tensione estrema, sembrava vedere in atto i propri presagi d’apprensione o d’aspettazione, quasi che un nuovo eone, terribile o felice, stesse per succedere all’antico». (Clara Strada Janovič)

∗∗∗

12.

…Вдаль идут державным шагом…
— Кто ещё там? Выходи!
Это — ветер с красным флагом
Разыгрался впереди…

Впереди — сугроб холодный.
— Кто в сугробе — выходи!
Только нищий пёс голодный
Ковыляет позади…

— Отвяжись ты, шелудивый,
Я штыком пощекочу!
Старый мир, как пёс паршивый,
Провались — поколочу!

…Скалит зубы — волк голодный —
Хвост поджал — не отстаёт —
Пёс холодный — пёс безродный…
— Эй, откликнись, кто идет?

— Кто там машет красным флагом?
— Приглядись-ка, эка тьма!
— Кто там ходит беглым шагом,
Хоронясь за все дома?

— Всё равно, тебя добуду,
Лучше сдайся мне живьем!
— Эй, товарищ, будет худо,
Выходи, стрелять начнем!

Трах-тах-тах! — И только эхо
Откликается в домах…
Только вьюга долгим смехом
Заливается в снегах…

Трах-тах-тах!
Трах-тах-тах!

…Так идут державным шагом —
Позади — голодный пёс.
Впереди — с кровавым флагом,
И за вьюгой неведим,
И от пули невредим,
Нежной поступью надвьюжной,
Снежной россыпью жемчужной,
В белом венчике из роз —
Впереди — Исус Христос.

Александр Блок

da “Двенадцать”, 1918

Esorcismo – Bella Achatovna Achmadulina

Audrey Hepburn in a publicity shot for The Nun’s Story (Fred Zinnemann, 1959)

 

 

Non piangete la mia morte — vivrò ancora
in un’allegra mendicante, in una buona ergastolana,
nella donna del sud che gela al nord,
nella pietroburghese tisica e malvagia
al sud malarico — vivrò.

Non piangete la mia morte — vivrò ancora
nella zoppa uscita sul sagrato,
nell’ubriaco accasciato sul tavolo,
e nel povero imbrattatele
che dipinge la Madonna — vivrò.

Non piangete la mia morte — vivrò ancora
nella bimba che impara a scrivere,
che in un futuro indecifrabile, arrossendo
della mia frangetta, i miei versi ripeterà
come una sciocca — vivrò.

Non piangete la mia morte — vivrò ancora
nella più misericordiosa delle suore,
nell’estrema assurdità della guerra,
e alla luce della mia chiara stella
in qualche modo, comunque — vivrò.

Bella Achatovna Achmadulina

                                                      1960

(Traduzione di Daniela Gatti)

da “Bella Achmadulina, Poesia”, Spirali, 1998

Il poeta – Ghiannis Ritsos

Γιάννης Ρίτσος

 

Per quanto si bagni la mano nell’oscuro,
la mano non si annerisce mai. La sua mano
è impermeabile alla notte. Quando se ne andrà
(perché un giorno tutti ce ne andiamo), credo che resterà
un sorriso dolcissimo in questo mondo
che dirà incessantemente “sì” e ancora “sì”
a tutte le secolari speranze vanificate.

Ghiannis Ritsos

Karlòvasi, 17.VII.87

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “I negativi del silenzio”, 1987, in “Molto tardi nella notte”, Crocetti Editore, 2020

∗∗∗

Ὁ ποιητής

Ὅσο ϰι ἄν βρέχει τό χέρι του μές στό σϰοτάδι,
τό χέρι του δέ μαυρίζει ποτέ. Τό χέρι του
εῗναι ἀδιάβροχο στή νύχτα. Ὅταν θά φύγει
(γιατί ὅλοι φεύγουμε μιά μέρα) θαρρῶ θά μείνει
ἕνα γλυϰύτατο χαμόγελο στόν ϰόσμο ἐτοῦτον
πού ἀδιάϰοπα θά λέει «ναί» ϰαί πάλι «ναί»
σ’ ὅλες τίς προαιώνιες διαψευσμένες ἐλπίδες.

Γιάννης Ρίτσος

Καρλόβασι, 17.VII. 87

da “Ἀργά, πολύ ἀργά μέσα στή νύχτα”, Κέδρος, 1991: “Τά άρνητιϰα τñς σιωπñς”

L’oblio – Vicente Aleixandre

 

La tua fine non è una coppa vana
che si debba vuotare. Muori, gettala.

Per questo lentamente tu alzi nella mano
un brillio o il suo ricordo, e ardono le tue dita
come neve improvvisa.
Non fu ed è. Fu tuttavia e ora tace.
Il freddo brucia e nei tuoi occhi nasce
la sua memoria. Ricordare è osceno;
peggio, è triste. Obliare è morire.

Morì con dignità. Chi passa è l’ombra.

Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “Poesie della consumazione”, Milano, Rizzoli, 1972

È la lirica che chiude la silloge “Poesie della consumazione”, l’ultima del poeta, quindi trattasi della sua ultima poesia.
«Non fu ed è. Fu tuttavia e ora tace. Nel calice della memoria, al termine della vita, si sente il brillare della vita, il calore che brucia ormai come neve. Nelle dita che sostengono il calice si sente che quel calore, quello splendore che arde, ma come la neve,  fu e non fu, perché fu una realtà effimera; ma lo si sente ancora, perciò si dice che fu; e tace perché fu appena reale, non esiste, fu come un sogno. Di qui le contraddizioni: è perché lo si ricorda, e non fu perché fu un sogno; ma fu perché era la vita stessa ed ebbe realtà; e tace perché ormai non esiste». (Vicente Aleixandre)

∗∗∗

El olvido

No es tu final como una copa vana
que hay que apurar. Arroja el casco, y muere.

Por eso lentamente levantas en tu mano
un brillo o su mención, y arden tus dedos,
como una nieve súbita.
Está y no estuvo, pero estuvo y calla.
El frío quema y en tus ojos nace
su memoria. Recordar es obsceno,
peor: es triste. Olvidar es morir.

Con dignidad murió. Su sombra cruza.

Vicente Aleixandre

da “Poemas de la consumación”, Plaza Janés, Barcelona, 1968

Di chi sono? – Jiří Orten

 

Io sono dei piovaschi e delle siepi
e delle erbe chinate dalla pioggia
e della chiara canzone che non gorgheggia,
del desiderio che sta chiuso in lei.

Di chi sono?
Io sono di ogni piccola cosa smussata
che mai spigoli ha conosciuto,
dei piccoli animali che reclinano la testa,
sono della nuvola quando è straziata.

Di chi sono?
Io sono del timore che mi ha tenuto
con le sue trasparenti dita,
del coniglietto che in un giardino in penombra
esercita il suo fiuto.

Di chi sono?
Io sono dell’inverno ostile ai frutti
e della morte, se il tempo lo chieda,
io sono dell’amore, di cui sbaglio la porta,
al posto di una mela ai vermi lasciato in preda.

Jiří Orten

26. 5. 1940.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

Čí jsem?

Jsem plískanic a plotů
a trav, trav deštěm skloněných
a jasných písní bez klokotu
a touhy, jež je v nich.

Čí jsem?
Jsem malých oblých věcí,
jež nepoznaly hran,
jsem zvířátek, když hlavu věsí
a mraku, když je potrhán.

Čí jsem?
Jsem bázně, jež mne bere
do prstů průsvitných,
králíčka na zahradě šeré,
jenž zkouší si svůj čich.

Čí jsem?
Jsem zimy tvrdé plodům
a smrti, chce-li čas,
jsem lásky, s níž se míjím o dům,
dán za jablka červům na pospas.

Jiří Orten

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958