Al declinare del giorno – Avraham Ben Yitzhak

Avraham Ben Yitzhak

 

Quando si spegneranno i rossi falò della nostra vita
ci toglieremo dalla fronte la ghirlanda delle feste
con le foglie scompigliate e le rose cadenti,
poi in silenzio scenderemo ai fiumi.

      Al declinare del giorno ci fermeremo sulla loro sponda
inseguendone con gli occhi la corsa, –
loro, gli abbandonati e infinitamente orgogliosi della propria solitudine.
E circonfusi dal rossore del crepuscolo
commossi guarderemo, ed ecco arrivare fiori,
fiori bianchi
recati con tutti gli onori sul pelo dell’acqua – –
rapiti dai margini di un giardino felice
per scherzo a mezzogiorno.

Allora sapremo: davanti agli occhi ci è passata la nostra giovinezza.
E quando il ricordo tramonterà dentro di noi
s’allungherà, si scurirà una dolente ombra di salici sul nostro capo.

E tuttavia lassù sorgerà stella dopo stella sulla cima dei monti,
santificando una notte grande ed estranea su di noi,
e un vento serale ci toccherà gemendo come suonasse violini neri. 

Avraham Ben Yitzhak

(Traduzione di Anna Linda Callow e Cosimo Nicolini Coen)

da “Avraham Ben Yitzhak, Poesie”, Portatori d’Acqua, 2018

Scritta verso la fine del 1909 e pubblicata per la prima volta in «HaShiloah» nel 1912.

La notte lava la mente – Mario Luzi

Mario Giacomelli, dalla serie “La notte lava la mente”

 

La notte lava la mente.

Poco dopo si è qui come sai bene,
file d’anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.

Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, figge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare.

Mario Luzi

da “Onore del vero”, Neri Pozza Editore, 1957

«Voce di più giovani anni impose» – Stefan George

Foto di Chiara Adezati, presso Palazzo Reale di Genova

 

Voce di più giovani anni impose
Cercare di lei sotto questi rami:
Devo chinar la fronte a te e negare ·
Ché dorme l’amore in terra di raggi.

Ma ancora lei mi mandate nel fuoco
Dell’estate e in lusingare di Eroti
Come scorta a me timido si offre
Voglio questa volta accoglierla in gioia.

Le uve mature fermentano in tini ·
Ma tutto quel che di nobili getti
E semina dell’estate mi resta
A piene mani a lei voglio portare.

Stefan George

(Traduzione di Chiara Adezati con la collaborazione di Andreas de Jong)

da Dopo il raccolto, in L’anno dell’anima, 1897

da “Stefan George, Sämtliche Werke in 18 Bänden”, Hrsg. Stefan George Stiftung, Klett-Cotta, Stuttgart, 2013

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«Ihr rufe junger jahre die befahlen»

Ihr rufe junger jahre die befahlen
Nach ihr zu suchen unter diesen zweigen:
Ich muss vor euch die stirn verneinend neigen ·
Denn meine liebe schläft im land der strahlen.

Doch schickt ihr sie mir wieder die im brennen
Des sommers und im flattern der Eroten
Sich als geleit mir schüchtern dargeboten
Ich will sie diesmal freudig anerkennen.

Die reifen trauben gären in den bütten ·
Doch will ich alles was an edlen trieben
Und schöner saat vom sommer mir geblieben
Aus vollen händen vor ihr niederschütten.

Stefan George

da Nach der Lese, in Das Jahr der Seele, 1897

da “Stefan George, Sämtliche Werke in 18 Bänden”, Hrsg. Stefan George Stiftung, Klett-Cotta, Stuttgart, 2013

Lettera per una nascita – Pierluigi Cappello

Foto di Danilo De Marco

 

Scrivo per te parole senza diminutivi
senza nappe né nastri, Chiara.
Resto un uomo di montagna,
aperto alle ferite,
mi piace quando l’azzurro e le pietre si tengono
il suono dei “sí” pronunciati senza condizione,
dei “no” senza margini di dubbio;
penso che le parole rincorrano il silenzio
e che nel tuo odore di stagione buona
nel tuo sguardo piú liscio dei sassi di fiume
esploda l’enigma del “sí” assordante che sei.

Scriverti è facile; e se potessi verserei
la conoscenza tutta intera delle nuvole
la punteggiatura del cosmo
la forza dei sette mari, i sette mari in te
nel bicchiere dei tuoi giorni incorrotti.

Ma non sono che un uomo, e quest’uomo
ti scrive da un tavolo ingombro
e piove, oggi, e anche la pioggia ha le sue beatitudini
sulla casa dalle grondaie rotte
quando quest’uomo ti pensa e fra tutte le parole da scegliere
non sa che l’inciampo nel dire come si resta
e come si preme
nel mistero del giorno nuovo in te
che prima non c’era
adesso c’è.

Pierluigi Cappello

da “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010

Pochi dicono – Avraham Ben Yitzhak

Avraham Ben Yitzhak

 

Ogni giorno lascia in eredità al successivo un sole morente
e ogni notte ne piange un’altra.
Un’estate dopo l’altra viene raccolta insieme alle foglie cadute
e del suo dolore canta il mondo.

E domani moriremo, privati della parola,
e come nel giorno in cui uscimmo ci fermeremo dinnanzi al portale quando chiuderà.
E se il cuore gioirà: ecco, Dio ci ha avvicinati,
si ricrederà e tremerà temendo il sacrilegio.

Ogni giorno offre al successivo un sole ardente,
una notte dopo l’altra riversa stelle,
sulle labbra di pochi solitari¹ si ferma una poesia:
per sette vie ci dividiamo e per una sola facciamo ritorno.²

Avraham Ben Yitzhak

(Traduzione di Anna Linda Callow e Cosimo Nicolini Coen)

da “Avraham Ben Yitzhak, Poesie”, Portatori d’Acqua, 2018

I. Ricorre qui l’espressione del titolo bodedim: «pochi», ma anche «isolati», «solitari», come in questo caso abbiamo deciso di tradurre rispettandone tutto lo spettro semantico.
2. Scritta tra il 1912 e il 1917 fu pubblicata per la prima volta sul periodico «Ha‘Ogen» nel 1918.