Traducendo Brecht – Franco Fortini

Foto di Hengki Koentjoro

 

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi piú, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere piú di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Franco Fortini

da “Una volta per sempre”, Poesie 1938-1973, Einaudi, Torino, 1978

Lontano – Costantino Kavafis

Edward Weston, Sibyl Anikeeff, 1921

 

Dire vorrei questo ricordo… Ma
s’è cosí spento… quasi nulla resta:
lontano, ai primi anni d’adolescenza, posa.

Pelle di gelsomino…
E la sera d’agosto (agosto fu?)…
Ormai ricordo appena gli occhi: azzurri, forse…
Oh, azzurri, sí! come zaffiro azzurri.

Costantino Kavafis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

 da “Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1961

∗∗∗

Μακρυά

Θα ’θελα αυτήν την µνήµη να την πω…
Μα έτσι εσβύσθη πια… σαν τίποτε δεν αποµένει –
γιατί µακρυά, στα πρώτα εφηβικά µου χρόνια κείται.

∆έρµα σαν καµωµένο από ιασεµί…
Εκείνη του Αυγούστου – Αύγουστος ήταν; – η βραδυά…
Μόλις θυµούµαι πια τα µάτια· ήσαν, θαρρώ, µαβιά…
Α ναι, µαβιά· ένα σαπφείρινο µαβί.

Κωνσταντίνος Καβάφης

da “Ποιήματα 1897-1933”, Ίκαρος, 1984

«In fondo a questo verso…» – Derek Walcott

Matteo Massagrande, Finestra sul mare, 2016, Oil and mixed media on board, 70 x 80 cm

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In fondo a questo verso si sta aprendo una porta
che dà su un terrazzo azzurro dove si poserà un gabbiano
con dita uncinate, poi, come un’immagine che si stacca
da un’idea, sbatterà le ali in lente scansioni sulla placca
battuta del mare meridiano, un foglio che la mia mano
destra manovra — una vela diretta in Martinica o in Sicilia.
Nella distanza maculata di lillà, i medesimi promontori arrugginiscono
in macchie di casolari soffiati dalla spuma dei frangenti,
e l’eco di un gabbiano dove l’ombra di un gabbiano sfrecciava
tra mari assolati. Nessun grido è abbastanza esultante
per la mia gratitudine, per il cuore che spalanca i suoi cardini
e mi inclina le costole con la luce. Alla fine, più lenta
di un gabbiano sull’acqua, un’ombra si allunga, a poco
a poco, fino a coprire il prato. Vi è il medesimo ardore elevato
di tramonti retorici in Sicilia come in Martinica,
e il medesimo orizzonte ne sottolinea l’assenza luminosa,
là risplende chi a lungo abbiamo amato e, forse, non parla
per la gioia indicibile, perché la parola è dei mortali,
perché alla fine di ogni frase c’è una tomba,
o la porta azzurra del cielo o, un tempo, gli spalancati portali
del nostro asservito sublime. La sola luce che abbiamo risplende
su una guglia o una conchiglia mentre scende
a voltare questa pagina con un’onda che sbianca.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Prima luce”, in “Derek Walcott, Isole”, Poesie scelte (1948-2004), Adelphi, 2009

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34

At the end of this line there is an opening door
that gives on a blue balcony where a gull will settle
with hooked fingers, then, like an image leaving an idea,
beat in slow scansion across the hammered metal
of the afternoon sea, a sheet that my right hand steers
a small sail making for Martinique or Sicily.
In the lilac-flecked distance, the same headlands rust
with flecks of houses blown from the spume of the trough,
and the echo of a gull where a gull’s shadow raced
between sunlit seas. No cry is exultant enough
for my thanks, for my heart that flings open its hinges
and slants my ribs with light. At the end, a shadow
slower than a gull’s over water lengthens, by inches,
and covers the lawn. There is the same high ardor
of rhetorical sunsets in Sicily as over Martinique,
and the same horizon underlines their bright absence,
the long-loved shining there who, perhaps, do not speak
from unutterable delight, since speech is for mortals,
since at the end of each sentence there is a grave
or the sky’s blue door or, once, the widening portals
of our disenfranchised sublime. The one light we have
still shines on a spire or a conch-shell as it falls
and folds this page over with a whitening wave.

Derek Walcott

da “The Bounty: Poems”, Farrar, Straus and Giroux, 1998

Assenza – Piero Bigongiari

Man Ray, Lee Miller, 1930 s

 

Non ha il cielo un segreto che ti culmini,
le tue risa s’iridano al vetro
della sera dolcissima di fulmini.
Al cielo sale nel tuo gesto effimero
la riga d’un diamante, lo smeriglio
ricalcola all’assenza una giunchiglia
morta nel sonno e al tenero fermaglio
del tuo dolore che non si può chiudere
geleranno dagli astri luci blu,
luci sorte alla piega delle labbra
che rimormorano arse cielo al cielo.

Dove un rapido greto si distrugge,
dove odorano (al tuo braccio?) gaggie,
segreto faccio
mia la tua pena che non ti raggiunge.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

A Neuffer. Nel marzo 1794. – Friedrich Hölderlin

Dogwood at Valley Forge by Andrew Wyeth, 1941

 

Ancora torna in me la dolce primavera,
Ancora non invecchia il mio lieto cuore infantile,
Ancora scorre la rugiada d’amore dai miei occhi,
Ancora vivono in me della speranza piacere e dolore.

Ancora mi consola, con dolce delizia degli occhi,
Il cielo azzurro e la verde campagna,
Divina, la natura giovane e benevola
Mi porge il calice della vertigine di gioia.

Coraggio! È degna dei dolori, questa vita,
Finché a noi miseri appare il sole di Dio,
E immagini di un tempo migliore si librano sull’anima,
E con noi piange un occhio amico.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Luigi Reitani)

Almanacco e libriccino per le gioie domestiche e sociali 1797

da “Friedrich Hölderlin, Tutte le liriche”, “I Meridiani” Mondadori, 2001

Hölderlin aveva spedito questi versi a Neuffer da Waltershausen nel marzo del 1794, con una lunga lettera in cui ribadiva i suoi intatti sentimenti di amicizia verso l’antico compagno di studi, dopo le «metamorfosi interiori» seguite alla sua partenza dalla Svevia, lasciando l’amico libero di disporre a proprio piacimento della poesia. Neuffer la farà pubblicare nello stesso anno sulla rivista «Die Einsiedlerinn aus den Alpen». La sua ristampa nel 1796, dopo la morte di Rosine Stäudlin e insieme alle due poesie a lei dedicate, con il titolo redazionale di Lebensgenuß  (Piacere della vita), conferirà un nuovo valore ai versi. Nel 1825 Neuffer li riprenderà con il titolo Trost (Consolazione) nel suo Taschenbuch von der Donau, intervenendo arbitrariamente con alcune modifiche.

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An Neuffer. Im Merz. 1794.

Noch kehrt in mich der süße Früling wieder,
Noch altert nicht mein kindischfrölich Herz,
Noch rinnt vom Auge mir der Thau der Liebe nieder,
Noch lebt in mir der Holhung Lust und Schmerz.

Noch tröstet mich mit süßer Augenwaide
Der blaue Himmel und die grüne Flur,
Mir reicht die Göttliche den Taumelkelch der Freude,
Die jugendliche freundliche Natur.

Getrost! es ist der Schmerzen werth, diß Leben,
So lang uns Armen Gottes Sonne scheint,
Und Bilder beßrer Zeit um unsre Seele schweben,
Und ach! mit uns ein freundlich Auec weint.

Friedrich Hölderlin

da “Friedrich Hölderlin: Gedichte”, Stuttgart u. a., 1826

Prima pubblicazione in «Die Einsiedlerinn aus den Alpen. Zur Unterhaltung u. Belehrung für Deutschlands un Helvetiens Töchter», a cura di M.A. Ehrmann, 1794, fascicolo 3, n. 7, Orell, Geßner, Füßli & comp., Zürich 1794, p. 35, firmata Hölderlin; seconda pubblicazione in Almanach und Taschenbuch für haeusliche und gesellschaftl. Freuden 1797, a cura di C. Lang, Guilhaumann-Lang, Frankfurt a. M.-Heilbronn am Nekar 1796, p. 223, firmata Hölderlin.