La poesia è ricerca del fulgore – Adam Zagajewski

Foto di Renate von Mangoldt

 

La poesia è ricerca del fulgore.
La poesia è una strada regale,
che ci conduce nel punto più remoto, più in avanti, più ulteriore.
Cerchiamo il fulgore all’imbrunire, al culmine
imperante del giorno o nei cercanti comignoli dell’alba,
persino sull’autobus, a novembre,
quando poco più in là sonnecchia un vecchio prete.

Un cameriere in un ristorante cinese
scoppia a piangere e nessuno capisce il perché.
Chissà, forse anche questa è ricerca,
così come l’istante in riva al mare,
quell’istante in cui, all’orizzonte,
si manifestò un vascello desideroso di catturare,
e si sospese, fermò il proprio tempo per molto tempo.
Ma anche i momenti di profonda gioia

e gli innumerevoli momenti inquieti. Permettimi
di vedere, per poter poi aver visto, chiedo. Permettimi
di vivere fino al compimento il significato
o l’intenzione della mia durata, dico.
A sera cade una pioggia fredda.
Nelle strade e nei viali della mia città
col crepitio di un silenzio attivo e vivissimo
sotto le ceneri sta concentrata su un’opera l’oscurità.
La poesia è ricerca del fulgore.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Il ritorno, 2003”, in “Guarire dal silenzio: Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Poezja jest poszukiwaniem blasku

Poezja jest poszukiwaniem blasku.
Poezja jest królewską drogą,
która prowadzi nas najdalej.
Szukamy blasku o szarej godzinie,
w południe lub w kominach świtu,
nawet w autobusie, w listopadzie,
kiedy tuż obok drzemie stary ksiądz.

Kelner w chińskiej restauracji wybucha płaczem
i nikt się nie domyśla, dlaczego.
Kto wie, może i to jest poszukiwaniem,
podobnie jak chwila na brzegu morza,
gdy na horyzoncie pojawił się drapieżny okręt
i zatrzymał się, znieruchomiał na długo.
A także momenty głębokiej radości

i niezliczone momenty niepokoju.
Pozwól mi zobaczyć, proszę.
Pozwól mi wytrwać, mówię.
Wieczorem pada zimny deszcz.
W ulicach i alejach mojego miasta
bezgłośnie i żarliwie pracuje ciemność.
Poezja jest poszukiwaniem blasku.

Adam Zagajewski

da “Powrót”, Znak, Krakow, 2003

Per vivere ancora… – Antonella Anedda

Foto di Nastya Kaletkina

 

Per vivere ancora qui ho dovuto dimenticare.
Chinandomi sui licheni, avvicinando il viso
alle rocce fino a tagliarmi
mettendo le dita nere di spina nell’acqua.
Quando è iniziato il viaggio di ritorno?
In quale momento la stanchezza
mi ha spinto fino alla sedia contro il letto?

Il naufrago è stato abbandonato.
Il corpo per i corvi, il silenzio
per isola e marea.
Se perfino gli spettri hanno una forma
sono grumi nell’occhio della fuga.
Qui le correnti non portano ricordi.
Camicie, capelli, cenere dei nostri cibi
riposano vicino alle uova nella sabbia.
Tutto sarà ceduto perché molto amato.
Se c’è salvezza è nel fruscio di carta
che fa l’anima incerta
quando affiora e riaffiora.

Antonella Anedda

da “Dal balcone del corpo”, “Lo Specchio” Mondadori, 2007

O dolce amore, dolce spina… – Edna St. Vincent Millay

Foto di Jennifer Hudson

 

O dolce amore, dolce spina, quando
da te fui punta al cuore, piano, e uccisa,
per giacere nell’erba abbandonata,
povera cosa fradicia di lacrime
e di pioggia nel pianto della sera,
dalle notturne brume al grigio giorno
che disperde le nubi nella luce
fra il canto degli uccelli al nuovo sole –
se avessi, dolce amore, dolce spina,
pensato allora quale acuta angoscia,
anche se ti compensa il giuramento,
l’ora felice può lasciare in seno,
non sarei corsa cosí pronta al cenno
di chi in fondo m’amava cosí poco.

Edna St. Vincent Millay

(Traduzione di Silvio Raffo)

da “L’amore non è cieco”, Crocetti Editore, 1991

***

XVII

Sweet love, sweet thorn, when lightly to my heart
I took your thrust, whereby I since am slain,
And lie disheveled in the grass apart,
A sodden thing bedrenched by tears and rain,
While rainy evening drips to misty night,
And misty night to cloudy morning clears,
And clouds disperse across the gathering light,
And birds grow noisy, and the sun appears—
Had I bethought me then, sweet love, sweet thorn,
How sharp an anguish even at the best,
When all’s requited and the future sworn,
The happy hour can leave within the breast,
I had not so come running at the call
Of one who loves me little, if at all.

Edna St. Vincent Millay

da “Fatal Interview: Sonnets”, H. Hamilton, 1931

«È avvelenato il pane, bevuto l’ultimo sorso d’aria» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Osip Mandel’štam, photograph by Moses Nappelbaum

 

È avvelenato il pane, bevuto l’ultimo sorso d’aria.
Com’è difficile curare le ferite!
Giuseppe venduto in Egitto
non dovette soffrire nostalgia più forte!

Sotto il cielo stellato i beduini
a occhi chiusi, sul dorso del cavallo,
improvvisano libere ballate
sul loro giorno confuso.

Per trovare lo spunto basta poco.
Chi ha perso nella sabbia una faretra,
chi ha scambiato il cavallo. Degli eventi
lentamente si dissipa la nebbia.

A cantare davvero
e in pienezza di cuore, finalmente
tutto il resto scompare: non rimane
che spazio, stelle e voce.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1913

(Traduzione di Serena Vitale)

da “Pietra”, in “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Poesie”, Garzanti, 1972

∗∗∗

«Отравлен хлеб, и воздух выпит»

Отравлен хлеб, и воздух выпит.
Как трудно раны врачевать!
Иосиф, проданный в Египет,
Не мог сильнее тосковать.

Под звездным небом бедуины,
Закрыв глаза и на коне,
Слагают вольные былины
О смутно пережитом дне.

Немного нужно для наитий:
Кто потерял в песке колчан,
Кто выменял коня — событий
Рассеивается туман;

И, если подлинно поется
И полной грудью, наконец,
Все исчезает — остается
Пространство, звезды и певец!

Осип Эмильевич Мандельштам

1913

da “Осип Мандельштам, Камень: стихи”, Акме, 1913 

«Piú la gente che c’era se ne va» – Giovanni Raboni

Foto di Anja Bührer

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piú la gente che c’era se ne va
o si nasconde e meno avrebbe senso
lasciarla da vivo questa città
senza vita. Sí, ogni tanto ci penso,

immagino un altro cielo, un incenso
meno acre ma chi me lo ridà
l’alitare, il parlottare, l’immenso
silenzioso brusío di chi non ha

casa che nel mio ricordo? Per quanti
siano i vivi che amo non saranno
mai tanti come loro, gli sfrattati

dal tempo, i clandestini, gli abbonati
fuori elenco a telefoni che hanno
numeri di cinque cifre soltanto.

Giovanni Raboni

da “Quare tristis”, “Lo Specchio” Mondadori, 1998