Due amanti felici… – Pablo Neruda

Maria Gamundi, Amantes, 2011

XLVIII

Due amanti felici fanno un solo pane,
una sola goccia di luna nell’erba,
lascian camminando due ombre che s’uniscono,
lasciano un solo sole vuoto in un letto.

Di tutte le verità scelsero il giorno:
non s’uccisero con fili, ma con un aroma,
e non spezzarono la pace né le parole.
È la felicità una torre trasparente.

L’aria, il vino vanno coi due amanti,
gli regala la notte i suoi petali felici,
hanno diritto a tutti i garofani.

Due amanti felici non han fine né morte,
nascono e muoiono più volte vivendo,
hanno l’eternità della natura.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “Cento sonetti d’amore”, Passigli Poesia, 1996

∗∗∗

XLVIII

Dos amantes dichosos hacen un solo pan,
una sola gota de luna en la hierba,
dejan andando dos sombras que se reúnen,
dejan un solo sol vacío en una cama.

De todas las verdades escogieron el día:
no se ataron con hilos sino con un aroma,
y no despedazaron la paz ni las palabras.
La dicha es una torre transparente.

El aire, el vino van con los dos amantes,
la noche les regala sus pétalos dichosos,
tienen derecho a todos los claveles.

Dos amantes dichosos no tienen fin ni muerte,
nacen y mueren muchas veces mientras viven,
tienen la eternidad de la naturaleza.

Pablo Neruda

da “Cien sonetos de amor”, Buenos Aires: Losada, 1960

«Sempre vieni dal mare» – Cesare Pavese

Foto di Arno Rafael Minkkinen

 

Sempre vieni dal mare
e ne hai la voce roca,
sempre hai occhi segreti
d’acqua viva tra i rovi,
e fronte bassa, come
cielo basso di nubi.
Ogni volta rivivi
come una cosa antica
e selvaggia, che il cuore
già sapeva e si serra.

Ogni volta è uno strappo,
ogni volta è la morte.
Noi sempre combattemmo.
Chi si risolve all’urto
ha gustato la morte
e la porta nel sangue.
Come buoni nemici
che non s’odiano piú
noi abbiamo una stessa
voce, una stessa pena
e viviamo affrontati
sotto povero cielo.
Tra noi non insidie,
non inutili cose –
combatteremo sempre.

Combatteremo ancora,
combatteremo sempre,
perché cerchiamo il sonno
della morte affiancati,
e abbiamo voce roca
fronte bassa e selvaggia
e un identico cielo.

Fummo fatti per questo.
Se tu od io cede all’urto,
segue una notte lunga
che non è pace o tregua
e non è morte vera.
Tu non sei piú. Le braccia
si dibattono invano.

Fin che ci trema il cuore.
Hanno detto un tuo nome.
Ricomincia la morte.
Cosa ignota e selvaggia
sei rinata dal mare.

Cesare Pavese

[19-20 novembre 1945]

da “La terra e la morte”, in “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951

Cosí – Costantino Kavafis

Foto di Herbert List

 

In questa foto oscena – fu venduta
per la via, di nascosto dalla guardia –
in questa foto pornografica, com’è
che c’è un volto di sogno come questo?
com’è che ci sei tu.

Chissà che vita sordida e grama farai:
in che trucido ambiente ti sarai
fatto fotografare;
che anima da nulla è mai la tua.
Pure ancora di piú resti per me quel viso
di sogno, la figura
fatta e donata per piaceri greci –
cosí resti per me, cosí ti canto.

Costantino Kavafis 

aprile 1913

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

da “Poesie Nascoste”, “Lo Specchio” Mondadori, 1974

∗∗∗

Έτσι

Στην άσεµνην αυτή φωτογραφία που κρυφά
στον δρόµο (ο αστυνόµος να µη δει) πουλήθηκε,
στην πορνικήν αυτή φωτογραφία,
πώς βρέθηκε τέτοιο ένα πρόσωπο
του ονείρου· εδώ πώς βρέθηκες εσύ.

Ποιος ξέρει τι ξευτελισµένη, πρόστυχη ζωή θα ζεις·
τι απαίσιο θα ’ταν το περιβάλλον
όταν θα στάθηκες να σε φωτογραφήσουν·
τι ποταπή ψυχή θα είν’ η δική σου.
Μα µ’ όλα αυτά, και πιότερα, για µένα µένεις
το πρόσωπο του ονείρου, η µορφή
για ελληνική ηδονή πλασµένη και δοσµένη –
έτσι για µένα µένεις και σε λέγ’ η ποίησίς µου.

Κωνσταντίνος Καβάφης

da “Κρυμμένα Ποιήματα 1877-1923”, Ίκαρος, 1993

Non ho mai saputo il tuo nome… – Maria do Rosário Pedreira

Eva Besnyö, Sans titre, 1934

 

Non ho mai saputo il tuo nome. Entrasti un pomeriggio,
per sbaglio, a domandare se ero io un’altra persona –
un sole che improvvisamente aggiungeva calce ai muri,
un incendio capace di divorare il cuore del mondo.

Non ti mentii; mi alzai e ti condussi alla porta giusta
come un veliero trascina i sogni in mare; ma,
prima di lasciarti, ti dissi ancora che in quel pomeriggio
mi sarebbe piaciuto molto chiamarmi un’altra cosa – o
essere un gatto, per poter avere più di una vita.

Maria do Rosário Pedreira

(Traduzione di Mirella Abriani)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXV, Ottobre 2012, N. 275, Crocetti Editor

***

Nunca soube o teu nome…

Nunca soube o teu nome. Entraste numa tarde,
por engano, a perguntar se eu era outra pessoa –
um sol que de repente acrescentava cal aos muros,
um incêndio capaz de devorar o coração do mundo.

Não te menti; levantei-me e fui levar-te à porta certa
como um veleiro arrasta os sonhos para o mar; mas,
antes de te deixar, disse-te ainda que nessa tarde
bem teria gostado de chamar-me outra coisa – ou
de ser gato, para poder ter mais do que uma vida.

Maria do Rosário Pedreira

da “Nenhum Nome Depois”, Editor Gótica, Lisboa, 2004

Se – Daria Menicanti

Dipinto di William Merritt Chase

 

Con l’ultimo giardino la strada
s’insabbia, s’impaluda in un’orchestra
di rane. Steso, chiaro
mi arriva lo stagno con bruschi
cespugli, con piante leggere.
C’è un’aria di abbandono e di rivalsa
intorno alle paludi: se ne vive
ciascuno della vita e della morte
dell’altro: e questo bel verde innocente
della felce ricciuta si fa –
come il resto – da un lungo cimitero.
E qui ritrovo quel mio divenire
infinito con tutta l’altra terra
e la saggezza ironica: sapere
d’essere sostituibile sempre.
– Se questo, dico all’improvviso, questo
fosse il mio ultimo giorno –
E subito di tutto m’innamoro
tanto ogni cosa mi risembra bella
nella sua fuga, ogni spiro, ogni insetto.
E quel tuo viso stesso
– che ieri non riuscivo più a vedere –
ecco ridiventarmi fiore e festa.
O vita, o cara mia felicità.
Mi sento nuovamente buia e calda
come una linfa di pianta nel sole,
come una cosa amata.

Daria Menicanti

da “Poesie per un passante”, “Lo Specchio” Mondadori, 1978