«C’è una dolcezza giù nella vita» – Giuseppe Conte

Édouard Boubat, Paris, Pont Des Arts, 1990

IX

C’è una dolcezza giù nella vita
che non cambierei con niente

di ciò che appartiene al cielo.
È quando chissà da che, perché cominciano

fra due bocche estranee sino ad allora
i miracoli tiepidi d’aurora

dei baci.

Giuseppe Conte

da “Canti di Yusuf Abdel Nur”, in  “Canti d’Oriente e d’Occidente”, “Lo Specchio” Mondadori, 1997

«Sii felice ora a Cap…» – Derek Walcott

Derek Walcott

32

Sii felice ora a Cap, per le gioie più semplici –
per una fila di egrette che suggeriscono l’ultima parola,
per le recitazioni del mare che mi rientrano in testa
con domande che loro stesse cancellano, obliterando quella voce
demoniaca che ultimamente mi ha posseduto; inascoltata,
sussurra come fa il diavolo all’orecchio di un pazzo
che alle sue mani insanguinate farfuglia «ero posseduto»,
come il mulinare del mare in una conchiglia, simile allo scroscio
di applausi che precede l’attore elevando a un picco
d’orrore paralizzante il dubbio crescente
che il suo apice sia passato. Se è vero
che il mio dono si è inaridito, che ne è rimasto ben poco,
se quel tizio ha ragione allora non rimane altro da fare
che lasciare la poesia come una donna perché la ami
e non vuoi vederla ferita, men che meno da te;
quindi incamminati verso il ciglio della scogliera e innalzati,
sopra la gelosia, la stizza, la perfidia, con la grazia
di una fregata sopra il Barrel of Beef, la sua roccia;
sii grato di aver scritto bene in questo posto,
fa’ che le poesie strappate si involino da te come uno stormo
di bianche egrette in un lungo ultimo sospiro di liberazione.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015

∗∗∗

32

«Be happy now at Cap…»

Be happy now at Cap, for the simplest joys—
for a line of white egrets prompting the last word,
for the sea’s recitation re-entering my head
with questions it erases, cancelling the demonic voice
by which I have recently been possessed; unheard,
it whispers the way the fiend does to a madman
who gibbers to his bloody hands that he was seized
the way the sea swivels in the conch’s ear, like the roar
of applause that precedes the actor with increased
doubt to the pitch of paralysed horror
that his prime is past. If it is true
that my gift has withered, that there’s little left of it,
if this man is right then there’s nothing else to do
but abandon poetry like a woman because you love it
and would not see her hurt, least of all by me;
so walk to the cliff’s edge and soar above it,
the jealousy, the spite, the nastiness, with the grace
of a frigate over Barrel of Beef, its rock;
be grateful that you wrote well in this place,
let the torn poems sail from you like a flock
of white egrets in a long last sigh of release.

Derek Walcott

da “White Egrets”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 2010

Rinascere – Antonia Pozzi

Piet Mondrian, Farm at Duivendrecht, 1907

I

Devi essere solo la mia
gioia: di là
dalla mia carne greve,
lungi anche
dal cimitero muto fra le rocce, la neve,
dov’è
il mio amore sepolto.

Chiuse
tante vite.

E tu sei nuovo,
al sole, sulla terra
smossa –
come un seme che forse
non si vuole che germogli –
ma cosí basta
a nutrire un uccello.

Uccello lieve
il mio cuore
ed ogni tuo sguardo
un suo volo profondo
in un remoto tempo
azzurro –

solo la mia
gioia
e rinascere in te.

II

Rinascere – non sai:
una sera
che tutte le lampade sembrano
infrante
e le mani sono un lungo peso
– il senso delle cose toccate
nessuno ti cancellerà piú
dalle dita –
una sera
viene il vento,
con la veste piena di stelle,
di foglie rubate all’autunno,
di uccelli salvati –
e te li libera sul viso,
dice:

– Vola via,
tu sei nuova,
io ti porto –

«Tu sei nuova»: ti accendi nella notte
come dall’ansito di antiche vigilie,
come all’origine dei giorni,
sull’informe sonno
un albore –

Rinascere – non sai:
come la prima carezza vergine
della luce
sul volto di una terra cieca –
e nelle grotte il destarsi dei pastori,
il dolce moto
del gregge che si svincola dall’ombra,
ch’esce –
con i suoi agnelli nati
nell’ultima notte,
con i suoi campani
lavati all’ansa
del fiume –

Antonia Pozzi

Milano, 24 ottobre-8 novembre 1934

da “Parole: diario di poesia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

Prima del Principio – Octavio Paz

Foto da “Un homme et une femme”, Claude Lelouch, 1966

 

Rumori confusi, incerto chiarore.
Inizia un nuovo giorno.
È una stanza in penombra
e due corpi distesi.
Nella fronte mi perdo
in un pianoro vuoto.
Già le ore affilano rasoi.
Ma al mio fianco tu respiri;
intimamente mia eppur remota
fluisci e non ti muovi.
Inaccessibile se ti penso,
con gli occhi ti tocco,
ti guardo con le mani.
I sogni ci separano
ed il sangue ci unisce:
siamo un fiume di palpiti.
Sotto le tue palpebre matura
il seme del sole.
                             Il mondo
non è ancora reale,
il tempo è dubbio:
                                 solo il calore
della tua pelle è vero.
Nel tuo respiro ascolto
la marea dell’essere,
la sillaba scordata del Principio.

Octavio Paz

(Traduzione di Maria Pia Lamberti)

dalla rivista “Poesia”, Anno IX, Novembre 1996, N. 100, Crocetti Editore

∗∗∗

Antes del comienzo

Ruidos confusos, claridad incierta.
Otro día comienza.
Es un cuarto en penumbra
y dos cuerpos tendidos.
En mi frente me pierdo
por un llano sin nadie.
Ya las horas afilan sus navajas.
Pero a mi lado tú respiras;
entrañable y remota
fluyes y no te mueves.
Inaccesible si te pienso,
con los ojos te palpo,
te miro con las manos.
Los sueños nos separan
y la sangre nos junta:
somos un río de latidos.
Bajo tus párpados madura
la semilla del sol.
                               El mundo
no es real todavía,
el tiempo duda:
                             sólo es cierto
el calor de tu piel.
En tu respiración escucho
la marea del ser,
la sílaba olvidada del Comienzo

Octavio Paz

da “Árbol adentro” (1976-1987), Barcelona: Seix Barral, 1987

La lama del tempo – Marcello Comitini

Salvatore Fiume, Pomeriggio col toro, 1958

 

La casa di campagna dalle mille finestre spalancate
come occhi misteriosi sulla mia memoria
scintilla nell’alba d’una fredda
primavera tra le colline e il mare.
Le stanze vuote si riempiono nella notte
dei muggiti dei tori da macello che salgono dal buio
delle stalle come i lamenti di ciclopi ciechi.
Con i martelli sordi degli zoccoli
battono contro le mie tempie
calpestano il sonno che custodisce i volti amati
quelli misteriosi delle sconosciute che m’incrociano
giorno dopo giorno con i loro sguardi.
Lungo il cortile sfilano angosciati
raschiano il selciato con il ferro rugginoso
dei ricordi e nello sguardo che trema di paura
una lacrima brilla consapevole
che nulla di me e di loro andrà perduto.
Vedo con gli occhi misteriosi della casa
seppellire i morti nell’autunno e senza sosta
scendere la pioggia sulle ombre della mia memoria.
Dall’ultima aiuola al sole del cortile
colgo di soppiatto qualche fiore
lo depongo in silenzio sul selciato
fuggo come un colpevole dalla casa deserta.
Una macchia passa lontana dai miei occhi
come una nuvola senza carne né sangue
che disegna il pallore della mia fanciullezza.
Varco la soglia degli innumerevoli casali
comparsi nel tempo per tutta la campagna
come bocche colorate.
Nei bagliori della mia memoria ostile
ritrovo l’angolo assolato del cortile
non i fiori deposti sul selciato
né i visi seppelliti all’ombra della quercia
credendo di sottrarli alla lama del tempo.

Marcello Comitini

da “Quarto Giorno: poesie”, Edizioni Caffè Tergeste, 2018

AMAZON – Marcello Comitini, Quarto Giorno: poesie, Edizioni Caffè Tergeste, 2018
FELTRINELLI – Marcello Comitini, Quarto Giorno: poesie, Edizioni Caffè Tergeste, 2018