Incendio – Mark Strand

 

A volte scoppiava un incendio e io ci camminavo dentro
e ne uscivo illeso e continuavo per la mia strada,
e per me era soltanto un’altra cosa fatta e finita.
Quanto a estinguere l’incendio, lo lasciavo ad altri
che si gettavano nelle nubi di fumo con ramazze
e coperte per spegnere le fiamme. Una volta finito
facevano crocchio per parlare di quello che avevano visto –
la gran fortuna di aver testimoniato i lucori del calore,
l’effetto acquietante della cenere, ma anche più di aver conosciuto il profumo
della carta che brucia, il suono delle parole che respirano la loro fine.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Uomo e cammello”, “Lo Specchio” Mondadori, 2007

∗∗∗

Fire

Sometimes there would be a fire and I would walk into it
and come out unharmed and continue on my way,
and for me it was just another thing to have done.
As for putting out the fire, I left that to others
who would rush into the billowing smoke with brooms
and blankets to smother the flames. When they were through
they would huddle together to talk of what they had seen –
how lucky they were to have witnessed the lusters of heat,
the hushing effect of ashes, but even more to have known the fragrance
of burning paper, the sound of words breathing their last.

Mark Strand

da “Man and Camel”, Alfred A. Knopf, 2006

Come è – Mark Strand

Foto di Timothy Greenfield

Il mondo è orribile
E la gente è triste.
Wallace Stevens
         

Sto a letto.
Mi rigiro tutta notte
nel freddo indisturbato abisso
delle lenzuola senza dormire.

Il mio vicino cammina per la sua stanza,
indossa la maschera
lucente di un falco dal grande becco.
Sta alla finestra. Una piuma viola

sale dalla sommità del suo elmo.
La luce della luna
si versa come latte su di lui e il vento sciacqua le bianche
coppe vitree dei suoi occhi.

Con l’elmo in un sacchetto della spesa
siede nel parco, sventola una bandierina americana.
Non lo si sente quando si sposta
dietro alle siepi e alle piante,

sempre sui confini consunti
del paese, e punta una pistola a qualcuno come me. Mi accuccio
sotto il tavolo della cucina, e mi dico
sono un cane, chi ucciderebbe mai un cane?

La moglie del vicino torna a casa.
Entra in salotto,
si spoglia, la chioma le ricade sulla schiena.
Pare che lei guadi

lunghi fiumi placidi d’ombra.
Ha le piante dei piedi nere.
Bacia il marito sul collo
e gli infila le mani nei calzoni.

I miei vicini ballano.
Rotolano sul pavimento, lui le mette la lingua
nell’orecchio, i suoi polmoni
esalano il fetore della broda e del clima dell’inferno.

Per strada c’è gente che si sdraia
ginocchia all’aria, con occhi
colmi di lacrime, ceneri
che penetrano nelle orecchie.

I vestiti gli vengono strappati
di dosso. Hanno le facce estenuate.
Cavalieri gli galoppano intorno, spiegando perché
dovrebbero morire.

La moglie del vicino mi chiama, la bocca schiacciata
contro il muro alle spalle del mio letto.
Dice: «Mio marito è morto».
Io mi giro sul fianco,

sperando che non abbia mentito.
Le pareti e il soffitto di camera mia sono grigi −
il colore della luna visto dalle finestre di un lavasecco.
Chiudo gli occhi.

Mi vedo a galla
sul mar morto del mio letto, risucchiato via,
e chiedo aiuto, ma l’urlo vago
mi si strozza in gola.

Mi vedo nel parco
a cavallo, circondato dal buio,
che conduco gli eserciti di pace.
Le zampe di ferro del cavallo non si flettono.

Lascio le redini. Dove finiranno i disordini?
Flotte di taxi si fermano
nella nebbia, i passeggeri
si addormentano. Della benzina cola

da un tubo di scappamento tricolore.
Chiudendo a chiave le porte,
le persone che escono dagli uffici si stringono l’un l’altra,
raccontando sempre daccapo la stessa storia.

Tutti quelli che si sono venduti vogliono ricomprarsi.
Non si fa nulla. La sera
consuma le loro membra
come una carestia.

Tutto si offusca.
Il futuro non è più quello di una volta.
Le tombe sono pronte. I morti
erediteranno i morti.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Il futuro non è più quello di una volta”, minimum fax, Roma, 2006

∗∗∗

The Way It Is 

The world is ugly
And the people are sad.
Wallace Stevens

I lie in bed.
I toss all night
in the cold unruffled deep
of my sheets and cannot sleep.

My neighbor marches in his room,
wearing the sleek
mask of a hawk with a large beak.
He stands by the window. A violet plume

rises from his helmet’s dome.
The moon’s light
spills over him like milk and the wind rinses the white
glass bowls of his eyes.

His helmet in a shopping bag,
he sits in the park, waving a small American flag.
He cannot be heard as he moves
behind trees and hedges,

always at the frayed edges
of town, pulling a gun on someone like me. I crouch
under the kitchen table, telling myself
I am a dog, who would kill a dog?

My neighbor’s wife comes home.
She walks into the living room,
takes off her clothes, her hair falls down her back.
She seems to wade

through long flat rivers of shade.
The soles of her feet are black.
She kisses her husband’s neck
and puts her hands inside his pants.

My neighbors dance.
They roll on the floor, his tongue
is in her ear, his lungs
reek with the swill and weather of hell.

Out on the street people are lying down
with their knees in the air, tears
fill their eyes, ashes
cover their ears.

Their clothes are torn
from their backs. Their faces are worn.
Horsemen are riding around them, telling them why
they should die.

My neighbor’s wife calls to me, her mouth is pressed
against the wall behind my bed.
She says, «My husband’s dead.»
I turn over on my side,

hoping she has not lied.
The walls and ceiling of my room are gray —
the moon’s color through the windows of a laundromat.
I close my eyes.

I see myself float
on the dead sea of my bed, falling away,
calling for help, but the vague scream
sticks in my throat.

I see myself in the park
on horseback, surrounded by dark,
leading the armies of peace.
The iron legs of the horse do not bend.

I drop the reins. Where will the turmoil end?
Fleets of taxis stall
in the fog, passengers fall
asleep. Gas pours

from a tricolored stack.
Locking their doors,
people from offices huddle together,
telling the same story over and over.

Everyone who has sold himself wants to buy himself back.
Nothing is done. The night
eats into their limbs
like a blight.

Everything dims.
The future is not what it used to be.
The graves are ready. The dead
shall inherit the dead.

Mark Strand

da “Darker: poems”, Atheneum, 1970

La storia delle nostre vite – Mark Strand

A Howard Moss
1

Leggiamo la storia delle nostre vite
che si svolge in una stanza.
La stanza si affaccia su una strada.
Là fuori non c’è nessuno,
non c’è rumore alcuno.
Le piante sono appesantite dalle foglie,
le auto parcheggiate sempre ferme.
Continuiamo a voltar pagina,
sperando vi sia qualcosa,
qualcosa come grazia o mutamento,
una linea nera che ci unisca
o ci separi.
A conti fatti, parrebbe
che il libro delle nostre vite sia vuoto.
I mobili nella stanza non li si sposta mai,
e i tappeti si fanno più scuri ogni volta
che le nostre ombre vi trascorrono.
Pare quasi che la stanza sia il mondo.
Seduti fianco a fianco sul divano,
leggiamo del divano.
Diciamo che è ideale.
È ideale.

2

Leggiamo la storia delle nostre vite
come ne fossimo parte,
come l’avessimo scritta noi.
È un tema ricorrente.
In un capitolo
mi appoggio allo schienale e metto il libro da parte
perché il libro dice che è quello che faccio.
Mi appoggio allo schienale e comincio
a scrivere qualcosa che parla del libro.
Scrivo che vorrei spingermi oltre il libro,
oltre la mia vita in un’altra vita.
Ripongo la penna.
Il libro dice: Lui ripose la penna
e si volse a guardarla leggere
il brano in cui lei si innamorava.
Il libro è più preciso di quanto riusciamo a immaginare.
Mi appoggio allo schienale e ti guardo leggere
qualcosa sull’uomo che sta al di là della strada.
Hanno costruito una casa di là,
e un giorno ne è uscito un uomo.
Ti sei innamorata di lui
perché sapevi non sarebbe mai venuto a trovarti,
non avrebbe mai saputo che attendevi.
Sera dopo sera avresti poi detto
che era come me.
Mi appoggio allo schienale e ti guardo invecchiare senza di me.
Il sole ti si posa sui capelli d’argento.
I tappeti, i mobili,
paiono quasi immaginari, adesso.
Lei continuava a leggere.
Pareva non considerare l’assenza di lui
di particolare importanza,
come chi in una giornata stupenda considera
il tempo un disastro
perché non gli ha fatto cambiare idea.
Strizzi gli occhi.
Hai l’impulso di chiudere il libro
che descrive la mia resistenza:
dice che quando mi appoggio allo schienale immagino
la mia vita senza di te, immagino di trasferirmi
in un’altra vita, un altro libro.
Descrive la tua dipendenza dal desiderio,
dice che le rivelazioni momentanee
di un’intenzione ti impauriscono.
Il libro descrive assai più di quanto dovrebbe.
Il libro vuole separarci.

3

Stamattina al risveglio credevo
che nelle nostre vite non ci fosse altro
che la storia delle nostre vite.
Quando esprimesti disaccordo indicai
il punto nel libro in cui esprimevi disaccordo.
Ti sei riaddormentata e ho iniziato a leggere
quei passi oscuri che solevi provare a indovinare
mentre venivano scritti
e per cui perdevi interesse una volta divenuti
parte della storia.
In un brano vesti fredde di luna
drappeggiano le sedie nella stanza di un uomo.
Lui sogna una donna le cui vesti sono perse,
e che siede in giardino e aspetta.
Lei crede che amore sia sacrificio.
Il brano descrive la sua morte
e lei non viene mai nominata,
e questa è una delle cose
che di lei non si sopportano.
Poco dopo veniamo a sapere
che l’uomo che sogna abita
nella casa nuova di fronte.
Stamattina dopo che ti sei riaddormentata
ho cominciato a sfogliare la prima parte del libro:
era come sfogliare l’infanzia,
tante di quelle cose parevano svanite,
tante di quelle cose parevano ritornare in vita.
Non sapevo che fare.
Il libro diceva: In quegli attimi era il libro dell’uomo.
Una corona tetra gli cingeva sgradevole la testa.
Era il breve sovrano della discordia interiore ed esteriore,
pavido nel proprio regno.

4

Prima che ti svegliassi
ho letto un altro passo che descriveva la tua assenza
e raccontava che dormi per invertire
il fluire della tua vita.
Mi sono commosso per la mia solitudine nel leggerlo,
conscio che ciò che provo è la forma grezza
e mal riuscita di una storia
che potrebbe non venir mai raccontata.
Leggevo e mi commuovevo al desiderio di offrirmi
alla casa del tuo sonno.

Voleva vederla nuda e vulnerabile,
vederla nelle trame accantonate, scartate
dei vecchi sogni, i costumi e le maschere
di stati irraggiungibili.
Era come se venissero irresistibilmente
attratti dal fallimento.
Era difficile continuare a leggere.
Ero stanco e volevo rinunciare.
Il libro pareva rendersene conto.
Accennai a cambiare argomento.
Ho atteso che ti svegliassi senza sapere
quanto ho aspettato,
e pareva che non stessi più leggendo.
Sentivo il vento passare
come un flusso di sospiri
e sentivo il brivido delle foglie
sull’albero oltre la finestra.
Nel libro lo si sarebbe ritrovato.
Vi si sarebbe ritrovato tutto.
Ho guardato il tuo volto
e ho letto gli occhi, il naso, la bocca…

5

Se solo vi fosse un attimo perfetto nel libro;
se solo potessimo vivere in quell’attimo,
potremmo ricominciare il libro
come se non l’avessimo scritto,
come se non fossimo in esso.
Ma gli accessi oscuri
a ogni pagina sono troppo numerosi
e le vie di fuga troppo anguste.
Leggiamo tutto il giorno.
Ogni pagina girata è  una candela
che ci si muove nella mente.
Ogni attimo è una causa persa.
Se solo potessimo smettere di leggere.
Lui non volle mai leggere altro libro
e lei continuava a fissare la strada.
Le auto c’erano ancora,
le copriva l’ombra fitta degli alberi.
Le imposte della casa nuova erano chiuse.
Forse l’uomo che vi abitava,
l’uomo che lei amava, leggeva
la storia di un’altra vita.
Lei immaginava un salotto spoglio,
un caminetto freddo, un uomo seduto
a scrivere una lettera a una donna
che ha sacrificato la vita per amore.
Se vi fosse un attimo perfetto nel libro,
sarebbe l’ultimo.
Il libro non parla mai delle cause dell’amore.
Sostiene che la confusione è un bene necessario.
Non spiega mai. Rivela.

6

II giorno continua.
Studiamo quel che ci ricordiamo.
Guardiamo nello specchio oltre la stanza.
Non sopportiamo d’essere soli.
Il libro continua.
Ammutolirono senza sapere come iniziare
il dialogo necessario.
Erano le parole soprattutto a creare divisioni,
a creare solitudine.
Attendevano.
Voltavano le pagine nella speranza
che accadesse qualcosa.
Rattoppavano le loro vite in segreto:
ogni sconfitta perdonata perché non poteva essere messa alla prova,
ogni dolore premiato perché irreale.
Non facevano nulla.

7

Il libro non sopravviverà.
Ne siamo prova vivente.
È buio fuori, nella stanza è più buio.
Sento che respiri.
Mi chiedi se sono stanco,
se voglio leggere ancora.
Sì, sono stanco.
Sì, voglio leggere ancora.
Dico sì a tutto.
Non puoi sentirmi.
Stavano seduti fianco a fianco sul divano.
Erano le copie, gli spettri esausti
di qualcosa che erano stati in precedenza.
Assumevano atteggiamenti spossati.
Fissavano il libro
ed erano orripilati dalla propria ingenuità,
dalla riluttanza ad arrendersi.
Stavano seduti fianco a fianco sul divano.
Erano decisi ad accettare la verità.
Qualunque fosse l’avrebbero accettata.
Il libro lo si sarebbe dovuto scrivere
e lo si sarebbe dovuto leggere.
Sono loro il libro e non sono
niente altro.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “L’inizio di una sedia”, Donzelli Poesia, 1999

∗∗∗

The story of our lives

                                                                  for Howard Moss
1

We are reading the story of our lives
which takes place in a room.
The room looks out on a street.
There is no one there,
no sound of anything.
The trees are heavy with leaves,
the parked cars never move.
We keep turning the pages,
hoping for something,
something like mercy or change,
a black line that would bind us
or keep us apart.
The way it is, it would seem
the book of our lives is empty.
The furniture in the room is never shifted,
and the rugs become darker each time
our shadows pass over them.
It is almost as if the room were the world.
We sit beside each other on the couch,
reading about the couch.
We say it is ideal.
It is ideal.

2

We are reading the story of our lives
as though we were in it,
as though we had written it.
This comes up again and again.
In one of the chapters
I lean back and push the book aside
because the book says
it is what I am doing.
I lean back and begin to write about the book.
I write that I wish to move beyond the book,
beyond my life into another life.
I put the pen down.
The book says: He put the pen down
and turned and watched her reading
the part about herself falling in love.
The book is more accurate than we can imagine.
I lean back and watch you read
about the man across the street.
They built a house there,
and one day a man walked out of it.
You fell in love with him
because you knew he would never visit you,
would never know you were waiting.
Night after night you would say
that he was like me.
I lean back and watch you grow older without me.
Sunlight falls on your silver hair.
The rugs, the furniture,
seem almost imaginary now.
She continued to read.
She seemed to consider his absence
of no special importance,
as someone on a perfect day will consider
the weather a failure
because it did not change his mind.
You narrow your eyes.
You have the impulse to close the book
which describes my resistance:
how when I lean back I imagine
my life without you, imagine moving
into another life, another book.
It describes your dependence on desire,
how the momentary disclosures
of purpose make you afraid.
The book describes much more than it should.
It wants to divide us.

3

This morning I woke and believed
there was no more to our lives
than the story of our lives.
When you disagreed, I pointed
to the place in the book where you disagreed.
You fell back to sleep and I began to read
those mysterious parts you used to guess at
while they were being written
and lose interest in after they became
part of the story.
In one of them cold dresses of moonlight
are draped over the backs of chairs in a man’s room.
He dreams of a woman whose dresses are lost,
who sits on a stone bench in a garden
and believes in wonders.
For her love is a sacrifice.
The part describes her death
and she is never named,
which is one of the things
you could not stand about her.
A little later we learn
that the dreaming man lives
in the new house across the street.
This morning after you fell back to sleep
I began to turn pages early in the book:
it was like dreaming of childhood,
so much seemed to vanish,
so much seemed to come to life again.
I did not know what to do.
The book said: In those moments it was his book.
A bleak crown rested uneasily on his head.
He was the brief ruler of inner and outer discord,
anxious in his own kingdom.

4

Before you woke
I read another part that described your absence
and told how you sleep to reverse
the progress of your life.
I was touched by my own loneliness as I read,
knowing that what I feel is often the crude
and unsuccessful form of a story
that may never be told.
I read and was moved by a desire to offer myself
to the house of your sleep.
He wanted to see her naked and vulnerable,
to see her in the refuse, the discarded
plots of old dreams, the costumes and masks
of unattainable states.
It was as if he were drawn
irresistibly to failure.
It was hard to keep reading.
I was tired and wanted to give up.
The book seemed aware of this.
It hinted at changing the subject.
I waited for you to wake not knowing
how long I waited,
and it seemed that I was no longer reading.
I heard the wind passing
like a stream of sighs
and I heard the shiver of leaves
in the trees outside the window.
It would be in the book.
Everything would be there.
I looked at your face
and I read the eyes, the nose, the mouth…

5

If only there were a perfect moment in the book;
if only we could live in that moment,
we could begin the book again
as if we had not written it,
as if we were not in it.
But the dark approaches
to any page are too numerous
and the escapes are too narrow.
We read through the day.
Each page turning is like a candle
moving through the mind.
Each moment is like a hopeless cause.
If only we could stop reading.
He never wanted to read another book
and she kept staring into the street.
The cars were still there,
the deep shade of trees covered them.
The shades were drawn in the new house.
Maybe the man who lived there,
the man she loved, was reading
the story of another life.
She imagined a dank, heartless parlor,
a cold fireplace, a man sitting
writing a letter to a woman
who has sacrificed her life for love.
If there were a perfect moment in the book,
it would be the last.
The book never discusses the causes of love.
It claims confusion is a necessary good.
It never explains. It only reveals.

6

The day goes on.
We study what we remember.
We look into the mirror across the room.
We cannot bear to be alone.
The book goes on.
They became silent and did not know how to begin
the dialogue which was necessary.
It was words that created divisions in the first place,
that created loneliness.
They waited.
They would turn the pages, hoping
something would happen.
They would patch up their lives in secret:
each defeat forgiven because it could not be tested,
each pain rewarded because it was unreal.
They did nothing.

7

The book will not survive.
We are the living proof of that.
It is dark outside, in the room it is darker.
I hear your breathing.
You are asking me if I am tired,
if I want to keep reading.
Yes, I am tired.
Yes, I want to keep reading.
I say yes to everything.
You cannot hear me.
They sat beside each other on the couch.
They were the copy, the tired phantoms
of something they had been before.
The attitudes they took were jaded.
They stared into the book
and were horrified by their innocence,
their reluctance to give up.
They sat beside each other on the couch.
They were determined to accept the truth.
Whatever it was they would accept it.
The book would have to be written
and would have to be read.
They are the book and they are
nothing else.

Mark Strand

da “The Story of Our Lives”, Atheneum, 1973 

Mappe nere – Mark Strand

 

Non la platea di pietre
né il vento che applaude
ti faranno capire
che sei arrivato,

non il mare che celebra
solo le partenze,
non le montagne,
né le città morenti.

Niente ti dirà
dove sei.
Ogni attimo è un posto
dove non sei mai stato.

Puoi camminare
e credere che emani
la luce attorno a te.
Ma come farai a saperlo?

Il presente è sempre buio.
Le sue mappe sono nere,
escono dal nulla,
descrivono,

nella loro lenta ascesa
dentro se stesse,
il proprio viaggio,
il proprio vuoto,

la fosca, sobria
necessità del completarlo.
Nel venire in essere
sono come il respiro.

E se pure le si studia
è solo per scoprire,
troppo tardi, che quelli che
ritenevi fatti tuoi

non esistono.
La tua casa non c’è
su nessuna di quelle mappe,
né ci sono gli amici,

che aspettano che ti faccia vivo,
né i tuoi nemici,
che elencano le tue mancanze.
Ci sei solo tu,

e saluti
ciò che sarai,
e l’erba nera
sostiene stelle nere.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Più buio”, 1970, in “L’uomo che cammina un passo avanti al buio”, Mondadori, Milano, 2011

∗∗∗

Black maps

Not the attendance of stones,
nor the applauding wind,
shall let you know
you have arrived,

nor the sea that celebrates
only departures,
nor the mountains,
nor the dying cities.

Nothing will tell you
where you are.
Each moment is a place
you’ve never been.

You can walk
believing you cast
a light around you.
But how will you know?

The present is always dark.
Its maps are black,
rising from nothing,
describing,

in their slow ascent
into themselves,
their own voyage,
its emptiness,

the bleak, temperate
necessity of its completion.
As they rise into being
they are like breath.

And if they are studied at all
it is only to find,
too late, what you thought
were concerns of yours

do not exist.
Your house is not marked
on any of them,
nor are your friends,

waiting for you to appear,
nor are your enemies,
listing your faults.
Only you are there,

saying hello
to what you will be,
and the black grass
is holding up the black stars.

Mark Strand

da “Darker: poems”, Atheneum, 1970

L’antica epoca della nostalgia – Mark Strand

Edward Hopper, Summer evening, 1947

 

Quelle ore concesse al crogiolarsi nel lucore di un futuro presunto, dell’essere trascinati via in torrenti di promessa da un amore o una passione così intensi che ci si sentiva cambiati per sempre e convinti che anche la più minuscola particella del mondo circostante fosse carica del proposito di un’impossibile grandeur; ah, sì, e si sarebbe guardato all’insù tra gli alberi e ci si sarebbe sentiti elettrizzati dal fiume sprigionato dal vento che faceva cascate del fogliame pallido, dorato, e dal cinguettio acuto e melodioso di innumerevoli uccelli; quei momenti, così numerosi e così remoti nel tempo, tornano ancora, ma brevi, come lucciole nell’afa fragrante di una sera d’estate.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Quasi invisibile”, “Lo Specchio” Mondadori, 2014

***

The Old Age of  Nostalgia

Those hours given over to basking in the glow of an imagined future, of being carried away in streams of promise by a love or a passion so strong that one felt altered forever and convinced that even the smallest particle of the surrounding world was charged with a purpose of impossible grandeur; ah, yes, and one would look up into the trees and be thrilled by the wind-loosened river of pale, gold foliage cascading down and by the high, melodious singing of countless birds; those moments, so many and so long ago, still come back, but briefly, like fireflies in the perfumed heat of a summer night.

Mark Strand 

da “Almost Invisible: Poems”, Alfred A. Knopf, 2012