«A te si giunge solo» – Pedro Salinas

Foto di Rodney Smith

[LIX]

A te si giunge solo
attraverso di te. Ti aspetto.

Io certo so dove sono,
la mia città, la strada, il nome
con cui tutti mi chiamano.
Ma non so dove sono stato
con te.
Lí mi hai portato tu.

Come
potevo imparare il cammino
se non guardavo altro
che te,
se il cammino erano i tuoi passi,
e il suo termine
l’istante che tu ti fermasti?
Cosa ancora poteva esserci
oltre a te offerta, che mi guardavi?

Ma ora,
quale esilio, che assenza
essere dove si è!
Aspetto, passano i treni,
il caso, gli sguardi.
Mi condurrebbero forse
dove mai sono stato.
Ma io non voglio i cieli nuovi.
Voglio stare dove sono già stato.
Con te, tornare.
Quale immensa novità
tornare ancora,
ripetere, mai uguale,
quello stupore infinito!

E finché tu non verrai
io rimarrò alle soglie
dei voli, dei sogni,
delle scie, immobile.
Perché so che là dove sono stato
né ali, né ruote, né vele
conducono.
Hanno tutte smarrito il cammino.
Perché so che là dove sono stato
si giunge solo
con te, attraverso di te.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

[LIX]

A ti sólo se llega
por ti. Te espero.

Yo sí que sé dónde estoy,
mi ciudad, la calle, el nombre
por el que todos me llaman.
Pero no sé dónde estuve
contigo.
Allí me llevaste tú.

¿Como
iba a aprender el camino
si yo no miraba a nada
más que a ti,
si el camino era tu andar,
y el final
fue cuando tú te paraste?
¿Que más podía haber ya
que tú ofrecida, mirándome?

Pero ahorae,
¡qué desterrado, qué ausente
es estar donde uno está!
Espero, pasan los trenes,
los azares, las miradas.
Me llevarían adonde
nunca he estado. Pero yo
no quiero los cielos nuevos.
Yo quiero estar donde estuve.
Contigo, volver.
¡Qué novedad tan immensa
eso, volver otra vez,
repetir lo nunca igual
de aquel asombro infinito!

Y mientras no vengas tú
yo me quedaré en la orilla
de los vuelos, de los sueños,
de las estelas, inmovíl.
Porque sé que adonde estuve
ni alas, ni ruedas, ni velas
llevan.
Todas van extraviadas.

Porque sé que adonde estuve
sólo
se va contigo, por ti.

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

La materia non pesa – Pedro Salinas

Dipinto di Renzo Crociara

 

[XLV]

La materia non pesa.
Il tuo corpo ed il mio,
uniti, non sentono mai
schiavitú, sentono ali.
I baci che tu mi dài
sono sempre redenzioni:
tu baci verso l’alto,
e qualcosa di me porti a luce,
costretto prima
nel fondo oscuro.
Lo salvi, lo guardiamo
per vedere come ascende,
e vola, per l’impulso che gli dài,
verso il suo paradiso
dove ci aspetta.
No, non opprime la tua carne
e neppure la terra che calpesti
né il mio corpo che stringi.
Sento, quando mi abbracci,
che ho tenuto contro il petto
un lieve palpitare,
vicinissimo, di stella,
che viene da un’altra vita.
Il mondo materiale
nasce quando tu parti.
E sull’anima sento
quest’oppressione enorme
di ombre che hai lasciato,
di parole, senza labbra,
scritte su fogli di carta.
Restituito alla legge
del metallo, della roccia,
della carne. La tua forma
corporea,
il tuo dolce peso rosa,
è ciò che mi rendeva
il mondo piú lieve.
Ma ciò che non sopporto
e che mi schiaccia,
chiamandomi alla terra,
senza te per difendermi,
è la distanza,
è il vuoto del tuo corpo.

Sí, tu mai, tu mai:
il tuo ricordo, è materia.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

 da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

[XLV]

La materia no pesa.
Ni tu cuerpo ni el mío,
juntos, se sienten nunca
servidumbre, sí alas.
Los besos que me das
son siempre redenciones:
tú besas hacia arriba,
librando algo de mí,
que aún estaba sujeto
en los fondos oscuros.
Lo salvas, lo miramos
para ver cómo asciende,
volando, por tu impulso,
hacia su paraíso
donde ya nos espera.
No, tu carne no oprime
ni la tierra que pisas
ni mi cuerpo que estrechas.
Cuando me abrazas, siento
que tuve contra el pecho
un palpitar sin tacto,
cerquísima, de estrella,
que viene de otra vida.
El mundo material
nace cuando te marchas.
Y siento sobre el alma
esa opresión enorme
de sombras que dejaste,
de palabras, sin labios,
escritas en papeles.
Devuelto ya a la ley
del metal, de la roca,
de la carne. Tu forma
corporal,
tu dulce peso rosa,
es lo que me volvía
el mundo más ingrávido.
Pero lo insoportable,
lo que me está agobiando,
llamándome a la tierra,
sin ti que me defiendas,
es la distancia, es
el hueco de tu cuerpo.

Sí, tú nunca, tú nunca:
tu memoria es materia.

Pedro Salinas

 da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

Canzone d’autunno – Federico García Lorca

 

Oggi ho nel cuore
un vago tremolio di stelle
ma il mio sentiero si perde
nell’anima della nebbia.
La luce mi tronca le ali
e il dolore della mia tristezza
bagna i ricordi
alla fonte dell’idea.

Tutte le rose sono bianche,
bianche come la mia pena,
ma non sono rose bianche,
è scesa la neve su di loro.
Prima ebbero l’arcobaleno.
E nevica anche sulla mia anima.
La neve dell’anima
ha fiocchi di baci
e scene calate nell’ombra
o nella luce di chi le pensa.

La neve cade dalle rose,
ma quella dell’anima rimane,
e gli artigli del tempo
ne fanno un sudario.

La neve si scioglierà
quando verrà la morte?
O avremo altra neve
e altre rose più perfette?
Sarà con noi la pace
come c’insegna Cristo?
O forse il problema
non sarà mai risolto?

Ma se c’inganna l’amore?
Cosa sosterrà la nostra vita
se il crepuscolo ci affonda
nella vera scienza
del Bene che chi sa se esiste
e del Male che incombe alle spalle?

Se muore la speranza
e risorge la Babele,
quale torcia farà luce
sulle strade in Terra?

Se l’azzurro è un sogno
dove mai finirà l’innocenza?
Cosa mai sarà il cuore
se l’Amore non ha frecce?

Se la morte è la morte,
dove finiranno mai i poeti
e le cose addormentate
che nessuno più ricorda?
Oh sole di tante speranze!
Acqua chiara! Luna nuova!
Cuori dei bambini!
Anime rudi delle pietre!
Oggi ho nel cuore
un vago tremolio di stelle
e tutte le rose sono bianche
bianche come la mia pena.

Federico García Lorca

Granada, novembre 1918

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Poesie (Libro de poemas)”, Newton Compton, Roma, 1970

∗∗∗

Canción otoñal

Hoy siento en el corazón
un vago temblor de estrellas,
pero mi senda se pierde
en el alma de la niebla.
La luz me troncha las alas
y el dolor de mi tristeza
va mojando los recuerdos
en la fuente de la idea.

Todas las rosas son blancas,
tan blancas como mi pena,
y no son las rosas blancas,
que ha nevado sobre ellas.
Antes tuvieron el iris.
También sobre el alma nieva.
La nieve del alma tiene
copos de besos y escenas
que se hundieron en la sombra
o en la luz del que las piensa.

La nieve cae de las rosas,
pero la del alma queda,
y la garra de los años
hace un sudario con ellas.

¿Se deshelará la nieve
cuando la muerte nos lleva?
¿O después habrá otra nieve
y otras rosas más perfectas?
¿Será la paz con nosotros
como Cristo nos enseña?
¿O nunca será posible
la solución del problema?

¿Y si el amor nos engaña?
¿Quién la vida nos alienta
si el crepúsculo nos hunde
en la verdadera ciencia
del Bien que quizá no exista,
y del mal que late cerca?

¿Si la esperanza se apaga
y la Babel se comienza,
qué antorcha iluminará
los caminos en la Tierra?

¿Si el azul es un ensueño,
qué será de la inocencia?
¿Qué será del corazón
si el Amor no tiene flechas?

¿Si la muerte es la muerte,
qué será de los poetas
y de las cosas dormidas
que ya nadie las recuerda?
¡Oh sol de las esperanzas!
¡Agua clara! ¡Luna nueva!
¡Corazones de los niños!
¡Almas rudas de las piedras!
Hoy siento en el corazón
un vago temblor de estrellas
y todas las rosas son
tan blancas como mi pena.

Federico García Lorca

Granada, noviembre de 1918

da “Libro de poemas”, Maroto, Madrid, 1921

Casida del pianto – Federico García Lorca

 

II.

Ho chiuso il mio balcone
perché non voglio udire il pianto,
ma dietro i muri grigi
non si sente altro che il pianto.

Ci sono pochissimi angeli che cantino,
ci sono pochissimi cani che latrino,
mille violini sono sulla palma della mia mano.

Ma il pianto è un immenso cane,
il pianto è un immenso angelo,
il pianto è un immenso violino,
le lacrime imbavagliano il vento
e non si sente altro che il pianto.

Federico García Lorca

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Divano del Tamarit”, 1927/1934, in “Federico García Lorca, Tutte le poesie”, Newton, Roma, 1993

∗∗∗

II. Casida del llanto

He cerrado mi balcón
porque no quiero oír el llanto,
pero por detrás de los grises muros
no se oye otra cosa que el llanto.

Hay muy pocos ángeles que canten,
hay muy pocos perros que ladren,
mil violines caben en la palma de mi mano.

Pero el llanto es un perro inmenso,
el llanto es un ángel inmenso,
el llanto es un violín inmenso,
las lágrimas amordazan al viento,
y no se oye otra cosa que el llanto.

Federico García Lorca

da “Diván del Tamarit”, Buenos Aires, Losada, 1940

«Te ne sei appena andata» – Pedro Salinas

Foto di Walter Valentini

[31]

Te ne sei appena andata
– o appena morta –,
io però già ti aspetto.
Tutti i tuoi movimenti,
passi, palpiti, ansie,
o la tua morte, quiete,
anche vogliano trarti
verso una solitudine
celestiale o terrestre
non ti sanno distogliere
da quello che stai amando:
vai via, ma ti avvicini,
presto, più tardi, subito.
Lo so, te ne stai andando,
a infinita distanza,
ma i tuoi passi risuonano
in tutte le vaghe ombre
di rumore che, tenui,
a notte fonda incrinano
l’azzurro del silenzio:
suonando come echi.
Se è un rumore di ruote,
sono i treni a portarti,
o le ali, o le nuvole.
Se è un frangersi di onde,
è perché le cavalca
la nave di cristallo
su cui torni. Se foglie
secche, che il vento spinge,
sei tu che vieni piano,
che cammini in un abito
di seta, e va frusciando,
contro il limpido suolo
dell’aria, il suo strascico.
Ogni suono in un’eco
di te me lo trasforma
l’anima che ti attende.
Solo a me sei diretta,
e i tuoi passi si sentono
sempre come venissero
dall’assenza, quel lungo
volteggio
che fai per ritornare.
Ti si vide all’andartene
il rovescio: il tuo arrivo,
vibrante nell’addio.
Così vibra anche l’alba
o nel grigio, o nel rosa,
che percorrendo i cieli,
con passo di crepuscolo,
sul finire del giorno
sembrano – e sono lei,
lei che arriva, imminente –
luce che se ne va.

Pedro Salinas

(Traduzione di Valerio Nardoni)

da “Ragioni d’amore”, Passigli Poesia, 2006

***

[31]

Apenas te has marchado 
—o te has muerto—,
pero yo ya te espero.
Todos tus movimientos,
pasos, latidos, ansias,
o tu muerte, quietud,
aunque arrastrarte quieran
hacia una soledad
celestial o terrestre
no te saben llevar
de lo que estás queriendo:
te vas, pero te acercas,
pronto, más tarde, luego.
Ahora marchas, lo sé,
a infinita distancia,
pero laten tus pasos
en todas esas vagas
sombras de ruido, tenues,
que en la alta noche estrellan
el azul del silencio:
todas suenan a ecos.
Si es un rumor de ruedas,
es que te traen los trenes,
las alas o las nubes.
Si es un romper de olas,
es que va cabalgándolas
el barco de cristal
en que vuelves. Si hojas
secas, que empuja el viento,
es que vienes despacio,
andando, con un traje
de seda, y que te cruje,
sobre los tersos suelos
de los aires, su cola.
Todo sonido en eco
tuyo me lo convierte
el alma que te espera.
Andas sólo hacia mí,
y tus pasos se sienten
siempre de estar viniendo
por la ausencia, ese largo
rodeo
que das para volver.
Se te vio en tu marchar
el revés: tu venida,
vibrante en el adiós.
Igual que vibra el alba
en el gris, en el rosa,
que pisando los cielos,
con paso de crepúsculo,
al acabar el día
parecen —y son ella,
la que viene, inminente—
una luz que se va.

Pedro Salinas

da “Razón de amor”, Cruz y Raya, Madrid, 1936