Canzone dell’angelo senza fortuna – Rafael Alberti

George Christakis, Silent Angel

 

Tu sei ciò che se ne va:
acqua che mi porta,
che mi lascerà.

Cercatemi nell’onda.

Ciò che va e non torna:
vento che nell’ombra
si spegne e s’accende.

Cercatemi nella neve.

Ciò che nessuno sa:
banco mobile
che non parla con nessuno.

Cercatemi nell’aria.

Rafael Alberti

(Traduzione di Vittorio Bodini)

da “Degli angeli”, Einaudi, Torino, 1966

∗∗∗

Canción del ángel sin suerte

Tú eres lo que va:
agua que me lleva,
que me dejará.

Buscadme en la ola.

Lo que va y no vulve:
viento que en la sombra
se apaga y se enciende.

Buscadme en la nieve.

Lo que nadie sabe:
tierra movediza
que no habla con nadie.

Buscadme en el aire.

Rafael Alberti

da “Sobre los ángeles”, Ediciones de la Compañía Ibero-Americana de Publicaciones S. A., Madrid, 1929

L’angelo sconosciuto – Rafael Alberti

Saul Leiter, Untitled, New York, 1950

 

Che nostalgia degli arcangeli!
Io ero…
Guardatemi.

Vestito come tutti gli altri,
non mi si vedono l’ali.
Nessuno sa come fui.
Non mi riconoscono.

Per la via, chi si ricorda?
Sono scarpe i miei sandali.
La tunica mia, pantaloni
e giacca all’inglese.
Dimmi chi sono.

Eppure io ero…

Guardatemi.

Rafael Alberti

(Traduzione di Vittorio Bodini)

da “Degli angeli”, Einaudi, Torino, 1966

***

El ángel desconocido

¡Nostalgia de los arcángeles!
Yo era…
Miradme.

Vestido como en el mundo,
ya no se me ven las alas.
Nadie sabe cómo fuí.
No me conocen.

Por las calles, ¿quién se acuerda?
Zapatos son mis sandalias.
Mi túnica, pantalones
y chaqueta inglesa.
Dime quién soy.

Y, sin embargo, yo era…

Miradme.

Rafael Alberti

da “Sobre los ángeles”, Ediciones de la Compañía Ibero-Americana de Publicaciones S. A., Madrid, 1929

Si amavano – Vicente Aleixandre

Foto da “L’eternité pour nous”, 1961

 

Si amavano.
Pativano la luce, labbra azzurre nell’alba,
labbra ch’escono dalla notte dura,
labbra squarciate, sangue, sangue dove?
Si amavano in un letto battello, mezzo tra notte e luce.

Si amavano come i fiori le spine profonde,
o il giallo che sboccia in amorosa gemma,
quando girano i volti melanconicamente,
giralune che brillano nel ricevere il bacio.

Si amavano di notte, quando i cani profondi
palpitano sotterra e le valli si stirano
come arcaici dorsi a sentirsi sfiorare:
carezza, seta, mano, luna che giunge e tocca.

Si amavano d’amore là nel fare del giorno
e tra le dure pietre oscure della notte,
dure come son corpi gelati dalle ore,
dure come son baci di dente contro dente.

Si amavano di giorno, spiaggia che va crescendo,
onde che su dai piedi carezzano le cosce,
corpi che si sollevano dalla terra e fluttuando…
Si amavano di giorno, sul mare, sotto il cielo.

Mezzogiorno perfetto, si amavano sí intimi,
mare altissimo e giovane, estesa intimità,
vivente solitudine, orizzonti remoti
avvinti come corpi che solitarî cantano.

Che amano. Si amavano come la luna chiara,
come il mare che colmo aderisce a quel volto,
dolce eclisse di acqua, guancia dove fa notte
e dove rossi pesci vanno e vengono taciti.

Giorno, notte, occidente fare del giorno, spazî,
onde recenti, antiche, fuggitive, perpetue,
madre o terra, battello, letto, piuma, cristallo,
labbro, metallo, musica, silenzio, vegetale,
mondo, quiete, la loro forma. Perché si amavano.

Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “La distruzione o amore”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

Se querían

Se querían.
Sufrían por la luz, labios azules en la madrugada,
labios saliendo de la noche dura,
labios partidos, sangre, ¿sangre dónde?
Se querían en un lecho navío, mitad noche, mitad luz.

Se querían como las flores a las espinas hondas,
a esa amorosa gema del amarillo nuevo,
cuando los rostros giran melancólicamente,
giralunas que brillan recibiendo aquel beso.

Se querían de noche, cuando los perros hondos
laten bajo la tierra y los valles se estiran
como lomos arcaicos que se sienten repasados:
caricia, seda, mano, luna que llega y toca.

Se querían de amor entre la madrugada,
entre las duras piedras cerradas de la noche,
duras como los cuerpos helados por las horas,
duras como los besos de diente a diente solo.

Se querían de día, playa que va creciendo,
ondas que por los pies acarician los muslos,
cuerpos que se levantan de la tierra y flotando…
Se querían de día, sobre el mar, bajo el cielo.

Mediodía perfecto, se querían tan íntimos,
mar altísimo y joven, intimidad extensa,
soledad de lo vivo, horizontes remotos
ligados como cuerpos en soledad cantando.

Amando. Se querían como la luna lúcida,
como ese mar redondo que se aplica a ese rostro,
dulce eclipse de agua, mejilla oscurecida,
donde los peces rojos van y vienen sin música.

Día, noche, ponientes, madrugadas, espacios,
ondas nuevas, antiguas, fugitivas, perpetuas,
mar o tierra, navío, lecho, pluma, cristal,
metal, música, labio, silencio, vegetal,
mundo, quietud, su forma. Se querían, sabedlo.

Vicente Aleixandre

da “La destrucción o el Amor”, M., Signo, 1935

L’angelo di sabbia – Rafael Alberti

Foto di Alessio Albi

 

Sul serio, nei tuoi occhi era il mare due bimbi che mi spiavano,
timorosi di lacci e di parole dure.
Due bimbi della notte, terribili, espulsi dal cielo,
la cui infanzia era un furto di barche e un delitto di soli e lune.
Dormi. Chiudili.
Vidi che il vero mare era un ragazzo che saltava nudo,
offrendomi un piatto di stelle e un riposo d’alghe.
Sí sí! Già la mia vita diventava, era già, un litorale staccato.
Tu, però, risvegliandoti, mi annegasti nei tuoi occhi.

Rafael Alberti

(Traduzione di Vittorio Bodini)

da “Degli angeli”, Einaudi, Torino, 1966

∗∗∗

El ángel de arena

Seriamente, en tus ojos era la mar dos niños que me espiaban,
temerosos de lazos y palabras duras.
Dos niños de la noche, terribles, expulsados del cielo,
cuya infancia era un robo de barcos y un crimen de soles y de lunas.
Duérmete. Ciérralos.
Vi que el mar verdadero era un muchacho que saltaba desnudo,
invitándome a un plato de estrellas y a un reposo de algas.
¡Sí, sí! Ya mi vida iba a ser, ya lo era, litoral desprendido.
Pero tú, despertando, me hundiste en tus ojos.

Rafael Alberti

da “Sobre los ángeles”, Ediciones de la Compañía Ibero-Americana de Publicaciones S. A., Madrid, 1929

«L’aria è ormai quasi irrespirabile» – Pedro Salinas

Donata Wenders, Zora, Paris, France, 2002

6

L’aria è ormai quasi irrespirabile
perché non mi rispondi:
tu sai bene che quello che respiro
sono le tue risposte. E ora soffoco.

La prima domanda che io ti feci
fu quando stavi
con le braccia appoggiate
su una ringhiera di ricordi,
una sera chinata
sul lago azzurro che ti porti dentro,
guardando quattro dubbi
con piume di dolori,
così tacite e bianche come cigni,
che lo solcavano, senza quasi sfiorarlo.
Tu guardavi l’immagine
confusa di te stessa, ti vedevi
lì riflessa, però
con tale tremito, così insicura
del tuo esistere stesso quel che eri,
che te ne andasti via di corsa
per cercare un vestito di pesante
velluto nell’armadio, e per provartelo.
Siccome è fatto a misura,
metterci il corpo dentro
vuol dire per un poco persuadersi
del consolante
e preciso contatto della tela
di cui si vive e di cui siam qualcosa
più di un riflesso tremulo
di cui abbiamo paura, in quel lago.
E ti chiesi: «Cerchiamo insieme?
Quel che si vuol trovare
in acque tanto vaghe ed imprecise
c’è da cercarlo
in aria, verso l’alto.
Perché nel fondo di un lago c’è sempre
o la copia di un angelo o di un dio,
la figura di un essere che là si guarda
dal suo vero essere celeste.
E va cercato dov’è; che se cerchi
come altre ingannate verso il basso,
troverai solamente rami o pietre,
molle fango e anelli arrugginiti.
Dimmi, non vuoi che passiamo negli anni,
negli anni del futuro, come cieli,
in cerca del tuo angelo?
Vuoi che io sia tuo compagno
come per le rondini un’ala
è compagna dell’altra ala?
Io prenderò la via
più rapida che trovi,
anche in un radiogramma, se mi accetti».
Capisco il tuo silenzio. La domanda
l’ho fatta a seimila chilometri
e siccome ho parlato sottovoce
perché non mi sentisse altri che te,
non hai potuto udirmi. E vai avanti
a provarti vestiti che ti calmano.

La seconda domanda, era ottobre,
la scrissi su una foglia di quell’albero
vicino alla tua casa. Tu sentivi
l’autunno che arrivava, quella sera,
in grandi quantità
di vento grigio e di progetti vaghi,
così poco difesa
da una lieve fede nel tuo calore
come la seta delle tue calze.
Il tuo passo affrettato, contro il vento
credeva all’illusione che correndo
all’inizio di ottobre
si arriva subito alla primavera.
Io ti scrissi: «Ho un’estate
che si apre, solo, quando due persone
che amano il verde e che temono il freddo
bussano insieme alla sua porta.
Non c’è altro inverno che la solitudine.
Quel che scioglie la neve è un amore
che si serve del sole come interprete.
Prendi il mio braccio, accogli questo modo
semplice di abolire, insieme, inverno
e solitudine, chiamato amarsi.
Non vuoi che entriamo
in quella festa dei chiarori
che inizia nel formarsi di una coppia,
là dove grazie a certe
sottili trasparenze e velature
di carne o di cristallo, è sempre buio
molto, molto più tardi che nel mondo,
e l’aurora coincide
col primo desiderio della luce?»
L’albero consegnò al momento giusto
il mio messaggio ai tuoi piedi. Hai ricordo
di una foglia che cadde al tuo passaggio,
un tenero rumore sulla terra,
con le sillabe infrante del tuo nome
appena sussurrate e un rotolare
di materia lievissima sui sassi,
che ti veniva dietro, per salvarti
dalle tante inclemenze solitarie?
Tu non hai mai risposto. Sono certo
che tu per evitare di pensarmi hai confuso
quella con qualunque altra foglia
che gli autunni redigono a milioni
per fare volantini dell’assenza.

E la terza domanda te la feci
stando vicini, sì, molto vicini.
Abbracciati eravamo.
Era abbraccio il nostro soffitto,
pareti e pavimento erano abbraccio,
di quel colore intenso
con cui dipinge tutto l’abbracciarsi.
Abbraccio fu la porta da cui entrammo.
La finestra era abbraccio.
La notte, i suoi prati,
il gregge di mansueti grattacieli
che brucavano stelle a collo eretto,
lo vedevamo attraverso l’abbraccio.
La visione era abbraccio e udire abbraccio.
E i nostri sensi erano
talmente stretti gli uni contro gli altri
nell’offrire alla nostra unione le loro differenze,
che mai prima di allora videro
gli occhi quel che vide l’abbraccio.
Per questo io ti chiesi senza voce,
solo stringendo un po’ di più al mio petto
il tuo corpo che i cieli mi prestavano,
se tu sapevi scrivere
promesse coi tuoi occhi
e se nel primo foglio
del primo plico dell’aurora tu
mi volessi tracciare una parola
qualsiasi, per esempio: «eterno».
Avevo brama di sapere
qual è la tua scrittura quando l’anima scrive.
Ma tu non mi hai risposto. Lo capisco.
Ti eri già addormentata sul mio petto;
e la domanda come un’ala si disfece
urtando contro gli occhi ormai serrati.
Qualcuna delle sue parole o piume
— promessa, aurora, eterno — ti sfiorarono
l’anima, sì, ma con dolcezza tale
che tu, credendole
un sogno come tanti, senza domanda,
non hai pensato mai di rispondere a un sogno.

Pedro Salinas

(Traduzione di Valerio Nardoni)

da “Amore, mondo in pericolo. Lungo lamento”, Passigli Poesia, 2014

***

                                                  6

El aire ya es apenas respirable
porque no me contestas:
tú sabes bien que lo que yo respiro
son tus contestaciones. Y me ahogo.

La primera pregunta que te hice
fue cuando tú tenías
los brazos apoyados
en una barandilla de recuerdos,
una tarde inclinada
sobre ese lago azul que llevas dentro,
mirando a cuatro dudas
con plumaje de penas,
tan blancas y calladas como cisnes,
que lo surcaban, sin moverlo casi.
Tú mirabas la estampa
confusa de ti misma, te veías
en ella reflejada
pero con tal temblor, tan insegura
de tu propio existir, de lo que eras,
que te marchaste huyendo
a buscar en tu armario algún vestido
de denso terciopelo, y a probártelo.
Como está hecho a medida,
meter el cuerpo en él
es persuadirse unos instantes
por el consolador
y ajustado contacto de la tela,
de que se vive y de que somos algo
más que un reflejo trémulo
del que tenemos miedo, en aquel lago.
Y yo te pregunté: «¿Buscamos juntos?
Lo que se quiere hallar
en un agua tan vaga y tan borrosa
hay que buscarlo
por el aire hacia arriba.
Porque en lo hondo de un lago lo que hay siempre
es la copia de un ángel o de un dios,
la figura de un ser que allí se mira,
desde su verdadero ser celeste.
Y hay que buscarlo donde está; si buscas
como otras engañadas hacia abajo,
sólo te encontraras ramas o piedras,
limo blando y sortijas oxidadas.
¿Quieres, di, que vayamos por los años,
los años del futuro, como cielos,
en busca de tu ángel?
¿Quieres que sea yo tu compañero
para lo mismo que en las golondrinas
un ala es compañera de otra ala?
Yo saldré por la vía
más rápida que haya,
dentro de un radiograma, si me aceptas.»
Comprendo tu silencio. La pregunta
la hice a seis mil kilómetros
y como hablé muy bajo
para que sólo tú me oyeses,
no me pudiste oir. Y continúas
probándote vestidos que te calman.

La segunda pregunta la escribí
el mes de octubre, en una hoja del árbol
que hay cerca de tu casa. Tú sentías
el otoño llegar, aquella tarde,
en grandes cantidades
de viento gris y proyectos vagos,
apenas defendida
por una fe tan leve en tu calor
como la seda de tus medias.
Tu paso acelerado, contra el aire
se hacía la ilusión de que corriendo,
a primeros de octubre
se llega antes a la primavera.
Yo te escribí: «Tengo un verano
que se abre, sólo, cuando dos personas
que aman lo verde y tienen miedo al frío
al mismo tiempo llaman a su puerta.
No hay más invierno que la soledad.
Lo que funde la nieve es un amor
que se sirve del sol como su intérprete.
Toma mi brazo, acéptame este modo
sencillo de abolir, al mismo tiempo,
invierno y soledad, llamado amarse.
¿Quieres que entremos
en esas fiesta de las claridades
que empieza al iniciarse una pareja,
donde gracias a ciertas
sutiles transparencias y trasluces
de carne o de cristal, siempre anochece
mucho, mucho más tarde que en el mundo,
y la aurora coincide
con el primer deseo de la luz?»
El árbol entregó oportunamente
mi mensaje a tus pies. ¿Tú no recuerdas
una hoja que cayó cuando pasabas,
un rumor tierno por el suelo,
con las sílabas rotas de tu nombre
apenas susurradas, y un rodar
de materia muy leve, sobre piedras,
que iba detrás de ti, para salvarte
de tantas inclemencias solitarias?
Nunca me has contestado. Estoy seguro
de que, por no ir pensando en mí, la confundiste
con cualquier hoja de esas
que editan por millones los otoños
para hacer propagandas de lo ausente.

La tercera pregunta te la hice,
estando cerca, sí, muy cerca.
Abrazados estábamos.
Nuestro techo era abrazo,
las paredes y el suelo abrazo eran,
de ese color intenso
con que lo pinta todo el abrazarse.
Abrazo fue la puerta por donde entramos.
La ventana era abrazo.
La noche, sus praderas,
el rebaño de mansos rascacielos
pastando estrellas con el cuello erguido,
a través del abrazo lo veíamos.
La visión era abrazo y el oír abrazo.
Y estaban los sentidos
tan apretados unos contra otros
brindando a nuestra unión sus diferencias,
que hasta entonces mis ojos
no habían visto lo que vio el abrazo.
Por eso yo te pregunté sin voz
sólo estrechando aún más contra mi pecho
el cuerpo que los cielos me prestaban,
si tú sabías escribir
promesas con los ojos
y si en la hoja primera
del primer pliego de la aurora tú
me querrías trazar
cualquier palabra, por ejemplo: «eterno».
Mi afán era saber
cómo es tu letra cuando el alma escribe.
Tú no me has respondido. Lo comprendo.
Te habías ya dormido allí en mi pecho;
y mi pregunta como un ala se deshizo
al chocar con los ojos ya cerrados.
Algunas de sus plumas o palabras
-promesa, aurora, eterno- te rozaron
el alma, sí, pero tan levemente
que tú, creyendo que eran
uno de tantos sueños sin pregunta,
nunca has pensado en responder a un sueño.

Pedro Salinas

da “Largo lamento: Amor, mundo in peligro”, Cruz y Raya, Madrid, 1936