«Non ho bisogno di tempo» – Pedro Salinas

Foto di Anka Zhuravleva

[XII]

Non ho bisogno di tempo
per sapere come sei:
conoscersi è luce improvvisa.
Chi ti potrà conoscere
là dove taci, o nelle
parole con cui taci?
Chi ti cerca nella vita
che stai vivendo, non sa
di te che allusioni,
pretesti in cui ti nascondi.
E seguirti all’indietro
in ciò che hai fatto, prima,
sommare azione a sorriso,
anni a nomi, sarà
come perderti. Io no.
Ti ho conosciuto nella tempesta.
Ti ho conosciuto, improvvisa,
in quello squarcio brutale
di tenebra e luce,
dove si rivela il fondo
che sfugge al giorno e alla notte.
Ti ho visto, mi hai visto, ed ora,
nuda ormai dell’equivoco,
della storia, del passato,
tu, amazzone sulla folgore,
palpitante di recente
ed inatteso arrivo,
sei cosí anticamente mia,
da tanto tempo ti conosco,
che nel tuo amore chiudo gli occhi,
e procedo senza errare,
alla cieca, senza chiedere nulla
a quella luce lenta e sicura
con cui si riconoscono lettere
e forme e si fanno conti
e si crede di vedere
chi tu sia, o mia invisibile.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

***

[XII]

Yo no necesito tiempo
para saber cómo eres:
conocerse es el relámpago.
¿Quién te va a ti a conocer
en lo que callas, o en esas
palabras con que lo callas?
El que te busque en la vida
que estás viviendo, no sabe
mas que alusiones de ti,
pretextos donde te escondes.
Ir siguiéndote hacia atrás
en lo que tú has hecho, antes,
sumar acción con sonrisa,
años con nombres, será
ir perdiéndote. Yo no.
Te conocí en la tormenta.
Te conocí, repentina,
en ese desgarramiento brutal
de tiniebla y luz,
donde se revela el fondo
que escapa al día y la noche.
Te vi, me has visto, y ahora,
desnuda ya del equívoco,
de la historia, del pasado,
tú, amazona en la centella,
palpitante de recién
llegada sin esperarte,
eres tan antigua mía,
te conozco tan de tiempo,
que en tu amor cierro los ojos,
y camino sin errar,
a ciegas, sin pedir nada
a esa luz lenta y segura
con que se conocen letras
y formas y se echan cuentas
y se cree que se ve
quién eres tú, mi invisible.

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

«È stato, accadde, è vero» – Pedro Salinas

Emil Otto Hoppé, Ms. Ann Hayes, 1934

 

[V]

È stato, accadde, è vero.
Fu in un giorno, fu una data
che segna il tempo al tempo.
Fu in luogo che io vedo.
I suoi piedi toccavano il suolo
questo stesso che tutti tocchiamo.
Il suo vestito
era simile ad altri
che indossano altre donne.
Il suo orologio
sfogliava calendari,
senza scordare un’ora:
come contano gli altri.
E quello che lei mi disse
fu in una lingua del mondo,
con grammatica e storia.
Cosí vero
che sembrava menzogna.

No.
Devo viverlo dentro,
me lo devo sognare.
Togliere il colore, il numero,
il respiro tutto fuoco,
con cui mi bruciò nel dirmelo.
Mutare tutto in forse,
in mero caso, sognandolo.
Cosí, quando vorrà smentire
ciò che mi disse allora,
non mi morderà il dolore
d’una felicità perduta
che io tenni fra le braccia,
come si tiene un corpo.
Crederò di aver sognato.
Che tutte quelle cose, cosí vere,
non ebbero corpo, né nome.
Che perdo
un’ombra, un sogno ancora.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

[V]

Ha sido, ocurrió, es verdad.
Fue un día, fue una fecha
que marca el tiempo al tiempo.
Fue en un lugar que yo veo,
Sus pies pisaban el suelo
este que todos pisamos.
Su traje
se parecía a esos otros
que llevan otras mujeres.
Su reló
destejía calendarios,
sin olvidarse una hora;
como cuentan los demás.
Y aquello que ella me dijo
fue en un idioma del mundo;
con gramática e historia.
Tan de verdad
que parecía mentira

No.
Tengo que vivirlo dentro,
me lo tengo que soñar.
Quitar el color, el número
el aliento, todo fuego
con que me quemó, al decírmelo.
Convertir todo en acaso, en azar puro,
soñándolo.
Y así cuando se desdiga
de lo que entonces me dijo
no me morderá el dolor
de haber perdido una dicha
que yo tuve entre mis brazos,
igual que se tiene un cuerpo.
Creeré que fue soñando,
que aquello tan de verdad,
no tuvo cuerpo, ni nombre.
Que pierdo
una sombra, un sueño más.

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

«I cieli sono uguali» – Pedro Salinas

Jerry N. Uelsmann, Untitled, 2008

[XXXV]

I cieli sono uguali.
Azzurri, grigi, neri,
si ripetono sopra
l’arancio o la pietra:
guardarli ci avvicina.
Annullano le stelle,
tanto sono lontane,
le distanze del mondo.
Se noi vogliamo unirci,
non guardare mai avanti:
tutto pieno di abissi,
di date e di leghe.
Abbandonati e galleggia
sopra il mare o sull’erba,
immobile, il viso al cielo.
Ti sentirai calare
lenta, verso l’alto,
nella vita dell’aria.
E ci incontreremo
oltre le differenze
invincibili, sabbie,
rocce, anni, ormai soli,
nuotatori celesti,
naufraghi dei cieli.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

 da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

[XXXV]

Los cielos son iguales.
Azules, grises, negros,
se repiten encima
del naranjo o la piedra:
nos acerca mirarlos.
Las estrellas suprimen,
de lejanas que son,
las distancias del mundo.
Si queremos juntarnos,
nunca mires delante:
todo lleno de abismos,
de fechas y de leguas.
Déjate bien flotar
sobre el mar o la hierba,
inmóvil, cara al cielo.
Te sentirás hundir
despacio, hacia lo alto,
en la vida del aire.
Y nos encontraremos
sobre las diferencias
invencibles, arenas,
rocas, años, ya solos,
nadadores celestes,
náufragos de los cielos.

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

«L’aria è ormai quasi irrespirabile» – Pedro Salinas

Donata Wenders, Zora, Paris, France, 2002

6

L’aria è ormai quasi irrespirabile
perché non mi rispondi:
tu sai bene che quello che respiro
sono le tue risposte. E ora soffoco.

La prima domanda che io ti feci
fu quando stavi
con le braccia appoggiate
su una ringhiera di ricordi,
una sera chinata
sul lago azzurro che ti porti dentro,
guardando quattro dubbi
con piume di dolori,
così tacite e bianche come cigni,
che lo solcavano, senza quasi sfiorarlo.
Tu guardavi l’immagine
confusa di te stessa, ti vedevi
lì riflessa, però
con tale tremito, così insicura
del tuo esistere stesso quel che eri,
che te ne andasti via di corsa
per cercare un vestito di pesante
velluto nell’armadio, e per provartelo.
Siccome è fatto a misura,
metterci il corpo dentro
vuol dire per un poco persuadersi
del consolante
e preciso contatto della tela
di cui si vive e di cui siam qualcosa
più di un riflesso tremulo
di cui abbiamo paura, in quel lago.
E ti chiesi: «Cerchiamo insieme?
Quel che si vuol trovare
in acque tanto vaghe ed imprecise
c’è da cercarlo
in aria, verso l’alto.
Perché nel fondo di un lago c’è sempre
o la copia di un angelo o di un dio,
la figura di un essere che là si guarda
dal suo vero essere celeste.
E va cercato dov’è; che se cerchi
come altre ingannate verso il basso,
troverai solamente rami o pietre,
molle fango e anelli arrugginiti.
Dimmi, non vuoi che passiamo negli anni,
negli anni del futuro, come cieli,
in cerca del tuo angelo?
Vuoi che io sia tuo compagno
come per le rondini un’ala
è compagna dell’altra ala?
Io prenderò la via
più rapida che trovi,
anche in un radiogramma, se mi accetti».
Capisco il tuo silenzio. La domanda
l’ho fatta a seimila chilometri
e siccome ho parlato sottovoce
perché non mi sentisse altri che te,
non hai potuto udirmi. E vai avanti
a provarti vestiti che ti calmano.

La seconda domanda, era ottobre,
la scrissi su una foglia di quell’albero
vicino alla tua casa. Tu sentivi
l’autunno che arrivava, quella sera,
in grandi quantità
di vento grigio e di progetti vaghi,
così poco difesa
da una lieve fede nel tuo calore
come la seta delle tue calze.
Il tuo passo affrettato, contro il vento
credeva all’illusione che correndo
all’inizio di ottobre
si arriva subito alla primavera.
Io ti scrissi: «Ho un’estate
che si apre, solo, quando due persone
che amano il verde e che temono il freddo
bussano insieme alla sua porta.
Non c’è altro inverno che la solitudine.
Quel che scioglie la neve è un amore
che si serve del sole come interprete.
Prendi il mio braccio, accogli questo modo
semplice di abolire, insieme, inverno
e solitudine, chiamato amarsi.
Non vuoi che entriamo
in quella festa dei chiarori
che inizia nel formarsi di una coppia,
là dove grazie a certe
sottili trasparenze e velature
di carne o di cristallo, è sempre buio
molto, molto più tardi che nel mondo,
e l’aurora coincide
col primo desiderio della luce?»
L’albero consegnò al momento giusto
il mio messaggio ai tuoi piedi. Hai ricordo
di una foglia che cadde al tuo passaggio,
un tenero rumore sulla terra,
con le sillabe infrante del tuo nome
appena sussurrate e un rotolare
di materia lievissima sui sassi,
che ti veniva dietro, per salvarti
dalle tante inclemenze solitarie?
Tu non hai mai risposto. Sono certo
che tu per evitare di pensarmi hai confuso
quella con qualunque altra foglia
che gli autunni redigono a milioni
per fare volantini dell’assenza.

E la terza domanda te la feci
stando vicini, sì, molto vicini.
Abbracciati eravamo.
Era abbraccio il nostro soffitto,
pareti e pavimento erano abbraccio,
di quel colore intenso
con cui dipinge tutto l’abbracciarsi.
Abbraccio fu la porta da cui entrammo.
La finestra era abbraccio.
La notte, i suoi prati,
il gregge di mansueti grattacieli
che brucavano stelle a collo eretto,
lo vedevamo attraverso l’abbraccio.
La visione era abbraccio e udire abbraccio.
E i nostri sensi erano
talmente stretti gli uni contro gli altri
nell’offrire alla nostra unione le loro differenze,
che mai prima di allora videro
gli occhi quel che vide l’abbraccio.
Per questo io ti chiesi senza voce,
solo stringendo un po’ di più al mio petto
il tuo corpo che i cieli mi prestavano,
se tu sapevi scrivere
promesse coi tuoi occhi
e se nel primo foglio
del primo plico dell’aurora tu
mi volessi tracciare una parola
qualsiasi, per esempio: «eterno».
Avevo brama di sapere
qual è la tua scrittura quando l’anima scrive.
Ma tu non mi hai risposto. Lo capisco.
Ti eri già addormentata sul mio petto;
e la domanda come un’ala si disfece
urtando contro gli occhi ormai serrati.
Qualcuna delle sue parole o piume
— promessa, aurora, eterno — ti sfiorarono
l’anima, sì, ma con dolcezza tale
che tu, credendole
un sogno come tanti, senza domanda,
non hai pensato mai di rispondere a un sogno.

Pedro Salinas

(Traduzione di Valerio Nardoni)

da “Amore, mondo in pericolo. Lungo lamento”, Passigli Poesia, 2014

***

                                                  6

El aire ya es apenas respirable
porque no me contestas:
tú sabes bien que lo que yo respiro
son tus contestaciones. Y me ahogo.

La primera pregunta que te hice
fue cuando tú tenías
los brazos apoyados
en una barandilla de recuerdos,
una tarde inclinada
sobre ese lago azul que llevas dentro,
mirando a cuatro dudas
con plumaje de penas,
tan blancas y calladas como cisnes,
que lo surcaban, sin moverlo casi.
Tú mirabas la estampa
confusa de ti misma, te veías
en ella reflejada
pero con tal temblor, tan insegura
de tu propio existir, de lo que eras,
que te marchaste huyendo
a buscar en tu armario algún vestido
de denso terciopelo, y a probártelo.
Como está hecho a medida,
meter el cuerpo en él
es persuadirse unos instantes
por el consolador
y ajustado contacto de la tela,
de que se vive y de que somos algo
más que un reflejo trémulo
del que tenemos miedo, en aquel lago.
Y yo te pregunté: «¿Buscamos juntos?
Lo que se quiere hallar
en un agua tan vaga y tan borrosa
hay que buscarlo
por el aire hacia arriba.
Porque en lo hondo de un lago lo que hay siempre
es la copia de un ángel o de un dios,
la figura de un ser que allí se mira,
desde su verdadero ser celeste.
Y hay que buscarlo donde está; si buscas
como otras engañadas hacia abajo,
sólo te encontraras ramas o piedras,
limo blando y sortijas oxidadas.
¿Quieres, di, que vayamos por los años,
los años del futuro, como cielos,
en busca de tu ángel?
¿Quieres que sea yo tu compañero
para lo mismo que en las golondrinas
un ala es compañera de otra ala?
Yo saldré por la vía
más rápida que haya,
dentro de un radiograma, si me aceptas.»
Comprendo tu silencio. La pregunta
la hice a seis mil kilómetros
y como hablé muy bajo
para que sólo tú me oyeses,
no me pudiste oir. Y continúas
probándote vestidos que te calman.

La segunda pregunta la escribí
el mes de octubre, en una hoja del árbol
que hay cerca de tu casa. Tú sentías
el otoño llegar, aquella tarde,
en grandes cantidades
de viento gris y proyectos vagos,
apenas defendida
por una fe tan leve en tu calor
como la seda de tus medias.
Tu paso acelerado, contra el aire
se hacía la ilusión de que corriendo,
a primeros de octubre
se llega antes a la primavera.
Yo te escribí: «Tengo un verano
que se abre, sólo, cuando dos personas
que aman lo verde y tienen miedo al frío
al mismo tiempo llaman a su puerta.
No hay más invierno que la soledad.
Lo que funde la nieve es un amor
que se sirve del sol como su intérprete.
Toma mi brazo, acéptame este modo
sencillo de abolir, al mismo tiempo,
invierno y soledad, llamado amarse.
¿Quieres que entremos
en esas fiesta de las claridades
que empieza al iniciarse una pareja,
donde gracias a ciertas
sutiles transparencias y trasluces
de carne o de cristal, siempre anochece
mucho, mucho más tarde que en el mundo,
y la aurora coincide
con el primer deseo de la luz?»
El árbol entregó oportunamente
mi mensaje a tus pies. ¿Tú no recuerdas
una hoja que cayó cuando pasabas,
un rumor tierno por el suelo,
con las sílabas rotas de tu nombre
apenas susurradas, y un rodar
de materia muy leve, sobre piedras,
que iba detrás de ti, para salvarte
de tantas inclemencias solitarias?
Nunca me has contestado. Estoy seguro
de que, por no ir pensando en mí, la confundiste
con cualquier hoja de esas
que editan por millones los otoños
para hacer propagandas de lo ausente.

La tercera pregunta te la hice,
estando cerca, sí, muy cerca.
Abrazados estábamos.
Nuestro techo era abrazo,
las paredes y el suelo abrazo eran,
de ese color intenso
con que lo pinta todo el abrazarse.
Abrazo fue la puerta por donde entramos.
La ventana era abrazo.
La noche, sus praderas,
el rebaño de mansos rascacielos
pastando estrellas con el cuello erguido,
a través del abrazo lo veíamos.
La visión era abrazo y el oír abrazo.
Y estaban los sentidos
tan apretados unos contra otros
brindando a nuestra unión sus diferencias,
que hasta entonces mis ojos
no habían visto lo que vio el abrazo.
Por eso yo te pregunté sin voz
sólo estrechando aún más contra mi pecho
el cuerpo que los cielos me prestaban,
si tú sabías escribir
promesas con los ojos
y si en la hoja primera
del primer pliego de la aurora tú
me querrías trazar
cualquier palabra, por ejemplo: «eterno».
Mi afán era saber
cómo es tu letra cuando el alma escribe.
Tú no me has respondido. Lo comprendo.
Te habías ya dormido allí en mi pecho;
y mi pregunta como un ala se deshizo
al chocar con los ojos ya cerrados.
Algunas de sus plumas o palabras
-promesa, aurora, eterno- te rozaron
el alma, sí, pero tan levemente
que tú, creyendo que eran
uno de tantos sueños sin pregunta,
nunca has pensado en responder a un sueño.

Pedro Salinas

da “Largo lamento: Amor, mundo in peligro”, Cruz y Raya, Madrid, 1936

«Che corpi lievi, sottili» – Pedro Salinas

Lucien Clergue, Zebra Nude, Arles, 2010

[LXVIII]

Che corpi lievi, sottili,
vi sono, incolori,
vaghi come le ombre,
che non si possono baciare
se non posando le labbra
nell’aria, contro qualcosa
che passa e si rivela!

E che ombre brune vi sono,
cosí dure
che il loro scuro marmo freddo
non potrà mai abbandonarsi
appassionato fra le nostre braccia!

E che viavai, su e giú,
con l’amore che ondeggia,
dai corpi alle ombre,
dall’impossibile alle labbra,
senza sosta, senza sapere mai
se è anima di carne od ombra
di corpo ciò che baciamo,
se pure è qualcosa! Tremanti
di dare amore al nulla!

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

***

[LXVIII]

¡Qué cuerpos leves, sutiles,
hay, sin color,
tan vagos como las sombras,
que no se pueden besar
si no es poniendo los labios
en el aire, contra algo
que pasa y que se parece!

¡Y qué sombras tan morenas
hay, tan duras
que su oscuro mármol frío
jamás se nos rendirá
de pasión entre los brazos!

¡Y qué trajín, ir, venir,
con el amor en volandas,
de los cuerpos a las sombras,
de lo imposible a los labios,
sin parar, sin saber nunca
si es alma de carne o sombra
de cuerpo lo que besamos,
si es algo! ¡Temblando
de dar cariño a la nada!

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933