In progresso – Vladimír Holan

 

Nulla può assolvere il poeta, nemmeno la sua morte.
Eppure della sua rischiosa esistenza
restano qui sempre e ancora, ma come se in più
alcuni segni. E in essi
non c’è perfezione, invero, anche se fosse il paradiso,
ma veridicità, anche se dovesse essere l’inferno…

Vladimír Holan

(Traduzione dal ceco di Vlasta Fesslová. Versi italiani di Marco Ceriani)

Dalla raccolta In progresso (Versi degli anni 1943 -1948)

da “Vladimír Holan, Addio?”, Arcipelago Edizioni, 2014

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Na postupu

Básníka nemůže omluvit nic, ani jeho smrt.
A přece z jeho nebezpečného bytí
zůstává zde vždycky ještě jaksi navíc
několik jeho znamení. A v nich
věru ne dokonalost, i kdyby jí byl ráj,
nýbrž pravdivost, i kdyby jí mělo být peklo…

Vladimír Holan

da “Na postupu: verše z let 1943-1948”, Československý spisovatel, 1964

«In lontananza c’è sempre qualcosa che sfugge» – Martina Blažeková

Martina Blažeková

Ho attraversato le dune dove si incurvano
Dove la sabbia secca si agitava nell’aria
E percorro il solido limite.
Seamus Heaney, “La donna della riva”

In lontananza c’è sempre qualcosa che sfugge.
Ho imparato a ignorarla.
I contenitori d’acqua vuoti picchiettano i polpacci.
La dura sabbia compattata si crepa come una roccia,
lì le brecce sono sinuose, franano all’interno.
L’acqua a volte frusta, distrugge il bordo terso.
Qui non ci sono boe, così mi piace.
L’acqua è infinita, senza contatto.
Si smuove come sabbia.

La sorgente sgorga dalla roccia vicino alle dune.
E sotto una poltiglia di particelle taglienti.
Ho raccolto l’acqua nei vasi,
le gocce fredde si travasavano sul mio avambraccio.
Si alzò la sabbia, frustò i polpacci, attaccandosi alla pelle umida.
Camminai fino al limite, fino al mare,
il ritorno attraversando il sole.

Martina Blažeková

(Traduzione di Antonio Parente)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXIV, Aprile 2011, N. 259, Crocetti Editore

I segnali – Vladimír Holan

 

L’arte cominciò con la caduta degli angeli…
Il tempo dei capecchi, dei fastelli di concime, dell’àcoro pestato,
della cenere non arsa e delle lingue infrante dalla panna,
il tempo che si rade i peli sulle cosce d’una meretrice:
alleggerisce solo in apparenza.

Ma il tempo dei sassi, della matrigna che pettina e dello zoppicare dei cani,
il tempo che tossisce negli scantinati,
il tempo del becchino che, scavando la terra,
è come se volesse giungere a una piú autentica vita,
il tempo delle vertebre cervicali nel salto
sopra il fuoco di San Giovanni,
il tempo che esige tutto il nostro soccorso:
ha sempre ancora un peso esiguo.

L’arte cominciò con la caduta degli angeli.
Ma anch’essi bevvero vino, spezzarono il pane
e dormirono con femmine mortali −
e per questo, inebriati, cerchiamo di nuovo i segnali
come su un tavolo intaccato dal coltello di Orfeo…

Vladimír Holan

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “In progresso”, 1964, in Vladimír Holan, Una notte con Amleto”, Einaudi, Torino, 1966

«Il cielo di pecorelle» – Marek Šindelka

Eugène Boudin, Nuages blancs, ciel blu, Honfleur, vers 1859

 

Il cielo di pecorelle
digrada verso occidente
frangiventi lungo il cammino
come mangiatoie
socchiudo gli occhi
e creano una linea nera
cose simili sono ovunque
nel bosco e nei campi
legno grigio
vecchi recinti strani
– perché sono qui?

la neve non rimane molto tempo
sulla micotica foglia incollata
cammino
per il bosco che marcisce
l’inverno si affievolisce
fa gelo solo di mattina
sul campo
è appeso il punto nero della fame del gheppio

è sera
il sole enorme basso tra gli alberi
osservo il latte raccogliersi sulla terra arata
– le zolle si rivestono di un esile velo
da qualche parte in quell’argilla
si accoccola una pelliccia calda
un topolino caldo
sente la morte alta su di sé
e io penso
a quanta bellezza l’essere umano sia in grado di sopportare

Marek Šindelka

(Traduzione di Antonio Parente)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXIV, Aprile 2011, N. 259, Crocetti Editore

Se al cuore si potesse dire – Jaroslav Seifert

Edward Steichen, Princess Nathalie Paley

 

Se al cuore si potesse dire:
              non correre!
Se potessi ordinargli: brucia!
Già si spegne.
               Ancora una scarpina,
ancora una mano,
               ancora un anellino da cucito,
prima che la chiave giri e si apra quella porta
nella quale entriamo e piangiamo
per quella tremenda bellezza
              che viene chiamata vita.
Non vergognatevi, il Signore Gesú pianse anche lui.
Cosí chiare ieri brillavano le stelle.

Perché però deve parlar di sé un solo
             stelo,
se c’è l’erba?
             Mi scuso con voi,
vi domando soltanto qualche parola.

Quando per i dolori crollai
e la morte già si leccava il dito
              per spegnermi
la fiammella rossa del sangue,
venne colei che mi era la piú vicina,
s’inginocchiò accanto a me
             e si chinò ancora
per soffiarmi nei polmoni in lunghi baci
il suo dolce respiro come a un annegato.

E colui che se ne stava andando
aprí nuovamente gli occhi
per afferrarsi disperato
alle spalle e ai capelli chini.
È forse possibile vivere anche senza l’amore;
ma morire senza,
               questo è disperazione.

Ancora una fogliolina,
ancora un granello,
ancora una punta d’ago!
Che io possa ancora barcollare un momentino
nel mite perielio della femminilità,
che ci porta e riporta,
              cerca e lascia,
provoca e trattiene,
              accarezza e uccide,
ala e àncora,
              laccio e raggio,
rosa e artiglio fino alla fine.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Sergio Cordaus)

da “Concerto sull’isola”, 1965, in “Jaroslav Seifert, Vestita di luce”, Einaudi, Torino, 1986

***

Kdyby se dalo srdci říci

Kdyby se dalo srdci říci:
              nespěchej!
Kdybych mu mohl přikázati: hoř!
Už zhasiná.
             Jen ještě střevíček,
jen ještě dlaň,
              jen ještě náprstek,
než klíč se otočí a otevřou se dveře,
do kterých vcházíme a pláčem
pro tu strašnou krásu,
             které se říká život.
Nestyďte se, Pán Ježíš také plakal.
Včera tak jasně zářily hvězdy.

Proč má však o sobě hovořit jediné
             stéblo,
když je tráva?
             Já se vám omlouvám,
prosím jen o pár slov.

Když jsem se zhroutil bolestmi
a smrt si již naslinila prst,
               aby mi zhasila
červený plamínek krve,
přišla ta, která mi byla nejblíže,
poklekla vedle mě
              a sklonila se níž,
aby mi dlouhými polibky jako utopenci
nadechla do plic svůj sladký dech.

A ten, kdo už odcházel,
             otevřel znovu oči,
aby se rukama zoufale zachytil
skloněných ramen a vlasů.
Snad je možno i bez lásky žít;
však umírat bez ní,
          to je zoufalství.

Jen ještě lísteček,
             jen ještě zrníčko,
jen ještě na špičku špendlíku!
Abych mohl ještě se potácet chviličku
ve vlahém přísluní ženství,
které nás přivádí a odvádí,
             hledá a pomíjí,
nutká a zdržuje,
             sráží i pozvedá,
svazuje i rozvazuje,
             laská i zabíjí,
křídlo i kotva,
             pouto i paprsek,
růže i dráp až do konce.

Jaroslav Seifert

da “Koncert na ostrově”, Československý spisovatel, 1965