«Di pomeriggio uno scroscio di pioggia» – Jaroslav Seifert

Foto di Josephine Cardin

 

Di pomeriggio uno scroscio di pioggia
fece profumare anche l’erba pesta
e la sera, piena di primaverile malinconia,
lenta s’univa alla notte.

L’organetto tagliuzzava da tempo
una nuova canzone
quando tra le ali del cigno
entrò la ragazza dal bracciale d’argento.

Notai il suo polso
perché abbracciò il collo del cigno
e i suoi occhi
schivavano il mio sguardo avido.

Finalmente mi lanciò un’occhiata
ed ebbe un piccolo sorriso
per farmi poi un cenno con la mano
e infine mandarmi un bacio.
Fu tutto lì.

Aspettai che apparisse di nuovo
per saltar su da lei durante la corsa,
ma le ali restarono vuote.

Talvolta gli amori sembrano un fiore
di papavero selvatico,
non riesci a portarteli a casa.

Quella volta però le due lampade
sibilavano come serpe contro serpe,
due serpenti l’uno verso l’altro,
e io invano corsi
dietro le sue gambe

nel vasto buio.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Alena Wildová Tosi)

da “La colonna della peste”, in “Jaroslav Seifert, Le opere”, UTET, 1987

Quel che forse è da tacere – Jiří Orten

 

Oggi nessuno sa, nessuna fidanzata,
del sole ai bordi del bosco.
Pure fu questa un’estate, estate senza città,

E quando tutta seria camminate per la via
quasi vi contemplaste pallida dentro uno specchio,
almeno sussurrando vi vorrei dire

quel che forse è da tacere,
quel che è già senza calore.

Ah prendere per le briglie tutti i tristi ronzini,
loro evocando un sogno di foraggi
e potergli rispondere quando ti domanda

il ronzino piú smorto, insomma che cos’è
dormire un sonno d’inverno e dopo che cosa verrà –,
che una vana speranza soltanto c’è.

Perché anche la lucertola di cui mi ricordo
vorrebbe in sogno essere un cavallo.

Jiří Orten

14.1.1940.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

Snad se to neříká

Nikdo dnes neví, žádná nevěsta,
o slunci na kraji lesíka.
To bylo přece léto, léto bez města.

A když vy kráčíte tak vážně po ulici
jak viděla byste se bledá v zrcadle,
chtěl bych vám aspoň šeptem říci,

co se snad neříká,
co je už vychladlé.

Ach, vzíti všechny smutné herky za opratě,
sen přivolat jim o senu
a mocí odpovědět když se ptá tě

ta nejrnrtvéjší, co to vlastně je,
spát zimním spánkem a co přijde po něm –,
že je to jenom marná naděje.

Vždyť ještě ještěrka, na niž si vzpomenu,
chce ve snu býti koněm.

Jiří Orten

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

Mozartiana, II – Vladimír Holan

Foto di Nicola Bertellotti

I

C’è un destino forzuto, allattato fino ai diciotto
e che continua a crescere anche soldato.
E ce n’è un altro che sui cori dei templi
stende la colofonia del demone
sull’arco del violino di Stradivari…

Ma c’è il silenzio, che merita il perdono
per non essersi fatto udire finché non è comparso lui

II

Anche la bellezza può essere troppo manifesta.
Anche la bellezza può essere ingannevole.
Anche una visione chiarissima può essere impura…

L’abisso non smette di precipitare mentre il fondo sale.
Ma c’è il paradiso, che merita il perdono
per non essersi fatto udire finché non è comparso lui

III

Perché siamo qui, domandiamo nel sogno?
Perché c’eravamo, domandiamo al risveglio?
Perché ci saremo, quando non saremo più?

La sua risposta è il miracolo.

IV

La vide soltanto una volta.
Ma da quell’istante stupì
e intonò un canto ma non sapeva a chi,
e intonò un coro ma nessuno lo seguì…
Osò adorarla così per un anno intero,
presente per il futuro, come ormai sapeva,
laddove ignaro pesantemente ritornava
da Maria Vergine a Eva…

Poi le scrisse.
Era un uomo e quindi aveva paura.
Lesse la sua lettera alla luce di un camino
nel quale poi la gettò.
Ed egli lesse la sua risposta alla luce di una neve
che mai si scioglie…

V NELL’ORA VANA

È primavera… Di notte, nell’ora vana
udì gemere la vite,
nonostante il forte rumore dell’acqua
che si perdeva dallo stagno attraverso un foro
scavato nella diga dall’anguilla…

Che altro restava a lui, se non patire,
innamorato fino al collo della musica che svanisce,
il pianto e la tortura della mutezza?

Eppure, ecco, la bellezza a un tratto
e la grazia con cui ce l’ha partecipata!

VI

Dio, è così in tutto il mondo,
che superare il destino dove è ingiusto
non ingoia quasi più forze
che superare la pietà di coloro
cui il cuore scoppia, ma di gelo?

Spaventoso il pensiero che prima del Diluvio
soltanto otto erano i mortali devoti…

VII

Ridere di sé e non saperlo,
anche se tu fossi inghirlandato di cicuta,
questo prezzemolo dei folli,

insistere di tre sospiri nel proprio lavoro,
sempre più frutto e sempre più frutti,
amare dunque qualcuno più di se stesso.

Sì! Ma non vivremo intero neanche il dolore,
così breve è il tempo…

VIII

Lo vedi abbandonare la fontana
dove sazio di pesci Nettuno le donne occhieggia.
Lo vedi affrettare il passo
in un abito nero che ha dovuto far rivoltare,
lo vedi entrare sotto il portico
con un sorriso pudico per un sorso di vino,

avendo appena compreso
che i prodigi di Cristo Signore
ebbero origine in Canaan di Galilea…

E senti il suo cuore, pugno d’angelo,
battere alla finestra di tutti gli usignuoli…

Sì, perché non amava le riduzioni per pianoforte.

IX DON GIOVANNI

Non ancora lontananza, solo distanza…
Poi un bacio rubato…
Ma l’errore conta… L’offesa anche…
Curiosità della resa, che al femminile domanda e al maschile tace
che cos’è il destino di fronte a un sesso
che ha paura dei sogni…

X

Notte, che il piacere trasporta dall’inferno dentro una ferita
il cui sangue qualcuno tampona col velo d’una monaca.
Sì, basta concentrarsi e subito c’è tristezza,
basta concentrarsi e subito c’è morte…

Eppure, ecco, la bellezza a un tratto
e la grazia con cui ce l’ha partecipata.

Febbrili raggi della luna
e tu tremi, misero Mozart!
Il diteggiare dei sordomuti non è così folle,
perché in esso i vivi sono almeno due…

Senti prossimo il tempo finito.
Se almeno uno d’improvviso venisse di coloro
che saranno al tuo funerale,
e dunque nessuno!

XI

Carta da musica e bottiglia. Perché glie la rimproverate?
Forse che si libera così del vostro dolore?

Oppure la fuga. Perché disprezzate così?
Forse che non abbiamo perduto l’infanzia?

XII

La prima pioggia dell’anno… La sua zincografia…
Ma dentro la casa (senza che nessuno domandi
se vuoto di esseri il tempo sarebbe così insensato,
quando di loro gremito è folle),
ma dentro la casa vi sono degli ospiti.

C’è anche colei il cui cuore
è ferito dall’amore nella ragione,
c’è anche lui, la cui passione
è discesa nel cuore né più risalirà,
forse come pena per l’arte,
quando l’arte è idolatria.

“Ecco, il presente!
Occorre essere per vivere!”
si dicevano entrambi, e proprio in quel momento
su una porta cieca ristava un servitore
con vino segretamente avvelenato
ed esitava un poco, a chi di loro due
per primo offrire…

XIII

Udì cantare un usignuolo e nessuno lo convincerà
che canterebbe meglio se fosse accecato.
Udì cantare un ragazzo e nessuno lo convincerà
che canterebbe meglio se lo castrassero.
Udì cantare una fanciulla ed egli non credette
che avrebbe cantato meglio dopo lo ius primae noctis.

Ciò che è stato creato deve qui essere amato
senza che uno neppure sfiori l’altro.
E se in mare due navi si spezzano,
non è per non amore dell’una verso l’altra…

XIV

Ciò che qui viene vissuto con passione dura solo un attimo,
nel quale vibrano due destini
spinti a una vicinanza quasi invereconda…
È vicinanza senza intuizione,
vicinanza senza avventura,
vicinanza a tutto corpo,
vicinanza vicinanza…
Soltanto l’ebbrezza è ancora distacco…

XV SPIRITUS LENIS

Nel sentire piacere per la tentazione respinta,
taceva davanti alla sua verginità,
perché in ogni parola, anche nella parola
omessa dal sesso d’un uomo, c’è una ferita…
Solo un soffio d’intimità era tra loro,
soffio la cui delicatezza
era ancor più sottolineata dallo spazio
sfalciato crudamente dal cubismo della luna…

Come scaldava esser muto, intuire e adorare!
Anch’essa taceva
ed egli non dimenticò mai i suoi occhi.
Erano gli occhi della musica nella maschera mortuaria della gloria…

XVI

Come in sogno vagava nel bosco.
Il vento di settembre era ormai così colto
che soltanto sfogliava…
Ma quasi consacrata la sua mente non lasciava il musco stellato,
la felce dolcetta e la roccia e il capriuolo e la fonte —
e poi quasi il coro infantile dei colori,
che sfumava in primo piano:
tale era la grazia nel passaggio da uno all’altro…

Prostrato dalla gioia mormorava ammutolito:
E vogliono che io testimoni contro la bellezza,
allontani lo sconforto,
non mi dolga del peccato stroncato dalla morte,
e che attraverso la distruzione di tutto io giunga all’eroe!

XVII

Sempre quel non misurato, non contato,
ma sempre quel dono genetliaco
che il canto ha ricevuto per la festa:
Traurigkeit ward mir…

Eppure, ecco, la bellezza a un tratto
e la grazia con cui ce l’ha partecipata!

XVIII

Di nuovo si ode la sua voce,
voce di tremolo, come il cuore della luce
quando il cero ha paura,
voce di timore, umiltà e ardore,
voce che scusava questo mondo,
il mondo sempre accusato dietro le spalle di Dio…

Fu quella volta
quando lo ospitò santa Cecilia,
che più tardi, mentre lui suonava,
gli voltava i fogli dello spartito…

XIX

Le porte del ballo, murate dal plenilunio autunnale,
radunarono attorno a lui tutti gli uomini,
con la femminile conclusione di suppliche
affinché sonasse almeno le prime voci
per l’armonia di un agognato disincanto…
Ma egli aveva troppa pietà dei sopranisti evirati
per sostituirli col flauto alto
e pertanto disse: “Forse che non sentite come fuori il vento
legge il romanzo nero della vite canina?”

XX DOPO IL CONCERTO

È appena un attimo che Mozart
col flauto d’amore ha radunato tutti gli usignuoli del parco
sotto le finestre di Santa Maria in Puerpuerio —
e già sei più che abbandonato, già sei di nuovo solo…
Chi è abbandonato ha ancora il potere
di ricordare gli scomparsi…
Ma della solitudine (anche se di quella con occhi canini)
non sai mai se ti sarà fedele
almeno fino a quando finirà d’inghiottirti…

XXI

Quando è assente la donna amata
il buio in tutto folle si prende le sue gambe,
scivola in scarpine di ghiaccio
e incomincia la danza dal tuo letto
all’immensa sala dell’insonnia.

Le scarpine risuonano, girano, pestano, sfuriano
senza pietà, apertamente, sempre,
e stanno bene, certamente la danza è con un altro,
il tuo amore senza fede non fa che spingerle
dalla gelosia all’adulterio,
le ascolti per tutta la notte sempre più gelido —
ed esse si scioglieranno soltanto nel momento
del ritorno a te…

XXII

Diceva che la morte è la chiave
della vera felicità.
Nere chiavi, nere note, nere pause.

Ma davvero bianchi sono i globuli del sinforicarpo
sotto la lente d’ingrandimento del sole d’autunno …

Biliardo…

XXIII MOZART A KAMPA

Il parco piove in pioggia. I rami hanno già infilato le braccia
nella manica di nuda scorza e ora le ripiegano
suonando il pianoforte dell’aria.
Note, pause e chiavi!

In un’ora così tarda si stringe il cuore dalla paura,
sentendo sempre musica, non voce umana.
Ma quella voce dovrebbe comunque tacere,
e tacere nella lingua della festa

XXIV

Paura…
La sua paura dell’ora fiscale della morte.
Allora poi qui non c’è neppure
un semispazio col crocifisso in gesso,
salvo forse, da qualche parte, un cantuccio,
un’arpa a pedale col velo di ragnatele calato,
e il tracollo e il pianto…

È la fine di tutto? O deve ancora attendere
che a cura delle pietre sepolcrali
esca l’edizione litografata del suo Requiem?

XXV

Ma come un bevitore rovesciò la Alpi,
posando poi malfermo la bottiglia
sullo scricchiante gradino della paura della morte,
lui, così stretto a sé, che nel mezzo entrava
l’intera immortalità.
E davvero: in sua presenza
il coltello sotto la gola d’un agnello non potrebbe tagliare
e lo stagno in cui fusero i fonti battesimali
ritornerebbe alla forma sostanziale.

Che anche la gioia s’è stretta a lui nel mondo
e ha avuto bambini? Ah sì,
solo che quanto spesso e straziando
essa di nuovo agognava la libertà,
e quando distolse il cuore
prese una stessa lingua col diavolo,
che se ci tenta
striscia o si cela o porta zoccoli.

XXVI

Nel suo piccolo frac ha sorvolato torbida corrente d’uomini
come un uccello dei ghiacci, quell’alcione.
E amava ridere e piangere di gioia e di dolore,
poiché apparteneva a tutto il paradiso ma solo a una parte della terra,
solo ad alcune gioie ma a tutte le tragedie.

Per le une e le altre, era un angelo incognito.
Ma non se lo confessava.

XXVII LA BELLE DAME SANS MERCI

Chi ti ha deriso? —
“Non ricordo più.”
Chi ti ha gridato? —
“Non rammento.”
Chi ha domandato di te?
“Se lo sapessi.”
Chi ti ha parlato? —
“Non ne ho idea.”
Chi ti ha mormorato? —
“È difficile dire.”
Chi ha taciuto con te? —
“Lei!”

XXVIII BELLA MIA FIAMMA, ADDIO!

Come si snoda crudele il laccio della corda che si spezza
mentre il tarlo scava nel violino dell’insonnia!
Tutte le preghiere di aiuto,
gli amici e perfino i nemici
sono usciti per una porta segreta.
Già da tempo è andata via anche quella fanciulla
che con un mazzo di fiori aveva detto:

“Signore, e mio signore serenissimo,
ne vorreste?
Ma ho soltanto rose nere!”

Il punto più vulnerabile del cuore
è insieme il punto più profondo dell’anima,
dove come genio siete solo, misero Mozart!

XXIX 

Il corpo in una tela iuta, che hanno tinto col nerofumo.
Il ventre vuoto per i secoli. Non dormirai fino al pane.
Sincero scricchiolio del feretro. Funerale di ultima classe.
Il vento tira pioggia e amicizia senza tregua.
Un becchino. Vano nel senso di non socievole.
La sua tasca. Una bottiglia di acquavite portata al lavoro.
Consenso alla vita…

XXX BERTRAMKA

No, qui non occorre
turarsi le orecchie con una cascata alpina.
Qui solo il silenzio
sfoglia l’album delle silhouettes,
rare volte disturbato perché guardi fuori e osservi
gli anelli della pioggia sotto la gronda d’un accordo in maggiore…
Oltre al silenzio, sono qui altri due.
Per giungere, il fantasma deve andare a se stesso.

Ma il genio è presenza che non cessa.

Vladimír Holan

(Traduzione di Sergio Corduas)

“Mozartiana, II”, (1952-1954), pubblicata in “In forma di parole, I”, Elitropia, 1980

Dolcemente – František Halas

Foto di Paul Apal’kin

 

Magra spiga è il tuo corpo
da cui il chicco è caduto e non tornerà a germogliare
come una spiga magra è magro il tuo corpo

Matassa di seta è il tuo corpo
vergato dalla brama sino all’ultima ruga
come una matassa di seta è il tuo corpo

Cielo bruciato è il tuo corpo
nel tessuto la morte sogna agguati
come un cielo bruciato è il tuo corpo

Dolcissimo è il tuo corpo
il suo pianto muove le mie palpebre
com’è dolce il tuo corpo

František Halas

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Il volto”, 1931, in “František Halas, Imagena”, Einaudi, Torino, 1971

∗∗∗

Tiše

Kláskem hubeným je tělo tvé
z nějž zrno vypadlo a nevzklíčí
jak klásek hubený je tělo tvé

Přadenem z hedvábí je tělo tvé
toužením popsané do vrásky poslední
jak přadeno z hedvábí je tělo tvé

Spáleným nebem je tělo tvé
číhavě v tkáni smrtka sní
jak spálené nebe je tělo tvé

Přetiché je tělo tvé
jeho pláč zachvívá mými víčky
jak tiché je tělo tvé

František Halas

da “Tvář”, in “Básně”, Československý spisovatel, Praha, 1937

La ballerina – Vladimír Holan

Foto di Rodney Smith

 

Sei l’unica realtà che può mutare i nomi, senza
rinnegare la concezione e la stirpe… E forse proprio per questo
non ho mai potuto strettamente compararti
a un quadro, a un fiore, ad una fiamma o al vento. E forse
proprio per questo ho avuto sempre compassione
dei tuoi belli pazienti piedi scalzi,
sporcati dalla polvere delle assi. E forse proprio per questo
sei per me umanamente terrestre ed a fatica dunque lavora il tuo respiro
dal ventre ai seni, che sono superstiziosi
come due tempeste nella notte di San Giovanni.
Lavori senza laghi… Ma la musica strilla e vuol bere
e striscia con allettante imbrunire di mosse
almeno verso il tuo sudore, mentre io,
che non posso mentire, mi accorgo senza alcun merito
che tutti i luoghi da baciare sono proprio soltanto sul tuo corpo.
Ma tu li getti nel vuoto, perché non hai
piú bisogno di nulla, nemmeno di te stessa…

Vladimír Holan

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “In progresso”, 1964, in “Vladimír Holan, Una notte con Amleto”, Einaudi, Torino, 1966