La lingua greca – Nikiforos Vrettakos

William Adolphe Bouguereau, Angels Playing Violin

 

Quando un giorno me ne andrò da questa luce,
vorticherò verso l’alto come
un ruscello mormorante.
E se per caso da qualche parte
tra i corridoi azzurri
incontrerò gli angeli,
parlerò loro in greco, poiché
non sanno le lingue. Parlano
tra loro in musica.

Nikiforos Vrettakos

(Traduzione di Gilda Tentorio)

Da Doni in sospeso, 1986 

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVII, Gennaio 2014, N. 289, Crocetti Editore

∗∗∗

Ἡ Ἑλληνική γλῶσσα

Ὅταν κάποτε φύγω ἀπό τοῦτο τό φῶς
θά ἑλιχθῶ πρός τά πάνω ὅπως ἕνα
ρυακάκι πού μουρμουρίζει.
Κι ἂν τυχόν κάπου ἀνάμεσα
στούς γαλάζιους διαδρόμους
συναντήσω ἀγγέλους, θά τούς
μιλήσω ἑλληνικά, ἐπειδή
δέν ξέρουνε γλῶσσες. Μιλᾶνε
μεταξύ τους μέ μουσική.

Νικηφόρος Βρεττάκος

da “Εκκρεμής δωρεά”, Αθήνα: Τρία Φύλλα, 1986

Di mia madre – Adam Zagajewski

Foto di Grzegorz Jakubowski

 

Di mia madre nulla saprei dire –
come ripeteva, rimpiangerai un giorno,
quando non ci sarò più, e come io non credevo
né nel “più”, né nel “non ci sarò”,
come mi piaceva guardare, quando leggeva un romanzo alla moda,
dando un’occhiatina subito all’ultimo capitolo,
come in cucina, reputando che non sia, questo,
il luogo fatto per lei, prepara il caffè domenicale,
oppure, ancora peggio, i filetti di merluzzo,
come aspetta l’arrivo degli ospiti e si guarda allo specchio,
facendo quella faccia che la proteggeva dal
vedere realmente se stessa (cosa che, pare,
ho ereditato da lei, insieme ad alcune altre debolezze),
come, poi, disinvoltamente disserta di cose
che non erano il suo forte, e io con pungente
stoltizia la richiamavo, come quando
si paragonò a Beethoven nel processo di crescente sordità,
e io dissi, crudelmente, ma sai, lui
aveva talento, e come tutto mi perdonava
e come io lo ricordo, e come volavo da Houston
al suo funerale e in aereo veniva dato
un film comico e come piangevo di riso
e di rimpianto, e come nulla ero in grado di dire
e continuo a non esserlo.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Asimmetria, 2014”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

O mojej matce

O mojej matce nie umiałbym nic powiedzieć –
jak powtarzała, będziesz kiedyś żałował,
gdy mnie już nie będzie, i jak nie wierzyłem
ani w „już”, ani w „nie będzie”,
jak lubiłem patrzeć, kiedy czytała modną powieść,
zaglądając od razu do ostatniego rozdziału,
jak w kuchni, uważając, że to nie jest dla niej
odpowiednie miejsce, przyrządza niedzielną kawę,
albo, jeszcze gorzej, filety z dorsza,
jak czeka na przyjście gości i patrzy w lustro,
robiąc tę minę, która skutecznie chroniła ją przed
zobaczeniem siebie naprawdę (co, zdaje się,
odziedziczyłem po niej, jak i kilka innych słabości),
jak potem swobodnie rozprawia o rzeczach,
które nie były jej forte, i jak ja jej niemądrze
dokuczałem, tak jak wtedy, kiedy ona
porównała siebie do Beethovena, głuchnącego,
a ja powiedziałem, okrutnie, ale wiesz, on
miał talent, i jak wszystko mi wybaczała
i jak ja to pamiętam, i jak leciałem z Houston
na jej pogrzeb i w samolocie wyświetlano
komedię i jak płakałem ze śmiechu
i z żalu, i jak nic nie umiałem powiedzieć,
i wciąż nie umiem.

Adam Zagajewski

da “Asymetria”, A5 K. Krynicka, 2014

«Anche tu sei collina» – Cesare Pavese

Édouard Boubat, Jeune fille aux fleurs, 1949

 

Anche tu sei collina
e sentiero di sassi
e gioco nei canneti,
e conosci la vigna
che di notte tace.
Tu non dici parole.

C’è una terra che tace
e non è terra tua.
C’è un silenzio che dura
sulle piante e sui colli.
Ci son acque e campagne.
Sei un chiuso silenzio
che non cede, sei labbra
e occhi bui. Sei la vigna.

È una terra che attende
e non dice parola.
Sono passati giorni
sotto cieli ardenti.
Tu hai giocato alle nubi.
È una terra cattiva –
la tua fronte lo sa.
Anche questo è la vigna.

Ritroverai le nubi
e il canneto, e le voci
come un’ombra di luna.
Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.

Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.

Cesare Pavese

30–31 ottobre 1945.

da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951

Addii – Ghiannis Ritsos

Andrew Wyeth, Moon Madness, 1982

 

Grandi stanze di vecchie case avite di provincia
piene di fischi di navi lontane, piene
di spenti rintocchi di campane e di battiti profondi
d’orologi antichissimi. Nessuno abita piú qui dentro
eccetto le ombre, e un violino appeso al muro,
e le banconote fuori corso sparse sulle poltrone
e sul letto largo con la coperta gialla. Di notte
scende la luna, passa davanti agli specchi esanimi
e coi gesti piú lenti rassetta dietro i vetri
i fischi d’addio delle navi affondate.

Ghiannis Ritsos

Karlòvasi 15.VΙΙΙ.1978

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Il funambolo e la luna”, Crocetti Editore, 1984

∗∗∗

Ἀποχαιρετισμοί

Μεγάλα δωμάτια παλιῶν αρχοντι ϰῶν στήν ἐπαρχία
γεμάτα ἀπό σφυρίγματα μα ϰρινῶν πλοίων, γεμάτα
ἀπό σβησμένες ϰαμπανο ϰρουσίες ϰαί βαθιούς χτύπους
πανάρχαιων ρολογιῶν. Κανείς δέν ϰατοι ϰεῖ ἐδώ μέσα
πάρεξ οί σ ϰιές, ϰι ἕνα βιολί ϰρεμασμένο στόν τοῖχο,
ϰαί τ’ ἄχρηστα χαρτονομίσματα σ ϰόρπια στίς πολυθρόνες
ϰαί τό φαρδύ ϰρεβάτι μέ τήν ϰίτρινη ϰουβέρτα. Τίς νύχτες
ϰατεβαίνει ἡ σελήνη, προσπερνάει τούς ἄπνοους ϰαθρέφτες
ϰαί μέ τίς πιό ἀργές χειρονομίες συγυρίζει πίσω ἀπ’ τά τζάμια
τ’ ἀποχαιρετιστήρια σφυρίγματα τῶν βυθισμένων πλοίων.

Γιάννης Ρίτσος

Καρλόβασι, 15.VΙΙΙ.1978

da “Ό σχοινοβάτης καί ή σελήνη”, 1982

La serie bianca – Louise Glück

Lucio Fontana, Concetto Spaziale. Attese, 1965-1966

 

Un giorno segue senza sosta l’altro.
L’inverno è passato. Le luci di Natale si abbassarono
insieme alle stelle malandate
infilzate nelle varie vie dello shopping.
Carri di fiori apparvero sui marciapiedi bagnati,
le ceste di metallo pieni di cotogni e anemoni.

La fine andava e veniva.
O dovrei dire, a intervalli la fine si avvicinava;
sono passata attraverso di lei come un aereo passa attraverso una nuvola.
Dall’altro lato, l’insegna libero brillava ancora sopra la toilette.

Mia zia è morta. Mio fratello si è trasferito in America.

Sul mio polso, il quadrante dell’orologio luccicava nella falsa oscurità
(veniva proiettato un film).
Questa era la sua caratteristica speciale, una sorta di pulsazione bluastra
che ha reso i numeri di facile lettura, anche in assenza di luce.
Principesco, ho sempre pensato.

Eppure l’avanzare sereno della lancetta delle ore
non rappresentava più la mia percezione del tempo
che era diventato un senso di immobilità
espresso come movimento su grandi distanze.

La mano si mosse;
le dodici, mentre guardavo, rimasero sempre quelle.

In effetti il tempo era ormai l’ambiente in cui
ero contenuta con i miei compagni di viaggio,
come il neonato è contenuto nella sua robusta culla
o, per allungare il succo, come il nascituro
sguazza nel grembo materno.

Fuori dal grembo, la terra era scomparsa;
Potevo vedere bagliori di fulmini colpire l’ala.

Quando i miei soldi finirono,
sono andata a vivere per un po’
in una piccola casa sulla proprietà di mio fratello
nello stato del Montana.

Sono arrivata col buio;
all’aeroporto, i miei bagagli erano andati smarriti.

Mi sembrava di essermi mossa
non orizzontalmente ma piuttosto da un punto molto basso
a qualcosa di molto alto,
forse ancora nell’aria.

In effetti, il Montana era come la luna –
Mio fratello ha guidato con sicurezza sulla strada ghiacciata,
di tanto in tanto fermandosi a indicare
qualche rara costruzione.

Stavamo, per lo più, in silenzio.
Mi venne in mente che avevamo ripreso
le posizioni dell’infanzia,
le nostre gambe si toccavano, il volante
ora sostituiva il libro.

Eppure, nel senso più profondo, erano intercambiabili:
mio fratello non sempre aveva guidato,
se stesso e me, fuori dalla nostra squallida camera da letto
in una notte di rocce e laghi
punteggiata di spade che spuntavano qua e là –

Il cielo era nero. La terra era bianca e fredda.

Ho visto la notte svanire. Sopra il bianco della neve
il sole è sorto, tingendo la neve di uno strano colore rosato.

Poi siamo arrivati.
Restammo un po’ nella fredda sala, aspettando che ci riscaldassimo.
Mio fratello ha annotato la mia lista della spesa.
Sul viso di mio fratello
ondate di tristezza alternate a ondate di gioia.

Ho pensato, ovviamente, alla casa in Cornovaglia.
Le mucche, la monotona musica estiva delle campane –

Ho provato, come si può immaginare, un istante di puro terrore.

E poi mi sono ritrovata sola.
Il giorno successivo sono arrivate le mie valigie.

Ho disfatto le mie poche cose.
La fotografia dei miei genitori il giorno del loro matrimonio
a cui avevo aggiunto
una fotografia di mia zia nella sua giovinezza fallita, un souvenir
da lei amato e che mi aveva passato.

Oltre a questi, solo articoli da toeletta e farmaci,
insieme alla mia piccola collezione di abiti invernali.

Mio fratello mi ha portato libri e riviste.
Mi ha insegnato varie tecniche del nuovo mondo
di cui presto non avrei avuto più bisogno.

Eppure questo era per me il nuovo mondo:
non c’era nulla e non doveva succedere nulla.
La neve è caduta. Certi pomeriggi,
ho dato lezioni di disegno alla moglie di mio fratello.

Ad un certo punto ho ripreso a dipingere.

Impossibile formarsi
un qualsiasi giudizio sul valore dell’opera.
Basti dire che i dipinti erano
immensi e interamente bianchi. La vernice era spessa
e applicata con grandi pennellate irregolari –

Campi di bianco e squarci, bagliori
di blu, l’azzurro del cielo occidentale,
o quello che io stessa ho chiamato
quadrante blu. Mi parlava di un altro mondo.

Ho guidato la mia gente, diceva,
nel deserto
dove saranno purificati.

La moglie di mio fratello rimaneva affascinata.
A volte veniva mio nipote
(presto sarebbe diventato il mio compagno di vita).
Vedo, lei diceva, il volto di un bambino.

Intendeva, penso, quei sentimenti emanati dalla superficie,
sentimenti di impotenza o desolazione –

Fuori cadeva la neve.
Ero stata, mi sentivo, accettata nella sua quiete.
E allo stesso tempo, ogni tocco era una decisione,
non una decisione consapevole, ma comunque una decisione,
come quando, ad esempio, l’assassino preme il grilletto.

Questo, sta dicendo. Questo è quello che intendo fare.
O forse, cosa devo fare.
Oppure questo è tutto quello che posso fare.
Qui, credo, finisce l’analogia
in una marea di giudizi morali.

Dopo, immagino, non ricorda nulla.
Allo stesso modo, non posso dire esattamente
come sono nati questi dipinti, anche se alla fine
ce n’erano molti, difficili da spedire a casa.

Quando sono tornata, Harry era con me.
È, credo, un ragazzo gentile
con un gusto per la vita domestica.
In effetti, ha imparato a cucinare da solo
nonostante l’esigenze del suo piano di studi.

Andiamo d’accordo. Spesso canta mentre fa il suo lavoro.
Così mia madre cantava (o, più probabilmente, così ha riferito mia zia).
Chiedo, spesso, qualche brano particolare a cui sono legata,
e lui lo impara. È, come ho detto,
un ragazzo premuroso. Le colline sono vive, canta,
ancora ed ancora. E a volte, nei miei stati d’animo più bui,
il Jacques Brel che mi ha stregata.

Il piccolo gatto è morto, nel senso, suppongo,
d’ultima speranza.*

Il gatto è morto, canta Harry,
sarà inutile senza il suo corpo.
Questo, nella voce di Harry, è profondamente rilassante.

A volte la sua voce trema, come per una grande emozione,
e poi per un po’ le colline sono vive copre
il gatto è morto.

Ma non dobbiamo, sostanzialmente, scegliere tra di loro.

Tuttavia, le canzoni più oscure lo suscitano; ogni verso acquista variazioni.

Il gatto è morto: chi premerà, ora,
il suo cuore sul mio cuore per scaldarmi?

La fine della speranza, penso che significhi,
eppure nella voce di Harry sembra che una grande porta si stia aprendo –

Il gatto innevato scompare tra i rami alti;
Cosa vedrò quando lo seguirò?

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
* Fa riferimento al paradosso di Schrödinger [NdT]
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

The white series 

One day continuously followed another.
Winter passed. The Christmas lights came down
together with the shabby stars
strung across the various shopping streets.
Flower carts appeared on the wet pavements,
the metal pails filled with quince and anemones.

The end came and went.
Or should I say, at intervals the end approached;
I passed through it like a plane passing through a cloud.
On the other side, the vacant sign still glowed above the lavatory.

My aunt died. My brother moved to America.

On my wrist, the watch face glistened in the false darkness
(the movie was being shown).
This was its special feature, a kind of bluish throbbing
which made the numbers easy to read, even in the absence of light.
Princely, I always thought.

And yet the serene transit of the hour hand
no longer represented my perception of time
which had become a sense of immobility
expressed as movement across vast distances.
The hand moved;
the twelve, as I watched, became the one again.

Whereas time was now this environment in which
I was contained with my fellow passengers,
as the infant is contained in his sturdy crib
or, to stretch the point, as the unborn child
wallows in his mother’s womb.

Outside the womb, the earth had fallen away;
I could see flares of lightning striking the wing.
When my funds were gone,
I went to live for a while
in a small house on my brother’s land
in the state of Montana.
I arrived in darkness;
at the airport, my bags were lost.

It seemed to me I had moved
not horizontally but rather from a very low place
to something very high,
perhaps still in the air.

Indeed, Montana was like the moon—
My brother drove confidently over the icy road,
from time to time stopping to point out
some rare formation.

We were, in the main, silent.
It came to me we had resumed
the arrangements of childhood,
our legs touching, the steering l
now substituting for the book.

And yet, in the deepest sense, they were interchangeable:
had not my brother always been steering,
both himself and me, out of our bleak bedroom
into a night of rocks and lakes
punctuated with swords sticking up here and there—

The sky was black. The earth was white and cold.

I watched the night fading. Above the white snow
the sun rose, turning the snow a strange pinkish color.

Then we arrived.
We stood awhile in the cold hall, waiting for the heat to start.
My brother wrote down my list of groceries.
Across my brother’s face,
waves of sadness alternated with waves of joy.

I thought, of course, of the house in Cornwall.
The cows, the monotonous summery music of the bells—

I felt, as you will guess, an instant of stark terror.

And then I was alone.
The next day, my bags arrived.

I unpacked my few belongings.
The photograph of my parents on their wedding day
to which was now added
a photograph of my aunt in her aborted youth, a souvenir
she had cherished and passed on to me.

Beyond these, only toiletries and medications,
together with my small collection of winter clothes.

My brother brought me books and journals.
He taught me various new world skills
for which I would soon have no use.

And yet this was to me the new world:
there was nothing, and nothing was supposed to happen.
The snow fell. Certain afternoons,
I gave drawing lessons to my brother’s wife.

At some point, I began to paint again.

It was impossible to form
any judgment of the work’s value.
Suffice to say the paintings were
immense and entirely white. The paint had been
applied thickly, in great irregular strokes—

Fields of white and glimpses, flashes
of blue, the blue of the western sky,
or what I called to myself
watch-face blue. It spoke to me of another world.

I have led my people, it said,
into the wilderness
where they will be purified.

My brother’s wife would stand mesmerized.
Sometimes my nephew came
(he would soon become my life companion).
I see, she would say, the face of a child.

She meant, I think, that feelings emanated from the surface,
feelings of helplessness or desolation—

Outside, the snow was falling.
I had been, I felt, accepted into its stillness.
And at the same time, each stroke was a decision,
not a conscious decision, but a decision nevertheless,
as when, for example, the murderer pulls the trigger.

This, he is saying. This is what I mean to do.
Or perhaps, what I need to do.
Or, this is all I can do.
Here, I believe, the analogy ends
in a welter of moral judgments.

Afterward, I expect, he remembers nothing.
In the same way, I cannot say exactly
how these paintings came into being, though in the end
there were many of them, difficult to ship home.

When I returned, Harry was with me.
He is, I believe, a gentle boy
with a taste for domesticity.
In fact, he has taught himself to cook
despite the pressures of his academic schedule.

We suit each other. Often he sings as he goes about his work.
So my mother sang (or, more likely, so my aunt reported).
I request, often, some particular song to which I am attached,
and he goes about learning it. He is, as I say,
an obliging boy. The hills are alive, he sings,
over and over. And sometimes, in my darker moods,
the Jacques Brel which has haunted me.

The little cat is dead, meaning, I suppose,
one’s last hope.

The cat is dead, Harry sings,
he will be pointless without his body.
In Harry’s voice, it is deeply soothing.

Sometimes his voice shakes, as with great emotion,
and then for a while the hills are alive overwhelms
the cat is dead.
But we do not, in the main, need to choose between them.

Still, the darker songs inspire him; each verse acquires variations.

The cat is dead: who will press, now,
his heart over my heart to warm me?

The end of hope, I think it means,
and yet in Harry’s voice it seems a great door is swinging open—
The snow-covered cat disappears in the high branches;
O what will I see when I follow?

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014