«È più allentato l’alveare di neve» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

II.

È più allentato l’alveare di neve,
il cristallo più trasparente della finestra
e il velo turchese
con noncuranza è buttato sulla sedia.

Il tessuto, ebbro di se stesso,
carezzevole per le lusinghe della luce,
assapora l’estate
come non toccato dall’inverno.

E se nei diamanti di ghiaccio
scorre il gelo dell’eternità,
qui c’è il palpito delle libellule
presto-in-vita, occhiazzurri…

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1910

(Traduzione di Gianfranco Lauretano)

da “Pietra”, il Saggiatore, Milano, 2018

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II.

Медлительнее снежный улей,
Прозрачнее окна хрусталь
И бирюзовая вуаль
Небрежно брошена на стуле.

Ткань, опьяненная собой,
Изнеженная лаской света,
Она испытывает лето,
Как бы нетронута зимой.

И, если в ледяных алмазах
Струится вечности мороз,
Здесь – трепетание стрекоз
Быстроживущих, синеглазых…

Осип Эмильевич Мандельштам

da “Камень”, Akmè, 1913

La presente traduzione di Kamen’ tiene conto il più possibile della storia della composizione del volume. L’interesse principale è per la poesia del primo Mandel’stam, volendo presentare al lettore italiano il pensiero del poeta e il clima culturale dei suoi anni di formazione e di esordio, ma all’esiguo numero di composizioni di K1 si è aggiunta gran parte delle poesie pubblicate nelle edizioni successive, facenti parte dello stesso humus artistico-letterario, quello che coincide con il «periodo creativo, la tappa» del primo Mandel’stam. La guida è stata l’edizione critica di Kamen’ curata da Ginsburg, Mets, Vasilenko e Frejdin, pubblicata nel 1990 dall’editore Nauka di Leningrado, intrecciata all’edizione critica Stichotvorenija. Proza, a cura di Frejdin e Gasparov (Ripoi Klassik, Mosca 2001). [N.d.C]

In una villa medicea – Piero Bigongiari

Foto di Katia Chausheva

 

Scivolerai dentro uno specchio nero
col peso della tua ala corvina,
ti solleva la forza a cui reclina
discende la tua anima di fuoco.

La luna scalderà ancora i ginepri 
nel giardino segreto ove una spalla
illividiva cieca al roteare
dei pianeti che a lungo la cercavano, 

gli spiragli lucenti dentro i vepri,
il lampo delle chiome dissuase,
e la mano che palpa quanto, addietro,
non è ancora paura e la conduce,

e le sete gualcite, i fiori, i veli
ove il passo tuo aptero rallenta
come una lunga musica di cieli
vi dissesti le stelle all’albeggiare.

Piero Bigongiari

da “Almanacco dello Specchio 2009”, Milano, Mondadori, 2010

Le mani vuote – Nikiforos Vrettakos

Foto di Jonas Hafner

 

“Io non ho da darti nulla”, hai detto. “Nulla,
sono vuote le mie mani”.
                                          Ma
il cielo sopra di me, eri tu che me lo portavi.
E la città era bella quella sera.
E tutto aveva un’aria tenera e serena. E la pioggia
come luce cristallina cadeva: fine, delicata,
come dolcezza che piove sui fiori. Una treccia di seta
stillava fin dentro il mio cuore.
Ma camminavamo lenti sulla strada, perché tu
portavi pesantezza di luce, come di granito. Perché tu
avevi le mani piene. A tal punto che
riuscivi appena a sollevare il peso. A stento
potevi muovere i passi.
                                    Perché avevi le mani
cariche di pietre tagliate dalla

latomia del sole.
                          Da domani
comincerò a costruire.

Nikiforos Vrettakos

(Traduzione di Gilda Tentorio)

Da L’abisso del mondo, 1961

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVII, Gennaio 2014, N. 289, Crocetti Editore

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Τα τρύπια χέρια

«Εγώ δε έχω να σου δώσω τίποτα» είπες. «Τίποτα,
είναι τρύπια τα χέρια μου»
                                             Ενώ
τον ουρανό που ήταν πάνω μου εσύ μου τον έφερνες.
Κ’ η πολιτεία ήταν όμορφη εκείνο το βράδυ.
Κι όλα είχαν όψη τρυφερή και ήρεμη. Κ’ η βροχή
σαν ένα διάφανο έπεφτε φως’ αραιή, απαλή,
σα καλωσύνη σε λουλούδια. Βαθιά στην καρδιά μου
σιγοψιχάλιζε ένα φως σαν στριμμένο μετάξι.
Μα περπατούσαμε σιγά στο δρόμο, γιατί εσύ,
κρατούσες κάτι σαν γρανίτη ή βαρύ φως. Γιατ’ είχες
εσύ τα χέρια σου γιομάτα. Τόσο, που
μόλις εσήκωνες το βάρος. Μόλις που μπορούσες
να ορίζεις το βήμα σου.
                                      Γιατ’ είχες τα χέρια σου
φορτωμένα με πέτρες κομμένες απ’ το
λατομείο του ήλιου.

                                 Άπ’ αύριο
θ’ αρχίζω να χτίζω.

Νικηφόρος Βρεττάκος

da “Το βάθος του κόσμου”, Αθήνα, Ματαράγκας, 1961

La finestra aperta – Louise Glück

Foto di Marcello Comitini

 

Uno scrittore anziano aveva preso l’abitudine di scrivere la parola FINE su un pezzo di carta prima di iniziare i suoi racconti, dopo di che raccoglieva una pila di pagine, particolarmente sottili in inverno quando la luce del giorno era breve, e relativamente spesse in estate quando il suo pensiero diventava di nuovo sciolto e associativo, espansivo come il pensiero di un giovane. Indipendentemente dal loro numero, metteva queste pagine bianche sull’ultima, coprendola. Solo allora la storia gli sarebbe giunta, casta e raffinata d’inverno, più libera d’estate. Con questi sistemi era diventato un maestro riconosciuto.

Lavorava di preferenza in una stanza senza orologi, confidando che la luce gli dicesse quando la giornata era finita. In estate, gli piaceva la finestra aperta. Come può, d’estate, entrare nella stanza il vento invernale? Hai ragione, gridò al vento, questo è quello che mi è mancato, questa risolutezza e repentinità, questa sorpresa — Oh, se potessi farlo sarei un dio! E giaceva sul pavimento freddo dello studio a guardare il vento che agitava le pagine, mescolando le scritte e le bianche, tra loro la fine.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

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The open window 

An elderly writer had formed the habit of writing the words THE END on a piece of paper before he began his stories, after which he would gather a stack of pages, typically thin in winter when the daylight was brief, and comparatively dense in summer when his thought became again loose and associative, expansive like the thought of a young man. Regardless of their number, he would place these blank pages over the last, thus obscuring it. Only then would the story come to him, chaste and refined in winter, more free in summer. By these means he had become an acknowledged master.

He worked by preference in a room without clocks, trusting the light to tell him when the day was finished. In summer, he liked the window open. How then, in summer, did the winter wind enter the room? You are right, he cried out to the wind, this is what I have lacked, this decisiveness and abruptness, this surprise—O, if I could do this I would be a god! And he lay on the cold floor of the study watching the wind stirring the pages, mixing the written and unwritten, the end among them.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014

Paesaggio [VI] – Cesare Pavese

Foto di Tina Fersino

 

Quest’è il giorno che salgono le nebbie dal fiume
nella bella città, in mezzo a prati e colline,
e la sfumano come un ricordo. I vapori confondono
ogni verde, ma ancora le donne dai vivi colori
vi camminano. Vanno nella bianca penombra
sorridenti: per strada può accadere ogni cosa.
Può accadere che l’aria ubriachi.

                                                            Il mattino
si sarà spalancato in un largo silenzio
attutendo ogni voce. Persino il pezzente,
che non ha una città né una casa, l’avrà respirato,
come aspira il bicchiere di grappa a digiuno.
Val la pena aver fame o esser stato tradito
dalla bocca piú dolce, pur di uscire a quel cielo
ritrovando al respiro i ricordi piú lievi.

Ogni via, ogni spigolo schietto di casa
nella nebbia, conserva un antico tremore:
chi lo sente non può abbandonarsi. Non può
                                              abbandonare
la sua ebrezza tranquilla, composta di cose
dalla vita pregnante, scoperte a riscontro
d’una casa o d’un albero, d’un pensiero improvviso.
Anche i grossi cavalli, che saranno passati
tra la nebbia nell’alba, parleranno d’allora.

O magari un ragazzo scappato di casa
torna proprio quest’oggi, che sale la nebbia
sopra il fiume, e dimentica tutta la vita,
le miserie, la fame e le fedi tradite,
per fermarsi su un angolo, bevendo il mattino.
Val la pena tornare, magari diverso.

Cesare Pavese

[1935]

da “Lavorare stanca”, (1936 – 1943), in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998