La serie bianca – Louise Glück

Lucio Fontana, Concetto Spaziale. Attese, 1965-1966

 

Un giorno segue senza sosta l’altro.
L’inverno è passato. Le luci di Natale si abbassarono
insieme alle stelle malandate
infilzate nelle varie vie dello shopping.
Carri di fiori apparvero sui marciapiedi bagnati,
le ceste di metallo pieni di cotogni e anemoni.

La fine andava e veniva.
O dovrei dire, a intervalli la fine si avvicinava;
sono passata attraverso di lei come un aereo passa attraverso una nuvola.
Dall’altro lato, l’insegna libero brillava ancora sopra la toilette.

Mia zia è morta. Mio fratello si è trasferito in America.

Sul mio polso, il quadrante dell’orologio luccicava nella falsa oscurità
(veniva proiettato un film).
Questa era la sua caratteristica speciale, una sorta di pulsazione bluastra
che ha reso i numeri di facile lettura, anche in assenza di luce.
Principesco, ho sempre pensato.

Eppure l’avanzare sereno della lancetta delle ore
non rappresentava più la mia percezione del tempo
che era diventato un senso di immobilità
espresso come movimento su grandi distanze.

La mano si mosse;
le dodici, mentre guardavo, rimasero sempre quelle.

In effetti il tempo era ormai l’ambiente in cui
ero contenuta con i miei compagni di viaggio,
come il neonato è contenuto nella sua robusta culla
o, per allungare il succo, come il nascituro
sguazza nel grembo materno.

Fuori dal grembo, la terra era scomparsa;
Potevo vedere bagliori di fulmini colpire l’ala.

Quando i miei soldi finirono,
sono andata a vivere per un po’
in una piccola casa sulla proprietà di mio fratello
nello stato del Montana.

Sono arrivata col buio;
all’aeroporto, i miei bagagli erano andati smarriti.

Mi sembrava di essermi mossa
non orizzontalmente ma piuttosto da un punto molto basso
a qualcosa di molto alto,
forse ancora nell’aria.

In effetti, il Montana era come la luna –
Mio fratello ha guidato con sicurezza sulla strada ghiacciata,
di tanto in tanto fermandosi a indicare
qualche rara costruzione.

Stavamo, per lo più, in silenzio.
Mi venne in mente che avevamo ripreso
le posizioni dell’infanzia,
le nostre gambe si toccavano, il volante
ora sostituiva il libro.

Eppure, nel senso più profondo, erano intercambiabili:
mio fratello non sempre aveva guidato,
se stesso e me, fuori dalla nostra squallida camera da letto
in una notte di rocce e laghi
punteggiata di spade che spuntavano qua e là –

Il cielo era nero. La terra era bianca e fredda.

Ho visto la notte svanire. Sopra il bianco della neve
il sole è sorto, tingendo la neve di uno strano colore rosato.

Poi siamo arrivati.
Restammo un po’ nella fredda sala, aspettando che ci riscaldassimo.
Mio fratello ha annotato la mia lista della spesa.
Sul viso di mio fratello
ondate di tristezza alternate a ondate di gioia.

Ho pensato, ovviamente, alla casa in Cornovaglia.
Le mucche, la monotona musica estiva delle campane –

Ho provato, come si può immaginare, un istante di puro terrore.

E poi mi sono ritrovata sola.
Il giorno successivo sono arrivate le mie valigie.

Ho disfatto le mie poche cose.
La fotografia dei miei genitori il giorno del loro matrimonio
a cui avevo aggiunto
una fotografia di mia zia nella sua giovinezza fallita, un souvenir
da lei amato e che mi aveva passato.

Oltre a questi, solo articoli da toeletta e farmaci,
insieme alla mia piccola collezione di abiti invernali.

Mio fratello mi ha portato libri e riviste.
Mi ha insegnato varie tecniche del nuovo mondo
di cui presto non avrei avuto più bisogno.

Eppure questo era per me il nuovo mondo:
non c’era nulla e non doveva succedere nulla.
La neve è caduta. Certi pomeriggi,
ho dato lezioni di disegno alla moglie di mio fratello.

Ad un certo punto ho ripreso a dipingere.

Impossibile formarsi
un qualsiasi giudizio sul valore dell’opera.
Basti dire che i dipinti erano
immensi e interamente bianchi. La vernice era spessa
e applicata con grandi pennellate irregolari –

Campi di bianco e squarci, bagliori
di blu, l’azzurro del cielo occidentale,
o quello che io stessa ho chiamato
quadrante blu. Mi parlava di un altro mondo.

Ho guidato la mia gente, diceva,
nel deserto
dove saranno purificati.

La moglie di mio fratello rimaneva affascinata.
A volte veniva mio nipote
(presto sarebbe diventato il mio compagno di vita).
Vedo, lei diceva, il volto di un bambino.

Intendeva, penso, quei sentimenti emanati dalla superficie,
sentimenti di impotenza o desolazione –

Fuori cadeva la neve.
Ero stata, mi sentivo, accettata nella sua quiete.
E allo stesso tempo, ogni tocco era una decisione,
non una decisione consapevole, ma comunque una decisione,
come quando, ad esempio, l’assassino preme il grilletto.

Questo, sta dicendo. Questo è quello che intendo fare.
O forse, cosa devo fare.
Oppure questo è tutto quello che posso fare.
Qui, credo, finisce l’analogia
in una marea di giudizi morali.

Dopo, immagino, non ricorda nulla.
Allo stesso modo, non posso dire esattamente
come sono nati questi dipinti, anche se alla fine
ce n’erano molti, difficili da spedire a casa.

Quando sono tornata, Harry era con me.
È, credo, un ragazzo gentile
con un gusto per la vita domestica.
In effetti, ha imparato a cucinare da solo
nonostante l’esigenze del suo piano di studi.

Andiamo d’accordo. Spesso canta mentre fa il suo lavoro.
Così mia madre cantava (o, più probabilmente, così ha riferito mia zia).
Chiedo, spesso, qualche brano particolare a cui sono legata,
e lui lo impara. È, come ho detto,
un ragazzo premuroso. Le colline sono vive, canta,
ancora ed ancora. E a volte, nei miei stati d’animo più bui,
il Jacques Brel che mi ha stregata.

Il piccolo gatto è morto, nel senso, suppongo,
d’ultima speranza.*

Il gatto è morto, canta Harry,
sarà inutile senza il suo corpo.
Questo, nella voce di Harry, è profondamente rilassante.

A volte la sua voce trema, come per una grande emozione,
e poi per un po’ le colline sono vive copre
il gatto è morto.

Ma non dobbiamo, sostanzialmente, scegliere tra di loro.

Tuttavia, le canzoni più oscure lo suscitano; ogni verso acquista variazioni.

Il gatto è morto: chi premerà, ora,
il suo cuore sul mio cuore per scaldarmi?

La fine della speranza, penso che significhi,
eppure nella voce di Harry sembra che una grande porta si stia aprendo –

Il gatto innevato scompare tra i rami alti;
Cosa vedrò quando lo seguirò?

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
* Fa riferimento al paradosso di Schrödinger [NdT]
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

The white series 

One day continuously followed another.
Winter passed. The Christmas lights came down
together with the shabby stars
strung across the various shopping streets.
Flower carts appeared on the wet pavements,
the metal pails filled with quince and anemones.

The end came and went.
Or should I say, at intervals the end approached;
I passed through it like a plane passing through a cloud.
On the other side, the vacant sign still glowed above the lavatory.

My aunt died. My brother moved to America.

On my wrist, the watch face glistened in the false darkness
(the movie was being shown).
This was its special feature, a kind of bluish throbbing
which made the numbers easy to read, even in the absence of light.
Princely, I always thought.

And yet the serene transit of the hour hand
no longer represented my perception of time
which had become a sense of immobility
expressed as movement across vast distances.
The hand moved;
the twelve, as I watched, became the one again.

Whereas time was now this environment in which
I was contained with my fellow passengers,
as the infant is contained in his sturdy crib
or, to stretch the point, as the unborn child
wallows in his mother’s womb.

Outside the womb, the earth had fallen away;
I could see flares of lightning striking the wing.
When my funds were gone,
I went to live for a while
in a small house on my brother’s land
in the state of Montana.
I arrived in darkness;
at the airport, my bags were lost.

It seemed to me I had moved
not horizontally but rather from a very low place
to something very high,
perhaps still in the air.

Indeed, Montana was like the moon—
My brother drove confidently over the icy road,
from time to time stopping to point out
some rare formation.

We were, in the main, silent.
It came to me we had resumed
the arrangements of childhood,
our legs touching, the steering l
now substituting for the book.

And yet, in the deepest sense, they were interchangeable:
had not my brother always been steering,
both himself and me, out of our bleak bedroom
into a night of rocks and lakes
punctuated with swords sticking up here and there—

The sky was black. The earth was white and cold.

I watched the night fading. Above the white snow
the sun rose, turning the snow a strange pinkish color.

Then we arrived.
We stood awhile in the cold hall, waiting for the heat to start.
My brother wrote down my list of groceries.
Across my brother’s face,
waves of sadness alternated with waves of joy.

I thought, of course, of the house in Cornwall.
The cows, the monotonous summery music of the bells—

I felt, as you will guess, an instant of stark terror.

And then I was alone.
The next day, my bags arrived.

I unpacked my few belongings.
The photograph of my parents on their wedding day
to which was now added
a photograph of my aunt in her aborted youth, a souvenir
she had cherished and passed on to me.

Beyond these, only toiletries and medications,
together with my small collection of winter clothes.

My brother brought me books and journals.
He taught me various new world skills
for which I would soon have no use.

And yet this was to me the new world:
there was nothing, and nothing was supposed to happen.
The snow fell. Certain afternoons,
I gave drawing lessons to my brother’s wife.

At some point, I began to paint again.

It was impossible to form
any judgment of the work’s value.
Suffice to say the paintings were
immense and entirely white. The paint had been
applied thickly, in great irregular strokes—

Fields of white and glimpses, flashes
of blue, the blue of the western sky,
or what I called to myself
watch-face blue. It spoke to me of another world.

I have led my people, it said,
into the wilderness
where they will be purified.

My brother’s wife would stand mesmerized.
Sometimes my nephew came
(he would soon become my life companion).
I see, she would say, the face of a child.

She meant, I think, that feelings emanated from the surface,
feelings of helplessness or desolation—

Outside, the snow was falling.
I had been, I felt, accepted into its stillness.
And at the same time, each stroke was a decision,
not a conscious decision, but a decision nevertheless,
as when, for example, the murderer pulls the trigger.

This, he is saying. This is what I mean to do.
Or perhaps, what I need to do.
Or, this is all I can do.
Here, I believe, the analogy ends
in a welter of moral judgments.

Afterward, I expect, he remembers nothing.
In the same way, I cannot say exactly
how these paintings came into being, though in the end
there were many of them, difficult to ship home.

When I returned, Harry was with me.
He is, I believe, a gentle boy
with a taste for domesticity.
In fact, he has taught himself to cook
despite the pressures of his academic schedule.

We suit each other. Often he sings as he goes about his work.
So my mother sang (or, more likely, so my aunt reported).
I request, often, some particular song to which I am attached,
and he goes about learning it. He is, as I say,
an obliging boy. The hills are alive, he sings,
over and over. And sometimes, in my darker moods,
the Jacques Brel which has haunted me.

The little cat is dead, meaning, I suppose,
one’s last hope.

The cat is dead, Harry sings,
he will be pointless without his body.
In Harry’s voice, it is deeply soothing.

Sometimes his voice shakes, as with great emotion,
and then for a while the hills are alive overwhelms
the cat is dead.
But we do not, in the main, need to choose between them.

Still, the darker songs inspire him; each verse acquires variations.

The cat is dead: who will press, now,
his heart over my heart to warm me?

The end of hope, I think it means,
and yet in Harry’s voice it seems a great door is swinging open—
The snow-covered cat disappears in the high branches;
O what will I see when I follow?

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014

Un forte silenzio – Louise Glück

Foto di Marcello Comitini

 

Lascia che ti dica una cosa, disse la vecchia.
Eravamo sedute, una di fronte all’altra,
nel parco di . . . , città famosa per i suoi giocattoli in legno.

A quel tempo, ero scappata da una triste storia d’amore,
e come una sorta di penitenza o auto-punizione, lavoravo
in una fabbrica, scolpendo a mano minuscoli mani e piedi.

Il parco era la mia consolazione, soprattutto nelle ore tranquille
dopo il tramonto, spesso quando era solitario.
Ma questa sera,
quando sono entrata in quello che si chiamava il Giardino della Contessa,
ho visto che qualcuno mi aveva preceduto. Adesso che ci rifletto
sarei potuta andare oltre, ma avevo
programmato questa destinazione; tutto il giorno avevo pensato ai ciliegi
che furono piantati nella radura, il cui tempo di fioritura era quasi finito.

Ci siamo seduti in silenzio. Il crepuscolo stava calando
e con esso è arrivata una sensazione di chiuso
come nella cabina di un treno.

Quando ero giovane, ha detto,
mi piaceva camminare sul sentiero del giardino al crepuscolo
e se il sentiero era abbastanza lungo avrei visto sorgere la luna.
Questo è stato per me il grande piacere: non il sesso, non il cibo,
non il divertimento mondano.
Preferivo il sorgere della luna e a volte sentivo
nello stesso momento, le note sublimi dell’ensemble finale
delle Nozze di Figaro. Da dove viene la musica?
Non l’ho mai saputo.

Perché è questa la natura dei sentieri del giardino
d’essere circolare, ogni notte, dopo i miei vagabondaggi,
mi ritrovavo davanti alla mia porta di casa a fissarla
a malapena in grado di distinguere, nell’oscurità, la maniglia scintillante.

È stata, ha detto, una grande scoperta, anche se la mia vita reale.

Ma certe notti, ha detto, la luna era appena visibile attraverso le nuvole
e la musica non iniziava mai. Una notte di puro scoraggiamento.
E ancora la notte successiva ci riprovavo, e spesso tutto andava bene.

Non riuscivo a pensare a niente da dire. Questa storia,
così inutile mentre la scrivo,
veniva infatti interrotta a ogni fase con pause simili a trance
e intervalli prolungati, così che a questo punto la notte era iniziata.

Ah la notte capiente, la notte così desiderosa
di suscitare strane percezioni. Ho sentito
che un segreto importante
stava per essere affidato a me, come una torcia che passa
da una mano all’altra in una staffetta.

Le mie sincere scuse, ha detto.
Ti avevo scambiato per uno dei miei amici.
E indicò le statue tra le quali sedevamo,
uomini eroici, donne sante che si sacrificano
tenendo i bambini di granito al seno.
Non modificabili, ha detto, come gli esseri umani.

Ho rinunciato a loro, ha detto.
Ma non ho mai perso il mio gusto per i viaggi circolari.
Correggimi se sbaglio.

Sopra le nostre teste erano iniziati i fiori di ciliegio
a sciogliersi nel cielo notturno, o forse stelle che andavano alla deriva,
andando alla deriva e cadendo a pezzi, e dove atterrati
si sarebbero formati nuovi mondi.

Subito dopo sono tornata nella mia città natale
e mi sono ricongiunta al mio ex amante.
Eppure sempre più spesso la mia mente tornava a quanto accaduto,
studiandolo da tutte le prospettive, ogni anno più intensamente convinta,
nonostante l’assenza di prove, che contenesse qualche segreto.
Alla fine ho concluso che qualunque messaggio potesse esserci
non era contenuto nel discorso – così,
me ne resi conto, mi parlava mia madre,
toni aspri, silenzi che mi mettono in guardia e mi rimproverano –

e mi sembrava non solo di essere tornata dal mio amante
ma di tornare ora al Giardino della Contessa
dove i ciliegi stavano ancora fiorendo
come un pellegrino in cerca di espiazione e perdono,

quindi ho pensato che a un certo punto ci sarebbe stata
una porta con un pomello scintillante,
ma quando sarebbe successo e dove non avevo idea.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

A sharply worded silence

Let me tell you something, said the old woman.
We were sitting, facing each other,
in the park at ____, a city famous for its wooden toys.

At the time, I had run away from a sad love affair,
and as a kind of penance or self-punishment, I was working
at a factory, carving by hand the tiny hands and feet.

The park was my consolation, particularly in the quiet hours
after sunset, when it was often abandoned.
But on this evening, when I entered what was called the Contessa’s Garden,
I saw that someone had preceded me. It strikes me now
I could have gone ahead, but I had been
set on this destination; all day I had been thinking of the cherry trees
with which the glade was planted, whose time of blossoming had nearly ended.

We sat in silence. Dusk was falling,
and with it came a feeling of enclosure
as in a train cabin.
When I was young, she said, I liked walking the garden path at twilight
and if the path was long enough I would see the moon rise.
That was for me the great pleasure: not sex, not food, not worldly amusement.
I preferred the moon’s rising, and sometimes I would hear,
at the same moment, the sublime notes of the final ensemble
of The Marriage of Figaro. Where did the music come from?
I never knew.

Because it is the nature of garden paths
to be circular, each night, after my wanderings,
I would find myself at my front door, staring at it,
barely able to make out, in darkness, the glittering knob.

It was, she said, a great discovery, albeit my real life.

But certain nights, she said, the moon was barely visible through the clouds
and the music never started. A night of pure discouragement.
And still the next night I would begin again, and often all would be well.

I could think of nothing to say. This story, so pointless as I write it out,
was in fact interrupted at every stage with trance-like pauses
and prolonged intermissions, so that by this time night had started.

Ah the capacious night, the night
so eager to accommodate strange perceptions. I felt that some important secret
was about to be entrusted to me, as a torch is passed
from one hand to another in a relay.

My sincere apologies, she said.
I had mistaken you for one of my friends.
And she gestured toward the statues we sat among,
heroic men, self-sacrificing saintly women
holding granite babies to their breasts.
Not changeable, she said, like human beings.

I gave up on them, she said.
But I never lost my taste for circular voyages.
Correct me if I’m wrong.

Above our heads, the cherry blossoms had begun
to loosen in the night sky, or maybe the stars were drifting,
drifting and falling apart, and where they landed
new worlds would form.

Soon afterward I returned to my native city
and was reunited with my former lover.
And yet increasingly my mind returned to this incident,
studying it from all perspectives, each year more intensely convinced,
despite the absence of evidence, that it contained some secret.
I concluded finally that whatever message there might have been
was not contained in speech—so, I realized, my mother used to speak to me,
her sharply worded silences cautioning me and chastising me—
and it seemed to me I had not only returned to my lover
but was now returning to the Contessa’s Garden
in which the cherry trees were still blooming
like a pilgrim seeking expiation and forgiveness,

so I assumed there would be, at some point,
a door with a glittering knob,
but when this would happen and where I had no idea.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014

Cornovaglia – Louise Glück

Immagine dal web

 

Una parola scende nella nebbia
come la palla di un bambino nell’erba alta
dove rimane seducente
lampeggiante e scintillante fino a quando
le esplosioni d’oro si rivelano essere
semplicemente ranuncoli di campo.

Parola/nebbia, parola/nebbia: così è stato per me.
Eppure, il mio silenzio non è mai stato totale —

Come un sipario che si alza su un panorama
a volte la nebbia si schiariva: ahimè, il gioco era finito.
Il gioco era finito e la parola era stata
un po’ appiattita dagli elementi
quindi adesso era ritrovata e inutile.

A quel tempo avevo affittato una casa in campagna.
Campi e montagne avevano sostituito gli edifici alti.
Campi, mucche, tramonti sul prato umido.
Notte e giorno segnati da richiami e volteggi di uccelli,
gli intensi mormorii e fruscii che si fondono
in qualcosa simile al silenzio.

Mi sono seduta, ho camminato. Quando giunse la notte
sono tornata a casa. Ho cucinato cene modeste per me stessa
alla luce delle candele.
La sera, quando potevo, scrivevo nel mio diario.

Lontano, molto lontano ho sentito campanacci
attraversare il prato.
La notte si fece tranquilla a suo modo.
Ho percepito le parole scomparse
che giacevano con le loro compagne,
come frammenti di una biografia non richiesta.

È stato tutto, ovviamente, un grande equivoco.
Ero, credevo, di fronte alla fine:
come una fenditura in una strada sterrata,
la fine è apparsa davanti a me –

come se l’albero che stava di fronte ai miei genitori
era diventato un abisso a forma di albero, un buco nero
che si espandeva nella terra, dove di giorno
avrebbe fatto semplicemente ombra.

È stato finalmente un sollievo tornare a casa.

Quando sono arrivata, lo studio era pieno di scatole.
Scatole di tubetti, scatole dei vari
oggetti che erano le mie nature morte,
vasi e specchi, la ciotola blu
l’ho riempita con uova di legno.

Per quanto riguarda il diario:
Provai. Ho insistito.
Ho spostato la mia sedia sul balcone –

I lampioni si stavano accendendo,
foderando le rive del fiume.
Gli uffici si stavano oscurando.
In riva al fiume,
la nebbia circondava le luci;
dopo un po’ non si potevano vedere
ma uno strano splendore pervadeva la nebbia,
la sua fonte un mistero.

La notte incalzava. Nebbia
turbinò sulle lampade accese.
Suppongo che accadesse dove era visibile;
altrove, era semplicemente come stavano le cose,
sfocate dove erano state nitide.

Ho chiuso il mio diario.
Era tutto alle mie spalle, tutto nel passato.

Davanti, come ho detto, c’era il silenzio.

Non ho parlato con nessuno.
A volte il telefono squillava.

Il giorno si alternava alla notte, la terra e il cielo
si illuminavano a turno.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

Corwall

A word drops into the mist
like a child’s ball into high grass
where it remains seductively
flashing and glinting until
the gold bursts are revealed to be
simply field buttercups.

Word/mist, word/mist: thus it was with me.
And yet, my silence was never total—

Like a curtain rising on a vista,
sometimes the mist cleared: alas, the game was over.
The game was over and the word had been
somewhat flattened by the elements
so it was now both recovered and useless.

I was renting, at the time, a house in the country.
Fields and mountains had replaced tall buildings.
Fields, cows, sunsets over the damp meadow.
Night and day distinguished by rotating birdcalls,
the busy murmurs and rustlings merging into
something akin to silence.

I sat, I walked about. When night came,
I went indoors. I cooked modest dinners for myself
by the light of candles.
Evenings, when I could,I wrote in my journal.

Far, far away I heard cowbells
crossing the meadow.
The night grew quiet in its way.
I sensed the vanished words
lying with their companions,
like fragments of an unclaimed biography.

It was all, of course, a great mistake.
I was, I believed, facing the end:
like a fissure in a dirt road,
the end appeared before me—
as though the tree that confronted my parents
had become an abyss shaped like a tree, a black hole
expanding in the dirt, where by day
a simple shadow would have done.

It was, finally, a relief to go home.
When I arrived, the studio was filled with boxes.
Cartons of tubes, boxes of the various
objects that were my still lives,
the vases and mirrors, the blue bowl
I filled with wooden eggs.

As to the journal:
I tried. I persisted.
I moved my chair onto the balcony—

The streetlights were coming on,
lining the sides of the river.
The offices were going dark.
At the river’s edge,
fog encircled the lights;
one could not, after a while, see the lights
but a strange radiance suffused the fog,
its source a mystery.

The night progressed. Fog
swirled over the lit bulbs.
I suppose that is where it was visible;
elsewhere, it was simply the way things were,
blurred where they had been sharp.

I shut my book.
It was all behind me, all in the past.

Ahead, as I have said, was silence.

I spoke to no one.
Sometimes the phone rang.

Day alternated with night, the earth and sky
taking turns being illuminated.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014

Parabola – Louise Glück

Louise Glück

 

 

Prima di spogliarci dei beni mondani, come insegna san Francesco,
affinché le nostre anime non siano distratte
da perdite e guadagni e affinché inoltre
i nostri corpi siano liberi di muoversi
facilmente ai passi di montagna, dovevamo quindi discutere
come o verso dove viaggiare, con la seconda domanda
dovremmo avere uno scopo, contro il quale
molti di noi hanno sostenuto ferocemente che tale scopo
corrispondeva a beni mondani, intendendo una limitazione o costrizione,
mentre altri dicevano che con questa parola siamo stati consacrati
pellegrini piuttosto che vagabondi: nella nostra mente, la parola tradotta come
un sogno, un qualcosa di ricercato, in modo che concentrandoci possiamo vederla
scintillante tra le pietre, e non
passare alla cieca; ogni
ulteriore questione l’abbiamo discussa in modo altrettanto completo, andando avanti e indietro su ogni argomento,
così siamo cresciuti, dicevano alcuni, meno flessibili e più rassegnati,
come soldati in una guerra inutile. E la neve cadde su di noi e il vento soffiò,
e col tempo si placò: dov’era la neve apparvero molti fiori,
e dove le stelle avevano brillato, il sole sorse oltre la linea degli alberi
in modo che avessimo di nuovo le ombre; è accaduto molte volte.
Inoltre pioggia, talvolta anche allagamenti, anche valanghe, in cui
alcuni di noi si erano persi, e periodicamente ci sembrava
di aver raggiunto un accordo, abbiamo issato sulle spalle
le nostre vivande; ma quel momento passava sempre, così
(dopo molti anni) eravamo ancora in quella prima fase, ancora
preparandoci a iniziare un viaggio, ma ci aveva cambiati;
lo potremmo vedere l’uno nell’altro; tuttavia eravamo cambiati
senza esserci mossi, e uno ha detto, ah, guarda come siamo invecchiati, viaggiando
solo dal giorno alla notte, né in avanti né di lato, e questo sembrava
strano miracoloso. E quelli che credevano dovessimo avere uno scopo
credevano che questo fosse lo scopo e quelli che sentivano dover rimanere liberi
per incontrare la verità sentivano che era stata rivelata.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

Parable

First divesting ourselves of worldly goods, as St. Francis teaches,
in order that our souls not be distracted
by gain and loss, and in order also
that our bodies be free to move
easily at the mountain passes, we had then to discuss
whither or where we might travel, with the second question being
should we have a purpose, against which
many of us argued fiercely that such purpose
corresponded to worldly goods, meaning a limitation or constriction,
whereas others said it was by this word we were consecrated
pilgrims rather than wanderers: in our minds, the word translated as
a dream, a something-sought, so that by concentrating we might see it
glimmering among the stones, and not
pass blindly by; each
further issue we debated equally fully, the arguments going back and forth,
so that we grew, some said, less flexible and more resigned,
like soldiers in a useless war. And snow fell upon us, and wind blew,
which in time abated—where the snow had been, many flowers appeared,
and where the stars had shone, the sun rose over the tree line
so that we had shadows again; many times this happened.
Also rain, also flooding sometimes, also avalanches, in which
some of us were lost, and periodically we would seem
to have achieved an agreement, our canteens
hoisted upon our shoulders; but always that moment passed, so
(after many years) we were still at that first stage, still
preparing to begin a journey, but we were changed nevertheless;
we could see this in one another; we had changed although
we never moved, and one said, ah, behold how we have aged, traveling
from day to night only, neither forward nor sideward, and this seemed
in a strange way miraculous. And those who believed we should have a purpose
believed this was the purpose, and those who felt we must remain free
in order to encounter truth felt it had been revealed.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014

Storia di un giorno – Louise Glück

Immagine dal web

1.

Sono stata svegliata stamattina come al solito
dalle sottili lame di luce che passano attraverso le persiane
cosicché il mio primo pensiero fu che la natura della luce
era incompletezza —

Immaginavo la luce così com’era prima che le persiane la fermassero —
quanto frustrata dovesse essere, come una mente
offuscata da troppe droghe.

2.

Mi sono ritrovata subito
al mio tavolo angusto; alla mia destra,
i resti di un piccolo pasto.

Il linguaggio mi riempiva la testa, euforia selvaggia
alternata a profonda disperazione —

Ma se l’essenza del tempo è il cambiamento,
come può qualcosa diventare niente?
Questa è stata la domanda che mi sono posta.

3.

Per tutta la notte rimasi seduta al mio tavolo a meditare
finché la mia testa si fece così pesante e vuota
che sono stata costretta a sdraiarmi.
Ma non mi sono sdraiata. Invece, ho appoggiato la testa sulle braccia
che avevo incrociato davanti a me sul legno nudo.
Come una neonata in un nido, la mia testa
giaceva sulle mie braccia.

Era la stagione secca.
Ho sentito l’orologio suonare, tre, poi quattro –

A questo punto ho iniziato a camminare per la stanza
e poco dopo fuori per le strade
le cui curve e tornanti mi erano familiari
per altre notti come questa. Ho camminato torno torno
imitando istintivamente le lancette dell’orologio.
Le mie scarpe, quando guardavo in basso, erano ricoperte di polvere.

Ormai la luna e le stelle erano svanite.
Ma l’orologio brillava ancora nel campanile della chiesa —

4.

Così sono tornata a casa.
Sono rimasta a lungo
Sul pianerottolo dove finivano le scale,
rifiutandomi di aprire la porta.

Il sole stava sorgendo.
L’aria era diventata pesante,
non perché avesse maggiore sostanza
ma perché non c’era più niente da respirare.

Ho chiuso gli occhi.
Ero combattuta tra una struttura di opposizioni
e una struttura narrativa

5.

La stanza era come l’avevo lasciata.
C’era il letto nell’angolo.
C’era il tavolo sotto la finestra.

C’era la luce che sbatteva contro la finestra
finché non ho alzato le persiane
a quel punto si è redistribuita
come tremolio tra gli alberi ombrosi.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

The story of a day

1.

I was awakened this morning as usual
by the narrow bars of light coming through the blinds
so that my first thought was that the nature of light
was incompleteness—

I pictured the light as it existed before the blinds stopped it—
how thwarted it must be, like a mind
dulled by too many drugs.

2.

I soon found myself
at my narrow table; to my right,
the remains of a small meal.

Language was filling my head, wild exhilaration
alternated with profound despair—

But if the essence of time is change,
how can anything become nothing?
This was the question I asked myself.

3.

Long into the night I sat brooding at my table
until my head was so heavy and empty
I was compelled to lie down.
But I did not lie down. Instead, I rested my head on my arms
which I had crossed in front of me on the bare wood.
Like a fledgling in a nest, my head
lay on my arms.

It was the dry season.
I heard the clock tolling, three, then four—

I began at this point to pace the room
and shortly afterward the streets outside
whose turns and windings were familiar to me
from nights like this. Around and around I walked,
instinctively imitating the hands of the clock.
My shoes, when I looked down, were covered with dust.

By now the moon and stars had faded.
But the clock was still glowing in the church tower—

4.

Thus I returned home.
I stood a long time
on the stoop where the stairs ended,
refusing to unlock the door.

The sun was rising.
The air had become heavy,
not because it had greater substance
but because there was nothing left to breathe.

I closed my eyes.
I was torn between a structure of oppositions
and a narrative structure—

5.

The room was as I left it.
There was the bed in the corner.
There was the table under the window.

There was the light battering itself against the window
until I raised the blinds
at which point it was redistributed
as flickering among the shade trees.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014