Una passeggiata nella letteratura – Roberto Bolaño

a Rodrigo Pinto e Andrés Neuman

1. Ho sognato che Georges Perec aveva tre anni e veniva a trovarmi a casa. Lo abbracciavo, lo baciavo, gli dicevo che era un bambino bellissimo.

2. Siamo rimasti a metà, padre, né cotti né crudi, persi nella grandezza di questa discarica interminabile, errando e sbagliando, ammazzando e chiedendo perdono, maniaco-depressivi nel tuo sogno, padre, il tuo sogno che non aveva limiti e che abbiamo sviscerato mille volte e poi altre mille, come detective latinoamericani persi in un labirinto di cristallo e fango, viaggiando sotto la pioggia, vedendo film dove c’erano vecchi che gridavano tornado! tornado!, guardando le cose per l’ultima volta, ma senza vederle, come spettri, come rane in fondo a un pozzo, padre, persi nella miseria del tuo sogno utopico, persi nella varietà delle tue voci e dei tuoi abissi, maniaco-depressivi nell’immensa sala dell’Inferno dove si cucina il tuo Umore.

3. A metà, né crudi né cotti, bipolari capaci di cavalcare l’uragano.

4. In queste desolazioni, padre, dove della tua risata rimanevano solo resti archeologici.

5. Noi, quelli nec spes nec metus.

6. E qualcuno disse:

Sorella della nostra memoria feroce,
del coraggio è meglio non parlare.
Chi ha saputo vincere la paura
è diventato coraggioso per sempre.
Balliamo, allora, mentre passa la notte
come una gigantesca scatola da scarpe
sopra la scogliera e la terrazza,
in una piega della realtà, del possibile,
lì dove la gentilezza non è un’eccezione.
Balliamo nel riflesso incerto
dei detective latinoamericani,
una pozza di pioggia dove si riflettono i nostri volti
ogni dieci anni.

Poi è arrivato il sogno.

7. Allora ho sognato che facevo visita al palazzo di Alonso de Ercilla. Avevo sessant’anni ed ero a pezzi per la malattia (cadevo letteralmente a pezzi). Ercilla ne aveva una novantina e agonizzava in un enorme letto a baldacchino. Il vecchio mi guardava sprezzante e poi mi chiedeva un bicchiere d’acquavite. Io cercavo e cercavo l’acquavite ma trovavo solo finimenti per cavalli.

8. Ho sognato che stavo camminando sul lungomare di New York e vedevo in lontananza la figura di Manuel Puig. Aveva una camicia celeste e dei pantaloni di tela leggera, blu chiaro o blu scuro, dipende.

9. Ho sognato che Macedonio Fernández appariva nel cielo di New York sotto forma di nuvola: una nuvola senza naso né orecchie, ma con occhi e bocca.

10. Ho sognato che ero su una strada africana che di colpo si trasformava in una strada messicana. Seduto su un faraglione, Efraín Huerta giocava a dadi con i poeti mendicanti del DF.

11. Ho sognato che in un cimitero africano dimenticato trovavo la tomba di un amico di cui non riuscivo più a ricordare il volto.

12. Ho sognato che un pomeriggio bussavano alla porta di casa mia. Stava nevicando. Io non avevo né stufa né soldi. Credo che stessero per tagliarmi anche la luce. E chi c’era alla porta? Enrique Lihn con una bottiglia di vino, un pacchetto di roba da mangiare e un assegno dell’Università Sconosciuta.

13. Ho sognato che leggevo Stendhal nella Centrale Nucleare di Civitavecchia: un’ombra scivolava sopra la ceramica dei reattori. È il fantasma di Stendhal, diceva un giovane con gli stivali e a torso nudo. E tu chi sei?, gli chiedevo. Sono il tossico della ceramica, l’ussaro della ceramica e della merda, diceva lui.

14. Ho sognato che stavo sognando, avevamo perso la rivoluzione ancora prima di farla e decidevo di tornare a casa. Quando volevo mettermi a letto ci trovavo De Quincey che dormiva. Si svegli, don Tomás, gli dicevo, è quasi l’alba, deve andarsene. (Come se De Quincey fosse un vampiro.) Ma nessuno mi ascoltava e uscivo di nuovo nelle strade buie di Città del Messico.

15. Ho sognato che vedevo Aloysius Bertrand nascere e morire lo stesso giorno, quasi senza interruzione, come se vivessimo entrambi in un calendario di pietra perso nello spazio.

16. Ho sognato che ero un detective vecchio e malato. Così malato che cadevo letteralmente a pezzi. Ero sulle tracce di Gui Rosey. Camminavo per i quartieri di un porto che poteva essere Marsiglia oppure no. Alla fine un vecchio cinese affabile mi portava in un seminterrato. Ecco cosa resta di Rosey, diceva. Un mucchiettino di cenere. Così com’è, potrebbe essere Li Po, gli rispondevo.

17. Ho sognato che ero un detective vecchio e malato e che cercavo gente scomparsa da tempo. A volte mi vedevo per caso in uno specchio e riconoscevo Roberto Bolaño.

18. Ho sognato che Archibald McLeish piangeva – appena tre lacrime – sulla terrazza di un ristorante di Cape Cod. Era mezzanotte passata e benché io non sapessi come rientrare finivamo a bere e a brindare all’Indomito Nuovo Mondo.

19. Ho sognato i Cadaveri e le Spiagge Dimenticate.

20. Ho sognato che il morto tornava alla Terra Promessa in sella a una Legione di Tori Meccanici.

21. Ho sognato che avevo quattordici anni e che ero l’ultimo essere umano dell’Emisfero Sud a leggere i fratelli Goncourt.

22. Ho sognato che incontravo Gabriela Mistral in un villaggio africano. Era un po’ dimagrita e aveva preso l’abitudine di dormire seduta per terra con la testa sulle ginocchia. Perfino le zanzare sembravano conoscerla.

23. Ho sognato che tornavo dall’Africa su un pullman pieno di animali morti. A una qualche frontiera compariva un veterinario senza volto. La faccia era come gas, ma io sapevo chi era.

24. Ho sognato che Philip K. Dick passeggiava per la Centrale Nucleare di Civitavecchia.

25. Ho sognato che Archiloco attraversava un deserto di ossa umane. Si incoraggiava da solo: «Su, Archiloco, non ti perdere d’animo, avanti, avanti».

26. Ho sognato che avevo quindici anni e che andavo a casa di Nicanor Parra per dirgli addio. Lo trovavo in piedi, appoggiato a una parete nera. Dove vai, Bolaño?, diceva. Lontano dall’Emisfero Sud, gli rispondevo.

27. Ho sognato che avevo quindici anni e che, in effetti, me ne andavo dall’Emisfero Sud. Quando mettevo nello zaino l’unico libro che avevo (Trilce, di Vallejo), questo prendeva fuoco. Erano le sette di sera e gettavo il mio zaino bruciacchiato fuori dalla finestra.

28. Ho sognato che avevo sedici anni e che Martín Adán mi dava lezioni di piano. Le dita del vecchio, lunghe come quelle di Mister Fantastic, l’Uomo di Gomma, sprofondavano nel terreno e suonavano i tasti di una catena di vulcani sotterranei.

29. Ho sognato che traducevo Virgilio con una pietra. Ero nudo su una grande lastra di basalto e il sole, come dicono i piloti dei caccia, fluttuava pericolosamente a ore cinque.

30. Ho sognato che stavo morendo in un cortile africano e che un poeta di nome Paulin Joachim mi parlava in francese (capivo solo frammenti come «la consolazione», «il tempo», «gli anni che verranno») mentre una scimmia impiccata dondolava dal ramo di un albero.

31. Ho sognato che era la fine del mondo. E che l’unico essere umano a osservarla era Franz Kafka. Nel cielo i Titani lottavano fino alla morte. Da una panchina di ferro battuto nel parco di New York Kafka vedeva ardere il mondo.

32. Ho sognato che stavo sognando e che tornavo a casa troppo tardi. Nel letto trovavo Mario de Sá-Carneiro che dormiva col mio primo amore. Quando sollevavo le coperte vedevo che erano morti e mordendomi le labbra fino a farle sanguinare tornavo sulle strade secondarie.

33. Ho sognato che Anacreonte costruiva il suo castello sulla cima di una collina brulla e poi lo distruggeva.

34. Ho sognato che ero un detective latinoamericano molto vecchio. Vivevo a New York e Mark Twain mi ingaggiava per salvare la vita a uno che non aveva volto. Sarà un caso maledettamente difficile, signor Twain, gli dicevo.

35. Ho sognato che mi innamoravo di Alice Sheldon. Lei non mi amava. Così cercavo di farmi ammazzare in tre continenti. Passavano gli anni. Alla fine, quando ormai ero molto vecchio, lei appariva in fondo al lungomare di New York e a gesti (come quelli che si fanno sulle portaerei per far atterrare i piloti) mi diceva che mi aveva sempre amato.

36. Ho sognato che facevo un 69 con Anaïs Nin sopra un un’enorme lastra di basalto.

37. Ho sognato che nella primavera del 1981 scopavo con Carson McCullers in una stanza in penombra. Ed eravamo irrazionalmente felici.

38. Ho sognato che tornavo nel mio vecchio liceo e che Alphonse Daudet era il mio professore di francese. Qualcosa di impercettibile ci faceva capire che stavamo sognando. Daudet guardava in continuazione fuori dalla finestra e fumava la pipa di Tartarino.

39. Ho sognato che mi addormentavo mentre i miei compagni di liceo cercavano di liberare Robert Desnos dal campo di concentramento di Terezín. Quando mi svegliavo una voce mi ordinava di muovermi. Svelto, Bolaño, svelto, non c’è tempo da perdere. Quando arrivavo c’era solo un vecchio detective a frugare nelle rovine fumanti dell’assalto.

40. Ho sognato che una tempesta di numeri spettrali era l’unica cosa che restava degli esseri umani tremila milioni di anni dopo che la Terra aveva cessato di esistere.

41. Ho sognato che stavo sognando e che nei tunnel dei sogni trovavo il sogno di Roque Dalton: il sogno dei coraggiosi che erano morti per una chimera di merda.

42. Ho sognato che avevo diciott’anni e vedevo il mio migliore amico di allora, diciottenne anche lui, che faceva l’amore con Walt Whitman. Lo facevano su una poltrona, contemplando il tramonto burrascoso di Civitavecchia.

43. Ho sognato che ero in carcere e che il mio compagno di cella era Boezio. Guarda, Bolaño, diceva allungando la mano e la penna nella semioscurità: non tremano!, non tremano! (Dopo un po’ aggiungeva con voce tranquilla: ma tremeranno appena riconoscono quello stronzo di Teodorico.)

44. Ho sognato che traducevo il marchese de Sade a colpi d’ascia. Ero impazzito e vivevo in un bosco.

45. Ho sognato che Pascal parlava della paura con parole cristalline in un’osteria di Civitavecchia: «I miracoli non servono a convertire, ma a condannare», diceva.

46. Ho sognato che ero un vecchio detective latinoamericano e che una Fondazione misteriosa mi incaricava di trovare i certificati di morte dei Sudacas Voladores. Andavo in tutto il mondo: ospedali, campi di battaglia, rivendite di pulque, scuole abbandonate.

47. Ho sognato che Baudelaire faceva l’amore con un’ombra in una stanza dove era stato commesso un delitto. Ma a Baudelaire non importava. È sempre così, diceva.

48. Ho sognato che un’adolescente di sedici anni entrava nel tunnel dei sogni e ci svegliava con due tipi di bastone. La ragazzina viveva in un manicomio e diventava via via sempre più pazza.

49. Ho sognato che sulle diligenze che entravano e uscivano da Civitavecchia vedevo il volto di Marcel Schwob. La visione era fugace. Un volto quasi traslucido, con gli occhi stanchi, pieno di felicità e di dolore.

50. Ho sognato che dopo la tempesta uno scrittore russo e anche i suoi amici francesi optavano per la felicità. Senza domandare né chiedere nulla. Come chi crolla privo di sensi sul suo tappeto preferito.

51. Ho sognato che i sognatori erano partiti per la guerra fiorita. Nessuno era più tornato. Nelle bacheche di caserme dimenticate sulle montagne riuscivo a leggere alcuni nomi. Da un luogo remoto una voce trasmetteva più volte le consegne per cui erano stati condannati.

52. Ho sognato che il vento muoveva l’insegna cadente di un’osteria. Dentro, James Matthew Barrie giocava a dadi con cinque signori minacciosi.

53. Ho sognato che ritornavo sulle strade, stavolta però non avevo quindici anni ma più di quaranta. Possedevo soltanto un libro, che portavo nel mio zainetto. Di colpo, mentre camminavo, il libro andava a fuoco. Albeggiava e quasi non passavano automobili. Mentre gettavo lo zaino bruciacchiato in un fosso sentivo che la schiena mi pizzicava come se avessi le ali.

54. Ho sognato che le strade d’Africa erano piene di cercatori d’oro, bandeirantes, sommolisti.

55. Ho sognato che nessuno muore alla vigilia.

56. Ho sognato che un uomo voltava lo sguardo indietro, sul paesaggio anamorfico dei sogni, e che il suo sguardo era duro come l’acciaio ma si frammentava lo stesso in sguardi multipli sempre più innocenti, sempre più inermi.

57. Ho sognato che Georges Perec aveva tre anni e piangeva sconsolatamente. Io cercavo di calmarlo. Lo prendevo in braccio, gli compravo dei dolciumi, dei libri da colorare. Poi andavamo sul lungomare di New York e mentre lui giocava sullo scivolo io mi dicevo: non sono buono a nulla, ma saprò prendermi cura di te, nessuno ti farà del male, nessuno cercherà di ucciderti. Poi si metteva a piovere e tornavamo tranquillamente a casa. Ma dov’era la nostra casa?

BLANES, 1994

 Roberto Bolaño 

(Traduzione di Ilide Carmignani)

da “Tre”, Sur, 2017

∗∗∗

Un paseo por la literatura

para Rodrigo Pinto y Andrés Neuman

1. Soñé que Georges Perec tenía tres años y visitaba mi casa. Lo abrazaba, lo besaba, le decía que era un niño precioso.

2. A medio hacer quedamos, padre, ni cocidos ni crudos, perdidos en la grandeza de este basural interminable, errando y equivocándonos, matando y pidiendo perdón, maniacos depresivos en tu sueño, padre, tu sueño que no tenía límites y que hemos desentrañado mil veces y luego mil veces más, como detectives latinoamericanos perdidos en un laberinto de cristal y barro, viajando bajo la lluvia, viendo películas donde aparecían viejos que gritaban ¡tornado! ¡tornado!, mirando las cosas por última vez, pero sin verlas, como espectros, como ranas en el fondo de un pozo, padre, perdidos en la miseria de tu sueño utópico, perdidos en la variedad de tus voces y de tus abismos, maniacos depresivos en la inabarcable sala del Infierno donde se cocina tu Humor.

3. A medio hacer, ni crudos ni cocidos, bipolares capaces de cabalgar el huracán.

4. En estas desolaciones, padre, donde de tu risa sólo quedaban restos arqueológicos.

5. Nosotros, los nec spes nec metus.

6. Y alguien dijo:

Hermana de nuestra memoria feroz,
sobre el valor es mejor no hablar.
Quien pudo vencer el miedo
se hizo valiente para siempre.
Bailemos, pues, mientras pasa la noche
como una gigantesca caja de zapatos
por encima del acantilado y la terraza,
en un pliegue de la realidad, de lo posible,
en donde la amabilidad no es una excepción.
Bailemos en el reflejo incierto
de los detectives latinoamericanos,
un charco de lluvia donde se reflejan nuestros rostros
cada diez años.
Después llegó el sueño.

7. Soñé entonces que visitaba la mansión de Alonso de Ercilla. Yo tenía sesenta años y estaba despedazado por la enfermedad (literalmente me caía a pedazos). Ercilla tenía unos noventa y agonizaba en una enorme cama con dosel. El viejo me miraba desdeñoso y después me pedía un vaso de aguardiente. Yo buscaba y rebuscaba el aguardiente pero sólo encontraba aperos de montar.

8. Soñé que iba caminando por el Paseo Marítimo de Nueva York y veía a lo lejos la figura de Manuel Puig. Llevaba una camisa celeste y unos pantalones de lona ligera, azul claro o azul oscuro, depende.

9. Soñé que Macedonio Fernández aparecía en el cielo de Nueva York en forma de nube: una nube sin nariz ni orejas, pero con ojos y boca.
 
10. Soñé que estaba en un camino de África que de pronto se transformaba en un camino de México. Sentado en un farellón, Efraín Huerta jugaba a los dados con los poetas mendicantes del DF.

11. Soñé que en un cementerio olvidado de África encontraba la tumba de un amigo cuyo rostro ya no podía recordar.

12. Soñé que una tarde golpeaban la puerta de mi casa. Estaba nevando. Yo no tenía estufa ni dinero. Creo que hasta la luz me iban a cortar. ¿Y quién estaba al otro lado de la puerta? Enrique Lihn con una botella de vino, un paquete de comida y un cheque de la Universidad Desconocida.
 
13. Soñé que leía a Stendhal en la Estación Nuclear de Civitavecchia: una sombra se deslizaba por la cerámica de los reactores. Es el fantasma de Stendhal decía un joven con botas y desnudo de cintura para arriba. ¿Y tú quién eres?, le pregunté. Soy el yonqui de la cerámica, el húsar de la cerámica y de la mierda, dijo.
 
14. Soñé que estaba soñando, habíamos perdido la revolución antes de hacerla y decidía volver a casa. Al intentar meterme en la cama encontraba a De Quincey durmiendo. Despierte, don Tomás, le decía, ya va a amanecer, tiene que irse. (Como si De Quincey fuera un vampiro.) Pero nadie me escuchaba y volvía a salir a las calles oscuras de México DF.
 
15. Soñé que veía nacer y morir a Aloysius Bertrand el mismo día, casi sin intervalo de tiempo, como si los dos viviéramos dentro de un calendario de piedra perdido en el espacio.

16. Soñé que era un detective viejo y enfermo. Tan enfermo que literalmente me caía a pedazos. Iba tras las huellas de Gui Rosey. Caminaba por los barrios de un puerto que podía ser Marsella o no. Un viejo chino afable me conducía finalmente a un sótano. Esto es lo que queda de Rosey, decía. Un pequeño montón de cenizas. Tal como está, podría ser Li Po, le contestaba.

17. Soñé que era un detective viejo y enfermo y que buscaba gente perdida hace tiempo. A veces me miraba casualmente en un espejo y reconocía a Roberto Bolaño.
 
18. Soñé que Archibald McLeish lloraba – apenas tres lágrimas – en la terraza de un restaurante de Cape Code. Era más de medianoche y pese a que yo no sabía cómo volver terminábamos bebiendo y brindando por el Indómito Nuevo Mundo.

19. Soñé con los Fiambres y las Playas Olvidadas.

20. Soñé que el cadáver volvía a la Tierra Prometida montado en una Legión de Toros Mecánicos.
 
21. Soñé que tenía catorce años y que era el último ser humano del Hemisferio Sur que leía a los hermanos Goncourt.

22. Soñé que encontraba a Gabriela Mistral en una aldea africana. Había adelgazado un poco y adquirido la costumbre de dormir sentada en el suelo con la cabeza sobre las rodillas. Hasta los mosquitos parecían conocerla.

23. Soñé que volvía de África en un autobús lleno de animales muertos. En una frontera cualquiera aparecía un veterinario sin rostro. Su cara era como un gas, pero yo sabía quién era.
 
24. Soñé que Philip K. Dick paseaba por la Estación Nuclear de Civitavecchia.

25. Soñé que Arquíloco atravesaba un desierto de huesos humanos. Se daba ánimos a sí mismo: «Vamos, Arquíloco, no desfallezcas, adelante, adelante».
 
26. Soñé que tenía quince años y que iba a la casa de Nicanor Parra a despedirme. Lo encontraba de pie, apoyado en una pared negra. ¿Adónde vas, Bolaño?, decía. Lejos del Hemisferio Sur, le contestaba.

27. Soñé que tenía quince años y que, en efecto, me marchaba del Hemisferio Sur. Al meter en mi mochila el único libro que tenía (Trilce, de Vallejo), éste se quemaba. Eran las siete de la tarde y yo arrojaba mi mochila chamuscada por la ventana.
 
28. Soñé que tenía dieciséis y que Martín Adán me daba clases de piano. Los dedos del viejo, largos como los del Fantástico Hombre de Goma, se hundían en el suelo y tecleaban sobre una cadena de volcanes subterráneos.
 
29. Soñé que traducía a Virgilio con una piedra. Yo estaba desnudo sobre una gran losa de basalto y el sol, como decían los pilotos de caza, flotaba peligrosamente a las 5.

30. Soñé que estaba muriéndome en un patio africano y que un poeta llamado Paulin Joachim me hablaba en francés (sólo entendía fragmentos como «el consuelo», «el tiempo», «los años que vendrán») mientras un mono ahorcado se balanceaba de la rama de un árbol.
 
31. Soñé que la Tierra se acababa. Y que el único ser humano que contemplaba el final era Franz Kafka. En el cielo los Titanes luchaban a muerte. Desde un asiento de hierro forjado del parque de Nueva York Kafka veía arder el mundo.

32. Soñé que estaba soñando y que volvía a mi casa demasiado tarde. En mi cama encontraba a Mario de Sá-Carneiro durmiendo con mi primer amor. Al destaparlos descubría que estaban muertos y mordiéndome los labios hasta hacerme sangre volvía a los caminos vecinales.

33. Soñé que Anacreonte construía su castillo en la cima de una colina pelada y luego lo destruía.
 
34. Soñé que era un detective latinoamericano muy viejo. Vivía en Nueva York y Mark Twain me contrataba para salvarle la vida a alguien que no tenía rostro. Va a ser un caso condenadamente difícil, señor Twain, le decía.

35. Soñé que me enamoraba de Alice Sheldon. Ella no me quería. Así que intentaba hacerme matar en tres continentes. Pasaban los años. Por fin, cuando ya era muy viejo, ella aparecía por el otro extremo del Paseo Marítimo de Nueva York y mediante señas (como las que hacían en los portaaviones para que los pilotos aterrizaran) me decía que siempre me había querido.
 
36. Soñé que hacía un 69 con Anaïs Nin sobre una enorme losa de basalto.

37. Soñé que follaba con Carson McCullers en una habitación en penumbras en la primavera de 1981. Y los dos nos sentíamos irracionalmente felices.
 
38. Soñé que volvía a mi viejo Liceo y que Alphonse Daudet era mi profesor de francés. Algo imperceptible nos indicaba que estábamos soñando. Daudet miraba a cada rato por la ventana y fumaba la pipa de Tartarín.

39. Soñé que me quedaba dormido mientras mis compañeros de Liceo intentaban liberar a Robert Desnos del campo de concentración de Terezin. Cuando despertaba una voz me ordenaba que me pusiera en movimiento. Rápido, Bolaño, rápido, no hay tiempo que perder. Al llegar sólo encontraba a un viejo detective escarbando en las ruinas humeantes del asalto.
 
40. Soñé que una tormenta de números fantasmales era lo único que quedaba de los seres humanos tres mil millones de años después de que la Tierra hubiera dejado de existir.

41. Soñé que estaba soñando y que en los túneles de los sueños encontraba el sueño de Roque Dalton: el sueño de los valientes que murieron por una quimera de mierda.
 
42. Soñé que tenía dieciocho años y que veía a mi mejor amigo de entonces, que también tenía dieciocho, haciendo el amor con Walt Whitman. Lo hacían en un sillón, contemplando el atardecer borrascoso de Civitavecchia.

43. Soñé que estaba preso y que Boecio era mi compañero de celda. Mira, Bolaño, decía extendiendo la mano y la pluma en la semioscuridad: ¡no tiemblan!, ¡no tiemblan! (Después de un rato, añadía con voz tranquila: pero temblarán cuando reconozcan al cabrón de Teodorico.)

44. Soñé que traducía al Marqués de Sade a golpes de hacha. Me había vuelto loco y vivía en un bosque.
 
45. Soñé que Pascal hablaba del miedo con palabras cristalinas en una taberna de Civitavecchia: «Los milagros no sirven para convertir, sino para condenar», decía.
 
46. Soñé que era un viejo detective latinoamericano y que una Fundación misteriosa me encargaba encontrar las actas de defunción de los Sudacas Voladores. Viajaba por todo el mundo: hospitales, campos de batalla, pulquerías, escuelas abandonadas.

47. Soñé que Baudelaire hacía el amor con una sombra en una habitación donde se había cometido un crimen. Pero a Baudelaire no le importaba. Siempre es lo mismo, decía.
 
48. Soñé que una adolescente de dieciséis años entraba en el túnel de los sueños y nos despertaba con dos tipos de vara. La niña vivía en un manicomio y poco a poco se iba volviendo más loca.

49. Soñé que en las diligencias que entraban y salían de Civitavecchia veía el rostro de Marcel Schwob. La visión era fugaz. Un rostro casi translúcido, con los ojos cansados, apretado de felicidad y de dolor.
 
50. Soñé que después de la tormenta un escritor ruso y también sus amigos franceses optaban por la felicidad. Sin preguntar ni pedir nada. Como quien se derrumba sin sentido sobre su alfombra favorita.

51. Soñé que los soñadores habían ido a la guerra florida. Nadie había regresado. En los tablones de cuarteles olvidados en las montañas alcancé a leer algunos nombres. Desde un lugar remoto una voz transmitía una y otra vez las consignas por las que ellos se habían condenado.
 
52. Soñé que el viento movía el letrero gastado de una taberna. En el interior James Matthew Barrie jugaba a los dados con cinco caballeros amenazantes.

53. Soñé que volvía a los caminos, pero esta vez ya no tenía quince años sino más de cuarenta. Sólo poseía un libro, que llevaba en mi pequeña mochila. De pronto, mientras iba caminando, el libro comenzaba a arder. Amanecía y casi no pasaban coches. Mientras arrojaba la mochila chamuscada en una acequia sentí que la espalda me escocía como si tuviera alas.
 
54. Soñé que los caminos de África estaban llenos de gambusinos, bandeirantes, sumulistas.

55. Soñé que nadie muere la víspera.
 
56. Soñé que un hombre volvía la vista atrás, sobre el paisaje anamórfico de los sueños, y que su mirada era dura como el acero pero igual se fragmentaba en múltiples miradas cada vez más inocentes, cada vez más desvalidas.

57. Soñé que Georges Perec tenía tres años y lloraba desconsoladamente. Yo intentaba calmarlo. Lo tomaba en brazos, le compraba golosinas, libros para pintar. Luego nos íbamos al Paseo Marítimo de Nueva York y mientras él jugaba en el tobogán yo me decía a mí mismo: no sirvo para nada, pero serviré para cuidarte, nadie te hará daño, nadie intentará matarte. Después se ponía a llover y volvíamos tranquilamente a casa. ¿Pero dónde estaba nuestra casa?

BLANES, 1994

Roberto Bolaño

da “Tres”, Acantilado, 2000

Canto general de Chile (Fragmentos) – Pablo Neruda

 

Inno e ritorno

Patria, mia patria, a te volgo il mio sangue.
Ma t’invoco, come fa con la madre il bambino
pieno di pianto.
Accogli questa chitarra cieca
e questa fronte perduta.

Andai a cercarti figli per la terra,
andai a sollevare i caduti col tuo nome di neve,
andai a fare una casa col tuo legno puro,
andai a portare la tua stella a eroi feriti.

E ora voglio dormire nella tua sostanza.
Dammi la tua chiara notte di penetranti corde
la tua notte di nave, la tua altezza di stella.

Patria mia: voglio mutare d’ombra.
Patria mia: voglio cambiare di rosa.
Voglio mettere il mio braccio sulla tua esile cintura
e sedermi sulle pietre calcinate dal mare
per fermare il grano e guardarlo dentro.

Vado a scegliere la magra flora del nitrato,
vado a filare lo stame glaciale della campana,
e guardando la tua nobile e solitaria schiuma,
tesserò un ramo marino alla tua bellezza.

Patria, mia patria
tutta circondata d’acqua in lotta
e neve combattuta,
in te si unisce l’aquila allo zolfo,
e nella tua mano antartica d’ermellino e di zaffiro
una goccia di pura luce umana
brilla bruciando il cielo nemico.

Salva la tua luce, o patria, mantieni
la tua dura spiga di speranza
in mezzo alla cieca aria temibile.

Nella tua remota terra è caduta
tutta questa difficile luce,
questo destino degli uomini,
che ti fa difendere un fiore misterioso,
solo, nell’immensità dell’America addormentata.

 

Atacama

Voce insopportabile, disseminato
sale, mutata
cenere, ramo nero
alla cui estrema perla appare la luna
cieca, per i corridoi anneriti di rame.
Che sostanza, che cigno concavo
affonda nella sabbia il nudo d’agonia
e fa dura la sua luce liquida e lenta?
Che aspro raggio rompe lo smeraldo
delle sue pietre indomabili
e addensa il sale perduto?
Terra, terra
sopra il mare, sopra l’aria, sul galoppo
dell’amazzone carica di coralli,
cantina dove il grano a mucchi
dorme nel tremulo inizio della campana:
oh, madre dell’oceano, che produci
il cieco diaspro e la dorata silice!
Sulla tua pura scorza di pane, lontano dal bosco
solo le tue linee di segreto,
solo la tua fronte di sabbia,
solo le notti e i giorni dell’uomo,
ma vicino alla sete del cardo,
là dove una carta sommersa e dimenticata, una pietra
segna le profonde culle della spada e della coppa,
indica i piedi addormentati del calcio.

 

Ode invernale al fiume Mapocho

O neve labile,
tremante in pieno fior di neve,
o palpebra boreale, piccolo raggio ghiacciato,
chi fu a chiamarti fino alla grigia valle,
chi ti rotolò dal picco dell’aquila
giú fin dove le tue acque pure
toccano gli orrendi stracci della mia patria?
O fiume, perché muovi
gelida acqua segreta,
acqua che la dura alba delle pietre
tenne nella sua cattedrale inaccessibile,
fino ai piedi feriti del mio popolo?
Torna, torna alla tua cima di neve, fiume amaro,
torna alla tua cima di brina spaziosa,
affonda la tua radice d’argento nella segreta origine,
o precipita e spézzati in altro mare senza lacrime!
O fiume Mapocho, quando la notte
viene e come abbattuta nera statua
dorme sotto i tuoi ponti con un grappolo scuro
di teste colpite dal freddo e dalla fame
come da due aquile enormi, o fiume,
o aspro fiume nato dalla neve,
perché non ti sollevi come un fantasma immenso
o come nuova croce di stelle per i dimenticati?
No, la tua pungente cenere continua a correre
insieme al singhiozzo gettato all’acqua nera,
alla manica rotta che il vento indurito
fa tremare sotto le foglie di ferro;
fiume Mapocho dove porti
piume di ghiaccio per sempre ferite,
sempre stretto alla tua livida sponda
nascerà il fiore selvaggio morso dai pidocchi
e la tua lingua di freddo roderà le gote
della mia patria nuda?
                                         Oh, mai non sia,
oh, mai non sia che una goccia della tua schiuma nera
salga dal limo al fiore del fuoco
e precipiti il seme dell’uomo!

 

Voglio tornare nel Sud

Qui infermo a Veracruz, ricordo un giorno
del Sud, mia terra, un giorno d’argento
come un rapido pesce nell’acqua del cielo.
Loncoche, Lonquimay, Carahue, sparsi
giú dall’alto, serrati da silenzio e da radici,
sui loro troni di cuoio e di legno.
Il Sud è un cavallo lanciato a precipizio
coronato d’alberi lenti e rugiade;
quando alza il verde muso cadono le gocce,
l’ombra della sua coda bagna l’arcipelago immenso,
nel suo ventre cresce il carbone venerato.
Mai piú, dimmi, ombra, mai piú, dimmi, mano,
mai piú, dimmi, piede, porta, gamba, lotta,
agiterai tu la selva, la strada, la spiga,
la nebbia, il freddo che azzurro guidava
ogni tuo passo continuamente disperso?
Lasciami, o cielo, andare di stella in stella
un giorno calpestando luce e polvere,
gettando il mio sangue fino al nido della pioggia!
                                                                    Voglio andare
su un tronco, lungo la corrente del Toltén
odoroso, voglio uscire dalle segherie,
entrare nelle taverne con i piedi pieni d’acqua,
farmi guidare dalla luce dell’avellano elettrico,
sdraiarmi vicino allo sterco delle vacche,
morire e rivivere mordendo grano.
                                                      Portami, Oceano,
un giorno del Sud, un giorno aggrappato alle tue onde,
un giorno d’albero umido, trascina un vento
azzurro polare alla mia fredda bandiera!

 

Cavaliere sotto la pioggia

Acque come fondo, muri d’acqua,
trifoglio e avena lottata,
cordami uniti alla rete d’una notte
umida, grondante, selvaggiamente filata,
goccia che strazia ripetuta in lamento,
furia diagonale che taglia il cielo.
Galoppano i cavalli di profumo che cola,
sotto l’acqua che batte l’acqua
divisa dalla rete di rami rossi di pelo,
pietra e acqua: e il vapore segue come folle latte
l’acqua inasprita con colombe in fuga.
Non v’è giorno senza rovesci di cisterne
del clima inesorabile, del verde movimento,
e le zampe annodano veloci terra e tempo
fra bestiale odore di cavallo e pioggia.
Mantelli, finimenti, gualdrappe di pelle
serrate in cupe melagrane
sugli ardenti fianchi di zolfo
che battono e piegano la selva.
                                     Piú in là, piú in là, piú in là, piú in là,
piú in là, piú in là, piú in là, piú in làaaaaa,
i cavalieri rompono la pioggia, i cavalieri
passano sotto aspri nocciòli, la pioggia
tesse in tremuli raggi il suo grano eterno.
Ecco la luce dell’acqua, il lampo confuso
dirama sulle foglie, e dal tonfo del galoppo
salta un’acqua senz’ala, ferita a terra.
Umide redini, arco di rami,
passo di passi, pianta notturna
di stelle spezzate come ghiaccio o luna, cavallo
vorticoso coperto di frecce come freddo spettro,
pieno di nuove zampe nate nella furia,
galoppante quartiere assediato dalla paura,
e dal suo grande re dal temibile stendardo.

 

Mari del Cile

In lontane regioni
i tuoi piedi di schiuma, la tua distesa riva
bagnai con pianto d’esilio e forsennato.
Vengo oggi alla tua bocca, oggi alla tua fronte.
Non al corallo di sangue, non all’arsa stella,
a incandescenti e rovesciate acque
consegnai l’umile segreto o la parola.
Serbai la tua voce infuriata, un petalo
d’arena tutelare,
tra i mobili e i vecchi panni.
Una polvere di campane, una rosa umida.
E molte volte era proprio l’acqua
d’Arauco, l’acqua dura:
ma io conservavo la mia sommersa pietra
e, in essa, l’oscillante suono della tua ombra.
O mare del Cile, o acqua
alta e stretta come acuto falò,
impulso e tuono e unghie di zaffiro,
o terremoto di sale e di leoni!
Declivio, origine, costa
del pianeta, le tue palpebre
aprono il mezzogiorno della terra
assalendo l’azzurro delle stelle!
Il sale e il movimento si liberano da te
e diramano l’oceano alle grotte dell’uomo
finché al di là delle isole il tuo peso
rompe e sparpaglia un ramo di sostanze totali.
Mare del Nord deserto, mare che batte il rame
e anticipa il sale sulla mano
dell’abitante solitario e aspro,
tutto uccelli marini e rocce di freddo sole e sterco,
costa bruciata dal passo d’un’aurora non umana,
mar di Valparaíso, onda
di luce solitaria e notturna,
finestra dell’oceano
dove s’affaccia
la statua della mia patria
e guarda con occhi ancora ciechi,
mare del Sud, mar oceano,
mare, luna misteriosa,
lungo Imperial pauroso di roveri,
e Chiloé legato al sangue,
e da Magellano al confine,
tutto il sibilo del sale, tutta la folle luna,
e lo stellare cavallo sfrenato del ghiaccio.

Pablo Neruda

(Traduzione di Salvatore Quasimodo)

da “Pablo Neruda, Poesie”, Einaudi, Torino, 1952

∗∗∗

Canto general de Chile (Fragmentos)

 

Himno y regreso

Patria, mi patria, vuelvo hacia ti la sangre.
Pero te pido, como a la madre el niño
lleno de llanto.
Acoge esta guitarra ciega
y esta frente perdida.

Salí a encontrarte hijos por la tierra,
salí a cuidar caídos con tu nombre de nieve,
salí a hacer una casa con tu madera pura,
salí a llevar tu estrella a los héroes heridos.

Ahora quiero dormir en tu substancia.
Dame tu clara noche de penetrantes cuerdas,
tu noche de navío, tu estatura estrellada.

Patria mía: quiero mudar de sombra.
Patria mía: quiero cambiar de rosa.
Quiero poner mi brazo en tu cintura exigua
y sentarme en tus piedras por el mar calcinadas,
a detener el trigo y mirarlo por dentro.

Voy a escoger la flora delgada del nitrato,
voy a hilar el estambre glacial de la campana,
y mirando tu ilustre y solitaria espuma
un ramo litoral tejeré a tu belleza.

Patria, mi patria
toda rodeada de agua combatiente
y nieve combatida,
en ti se junta el águila al azufre,
y en tu antártica mano de armiño y de zafiro
una gota de pura luz humana
brilla encendiendo el enemigo cielo.

Guarda tu luz, oh patria!, mantén
tu dura espiga de esperanza en medio
del ciego aire temible.

En tu remota tierra ha caído toda esta luz difícil,
este destino de los hombres,
que te hace defender una flor misteriosa
sola, en la immensidad de América dormida.

 

Atacama

Voz insufrible, diseminada
sal, substituída
ceniza, ramo negro
en cuyo extremo aljófar, aparece la luna
ciega, por corredores enlutados de cobre.
Qué material, qué cisne hueco
hunde en la arena su desnudo agónico
y endurece su luz líquida y lenta?
Qué rayo duro rompe su esmeralda
entre sus piedras indomables hasta
cuajar la sal perdida?
Tierra, tierra
sobre el mar, sobre el aire, sobre el galope
de la amazona llena de corales:
bodega amontonada donde el trigo
duerme en la temblorosa raíz de la campana:
oh madre del océano!, productora
del ciego jaspe y la dorada sílice:
sobre tu pura piel de pan, lejos del bosque
nada sino tus líneas de secreto,
nada sino tu frente de arena,
nada sino las noches y los días del hombre,
pero junto a la sed del cardo, allí
donde un papel hundido y olvidado, una piedra
marca las hondas cunas de la espada y la copa,
indica los dormidos pies del calcio.

 

Oda de invierno al Río Mapocho

Oh, sí, nieve imprecisa,
oh, sí, temblando en plena flor de nieve,
párpado boreal, pequeño rayo helado
quién, quién te llamó hacia el ceniciento valle,
quién, quién te arrastró desde el pico del águila
hasta donde tus aguas puras tocan
los terribles harapos de mi patria?
Río, por qué conduces
agua fría y secreta,
agua que el alba dura de las piedras
guardó en su catedral inaccesible,
hasta los pies heridos de mi pueblo?
Vuelve, vuelve a tu copa de nieve, río amargo,
vuelve, vuelve a tu copa de espaciosas escarchas,
sumerge tu plateada raíz en tu secreto origen
o despéñate y rómpete en otro mar sin lágrimas!
Río Mapocho cuando la noche llega
y como negra estatua echada
duerme bajo tus puentes con un racimo negro
de cabezas golpeadas por el frío y el hambre
como por dos inmensas águilas, oh río,
oh duro río parido por la nieve,
por qué no te levantas como inmenso fantasma
o como nueva cruz de estrellas para los olvidados?
No, tu brusca ceniza corre ahora
junto al sollozo echado al agua negra,
junto a la manga rota que el viento endurecido
hace temblar debajo de las hojas de hierro,
Río Mapocho, adónde llevas
plumas de hielo para siempre heridas,
siempre junto a tu cárdena ribera
la flor salvaje nacerá mordida por los piojos
y tu lengua de frío raspará las mejillas
de mi patria desnuda?
                                 Oh, que no sea,
oh, que no sea, y que una gota de tu espuma negra
salte del légamo a la flor del fuego
y precipite la semilla del hombre!

 

Quiero volver al Sur

Enfermo en Veracruz, recuerdo un día
del Sur, mi tierra, un día de plata
como un rápido pez en el agua del cielo.
Loncoche, Lonquimay, Carahue, desde arriba
esparcidos, rodeados por silencio y raíces,
sentados en sus tronos de cueros y maderas.
El Sur es un caballo echado a pique
coronado con lentos árboles y rocío,
cuando levanta el verde hocico caen las gotas,
la sombra de su cola moja el gran archipiélago
y en su intestino crece el carbón venerado.
Nunca más, dime, sombra, nunca más, dime, mano,
nunca más, dime, pie, puerta, pierna, combate,
trastornarás la selva, el camino, la espiga,
la niebla, el frío, lo que, azul, determinaba
cada uno de tus pasos sin cesar consumidos?
Cielo, déjame un día de estrella a estrella irme
pisando luz y pólvora, destrozando mi sangre
hasta llegar al nido de la lluvia!
                                                  Quiero ir
detrás de la madera por el río
Toltén fragante, quiero salir de los aserraderos,
entrar en las cantinas con los pies empapados,
guiarme por la luz del avellano eléctrico,
tenderme junto al excremento de las vacas,
morir y revivir mordiendo trigo.
                                                 Océano, tráeme
un día del Sur, un día agarrado a tus olas,
un día de árbol mojado, trae un viento
azul polar a mi bandera fría!

 

Jinete en la lluvia

Fundamentales aguas, paredes de agua, trébol
y avena combatida,
cordelajes ya unidos a la red de una noche
húmeda, goteante, salvajemente hilada,
gota desgarradora repetida en lamento,
cólera diagonal cortando cielo.
Galopan los caballos de perfume empapado,
bajo el agua, golpeando el agua, interviniéndola
con sus ramajes rojos de pelo, piedra y agua:
y el vapor acompaña como una leche loca
el agua endurecida con fugaces palomas.
No hay día sino los cisternales
del clima duro, del verde movimiento
y las patas anudan veloz tierra y transcurso
entre bestial aroma de caballo con lluvia.
Mantas, monturas, pellones agrupados
en sombrías granadas sobre los
ardientes lomos de azufre que golpean
la selva decidiéndola.
                                  Más allá, más allá, más allá, más allá,
más allá, más allá, más allá, más alláaaaaa,
los jinetes derriban la lluvia, los jinetes
pasan bajo los avellanos amargos, la lluvia
tuerce en trémulos rayos su trigo sempiterno.
Hay luz del agua, relámpago confuso
derramado en la hoja, y del mismo sonido del galope
sale un agua sin vuelo, herida por la tierra.
Húmeda rienda, bóveda enramada,
pasos de pasos, vegetal nocturno
de estrellas rotas como hielo o luna, ciclónico caballo
cubierto por las flechas como un helado espectro,
lleno de nuevas manos nacidas en la furia,
galopante manzana rodeada por el miedo
y su gran monarquía de temible estandarte.

 

Mares de Chile

En lejanas regiones
tus pies de espuma, tu esparcida orilla
regué con llanto desterrado y loco.
Hoy a tu boca vengo, hoy a tu frente.
No al coral sanguinario, no a la quemada estrella,
ni a las incandescentes y derribadas aguas
entregué el respetuoso secreto, ni la sílaba.
Guardé tu voz enfurecida, un pétalo
de tutelar arena,
entre los muebles y los viejos trajes.
Un polvo de campanas, una mojada rosa.
Y muchas veces era el agua misma
de Arauco, el agua dura:
pero yo conservaba mi sumergida piedra
y en ella, el palpitante sonido de tu sombra.
Oh, mar de Chile, oh, agua
alta y ceñida como aguda hoguera,
presión y trueno y uñas de zafiro,
oh, terremoto de sal y leones!
Vertiente, origen, costa
del pianeta, tus párpados
abren el mediodía de la tierra
atacando el azul de las estrellas!
La sal y el movimiento se desprenden de ti
y reparten océano a las grutas del hombre
hasta que más allá de las islas tu peso
rompe y extiende un ramo de substancias totales.
Mar del desierto Norte, mar que golpea el cobre
y adelanta la sal hacia la mano
del habitante solitario y áspero,
todo alcatraz y rocas de frío sol y estiércol,
costa quemada al paso de una aurora inhumana
Mar de Valparaíso, ola
de luz sola y nocturna,
ventana del océano
en que se asoma
la estatua de mi patria
mira con ojos todavía ciegos,
mar del Sur, mar océano,
mar, luna misteriosa,
por Imperial aterrador de robles,
por Chiloé a la sangre asegurado
y desde Magallanes hasta el límite
todo el silbido de la sal, toda la luna loca,
y el estelar caballo desbocado del hielo.

Pablo Neruda

da “Canto General”, Buenos Aires, Editorial Losada, 1950 

da «Anuarí» – Teresa Wilms Montt

Teresa Wilms Montt

IV

Dormi quieto, Anuarí. Io sarò sempre tua. Ho mutato il
mio corpo in un altare sacro alle tue carezze e alle tue
labbra, profondo altare di venerazione.

Io reco l’incisione della lama del tuo riso nel punto ove
poso i miei occhi; il tuo riso carnivoro, mordace, che
fa delle tue labbra un bocciolo di sangue, denso di
bianche, lucide semenze.

Anuarí, il tuo sorriso è scempio e distruzione che reca
morte ad ogni mia speranza, il tuo sorriso è per la mia
mente come il lampo che stride nella notte. Madreperla
e veleno distillati dentro il mio cuore per lasciarlo
inerte.

V

Anuarí,  io t’invoco addormentata e ti vedo in un sonno
senza fine. Un’ombra, sei, che sciama soavemente sul
mio pensiero, tenebra divina delle tue ciglia, conserte
come ali di farfalla, vellutata peluria alle tue occhiaie.

Sì, o mio Anuarí, una notte, la più beata notte della mia
vita, sulla mia spalla riposò il tuo volto, ed era così intimo
il piacere, che il mio respiro musicò il tuo sonno.

Ti addormentasti, mia dolce creatura, dopo aver aggrinzito
il mio cervello ed il mio cuore, con ansiose labbra
di gioventù, simile a un’ape lussuriosa di nettare e profumo,

e queste tenebre delle tue ciglia sono come cortine che mi
chiudono alla luce del sole e mi travolgono in confusa
vertigine alle soglie del tuo grave Paese. Sì, una notte,

la mia unica notte, la più lieta, si chinò sul mio seno la tua
fronte e vi raccolse il sogno delizioso ed il guanciale
dell’eternità.

VI

Dal profondo silenzio il tuo guardare evoco, e gli occhi…
e giaccio intirizzita. Benché chiusi da morte, sono simili
a un raggio che a un tratto si ridesta. In essi non
ancora appassita la forza dell’incanto.

Sono due fari azzurri, che mi svelano bagliori di magnifico
infinito; sono due stelle enormi e primitive, profondamente
fisse al mio dolore, che crivellando ne fan
grande l’orma sino ad aprire una breccia sconfinata
come un mondo. I tuoi occhi tanto amati, che furono
il riflesso di questa tua bellezza silenziosa, vivono
ancora dentro la mia mente, vita traendo dalla mia propria
vita, e lucendo del fiotto inestinguibile delle mie
lacrime, Anuarí. Così

come lo sguardo tuo m’incatenò alla vita, mi spinge adesso
alla tua sepoltura, provocando il mio grido di delirio.
Calamite i tuoi occhi, di un abisso di cui sento feroce
l’attrazione…

VII

Dalla profondità del mio pensiero la tua immagine sgorga
avvolta dal mistero della morte, con l’aureola atterrita
di un aldilà da sempre sconosciuto. T’invoco, tutta
l’anima conchiusa su di te: ti chiamo e ho l’impressione
che le tenebre e il tuo asso alato siano venate
da lacerazioni come un uccello trafitto in pieno
volo. Quando comprendo che non ti vedrò più, mi sale
al cuore un fiotto di terrore, serrando la mia mente
in un tragico involucro di vuoto, e una vaga impazienza
di massacro sul piacere di vivere.

Tu, così forte e bello, col tuo viso sereno e la tua fronte
sempre fissa al cielo.

Anuarí, il dolore non uccide, il dolore non reca la pazzia;
ma sprofonda nell’anima come un corpo di piombo
in un sisma infinito. Turbata, ascolto nelle lunghe notti
l’eco della mia voce che ti cerca attendendo nel buio
una risposta. Poi, la nera realtà mi percuote furente.
Forse l’anima tua pure è svanita? No! Ma com’è possibile
che tanta forza, tanto ardore astrale, possa perire
nell’eterno gelo?

Teresa Wilms Montt

(Traduzione di Cristina Sparagana)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXI, Luglio/Agosto 2008, N. 229, Crocetti Editore

***

 Anuarí

IV

Reposa tranquilo, Anuarí. Seré siempre tuya.
He hecho de mi cuerpo un templo, donde
venero tus besos y tus caricias, con la mas
honda adoración.

Llevo clavada, como un puñal, tu sonrisa
en el punto donde se posan mis ojos; esa sonrisa
con los dientes apretados, que hacían de
tu boca un capullo sangriento, repleto de blancas,
relucientes semillas.

Anuarí. Tu sonrisa es una obsesión destructora
que mata todas mis risas, tu sonrisa
provoca en mi mente la inquietud del relámpago
en medio de la noche. Es veneno de
nàcar que destila en mi corazon hasta paralizarlo.

V

Anuarí; te evoco dormido y te imagino dormido eterno.
Una sombra se esparce blandamente sobre
mi alma, la divina sombra de tus pestañas,
que formaban dos alas de aterciopelada mariposa
sobre tus ojeras.

Sí, Anuarí. Una noche, la mas feliz de mi
vida, se durmio tu cabeza en mi hombro, y
era tan íntima mi dulzura, que mi respiración
se hizo una música para mecerte.

Te dormiste, criatura mía, después de haberme
estrujado el cerebro y el corazón con
tus labios ávidos de juventud, como una abeja
lujuriosa de néctar y perfume.

Y esas sombras de tus pestañas, son las
cortinas que me ocultan la luz del sol, y me
llevan en vértigo confuso hacia tu grave País.

Una noche, la mas feliz, la única de mi vida,
se durmio tu cabeza en mi pecho, y allí encontró
la delicia del sueño, y buscó la almohada eterna.

VI

Traigo del fondo del silencio tu mirada; evoco tus ojos….
y me estremezco. Aun apagados por la muerte,
me producen el efecto del rayo.
No ha perecido en ellos el poder fascinador.

Son dos faros azules, que me muestran las irradiaciones magnificas
del Infinito; son dos estrellas de primera magnitud,
que miran hondo sobre mis penas, perforándolas y agrandando la huella,
hasta abrir una brecha infinita como un mundo.
Tus ojos adorados, que fueron reflejo de esa bellisima alma tuya,
viven ahora en mi mente nutridos de mi propia vida,
adquiriendo brillo en la fuente inagotable de mis
lágrimas Anuarí. Asi

como tus ojos me encadenaron a tu vida,
ahora me arrastran a tu fosa,
invitándome con tentaciones de delirio.
Tus ojos son dos imanes ante un abismo.
Yo siento la atraccion feroz.

VII

En la oscuridad de mi pensamiento veo surgir tu imagen
envuelta en el misterio de la muerte, con la pavorosa aureola
de un más allá desconocido. Te llamo, toda
el alma reconcentrada en ti; te llamo y me parece
que se rasgan las ombras a tu paso alado,
como el de ave herida en pleno vuelo.
Cuando comprendo que no te veré jamás,
una onda de angustia me sube del corazón,
envolviendo mi cerebro en un vértigo de catástrofe,
en un ansia de masacrar la belleza de la vida.

Eres tan fuerte y hermoso, con tu cara serena y tu frente
mirando al cielo.

Anuarí. La pena no enloquece, la pena no mata;
va ahondando en el alma como un cuerpo de plomo en
una tembladera infinita. Asombrada escucho en las noches
el eco de mi voz, que te busca aguardando
una respuesta. La negra verdad me hiere con saña.
¿Acaso tu espíritu ha muerto también? ¡No; no!
Cómo es posible que tanto vigor, energía de astro,
vaya a perecer en el hielo eterno?

Teresa Wilms Montt

da “Obras completas, libro del camino”, Grijalbo, 1994 

Qui ti amo – Pablo Neruda

Pablo Neruda y Matilde Urrutia en Isla Negra

 

18. 

Qui ti amo.
Negli oscuri pini si districa il vento.
Brilla la luna sulle acque erranti.
Trascorrono giorni uguali che s’inseguono.

La nebbia si scioglie in figure danzanti.
Un gabbiano d’argento si stacca dal tramonto.
A volte una vela. Alte, alte, stelle.

O la croce nera di una nave.
Solo.
A volte albeggio, ed è umida persino la mia anima.
Suona, risuona il mare lontano.
Questo è un porto.
Qui ti amo.

Qui ti amo e invano l’orizzonte ti nasconde.
Ti sto amando anche tra queste fredde cose.
A volte i miei baci vanno su quelle navi gravi,
che corrono per il mare verso dove non giungono.
Mi vedo già dimenticato come queste vecchie àncore.
I moli sono più tristi quando attracca la sera.

La mia vita s’affatica invano affamata.
Amo ciò che non ho. Tu sei così distante.
La mia noia combatte con i lenti crepuscoli.
Ma la notte giunge e incomincia a cantarmi.
La luna fa girare la sua pellicola di sogno.

Le stelle più grandi mi guardano con i tuoi occhi.
E poiché io ti amo, i pini nel vento
vogliono cantare il tuo nome con le loro foglie di filo metallico.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”, Passigli Poesia, 1996

∗∗∗

18. Aquí  te amo

Aquí  te amo.
En los oscuros pinos se desenreda el viento.
Fosforece la luna sobre las aguas errantes.
Andan días iguales persiguiéndose.

Se desciñe la niebla en danzantes figuras.
Una gaviota de plata se descuelga del ocaso.
A veces una vela. Altas, altas estrellas.

O la cruz negra de un barco.
Solo.
A veces amanezco, y hasta mi alma está húmeda.
Suena, resuena el mar lejano.
Éste es un puerto.
Aquí te amo.

Aquí te amo y en vano te oculta el horizonte.
Te estoy amando aún entre estas frías cosas.
A veces van mis besos en esos barcos graves,
que corren por el mar hacia donde no llegan.
Ya me veo olvidado como estas viejas anclas.
Son más tristes los muelles cuando atraca la tarde.

Se fatiga mi vida inútilmente hambrienta.
Amo lo que no tengo. Estás tú tan distante.
Mi hastío forcejea con los lentos crepúsculos.
Pero la noche llega y comienza a cantarme.
La luna hace girar su rodaja de sueño.

Me miran con tus ojos las estrellas más grandes.
Y como yo te amo, los pinos en el viento,
quieren cantar tu nombre con sus hojas de alambre.

Pablo Neruda

da “Veinte poemas de amor y una canción desesperada”, National Editorial, 1924

Ode a Federico García Lorca – Pablo Neruda

 

Se potessi piangere di paura in una casa solitaria,
se potessi cavarmi gli occhi e divorarli,
lo farei per la tua voce d’arancio in lutto
e per la tua poesia che esce come un grido.

Perché dipingono per te di azzurro gli ospedali
e crescono le scuole e i rioni del porto,
e si popolano di piume gli angeli feriti,
e i pesci nuziali si coprono di squame,
e volano verso il cielo i ricci del mare:
per te le sartorie con le nere membrane
si riempiono di cucchiai e di sangue,
e ingoiano nastri rotti, e si uccidono di baci,
e si vestono di bianco.

Quando voli vestito di pesco,
quando ridi con risa di riso preso d’uragano,
quando per cantare scuoti le arterie e i denti,
la gola e le dita,
vorrei morire tanto dolce tu sei,
morirei per i laghi rossi
dove dentro l’autunno tu vivi
con un corsiero caduto e un dio insanguinato,
vorrei morire per i cimiteri
che come fiumi grigi passano
con acqua e tombe,
di notte, fra campane annegate:
fiumi densi come dormitori
di soldati ammalati, che all’improvviso crescono
verso la morte in fiumi con numeri di marmo
e corone marcite, e oli funerari:
morirei per vederti di notte
guardare le croci sommerse che passano,
in piedi e piangendo,
perché davanti al fiume della morte piangi
come ferito, abbandonatamente,
piangi piangendo, con gli occhi pieni
di lacrime, di lacrime, di lacrime.

Se potessi di notte, perdutamente solo,
accumulare dimenticanza e ombra e fumo
su treni e vapori,
con un imbuto nero,
mordendo le ceneri
lo farei per l’albero nel quale cresci,
per i nidi d’acque dorate che riunisci,
per il rampicante che copre le tue ossa
rivelandoti il segreto della notte.

Città con odore di cipolla umida
aspettano che tu passi cantando raucamente,
e verdi rondini fanno nido nei tuoi capelli,
e silenziose navi di sperma ti perseguitano,
e poi lumache e settimane,
e alberature aggrovigliate e ciliege
girano continuamente quando affiora
la tua pallida testa con quindici occhi
e la tua bocca affondata nel sangue.

Se potessi riempire di fuliggine i palazzi comunali
e, singhiozzando, abbattere orologi,
lo farei per vedere quando alla tua casa
arriva l’estate con le labbra spaccate,
arriva gente col vestito d’agonia,
arrivano regioni di triste splendore,
arrivano aratri morti e papaveri,
arrivano becchini e cavalieri,
arrivano pianeti e carte geografiche con sangue,
arrivano palombari coperti di cenere,
arrivano maschere che trascinano fanciulle
trafitte da grandi coltelli,
arrivano radici, vene, ospedali,
sorgenti, formiche,
arriva la notte con il letto
dove muore fra i ragni un ussero solitario,
arriva una rosa di odio e spilli,
arriva una barca giallognola,
arriva un giorno di vento con un bambino,
e poi arrivo io con Oliverio, Norah,
Vicente Aleixandre, Delia,
Maruca, Malva Marina, María Luisa e Larco,
la Rubia, Rafael Ugarte,
Cotapos, Rafael Alberti,
Carlos, Bebé, Manolo Altolaguirre,
Molinari,
Rosales, Concha Méndez,
e altri che non ricordo.

Vieni perché t’incontri, giovane della salute
e della farfalla, giovane puro
come un lampo nero eternamente libero,
e conversando fra noi,
ora, quando non c’è piú nessuno fra le rocce,
diciamoci semplicemente come sei tu e come sono io:
a che cosa servono i versi se non per la rugiada?
A che cosa servono i versi se non per quella notte
quando un pugnale amaro ci scopre, per quel giorno,
per quel crepuscolo, per quell’angolo rotto
dove il colpito cuore dell’uomo si dispone a morire?

E piú di notte,
di notte ci sono molte stelle,
tutte dentro un fiume,
come un nastro presso alle finestre
delle case piene di povera gente.

Là qualcuno è morto,
forse hanno perduto il lavoro all’officina,
negli ospedali, negli ascensori
nelle miniere,
soffrono gli uomini ostinatamente feriti
e dovunque c’è proposito e pianto,
mentre le stelle corrono dentro un fiume senza fine
c’è molto pianto alle finestre,
le soglie sono corrose dal pianto,
le stanze sono bagnate dal pianto,
che arriva in forma di onda a mordere i tappeti.

Federico,
tu vedi il mondo, le strade,
l’aceto,
gli addii nelle stazioni
quando il fumo alza le sue ruote decisive
verso luoghi dove non ci sono che distacchi,
pietre, strade ferrate.

C’è molta gente che fa domande
in ogni luogo;
e il cielo è sanguinante, e l’adirato, e l’affranto,
e il miserabile, e l’albero delle unghie,
e il bandito con l’invidia sulle spalle.

Cosí è la vita, Federico,
ecco ciò che può darti l’amicizia
d’un malinconico uomo molto maschio.
Da te stesso, tu sai già molte cose,
e altre andrai imparando lentamente.

Pablo Neruda

(Traduzione di Salvatore Quasimodo)

da “Pablo Neruda, Poesie”, Einaudi, Torino, 1952

∗∗∗

Oda a Federico Garcìa Lorca

Si pudiera llorar de miedo en una casa sola,
si pudiera sacarme los ojos y comérmelos,
lo haría por tu voz de naranjo enlutado
y por tu poesía que sale dando gritos.

Porque por ti pintan de azul los hospitales
y crecen las escuelas y los barrios marítimos,
y se pueblan de plumas los ángeles heridos,
y se cubren de escamas los pescados nupciales,
y van volando al cielo los erizos:
por ti las sastrerías con sus negras membranas
se llenan de cucharas y de sangre
y tragan cintas rotas, y se matan a besos,
y se visten de blanco.

Cuando vuelas vestido de durazno,
cuando ríes con risa de arroz huracanado,
cuando para cantar sacudes las arterias y los dientes,
la garganta y los dedos,
me moriría por lo dulce que eres,
me moriría por los lagos rojos
en donde en medio del otoño vives
con un corcel caído y un dios ensangrentado,
me moriría por los cementerios
que como cenicientos ríos pasan
con agua y tumbas,
de noche, entre campanas ahogadas:
ríos espesos como dormitorios
de soldados enfermos, que de súbito crecen
hacia la muerte en ríos con números de mármol
y coronas podridas, y aceites funerales:
me moriría por verte de noche
mirar pasar las cruces anegadas,
de pie llorando,
porque ante el río de la muerte lloras
abandonadamente, heridamente,
lloras llorando, con los ojos llenos
de lágrimas, de lágrimas, de lágrimas.

Si pudiera de noche, perdidamente solo,
acumular olvido y sombra y humo
sobre ferrocarriles y vapores,
con un embudo negro,
mordiendo las cenizas,
lo haría por el árbol en que creces,
por los nidos de aguas doradas que reúnes,
y por la enredadera que te cubre los huesos
comunicándote el secreto de la noche.

Ciudades con olor a cebolla mojada
esperan que tú pases cantando roncamente,
y golondrinas verdes hacen nido en tuo pelo,
y silenciosos barcos de esperma te persiguen,
y además caracoles y semanas,
mástiles enrollados y cerezas
definitivamente circulan cuando asoman
tu pálida cabeza de quince ojos
y tu boca de sangre sumergida.

Si pudiera llenar de hollín las alcaldías
y, sollozando, derribar relojes,
sería para ver cuándo a tu casa
llega el verano con los labios rotos,
llegan muchas personas de traje agonizante,
llegan regiones de triste esplendor,
llegan arados muertos y amapolas,
llegan enterradores y jinetes,
llegan planetas y mapas con sangre,
llegan buzos cubiertos de ceniza,
llegan enmascarados arrastrando doncellas
atravesadas por grandes cuchillos,
llegan raíces, venas, hospitales,
manantiales, hormigas,
llega la noche con la cama en donde
muere entre las arañas un húsar solitario,
llega una rosa de odio y alfileres,
llega una embarcación amarillenta,
llega un día de viento con un niño,
llego yo con Oliverio, Norah
Vicente Aleixandre, Delia,
Maruca, Malva Marina, María Luisa y Larco,
la Rubia, Rafael Ugarte,
Cotapos, Rafael Alberti,
Carlos, Bebé, Manolo Altolaguirre,
Molinari,
Rosales, Concha Méndez,
y otros que se me olvidan.

Ven a que te corone, joven de la salud y
de la mariposa, joven puro
como un negro relámpago perpetuamente libre,
y conversando entre nosotros,
ahora, cuando no queda nadie entre las rocas,
hablemos sencillamente como eres tú y soy yo:
para qué sirven los versos si no es para el rocío?
Para qué sirven los versos si no es para esa noche
en que un puñal amargo nos averigua, para ese día,
para ese crepúsculo, para ese rincón roto
donde el golpeado corazón del hombre se dispone a morir?

Sobre todo de noche,
de noche hay muchas estrellas,
todas dentro de un río
como una cinta junto a las ventanas
de las casas llenas de pobres gentes.

Alguien se les ha muerto, tal vez
han perdido sus colocaciones en las oficinas,
en los hospitales, en los ascensores,
en las minas,
sufren los seres tercamente heridos
y hay propósito y llanto en todas partes:
mientras las estrellas corren dentro de un río interminable
hay mucho llanto en las ventanas,
los umbrales están gastados por el llanto,
las alcobas están mojadas por el llanto
que llega en forma de ola a morder las alfombras.

Federico,
tú ves el mundo, las calles,
el vinagre,
las despedidas en las estaciones
cuando el humo levanta sus ruedas decisivas
hacia donde no hay nada sino algunas
separaciones, piedras, vías férreas.

Hay tantas gentes haciendo preguntas
por todas partes.
Hay el ciego sangriento, y el iracundo, y el
desanimado,
y el miserable, el árbol de las uñas,
el bandolero con la envidia a cuestas.

Así es la vida, Federico, aquí tienes
las cosas que te puede ofrecer mi amistad
de melancólico varón varonil.
Ya sabes por ti mismo muchas cosas.
Y otras irás sabiendo lentamente.

Pablo Neruda

da “Residencia en la tierra, II” (1931-1935), Cruz y Raya, Madrid, 1935