Oggi la neve s’è disciolta… – Marina Ivanovna Cvetaeva

Foto di Donata Wenders

Dal ciclo «L’amica»
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Oggi la neve s’è disciolta, oggi
sono rimasta a lungo alla finestra.
L’occhio è tornato alla realtà; più libero,
rasserenato, nuovamente, il petto.

Il perché non lo so. Può darsi che
l’anima sia semplicemente stanca,
e in ogni modo non ho avuto voglia
di metter mano a un lapis irrequieto.

Così sono rimasta – nella nebbia –
lontana sia dal bene che dal male,
tamburellando calma con le dita
sul vetro, che ne tintinnava appena.

Non dà giudizi di valore, l’anima,
su ciò che incontra per la prima volta:
sia una pozzanghera di madreperla,
dove s’è arrovesciato il firmamento,

o un uccello che sfreccia su nell’aria,
o un cane che, semplicemente, corre:
nemmeno il canto d’una mendicante,
la prima volta, mi portò alle lacrime.

L’arte gentile del dimenticare
l’anima mia l’aveva già imparata.
Oggi non so che immensa sensazione
si è disciolta nell’anima.

Marina Ivanovna Cvetaeva

24 ottobre 1914

(Traduzione di Fiornando Gabbrielli)

«Ecco ancora una finestra» – Marina Ivanovna Cvetaeva

DAL CICLO «INSONNIA»
5

Ecco ancora una finestra,
dove ancora non dormono.
Forse – bevono vino,
forse – siedono così.
O semplicemente – le due
mani non staccano.
In ogni casa, amico,
c’è una finestra così.

Non candele o lampade hanno acceso il buio:
ma gli occhi insonni!

Grido di distacchi e d’incontri:
tu, finestra nella notte!
Forse, centinaia di candele,
forse, tre candele…
Non c’è, non c’è per la mia
mente quiete.
Anche nella mia casa
è entrata una cosa come questa.

Prega, amico, per la casa insonne,
per la finestra con la luce.

Marina Ivanovna Cvetaeva

(Traduzione di Pietro Antonio Zveteremich)

23 dicembre 1916

da “Marina Ivanovna Cvetaeva, Poesie”, Feltrinelli, Milano, 1979

Asia – Velimir Chlèbnikov

Foto di Bert Hardy

 

Sempre schiava, ma con una patria di zar sul petto abbronzato
e con sigilli statali in cambio di búccole agli orecchi.
Ora fanciulla con spada, ignara del concepimento,
ora levatrice-vegliarda delle sommosse.
Tu stai voltando le pagine del libro in cui
la scrittura era pressione della mano dei mari.
Come inchiostro brillavano di notte gli uomini,
la fucilazione degli zar fu uno sdegnoso segno esclamativo,
la vittoria delle truppe serví di virgola,
di màrgine una serie di puntini, la cui furia è impàvida,
l’evidente sdegno popolare
e le fenditure dei secoli fecero da parèntesi.

Velimir Chlèbnikov

1921.

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Poesie di Chlébnikov”, Einaudi, Torino, 1968

II motivo dell’Asia come immane incunàbolo, vergato dagli uomini e dalla natura, collima col tema della lirica L’Unico Libro. L’inchiostro, la stampa, la punteggiatura e persino l’atto manuale dello scrivere esprimono il sonnolento passato e il furioso risveglio dei territori orientali dell’impero russo. Ossía il libro dell’Asia è la medesima Asia, il libro della sua geografia è la sua reale dimensione geografica, e l’Asia è libro, la sua storia è libro della sua storia, e la sua antichità è contenuta in un libro che è l’antichità stessa. (A. M. Ripellino)

∗∗∗

Азия

Всегда рабыня, но с родиной царей на
смуглой груди
И с государственной печатью взамен
серьги у уха.
То девушка с мечом, не знавшая зачатья,
То повитуха – мятежей старуха.
Ты поворачиваешь страницы книги той,
Где почерк был нажим руки морей.
Чернилами сверкали ночью люди,
Расстрел царей был гневным знаком
восклицанья,
Победа войск служила запятой,
А полем – многоточия, чье бешенство не робко,
Народный гнев воочию
И трещины столетий – скобкой.

Велими́р Хле́бников

da “Sobranie proizvedenij”, a cura di Jurij Tynjanov e Nikolàj Stepànov, Leningrado, 1928 – 1933, (III, 122)

Turbamento – Anna Andreevna Achmatova

Paul Luknitsky, Anna Achmatova, c. 1925

1.

La luce incandescente soffocava,
e i suoi sguardi parevano raggi.
Ebbi solo un sussulto:
quest’uomo può domarmi.
Si inchinò… dirà qualcosa…
Il sangue defluí dal viso.
Come pietra tombale,
si pose l’amore sulla mia vita.

2.

Non ami, non vuoi guardare?
Ah, come sei bello, maledetto!
Fin dall’infanzia ho avuto ali,
ma ora non posso spiccare il volo.
Una nebbia mi vela la vista,
vi si confondono cose e volti,
ed è soltanto un tulipano rosso,
il tulipano che porti all’occhiello.

3.

Come vuole semplice cortesia,
mi si fece vicino, mi sorrise,
tra carezzevole e indolente,
mi sfiorò con un bacio la mano,
e mi guardarono le pupille
di misteriose, antiche effigi…
Dieci anni di palpiti e grida,
tutte le mie notti insonni
le riposi in una parola sommessa,
pronunciata invano.
Te ne andasti, e di nuovo
l’anima è vuota e chiara.

Anna Andreevna Achmatova

1913

(Traduzione di Michele Colucci)

da “La corsa del tempo”, Einaudi, Torino, 1992

∗∗∗

СМЯТЕНИЕ

1

Было душно от жгучего света,
А взгляды его—как лучи.
Я только вздрогнула: этот
Может меня приручить.
Наклонился—он что-то скажет…
От лица отхлынула кровь.
Пусть камнем надгробным ляжет
На жизни моей любовь.

2

Не любишь, не хочешь смотреть?
О, как ты красив, проклятый!
И я не могу взлететь,
А с детства была крылатой.
Мне очи застит туман,
Сливаются вещи и лица,
И только красный тюльпан,
Тюльпан у тебя в петлице.

3

Как велит простая учтивость,
Подошел ко мне, улыбнулся,
Полуласково, полулениво
Поцелуем руки коснулся—
И загадочных, древних ликов
На меня поглядели очи…
Десять лет замираний и криков,
Все мои бессонные ночи
Я вложила в тихое слово
И сказала его напрасно.
Отошел ты, и стало снова
На душе и пусто и ясно.

Анна Андреевна Ахматова

1913

da “Бег времени: стихотворения 1909-1965”, Сов. писатель, Ленинградское отд-ние, 1965

«A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo,
quasi vi avessimo sepolto il sole,
e un’assurda parola beata
pronunzieremo per la prima volta.
Nel nero velluto della notte sovietica,
nel velluto del vuoto universale
cantano sempre i cari occhi di donne beate,
sempre fioriscono fiori immortali.

Come una gatta selvaggia s’inarca la capitale,
sul ponte sta una pattuglia,
solo un maligno motore fuggirà nella nebbia,
urlando come un cuculo.
Non mi occorre il lasciapassare notturno,
non ho paura delle sentinelle:
per un’assurda parola beata
pregherò nella notte sovietica.

Sento un leggero fruscío teatrale
e l’ah d’una fanciulla,
e un mucchio enorme di rose immortali
Ciprigna stringe fra le braccia.
Ci scaldiamo a un falò dalla noia,
forse i secoli trascorreranno,
e le care mani di donne beate
raccoglieranno la lieve cenere.

In qualche luogo le rosse aiuole d’una platea,
sfarzosamente rigonfi gli stipi dei palchi,
la bambola a molla di un ufficiale:
non per le anime nere né per i gretti santoni…
Ebbene, spegni le nostre candele
nel nero velluto del vuoto universale,
cantano sempre le sode spalle di donne beate,
ma il notturno sole tu non lo spegnerai.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

25 novembre 1920

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Poesia russa del novecento”, a cura di A. Maria Ripellino, Guanda Editore, Parma, 1954