«Fiaccata dai tuoi lunghi sguardi» – Anna Andreevna Achmatova

Fiaccata dai tuoi lunghi sguardi,
io stessa ho appreso a far soffrire.
Creata da una tua costola,
come posso non amarti?

Esserti tenera sorella
è il legato di un fato antico,
ed io sono diventata l’astuta, avida,
dolcissima tua schiava.

Ma quando, mite, mi abbandono
sul tuo petto piú bianco della neve,
come esulta e si fa saggio il tuo cuore,
sole della mia patria!

Anna Andreevna Achmatova 

1921

(Traduzione di Michele Colucci)

da “La corsa del tempo”, Einaudi, Torino, 1992

∗∗∗

«Долгим взглядом твоим истомленная,»

Долгим взглядом твоим истомленная,
И сама научилась томить.
Из ребра твоего сотворенная,
Как могу я тебя не любить?

Быть твоею сестрою отрадною
Мне завещано древней судьбой,
А я стала лукавой и жадною
И сладчайшей твоею рабой.

Но когда замираю, смиренная.
На груди твоей снега белей,
Как ликует твое умудренное
Сердце – солнце отчизны моей!

Анна Андреевна Ахматова

da “Анно Домини: стихотворения”, Volume 3, Петрополис & Алконость, 1923

Il vento – Boris Leonidovič Pasternak

Foto di Charles March

 

Io sono già morto e tu vivi ancora.
E il vento, con gemiti e pianto,
fa oscillare il bosco e la dacia.
E non per proprio conto ogni pino,
ma tutti insieme gli alberi
nella loro distesa sconfinata,
come armature di velieri
sulla superficie d’una baia.
E non per tracotanza
o per vano furore,
ma per trovare nell’angoscia le parole
d’un canto di culla per te.

Boris Leonidovič Pasternak

(Traduzione di Mario Socrate)

da “Il dottor Živàgo”, Feltrinelli, 1957

«Vanno via con passo lento» – Aleksandr Aleksandrovič Blok

12.

Vanno via con passo lento,
sempre avanti… Chi va là?
È un vessillo che sul vento
fruscia e oscilla in qua e in là…

Dietro ai cumuli in agguato
forse c’è chi sta aspettando…
No, è il cane allampanato
che li segue zoppicando…

«Passa via, vagabondo!
Via rognoso, via, se no…
Come un cane, o vecchio mondo,
passa via, t’abbatterò!»

Mostra i denti come un lupo,
con la coda ritta sta,
cane povero e sparuto…
«Rispondete: chi va là?»

«Chi è che che scuote la bandiera?»
«Oh che buio maledetto!»
«Chi è che va di gran carriera?
chi si fa là parapetto?»

«Su, compagno, alza le mani!
Prender te per noi è un gioco.
Tu cadrai nelle mie mani
vivo o morto! Attenti: fuoco!»

Tratatà!… Ma è solo l’eco
che risponde secco e breve.
La tormenta con un bieco
riso danza fra la neve!

Tratatà!
Tratarà!

… Cosí vanno nella sera,
         ed il cane è ormai laggiú
ma davanti alla bandiera,
        camminando lieve,
        nel vortice di neve,
di rose inghirlandato
in un nembo imperlato,
         avanti marci tu,
         non veduto, o Gesú!

Aleksandr Aleksandrovič Blok

(Traduzione di Renato Poggioli)

da “I dodici”, Einaudi, Torino, 1965

«Il 29 gennaio 1918, quando ebbe dato compimento ai Dodici, Aleksandr Blok segnò nel suo diario: “Oggi io sono un genio”. Meno di due anni innanzi, il 25 marzo 1916, quel diario registra tutt’altra confessione: “Giorni fa ho pensato che non debbo scrivere versi, perché ne sono troppo capace. Bisogna mutare ancora (oppure che intorno le cose mutino) per ricevere di nuovo la possibilità di superare il materiale”. Se Blok poté sollevarsi ad una nuova altezza di poesia, a quella suprema della sua ascesa creativa, fu perché intorno le cose erano mutate portentosamente, perché la coscienza escatologica, che aveva pervaso la Russia di Blok e in Blok s’era espressa con tensione estrema, sembrava vedere in atto i propri presagi d’apprensione o d’aspettazione, quasi che un nuovo eone, terribile o felice, stesse per succedere all’antico». (Clara Strada Janovič)

La notte bianca – Boris Leonidovič Pasternak

 

Un’epoca lontana in sogno mi riappare,
la casa nel quartiere Pietroburgo.
Figlia d’una modesta proprietaria della steppa
tu sei all’istituto, tu, nativa di Kursk.

Sei carina e hai molti ammiratori.
In questa notte bianca noi due insieme,
rincantucciati sul tuo davanzale,
guardiamo giù da questo grattacielo.

Il mattino ha lambito col suo primo tremito
i lampioni, come farfalle di gas.
Ciò che sottovoce vado raccontandoti
somiglia tanto alle lontananze addormentate.

E noi siamo in preda a una medesima
trepidante dedizione al mistero,
come Pietroburgo col suo panorama
che si stende oltre la Neva sconfinata.

Laggiú, lontano, dietro impenetrabili confini,
in questa notte bianca di primavera,
con uno strepito d’inni gli usignuoli
fanno echeggiare i limiti dei boschi.

Il frenetico trillo dilaga.
La voce del minuto, gracile uccellino
eccita all’entusiasmo e allo scompiglio
nella profondità della foresta incantata.

In quei posti, scalza viandante,
penetra la notte lungo lo steccato,
e dietro lei dal davanzale si trascina
l’orma del discorso origliato.

Fra gli echi di quel discorso sorpreso,
nei giardini recinti d’assicelle
i rami dei meli e dei ciliegi
si vestono d’un colore bianchiccio.

E, come fantasmi, gli alberi
si riversano bianchi in folla sulla strada,
facendo come cenni d’addio
alla notte bianca che cosí tanto ha visto.

Boris Leonidovič Pasternak

(Traduzione di Mario Socrate)

da “Il dottor Živàgo”, Feltrinelli, 1957

∗∗∗

БЕЛАЯ НОЧЬ

Мне далекое время мерещится,
Дом на стороне Петербургской.
Дочь степной небогатой помещицы,
Ты — на курсах, ты родом из Курска.

Ты — мила, у тебя есть поклонники.
Этой белою ночью мы оба,
Примостясь на твоем подоконнике,
Смотрим вниз с твоего небоскреба.

Фонари, точно бабочки газовые.
Утро тронуло первою дрожью.
То, что тихо тебе я рассказываю,
Так на спящие дали похоже!

Мы охвачены тою же самою
Оробелою верностью тайне,
Как раскинувшийся панорамою
Петербург за Невою бескрайней.

Там вдали, по дремучим урочищам.
Этой ночью весеннею белой
Соловьи славословьем грохочущим
Оглашают лесные пределы.

Ошалелое щелканье катится.
Голос маленькой птички лядащей
Пробуждает восторг и сумятицу
В глубине очарованной чащи.

В те места босоногою странницей
Пробирается ночь вдоль забора,
И за ней с подоконника тянется
След подслушанного разговора.

В отголосках беседы услышанной
По садам, огороженным тёсом,
Ветви Яблоновые и вишенные
Одеваются цветом белёсым.

И деревья, как призраки, белые
Высыпают толпой на дорогу.
Точно знаки прощальные делая
Белой ночи, видавшей так много.

Борис Леонидович Пастернак

da “Доктор Живаго”, 1957

La sentenza – Anna Andreevna Achmatova

VII.

E sul mio petto ancora vivo
piombò la parola di pietra.
Non fa nulla, vi ero pronta,
in qualche modo ne verrò a capo.

Oggi ho da fare molte cose:
occorre sino in fondo uccidere la memoria,
occorre che l’anima impietrisca,
occorre imparare di nuovo a vivere.

Se no… Oltre la finestra
l’ardente fremito dell’estate, come una festa.
Da tempo lo presentivo:
un giorno radioso e la casa deserta.

Anna Andreevna Achmatova

Estate 1939. Casa della Fontanka.

(Traduzione di Michele Colucci)

da “Requiem”, 1935-1940, in “La corsa del tempo”, Einaudi, Torino, 1992

***

VII.
ПРИГОВОР

И упало каменное слово
На мою еще живую грудь.
Ничего, ведь я была готова,
Справлюсь с этим как-нибудь.

У меня сегодня много дела:
Надо память до конца убить,
Надо, чтоб душа окаменела,
Надо снова научиться жить.

А не то… Горячий шелест лета
Словно праздник за моим окном.
Я давно предчувствовала этот
Светлый день и опустелый дом.

Анна Андреевна Ахматова

22 июня 1939, Фонтанный Дом

da “А. Ахматовой, Реквием”, Мюнхен: Т-во зарубежных писателей, 1963