Autunno – Andrej Andreevič Voznesenskij

Foto di Anka Zhuravleva

[a S. Ščipačev]

Sciabordio d’ali d’anitra. E, insieme,
per il viottolo segreto,
scintillio d’ultime ragnatele,
di ultimi viaggi in bicicletta.

Su, segui tu pure il loro esempio.
Bussa all’ultima casa per l’addio.
Sai che una donna abita lí dentro:
non aspetta per la cena il marito.

Per me, lei tirerà svelta il paletto,
si stringerà con la guancia alla mia giacca,
ridendo, lei, mi tenderà la bocca.
Ma d’improvviso, spenta, capirà tutto:
l’invito autunnale dei campi, il volo
dei semi, le famiglie che si dissolvono…

Lí, infreddolita e giovane,
starà a pensare, ecco,
che il melo, anche lui, porta il suo frutto,
che la Bianca, anche lei, ha il suo vitello.

Che la vita fermenta in cave querce annose,
nei campi, nelle case, dentro boschi ventosi.
A loro, germinare, stridere di richiami;
a lei, invece gemere, e struggersi invano.

Che ardore in quel sussurro delle labbra:
“ Per cosa, le spalle, i seni, le braccia,
e vivere, accendere il fuoco,
e, la mattina, al lavoro? ”

Le poserò le mani sulle spalle…
perché che cosa posso dirle?
Dai vetri, intanto, nella prima brina,
s’aprono fuori campi d’alluminio.
Su loro, nere, su loro, argentee,
allungandosi laggiú, sino alla linea
ferroviaria, arriveranno le mie impronte.

Andrej Andreevič Voznesenskij

(Traduzione di Mario Socrate in collaborazione con Maria Olsoufieva)

da “Scrivo come amo”, “Le Comete” Feltrinelli, 1962

Le poesie qui raccolte sono state tratte in parte da Parabola (Sovetskij Pisatel’, Mosca, 1960), Mozaika (Vladimirskoe Knižnoc Izdatcl’stvo, Vladimir, 1960), e in parte desunte da un gruppo di poesie comunicate direttamente dall’autore, alcune delle quali sono state poi pubblicate, in qualche caso con lievissime varianti, su “Znamja,” 4, 1962, e altre riviste sovietiche.

∗∗∗

Осень

[С. Щипачеву]

Утиных крыльев переплеск.
И на тропинках заповедных
Последних паутинок блеск,
Последних спиц велосипедных.

И ты примеру их последуй,
Стучись проститься в дом последний.
В том доме женщина живет
И мужа к ужину не ждет.

Она откинет мне щеколду,
К тужурке припадет щекою,
Она, смеясь, протянет рот.
И вдруг, погаснув, все поймет —
Поймет осенний зов полей,
Полет семян, распад семей…

Озябшая и молодая.
Она подумает о том,
Что яблонька и та — с плодами,
Буренушка и та — с телком.

Что бродит жизнь в дубовых дуплах,
В полях, в домах, в лесах продутых,
Им — колоситься, токовать.
Ей — голосить и тосковать.

Как эти губы жарко шепчут:
« Зачем мне руки, груди, плечи?
К чему мне жить и печь топить
И на работу выходить? »

Ее я за плечи возьму —
Я сам не знаю, что к чему…
А за окошком в первом инее
Лежат поля из алюминия.
По ним — черны, по ним — седы,
До железнодорожной линии
Протянутся мои следы. 

Андрей Андреевич Вознесенский

«Ai miei versi scritti così presto» – Marina Ivanovna Cvetaeva 

 

Ai miei versi scritti così presto,
che nemmeno sapevo d’esser poeta,
scaturiti come zampilli di fontana,
come scintille dai razzi.

Irrompenti come piccoli demoni
nel sacrario dove stanno sogno e incenso,
ai miei versi di giovinezza e di morte,
versi che nessuno ha mai letto!

Sparsi fra la polvere dei magazzini,
dove nessuno mai li prese né li prenderà,
per i miei versi, come per i pregiati vini,
verrà pure il loro turno.

Marina Ivanovna Cvetaeva 

Koktebel, maggio 1913

(Traduzione di Pietro Antonio Zveteremich)

da “Marina Ivanovna Cvetaeva, Poesie”, Feltrinelli, Milano, 1979

∗∗∗

«Моим стихам, написанным так рано»

Моим стихам, написанным так рано,
Что и не знала я, что я – поэт,
Сорвавшимся, как брызги из фонтана,
Как искры из ракет,

Ворвавшимся, как маленькие черти,
В святилище, где сон и фимиам,
Моим стихам о юности и смерти,
– Нечитанным стихам!

Разбросанным в пыли по магазинам,
Где их никто не брал и не берет,
Моим стихам, как драгоценным винам,
Настанет свой черед.

Марина Ивановна Цветаева

Коктебель, 13 моя 1913

da “Цветаева Марина. Собрание сочинений в семи томах. Том 1. Стихотворения 1906-1920”, Терра, 1997

Parte del discorso – Iosif Aleksandrovic Brodskij

 

Da nessun luogo con affetto, addì
martembre, caro egregio diletta, ma non importa chi,
perché i tratti del volto, a dire il vero,
non li ricordo più, il non vostro
certo, ma neanche di nessuno
fedele amico vi saluta da uno
dei cinque continenti, fondato sui cow-boys; io
ti ho amato più degli angeli e di Lui
e perciò ora sono lontano da te più che da loro;
ad ora tarda, in fondo a una valle che dorme,
in un paese con la neve a mezza porta,
torcendomi di notte sul lenzuolo,
(così come in ogni caso qui sotto non è detto)
sprimaccio il mio cuscino, « tu » mugghiando,
oltre mari finiti, con tutto il corpo i tuoi tratti
nel buio, come uno specchio folle, ripetendo.

∗∗∗

Il Nord trita il metallo, ma risparmia il vetro.
Ed insegna alla gola a dire « fammi entrare ».
Il freddo mi ha educato e mi ha messo una penna
fra le dita, per riscaldarle strette a pugno.

Gelando, vedo il sole che tramonta
dietro al mare, e non c’è nessuno intorno.
Non so se il tacco scivola sul ghiaccio
o se è la terra stessa che si inarca

sotto il tacco. Dentro la gola che contiene
risa o discorso o tè caldo, io
sento sempre più chiara risuonare la neve
e il solo punto nero, un Amundsen, è « addio ».

∗∗∗

Serie d’osservazioni. Angolo caldo.
Lo sguardo lascia una scia sulle cose.
L’acqua si ripropone come vetro.
L’uomo è mostruoso più del proprio scheletro.

Sera con vino rosso in nessun posto.
Una veranda assalita dai salici.
Appoggiandosi al gomito riposa il corpo
come morena fuori del ghiacciaio.

Fra un millennio un fossile bivalve estrarranno
da questa tenda, e rivelerà fra le nappe
l’impronta di due labbra che non hanno
nessuno a cui augurare « Buona notte ».

∗∗∗

Il tacco lascia tracce, quindi è inverno.
In campagna fra cose di legno intirizzendo,
le case dai passanti riconoscono se stesse.
Che dire a sera del futuro, se
il ricordo, al risveglio, delle tue calde (omissis)
il corpo, nel silenzio della notte,
sulla parete dell’anima proietta,
come di sera l’ombra dalla sedia
sulla parete proietta la candela, e se,
sotto il cielo sul bosco steso come tovaglia,
sulla torre del silos, dove spazza l’ala
del corvo, con la neve non sai imbiancare l’aria.

∗∗∗

Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove
onde grigie di zinco vengono a due a due;
di qui tutte le rime, di qui la voce pallida
che fra queste si arriccia, come il capello umido;
se mai s’arriccia. Anche puntando il gomito, la conchiglia
dell’orecchio non distingue in esse nessun ruglio,
ma battiti di tele, di persiane, di mani,
bollitori su fornelli, al massimo strida di gabbiani.
In questi piatti paesi quello che difende
dal falso il cuore è che in nessun luogo ci si può celare e si vede
più lontano. Soltanto per il suono lo spazio è ostacolo:
l’occhio non si lamenta per l’assenza di eco.

∗∗∗

Quanto alle stelle, ci sono sempre. Quando
ne spunta una, un’altra ne verrà.
Solo così di là si guarda qua:
dopo le otto di sera, ammiccando.
Il cielo è meglio sgombro. Anche se
la conquista del cosmo è più opportuna
con le stelle. Ma proprio senza andarsene
da dove si è, in veranda, in poltrona.
Come disse un pilota di quegli aggeggi, al buio
nascondendo metà della faccia, non esiste la
vita, con ogni evidenza, in nessun luogo, e non puoi
fissar lo sguardo su nessuna stella.

∗∗∗

Nella città, da cui la morte si diffuse sulla carta
scolastica, il selciato brilla come scaglie sulla carpa.
Su un castano centenario smoccolano ceri,
s’annoia il leone di ghisa pensando ai discorsi di ieri.
Alle finestre traspaiono, attraverso stinto tulle,
troppo lavato, piaghe rosse di garofani e guglie;
sferraglia un tram lontano, come al tempo andato,
però nessuno scende più allo stadio.
La vera fine della guerra è il vestito
d’una bionda sulla spalliera di una sedia viennese
e il proiettile alato che vola argenteo e ruglia
e trasporta la vita al Sud in luglio.

Monaco di Baviera

∗∗∗

Alla luce d’una candela, in riva
all’oceano. Intorno campi d’acetosa e trifoglio.
A sera il corpo ha le braccia di Śiva
tese verso un’amante inestimabile.
La civetta, calando sull’erba, acchiappa un sorcio,
senza ragione scricchiolano le capriate.
Il sonno in una città di legno è più forte,
perché si sogna solo ciò che è stato.
Odor di pesce fresco; alla parete si appunta
un profilo di sedia, alla finestra debole
s’agita un velo; col suo raggio la luna rimonta
la marea, come una coperta che via scivola.

∗∗∗

È tempo per lo sparviero di contare i pulcini,
di covoni nella nebbia, di monete che bruciano le dita,
tinnando in tasca; dei fiumi del Nord che, alla foce
gelandosi, ricordano le fonti, un Sud remoto
e per un attimo si scaldano; di poca luce,
d’impermeabili, di scarpe gonfie, di tremori
nello stomaco, per la gialla pappa di navone.
Tempo di vento forte, che agita i gonfaloni
dell’armata fronzuta. Stagione senza fretta,
i giorni hanno la stessa faccia, come i fratelli Ivanov. Avide
lascive dita di fiamma tiran via la corteccia
viva: non s’accontentano dell’abitino umido.

∗∗∗

I giorni disfano l’abitino che Tu hai tessuto.
A vista d’occhio si dipana, a un filo verde
succede un filo azzurro, e poi diventa bruno,
e grigio, e inesistente. Si intravvede
qualcosa ormai, un orlo di batista.
Nessun paesaggista la fine del viale
potrà dipingere. Si ritira presto
l’abito della promessa sposa, lavandolo,
e il corpo non diventa mai più bianco.
Si è seccato il formaggio o il fiato manca.
Ossia: l’uccello, se di profilo è un corvo, di cuore
è canarino. Ma la volpe, quando addenta
la gola, non distingue il sangue dal tenore.

∗∗∗

Il sole giallo sorgente segue con occhi
obliqui gli alberi nudi della flotta-macchia,
in rotta a tutto vapore per la Tsushima
dal gran gelo. Febbraio è il più breve dei mesi, ma
per questo è il più crudele. Cara, è meglio smettere
il nostro giro del mondo e le braccia conserte
ardere fino in fondo col dreadnought-ceppo dentro
il camino. Dimentica Tsushima!
Soltanto il fuoco capisce l’inverno.
Cavalli d’oro senza redini tramutano
il proprio manto, nella cappa, in manto
corvino. Al buio stride un grillo enorme, nudo,
che non si può coprire con la mano.

∗∗∗

Hai scordato il villaggio, sperso nelle paludi
della provincia tutta boschi, senza spauracchi negli orti,
sui cui tesori nessuno s’illude,
e la strada è selciata di fascine e di botri.
Nonna Nastja sarà morta, e neanche Pésterev
sarà fra i vivi, e, se vive, è ubriaco giù in cantina
o intaglia qualche cosa dalla spalliera del nostro letto: dev’essere
un cancelletto, chissà, o una portina.
D’inverno là si taglia legna, e di rapa si vive,
e per il fumo ammicca una stella nel cielo gelato.
Non la sposa promessa in cotonina è alla finestra, ma polvere
in festa, e un posto vuoto, dove abbiamo amato.

∗∗∗

Mattino azzurro notte in cornice di brina.
Mi rammenta una via con i fanali accesi, sentierini
di ghiaccio, neve a mucchi, crocicchi, e un guardaroba
all’estremo orientale dell’Europa.
Un sacchettino magro sopra una sedia dice : « Annibale »;
le parallele in palestra sanno d’ascelle;
la lavagna che accapponare fa la pelle
è ancora nera. Anche dietro. Il tinnio del campanello
cristallo è diventato per il gelo
argenteo. Quanto alle altre parallele,
tutto mandato a mente, tutto verificato.
Non ho voglia di alzarmi. Non l’ho mai voluto.

∗∗∗

Sarà sempre possibile uscir di casa, nella strada:
la sua lunghezza bruna calmerà il tuo sguardo
coi suoi portoni, con la magrezza dei suoi alberi,
con quattro passi, con bagliori di pozzanghere.
Sopra la testa vuota agita un cespo di cavolo
la brezza e là lontano la via si stringe a « v », al
mento così si chiude il viso, e fuori rotola
latrando un cane da un androne, come una pallottola
di cartaccia. Una strada. Certe case sono più belle
di certe altre: hanno vetrine piene di cose.
O anche solo per il fatto che, in ogni caso,
se diventi pazzo non sarà mai in quelle.

∗∗∗

Ecco i primi tepori. Nella proda come nel ricordo
prima del grano buono viene su il loglio.
Si può dire che seminano il sorgo
nelle campagne al Sud – a saper dov’è il Nord.
Proprio calda è la terra sotto la zampa al gracchio;
odore d’assi nuovi, odor di resina.
Strizzando gli occhi al sole accecante, vedi là
la guancia farinosa d’un portiere d’albergo,
corse nel corridoio, un catino di smalto,
un uomo col cappello che aggrotta i sopraccigli, e poi
un altro che col flash fotografa non noi,
ma un corpo inerte e una pozza di sangue.

∗∗∗

Se c’è qualcosa da cantare è il cambio del vento,
quando da ovest si fa a est, e, gelando, la fronda
a sinistra si sposta, con scricchi di malcontento,
e la tua tosse sulla piana vola ai boschi del Dakota.
A mezzogiorno si può impugnare il fucile e a ciò che nel campo
sembra una lepre sparare, con quel colpo aumentando
la frattura fra la penna che muovendosi a contrattempo
scrive questi versi e quello che sul bianco
lascia tracce nere. A volte mano e testa
si fondono, senza diventare verso,
ma al suono della tua propria voce, rotolante sull’erre,
tendendo l’orecchio, come parte di un centauro.

∗∗∗

… e alla parola grjadùščee, « futuro », in frotta
sbucano sorci dalla lingua russa
a rosicchiare il pezzetto più ghiotto
della memoria, formaggio coi buchi.
È indifferente dopo tanti inverni, chi o
che cosa è dietro le tende alla finestra, in piedi,
e nel cervello non risuona il celeste « do »,
solo il loro fruscio. La vita, a cui non chiedi
come al famoso cavallo, di farsi guardare
in bocca, mostra i denti ad ogni incontro.
Di ciascun uomo non resta che una parte
del discorso. In genere, una parte. Parte del discorso.

∗∗∗

Non sono uscito di senno, ma sono stanco dell’estate.
Cerchi nel cassettone una camicia, e il giorno è perso.
Venga l’inverno e copra tutto, presto,
le città e le genti e, innanzitutto, il verde.
Io dormirò vestito, sfoglierò libri in prestito,
finché non se ne andrà per la sua strada l’anno, quel che resta,
come il cane che sfugge al cieco e che traversa
lungo le strisce pedonali. È libertà
se scordi il patronimico del capo,
se è dolce la tua bocca più della chalvà
di Shīrā’z e se, col cervello strizzato come il corno di un capro,
dall’occhio azzurro nessuna stilla scenderà.

Iosif Aleksandrovic Brodskij

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Iosif Brodskij, Poesie 1972-1985”, Adelphi, 1986

«Mi lavavo all’aperto ch’era notte» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

Mi lavavo all’aperto ch’era notte;
di grezze stelle ardeva il firmamento.
Il loro raggio è sale a fior d’ascia; la botte
colma, orli rasi, ghiaccia e si rapprende.

La porta del cortile è ben sprangata;
dura è la terra, secondo coscienza.
Rintraccerai a stento piú puro ordito della
verità d’una tela di bucato.

Si disfa come sale, nella botte, una stella;
piú buia è l’acqua gelida, piú pura
la morte, piú salata la sventura,
ed è piú onesta e paurosa la terra.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1921

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta Poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia trocaica; quartine a rime alterne (aBaB…), con assonanza delle uscite maschili della seconda e della terza strofa (vorotá : cholstá; zvezdá : bedá; – nella versificazione russa moderna due uscite maschili per rimare a pieno titolo debbono avere in comune non soltanto la vocale accentata, ma anche un altro suono identico, che segua o preceda la vocale).
La lirica, composta nell’autunno del 1921 a Tiflis/Tbilisi, fu ispirata a Mandel´štam, si pensa, dalle notizie della morte di Blok (7 agosto 1921) e della fucilazione di Gumilëv (24 agosto 1921).
L’assenza, al v. 1, del pronome personale ja (‘io’) – che è propria del linguaggio colloquiale e dell’annotazione diaristica – sembra quasi voler sfumare l’“eroe lirico”, spostarlo ai margini della scena, affidandogli il ruolo di semplice voce che descrive, medita e ripiega su un doloroso, tragico presente (si noti, nella prima quartina, la frattura nell’uso dei tempi verbali).
Al v. 3 (e al v. 9), il motivo del «sale» forse rinvia all’immagine evangelica del «sale della terra», oltre che ad altri simboli e ad altre associazioni legate al tema della sofferenza e del sacrificio: il poeta, “sale della terra”, che si fa portatore della sofferenza, si tramuta in capro espiatorio, martire, figura “cristica”? L’«ascia», secondo Gasparov, si richiama al dostoevskiano Raskol´nikov (MG, p. 639).
v. 5: «porta del cortile» traduce il russo vorota, che in questo caso sembra riferirsi alla porta carraia dello steccato o del muro di cinta di una villa di Tiflis/Tbilisi trasformata nella “Casa delle arti”: «lussuoso palazzetto senz’acqua corrente» (cosí scrive nelle sue memorie Nadežda Mandel´štam, che assieme al marito vi abitò per qualche tempo, sullo scorcio del ’21); «ben sprangata» corrisponde al russo «Na zamok zakryty» (lett.: ‘chiusa a chiave’).
v. 6: «dura», nel senso di ‘rigida’, ‘severa’.
La «tela di bucato» del v. 8 corrisponde al russo «svežij cholst» (v. 7), che potrebbe indicare anche una ‘tela mai usata prima’: «Nella poesia», racconta Nadežda Mandel´štam, «s’infilò pure l’asciugamano di tela grezza, tessuta in casa, che ci eravamo portati dall’Ucraina» (NM3, p. 49).
v. 12: «piú onesta e paurosa»; lett.: ‘piú veridica e terribile’.
Remo Faccani

∗∗∗

«Умывался ночью на дворе»

Умывался ночью на дворе —
Твердь сияла грубыми звездами.
Звездный луч — как соль на топоре,
Стынет бочка с полными краями.

На замок закрыты ворота,
И земля по совести сурова.
Чище правды свежего холста
Вряд ли где отыщется основа.

Тает в бочке, словно соль, звезда,
И вода студеная чернее,
Чище смерть, соленее беда,
И земля правдивей и страшнее.

Осип Эмильевич Мандельштам

1921

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994

In piedi sui confini – Nika Turbina

 

In piedi sui confini
dove perdi il contatto
con il mondo.
Si gettano quei ponti innanzi
quando scocca mezzanotte:
inflessibile è il tempo.

In piedi sui confini:
solo un passo ancora,
avanti!, verso l’immortalità.

Se mi volto, scopro dietro me
quei giorni che mi han dato tanta luce.

E non so decidermi
a quel passo,
ma mi mette fretta il tempo.
Con il far del giorno
si oscura la mia stella,
la linea si richiude in un istante.

Nika Turbina

[1983]

(Traduzione di Federico Federici)

da “Sono pesi queste mie poesie e altre liriche”, Via del Vento Edizioni, 2008