Frammento – Vládimir Feliciánovic Chodasévič

José Oiticica Filho, Um que Passa, 1953

 

… Sí, tu sei bello, o tempo. Ed anche è bello
di respirare il tuo tremendo spazio.
Perché dissimulare? Il cuore umano
giuoca come un bambino che si sveglia
quando guerra, rivolta o pestilenza
giungono a volo e scuotono la terra,
e i tempi si spalancan come il cielo.
L’uomo dal cuore non mai stanco, allora
cade nella voragine agognata.

Come l’uccello in aria e il pesce in mare,
come il lombrico nella molle terra,
come la salamandra dentro il fuoco,
cosí l’uomo nel tempo. Seguitando
i pianeti e le fasi della luna,
semiselvaggio zingaro, egli tenta
di scoprire l’abisso sino in fondo,
e di ritrarre in lettere inesperte
i fatti come scogli sulla carta.
Poiché il figlio dell’uomo sempre muta.
Periscono ugualmente leggi e regni,
le verità del mondo e le sue case.
Ma l’uomo sempre con eguale gioia
costruisce e distrugge: egli ha inventato
la storia e crede d’essere felice.
Con spavento ed occulta bramosia,
egli avanza e non vede che gli sfugge,
fra il passato e il futuro, l’esistenza
come un’acqua di fonte fra le dita.
Ed in eterno trasalisce il cuore,
come bandiera ad albero di nave,
fra l’umano rimpianto e la speranza,
questa dolce memoria del futuro…

 Vládimir Feliciánovic  Chodasévič

(Traduzione di Renato Poggioli)

da “Il fiore del verso russo”, Passigli Editori, 1998

Un esercito di poeti – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1
E sono centinaia di migliaia

Nel ginnasio-liceo francese, la versificazione — l’arte di scrivere poesia — è materia di studio. I ragazzi francesi si esercitano a scrivere versi alessandrini dodecasillabi secondo una formula antica e collaudata.
Nel ginnasio francese non esiste praticamente altra poesia al di là della poesia ufficiale. I giovani ricevono allori e premi per versi “accademici”, formalmente corretti ma in realtà imperfetti e falsi. È naturale che questa istruzione scolastica distrugga ogni inclinazione a scrivere poesie, e le giovani generazioni, i giovani medio-borghesi, uscendo dal ginnasio si scrollano di dosso la polvere poetica insieme ai testi scolastici.
In Russia la pratica di scrivere versi da parte dei giovani è talmente diffusa che dovrebbe essere considerato come un importante fenomeno sociale e studiata come qualsiasi altra attività di massa che, per quanto inutile, ha cause culturali e fisiologiche profonde.
Chi abbia dimestichezza, anche solo superficiale, con la cerchia di coloro che   scrivono versi, entra in un mondo malato e patologico, un mondo di eccentrici, di gente il cui sistema nervoso centrale del cervello e della volontà è infermo, di falliti totali che sono incapaci di adattarsi alla lotta per l’esistenza e che spesso soffrono di cachessia non solo intellettuale, ma anche fisica.
Una decina di anni la, durante il periodo snobistico dei Cani Randagi¹ lo scrivere poesia da parte dei giovani aveva caratteri completamente diversi. A causa dell’indolenza e della sicurezza materiale, i giovani che non avevano fretta di scegliere una professione, i pigri funzionari di istituzioni privilegiate, i figli di mamma, erano ansiosi di camuffarsi da poeti, con tutto l’armamentario di questa professione: fumare, bere vino rosso, tornare a casa tardi e condurre una vita dissipata.
Questa generazione ora è degenerata, i loro giocattoli e accessori si sono rotti, e tra la massa di chi scrive versi s’incontrano raramente poeti snob pigri e sicuri di sé.
Nella lotta eccezionalmente difficile per l‘esistenza, decine di migliaia di giovani russi cercano di ritagliarsi spazi dagli studi e dal lavoro quotidiano per scrivere poesie che non riescono a vendere e che nel migliore dei casi riscuotono solo l’approvazione di pochi conoscenti.

Questa, naturalmente, è una malattia, e non una malattia accidentale. Non sorprende che essa contagi approssimativamente l’arco d’età che va dai 17 ai 25 anni. In questa forma brutta e appartata, avviene il risveglio e la formazione della personalità, e non si tratta che di un’abortita maturazione sessuale, del tentativo di conquistare la pubblica approvazione, della penosa ma normale manifestazione del bisogno fondamentale di entrare a far parte della società, di divenire parte del suo gioco vivo.
Un tratto caratteristico fondamentale nell’attività dì queste persone, inutili ma ostinate, è il disprezzo per qualsiasi professione: manca quasi sempre una qualunque seria educazione professionale, una qualunque inclinazione a un determinato mestiere. L’idea che la poesia cominci là dove ogni altro mestiere finisce è, ovviamente, falsa, poiché la combinazione dell’attività poetica con quella professionale (matematica, filosofica, ingegneristica o militare) può produrre solo risultanti brillanti. Un funzionario governativo, un filosofo o un ingegnere spesso rifulge in un poeta. Un poeta non è una persona senza una professione e inadatta a qualsiasi altra cosa, ma piuttosto una persona che trascende la propria professione e la subordina alla poesia.²
Questo disprezzo per una professione – e su questo punto insisto molto – si accompagna all’assenza di qualsiasi godimento fisico della vita; c’è solo un’apatia fisiologica, l’ignoranza e l’avversione per gli sport e il movimento, e un’anemia cronica, la mancanza di una salute autentica.
Dopo i difficili anni di transizione, la quantità dei poeti è molto aumentata. A causa della malnutrizione di massa, si era avuto un aumento del numero di persone il cui risveglio intellettuale aveva carattere malfermo e non aveva sbocco in nessuna sana attività.
La concomitanza tra gli anni di carestia, i razionamenti, le privazioni fisiche, e la punta più alta della produzione di massa di poesia non è affatto casuale. Negli anni in cui prosperavano caffè come il Domino, il Caffè dei Poeti e le varie Stalle,³ le giovani generazioni, specialmente nelle grandi città, erano per necessità alienate dal lavoro normale e dalla conoscenza professionale, giacché solo un’educazione professionale offre un antidoto alla malattia della poesia, una malattia reale e seria perché deforma la personalità, priva un giovane di solidi fondamenti, lo rende bersaglio di scherno e di malcelato disgusto, e lo priva del rispetto sociale che hanno gli altri giovani della sua età.
Una persona con la “malattia” della poesia è affetta da un totale disorientamento non solo nella propria arte e nelle scuole letterarie, ma anche nelle questioni di carattere generale che riguardano la società, la storia e la cultura.
Provate a spostare il discorso dalla cosiddetta poesia a un altro argomento, e sentirete risposte patetiche e disarmanti, oppure semplicemente: “Non m’interesso di queste cose”. E quel che più conta, una persona che soffre della “malattia della poesia” non è interessata neppure alla poesia stessa. Di solito legge due o tre autori contemporanei,  che tenta di imitare. Non sa nulla della poesia russa attraverso i secoli.
Nella maggioranza dei casi, coloro che scrivono poesie sono pessimi e disattenti lettori di poesia. Essi pensano che scrivere sia solo dolore. Assolutamente incoerenti in fatto di gusto, privi di istruzione, non-lettori nati, si sentono invariabilmente offesi dai consigli di imparare a leggere prima di cominciare a scrivere.
Non passa loro nemmeno per la testa che leggere poesia è l’arte più
grande e difficile, e che la vocazione alla lettura non è meno rispettabile della vocazione alla poesia. L’umile vocazione alla lettura non li soddisfa sono, ripeto, non-lettori nati.
Naturalmente, tutto quanto affermo riguarda un fenomeno di massa. Più avanti cercherò di trattarlo più dettagliatamente, di classificarlo e di dare alcuni esempi tipici.
Voglio solo dire che l’ondata di epidemia poetica è inevitabilmente destinata a scemare col recupero generale del paese. L’ultima leva di giovani produce meno poeti, ma più lettori e persone sane.
Mi si potrebbe domandare perché non introduciamo lezioni di scrittura poetica e di versificazione nella nostra istruzione scolastica, seguendo l’esempio delle scuole borghesi in Francia, in modo da dimostrarne la difficoltà e insegnarne il rispetto. A questo rispondo: lo studio della versificazione nelle scuole francesi è assurdo perché ha un senso solo dove esiste una maniera poetica comunemente accettata, immutabile da secoli: il sistema della prosodia, per esempio, nella Grecia antica.
La poesia russa ed europea sta subendo ora un cambiamento radicale, perciò la scuola, in mancanza di un modello tradizionale e canonico, non saprà più cosa insegnare, e produrrà nel migliore dei casi soltanto epigoni e poeti minori.
Un conto è per i giovani imparare a scrivere in modo accettabile e popolare, cioè acquisire una semplice alfabetizzazione, che può essere insegnata. Un altro conto è imitare singoli autori. È una questione di gusto e di coscienza dell’imitatore.
Ma chi sono queste persone che non riescono a guardare dritto negli occhi, che hanno perso l’amore per la vita e la voglia di  vivere, che tentano inutilmente di essere interessanti mentre a loro stessi non interessa niente? Ne parlerò in seguito, in tutta serietà, come di persone malate.

2
Chi sono?

Un incontro nella redazione di una ponderosa, antidiluviana rivista che non esiste più. Entra un giovane simpatico, ben vestito, con una forte risata innaturale e modi affettati da uomo di mondo. Dopo aver riempito la stanza di fumo ed essere sul punto dì andarsene, sembra ricordarsi di qualcosa, e con aria indifferente si rivolge al direttore barbuto, un uomo intontito dall’ideologia e dalla probità: “Senta, potrebbe utilizzare alcune traduzioni francesi delle poesie di Jazykov?”. Tutti lo fissavano: pareva un delirio. Era venuto a offrire poesia francese e, soprattutto, traduzioni di Jazykov. Quando gli borbottarono educatamente che non potevano utilizzare le sue traduzioni, se ne andò allegro e contento. L’immagine folle di questo giovane mi rimase a lungo nella mente. Aveva stabilito il record dell’inutilità. Tutto era inutile: Jazykov per lui, lui per la rivista e le traduzioni francesi di Jazykov per la Russia. Non so se sia facile per lui avvicinare la gente con un prodotto simile, ma egli è un reietto, un bellimbusto, ed è fiero di esserlo.
Una volta, entrando nella mia stanza, trovai un uomo dall’aria triste, che se ne stava lì con l’aspetto deciso, cupo, e mi guardava pieno di odio. Indossava un cappello e reggeva una cartella gonfia. Il suo viso non esprimeva il minimo cenno di educazione, di sorriso, e neppure la consueta espressione supplichevole;  era una faccia ostile, con gli occhi colmi di odio. Con profonda ostilità annunciò che molti “della vostra compagnia” – e fece una smorfia di disgusto – lo avevano ascoltato e apprezzato. D’improvviso si sedette e tirò fuori dalla cartella cinque quaderni di tela cerata: “Ho drammi, tragedie, poemi e liriche. Quali le devo leggere?”. Dovevano essere letti a voce alta e lentamente. La domanda era accompagnata dallo stesso implacabile odio. “Non so che cosa preferisca, di che genere di cose ha bisogno. Alla sua  compagnia sono piaciuti. Ho qualcosa per tutti i gusti”. Dopo che fu educatamente convinto ad andarsene, rimasi con l’impressione che un matto fosse appena stato nella mia stanza. Ma mi sbagliavo: era un uomo adulto,
razionale, con famiglia, un tecnico di professione, ma un fallito. Aveva rinunciato a fare l’ingegnere e lavorava da qualche parte per mantenere la famiglia. Ma a volte viene “sopraffatto” da un oscuro odio animalesco, perfino per i suoi quaderni di pelle. Allora irrompe nelle case della gente e insiste che qualche “compagnia” lo apprezza, che alcuni lo aiutano e riconoscono il valore. È impossibile discutere con lui. Vi insulta e sbatte la porta. Una conversazione con lui finisce in qualche taverna con una burrascosa confessione e pianti.
Un altro caso. Ha gli occhi blu, l’aspetto sano, un’educazione tedesca, è forbito come un commesso di negozio e ha un lampo azzurro schubertiano negli occhi. Il suo arrivo non è anomalo: non ha nulla di forzato o che turbi i rapporti umani. Scusandosi con semplicità e indifferenza, si lascia dietro un manoscritto vergato con mano infantile. E che cosa contiene, esattamente? Il nobile spirito del romanticismo tedesco, i temi di Novalis, strane coincidenze, creazioni esangui di uno spirito genuinamente nobile sono lì, in orrende melodie anchilosate. Egli è un commesso in un negozio di musica, un ex accordatore di piano, per metà tedesco. “Guardi, legga qui: Novalis, Tieck, Brentano. Qui c’è tutto un mondo a cui lei sembra non essere estraneo”. Ma lui non li ha letti, non ha la minima idea di tutto ciò – lui preferisce scrivere. O guarirà completamente da questa nobile malattia, o diventerà una persona reale.
All’epoca della carestia un giovane si recò da un poeta classico e gli lesse delle poesie assire. Per indurre il poeta ad ascoltarlo, gli portò un po’ di zucchero. Convinto che in generale ogni cosa è assurda e che tutto poteva essere contraffatto, egli portò al poeta zucchero e mitologia assira. Si vergognava della povertà e di ogni sorta di squallore – e conservava il rispetto di sé con le sue strane offerte sacrificali. Il destino lo ha elevato molto in alto: ora ha un ufficio internazionale per filatelici. Ha conservato solo il suo scetticismo, la disistima per il suo insegnante assiro, e la convinzione che tutto può essere contraffatto.
La Siberia, Taškent, perfino Buchara e Chorezm mandano poeti a Mosca  e a  Pietroburgo. Tutta questa gente pensa che sia impossibile andare a Mosca a mani vuote, così si muniscono di tutto quello che possono: le poesie. Portano poesie al posto dei soldi, della biancheria, delle referenze, come mezzo per stabilire rapporti con la gente, come mezzo per conquistare la vita. Un bambino grida perché respira e vive. Poi smette di gridare e comincia a balbettare, ma il grido interiore non cessa, e un uomo adulto grida con lo stesso grido antico del neonato sepolto dentro di lui. Il decoro sociale soffoca questo grido – è un vero e proprio abisso. La poesia di giovani e adulti spesso è proprio questo grido, il grido atavico incessante di un bambino.
Le parole non hanno importanza: questo eterno grido: io vivo, voglio, mi fa male. 
Arrivò da Irkutsk un operaio follemente innamorato di se stesso, senza alcun timore della verità quando gli dicono “è brutto”; non porta poesie ma un grido non adulterato. Pensava di essere un incrocio tra Majakovskji e gli imagisti. Ma non assomigliava a niente. Versi brevi, due o tre parole, frantuma, rode, soffoca, s’infuria, si placa, poi di nuovo s’inerpica, ruggisce, le parole sono disubbidienti, tutto esce nel modo in cui egli vuole, ma come un antico ruggito: io vivo, voglio, mi fa male, e forse ancor di più da un uomo adulto e consapevole: aiuto! Ve ne sono decine di migliaia così. E quel che più conta, bisogna aiutarli perché smettano di gridare. Quando avranno finito con la poesia, con questo grido atavico, cominceranno a balbettare, cominceranno a parlare, cominceranno a vivere.
Mi chiedo come essi si ascoltino, perché questo è molto importante. Il guaio è che affogano e si stupiscono del suono della loro voce. Alcuni semplicemente gridano, incuranti della sintassi, dei sentimenti e della logica; altri cantano col naso; altri ancora borbottano, dondolandosi avanti e indietro all’araba. Qualcuno ha inventato un refrain recitativo e comincia a cantare una melodia in sordina. Se guardi allo scritto sul foglio pensi: “Dopotutto, la persona che l’ha scritto non è stupida: come può trovarci qualcosa?”. Ma poi ascolti come lo legge: è così solenne e così nasale che non sembra neanche più russo. Puoi scambiarlo per una liturgia, e l’oratore per un profeta. I pochi esteti rimasti enfatizzano i suffissi aggettivali: annyi, onnyi; gli estimatori delle poesie volgari leggono in modo innovativo, come se imprecassero, attaccando gli ascoltatori con giuramenti e minacce. Naturalmente la voce, essendo uno strumento, è inconcepibile senza i recitativi, come un piano geometrico. I poeti lavorano con la voce, la  voce. Esatto. Ma le voci di questa gente sono loro nemiche. Con voci simili nulla si armonizza.
Un altro tratto caratteristico è il loro desiderio di vedersi pubblicati, non importa dove o come. Sono convinti che non appena saranno pubblicati avrà inizio una nuova vita. Non avrà inizio un bel niente. Stampare non è un grande evento. Neppure la buona poesia agita le vette letterarie. Ragazze e giovani signore, le sartine della poesia, voi che vi compiacete di chiamarvi Maya e di ricordare con venerazione la condiscendente carezza di un grande poeta. Il vostro caso è più semplice: voi scrivete poesia per piacere. Per combattere questa tendenza, formeremo una congiura dei giovani russi: non guarderemo più le giovani signore che scrivono poesie.
Chi scriverà più poesie? Ma questa domanda merita forse una risposta? In verità noi tutti indossiamo le scarpe, ma pochissime persone fabbricano scarpe. Esistono forse molte persone in grado di leggere poesie? Eppure quasi tutti le scrivono.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1923

(Traduzione di Nicola Crocetti)

dalla rivista “Poesia”, Anno VIII, Febbraio 1995, N.81

¹ I Cani Randagi (Brodiachaia sobaka) era il cabaret più popolare nella San Pietroburgo prerivoluzionaria. Aperto nel 1912 da B.K. Pronin diventò il luogo di raduno dell’élite artistica e letteraria, e in particolare dei futuristi, finché fu chiuso dalla polizia nel marzo del 1915.
² La difesa che Mandel’štam  fa del poeta è in polemica con l’intelligencija del tempo, composta da gente che egli considerava “nemici della parola”.
³ Nomi di caffè e cabaret sulla Prospettiva Tverskoj, dove si radunava la bohème letteraria moscovita, in particolare negli anni 1919-21. Il pubblico pagava un biglietto per poter ascoltare le letture di poesia e partecipare alle discussioni letterarie.

Confessione d’un teppista – Sergej Aleksandrovič Esenin

 

Non a tutti è dato cantare,
non a tutti è dato cadere
come una mela ai piedi degli altri.

È questa la confessione piú grande
che possa mai farvi un teppista.
Io vado a bella posta spettinato
col capo sulle spalle come un lume a petrolio.
Mi piace rischiarare nelle tenebre
l’autunno senza foglie delle vostre anime.
Mi piace quando i sassi dell’ingiuria
mi volano addosso come la grandine d’una ruttante bufera.
Stringo allora piú forte con le mani
la bolla tremula dei miei capelli.

È cosí dolce allora ricordare
lo stagno erboso e il rauco suono dell’alno
e mio padre e mia madre viventi in qualche luogo,
che s’infischiano di tutti i miei versi
e mi amano come il campo e la carne,
come la pioggerella che a primavera rende soffice il verde.
Verrebbero a infilzarvi con le forche
per ogni vostro grido contro di me scagliato.

Poveri genitori contadini!
Siete di certo diventati brutti,
temete sempre Dio e le viscere palustri.
Potreste almeno capire
che vostro figlio in Russia
è il migliore poeta!
Il cuore non vi si copriva di brina per la sua vita,
quand’egli si bagnava i piedi nudi nelle pozze autunnali?
Ora invece cammina in cilindro
e con le scarpe lucide.

Ma sopravvive in lui l’antica foga
del monello di campagna.
Ad ogni mucca delle insegne di macelleria
di lontano egli manda un saluto.
Ed incontrando i vetturini in piazza,
ricordando l’odore di letame dei campi nativi,
egli è pronto a reggere la coda d’ogni cavallo
come lo strascico d’una veste nuziale.

Io amo la patria.
Amo molto la patria!
Anche se una mestizia rugginosa avvolge i suoi salici.
Mi sono gradevoli i grugni imbrattati dei maiali
e la voce dei rospi sonante nella quiete notturna.
Io sono teneramente malato di ricordi d’infanzia,
sogno la bruma delle umide sere d’aprile.
Come per riscaldarsi il nostro acero
s’è accoccolato al rogo del tramonto.
Oh, quante volte mi sono arrampicato sui rami
a rubare le uova dai nidi dei corvi!
È ora sempre lo stesso, con la cima verde?
La sua corteccia è dura come prima?

E tu, mio diletto,
fedele cane pezzato?!
La vecchiezza ti ha reso stridulo e cieco
e vaghi per il cortile, trascinando la coda penzolante,
senza piú ricordare dove sia la porta e dove la stalla.
Come mi sono care quelle birichinate
quando, sottratto a mia madre un cantuccio di pane,
lo mordevamo insieme uno alla volta,
senza avere ribrezzo l’uno dell’altro.

Io non sono cambiato.
Non è cambiato il mio cuore.
Come fiordalisi nella segala fioriscono gli occhi nel viso.
Stendendo stuoie dorate di versi,
vorrei dirvi qualcosa di tenero.
Buona notte!
A voi tutti buona notte!
Piú non tintinna nell’erba del crepuscolo la falce del tramonto.
Stasera ho tanta voglia di pisciare
dalla finestra mia contro la luna.

Azzurra luce, luce cosí azzurra!
In quest’azzurro anche il morir non duole.
Che importa se ho l’aria d’un cinico
dal cui sedere penzola un fanale!
Vecchio e bravo Pegaso straccato,
mi occorre forse il tuo morbido trotto?
Sono venuto come un maestro austero
a decantare e a celebrare i sorci.
Simile a un agosto, la mia zucca
si effonde in vino di capelli tumultuosi.

Io voglio essere una gialla vela
per quel paese verso cui navighiamo.

Sergej Aleksandrovič Esenin

1920

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Poesia russa del Novecento”, Guanda, Parma, 1954 

∗∗∗

Исповедь хулигана

Не каждый умеет петь,
Не каждому дано яблоком
Падать к чужим ногам.

Сие есть самая великая ишонедь,
Которой исповедуется хулиган.

Я нарочно иду нечесаным,
С годовой, как керосиновая лампа, ни плечах.
Ваших душ безлиственную осень
Мне нравится в потемках освещать.
Мне нравится, когда каменья брани
Летят в меня, как град рыгающей грозы,
Я только крепче жму тогда руками
Моих волос качнувшийся пузырь.

Гак хорошо тогда мне вспоминать
Заросший пруд и хриплый звон ольхи,
Что где-то у меня жинут отец и мать,
Которым наплевать на нее мои стихи,
Которым дорог я, как поле и как плоть,
Как дождик, что лесной взрыхляет зеленя.
Они бы пилами пришли вас заколоть
За каждый крик наш, брошенный н меня.

Бедные, бедные крестьяне!
Ны, наверно, стали некрасивыми,
Так же боитесь бога и болотных недр.
О, если б вы понимали.
Что сын ваш в России
Самый лучший поэт!
Вы ль за жизнь его сердцем не индевели,
Когда босые ноги он в лужах осенних макал?
А теперь он ходит в цилиндре
И лакированных башмаках.

Но живет в нем задор прежней вправки
Деревенского озорника.
Каждой корове с вывески мясной лавки
Ои кланяется издалека.
И, встречаясь с извозчиками на площади,
Вспоминая запах навоза с родных полей,
Он готов нести хвост каждой лошади,
Как венчального платья шлейф.

Я люблю родину.
Я очень люблю родину!
Хоть есть в ней грусти ивовая ржавь.
Приятны мне свиней испачканные морды
И в тишине ночной звенящий голос жаб.
Я нежно болен вспоминаньем детства,
Апрельских вечеров мне снится хмарь и сырь.
Как будто бы на корточки погреться
Присел наш клен перед костром зари.
О, сколько я на нем яиц из гнезд вороньих,
Карабкаясь по сучьям, воровал!
Все тот же ль он теперь, с верхушкою зеленой?
По-прежнему ль крепка его кора?

А ты, любимый,
Верный пегий пес?!
От старости ты стал визглив и слеп
И бродишь по двору, влача обвисший хвост,
Забыв чутьем, где двери и где хлев.
О, как мне дороги все те проказы,
Когда, у матери стянув краюху хлеба,
Кусали мы с тобой ее по разу,
Ни капельки друг другом не погребав.

Я все такой же.
Сердцем я все такой же.
Как васильки во ржи, цветут в лице глаза.
Стеля стихов злаченые рогожи,
Мне хочется вам нежное сказать.

Спокойной ночи!
Всем вам спокойной ночи!
Отзвенела но траве сумерек зари коса…
Мне сегодня хочется очень
Из окошка луну обоссать.

Синий свет, свет такой синий!
В эту синь даже умереть не жаль.
НУ так что ж, что кажусь я циником,
Прицепившим к заднице фонарь!
Старый, добрый, заезженный Пегас,
Мне ль нужна твоя .мягкая рысь?
Я пришел, как суровый мастер,
Воспеть и прославить крыс.
Башка моя, словно август,
Льется бурливых волос вином.

Я хочу быть желтым парусом
В ту страну, куда мы плывем.

Сергей Александрович Есенин

1920, ноябрь

da “Полное собрание сочинений в семи томах, Том 1.: Стихотворения”, Наука: Голос, 1995

«La vita è una buia scucitura» – Elena Andreevna Švarc

 

La vita è una buia scucitura,
E solo da un filo dorato
Sono segnati i moti dell’anima.
Ora balza attraverso il baratro,
Ora precipita direttamente nell’abisso.

Di tutto il ricco destino purpureo
Di broccato rimane
Il solo risvolto sospeso nel buio
Sopra di noi – con piccoli nodi
Insensati d’oro.

Elena Andreevna Švarc

(Traduzione di Paolo Galvagni)

da “La nuova poesia russa”, Crocetti Editore, 2003

«So che cosa volevo» – Elena Andreevna Švarc

Elena Švarc alla fine degli anni ’60, photo by N. Koroleva

 

So che cosa volevo,
Adesso non lo voglio piú
Volevo il supplizio e la fama
E finire nelle mani del boia.
Per bruciare i miei poveri giorni
Con questo sigillo corrosivo,
La fine illuminerebbe l’inizio,
E si ricoprirebbero di un senso.
Ma la vita è sfuggita come un topolino,
In essa non c’è tempo neanche per volere,
Ma nella prossima vita voglio
Sbocciare come papavero soporifero.
In un giorno d’estate, simile all’eternità,
Inebriarmi di me stessa,
Senza amare né ricordare nessuno,
E risuonare silenziosa dentro.
So che cosa volevo,
Ma è meglio volere questo –
E con il succo dell’oppio
Eliminare l’embrione della coscienza.

Elena Andreevna Švarc

(Traduzione di Paolo Galvagni)

da “La nuova poesia russa”, Crocetti Editore, 2003