Si perdono lontani… – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

Si perdono lontani i rilievi delle teste degli uomini:
là io rimpicciolisco – non mi vedranno più,
ma nei libri cari e nei giochi dei bambini
risorgerò per dire come il sole splende…

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1936-37

(Traduzione di Maurizia Calusio)

da “Quaderni di Voronež”, Milano, Mondadori, 1995

«Per amore della risonante audacia dei secoli a venire» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

Per amore della risonante audacia dei secoli a venire,
per amore dell’eccelsa schiatta umana
mi son negato la coppa del brindisi al festino dei padri
e l’allegria e il mio stesso onore.

Dietro di me avverto il balzo dell’èra sgozzalupi, ma sangue
di lupo io non ho, e se non vuoi che m’azzanni,
ficcami come un berretto nella manica della calda pelliccia
che ricopre le steppe siberiane…

Perché io non veda il pauroso né la molle sozzura
né le ossa lorde di sangue nel giro della ruota,
e tutta notte, nella loro primigenia bellezza,
rifulgano per me le volpi azzurre,

portami via nella notte dove scorre il fiume Eniséj
e a sfiorare una stella si leva il tronco del pino,
giacché non ho sangue di lupo e solo chi m’è
uguale può farsi anche mio assassino.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

17-28 marzo 1931, fine del 1935

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta poesie”, Einaudi, Torino, 2009

∗∗∗

«За гремучую доблесть грядущих веков»

За гремучую доблесть грядущих веков,
За высокое племя людей, —
Я лишился и чаши на пире отцов,
И веселья, и чести своей.

Мне на плечи кидается век-волкодав,
Но не волк я по крови своей:
Запихай меня лучше, как шапку, в рукав
Жаркой шубы сибирских степей…

Чтоб не видеть ни труса, ни хлипкой грязцы,
Ни кровавых кocтей в колесе;
Чтоб сияли всю ночь голубые песцы
Мне в своей первобытной красе, —

Уведи меня в ночь, где течет Енисей
И сосна до звезды достает,
Потому что не волк я по крови своей
И меня только равный убьет.

Осип Эмильевич Мандельштам

17-28 марта 1931, конец 1935

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994

«A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo,
quasi vi avessimo sepolto il sole,
e un’assurda parola beata
pronunzieremo per la prima volta.
Nel nero velluto della notte sovietica,
nel velluto del vuoto universale
cantano sempre i cari occhi di donne beate,
sempre fioriscono fiori immortali.

Come una gatta selvaggia s’inarca la capitale,
sul ponte sta una pattuglia,
solo un maligno motore fuggirà nella nebbia,
urlando come un cuculo.
Non mi occorre il lasciapassare notturno,
non ho paura delle sentinelle:
per un’assurda parola beata
pregherò nella notte sovietica.

Sento un leggero fruscío teatrale
e l’ah d’una fanciulla,
e un mucchio enorme di rose immortali
Ciprigna stringe fra le braccia.
Ci scaldiamo a un falò dalla noia,
forse i secoli trascorreranno,
e le care mani di donne beate
raccoglieranno la lieve cenere.

In qualche luogo le rosse aiuole d’una platea,
sfarzosamente rigonfi gli stipi dei palchi,
la bambola a molla di un ufficiale:
non per le anime nere né per i gretti santoni…
Ebbene, spegni le nostre candele
nel nero velluto del vuoto universale,
cantano sempre le sode spalle di donne beate,
ma il notturno sole tu non lo spegnerai.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

25 novembre 1920

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Poesia russa del novecento”, a cura di A. Maria Ripellino, Guanda Editore, Parma, 1954

Un esercito di poeti – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1
E sono centinaia di migliaia

Nel ginnasio-liceo francese, la versificazione — l’arte di scrivere poesia — è materia di studio. I ragazzi francesi si esercitano a scrivere versi alessandrini dodecasillabi secondo una formula antica e collaudata.
Nel ginnasio francese non esiste praticamente altra poesia al di là della poesia ufficiale. I giovani ricevono allori e premi per versi “accademici”, formalmente corretti ma in realtà imperfetti e falsi. È naturale che questa istruzione scolastica distrugga ogni inclinazione a scrivere poesie, e le giovani generazioni, i giovani medio-borghesi, uscendo dal ginnasio si scrollano di dosso la polvere poetica insieme ai testi scolastici.
In Russia la pratica di scrivere versi da parte dei giovani è talmente diffusa che dovrebbe essere considerato come un importante fenomeno sociale e studiata come qualsiasi altra attività di massa che, per quanto inutile, ha cause culturali e fisiologiche profonde.
Chi abbia dimestichezza, anche solo superficiale, con la cerchia di coloro che   scrivono versi, entra in un mondo malato e patologico, un mondo di eccentrici, di gente il cui sistema nervoso centrale del cervello e della volontà è infermo, di falliti totali che sono incapaci di adattarsi alla lotta per l’esistenza e che spesso soffrono di cachessia non solo intellettuale, ma anche fisica.
Una decina di anni la, durante il periodo snobistico dei Cani Randagi¹ lo scrivere poesia da parte dei giovani aveva caratteri completamente diversi. A causa dell’indolenza e della sicurezza materiale, i giovani che non avevano fretta di scegliere una professione, i pigri funzionari di istituzioni privilegiate, i figli di mamma, erano ansiosi di camuffarsi da poeti, con tutto l’armamentario di questa professione: fumare, bere vino rosso, tornare a casa tardi e condurre una vita dissipata.
Questa generazione ora è degenerata, i loro giocattoli e accessori si sono rotti, e tra la massa di chi scrive versi s’incontrano raramente poeti snob pigri e sicuri di sé.
Nella lotta eccezionalmente difficile per l’esistenza, decine di migliaia di giovani russi cercano di ritagliarsi spazi dagli studi e dal lavoro quotidiano per scrivere poesie che non riescono a vendere e che nel migliore dei casi riscuotono solo l’approvazione di pochi conoscenti.

Questa, naturalmente, è una malattia, e non una malattia accidentale. Non sorprende che essa contagi approssimativamente l’arco d’età che va dai 17 ai 25 anni. In questa forma brutta e appartata, avviene il risveglio e la formazione della personalità, e non si tratta che di un’abortita maturazione sessuale, del tentativo di conquistare la pubblica approvazione, della penosa ma normale manifestazione del bisogno fondamentale di entrare a far parte della società, di divenire parte del suo gioco vivo.
Un tratto caratteristico fondamentale nell’attività dì queste persone, inutili ma ostinate, è il disprezzo per qualsiasi professione: manca quasi sempre una qualunque seria educazione professionale, una qualunque inclinazione a un determinato mestiere. L’idea che la poesia cominci là dove ogni altro mestiere finisce è, ovviamente, falsa, poiché la combinazione dell’attività poetica con quella professionale (matematica, filosofica, ingegneristica o militare) può produrre solo risultanti brillanti. Un funzionario governativo, un filosofo o un ingegnere spesso rifulge in un poeta. Un poeta non è una persona senza una professione e inadatta a qualsiasi altra cosa, ma piuttosto una persona che trascende la propria professione e la subordina alla poesia.²
Questo disprezzo per una professione – e su questo punto insisto molto – si accompagna all’assenza di qualsiasi godimento fisico della vita; c’è solo un’apatia fisiologica, l’ignoranza e l’avversione per gli sport e il movimento, e un’anemia cronica, la mancanza di una salute autentica.
Dopo i difficili anni di transizione, la quantità dei poeti è molto aumentata. A causa della malnutrizione di massa, si era avuto un aumento del numero di persone il cui risveglio intellettuale aveva carattere malfermo e non aveva sbocco in nessuna sana attività.
La concomitanza tra gli anni di carestia, i razionamenti, le privazioni fisiche, e la punta più alta della produzione di massa di poesia non è affatto casuale. Negli anni in cui prosperavano caffè come il Domino, il Caffè dei Poeti e le varie Stalle,³ le giovani generazioni, specialmente nelle grandi città, erano per necessità alienate dal lavoro normale e dalla conoscenza professionale, giacché solo un’educazione professionale offre un antidoto alla malattia della poesia, una malattia reale e seria perché deforma la personalità, priva un giovane di solidi fondamenti, lo rende bersaglio di scherno e di malcelato disgusto, e lo priva del rispetto sociale che hanno gli altri giovani della sua età.
Una persona con la “malattia” della poesia è affetta da un totale disorientamento non solo nella propria arte e nelle scuole letterarie, ma anche nelle questioni di carattere generale che riguardano la società, la storia e la cultura.
Provate a spostare il discorso dalla cosiddetta poesia a un altro argomento, e sentirete risposte patetiche e disarmanti, oppure semplicemente: “Non m’interesso di queste cose”. E quel che più conta, una persona che soffre della “malattia della poesia” non è interessata neppure alla poesia stessa. Di solito legge due o tre autori contemporanei,  che tenta di imitare. Non sa nulla della poesia russa attraverso i secoli.
Nella maggioranza dei casi, coloro che scrivono poesie sono pessimi e disattenti lettori di poesia. Essi pensano che scrivere sia solo dolore. Assolutamente incoerenti in fatto di gusto, privi di istruzione, non-lettori nati, si sentono invariabilmente offesi dai consigli di imparare a leggere prima di cominciare a scrivere.
Non passa loro nemmeno per la testa che leggere poesia è l’arte più
grande e difficile, e che la vocazione alla lettura non è meno rispettabile della vocazione alla poesia. L’umile vocazione alla lettura non li soddisfa sono, ripeto, non-lettori nati.
Naturalmente, tutto quanto affermo riguarda un fenomeno di massa. Più avanti cercherò di trattarlo più dettagliatamente, di classificarlo e di dare alcuni esempi tipici.
Voglio solo dire che l’ondata di epidemia poetica è inevitabilmente destinata a scemare col recupero generale del paese. L’ultima leva di giovani produce meno poeti, ma più lettori e persone sane.
Mi si potrebbe domandare perché non introduciamo lezioni di scrittura poetica e di versificazione nella nostra istruzione scolastica, seguendo l’esempio delle scuole borghesi in Francia, in modo da dimostrarne la difficoltà e insegnarne il rispetto. A questo rispondo: lo studio della versificazione nelle scuole francesi è assurdo perché ha un senso solo dove esiste una maniera poetica comunemente accettata, immutabile da secoli: il sistema della prosodia, per esempio, nella Grecia antica.
La poesia russa ed europea sta subendo ora un cambiamento radicale, perciò la scuola, in mancanza di un modello tradizionale e canonico, non saprà più cosa insegnare, e produrrà nel migliore dei casi soltanto epigoni e poeti minori.
Un conto è per i giovani imparare a scrivere in modo accettabile e popolare, cioè acquisire una semplice alfabetizzazione, che può essere insegnata. Un altro conto è imitare singoli autori. È una questione di gusto e di coscienza dell’imitatore.
Ma chi sono queste persone che non riescono a guardare dritto negli occhi, che hanno perso l’amore per la vita e la voglia di  vivere, che tentano inutilmente di essere interessanti mentre a loro stessi non interessa niente? Ne parlerò in seguito, in tutta serietà, come di persone malate.

2
Chi sono?

Un incontro nella redazione di una ponderosa, antidiluviana rivista che non esiste più. Entra un giovane simpatico, ben vestito, con una forte risata innaturale e modi affettati da uomo di mondo. Dopo aver riempito la stanza di fumo ed essere sul punto dì andarsene, sembra ricordarsi di qualcosa, e con aria indifferente si rivolge al direttore barbuto, un uomo intontito dall’ideologia e dalla probità: “Senta, potrebbe utilizzare alcune traduzioni francesi delle poesie di Jazykov?”. Tutti lo fissavano: pareva un delirio. Era venuto a offrire poesia francese e, soprattutto, traduzioni di Jazykov. Quando gli borbottarono educatamente che non potevano utilizzare le sue traduzioni, se ne andò allegro e contento. L’immagine folle di questo giovane mi rimase a lungo nella mente. Aveva stabilito il record dell’inutilità. Tutto era inutile: Jazykov per lui, lui per la rivista e le traduzioni francesi di Jazykov per la Russia. Non so se sia facile per lui avvicinare la gente con un prodotto simile, ma egli è un reietto, un bellimbusto, ed è fiero di esserlo.
Una volta, entrando nella mia stanza, trovai un uomo dall’aria triste, che se ne stava lì con l’aspetto deciso, cupo, e mi guardava pieno di odio. Indossava un cappello e reggeva una cartella gonfia. Il suo viso non esprimeva il minimo cenno di educazione, di sorriso, e neppure la consueta espressione supplichevole;  era una faccia ostile, con gli occhi colmi di odio. Con profonda ostilità annunciò che molti “della vostra compagnia” – e fece una smorfia di disgusto – lo avevano ascoltato e apprezzato. D’improvviso si sedette e tirò fuori dalla cartella cinque quaderni di tela cerata: “Ho drammi, tragedie, poemi e liriche. Quali le devo leggere?”. Dovevano essere letti a voce alta e lentamente. La domanda era accompagnata dallo stesso implacabile odio. “Non so che cosa preferisca, di che genere di cose ha bisogno. Alla sua  compagnia sono piaciuti. Ho qualcosa per tutti i gusti”. Dopo che fu educatamente convinto ad andarsene, rimasi con l’impressione che un matto fosse appena stato nella mia stanza. Ma mi sbagliavo: era un uomo adulto,
razionale, con famiglia, un tecnico di professione, ma un fallito. Aveva rinunciato a fare l’ingegnere e lavorava da qualche parte per mantenere la famiglia. Ma a volte viene “sopraffatto” da un oscuro odio animalesco, perfino per i suoi quaderni di pelle. Allora irrompe nelle case della gente e insiste che qualche “compagnia” lo apprezza, che alcuni lo aiutano e riconoscono il valore. È impossibile discutere con lui. Vi insulta e sbatte la porta. Una conversazione con lui finisce in qualche taverna con una burrascosa confessione e pianti.
Un altro caso. Ha gli occhi blu, l’aspetto sano, un’educazione tedesca, è forbito come un commesso di negozio e ha un lampo azzurro schubertiano negli occhi. Il suo arrivo non è anomalo: non ha nulla di forzato o che turbi i rapporti umani. Scusandosi con semplicità e indifferenza, si lascia dietro un manoscritto vergato con mano infantile. E che cosa contiene, esattamente? Il nobile spirito del romanticismo tedesco, i temi di Novalis, strane coincidenze, creazioni esangui di uno spirito genuinamente nobile sono lì, in orrende melodie anchilosate. Egli è un commesso in un negozio di musica, un ex accordatore di piano, per metà tedesco. “Guardi, legga qui: Novalis, Tieck, Brentano. Qui c’è tutto un mondo a cui lei sembra non essere estraneo”. Ma lui non li ha letti, non ha la minima idea di tutto ciò – lui preferisce scrivere. O guarirà completamente da questa nobile malattia, o diventerà una persona reale.
All’epoca della carestia un giovane si recò da un poeta classico e gli lesse delle poesie assire. Per indurre il poeta ad ascoltarlo, gli portò un po’ di zucchero. Convinto che in generale ogni cosa è assurda e che tutto poteva essere contraffatto, egli portò al poeta zucchero e mitologia assira. Si vergognava della povertà e di ogni sorta di squallore – e conservava il rispetto di sé con le sue strane offerte sacrificali. Il destino lo ha elevato molto in alto: ora ha un ufficio internazionale per filatelici. Ha conservato solo il suo scetticismo, la disistima per il suo insegnante assiro, e la convinzione che tutto può essere contraffatto.
La Siberia, Taškent, perfino Buchara e Chorezm mandano poeti a Mosca  e a  Pietroburgo. Tutta questa gente pensa che sia impossibile andare a Mosca a mani vuote, così si muniscono di tutto quello che possono: le poesie. Portano poesie al posto dei soldi, della biancheria, delle referenze, come mezzo per stabilire rapporti con la gente, come mezzo per conquistare la vita. Un bambino grida perché respira e vive. Poi smette di gridare e comincia a balbettare, ma il grido interiore non cessa, e un uomo adulto grida con lo stesso grido antico del neonato sepolto dentro di lui. Il decoro sociale soffoca questo grido – è un vero e proprio abisso. La poesia di giovani e adulti spesso è proprio questo grido, il grido atavico incessante di un bambino.
Le parole non hanno importanza: questo eterno grido: io vivo, voglio, mi fa male. 
Arrivò da Irkutsk un operaio follemente innamorato di se stesso, senza alcun timore della verità quando gli dicono “è brutto”; non porta poesie ma un grido non adulterato. Pensava di essere un incrocio tra Majakovskji e gli imagisti. Ma non assomigliava a niente. Versi brevi, due o tre parole, frantuma, rode, soffoca, s’infuria, si placa, poi di nuovo s’inerpica, ruggisce, le parole sono disubbidienti, tutto esce nel modo in cui egli vuole, ma come un antico ruggito: io vivo, voglio, mi fa male, e forse ancor di più da un uomo adulto e consapevole: aiuto! Ve ne sono decine di migliaia così. E quel che più conta, bisogna aiutarli perché smettano di gridare. Quando avranno finito con la poesia, con questo grido atavico, cominceranno a balbettare, cominceranno a parlare, cominceranno a vivere.
Mi chiedo come essi si ascoltino, perché questo è molto importante. Il guaio è che affogano e si stupiscono del suono della loro voce. Alcuni semplicemente gridano, incuranti della sintassi, dei sentimenti e della logica; altri cantano col naso; altri ancora borbottano, dondolandosi avanti e indietro all’araba. Qualcuno ha inventato un refrain recitativo e comincia a cantare una melodia in sordina. Se guardi allo scritto sul foglio pensi: “Dopotutto, la persona che l’ha scritto non è stupida: come può trovarci qualcosa?”. Ma poi ascolti come lo legge: è così solenne e così nasale che non sembra neanche più russo. Puoi scambiarlo per una liturgia, e l’oratore per un profeta. I pochi esteti rimasti enfatizzano i suffissi aggettivali: annyi, onnyi; gli estimatori delle poesie volgari leggono in modo innovativo, come se imprecassero, attaccando gli ascoltatori con giuramenti e minacce. Naturalmente la voce, essendo uno strumento, è inconcepibile senza i recitativi, come un piano geometrico. I poeti lavorano con la voce, la  voce. Esatto. Ma le voci di questa gente sono loro nemiche. Con voci simili nulla si armonizza.
Un altro tratto caratteristico è il loro desiderio di vedersi pubblicati, non importa dove o come. Sono convinti che non appena saranno pubblicati avrà inizio una nuova vita. Non avrà inizio un bel niente. Stampare non è un grande evento. Neppure la buona poesia agita le vette letterarie. Ragazze e giovani signore, le sartine della poesia, voi che vi compiacete di chiamarvi Maya e di ricordare con venerazione la condiscendente carezza di un grande poeta. Il vostro caso è più semplice: voi scrivete poesia per piacere. Per combattere questa tendenza, formeremo una congiura dei giovani russi: non guarderemo più le giovani signore che scrivono poesie.
Chi scriverà più poesie? Ma questa domanda merita forse una risposta? In verità noi tutti indossiamo le scarpe, ma pochissime persone fabbricano scarpe. Esistono forse molte persone in grado di leggere poesie? Eppure quasi tutti le scrivono.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1923

(Traduzione di Nicola Crocetti)

dalla rivista “Poesia”, Anno VIII, Febbraio 1995, N.81

¹ I Cani Randagi (Brodiachaia sobaka) era il cabaret più popolare nella San Pietroburgo prerivoluzionaria. Aperto nel 1912 da B.K. Pronin diventò il luogo di raduno dell’élite artistica e letteraria, e in particolare dei futuristi, finché fu chiuso dalla polizia nel marzo del 1915.
² La difesa che Mandel’štam  fa del poeta è in polemica con l’intelligencija del tempo, composta da gente che egli considerava “nemici della parola”.
³ Nomi di caffè e cabaret sulla Prospettiva Tverskoj, dove si radunava la bohème letteraria moscovita, in particolare negli anni 1919-21. Il pubblico pagava un biglietto per poter ascoltare le letture di poesia e partecipare alle discussioni letterarie.

«Mi sfugge la parola che avrei voluto dire» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Foto di Boris Smelov

 

Mi sfugge la parola che avrei voluto dire.
Per giocare con esse, le diafane, alla reggia
delle ombre, su ali mozze, torna la cieca rondine.
E nel deliquio, a notte, echeggia una canzone.

Piú non s’odono uccelli, né sboccia il semprevivo.
Ha diafane criniere un branco di cavalli nella notte.
Va una barca sul fiume arido – vuota.
Fra i grilli la parola sta in deliquio.

E a mo’ di tenda o tempio, cresce adagio;
ora, Antigone folle, di colpo si risveglia,
e ora, morta rondine, si abbatte ai nostri piedi,
con tenerezza stigia e un verde ramoscello.

Oh, rendere il pudore del tatto che si fa occhio
e la tumida gioia del riconoscimento.
Il singhiozzo delle Aònidi, la nebbia,
i rintocchi, l’abisso mi sgomentano.

Di amare e riconoscere è concesso ai mortali,
in loro dalle dita anche il suono può erompere;
ma ciò che volevo dire, mi sfugge, e immateriale
il pensiero ritorna alla reggia delle ombre.

Sempre d’altro la diafana ci parla,
lei, rondine ed amica, lei, Antigone…
E le arde – nero ghiaccio – sulle labbra
una memoria di rintocchi stigi.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Novembre 1920

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia ed esapodia giambica, con due versi ipòmetri, di quattro giambi; quartine a rime alterne (aBaB…)
La lirica appartiene al cosiddetto “ciclo greco” dei componimenti di Mandel´štam, dedicato all’attrice del Teatro Aleksandrinskij Ol´ga Arbenina-Gil´derbrandt (1897/98-1980), che il poeta frequentò per alcuni mesi durante l’autunno-inverno del 1920-21. Essa “racconta” il «processo creativo» del proprio nascere e formarsi (NBP, p. 556) – e prende avvío da una metaforica discesa del poeta nell’oltretomba «alla ricerca della parola» (MG, p. 636), del “canto”, della poesia.
v. 1: «Mi sfugge»; lett.: ‘Ho dimenticato’.
vv. 2-3: «diafane» (prozračnye), aggettivo sostantivato che qui è sinonimo di “ombre”, e che per affinità paronomastica rinvia a prizračnye (‘spettrali’); «reggia» corrisponde al vocabolo desueto e poetico čertog, che designa un palazzo, una dimora sfarzosa; la «rondine» fa da mediatrice tra il regno dei vivi e quello dei morti, sulla scorta d’una poesia di G. Deržavin del 1792-94, in cui s’immagina che la rondine trascorra l’inverno «nascosta negli abissi sotterranei», «esanime», per poi «levarsi dal suo sonno di morte» e «cantare il nuovo sole». La rondine dalle ali mozze è, secondo Gasparov, un simbolo della «parola irrecuperabile» (cfr. MG, p. 636), avviata – potremmo aggiungere – al letargo e al silenzio.
I vv. 4-8 contengono una descrizione degli Inferi; tra l’altro, il motivo dell’aridità, della secchezza in Mandel´štam evoca la morte.
v. 9: «cresce adagio»; la crescita della parola è di una lentezza quasi “mortale” (come certe chiese “mai finite” del Medioevo?); e di fatto la parola, carcerata nel «tenero», avvolgente buio dello Stige, si riduce a fugaci soprassalti, a residui di vita: i risvegli di Antigone (l’Antigone della tragedia di Sofocle, murata viva per ordine dello zio Creonte), il ramoscello nel becco della rondine.
v. 10: «si risveglia»; nel testo originale – prokinetsja, forma che Mandel´štam deriva, secondo Gasparov, dall’ucraino prokynutysja (‘destarsi’). C’è chi ritiene che a prokinetsja si debba sostituire il russo prikinetsja; e dunque il v. 10 significherebbe: «ora a un tratto si finge Antigone impazzita». Ma è una tesi chiaramente debole.
v. 13: «pudore del tatto che si fa occhio»; lett.: ‘ritegno, impaccio delle dita che vedono, che hanno il dono della vista’ – o paiono averlo («zrjačich pal´cev styd»). Il poeta, disceso agli Inferi, si smemora, «dimentica la parola, non è in grado di riconoscere a tasto» (MG, p. 636) ciò che un poeta vorrebbe/dovrebbe riconoscere. Cfr. nell’articolo Slovo i kul´tura [La parola e la cultura]: «Un cieco riconosce il volto amato non appena lo sfiori con le sue dita veggenti, e lacrime di gioia – l’autentica gioia del riconoscimento – gli sgorgano dagli occhi dopo la lunga separazione».
v. 15: «Aònidi» (o “sorelle Aonie”); come si sa, è uno dei nomi con cui, nell’antichità classica, venivano designate le Muse. (Remo Faccani)

∗∗∗

«Я слово позабыл, что я хотел сказать.»

Я слово позабыл, что я хотел сказать.
Слепая ласточка в чертог теней вернется,
На крыльях срезанных, с прозрачными играть.
B беспамятстве ночная песнь поется.

Не слышно птиц. Бессмертник не цветет.
Прозрачны гривы табуна ночного.
B сухой реке пустой челнок плывет.
Среди кузнечиков беспамятствует слово.

И медленно растет, как бы шатер иль храм,
То вдруг прoкинется безумной Антигоной,
То мертвой ласточкой бросается к ногам,
С стигийской нежностью и веткою зеленой.

О, если бы вернуть и зрячих пальцев стыд,
И выпуклую радость узнаванья.
Я так боюсь рыданья Аонид,
Тумана, звона и зиянья!

А смертным власть дана любить и узнавать,
Для них и звук в персты прольется,
Но я забыл, что я хочу сказать,
И мысль бесплотная в чертог теней вернется.

Bсе не о том прозрачная твердит,
Все ласточка, подружка, Антигона…
И на губах, как черный лед, горит
Стигийского воспоминанье звона.

Осип Эмильевич Мандельштам

Ноябрь 1920

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994