Col mondo del potere… – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

Col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili:
temevo le ostriche, e alle guardie lanciavo occhiate di sottecchi;
nemmeno d’una briciola d’anima gli sono debitore
benché a lungo sulle immagini altrui mi sia accanito.

Aggrottandomi con sciocco sussiego in una mitra di castoro
non sono stato sotto il portico egizio della banca,
e sulla Neva di limone, al fruscio di cento rubli
per me mai, mai la zingara ha danzato.

Fiutando supplizi futuri, dal mugghiare di eventi sediziosi
mi rifugiavo dalle Nereidi del Mar Nero;
e le bellezze d’allora, le tenere europee,
quanta pena, dispetto e dolore m’han dato!

E allora, perché questa città continua a imporsi
ai miei pensieri e sentimenti secondo l’uso antico?
Resa sfrontata dagli incendi e i geli
è arrogante, maledetta, vacua, giovanile!

Forse perché bambino ho visto su un quadretto
Lady Godiva con la rossiccia chioma sciolta
dico ancora a me stesso sottovoce:
Lady Godiva, addio… Godiva, non ricordo.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Gennaio 1931

(Traduzione di Serena Vitale)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Poesie”, Garzanti, 1972

«Mi lavavo all’aperto ch’era notte» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

Mi lavavo all’aperto ch’era notte;
di grezze stelle ardeva il firmamento.
Il loro raggio è sale a fior d’ascia; la botte
colma, orli rasi, ghiaccia e si rapprende.

La porta del cortile è ben sprangata;
dura è la terra, secondo coscienza.
Rintraccerai a stento piú puro ordito della
verità d’una tela di bucato.

Si disfa come sale, nella botte, una stella;
piú buia è l’acqua gelida, piú pura
la morte, piú salata la sventura,
ed è piú onesta e paurosa la terra.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1921

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta Poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia trocaica; quartine a rime alterne (aBaB…), con assonanza delle uscite maschili della seconda e della terza strofa (vorotá : cholstá; zvezdá : bedá; – nella versificazione russa moderna due uscite maschili per rimare a pieno titolo debbono avere in comune non soltanto la vocale accentata, ma anche un altro suono identico, che segua o preceda la vocale).
La lirica, composta nell’autunno del 1921 a Tiflis/Tbilisi, fu ispirata a Mandel´štam, si pensa, dalle notizie della morte di Blok (7 agosto 1921) e della fucilazione di Gumilëv (24 agosto 1921).
L’assenza, al v. 1, del pronome personale ja (‘io’) – che è propria del linguaggio colloquiale e dell’annotazione diaristica – sembra quasi voler sfumare l’“eroe lirico”, spostarlo ai margini della scena, affidandogli il ruolo di semplice voce che descrive, medita e ripiega su un doloroso, tragico presente (si noti, nella prima quartina, la frattura nell’uso dei tempi verbali).
Al v. 3 (e al v. 9), il motivo del «sale» forse rinvia all’immagine evangelica del «sale della terra», oltre che ad altri simboli e ad altre associazioni legate al tema della sofferenza e del sacrificio: il poeta, “sale della terra”, che si fa portatore della sofferenza, si tramuta in capro espiatorio, martire, figura “cristica”? L’«ascia», secondo Gasparov, si richiama al dostoevskiano Raskol´nikov (MG, p. 639).
v. 5: «porta del cortile» traduce il russo vorota, che in questo caso sembra riferirsi alla porta carraia dello steccato o del muro di cinta di una villa di Tiflis/Tbilisi trasformata nella “Casa delle arti”: «lussuoso palazzetto senz’acqua corrente» (cosí scrive nelle sue memorie Nadežda Mandel´štam, che assieme al marito vi abitò per qualche tempo, sullo scorcio del ’21); «ben sprangata» corrisponde al russo «Na zamok zakryty» (lett.: ‘chiusa a chiave’).
v. 6: «dura», nel senso di ‘rigida’, ‘severa’.
La «tela di bucato» del v. 8 corrisponde al russo «svežij cholst» (v. 7), che potrebbe indicare anche una ‘tela mai usata prima’: «Nella poesia», racconta Nadežda Mandel´štam, «s’infilò pure l’asciugamano di tela grezza, tessuta in casa, che ci eravamo portati dall’Ucraina» (NM3, p. 49).
v. 12: «piú onesta e paurosa»; lett.: ‘piú veridica e terribile’.
Remo Faccani

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«Умывался ночью на дворе»

Умывался ночью на дворе —
Твердь сияла грубыми звездами.
Звездный луч — как соль на топоре,
Стынет бочка с полными краями.

На замок закрыты ворота,
И земля по совести сурова.
Чище правды свежего холста
Вряд ли где отыщется основа.

Тает в бочке, словно соль, звезда,
И вода студеная чернее,
Чище смерть, соленее беда,
И земля правдивей и страшнее.

Осип Эмильевич Мандельштам

1921

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994

«È avvelenato il pane, bevuto l’ultimo sorso d’aria» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Osip Mandel’štam, photograph by Moses Nappelbaum

 

È avvelenato il pane, bevuto l’ultimo sorso d’aria.
Com’è difficile curare le ferite!
Giuseppe venduto in Egitto
non dovette soffrire nostalgia più forte!

Sotto il cielo stellato i beduini
a occhi chiusi, sul dorso del cavallo,
improvvisano libere ballate
sul loro giorno confuso.

Per trovare lo spunto basta poco.
Chi ha perso nella sabbia una faretra,
chi ha scambiato il cavallo. Degli eventi
lentamente si dissipa la nebbia.

A cantare davvero
e in pienezza di cuore, finalmente
tutto il resto scompare: non rimane
che spazio, stelle e voce.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1913

(Traduzione di Serena Vitale)

da “Pietra”, in “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Poesie”, Garzanti, 1972

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«Отравлен хлеб, и воздух выпит»

Отравлен хлеб, и воздух выпит.
Как трудно раны врачевать!
Иосиф, проданный в Египет,
Не мог сильнее тосковать.

Под звездным небом бедуины,
Закрыв глаза и на коне,
Слагают вольные былины
О смутно пережитом дне.

Немного нужно для наитий:
Кто потерял в песке колчан,
Кто выменял коня — событий
Рассеивается туман;

И, если подлинно поется
И полной грудью, наконец,
Все исчезает — остается
Пространство, звезды и певец!

Осип Эмильевич Мандельштам

1913

da “Осип Мандельштам, Камень: стихи”, Акме, 1913 

«Mi sfugge la parola che avrei voluto dire» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Foto di Boris Smelov

 

Mi sfugge la parola che avrei voluto dire.
Per giocare con esse, le diafane, alla reggia
delle ombre, su ali mozze, torna la cieca rondine.
E nel deliquio, a notte, echeggia una canzone.

Piú non s’odono uccelli, né sboccia il semprevivo.
Ha diafane criniere un branco di cavalli nella notte.
Va una barca sul fiume arido – vuota.
Fra i grilli la parola sta in deliquio.

E a mo’ di tenda o tempio, cresce adagio;
ora, Antigone folle, di colpo si risveglia,
e ora, morta rondine, si abbatte ai nostri piedi,
con tenerezza stigia e un verde ramoscello.

Oh, rendere il pudore del tatto che si fa occhio
e la tumida gioia del riconoscimento.
Il singhiozzo delle Aònidi, la nebbia,
i rintocchi, l’abisso mi sgomentano.

Di amare e riconoscere è concesso ai mortali,
in loro dalle dita anche il suono può erompere;
ma ciò che volevo dire, mi sfugge, e immateriale
il pensiero ritorna alla reggia delle ombre.

Sempre d’altro la diafana ci parla,
lei, rondine ed amica, lei, Antigone…
E le arde – nero ghiaccio – sulle labbra
una memoria di rintocchi stigi.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Novembre 1920

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia ed esapodia giambica, con due versi ipòmetri, di quattro giambi; quartine a rime alterne (aBaB…)
La lirica appartiene al cosiddetto “ciclo greco” dei componimenti di Mandel´štam, dedicato all’attrice del Teatro Aleksandrinskij Ol´ga Arbenina-Gil´derbrandt (1897/98-1980), che il poeta frequentò per alcuni mesi durante l’autunno-inverno del 1920-21. Essa “racconta” il «processo creativo» del proprio nascere e formarsi (NBP, p. 556) – e prende avvío da una metaforica discesa del poeta nell’oltretomba «alla ricerca della parola» (MG, p. 636), del “canto”, della poesia.
v. 1: «Mi sfugge»; lett.: ‘Ho dimenticato’.
vv. 2-3: «diafane» (prozračnye), aggettivo sostantivato che qui è sinonimo di “ombre”, e che per affinità paronomastica rinvia a prizračnye (‘spettrali’); «reggia» corrisponde al vocabolo desueto e poetico čertog, che designa un palazzo, una dimora sfarzosa; la «rondine» fa da mediatrice tra il regno dei vivi e quello dei morti, sulla scorta d’una poesia di G. Deržavin del 1792-94, in cui s’immagina che la rondine trascorra l’inverno «nascosta negli abissi sotterranei», «esanime», per poi «levarsi dal suo sonno di morte» e «cantare il nuovo sole». La rondine dalle ali mozze è, secondo Gasparov, un simbolo della «parola irrecuperabile» (cfr. MG, p. 636), avviata – potremmo aggiungere – al letargo e al silenzio.
I vv. 4-8 contengono una descrizione degli Inferi; tra l’altro, il motivo dell’aridità, della secchezza in Mandel´štam evoca la morte.
v. 9: «cresce adagio»; la crescita della parola è di una lentezza quasi “mortale” (come certe chiese “mai finite” del Medioevo?); e di fatto la parola, carcerata nel «tenero», avvolgente buio dello Stige, si riduce a fugaci soprassalti, a residui di vita: i risvegli di Antigone (l’Antigone della tragedia di Sofocle, murata viva per ordine dello zio Creonte), il ramoscello nel becco della rondine.
v. 10: «si risveglia»; nel testo originale – prokinetsja, forma che Mandel´štam deriva, secondo Gasparov, dall’ucraino prokynutysja (‘destarsi’). C’è chi ritiene che a prokinetsja si debba sostituire il russo prikinetsja; e dunque il v. 10 significherebbe: «ora a un tratto si finge Antigone impazzita». Ma è una tesi chiaramente debole.
v. 13: «pudore del tatto che si fa occhio»; lett.: ‘ritegno, impaccio delle dita che vedono, che hanno il dono della vista’ – o paiono averlo («zrjačich pal´cev styd»). Il poeta, disceso agli Inferi, si smemora, «dimentica la parola, non è in grado di riconoscere a tasto» (MG, p. 636) ciò che un poeta vorrebbe/dovrebbe riconoscere. Cfr. nell’articolo Slovo i kul´tura [La parola e la cultura]: «Un cieco riconosce il volto amato non appena lo sfiori con le sue dita veggenti, e lacrime di gioia – l’autentica gioia del riconoscimento – gli sgorgano dagli occhi dopo la lunga separazione».
v. 15: «Aònidi» (o “sorelle Aonie”); come si sa, è uno dei nomi con cui, nell’antichità classica, venivano designate le Muse. (Remo Faccani)

∗∗∗

«Я слово позабыл, что я хотел сказать.»

Я слово позабыл, что я хотел сказать.
Слепая ласточка в чертог теней вернется,
На крыльях срезанных, с прозрачными играть.
B беспамятстве ночная песнь поется.

Не слышно птиц. Бессмертник не цветет.
Прозрачны гривы табуна ночного.
B сухой реке пустой челнок плывет.
Среди кузнечиков беспамятствует слово.

И медленно растет, как бы шатер иль храм,
То вдруг прoкинется безумной Антигоной,
То мертвой ласточкой бросается к ногам,
С стигийской нежностью и веткою зеленой.

О, если бы вернуть и зрячих пальцев стыд,
И выпуклую радость узнаванья.
Я так боюсь рыданья Аонид,
Тумана, звона и зиянья!

А смертным власть дана любить и узнавать,
Для них и звук в персты прольется,
Но я забыл, что я хочу сказать,
И мысль бесплотная в чертог теней вернется.

Bсе не о том прозрачная твердит,
Все ласточка, подружка, Антигона…
И на губах, как черный лед, горит
Стигийского воспоминанье звона.

Осип Эмильевич Мандельштам

Ноябрь 1920

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994

Conchiglia – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Beatrice Cignitti, La conchiglia (a Osip Mandel’štam), 2008

 

Notte, forse di me non hai bisogno;
dalla voragine dell’universo
io – conchiglia senza perle – sono
gettato sulla tua proda, riverso.

Con noncuranza fai schiumare i flutti
e riottosamente vai cantando,
ma la bugia d’una conchiglia inutile
ti sarà oggetto d’amore e di vanto.

Verrai a giacerle accanto sulla sabbia
e a ricoprirla della tua pianeta;
a renderla, verrai, inseparabile
dall’enorme campana degli abissi irrequieti;

e il vano della fragile conchiglia –
nido di un cuore ove nessuno alloggia –
ricolmerai di schiuma che bisbiglia,
ricolmerai di nebbia, vento e pioggia…

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1911

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: tetrapodia giambica; quartine a rime alterne (AbAb…)
Nelle intenzioni di Mandel´štam doveva essere il testo eponimo della sua prima raccolta di versi, sul cui frontespizio fu poi messo, all’ultimo momento, un altro titolo – Kamen’ [Pietra] – proposto (imposto?), a quanto sembra, da Gumilëv.
I vv. 1-4 contengono reminiscenze dal “canto terzo” (vv. 70-73) del poemetto di Gumilëv Otkrytie Ameriki [La scoperta dell’America, 1910], che sono quasi delle citazioni testuali: «Rakovina ja, no bez žemčužin, | Ja potok, kotoryj byl zapružen: | Spuščennyj, teper´ uže ne nužen» («Sono conchiglia, ma ormai senza perle, | sono torrente che un argine ferma: | cosí svuotato, piú non servo a nulla»).
v. 8: La proposizione «ti sarà oggetto … di vanto» traduce un po’ liberamente il russo «…ty oceniš´…» (v. 7), che suonerebbe, piú alla lettera: ‘sarà apprezzata da te’. Un acuto studioso di Mandel´štam ha visto in oceniš’ un (quasi) anagramma di Nietzsche, in russo Nicše (al segno latino c corrisponde, come già s’è rilevato, un segno dell’alfabeto russo il cui valore fonetico è /ts/); e ha visto in Conchiglia una risposta – un attacco – al capitolo «Sui poeti» di Cosí parlò Zarathustra (Ronen, p. 72; K [«LP», p. 292]). (Remo Faccani)

∗∗∗

Раковина

Быть может, я тебе не нужен,
Ночь; из пучины мировой,
Как раковина без жемчужин,
Я выброшен на берег твой.

Ты равнодушно волны пенишь
И несговорчиво поешь;
Но ты полюбишь, ты оценишь
Ненужной раковины ложь.

Ты на песок с ней рядом ляжешь,
Оденешь ризою своей,
Ты неразрывно с нею свяжешь
Огромный колокол зыбей;

И хрупкой раковины стены, —
Как нежилого сердца дом, —
Наполнишь шепотами пены,
Туманом, ветром и дождем…

Осип Эмильевич Мандельштам

1911

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994