Si perdono lontano… – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

Si perdono lontano le sporgenze delle teste degli uomini:
là io rimpicciolisco – non mi vedranno più,
ma nei libri teneri e nei giochi di bambini
risorgerò per dire come il sole splende…

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

[1937]

(Traduzione di Maurizia Calusio)

da “Quaderni di Voronež”, “I Classici dello Specchio” Mondadori, 1995

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Уходят вдаль людских голов бугры:
Я уменьшаюсь там – меня уж не заметят,
Но в книгах ласковых и в играх детворы
Воскресну я – сказать, как солнце светит…

Осип Эмильевич Мандельштам

da “Žizn’ i tvorčestvo O.E. Mandel’štama”, Voronež, 1990

«A tu per tu, il gelo in volto io fisso» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

A tu per tu, il gelo in volto io fisso:
lui fissa il nulla, e io fisso dal nulla;
stirata, pieghettata senza grinze,
respirante miracolo, pianura.

E in povertà bianco-àmido, il sole strizza gli occhi –
il suo strizzare è tranquillo, placato.
Foreste a dieci cifre: simili a quelle… E crocchia
– pane fresco – la neve dentro il mio sguardo, intatta.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

16 gennaio 1937

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: tetrapodia, pentapodia ed esapodia giambica, con prevalenza dell’esapodia, dei versi di sei giambi; due quartine rimate aBaB, cDcD.
Qui, come in altre poesie mandel´štamiane del gennaio 1937, «the image of the Central Russian plains» incarna l’idea dell’uguaglianza (in russo pianura e uguaglianza hanno la stessa radice: ravninaravenstvo), ma il tema «is developed with characteristic ambivalence» (Ronen, p. 126). Cosí, la sconfinata pianura nevosa che circonda Voronež, pur emanando una «miracolosa» suggestione, sembra essere fonte di smarrimento per il poeta.
Il v. 2 è fortemente ellittico, privo di verbi, con due “vuoti” nei quali mi è parso quasi inevitabile veder sottintese due forme di gljadet´ (‘guardare’, ‘fissare’) – gljadit e gljažu –, che si diramano dal gljažu del v.1.
v. 7: «…simili a quelle» – quelle viste nella Russia nord-orientale, a Čerdyn´ e, soprattutto, navigando lungo il fiume Kama. (Remo Faccani)

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«В лицо морозу я гляжу один»

В лицо морозу я гляжу один:
Он — никуда, я — ниоткуда —
И все утюжится, плоится без морщин
Равнины дышащее чудо.

А солнце щурится в крахмальной нищете —
Его прищур спокоен и утешен.
Десятизначные леса — почти что те…
А снег хрустит в глазах, как чистый хлеб, безгрешен.

Осип Эмильевич Мандельштам

16 января 1937

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994

Togliendomi i mari… – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

Togliendomi i mari, la corsa e il volo
e dando al piede l’appoggio di una terra coatta,
che cosa avete ottenuto? Bel calcolo:
non potevate amputarmi le labbra che si muovono.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

maggio 1935

(Traduzione di Maurizia Calusio)

da “Quaderni di Voronež”, “I Classici dello Specchio” Mondadori, 1995

Si veda Ovidio: «En ego, cum caream patria vobisque domoque, / raptaque sint, adimi quae potuere mihi, / ingenio tamen ipse meo comitorque fruorque: / Caesar in hoc potuit iuris habere nihil» (Tristia III 7, vv. 45-8).
    le labbra che si muovono: «la metafora prediletta da Mandel’štam del processo della creazione poetica» (Taranovsky, Essays, p. 128)

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Лишив меня морей…

Лишив меня морей, разбега и разлета
И дав стопе упор насильственной земли,
Чего добились вы? Блестящего расчета:
Губ шевелящихся отнять вы не могли.

Осип Эмильевич Мандельштам

da “Žizn’ i tvorčestvo O.E. Mandel’štama”, Voronež, 1990

«Mi lavavo all’aperto ch’era notte» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

Mi lavavo all’aperto ch’era notte;
di grezze stelle ardeva il firmamento.
Il loro raggio è sale a fior d’ascia; la botte
colma, orli rasi, ghiaccia e si rapprende.

La porta del cortile è ben sprangata;
dura è la terra, secondo coscienza.
Rintraccerai a stento piú puro ordito della
verità d’una tela di bucato.

Si disfa come sale, nella botte, una stella;
piú buia è l’acqua gelida, piú pura
la morte, piú salata la sventura,
ed è piú onesta e paurosa la terra.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1921

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta Poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia trocaica; quartine a rime alterne (aBaB…), con assonanza delle uscite maschili della seconda e della terza strofa (vorotá : cholstá; zvezdá : bedá; – nella versificazione russa moderna due uscite maschili per rimare a pieno titolo debbono avere in comune non soltanto la vocale accentata, ma anche un altro suono identico, che segua o preceda la vocale).
La lirica, composta nell’autunno del 1921 a Tiflis/Tbilisi, fu ispirata a Mandel´štam, si pensa, dalle notizie della morte di Blok (7 agosto 1921) e della fucilazione di Gumilëv (24 agosto 1921).
L’assenza, al v. 1, del pronome personale ja (‘io’) – che è propria del linguaggio colloquiale e dell’annotazione diaristica – sembra quasi voler sfumare l’“eroe lirico”, spostarlo ai margini della scena, affidandogli il ruolo di semplice voce che descrive, medita e ripiega su un doloroso, tragico presente (si noti, nella prima quartina, la frattura nell’uso dei tempi verbali).
Al v. 3 (e al v. 9), il motivo del «sale» forse rinvia all’immagine evangelica del «sale della terra», oltre che ad altri simboli e ad altre associazioni legate al tema della sofferenza e del sacrificio: il poeta, “sale della terra”, che si fa portatore della sofferenza, si tramuta in capro espiatorio, martire, figura “cristica”? L’«ascia», secondo Gasparov, si richiama al dostoevskiano Raskol´nikov (MG, p. 639).
v. 5: «porta del cortile» traduce il russo vorota, che in questo caso sembra riferirsi alla porta carraia dello steccato o del muro di cinta di una villa di Tiflis/Tbilisi trasformata nella “Casa delle arti”: «lussuoso palazzetto senz’acqua corrente» (cosí scrive nelle sue memorie Nadežda Mandel´štam, che assieme al marito vi abitò per qualche tempo, sullo scorcio del ’21); «ben sprangata» corrisponde al russo «Na zamok zakryty» (lett.: ‘chiusa a chiave’).
v. 6: «dura», nel senso di ‘rigida’, ‘severa’.
La «tela di bucato» del v. 8 corrisponde al russo «svežij cholst» (v. 7), che potrebbe indicare anche una ‘tela mai usata prima’: «Nella poesia», racconta Nadežda Mandel´štam, «s’infilò pure l’asciugamano di tela grezza, tessuta in casa, che ci eravamo portati dall’Ucraina» (NM3, p. 49).
v. 12: «piú onesta e paurosa»; lett.: ‘piú veridica e terribile’.
Remo Faccani

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«Умывался ночью на дворе»

Умывался ночью на дворе —
Твердь сияла грубыми звездами.
Звездный луч — как соль на топоре,
Стынет бочка с полными краями.

На замок закрыты ворота,
И земля по совести сурова.
Чище правды свежего холста
Вряд ли где отыщется основа.

Тает в бочке, словно соль, звезда,
И вода студеная чернее,
Чище смерть, соленее беда,
И земля правдивей и страшнее.

Осип Эмильевич Мандельштам

1921

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994

«Per la tua gioia accetta dalle palme» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Edward Weston, A stunning portrait, 1921

 

Per la tua gioia accetta dalle palme
di queste mani un po’ di sole e miele:
ce l’hanno ingiunto le api di Persefone.

Non si può udire l’ombra calzata di pelliccia,
o staccare da riva la barca senza ormeggi,
o vincere il timore nel folto della vita.

Tutto quel che ci resta sono baci
villosi come le giovani api
che muoiono, volate via dall’arnia.

Frusciano nella giungla diafana della notte,
gli è patria il fitto bosco del Taigeto,
si nutrono di tempo, polmonaria, mentastro.

Per la tua gioia accetta questo dono barbarico:
un’arida, dimessa collana di api morte
che hanno trasformato il miele in sole.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Novembre 1920

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Mandel’štam, Ottanta poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia giambica; terzine non rimate, con uscite tutte femminili.
È  una lirica del “ciclo greco” di Mandel´štam. Il poeta allude a una specie di suo ritorno dagli Inferi, dove ha recuperato, scrive Gasparov, «parole-baci cariche di gioia solare; le parole e i baci “muoiono”, la gioia resta. Le parole-baci sono paragonate alle “api di Persefone” che mutano i fiori e il tempo nel “miele” della poesia». «Senza di loro la vita sulla terra è non meno angosciosa di quanto lo sia nel regno dei morti» (MG, p. 636).
v. 5: «la barca senza ormeggi»; cfr. al v. 7 di «Mi sfugge la parola…», l’immagine della barca vuota nel fiume in secca.
v. 11: cfr. l’«ombroso Taigeto» («tenistyj Tajget») puškiniano che, per dirla con Gasparov, è raffigurato come «la patria della rima».
v. 13: «barbarico»; lett.: ‘selvaggio’. (Remo Faccani)

***

«Возьми на радость из моих ладоней…»

Возьми на радость из моих ладоней
Немного солнца и немного меда,
Как нам велели пчелы Персефоны.

Не отвязать неприкрепленной лодки,
Не услыхать в меха обутой тени,
Не превозмочь в дремучей жизни страха.

Нам остаются только поцелуи,
Мохнатые, как маленькие пчелы,
Что умирают, вылетев из улья.

Они шуршат в прозрачных дебрях ночи,
Их родина — дремучий лес Тайгета,
Их пища — время, медуница, мята.

Возьми ж на радость дикий мой подарок,
Невзрачное сухое ожерелье
Из мертвых пчел, мед превративших в солнце.

Осип Эмильевич Мандельштам

Ноябрь 1920

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994