«A tu per tu, il gelo in volto io fisso» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

A tu per tu, il gelo in volto io fisso:
lui fissa il nulla, e io fisso dal nulla;
stirata, pieghettata senza grinze,
respirante miracolo, pianura.

E in povertà bianco-àmido, il sole strizza gli occhi –
il suo strizzare è tranquillo, placato.
Foreste a dieci cifre: simili a quelle… E crocchia
– pane fresco – la neve dentro il mio sguardo, intatta.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

16 gennaio 1937

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: tetrapodia, pentapodia ed esapodia giambica, con prevalenza dell’esapodia, dei versi di sei giambi; due quartine rimate aBaB, cDcD.
Qui, come in altre poesie mandel´štamiane del gennaio 1937, «the image of the Central Russian plains» incarna l’idea dell’uguaglianza (in russo pianura e uguaglianza hanno la stessa radice: ravninaravenstvo), ma il tema «is developed with characteristic ambivalence» (Ronen, p. 126). Cosí, la sconfinata pianura nevosa che circonda Voronež, pur emanando una «miracolosa» suggestione, sembra essere fonte di smarrimento per il poeta.
Il v. 2 è fortemente ellittico, privo di verbi, con due “vuoti” nei quali mi è parso quasi inevitabile veder sottintese due forme di gljadet´ (‘guardare’, ‘fissare’) – gljadit e gljažu –, che si diramano dal gljažu del v.1.
v. 7: «…simili a quelle» – quelle viste nella Russia nord-orientale, a Čerdyn´ e, soprattutto, navigando lungo il fiume Kama. (Remo Faccani)

∗∗∗

«В лицо морозу я гляжу один»

В лицо морозу я гляжу один:
Он — никуда, я — ниоткуда —
И все утюжится, плоится без морщин
Равнины дышащее чудо.

А солнце щурится в крахмальной нищете —
Его прищур спокоен и утешен.
Десятизначные леса — почти что те…
А снег хрустит в глазах, как чистый хлеб, безгрешен.

Осип Эмильевич Мандельштам

16 января 1937

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994

«Mi lavavo all’aperto ch’era notte» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

Mi lavavo all’aperto ch’era notte;
di grezze stelle ardeva il firmamento.
Il loro raggio è sale a fior d’ascia; la botte
colma, orli rasi, ghiaccia e si rapprende.

La porta del cortile è ben sprangata;
dura è la terra, secondo coscienza.
Rintraccerai a stento piú puro ordito della
verità d’una tela di bucato.

Si disfa come sale, nella botte, una stella;
piú buia è l’acqua gelida, piú pura
la morte, piú salata la sventura,
ed è piú onesta e paurosa la terra.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1921

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta Poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia trocaica; quartine a rime alterne (aBaB…), con assonanza delle uscite maschili della seconda e della terza strofa (vorotá : cholstá; zvezdá : bedá; – nella versificazione russa moderna due uscite maschili per rimare a pieno titolo debbono avere in comune non soltanto la vocale accentata, ma anche un altro suono identico, che segua o preceda la vocale).
La lirica, composta nell’autunno del 1921 a Tiflis/Tbilisi, fu ispirata a Mandel´štam, si pensa, dalle notizie della morte di Blok (7 agosto 1921) e della fucilazione di Gumilëv (24 agosto 1921).
L’assenza, al v. 1, del pronome personale ja (‘io’) – che è propria del linguaggio colloquiale e dell’annotazione diaristica – sembra quasi voler sfumare l’“eroe lirico”, spostarlo ai margini della scena, affidandogli il ruolo di semplice voce che descrive, medita e ripiega su un doloroso, tragico presente (si noti, nella prima quartina, la frattura nell’uso dei tempi verbali).
Al v. 3 (e al v. 9), il motivo del «sale» forse rinvia all’immagine evangelica del «sale della terra», oltre che ad altri simboli e ad altre associazioni legate al tema della sofferenza e del sacrificio: il poeta, “sale della terra”, che si fa portatore della sofferenza, si tramuta in capro espiatorio, martire, figura “cristica”? L’«ascia», secondo Gasparov, si richiama al dostoevskiano Raskol´nikov (MG, p. 639).
v. 5: «porta del cortile» traduce il russo vorota, che in questo caso sembra riferirsi alla porta carraia dello steccato o del muro di cinta di una villa di Tiflis/Tbilisi trasformata nella “Casa delle arti”: «lussuoso palazzetto senz’acqua corrente» (cosí scrive nelle sue memorie Nadežda Mandel´štam, che assieme al marito vi abitò per qualche tempo, sullo scorcio del ’21); «ben sprangata» corrisponde al russo «Na zamok zakryty» (lett.: ‘chiusa a chiave’).
v. 6: «dura», nel senso di ‘rigida’, ‘severa’.
La «tela di bucato» del v. 8 corrisponde al russo «svežij cholst» (v. 7), che potrebbe indicare anche una ‘tela mai usata prima’: «Nella poesia», racconta Nadežda Mandel´štam, «s’infilò pure l’asciugamano di tela grezza, tessuta in casa, che ci eravamo portati dall’Ucraina» (NM3, p. 49).
v. 12: «piú onesta e paurosa»; lett.: ‘piú veridica e terribile’.
Remo Faccani

∗∗∗

«Умывался ночью на дворе»

Умывался ночью на дворе —
Твердь сияла грубыми звездами.
Звездный луч — как соль на топоре,
Стынет бочка с полными краями.

На замок закрыты ворота,
И земля по совести сурова.
Чище правды свежего холста
Вряд ли где отыщется основа.

Тает в бочке, словно соль, звезда,
И вода студеная чернее,
Чище смерть, соленее беда,
И земля правдивей и страшнее.

Осип Эмильевич Мандельштам

1921

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994

«Per la tua gioia accetta dalle palme» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Edward Weston, A stunning portrait, 1921

 

Per la tua gioia accetta dalle palme
di queste mani un po’ di sole e miele:
ce l’hanno ingiunto le api di Persefone.

Non si può udire l’ombra calzata di pelliccia,
o staccare da riva la barca senza ormeggi,
o vincere il timore nel folto della vita.

Tutto quel che ci resta sono baci
villosi come le giovani api
che muoiono, volate via dall’arnia.

Frusciano nella giungla diafana della notte,
gli è patria il fitto bosco del Taigeto,
si nutrono di tempo, polmonaria, mentastro.

Per la tua gioia accetta questo dono barbarico:
un’arida, dimessa collana di api morte
che hanno trasformato il miele in sole.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Novembre 1920

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Mandel’štam, Ottanta poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia giambica; terzine non rimate, con uscite tutte femminili.
È  una lirica del “ciclo greco” di Mandel´štam. Il poeta allude a una specie di suo ritorno dagli Inferi, dove ha recuperato, scrive Gasparov, «parole-baci cariche di gioia solare; le parole e i baci “muoiono”, la gioia resta. Le parole-baci sono paragonate alle “api di Persefone” che mutano i fiori e il tempo nel “miele” della poesia». «Senza di loro la vita sulla terra è non meno angosciosa di quanto lo sia nel regno dei morti» (MG, p. 636).
v. 5: «la barca senza ormeggi»; cfr. al v. 7 di «Mi sfugge la parola…», l’immagine della barca vuota nel fiume in secca.
v. 11: cfr. l’«ombroso Taigeto» («tenistyj Tajget») puškiniano che, per dirla con Gasparov, è raffigurato come «la patria della rima».
v. 13: «barbarico»; lett.: ‘selvaggio’. (Remo Faccani)

***

«Возьми на радость из моих ладоней…»

Возьми на радость из моих ладоней
Немного солнца и немного меда,
Как нам велели пчелы Персефоны.

Не отвязать неприкрепленной лодки,
Не услыхать в меха обутой тени,
Не превозмочь в дремучей жизни страха.

Нам остаются только поцелуи,
Мохнатые, как маленькие пчелы,
Что умирают, вылетев из улья.

Они шуршат в прозрачных дебрях ночи,
Их родина — дремучий лес Тайгета,
Их пища — время, медуница, мята.

Возьми ж на радость дикий мой подарок,
Невзрачное сухое ожерелье
Из мертвых пчел, мед превративших в солнце.

Осип Эмильевич Мандельштам

Ноябрь 1920

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994

«Le tue gracili spalle si arrosseranno sotto fruste e flagelli» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Galina Kurlat, Brandon I, 2007

 

Le tue gracili spalle si arrosseranno sotto fruste e flagelli,
si arrosseranno sotto fruste e flagelli, bruceranno nel gelo.

Le tue mani infantili alzeranno pesanti ferri da stiro,
alzeranno pesanti ferri da stiro, e legheranno spaghi e fili.

I tuoi teneri piedi cammineranno sul vetro scalzi,
cammineranno sul vetro scalzi, e nella rena fra rosse chiazze…

E io per te brucerò come una candela color pece,
brucerò come una candela, e non oserò dir preghiere.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1934

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta Poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: tetrapodia anapestica; distici a rime baciate tutte maschili; il secondo emistichio di ogni verso dispari viene ripreso come incipit del verso successivo.
La lirica, secondo Gasparov, «tratteggia il destino della compagna di un condannato o di un giustiziato» (MG, pp. 660-61) – e piú in generale, io direi, di una donna a lui cara e devota, che ha sembianze quasi da figura “cristica” in versione femminile. La sua datazione non è sicura, benché tutte le sue edizioni la diano composta nel 1934, magari nel febbraio di quell’anno. Anche N. Chardžiev – che negli anni Cinquanta ne rintracciò per la prima volta una copia fra le carte di Polina (Lina) Finlkel´štejn (1906-77), vedova del critico letterario Sergej Rudakov (1909-44), già compagno d’esilio di Mandel´štam a Voronež – la riteneva «scritta a Mosca» (BP, p. 299), e dunque nei mesi precedenti il primo arresto del poeta (maggio 1934). Ma, come si vedrà, la sua stesura – perlomeno, quella definitiva – potrebbe risalire alla primavera del ’35.
Nadežda Mandel´štam tendeva a credere che il testo fosse indirizzato a lei – o anche a lei; la prima o principale dedicataria dové essere, invece, la giovane poetessa e traduttrice Marija (Marusja) Petrovych (1908-79), che da parte di Mandel´štam, tra il 1933 e il ’34, fu oggetto di una breve, travolgente infatuazione. Mandel´štam probabilmente descrive la sorte a cui la Petrovych, in quanto sua amica – oltretutto, era fra le persone che conoscevano il suo “epigramma” su Stalin –, rischiava di andare incontro. Un’altra poesia scritta di sicuro per lei nel febbraio del ’34, «Masterica vinovatych vzorov» [«Tu, maestra di colpevoli sguardi»], si chiude con i versi: «Ja stoju u tvërdogo poroga. | Uchodi, ujdi, eščë pobud´» («Sto fermo presso questa dura soglia. | Vai, vattene, rimani ancora un poco»), dove la «soglia» è quella della morte.
v. 4: «spaghi e fili», usati per mettere insieme o assicurare fagotti, ceste da portarsi dietro nei viaggi, nei trasferimenti piú o meno obbligati da un luogo a un altro (o per fare pacchi da spedire a qualcuno che si trovava in prigione, in un campo di lavoro e simili?).
v. 6: «rosse chiazze», lasciate dai propri piedi (o da quelli di altre persone a cui era toccata la stessa sorte?).
v. 7: «di pece» è una libera traduzione dell’aggettivo čërnaja (‘nera’). Di fronte al distico finale della poesia, Nadežda Mandel´štam riconosceva che i due versi forse sono davvero rivolti a una donna diversa da lei, dalla moglie, poiché i sentimenti di «angoscia e dolore» che esprimono li si vuole come tenere nascosti alla «propria donna»; ma suggeriva, fra altro, che potesse trattarsi di «una conseguenza degli interrogatori» subiti da Mandel´štam alla Lubjanka, durante i quali «lo s’impauriva» dicendogli che anche la moglie era in carcere (ŽT, pp. 248-49). In effetti, il secondo emistichio del v. 4 sembra far eco, per esempio, ai vv. 5-6 di «Stiamocene un po’ in cucina assieme». Credo però che abbia ragione È. Gerštejn, quando nell’immagine della «candela color pece» – della «čërnaja svečka» – vede far grumo, cristallizzarsi un senso di colpa e un’ansia di automortificazione che potevano riguardare solo la Petrovych, della quale Mandel´štam alla Lubjanka, in un maldestro tentativo di proteggerla, disse che s’era trascritta l’“epigramma” contro Stalin ma «aveva promesso di bruciare subito la trascrizione» (GM, pp. 432-33). E il poeta riprese a scrivere versi solo nell’aprile del ’35. (Remo Faccani)

∗∗∗

«Твоим узким плечам под бичами краснеть,»

Твоим узким плечам под бичами краснеть,
Под бичами краснеть, на морозе гореть.

Твоим детским рукам утюги поднимать,
Утюги поднимать да веревки вязать.

Твоим нежным ногам по стеклу босиком,
По стеклу босиком да кровавым песком…

Ну, а мне за тебя черной свечкой гореть,
Черной свечкой гореть да молиться не сметь.

Осип Эмильевич Мандельштам

Февраль› 1934

da “О.Э. Мандельштам, Собрание сочинений в 4 t.”, М.: Арт-Бизнес-Центр, 1994, Т. 3

«Io non ho udito i racconti di Ossian» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Eva Besnyö, Gypsy boy, Hungary, 1931

 

Io non ho udito i racconti di Ossian,
non ho gustato quell’antico vino;
e la luna sanguigna della Scozia
perché mai vedo, e perché una radura?

Il richiamarsi di un corvo e di un’arpa
io mi fingo nel lugubre silenzio;
e dei guerrieri ondeggiano le sciarpe
al chiar di luna, gonfiate dal vento.

Un’eredità sacra mi è toccata –
gli erranti sogni d’aedi stranieri;
e i parenti e l’uggioso vicinato
nulla ci vieta di tenere in spregio.

Ché forse piú di un tesoro, scavalcando
i nipoti, raggiunge i pronipoti;
e lo scaldo può rifoggiare un canto
non suo, e come suo renderlo noto.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1914

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta Poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia giambica; quartine a rime alterne (AbAb…)
v. 2: «vino»; il “vino dei canti”, si direbbe, – o, piú in generale, il vino di quella cultura; ma cfr. ad esempio, nel poemetto giovanile di Yeats The Wanderings of Oisin (Oisin, come si sa, è la variante irlandese di Ossian), i vv. 7-8 del “primo libro”: «…The horsemen with their floating hair, | And bowls of barley, honey, and wine…». (Remo Faccani)
∗∗∗

«Я не слыхал рассказов Оссиана,»

Я не слыхал рассказов Оссиана,
Не пробовал старинного вина;
Зачем же мне мерещится поляна,
Шотландии кровавая луна?

И перекличка ворона и арфы
Мне чудится в зловещей тишине,
И ветром развеваемые шарфы
Дружинников мелькают при луне!

Я получил блаженное наследство —
Чужих певцов блуждающие сны;
Свое родство и скучное соседство
Мы презирать заведомо вольны.

И не одно сокровище, быть может,
Минуя внуков, к правнукам уйдет,
И снова скальд чужую песню сложит
И как свою ее произнесет.

Осип Эмильевич Мандельштам

1914

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994