«Quando volo sull’acqua buia» – Elena Andreevna Švarc

Elena Švarc alla fine degli anni ’60, photo by N. Koroleva

 

Quando volo sull’acqua buia
E sfreccio sulle nere selve,
Non ho nulla nelle tasche –
Tabacco misto ai versi russi.

Quando l’angelo porterà l’anima,
Avvinghiandola nella nebbia – e nella fiamma,
Non avrò corpo, né lacrime,
Ma solo la sacca dei versi nel cuore.

Ma prima di entrare nel fuoco spalancato:
Imploro – non bruciare, lasciami questa piccolezza,
L’angelo dice: lasciala, non toccarla,
È tutta impregnata di chiaro veleno.

Elena Andreevna Švarc

1993

(Traduzione di Paolo Galvagni)

da “La nuova poesia russa”, Crocetti Editore, 2003

∗∗∗

«Когда лечу над темною водой»

Когда лечу над темною водой
И проношусь над черными лесами,
Нету меня в карманах ничего —
Табак вразмешку с русскими стихами.

Когда же ангел душу понесет,
Ее обняв в тумане — и во пламя,
Нет тела у меня и нету слез,
А только торба в сердце со стихами.

Но прежде, чем влететь в распахнутый огонь:
Не жги — молю — оставь мне эту малость,
И ангел говорит: оставь ее, не тронь,
Она вся светлым ядом напиталась.

Елена Шварц

1993

da “Стихотворения и поэмы Елены Шварц” Инапресс, 1999

Li hanno giustiziati – Titos Patrikios

Titos Patrikios, foto di Danilo Di Marco

 

Li hanno giustiziati nella piazza centrale
li hanno giustiziati nelle cave di marmo dall’eco profonda,
davanti a caffè e a monumenti deserti,
e donne impazzite correvano a cercare gli abiti insanguinati,
li hanno giustiziati davanti al muro dei rifiuti
tra cocci di bottiglie e scatole di conserve,
li hanno giustiziati per strada, sulla soglia di casa,
nei poligoni di tiro di innumerevoli caserme,
nell’afona desolazione di campi affollati,
li giustiziavano ogni giorno nelle vostre mani,
nella vostra voce, nella fodera del vostro abito nuovo…

E voi li avete dimenticati?

Titos Patrikios

(Traduzione di Nicola Crocetti)

(da Tirocinio [1952-1962], 1963: Le radici e la pioggia)

da “La resistenza dei fatti”, Crocetti Editore, 2007 

∗∗∗

Τούς ἐϰτελέσανε

Τούς ἐϰτελέσανε στήν ϰεντριϰή πλατεία
τούς ἐϰτελέσανε σέ λατομεῖα μέ βαθιάν ἠχώ
μπροστά σ’ ἐρημωμένα ϰαφενεῖα ϰαί μνημεῖα,
ϰαί τρέχανε τρελές γυναῖϰες νά βροῦν τά ματωμένα ροῦχα,
τούς ἐϰτελέσανε στῶν σϰουπιδιῶν τή μάντρα
μέσα στά ϰοφτερά γυαλιά ϰαί τίς ϰονσέρβες,
τούς ἐϰτελέσανε στό δρόμο, στό ϰατώφλι τοῦ σπιτιοῦ τους,
στό πεδίο βολῆς χιλιάδων στρατοπέδων,
στήν ἄφωνη ἐρημιά συνωστισμένων χωραφιῶν,
τούς ἐϰτελοῦσαν ϰάθε μέρα μές στά χέρια σας,
μές στή φωνή σας, στή φόδρα τοῦ ϰαινούριου ρούχου σας…

Καί σεῖς τούς ξεχάσατε;

Τίτος Πατρίϰιος

Μαθητεία (1952-1962), 1963: Ὀἱ ρίζες ϰι ἡ βροχή’
da “Η αντίσταση των γεγονότων”, Κέδρος, 2000 

Specchio – Mark Strand

Robert Hutinski, The Mirror

 

Un salone bianco nel vivo di una festa
e io stavo con amici
sotto un grande specchio dalla cornice dorata
leggermente inclinato in avanti
sopra al caminetto.
Bevevamo whisky
e alcuni tra noi, non provando dolore,
disquisivano
su quale fosse l’esatta sfumatura di giallo
che il sole cadente conferiva ai nostri bicchieri.
Chiusi gli occhi solo per un poco
poi alzai lo sguardo allo specchio:
una donna vestita di verde stava
appoggiata alla parete più lontana.
Pareva assente,
le dita di una mano
giocavano nervose con la collana,
e lei guardava fisso nello specchio
non me, ma oltre di me, uno spazio
che poteva essere colmato da qualcuno
che ancora doveva arrivare, che in quell’istante
forse iniziava il viaggio
che l’avrebbe condotto da lei.
Poi, d’improvviso, gli amici
dissero che era ora di muoversi.
Sono passati anni,
e anche se ho scordato
dove andammo e chi fossimo,
ricordo ancora l’istante in cui alzai lo sguardo
e vidi la donna guardare fisso oltre di me
un luogo che potevo solo immaginare
e ogni volta provo una pena acuta,
come se in quel momento uscissi
dalle profondità dello specchio
ed entrassi nel salone bianco, ansimante e ardente,
soltanto per scoprire troppo tardi
che lei lì non c’è.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Uomo e cammello”, “Lo Specchio” Mondadori, 2007

***

Mirror

A white room and a party going on
and I was standing with some friends
under a large gilt-framed mirror
that tilted slightly forward
over the fireplace.
We were drinking whiskey
and some of us, feeling no pain,
were trying to decide
what precise shade of yellow
the setting sun turned our drinks.
I closed my eyes briefly,
then looked up into the mirror:
a woman in a green dress leaned
against the far wall.
She seemed distracted,
the fingers of one hand
fidgeted with her necklace,
and she was staring into the mirror,
not at me, but past me, into a space
that might be filled by someone
yet to arrive, who at that moment
could be starting the journey
which would lead eventually to her.
Then, suddenly, my friends
said it was time to move on.
This was years ago,
and though I have forgotten
where we went and who we all were,
I still recall that moment of looking up
and seeing the woman stare past me
into a place I could only imagine,
and each time it is with a pang,
as if just then I were stepping
from the depths of the mirror
into that white room, breathless and eager,
only to discover too late
that she is not there.

Mark Strand

da “Man and Camel”, Alfred A. Knopf, 2006

Madre – Mario Benedetti

Mario Benedetti, foto di Dino Ignani

3 ottobre 2011

Le parole non sono per chi non c’è più.
Si commuovono e possono dire il viso morto.
Gli occhi erano quelli che mostrava,
il vestito sepolto quello visto altre volte.
Vedere che non ci sei più, non dire niente.

Cosa devo guardare per sentire che non è così vero,
e riuscire a spostarti nelle faccende di casa,
a risospingerti lungo le strade. E tra le righe
vicine dei capelli guardo i sentieri del sottobosco
ingiallito. E riesco a vedere i vicoli di Napoli,
gli anni Trenta, i gatti, le gonne lunghe di una ragazza.
E tu mi dici: tu lo sai che è vero, tu resta forte e sereno,
quanti giorni hai davanti! Io sono morta di lunedì,
tu sei arrivato a guardarmi, ero una cosa vestita
con l’abito blu che mi avevi regalato e tutto il ricamo
del foulard. Così tanto elegante, così tanto bello.

I sogni nelle imposte accostate
eravamo noi per te. Dopo la vita dei nonni
c’era la vostra, la mia, Roberto
e il campo, la casa, i soldi da mettere via.
E quel film Il conte di Montecristo, i rotocalchi,
la radio di qualche opera lirica,
dei canti napoletani. Santa Maria Maggiore
a Roma dove sei stata fino alla guerra.
Io ho abitato qua e là, un terzo piano, un quarto,
di case dove hanno premuto i tuoi occhi.
Volevo diventare una maestrina,
chiedevi: Alessandra fa la maestrina?
Ora sono io a svuotare i tuoi sogni, dentro di me
ho sempre Le amiche di Michelangelo
Antonioni, dopo la scritta che dice Fine.

Il tram a Milano in viale Monte Nero,
eri seduta a guardarlo come guardavi i treni.
Con la bicicletta senza i freni,
dopo il passo di Monte Croce
per andare a Attimis, a Forame,
è stata una fortuna non cadere, sfracellarsi.
Sapevo che c’eri, che eri vicino a guardare
mentre io pensavo, e ti trattenevo.
Come una foglia tra le foglie
eri sulla panchina. C’erano alberi e alberi,
e il tuo viso, il vestito del solito blu.
Madre, persona morta
in viale Monte Nero, sulla strada per Attimis,
per Forame dove sei nata.

Quel nulla che noi non saremo
porta con sé e cancella tutto.

Devo tenerlo per mano,
non vedo nessuno tenere per mano i bambini.
Vicino alla manica lunga del braccio
i suoi occhi liberi, e tante madri,
tanti cuccioli di cagne e mucche insieme ai vitelli
che dormono come i bambini.
Ora escono dai muri delle case, entrano
nella mano senza dolore.
Sono entrati nella mano come un suo osso.
Le madri sono così sole con i loro bambini.
I figli hanno solamente le nostre ossa.
Ma io nella mia vita non ho scritto nessuna poesia,
io nella mia vita non ho letto nessuna poesia.
E questa nessuno l’ha scritta, nessuno l’ha letta.

Mario Benedetti

da “Tersa morte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2013

In piedi sui confini – Nika Turbina

 

In piedi sui confini
dove perdi il contatto
con il mondo.
Si gettano quei ponti innanzi
quando scocca mezzanotte:
inflessibile è il tempo.

In piedi sui confini:
solo un passo ancora,
avanti!, verso l’immortalità.

Se mi volto, scopro dietro me
quei giorni che mi han dato tanta luce.

E non so decidermi
a quel passo,
ma mi mette fretta il tempo.
Con il far del giorno
si oscura la mia stella,
la linea si richiude in un istante.

Nika Turbina

[1983]

(Traduzione di Federico Federici)

da “Sono pesi queste mie poesie e altre liriche”, Via del Vento Edizioni, 2008

∗∗∗

[Я стою у черты]

Я стою у черты,
Где кончается
Связь со Вселенной.
Здесь разводят мосты
Ровно в полночь –
То время бессменно.

Я стою у черты –
Ну, шагни,
И окажешься сразу бессмертна.

Оглянулась – за мною дни,
Что дарили мне столько света.

И я
Сделать последний шаг
Не могу.
Но торопит время.
Утром меркнет моя звезда
И черта обернулась мгновеньем.

Ника Турбина

[1983]

da “Черновик: первая книга стихов”, M: Молодая гвардия, 1984