Se volessi un’altra volta… – Franco Fortini

 

Se volessi un’altra volta queste minime parole
sulla carta allineare (sulla carta che non duole)
            il dolore che le ossa già comportano
si farebbe troppo acuto, troppo simile all’acuto
degli uccelli che al mattino tutto chiuso, tutto muto
            sull’altissima magnolia si contendono.
Ecco scrivo, cari piccoli. Non ho tendine né osso
che non dica in nota acuta: «Più non posso».
           Grande fosforo imperiale, fanne cenere.

Franco Fortini

da “Composita solvantur”, Einaudi, Torino, 1994

La rosa sepolta – Franco Fortini

Robert Mapplethorpe, Untitled, 1986

 

Dove ricercheremo noi le corone di fiori
    Le musiche dei violini e le fiaccole delle sere

Dove saranno gli ori delle pupille

    Le tenebre, le voci – quando traverso il pianto

Discenderanno i cavalieri di grigi mantelli
    Sui prati senza colore, accennando. E di noi

Dietro quel trotto senza suono per le valli

    D’esilio irrevocabili, seguiranno le immagini.

Ma il più distrutto destino è libertà.

    Odora eterna la rosa sepolta.

Dove splendeva la nostra fedele letizia

    Altri ritroverà le corone di fiori.

Franco Fortini

1944

da “Foglio di via e altri versi”, Einaudi, Torino, 1946

Altra arte poetica – Franco Fortini

 

Esiste, nella poesia, una possibilità
che, se una volta ha ferito
chi la scrive o la legge, non darà
più requie, come un motivo
semi modulato semi tradito
può tormentare una memoria. E io che scrivo
so ch’è un senso diverso
che può darsi all’identico
so che qui ferma dentro il verso resta
la parola che senti o leggi
e insieme vola via
dove tu non sei più, dove neppure
pensi di poter giungere, e cominciano
altre montagne, invece, pianure ansiose, fiumi
come hai visti viaggiando dagli aerei tremanti.
Città impetuose qui, sotto le immobili
parole scritte tue.

Franco Fortini

1957

da “Poesia ed errore”, Feltrinelli, Milano, 1959 

Elegie – Franco Fortini

 By silted harbours, derelict works,
In strangled orchards, and the silent comb
Where dogs have worried or a bird was shot…
W. H. AUDEN

 

Sapessi

Sapessi il male che soffro, lontano da te, piangeresti.
     Ma non esser felice, se t’abbandoni, e vinci!

Quando per te patisco mi consola un’altra creatura:
     Suo è il pianto che odo in cuore, quando mi perdo in te.

∗∗∗

Di Natale

Dai tuoi vetri la neve riposa sui monti,
Tintinnano al cuore quieto campanelli di slitte.

Caldo al sole nella lana il tuo seno bambino
Senza amore riposa. Dunque fu facile, dimmi,

Tornare là, dove al mondo eravamo soli, dove
Posano bianchi i campi di giovinezza?

Ah non si crede soli, ma insieme, alle anime nuove:
Tu con i miei pensieri, io con la tua bellezza.

Cosí delle mie ore avare cresce il tuo giorno lungo
Dove obbediente aspetti senza piú ansia altra vita

Né sai ch’è il mio verso a recare nel pomeriggio antico
Un nastro di velluto alle tue dita.

∗∗∗

Di Porto Civitanova 

Qui mi condusse il lungo
Vaneggiare degli anni
Che ora lieto ora triste e sempre invano
Come un fanciullo mi volgeva.
                                                        I tempi
Passati, i tormentosi giorni, qui
Non mi dolgono piú; nuova discende
Ogni immagine e quieta.

E m’addormenta con soave suono
Ogni senso la musica continua
Dell’onde e il fiato dell’opaco mare
Che deserto scompare oltre le nebbie.

E deserta è la riva. I pescatori
Hanno lasciato sulla ghiaia tutte
Le barche e sono andati con le ceste
Colme di pesca che brillò nel sole
Bianco, stamani.
Ora alle antenne si lamenta il vento.

A questa riva mi ritrovo: stanco
Ma non deluso. Povero; ma basta
Che mi segga sul fianco d’una barca
A riparo dell’aria
Sibilante, perché le mie miserie
Dimenticando e il mio penoso andare
Tra i volti umani,

Come quando fanciullo oltre i miei colli
Aspettavo bramoso il primo raggio
Di sole, attenda ancora,
Ma senza affanno e solo mesto, un cenno
Un lume, un volo, una speranza, qualche
Voce che dall’opaco mare chiami.

∗∗∗

Di Maiano

Ora che dai gelati alvei dei fiumi
Ai pascoli deserti salirà
Novembre e ai fumi ultimi delle bàite;
Ora che il vespro eguali invetria i fuochi
Degli astri e i lumi della nemica città.

Non pregare per me felici i giorni
Che verranno. Pietà di noi non frena
Il vento che dall’alto
Affanna e serra in fitta ridda i gesti
Umani e sperderà
Come faville attimi gli anni, guerra
Alla esile gioia nostra, a quella
Ombra che a noi Amore educa breve.

Altre promesse aveva autunno, entro
Chiusi giardini, acque opache, e un’eco
Di fonte da ninfèi d’edera. Sempre
Parve e sparve un riposo, un alto e quieto
Regno deluse dove un’ora esistere
Senza rimorso. E presto ciò che avremo
Tanto amato dovremo abbandonare.

Viene inverno: una pena antica geme
Dentro i macigni dei duomi potenti.
Forse è il segno promesso – e non pregare
Felici i giorni vili, il sonno morto
Che ora grava la mia nemica città.
Tutta la notte si dovrà vegliare
Soli e vicini in ascolto
Del passo ancora lontano.

∗∗∗

Di Palestrina

Dalla grata dell’orto
La vite al muro spento.
Tocca una foglia il vento
Al ramo morto.

Vento di novembre
Borgo nuvoloso
Questo nostro riposo
Ora lo riconosco.

Fu quando disperai
Senza paura; fu
Quando non chiesi piú
Nulla al suo nome.

Non piegherà l’attesa
Qui dove so, dove solo ritorno.
Finché duri il mio giorno
Anima mia contesa

Ti resterò fedele.

∗∗∗

Sulla via di Foligno

Contento di me stesso… e un’altra volta
Visito i campi, il gioco antico e tristo
Dell’erba nuova, ripeto per nome

E le cose vicine e le lontane,
Chiuse per sempre, gesti che ritornano
Come gracili danze d’orologi.

(Grida, grida una voce
Altissima il suo nome).

∗∗∗

vice veris

Mai una primavera come questa
È venuta sul mondo. Certo è un giorno
Da molto tempo a me promesso questo
Dove tutto il mio sguardo si fa eguale
Ai miei confini, riposando; e quanta
Calma giustizia nel pensiero è in fiore
Quanta limpida luce orna il colore
Delle ombre del mondo. Ora conosco
Perché mai dagli inverni ove a fatica
Si levò questo esistere mio vivo
M’è rimasto quel nome, che mi scrivo
Su quest’aria d’aprile, o sola antica
E perduta e oltre il pianto sempre cara
Immagine d’amore mia compagna.

Franco Fortini

da “Foglio di via e altri versi”, Einaudi, Torino, 1946

Foglio di via – Franco Fortini

Foto di Anja Bührer

 

Dunque nulla di nuovo da questa altezza
Dove ancora un poco senza guardare si parla
E nei capelli il vento cala la sera.

Dunque nessun cammino per discendere
Se non questo del nord dove il sole non tocca
E sono d’acqua i rami degli alberi.

Dunque fra poco senza parole la bocca.
E questa sera saremo in fondo alla valle
Dove le feste han spento tutte le lampade.

Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.

Franco Fortini

1944

da “Foglio di via e altri versi”, Einaudi, Torino, 1946