«Sii felice ora a Cap…» – Derek Walcott

Derek Walcott

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Sii felice ora a Cap, per le gioie più semplici –
per una fila di egrette che suggeriscono l’ultima parola,
per le recitazioni del mare che mi rientrano in testa
con domande che loro stesse cancellano, obliterando quella voce
demoniaca che ultimamente mi ha posseduto; inascoltata,
sussurra come fa il diavolo all’orecchio di un pazzo
che alle sue mani insanguinate farfuglia «ero posseduto»,
come il mulinare del mare in una conchiglia, simile allo scroscio
di applausi che precede l’attore elevando a un picco
d’orrore paralizzante il dubbio crescente
che il suo apice sia passato. Se è vero
che il mio dono si è inaridito, che ne è rimasto ben poco,
se quel tizio ha ragione allora non rimane altro da fare
che lasciare la poesia come una donna perché la ami
e non vuoi vederla ferita, men che meno da te;
quindi incamminati verso il ciglio della scogliera e innalzati,
sopra la gelosia, la stizza, la perfidia, con la grazia
di una fregata sopra il Barrel of Beef, la sua roccia;
sii grato di aver scritto bene in questo posto,
fa’ che le poesie strappate si involino da te come uno stormo
di bianche egrette in un lungo ultimo sospiro di liberazione.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015

∗∗∗

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«Be happy now at Cap…»

Be happy now at Cap, for the simplest joys—
for a line of white egrets prompting the last word,
for the sea’s recitation re-entering my head
with questions it erases, cancelling the demonic voice
by which I have recently been possessed; unheard,
it whispers the way the fiend does to a madman
who gibbers to his bloody hands that he was seized
the way the sea swivels in the conch’s ear, like the roar
of applause that precedes the actor with increased
doubt to the pitch of paralysed horror
that his prime is past. If it is true
that my gift has withered, that there’s little left of it,
if this man is right then there’s nothing else to do
but abandon poetry like a woman because you love it
and would not see her hurt, least of all by me;
so walk to the cliff’s edge and soar above it,
the jealousy, the spite, the nastiness, with the grace
of a frigate over Barrel of Beef, its rock;
be grateful that you wrote well in this place,
let the torn poems sail from you like a flock
of white egrets in a long last sigh of release.

Derek Walcott

da “White Egrets”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 2010

Migranti – Derek Walcott

Foto di Sebastião Salgado

 

L’onda della marea dei rifugiati, non un semplice passo di oche
selvatiche, gli occhi di carbone nei vagoni merci, le facce
smunte, e in particolare lo sguardo fisso dei bambini
emaciati, gli enormi fardelli che traversano i ponti, gli assali
che cricchiano con un suono di giunture e di ossa, la macchia scura
che passa le frontiere sulle carte geografiche e ne dissolve le forme,
come succede ai corpi dei morti dentro le fosse di calce, o come
fa il pacciame luccicante che si disfa sotto i piedi in autunno
nel fango, mentre il fumo di un cipresso segnala Sachenhausen,
e quelli che non stanno sopra un treno, che non hanno muli o cavalli,
quelli che hanno messo la sedia a dondolo e la macchina per cucire
sul carretto a mano perché da tempo le bestie hanno lasciato
i loro campi al galoppo per tornare alla mitologia del perdono,
alle campane di pietra sui ciottoli della domenica e al cono
della guglia del campanile aranciato che buca le nubi sopra i tigli,
quelli che appoggiano la mano stanca sulla sponda del carro
come sul fianco del mulo, le donne con la faccia di selce
e gli zigomi di vetro, con gli occhi velati di ghiaccio che hanno
il colore degli stagni dove posano le anitre, e per le quali
c’è un solo cielo e una sola stagione nel corso di un anno
ed è quando il corvo come un ombrello rotto sbatte le ali,
si sono tutti ridotti alla comune e incredibile lingua
della memoria, e questa gente che non ha una casa e nemmeno
una provincia parla delle fonti limpide e parla delle mele,
e del suono del latte in estate dentro le zangole piene,
e tu da dove vieni, da quale regione, io conosco
quel lago e anche le locande, la birra che si beve,
e quelle sono le montagne dove riponevo la mia fede,
ma adesso sulla carta, che è simile a un mostro, altro non si vede
che una rotta che ci porta verso il Nulla, anche se sul retro
c’è la veduta di un posto che si chiama la Valle del Perdono,
dove il solo governo è quello dell’albero dei pomi e le forze
schierate dell’esercito sono gli striscioni di orzo
all’interno di umili tenute, e questa è la visione
che a poco a poco si restringe dentro le pupille
di chi muore e di chi si abbandona in un fosso,
rigido e con la fronte che diventa fredda come le pietre
che ci hanno bucato le scarpe e grigia come le nuvole
che quando il sole si leva, si trasformano subito in cenere
sopra i pioppi e sopra le palme, nell’ingannevole aurora
di questo nuovo secolo che è il vostro.

Derek Walcott

St. Lucia, Caraibi, 16 giugno 2000

(Traduzione di Luigi Sampietro)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXIX, Ottobre 2016, N. 319, Crocetti Editore

∗∗∗

Prodigal, 3° excerpt

 II
to Luigi Sampietro

The tidal motion of refugees, not the flight of wild geese,
the faces in freight cars, haggard and coal-eyed,
particularly the peaked stare of children,
the huge bundles crossing bridges, axles creaking
as if joints and bones were audible, the dark stain
spreading on maps whose shapes dissolve their frontiers
the way that corpses melt in a lime-pit or
the bright mulch of autumn is trampled into mud,
and the smoke of a cypress signals Sachsenhausen,
those without trains, without mules or horses,
those who have the rocking chair and the sewing machine
heaped on a human cart, a wagon without horses
for horses have long since galloped out of their field
back to the mythology of mercy, back to the cone
of the orange steeple piercing clouds over the lindens
and the stone bells of Sunday over the cobbles,
those who rest their hands on the sides of the carts
as if they were the flanks of mules, and the women
with flint faces, with glazed cheekbones, with eyes
the color of duck-ponds glazed over with ice,
for whom the year has only one season, one sky:
that of the rooks flapping like torn umbrellas,
all have been reduced into a common language,
the homeless, the province-less, to the incredible memory
of apples and clean streams, and the sound of milk
filling the summer churns, where are you from,
what was your district, I know that lake, I know the beer,
and its inns, I believed in its mountains,
now there is a monstrous map that is called Nowhere
and that is where we’re all headed, behind it
there is a view called the Province of Mercy,
where the only government is that of the apples
and the only army the wide banners of barley
and its farms are simple, and that is the vision
that narrows in the irises and the dying
and the tired whom we leave in ditches
before they stiffen and their brows go cold
as the stones that have broken our shoes,
as the clouds that grow ashen so quickly after dawn
over palm and poplar, in the deceitful sunrise
of this, your new century.

Derek Walcott

da “The Prodigal”, Farrar, Straus and Giroux, 2004

Il pugno – Derek Walcott

Rudolf Bonvie, Dialog, 1973

 

Il pugno stretto intorno al mio cuore
si allenta un poco, e io respiro ansioso
luce; ma già preme
di nuovo. Quando mai non ho amato
la pena d’amore? Ma questa si è spinta

oltre l’amore fino alla mania. Questa
ha la forte stretta del demente, questa
si aggrappa alla cornice della non-ragione, prima
di sprofondare urlando nell’abisso.

Tieni duro allora, cuore. Così almeno vivi.

Derek Walcott

(Traduzione di Gilberto Forti)

da “Mappa del nuovo mondo”, Adelphi, Milano, 1992

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The Fist

The fist clenched round my heart
loosens a little, and I gasp
brightness; but it tightens
again. When have I ever not loved
the pain of love? But this has moved

past love to mania. This has the strong
clench of the madman, this is
gripping the ledge of unreason, before
plunging howling into the abyss.

Hold hard then, heart. This way at least you live.

Derek Walcott

da “Sea Grapes”, London: Jonathan Cape Ltd; New York: Farrar, Straus & Giroux, 1976

Mappa del Nuovo Mondo – Derek Walcott

Foto di Chris Felver

                   

                                             Arcipelaghi

Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia.
All’orlo della pioggia, una vela.

Lenta la vela perderà di vista le isole;
in una foschia se ne andrà la fede nei porti
di un’intera razza.

La guerra dei dieci anni è finita.
La chioma di Elena, una nuvola grigia.
Troia, un bianco accumulo di cenere
vicino al gocciolar del mare.

Il gocciolio si tende come le corde di un’arpa.
Un uomo con occhi annuvolati raccoglie la pioggia
e pizzica il primo verso dell’Odissea.

Derek Walcott

(Traduzione di Barbara Bianchi)

da “Mappa del nuovo mondo”, Adelphi Edizioni, 1992

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Map of the New World

                  I. Archipelagoes

At the end of this sentence, rain will begin.
At the rain’s edge, a sail.

Slowly the sail will lose sight of islands;
into a mist will go the belief in harbors
of an entire race.

The ten-years war is finished.
Helen’s hair, a gray cloud.
Troy, a white ashpit
by the drizzling sea.

The drizzle tightens like the strings of a harp.
A man with clouded eyes picks up the rain
and plucks the first line of the Odyssey.

Derek Walcott

da “The Fortunate Traveller” (1982), in “Collected Poems”, 1948-1984, Farrar Straus & Giroux, 1987 

Il mare è Storia – Derek Walcott

Foto di Mimmo Jodice

 

Dove sono i vostri monumenti, le vostre battaglie, màrtiri?
Dov’è la vostra memoria tribale? Signori,
in quella grigia volta. Il mare. Il mare
li rinchiude. Il mare è Storia.

All’inizio ribolliva l’olio,
pesante come il caos;
poi, come una luce in fondo a una galleria,

la lanterna d’una caravella,
e quella fu la Genesi.
Poi ci furono gli urli assordanti,
la merda, i lamenti:

l’Esodo.
Osso ad osso saldato dal corallo,
mosaici
avvolti dall’ombra benedicente dello squalo,

quella fu l’Arca della Testimonianza.
Poi vennero dai pizzicati fili
della luce sul fondo del mare
l’arpe dolenti della cattività babilonese,
quali le bianche cipree agglomerate come manette
sulle donne annegate,
e quelli furono gli eburnei bracciali
del Canto di Salomone,
ma il mare continuava a voltare pagine bianche

cercando la Storia.
Poi vennero gli uomini con occhi pesanti come ancore
che affondavano senza tombe,

briganti che grigliavano bestiame,
lasciando le loro costole carbonizzate come foglie di palma sul lido,
poi lo schiumoso, feroce gabbiano

della marea che ingoia Port Royal,
e quello fu Giona,
ma dov’è il vostro Rinascimento?

Signore, è chiuso in quelle sabbie
laggiù oltre il fiacco piano del frangente,
dove gli uomini di guerra scendevano;

metti gli occhiali subacquei, ti ci porterò io,
È tutto impalpabile e glauco
tra i colonnati di corallo,

oltre le finestre gotiche delle gorgonie
fin dove la crostosa cernia, occhivenata,
ammicca, carica dei suoi gioielli, come una calva regina;

e queste grotte lunettate con cirripedi
bucherellati come pietra
sono le nostre cattedrali,

e la fornace prima degli uragani:
Gomorra. Ossa tritate dai mulini a vento
in marna e crusca −

ecco le Lamentazioni −
nient’altro che Lamentazioni,
non Storia;

poi vennero, come schiuma sul labbro semiasciutto del fiume,
le brune canne dei villaggi
che spumeggiano e congelano in città,

e la sera, i cori dei moscerini,
e, sopra, le cuspidi
spinte nel fianco di Dio
mentre Suo figlio moriva, e quello fu il Nuovo Testamento.

Poi vennero le bianche sorelle che applaudivano
il progresso dell’onda,
ed ecco l’Emancipazione −
giubilo, giubilo −
presto svanito
mentre il pizzo del mare s’asciugava al sole,

ma non era la Storia,
non era che fede,
e poi ogni roccia divenne nazione a sé;

poi venne il sinodo delle mosche,
poi venne l’airone segretariale,
poi venne la rumorosa rana toro in cerca di voti,

lucciole con idee brillanti
e pipistrelli come ambasciatori volanti
e la mantide, come una poliziotta in cachi,

e i pelosi bruchi dei giudici
che esaminavano ogni caso da vicino,
e poi nelle scure orecchie delle felci

e nel gorgoglio salino delle rocce
con i loro stagni di mare ecco il suono
come un sussurro senza alcun’ eco

della Storia, che incomincia.

Derek Walcott

(Traduzione di Nicola Gardini)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVIII, Dicembre 2005, N. 200, Crocetti Editore

∗∗∗

The sea is History

Where are your monuments, your battles, martyrs?
Where is your tribal memory? Sirs,
in that gray vault. The sea. The sea
has locked them up. The sea is History.

First, there was the heaving oil,
heavy as chaos;
then, like a light at the end of a tunnel,

the lantern of a caravel,
and that was Genesis.
Then there were the packed cries,
the shit, the moaning:

Exodus.
Bone soldered by coral to bone,
mosaics
mantled by the benediction of the shark’s shadow,

that was the Ark of the Covenant.
Then came from the plucked wires
of sunlight on the sea floor

the plangent harps of the Babylonian bondage,
as the white cowries clustered like manacles
on the drowned women,

and those were the ivory bracelets
of the Song of Solomon,
but the ocean kept turning blank pages

looking for History.
Then came the men with eyes heavy as anchors
who sank without tombs,

brigands who barbecued cattle,
leaving their charred ribs like palm leaves on the shore,
then the foaming, rabid maw

of the tidal wave swallowing Port Royal,
and that was Jonah,
but where is your Renaissance?

Sir, it is locked in them sea sands
out there past the reef’s moiling shelf,
where the men-o’-war floated down;

strop on these goggles, I’ll guide you there myself.
It’s all subtle and submarine,
through colonnades of coral,

past the gothic windows of sea fans
to where the crusty grouper, onyx-eyed,
blinks, weighted by its jewels, like a bald queen;

and these groined caves with barnacles
pitted like stone
are our cathedrals,

and the furnace before the hurricanes:
Gomorrah. Bones ground by windmills
into marl and cornmeal,

and that was Lamentations—
that was just Lamentations,
it was not History;

then came, like scum on the river’s drying lip,
the brown reeds of villages
mantling and congealing into towns,

and at evening, the midges’ choirs,
and above them, the spires
lancing the side of God

as His son set, and that was the New Testament.

Then came the white sisters clapping
to the waves’ progress,
and that was Emancipation—

jubilation, O jubilation—
vanishing swiftly
as the sea’s lace dries in the sun,

but that was not History,
that was only faith,
and then each rock broke into its own nation;

then came the synod of flies,
then came the secretarial heron,
then came the bullfrog bellowing for a vote,

fireflies with bright ideas
and bats like jetting ambassadors
and the mantis, like khaki police,

and the furred caterpillars of judges
examining each case closely,
and then in the dark ears of ferns

and in the salt chuckle of rocks
with their sea pools, there was the sound
like a rumor without any echo

of History, really beginning.

Derek Walcott

da “The Star-Apple Kingdom”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 1979