Questo solo – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

 

È un uomo ostinato. A dispetto del tempo afferma:
“amore, poesia, luce”. Costruisce su un fiammifero
una città con case, alberi, statue, piazze,
con belle vetrine, con balconi, sedie, chitarre,
con abitanti veri e vigili gentili. I treni
arrivano in orario. L’ultimo scarica
tavolini di marmo per un locale in riva al mare
dove rematori sudati con belle ragazze
bevono limonate diacce guardando le navi.
Questo solo ho voluto dire, se non mi credono fa niente.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

(1987; da Tardi, molto tardi nella notte, 1991: I negativi del silenzio)

da “I negativi del silenzio”, 1987, in “Molto tardi nella notte”, Crocetti Editore, 2020

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Αὐτό μονάχα

Ἐ πίμονος ἄνθρωπος. Στό πεῖσμα τοῦ χρό νου ἰσχυρίζεται:
«ἔρωτας, ποίηση, φῶς». Σ’ ἕνα σπιρτό ξυλο χτίζει
μι ά πολιτεία μέ σπίτια, δέντρα, ἀγάλματα, πλατεῖες,
μέ ὡραῖες βιτρίνες, μέ μπαλ ϰονια, ϰαρέ ϰλες, ϰιθάρες
μέ ἀληθινούς ϰατοί ϰους ϰι εὐγενι ϰούς ϰι τροχονό μους.
        Τά τραῖνα
φτάνουν ϰανονι ϰ ά στ ήν ὥρα τους. Τό τελευταῖς ξεφορτωνει
μι ϰρ ά τραπεζά ϰια μαρμάρινα παραθαλάσσιου ϰέντρου
ὅπου ἱδρωμένοι ϰωπηλάτες μέ ὅμορερα ϰορίτσια
πίνουνε παγωμένες λεμονάόες ϰοιτώντας τά πλοῖα.
Αὐτό μονάχα θέλησα νά τῶ ϰι ἄς μή μέ πιστέψομν.

Γιάννης Ρίτσος

1987

da “Ἀργά, πολύ ἀργά μέσα στή νύχτα”, 1991: “Τά άρνητιϰα τñς σιωπñς”

(Dediche) – Adrienne Rich

Wynn Bullock, Nude Behind Cobwebbed Window, 1955

 

So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
con l’unico lampione giallo e una finestra che rabbuia
nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete
quando l’ora di punta è da molto passata.           So che stai leggendo
questa poesia in piedi, in una libreria lontana dall’oceano
in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi sospinti
attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ora.             So che stai leggendo questa poesia
mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull’ intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto
di occhi incontrati e che non si incontrano, di identità con estranei. 
So che stai leggendo questa poesia sotto il neon
nella noia stanca dei giovani che sono esclusi,
che si escludono, troppo presto.             So
che stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato e tuttavia continui a leggere
perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina,
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza,
per poi tornare ai compiti che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
lí dove sei approdata, nuda come sei.

Adrienne Rich

(Traduzione di Maria Luisa Vezzali)

Da Un atlante del mondo difficile, 1991

da “Cartografie del silenzio”, Crocetti Editore, 2000

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XIII (Dedications)

I know you are reading this poem
late, before leaving your office
of the one intense yellow lamp-spot and the darkening window
in the lassitude of a building faded to quiet
long after rush-hour.            I know you are reading this poem
standing up in a bookstore far from the ocean
on a grey day of early spring, faint flakes driven
across the plains’ enormous spaces around you.
I know you are reading this poem
in a room where too much has happened for you to bear
where the bedclothes lie in stagnant coils on the bed
and the open valise speaks of flight
but you cannot leave yet.            I know you are reading this poem
as the underground train loses momentum and before running up the stairs
toward a new kind of love
your life has never allowed.
I know you are reading this poem by the light
of the television screen where soundless images jerk and slide
while you wait for the newscast from the intifada.
I know you are reading this poem in a waiting-room
of eyes met and unmeeting, of identity with strangers.
I know you are reading this poem by fluorescent light
in the boredom and fatigue of the young who are counted out,
count themselves out, at too early an age.             I know
you are reading this poem through your failing sight, the thick
lens enlarging these letters beyond all meaning yet you read on
because even the alphabet is precious.
I know you are reading this poem as you pace beside the stove
warming milk, a crying child on your shoulder, a book in your hand
because life is short and you too are thirsty.
I know you are reading this poem which is not in your language
guessing at some words while others keep you reading
and I want to know which words they are.
I know you are reading this poem listening for something, torn between bitterness and hope
turning back once again to the task you cannot refuse.
I know you are reading this poem because there is nothing else left to read
there where you have landed, stripped as you are.

Adrienne Rich

1990–1991

da “An Atlas of the Difficult World (1988 – 1991)”, W. W. Norton & Company, 1991

«Il miele che hai gustato» – Marcello Comitini

Foto di Veronica Brovedani

 

Il miele che hai gustato,
stava in un albero cavo
un tronco scarno e aspro
e intorno a guardia api feroci.
Accanto a me distesa
lungo la riva d’acque chiare
sogni Ofelia
la volta in cui sei stata amata.
Tacciono alle tue spalle i sibili
che hanno strappato foglie e rami
li hanno gettati al fuoco delle menzogne
e le tue pupille stanche di pianto
e di parole.
Ora i profumi amari della giovinezza
sono svaniti come farfalle al vento.
Resta l’orrore.
Perché mi guardi?
Non sai che la tristezza
scava nel corpo i solchi del dolore?
China nell’acqua il viso
chiudi gli occhi
e senza più parole
vieni a baciare le tue labbra amate.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

AMAZON – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020
IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

È ancora presto dentro questo mondo… – Odisseas Elitis

Foto di Alessio Albi

IV

È ancora presto dentro questo mondo, mi senti
Placati non si sono i mostri, mi senti
Il mio perduto sangue e l’appuntito, mi senti
Coltello
Come ariete che corre dentro i cieli
E spezza agli astri i rami, mi senti
Sono io, mi senti
Ti amo, mi senti
Ti tengo e ti porto e ti metto
L’abito candido d’Ofelia, mi senti
Dove mi lasci, dove vai, chi mai, mi senti

È a tenerti per mano sopra i cataclismi

Liane enormi e lave di vulcani
Verrà giorno, mi senti
Che ci seppelliranno e le migliaia d’anni poi, mi senti
Di noi faranno pietre luccicanti, mi senti
Perché vi brilli l’impietosa indifferenza, mi senti
Degli uomini
E in mille pezzi via ci getti, mi senti

Uno a uno nell’acqua, mi senti
Conto gli amari ciottoli, mi senti
E il tempo è una gran chiesa, mi senti
Dove talora le figure
Dei Santi
Piangono vere lacrime, mi senti
Aprono in alto le campane, mi senti
Un fondo varco perché io passi
Gli angeli aspettano con ceri e salmi funebri
Non vado in nessun posto, mi senti
Nessuno o insieme tutte due, mi senti

Noi questo fiore di procella e, mi senti
Dell’amore
Una volta per sempre lo spiccammo, mi senti
E che altrimenti metta fiore non si dà, mi senti
In altra terra, in altra stella, mi senti
Non c’è  il terreno, non c’è l’aria
Che toccammo, la stessa, mi senti

Né giardiniere in altri tempi ebbe ventura

Da tanto inverno e tante tramontane, mi senti
Di sprigionare un fiore, solo noi, mi senti
Dentro il centro del mare
Per volontà d’amore e niente più, mi senti

Abbiamo eretto tutta un isola, mi senti
Con grotte e promontori e precipizi in fiore
Senti, senti
Chi è che parla dentro l’acqua e piange – senti?
Chi è che cerca l’altro e chiama – senti?
Sono io che chiamo sono io che piango, mi senti
Ti amo, ti amo, mi senti.

Odisseas Elitis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

da “Monogramma”, 1972, in “Odisseas Elitis, Poesie”, Crocetti Editore, 2021

∗∗∗

ΙV

Εἶναι νωρίς ἀκόμη μές στόν κόσμο αὐτόν, μ’ ἀκοῦς
Δέν ἔχουν ἐξημερωθεῖ τά τέρατα, μ’ ἀκοῦς
Τό χαμένο μου αἷμα καί τό μυτερό, μ’ ἀκοῦς
Μαχαίρι
Σάν κριάρι ποῦ τρέχει μές στούς οὐρανούς
Καί τῶν ἄστρων τούς κλώνους τσακίζει, μ’ ἀκοῦς
Εἶμ’ ἐγώ, μ’ ἀκοῦς
Σ’ ἀγαπῶ, μ’ ἀκοῦς
Σέ κρατῶ καί σέ πάω καί σοῦ φορῶ
Τό λευκό νυφικό της Ὀφηλίας, μ’ ἀκοῦς
Ποῦ μ’ ἀφήνεις, ποῦ πᾶς καί ποιός, μ’ ἀκοῦς

Σοῦ κρατεῖ τό χέρι πάνω ἀπ’ τούς κατακλυσμούς

Οἱ πελώριες λιάνες καί τῶν ἡφαιστείων οἱ λάβες
Θά’ ρθει μέρα, μ’ ἀκοῦς
Νά μᾶς θάψουν, κι οἱ χιλιάδες ὕστερα χρόνοι, μ’ ἀκοῦς
Λαμπερά θά μᾶς κάνουν πετρώματα, μ’ ἀκοῦς
Νά γυαλίσει ἐπάνω τους ἡ ἀπονιά, μ’ ἀκοῦς
Τῶν ἀνθρώπων
Καί χιλιάδες κομμάτια νά μᾶς ρίξει, μ’ ἀκοῦς

Στά νερά ἕνα ἕνα, μ’ ἀκοῦς
Τά πικρά μου βότσαλα μετρῶ, μ’ ἀκοῦς
Κι εἶναι ὁ χρόνος μιά μεγάλη ἐκκλησία, μ’ ἀκοῦς
Ὅπου κάποτε οἱ φιγοῦρες, μ’ ἀκοῦς
Τῶν Ἁγίων
Βγάζουν δάκρυ ἀληθινό, μ’ ἀκοῦς
Οἱ καμπάνες ἀνοίγουν ἀψηλά, μ’ ἀκοῦς
Ἕνα πέρασμα βαθύ νά περάσω
Περιμένουν οἱ ἄγγελοι μέ κεριά καί νεκρώσιμους ψαλμούς
Πουθενά δέν πάω, μ’ ἀκοῦς
Ἢ κανείς ἢ κι οἱ δύο μαζί, μ’ ἀκοῦς

Τό λουλούδι αὐτό τῆς καταιγίδας καί μ’ ἀκοῦς
Τῆς ἀγάπης
Μιά γιά πάντα τό κόψαμε, μ’ ἀκοῦς
Καί δέν γίνεται ν’ ἀνθίσει ἀλλιῶς, μ’ ἀκοῦς
Σ’ ἄλλη γῆ, σ’ ἄλλο ἀστέρι, μ’ ἀκοῦς
Δέν ὑπάρχει τό χῶμα, δέν ὑπάρχει ὁ ἀέρας
Πού ἀγγίξαμε, ὁ ἴδιος, μ’ ἀκοῦς

Καί κανείς κηπουρός δέν εὐτύχησε σ’ ἄλλους καιρούς

Ἀπό τόσον χειμώνα κι ἀπό τόσους βοριάδες, μ’ ἀκοῦς
Νά τινάξει λουλούδι, μόνο ἐμεῖς, μ’ ἀκοῦς
Μές στή μέση της θάλασσας
Ἀπό μόνο τό θέλημα τῆς ἀγάπης, μ’ ἀκοῦς
Ἀνεβάσαμε ὁλόκληρο νησί, μ’ ἀκοῦς
Μέ σπηλιές καί μέ κάβους κι ἀνθισμένους γκρεμούς
Ἄκου, ἄκου
Ποιός μιλεῖ στά νερά καί ποιός κλαίει ‑ ἀκοῦς;
Ποιός γυρεύει τόν ἄλλο, ποιός φωνάζει ‑ ἀκοῦς;
Εἷμ’ ἐγώ πού φωνάζω κι εἶμ’ ἐγώ πού κλαίω, μ’ ἀκοῦς
Σ’ ἀγαπῶ, σ’ ἀγαπῶ, μ’ ἀκοῦς.

Ὀδυσσέας Ἐλύτης

da “Το Μονόγραμμα”, Ίκαρος, Αθήνα, 1972

 

La mutevolezza delle ortensie – Moka

Foto di Moka

 

Faccio come le ortensie
che hanno un colore diverso
per ogni sguardo:
dal viola dei temporali
al verde di una speranza lasciata
alla prossima primavera,
il turchese ormai è del cielo.
C’è il colore della festa
tra l’ibisco e lagerstroemia,
all’ombra di un’estate assetata
e impietosa
arriverà il mio autunno blu,
dove anche le foglie si asciugheranno
e i fiori saranno piegati alla serenità
della neve
a cui domando sempre un nuovo spazio,
nuovi respiri o nuove solitudini.

Moka

da “Un tempo assente”, Le Mezzelane Casa Editrice, 2019

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Un tempo assente – Le Mezzelane Casa Editrice