Rosso – Ted Hughes

 Sylvia Plath and Ted Hughes in Yorkshire, UK, 1956, Ph. Harry Ogden

 

Il rosso era il tuo colore.
Se non il rosso, il bianco. Ma il rosso
era quello di cui ti avvolgevi.
Rosso sangue. Era sangue?
Era ocra rossa, per riscaldare i morti?
Ematite per rendere immortali
le preziose ossa ereditate, le ossa di famiglia.

Quando riuscisti finalmente a fare a modo tuo
la nostra stanza fu rossa. Una camera di giudizio.
Scrigno chiuso per pietre preziose. Il tappeto di sangue
con motivi di oscuramenti, di rapprendimenti.
Le tende – sangue di velluto rubino,
cascate di sangue dal soffitto al pavimento.
I cuscini, lo stesso. Lo stesso
carminio crudo lungo il sedile sotto la finestra.
Una cella pulsante. Altare azteco − tempio.

Solo le librerie sfuggirono nel bianco.

E fuori della finestra
papaveri sottili, rugosi e fragili
come la pelle sul sangue,
salvie, di cui tuo padre ti aveva dato il nome,
come sangue che sprizza ad arco da uno squarcio,
e rose, le ultime gocce del cuore,
catastrofiche, arteriose, condannate.

La tua gonna lunga a ruota di velluto, una fascia di sangue,
un sontuoso bordò.
Le tue labbra un cremisi umido, intenso.
Adoravi il rosso.
Io lo sentivo carne viva − i margini netti come garza
di una ferita che si irrigidisce. Vi toccavo
la vena aperta, il luccichio incrostato.

Tutto quello che dipingevi lo dipingevi di bianco
e poi lo inondavi di rose, lo sconfiggevi,
ti chinavi sopra sgocciolando rose,
piangendo rose, e rose ancora,
poi a volte, tra le rose, un uccellino azzurro.

L’azzurro ti era più benefico. L’azzurro erano ali.
Sete azzurro martin pescatore venute da San Francisco
avvolsero la tua gravidanza
in carezze di crogiolo.
L’azzurro era il tuo spirito benevolo − non un demone predatore
ma elettrizzato, un custode, attento.

Nell’abisso del rosso
ti nascondesti per sfuggire al bianco della clinica d’ossa.

Ma la gemma che perdesti era azzurra.

Ted Hughes

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Lettere di compleanno”, Mondadori, Milano, 1999

∗∗∗

Red

Red was your colour.
If not red, then white. But red
Was what you wrapped around you.
Blood-red. Was it blood?
Was it red-ochre, for warming the dead?
Haematite to make immortal
The precious heirloom bones, the family bones.

When you had your way finally
Our room was red. A judgement chamber.
Shut casket for gems. The carpet of blood
Patterned with darkenings, congealments.
The curtains – ruby corduroy blood,
Sheer blood-falls from ceiling to floor.
The cushions the same. The same
Raw carmine along the window-seat.
A throbbing cell. Aztec altar – temple.

Only the bookshelves escaped into whiteness.

And outside the window
Poppies thin and wrinkle-frail
As the skin on blood,
Salvias, that your father named you after,
Like blood lobbing from a gash,
And roses, the heart’s last gouts,
Catastrophic, arterial, doomed.

Your velvet long full skirt, a swathe of blood,
A lavish burgundy.
Your lips a dipped, deep crimson.
You revelled in red.
I felt it raw – like the crisp gauze edges
Of a stiffening wound. I could touch
The open vein in it, the crusted gleam.

Everything you painted you painted white
Then splashed it with roses, defeated it,
Leaned over it, dripping roses,
Weeping roses, and more roses,
Then sometimes, among them, a little bluebird.

Blue was better for you. Blue was wings.
Kingfisher blue silks from San Francisco
Folded your pregnancy
In crucible caresses.
Blue was your kindly spirit – not a ghoul
But electrified, a guardian, thoughtful.

In the pit of red
You hid from the bone-clinic whiteness.

But the jewel you lost was blue.

Ted Hughes

da “Birthday Letters”, London: Faber and Faber, 1998

Dopo Marzo – Giuseppe Conte

Telemaco Signorini, Marina a Viareggio, 1860

 

Dimenticare città, nomi, desideri
di uomo: voglio solo fiorire, rivivere, io
non più io, ibisco, acacia,
conca aperta e tremante di un anemone.

Avere piedi e nodi d’erba, io
non più io, mani guantate
di germogli, ciglia nuove blu, di
scorza il torace, spezzato e vivo.

Ho dimenticato tutto, scrivo
perché dimenticare è un dono: non
desidero più che alberi, alberi, prode
di vento, onde che vanno e tornano, l’eterno

rinascere sterile e muto delle

cose

«Marzo è stato freddo e triste, ma
poi l’Aprile, praterie, portenti
di scarlatto lieve, ciliege, e le prime

rose» 

Giuseppe Conte

da “L’Oceano e il ragazzo”, Rizzoli, Milano, 1983 

Durata – Ghiannis Ritsos

Vincent van Gogh, Paesaggio con covoni e luna che sorge, 1889, Kröller-Müller Museum, Otterlo

 

La notte ci guarda tra il fogliame delle stelle.
Bella notte silenziosa. Verrà una notte
in cui non ci saremo. E anche allora
il granturco canterà le sue antiche canzoni,
le mietitrici s’innamoreranno accanto ai covoni,
e tra i nostri versi dimenticati
come tra le spighe gialle
un viso giovane, illuminato dalla luna,
guarderà, come noi stanotte,
quella piccola nube d’argento

che si piega e appoggia la fronte sulla spalla dell’altura.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

1959
da Seminario estivo, 1953-1964, in Poesie IV, 1975

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

∗∗∗

Διάρκεια

‘Η νύχτα μάς κοιτάζει μεσ’ απ’ τά φυλλώματα των άστρων.
Όμορφη νύχτα, σιωπηλή. Θα ‘ρθει μιά νύχτα
κι εμείς θα λείπουμε. Και τότε πάλι
θα τραγουδάνε οι αραποσιτιές τ’ αρχαία τραγούδια τους,
οι θερίστριες θα ερωτεύονται πλάι στα δεμάτια,
κι ανάμεσα απ’ τους ξεχασμένους στίχους μας
όπως ανάμεσα απ’ τα κίτρινα στάχυα
ένα πρόσωπο νεανικό, φωτισμένο απ’ το φεγγάρι,
θα κοιτάζει, όπως εμείς απόψε,
εκείνο το μικρό ασημένιο σύννεφο
που γέρνει κι ακουμπάει το μέτωπο του στον ώμο του λόφου.

Γιάννης Ρίτσος

1959

da “θερινό φροντιστήριο” (1953-1964) 

Primamente – Paul Éluard

Foto di Nina Ai-Artyan

 

Io te l’ho detto per le nuvole
Te l’ho detto per l’albero del mare
Per ogni onda per i nidi tra le foglie
I sassi del rumore
Le mani familiari
Per l’occhio che si fa viso o paese
E il sonno gli riporta cieli del suo colore
Per la notte goccia a goccia
Per la grata delle vie
Per la finestra aperta per la fronte scoperta
Pei tuoi pensieri e le parole te l’ho detto
Ogni carezza ogni fiducia sopravvivono.

*

Tu la sola e le odo le erbe del tuo riso
Tu e ti rapisce la fronte
E dalla vetta dei rischi di morte
Sotto i globi confusi delle valli piovose
Sotto la luce greve sotto il cielo di terra
Generi la caduta.
Non basta piú il rifugio degli uccelli
Né pigrizia o stanchezza
Il ricordo di boschi e rivi fragili
All’alba dei capricci
All’alba di abbracci visibili
All’alba alta dell’assenza la caduta.

Le barche dei tuoi occhi si disperdono
Lungo i merletti delle sparizioni
È svelato l’abisso agli altri estinguerlo
L’ombre da te create non hanno diritto alla notte.

*

Amor mio se tu hai figurati i miei desideri
Levate le labbra al cielo delle tue parole come un astro
I tuoi baci nella notte viva
E intorno a me il solco delle braccia
Come una fiamma in segno di conquista
Sono al mondo i miei pensieri
Chiari e perpetui

E quando non sei qui
Io sogno che dormo io sogno che sogno.

*

Mi basta una carezza
E brilla il tuo splendore.

*

La terra è blu come un’arancia
Mai uno sbaglio le parole non sanno mentire
Piú non vi dànno da cantare
Che al giro dei baci si intendano
I dementi e gli amori
Lei le labbra d’intesa
I segreti sorrisi
Che vesti d’indulgenza
Crederla tutta nuda.

Le vespe fioriscono verde
L’aurora s’incollana
Un vezzo di finestre
Ali coprono le foglie
Ogni gioia solare
Ogni sole sul mondo
Lungo i sentieri della tua bellezza.

*

Il sonno ti ha presa la forma
Dei tuoi occhi la colora.

*

La fronte ai vetri come chi veglia in pena
Cielo di notte che ho già valicata
Pianure ora minuscole nelle mie mani schiuse
Nel duplice orizzonte inerte indifferente
La fronte ai vetri come chi veglia in pena
Oltre l’attesa
Oltre me stesso ti chiamo
E non so piú tanto t’amo
Chi di noi è l’assente.

*

I corvi divagano sui campi
La notte si spegne
Per un capo che si desta
Chiome bianche ultimo sogno
Si fanno luce col sangue le mani
Con le carezze
Una stella di nome azzurro
E di forma terrestre

Pazza di grida a piena gola
Pazza di sogni
Tu che hai ali di suora ciclone
Infanzia breve pazza di gran venti
Come faresti la bella la vaga
Non riderà piú
L’ignoranza l’indifferenza
Non svelano il loro segreto

Non sai piú salutare a tempo
Né confrontarti ai miracoli
Tu non m’ascolti
Ma la tua bocca condivide
L’amore e grazie alla tua bocca
E dietro il velo di nebbia dei baci
Siamo insieme noi due.

*

Doveva pur esserci un viso
Con tutti i nomi del mondo.

Paul Éluard

(Traduzione di Franco Fortini)

da “L’amour la poésie”, 1929, in “Paul Éluard, Poesie”, “I Supercoralli” Einaudi, 1955

***

Premièrement

Je te l’ai dit pour les nuages
Je te l’ai dit pour l’arbre de la mer
Pour chaque vague pour les oiseaux dans les feuilles
Pour les cailloux du bruit
Pour les mains familières
Pour l’oeil qui devient visage ou paysage
Et le sommeil lui rend le ciel de sa couleur
Pour toute la nuit bue
Pour la grille des routes
Pour la fenêtre ouverte pour un front découvert
Je te l’ai dit pour tes pensées pour tes paroles
Toute caresse toute confiance se survivent.

*

Toi la seule et j’entends les herbes de ton rire
Tois c’est ta tête qui t’enlève
Et du haut des dangers de mort
Sous les globes brouillés de la pluie des vallées
Sous la lumière lourde sous le ciel de terre
Tu enfantes la chute.
Les oiseaux ne sont plus un abri suffisant
Ni la paresse ni la fatigue
Le souvenir des bois et des ruisseaux fragiles
Au matin des caprices
Au matin des caresses visibles
Au grand matin de l’absence la chute.

Les barques de tes yeux s’égarent
Dans la dentelle des disparitions
Le gouffre est dévoilé aux autres de l’éteindre
Les ombres que tu crées n’ont pas droit à la nuit.

*

Mon amour pour avoir figuré mes désirs
Mis tes lèvres au ciel de tes mots comme un astre
Tes baisers dans la nuit vivante
Et le sillage de tes bras autour de moi
Comme une flamme en signe de conquête
Mes rêves sont au monde
Clairs et perpétuels.

Et quand tu n’es pas là
Je rêve que je dors je rêve que je rêve.

*

D’une seule caresse
Je te fais briller de tout ton éclat.

*

La terre est bleue comme une orange
Jamais une erreur les mots ne mentent pas
Ils ne vous donnent plus à chanter
Au tour des baisers de s’entendre
Les fous et les amours
Elle sa bouche d’alliance
Tous les secrets tous les sourires
Et quels vêtements d’indulgence
A la croire toute nue.

Les guêpes fleurissent vert
L’aube se passe autour du cou
Un collier de fenêtres
Des ailes couvrent les feuilles
Tu as toutes les joies solaires
Tout le soleil sur la terre
Sur les chemins de ta beauté.

*

Le sommeil a pris ton empreinte
Et la colore de tes yeux.

*

Le front aux vitres comme font les veilleurs de chagrin
Ciel dont j’ai dépassé la nuit
Plaines toutes petites dans mes mains ouvertes
Dans leur double horizon inerte indifférent
Le front aux vitres comme font les veilleurs de chagrin
Je te cherche par delà l’attente
Par delà moi-même
Et je ne sais plus tant je t’aime
Lequel de nous deux est absent.

*

Les corbeaux battent la campagne
La nuit s’éteint
Pour une tête qui s’éveille
Les cheveux blancs le dernier rêve
Les mains se font jour de leur sang
De leurs caresses
Une étoile nommée azur
Et dont la forme est terrestre

Folle des cris à pleine gorge
Folle des rêves
Folle aux chapeaux de sœur cyclone
Enfance brève folle aux grands vents
Comment ferais-tu la belle la coquette
Ne rira plus
L’ignorance l’indifférence
Ne révèlent pas leur secret

Tu ne sais pas saluer à temps
Ni te comparer aux merveilles
Tu ne m’écoutes pas
Mais ta bouche partage l’amour
Et c’est par ta bouche
Et c’est derrière la buée de nos baisers
Que nous sommes ensemble.

*

Il fallait bien qu’un visage
Réponde à tous les noms du monde.

Paul Éluard

da “L’amour la poésie”, «N. R. F.», Paris, 1929

(se musica è la donna amata) – Mario Luzi

Claude Monet, Camille Monet in Japanese Costume, 1876, Museum of Fine Arts, Boston

 

Ma tu continua e perditi, mia vita,
per le rosse città dei cani afosi
convessi sopra i fiumi arsi dal vento.
Le danzatrici scuotono l’oriente
appassionato, effondono i metalli
del sole le veementi baiadere.
Un passero profondo si dispiuma
sul golfo ov’io sognai la Georgia:
dal mare (una viola trafelata
nella memoria bianca di vestigia)
un vento desolato s’appoggiava
ai tuoi vetri con una piuma grigia

e se volevi accoglierlo una bruna
solitudine offesa la tua mano
premeva nei suoi limbi odorosi
d’inattuate rose di lontano.

Mario Luzi

da “Avvento notturno”, Vallecchi, Firenze, 1940