Senza amore – Blaga Dimitrova

Natalia by KonradC

 

Da questo momento vivrò senza amore.
Libera dal telefono e dal caso.
Non soffrirò. Non avrò dolore né desiderio.
Sarò vento imbrigliato, ruscello di ghiaccio.

Non pallida per la notte insonne –
ma non più ardente il mio volto.
Non immersa in abissi di dolore –
ma non più verso il cielo in volo.
Non più cattiverie – ma nemmeno
gesti di apertura infinita.
Non più tenebre negli occhi, ma lontano
per me non s’aprirà l’orizzonte intero.

Non aspetterò più, sfinita, la sera –
ma l’alba non sorgerà per me.
Non mi inchioderà, gelida, una parola –
ma il fuoco lento non mi arderà.
Non piangerò sulla crudele spalla –
ma non riderò più a cuore aperto.
Non morrò solo per uno sguardo –
ma non vivrò realmente mai più.

Blaga Dimitrova

1958

(Traduzione di Valeria Salvini)

da “Segnali (Poesie scelte 1937-1999)”, Fondazione Piazzolla, Roma, 2000

∗∗∗

Без любов

Без любов от днес нататък ще живея.
Независима от телефон и случай.
Няма да боли. И няма да копнея.
Ставам вързан вятър и замръзнал ручей.

Няма да съм бледна подир нощ безсънна
но и няма да ми запламти лицето.
Няма вдън-земя от мъка да потъна –
но и няма да политна към небето.
Няма да съм лоша – но и няма вече
жест като безкраен хоризонт да сторя.
Няма да ми притъмнява – но и далече
няма да ми се отваря цял простора.

Няма вечерта да чакам изтомена –
но и утрото за мен не ще изгрява.
Няма от слова да зъзна вкочанена –
но и няма да изгарям над жарава.
Няма да заплача на жестоко рамо –
но и няма от сърце да се засмея.
Няма да умирам аз от поглед само –
но и всъщност няма вече да живея.

Блага Димитрова

da “Septemvri”, Volume 11, Izd-vo “Bulgarski pisatel”, 1958

Per lei – Giorgio Caproni

Amedeo Modigliani, “La blonde aux boucles d’oreille”, 1918-1919

     

   Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.

Giorgio Caproni

da “Il seme del piangere”, 1950-1958, in “Giorgio Caproni, L’opera in versi”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

Estate di notte – Yves Bonnefoy

I

Mi sembra, stasera,
Che più vasto il cielo stellato
A noi si avvicini; e la notte
sia dietro tanti fuochi meno oscura.

Splendono anche le fronde sotto le fronde,
Si è ravvivato il verde, e l’arancio dei frutti maturi,
Lume d’angelo prossimo; un bàttito
D’occulta luce coglie l’albero universale.

A me sembra, stasera,
Che siamo entrati nel giardino, e l’angelo
Ne ha richiuso le porte senza ritorno.

II

Vascello di un’estate,
E tu come alla prua, come si chiude il tempo,
Sciorinando stoffe dipinte, sussurrando.

In quel sogno di maggio
L’eternità saliva tra i frutti dell’albero
E io ti offrivo il frutto che fa illimitato
L’albero senz’angoscia né morte, di un mondo condiviso.

Vagano i morti lontano al deserto di schiuma,
Non c’è deserto più se tutto è in noi,
Non c’è più morte, se le mie labbra sfiorano
L’acqua di una similitudine diffusa sul mare.

Oh sufficienza dell’estate, io t’ebbi pura
Come l’acqua mutata dalla stella, come un fruscìo
Di schiuma sotto i passi dove risale della sabbia
Un chiarore a benedire i nostri corpi senza luce.

III

Il movimento
Ci era apparso la colpa, ed erravamo
Nell’immoto come sotto la carena
Oscilla e non oscilla il fogliame dei morti.

Io ti dicevo la mia polena a prua
Felice, indifferente, che conduce
A occhi semichiusi il vascello di vivere,
Ne sogna il sogno, profonda è la sua pace, e s’inarca
Sul tagliamare ove pulsa l’antico amore.

Sorridente, discolorata, primigenia,
Il riflesso per sempre di una immobile stella
Nel gesto mortale.
Amata, nel fogliame del mare.

IV

Terra armata a salpare,
Guarda,
È la tua polena,
Chiazzata di rosso.

La stella, l’acqua, il sonno
Hanno consunto la spalla nuda
Che fremeva, e si piega
A Oriente ove gela il cuore.

L’olio assorto ha regnato
Sul corpo dalle ombre fluenti,
Tuttavia ella china la nuca
Come si pesa l’anima dei morti.

V

Giunto quasi l’istante
In cui non c’è più giorno, non più notte,
Tanto si è ingrandita la stella a benedire questo
Corpo bruno e ridente, illimitato,
Acqua che scorre senza chimera.

Le fragili mani terrestri scioglieranno
Il nodo triste
Dei sogni.
Il chiarore protetto poserà
Sulla distesa delle acque.

La stella ama la schiuma, e brucerà
Nella veste grigia.

VI

Fu a lungo estate. Un’immobile stella
Dominava l’avvicendarsi del sole. L’estate di notte
Recava l’estate di giorno nelle mani di luce.
Noi parlavamo a bassa voce, in fogliame di notte.

La stella indifferente; e la polena; e il chiaro
Cammino dall’una all’altra in acque e cieli calmi.
Ciò che è si moveva come un vascello che scivola
E vira, e la sua anima più non sa nella notte.

VII

Non avevamo forse l’estate da valicare, come un largo
Oceano immoto, e io semplice, steso
Sugli occhi e la bocca e l’anima della prua,
amando l’estate, bevendo i tuoi occhi senza ricordi,

Non ero forse il sogno dalle pupille assenti
Che prende e non prende, e solo vuol serbare
Del tuo colore d’estate l’azzurro di una pietra
Diversa per un’estate più vasta, dove niente ha fine?

VIII

Ma la tua spalla si làcera tra gli alberi,
Cielo stellato, e la tua bocca cerca
Il respiro dei fiumi terrestri per vivere
Fra noi la tua desiderante inquieta notte.

Oh nostra ancora immagine,
Tu rechi vicino al cuore la stessa ferita,
La stessa luce in cui uno stesso ferro fruga.

Dividiti, tu che sei assenza e le sue maree.
Accoglici, il nostro è sapore di frutti che cadono,
Confondici sulle tue vuote spiagge nella schiuma
Coi i relitti dei legni della morte,

Albero dai rami di notte sempre duplici, sempre.

IX

Acque del dormiente, albero d’assenza, ore senza approdo,
Nella vostra eternità sta per finire una notte.
Come nomineremo quest’altro giorno, anima mia,
Questo rosseggiare più basso, mischiato a sabbia nera?

Nelle acque del dormiente si offuscano le luci.
Un linguaggio si crea, che divide il chiaro
Rigoglio delle stelle nella schiuma.
Ed è quasi il risveglio, è già la rimembranza.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Pietra scritta”, 1965, in “Yves Bonnefoy, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

Poesia in nove parti eterostrofica ed eterometrica.
I: il titolo è l’inversione del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare (Naughton 1984, p. 113). È significativo che nel testo l’Autore ricorra al pronome personale «nous», alternandolo al «je», segno che sta alludendo a un’esperienza amoroso-iniziatica, quella di una «nuova condivisione, e più libera» (Jackson 1978, p. 288). Ne è scenario un cielo serale luminoso, vicino e in espansione (la reiterazione dei due termini di etimologia identica «Se rapproche» v. 3, e «ange proche», v. 7); gli intensi cromatismi (v. 6) e la presenza sia dell’angelo che del «jardin» collocano il testo in un’atmosfera prossima a quella della Genesi (per un’uscita dal giardino si vedano invece i successivi Une variante de la sortie du jardin e Une autre variante, LCA). Il «sans retour» finale dà l’idea della fiducia assoluta e della risolutezza in essa riposta. Ma a chi parla di «giardino idilliaco»  e di «paradiso primordiale» (C. Andreucci, Le paysage que de Pierre écrite, Favre 1986, p. 229), Bonnefoy replica: «l’esperienza del giardino [dell’Eden] mi sembra quasi assente dal libro» ( Discussione, ivi, p. 247).
II: l’atmosfera idilliaca ancor più si precisa qui nella dimensione del sogno (v. 4) e del dono che espande la natura («illimite l’arbre, v. 6) e scopre quello che J. Thélot definisce «il paesaggio immaginario» della raccolta: «la costellazione pietra-foglie-mare-schiuma in cui la persona sviluppa per la prima volta in modo manifesto le sue mani e i suoi occhi, intercessori della condivisione e dell’incontro. Da ciò, e qui risiede il cambiamento profondo nell’opera di Yves Bonnefoy, il suo colore di gioia nuova, la venuta al giardino e la scoperta dell’amore» (1983, p. 180). La sacralità carnale dei gesti è ribadita, dopo l’apparizione dell’angelo in I, da «bénir nos corps» (v. 15), e celebra, in una notte di sogno, «una risalita del soggetto parlante e delle sue parole verso la presenza sensibile, se non anche sensuale, dell’estate, stagione decisamente d’elezione» (Pinet-Thélot 1998, p. 51).
III: i vv. 1-3 evocano vagamente l’ossimoro del titolo di DM, rafforzato anche dal successivo, al v. 4. Nella seconda strofa si evidenzia il ruolo metaforico del vascello, che sta per la vita («navire de vivre», v. 7), del suo sogno d’amore. Da rilevare due stilemi tipici: al v. 10 un verso interamente aggettivale di ritmo ternario; al v. 13 l’apposizione dell’aggettivo in apertura di verso, seguita da un lacerto nominale.
IV: ancora il ritmo ternario, stavolta nominale, al v. 5. Questo testo pare descrivere il momento successivo a un amplesso, per la nudità della spalla che «a frèmi puis se penche» (v. 7) e al calore della stretta fa seguire il raffreddarsi del cuore. Si noti il ricorrere dell’espressione metaforica dell’amata «ta figure de proue» (v.3), già in II, v. 2, poi in III, v. 5. Altro Leitmotiv quello dei «morts» in clausola, già di «le feuillage des morts» (III, v. 4), che stempera l’idillio nel ricondurlo alla sua dimensione intramondana e mortale di finitudine.
V: l’interesse del testo sta specialmente nella creazione al v. 2 di una dimensione di sospensione temporale tra giorno e notte. Ricorrono i termini «bénir», già in II, v. 15, e «Illimité» (v. 4), forma aggettivale del verbo «illimite» (II, v. 6), che espande la suggestione del corpo amato ancora caratterizzato da una triade d’aggettivi, i quali tratteggiano una progressiva estensione, che va dal monosillabico «brun» al «trisillabico «souriant», fino all’allungo tetrasillabico d’«Illimité» (vv. 3 -4) e avvince stella e schiuma in un analogo abbraccio tra cielo e terra. Saranno per l’appunto le mani terrestri a sciogliere l’inganno del sogno che esprime la metafora in præsentia concreto-astratto del v. 6.
VI: a una prima quartina di tono elegiaco-affabulatorio, che al v. 2 contiene il titolo dell’intero componimento, in un continuo alternarsi di notte e giorno, ne succede una seconda che scivola su acque chete con un moto che la reiterazione fonica della liquida “l”, delle fricative “s” e [∫], come dell’occlusiva-velare [3] connota: «CHemin de L’une à L’autre en eaux et cieLs tranquiLLes. / Tout ce qui est bougeat comme un vaisseau qui tourne / Et gLisse» (vv. 6-8).
VII: se il non-sapere di VI, v. 8, indica una deriva con implicito un senso di abbandono al moto dell’acqua, qui il testo rivela, nel suo intenso erotismo esitante «qui prend et ne prend pas» (v. 7), la tensione da eros verso un infinito e più grande e altro amore, agape, a cui Bonnefoy si mostrerà nel tempo sempre più sensibile.
VIII:
La mia proposta di lettura è, se ci si chiede chi sia qui la «stessa ferita», non avendola colta di sfuggita, di tornare alla prima strofa e di cercarvi la ferita. E la si trova: «Ma la tua spalla si làcera tra gli alberi». L’albero (dei morti) lacera il cielo con la sua “macchia nera”, simile a quella della “nostra immagine”. Vi è corrispondenza tra il cielo stellato (il bel cosmo) e l’immaginario. ( Notes d’Yves Bonnefoy cit., p. 267)
Domina un’atmosfera dai tratti vagamente decadente, per via dei frutti che cadono e dei relitti (vv. 9-11), con l’ambiguo, suggestivo finale, che nella ripetizione dell’aggettivo «doubles», non si sa se più chiasmo o anadiplosi, forse allude alla duplicità insita nell’immagine del v. 5, che ferisce la spalla a ogni «désirante nuit» (v. 4).
IX: al v. 1 si noti ancora il ritmo ternario in sequenza sostantivale seguita da complementi. Il testo fonde mirabilmente suggestioni rimbaudiane («dormeur», vv. 1 e 5, fa pensare al Dormiente nella valle) e baudelairiane («mon âme» rimanda all’apostrofe affettuosa rivolta all’amata in Una carogna, I Fiori del male, XXIX, v.1: «Rappelez-vous l’objet que nous vimes, mon âme») ed è stilema cortese. Il testo vive altresì di un’antitesi cromatica fra il paradigma dell’oscurità («nuit», «noir») e della luce del risveglio («jour», «lumières», «clair», «étoiles», «éveil»). Nell’imminenza del risveglio, che già è ricordo, appare una nota malinconica che vela l’entusiasmo della navigazione senza approdi e la riconduce alla consapevolezza del torbido (v. 5) e, come in M. Scève, del fatto che «il risveglio è uno spavento, e il senso, una vertigine» (J.-P. Attal, La quête d’Yves Bonnefoy, «Critique», XXI, 217, giugno 1965, pp. 535-44, qui p. 538). Come opportunamente scrive Finck,«se le poesie di L’été de nuit sono testi cruciali è perché, interiorizzando l’essenza a-temporale della poesia (il “sogno”), indicano anche la specificità della poesia moderna (la contestazione del “sogno”)» (1989, p. 142). (Fabio Scotto)

***

L’été de nuit

I

Il me semble, ce soir,
Que le ciel étoilé, s’élargissant,
Se rapproche de nous; et que la nuit,
Derrière tant de feux, est moins obscure.

Et le feuillage aussi brille sous le feuillage,
Le vert, et l’orangé des fruits mûrs, s’est accru,
Lampe d’un ange proche; un battement
De lumière cachée prend l’arbre universel.

Il me semble, ce soir,
Que nous sommes entrés dans le jardin, dont l’ange
A refermé les portes sans retour.

II

Navire d’un été,
Et toi comme à la proue, comme le temps s’achève,
Dépliant des étoffes peintes, parlant bas.

Dans ce rêve de mai
L’éternité montait parmi les fruits de l’arbre
Et je t’offrais le fruit qui illimite l’arbre
Sans angoisse ni mort, d’un monde partagé.

Vaguent au loin les morts au désert de l’écume,
Il n’est plus de désert puisque tout est en nous
Et il n’est plus de mort puisque mes lèvres touchent
L’eau d’une ressemblance éparse sur la mer.

Ô suffisance de l’été, je t’avais pure
Comme l’eau qu’a changée l’étoile, comme un bruit
D’écume sous nos pas d’où la blancheur du sable
Remonte pour bénir nos corps inéclairés.

III

Le mouvement
Nous était apparu la faute, et nous allions
Dans l’immobilité comme sous le navire
Bouge et ne bouge pas le feuillage des morts.

Je te disais ma figure de proue
Heureuse, indifférente, qui conduit,
Les yeux à demi clos, le navire de vivre
Et rêve comme il rêve, étant sa paix profonde,
Et s’arque sur l’étrave où bat l’antique amour.

Souriante, première, délavée,
À jamais le reflet d’une étoile immobile
Dans le geste mortel.
Aimée, dans le feuillage de la mer.

IV

Terre comme gréée,
Vois,
C’est ta figure de proue,
Tachée de rouge.

L’étoile, l’eau, le sommeil
Ont usé cette épaule nue
Qui a frémi puis se penche
À l’Orient où glace le cœur

L’huile méditante a régné
Sur son corps aux ombres qui bougent,
Et pourtant elle ploie sa nuque
Comme on pèse l’âme des morts.

V

Voici presque l’instant
Où il n’est plus de jour, plus de nuit, tant l’étoile
A grandi pour bénir ce corps brun, souriant,
Illimité, une eau qui sans chimère bouge.

Ces frêles mains terrestres dénoueront
Le nœud triste des rêves.
La clarté protégée reposera
Sur la table des eaux.

L’étoile aime l’écume, et brûlera
Dans cette robe grise.

VI

Longtemps ce fut l’été. Une étoile immobile
Dominait les soleils tournants. L’été de nuit
Portait l’été de jour dans ses mains de lumière
Et nous nous parlions bas, en feuillage de nuit.

L’étoile indifférente; et l’étrave; et le clair
Chemin de l’une à l’autre en eaux et ciels tranquilles.
Tout ce qui est bougeait comme un vaisseau qui tourne
Et glisse, et ne sait plus son âme dans la nuit.

VII

N’avions-nous pas l’été à franchir, comme un large
Océan immobile, et moi simple, couché
Sur les yeux et la bouche et l’âme de l’étrave,
Aimant l’été, buvant tes yeux sans souvenirs,

N’étais-je pas le rêve aux prunelles absentes
Qui prend et ne prend pas, et ne veut retenir
De ta couleur d’été qu’un bleu d’une autre pierre
Pour un été plus grand, où rien ne peut finir?

VIII

Mais ton épaule se déchire dans les arbres,
Ciel étoilé, et ta bouche recherche
Les fleuves respirants de la terre pour vivre
Parmi nous ta soucieuse et désirante nuit.

Ô notre image encor,
Tu portes près du cœur une même blessure,
Une même lumière où bouge un même fer.

Divise-toi, qui es l’absence et ses marées.
Accueille-nous, qui avons goût de fruits qui tombent,
Mêle-nous sur tes plages vides dans l’écume
Avec les bois d’épave de la mort,

Arbre aux rameaux de nuit doubles, doubles toujours.

IX

Eaux du dormeur, arbre d’absence, heures sans rives,
Dans votre éternité une nuit va finir.
Comment nommerons-nous cet autre jour, mon âme,
Ce plus bas rougeoiement mêlé de sable noir?

Dans les eaux du dormeur les lumières se troublent.
Un langage se fait, qui partage le clair
Buissonnement d’étoiles dans l’écume.
Et c’est presque l’éveil, déjà le souvenir.

Yves Bonnefoy

da “Pierre Écrite”, 1965, in “Poèmes (1945-1974)”, Mercure de France, 1977

Il silenzio onesto – Chandra Livia Candiani

   

   Non tutti i silenzi sono uguali. Come, grazie alla consapevolezza del vivere, si diventa sensibili alla luce, alle diverse sfumature di luce in diversi luoghi, in differenti momenti della giornata e delle stagioni, cosí si colgono miriadi di sfumature nei silenzi nostri e altrui, silenzi umani, silenzi degli animali, degli alberi, silenzi minerali.
   Il silenzio non è tacere né mettere a tacere, è un invito, è stare in compagnia di qualcosa di tenero e avvolgente, dove tutto è già stato detto. Il silenzio sorride.
   Caro silenzio, aiutami a non parlare di te, aiutami ad abitarti. Addestrami. Disarmami. Tu mi insegni a parlare. Eccomi, mi lascio rapire. Non lascio niente a casa, niente di intentato. Ci sono. In te. Arte del congedo per ritrovare.
   Arte dell’a-capo che insegna a lasciarsi scrivere. Il silenzio semina. Le parole raccolgono.
   Il silenzio è cosa viva.

Chandra Livia Candiani

da “Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione”, Einaudi, Torino, 2018

Nota al testo.
Due scritti presentati in questo libro sono già comparsi nella nuova serie della «Rivista di psicologia analitica». Si tratta di La stanza della meditazione (LXXX, 2009, n. 28, L’anima dei luoghi, pp. 133-47) e Quando la paura bussa, apri (LXXXVIII, 2013, n. 36, Paure della contemporaneità, pp. 21-32).
Dediche.
   Certe volte, quando sono smarrita o mi sento sola, canto i vostri nomi, cari Maestri semplici come fili d’erba: Ajahn Sumedho, Ajahn Munindo, Ajahn Chandapalo, Ajahn Sucitto, Ajahn Abhinando, Ajahn Mahapannyo…
Grazie ad Antonella Tarpino dell’Einaudi, che ha avuto l’idea del libro e mi ha accompagnato, nei momenti critici, «vacanze o non vacanze».
Il libro
Nel mondo di Chandra, dove la parola è anche immagine e poesia, meditare è anzitutto stare fermi; sedersi e seguire umilmente e con pazienza il respiro, accoglierlo in silenzio, conoscere ma senza pensare. Meditare è seguire i movimenti della nostra mente smettendo di affaccendarci in azioni, pensieri, preoccupazioni per il futuro, ricordi del passato. Meditare non è fare il vuoto intorno a noi. Anzi: è non separare i mondi, non dividere quel che consideriamo spirituale da quel che riteniamo ordinario. E i gesti quotidiani di cucinare, lavare i piatti, telefonare, pulire, leggere possono diventare forme di preghiera. È insomma stare dentro noi stessi, dentro tutto ciò che siamo in quel momento, consapevolmente. Spesso si pensa che la soluzione al dolore e all’ansia sia altrove, ma è nel dolore la soluzione del dolore (e nell’ansia la soluzione dell’ansia). Sentendolo, abitandolo, assaporandolo, non è piú un estraneo, ma a poco a poco un ospite scomodo, irruente, tempestoso e infine un pezzo di noi.

«Le senti come chiedono realtà» – Pedro Salinas

Photo by Silena Lambertini

[LXX]

Le senti come chiedono realtà,
scarmigliate, feroci,
le ombre che forgiammo insieme
in questo immenso letto di distanze?
Stanche ormai di infinito, di tempo
senza misura, di anonimato,
ferite da una grande
nostalgia di materia,
chiedono limiti, giorni, nomi.
Non possono
vivere piú cosí: sono alle soglie
della morte delle ombre, che è il nulla.
Accorri, vieni, con me.
Tendi le tue mani, tendi loro il tuo corpo.
Insieme cercheremo per loro
un colore, una data, un petto, un sole.
Che riposino in te, sii tu la loro carne.
Si placherà la loro enorme ansia errante,
mentre noi le stringiamo avidamente
fra i nostri corpi
dove potranno trovare nutrimento e riposo.
Si assopiranno infine nel nostro sonno
abbracciato, abbracciate. E cosí,
quando ci separeremo, nutrendoci
solo di ombre, fra lontananze,
esse
avranno ormai ricordi,
avranno un passato di carne ed ossa,
il tempo vissuto dentro di noi.
E il loro tormentato sonno
di ombre sarà, di nuovo, il ritorno
alla corporeità mortale e rosa
dove l’amore inventa il suo infinito.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

[LXX]

¿Las oyes cómo piden realidades,
ellas, desmelenadas, fieras,
ellas, las sombras que los dos forjamos
en este inmenso lecho de distancias?
Cansadas ya de infinitud, de tiempo
sin medida, de anónimo, heridas
por una gran nostalgia de materia,
piden límites, días, nombres.
No pueden
vivir así ya más: están al borde
del morir de las sombras, que es la nada.
Acude, ven, conmigo.
Tiende tus manos, tiéndeles tu cuerpo.
Los dos les buscaremos
un color, una fecha, un pecho, un sol.
Que descansen en ti, sé tú su carne.
Se calmará su enorme ansia errante,
mientras las estrechamos
ávidamente entre los cuerpos nuestros
donde encuentren su pasto y su reposo.
Se dormirán al fin en nuestro sueño
abrazado, abrazadas. Y así luego,
al separarnos, al nutrirnos sólo
de sombras, entre lejos,
ellas
tendrán recuerdos ya, tendrán pasado
de carne y hueso,
el tiempo que vivieron en nosotros.
Y su afanoso sueño¹
de sombras, otra vez, será el retorno
a esta corporeidad mortal y rosa
donde el amor inventa su infinito.

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

1. v. 29 sueño: si osservi la duplice possibilità semantica del vocabolo (‘sonno’, ‘sogno’).