Elena – Odisseas Elitis

Léon Spilliaert, Plage et marine bleue, 1937

 

Con la prima goccia di pioggia fu uccisa l’estate
Si bagnarono le parole che avevano dato lo splendore alle stelle
Tutte le parole che avevano Te come unica meta!
Dove stenderemo le nostre mani ora che il tempo ci ignora
Dove poseremo i nostri occhi ora che le linee lontane naufragarono nelle nuvole
Ora che le tue palpebre si chiusero sui nostri paesaggi
E come fossimo invasi dalla nebbia
Siamo soli soli accerchiati dalle tue immagini morte.

Con la fronte ai vetri vegliamo il nuovo dolore¹
Non è la morte che ci vincerà se ci sei Tu
Se altrove c’è un vento che ti viva intera
Che ti vesta da vicino come la nostra speranza ti veste da lontano
Se altrove c’è
Una pianura verde oltre il tuo sorriso fino al sole
Che confidente gli dice che ci incontreremo ancora
No non è con la morte che ci confronteremo
Ma con la più lieve goccia di pioggia autunnale
Una sensazione confusa
L’odore della terra bagnata nelle nostre anime che sempre più si allontanano

E se la tua mano non è nelle nostre mani
E se il nostro sangue non è nelle vene dei tuoi sogni
La luce nel cielo immacolato
E la musica invisibile dentro di noi oh! melanconica
Viandante di quanto ancora ci lega al mondo
È il vento umido l’ora autunnale la separazione
Il gomito che amaro si appoggia sulla memoria
Che esce quando la notte ci separa dalla luce
Dietro al quadrato della finestra che si affaccia sul dolore
Che non vede nulla
Perché è già diventata musica invisibile fiamma nel caminetto rintocco del grande orologio sulla parete
Perché è già diventata
Poesia verso dopo verso suono col ritmo della pioggia lacrime e parole
Parole non come le altre ma che hanno ancora Te come unica meta!

Odisseas Elitis

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “Orientamenti”, 1940, in “Odisseas Elitis, È presto ancora”, Donzelli Poesia, 2011

¹«Con la fronte ai vetri vegliamo il nostro dolore» riecheggia il verso di Paul Éluard: «Le front aux vitres comme font les veilleurs de chagrin» (in «L’amour la poésie», 1929), testo molto amato da Elitis per sua diretta e ripetuta dichiarazione. Nella traduzione di Franco Fortini il verso è: «La fronte ai vetri come chi veglia in pena» (P. Éluard, Poesie, a cura di F. Fortini, Einaudi, Torino 1990, p. 79).

***

ΕΑΕΝΗ

Μέ τήν πρώτη σταγόνα τῆς βροχῆς σϰοτώηϰε τό ϰαλοϰηίρι
Μουσϰέψανε τά λόγια πού εἴχανει γεννήσει ἀστρυφεγγιές
Ὅλα τά λόγια πού εἴχανε μοναδιϰό τους προορισμύν Ἐσιένα!
Κατά ποῦ θ’ἁπλώσουμε τά χέρισι μας τώρα πού δέ μᾶς λογαριάζει πιά ὁ ϰαιρός
Κατά ποῦ θ’ ἀφήσουμε τά μάτια μσς τώρα πού οἱ μαϰρινές γραμμές ναυάγησαν στά σύννεφα
Τώρα πού ϰλείσανε τα βλέφαρά σου ἀπάνω στα τοπία μας
Κι εἴμαστε —σάν νά πέρασε μέσα μας ᾑ ὁμίχλη—
Μόνοι ὁλομόναχοι τριγυρισμένοι ἀπ’ τίς νεϰρές εἰϰόνες σου.

Μέ τό μέτωπο στό τζάμι ἀγριηινυῦμε τήν ϰαινούρια ὀδύνη
Δέν εἶναι ὁ θάνατος πού θά μᾶς μίξει ϰάτω μιά πού Ἐσύ ὑπάρχεις
Μιά πού ὑπάρχει ἀλλυῦ ἕνας ἄνεμος γιά νά σέ ζήσει ὁλάϰερη
Νά σέ ντύσει ἀπό ϰοντά ὅπως σέ ντύνει ἀπό μαϰριά ἡ ἐλπίδα μας
Μιά πού ὑπάρχει ἀλλοῦ
Καταράσινη πιδιάδα πέρ ἀπό τό γέλιο σου ὣς τόν ἥλιο
Λέγοντάς του ἐμπωηυαϰά πώς θά ξανασυναντηθυῦμε πάλι
Ὄχι δήν εἶναι ὁ θάνατος πού θ’ ἀντιμετωπίσουμε
Παρά μιά τόση δά σιαγόνα φθινυπωρινῆς βροχῆς
Ἕνα θολό συναίσθημα
Ἡ μυριοδιά τοῦ νοτισμένου χώματος μές στίς ψυχές μας πού ὅσα πᾶν ϰι ἀπομαϰρύνονται

Κι ἂν δεῖν εἶναιτό χέρι σου στό χέρι μας
Κι ἂν δέν εἶναι τό αἷμα μείς στίς φλέβες τῶν ὀνείρων σου
Τό φῶς στόν ἄσπιλιο οὐρανό
Κι ἡ μουσιϰή ἀθήατη μέσα μας ὤ! μελαγχολιϰή
Διαβάτισσα ὅσων μᾶς ϰρατᾶν στόν ϰόσμο ἀϰόμα
Εἶναι ὁ ὑγρός ἀέρας ἡ ὥρα τοῦ φθινοπώρου ὁ χωρισμός
Τό πιϰρό στήηριγμα τοῦ ἀγϰώνα στήν ἀνάμνηση
Πού βγαίνει ὅταν ἡ νύχτα ϰάει νά μᾶς χωρίσῃ ἀπό τό φῶς
Πίσω ἀπό τό τετράγωνο παράθυρο πού βλέπει πρός τή θλίψη
Πού δέ βλέπει τίποτε
Γιατί ἔγινε ϰιύλας μουσιϰή ἀθέατη φλόγα στό τζάϰι χτύπημα τοῦ μεγάλου ρολογιοῦ στόν τοῖχο
Γιατί ἔγινε ϰιόλαας
Ποίημα στίχος μ’ ἄλλον στίχο ἀχός παράλληλος μέ τή βροχή δάϰρυα ϰαί λόγια
Λόγια ὄχι σάν τ’ ἄλλα μά ϰι αὐτά μ’ ἕνα μοναδιϰό τους προορισμόνε: Ἐσιένα!

Οδυσσέας Ελύτης

da “Οδυσσέας Ελύτης, Προσανατολισμοί”, Atene, 1940

Caramelle di menta – Milo De Angelis

Foto di Johnnie Shand Kydd

 

Da quanto tempo non entravo al Centro Schuster,
da quanto tempo non sentivo le frasi sconnesse e favolose
di Drino Danilovicˇ, il primo allenatore,
con il berretto a visiera, quello che accarezzava la porta
con il suo fazzoletto di cotone e con una vampata
di parole folgorava gli ippocastani.
«Mister, lei è ancora qui, nel campo a nove giocatori,
è ancora qui con lo stesso taccuino e la stessa matita».
«Sono sempre stato qui e ti aspettavo, ragazzo.
Ma tu? Sei rimasto l’inquieto pulcino
che correva sulla fascia e poi tremava? Oppure sei riuscito
a far pace con la vita?». «Mister, non lo so, ma sono qui,
sono tornato per saperlo».
«Sono soltanto tre, posso dirtelo, le regole del bene,
soltanto tre: portare il pallone nel soffio
della prima altalena, portare ogni dribbling in un balletto
astrologico, trovare in una stella
l’attimo giusto per il calcio di rigore».

Milo De Angelis

da “Linea intera, linea spezzata”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

Lettera da un lettore – Adam Zagajewski

Foto di Josef Sudek

 

Troppo sulla morte
sulle ombre.
Scrivi su un giorno qualsiasi
sul desiderio di ordine.

La campanella della scuola
può essere un modello
di moderazione,
anche l’erudizione.

Troppa morte
troppa
cupa illuminazione.

Guarda, popoli accalcati
in stadi stretti
cantano inni di odio.

Troppa musica
troppa poca armonia, pace,
saggezza.

Scrivi sui momenti in cui i ponti dell’amicizia
sembrano più resistenti
della disperazione.

Scrivi sull’amore,
sulle serate lunghe,
sul mattino,
sugli alberi,
sull’infinita pazienza
della luce.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Paola Malavasi)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVII, Maggio 2004, N. 183, Crocetti Editore

∗∗∗

List od czytelnika

Za dużo o śmierci,
o cieniach.
Napisz o życiu,
o zwykłym dniu,
o pragnieniu ładu.

Dzwonek szkolny
może być wzorem
umiarkowania,
nawet erudycji.

Za dużo śmierci,
zbyt wiele
czarnego olśnienia.

Zobacz, narody stłoczone
na ciasnych stadionach
śpiewają hymny nienawiści.

Za dużo muzyki
za mało zgody, spokoju,
rozumu.

Napisz o chwilach, kiedy kładki przyjaźni
zdają się trwalsze
niż rozpacz.

Napisz o miłości,
o długich wieczorach,
o poranku,
o drzewach,
o nieskończonej cierpliwości
światła.

Adam Zagajewski

da “Późne święta Państwowy”, Instytut Wydawniczy, 1998

 

«Ha smesso di parlare il boschetto dorato» – Sergej Aleksandrovič Esenin

Sergej Aleksandrovič Esenin

 

Ha smesso di parlare il boschetto dorato
con la gaia lingua delle betulle
e le gru, volando tristemente,
ormai non rimpiangono nessuno.

Chi rimpiangere, se ognuno è un pellegrino?
Entrerà di sfuggita, per lasciare nuovamente la casa.
Di tutti gli scomparsi sogna la canapaia
con l’ampia luna sul cerúleo stagno.

Sto solo in mezzo alla pianura brulla
e il vento porta lontano le gru.
Ripenso alla mia lieta giovinezza,
ma non rimpiango nulla del passato.

Non rimpiango gli anni dissipati invano,
non rimpiango il fior di lillà dell’anima.
Nel giardino fiammeggia un rogo rosso sorbo,
ma non può riscaldare nessuno.

Non bruceranno i grappoli del sorbo,
l’erba non perirà dalla giallezza.
Come l’albero lascia cadere sommesso le foglie,
cosí io lascio cadere le tristi parole.

Se il tempo sparpagliandole col vento,
le raccoglierà in un mucchio inutile…
dite allora… che il boschetto d’oro
ha smesso di parlare con la sua cara lingua.

Sergej Aleksandrovič Esenin

1924

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Poesia russa del Novecento”, Guanda, Parma, 1954 

∗∗∗

«Отговорила роща золотая»

Отговорила роща золотая
Березовым, веселым языком,
И журавли, печально пролетая,
Уж не жалеют больше ни о ком.

Кого жалеть? Ведь каждый в мире странник —
Пройдет, зайдет и вновь оставит дом.
О всех ушедших грезит коноплянник
С широким месяцем над голубым прудом.

Стою один среди равнины голой,
А журавлей относит ветер в даль,
Я полон дум о юности веселой,
Но ничего в прошедшем мне не жаль.

Не жаль мне лет, растраченных напрасно,
Не жаль души сиреневую цветь.
В саду горит костер рябины красной,
Но никого не может он согреть.

Не обгорят рябиновые кисти,
От желтизны не пропадет трава.
Как дерево роняет тихо листья,
Так я роняю грустные слова.

И если время, ветром разметая,
Сгребет их все в один ненужный ком…
Скажите так… что роща золотая
Отговорила милым языком.

Сергей Александрович Есенин

1924

da “Полное собрание сочинений в семи томах, Том 1.: Стихотворения”, Наука: Голос, 1995

Strascico – Giorgio Caproni

Dipinto di Carl Vilhelm Holsøe

     

     Dov’hai lasciato le ariose collane,
e i brividi, ed il sangue? Nel lamento
vasto che un pianoforte da lontane
stanze nel novilunio gronda, io sento
la tua voce distrutta − odo le trame
in rovina, e l’amore morto. Il vento
preme profondo un portone – d’un cane
entro la notte, il gemitío un accento
pone di gelo nel petto. E tu i fini
denti, perché tu non riaccendi, amore,
qui dove alzava di brace i suoi vini
sul selciato ogni giovane? Un madore
di brina, ora il giornale dove i primi
crimini urlano copre, e il tuo cuore.

Giorgio Caproni

1945.

da “Il passaggio d’Enea” (1943- 1955), in “Giorgio Caproni, L’opera in versi”, “I Meridiani” Mondadori, 1998