Gli occhi di Margherita – Nikiforos Vrettakos

Josef Sudek, Untitled, n.d.

 

Nei tuoi occhi ho trovato i libri che non ho scritto:
pianure, città, boschi, orizzonti, canali.
Le montagne imperiali della terra ho trovato,
coi tramonti e le nuvole purpuree. I grandi viaggi
che non ho fatto li ho trovati nei tuoi occhi.

Nei tuoi occhi ho trovato gli amici sorridenti
che mi rubò la terra, l’erba, la neve, il buio.
Le frasi che mi direbbero, le ho trovate nei tuoi occhi.

Le croci non confitte in terra a battaglia finita,
lunghe file di anonime croci, da ogni parte,
croci di tutti i popoli, le ho trovate nei tuoi occhi.

Nei tuoi occhi ho trovato la fine della guerra.
Sole e uccelli sui rami! Il mio mondo infantile
coi suoi disegni d’oro l’ho trovato nei tuoi occhi.

Ho trovato le tristi colline della patria
che si ergevano mute quasi udissero la mia voce.
Arrivo! Al mio urlo «Arrivo», il fremito leggero
degli umili corbezzoli, l’ho trovato nei tuoi occhi.

Nei tuoi occhi ho trovato le notti che scorrevano
immensi fiumi di silenzio, come al tempo dei miei sei anni.
La luce astrale della pena l’ho trovata nei tuoi occhi.

Nei tuoi occhi ho trovato la gente che mi ricordava
e il mondo dell’infanzia che mi chiamava a nome.
La tenda della giustizia, la bontà che faceva cenno
ai monti di accostarsi, l’ho trovata nei tuoi occhi.

Ho trovato l’eternità del sole rinnovata.
L’erba, le stelle, l’alba. Mia madre vestita di bianco
come la Pace, l’ho trovata nei tuoi occhi.

Fosse tutto più semplice quaggiù, come il «buongiorno»
e la «buonanotte», o la luce all’alba sopra i vetri,
fosse tutto più semplice quaggiù, noi in questo mondo
avremmo una casa infinita. Saremmo angeli.
Il mio lamento eterno l’ho trovato nei tuoi occhi.

Nikiforos Vrettakos

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

(da Il libro di Margherita, 1949)

da Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

∗∗∗

Τά μάτια τῆς Μαργαρίτας

Βρῆϰα μέσα στά μάτια σου τά βιβλία πού δέν ἔγραψα·
πεδιάδες, δάση, πολιτεĩες, ὁρίζοντες, ϰανάλια.
Βρῆϰα τ’ αὐτοϰρατοριϰά ὄρη τῆς γῆς ϰι ἀπάνω τους
τίς δύσες μέ τά ϰόϰϰινα σύννεφα. Τά μεγάλα
ταξίδια πού δέν ἔϰαμα βρῆϰα μέσα στά μάτια σου.

Βρῆϰα μέσα στά μάτια σου τούς γελαστοός μου φίλους
πού μοῦ τούς σϰέπασεν ἡ γῆς, ἡ χλόη, τό χιόνι, ἡ νόχτα.
Τά λόγια πού θά μοῦλεγαν βρῆϰα μέσα στα μάτια σου.

Ὅσους σταυρούς δέν ἔμπηξαν στή γῆς μετά τίς μάχες,
μαϰριές σειρές, ἀνώνυμους σταυρούς, πάνω ϰαί ϰάτω,
τούς σταυρούς ὅλων τῶν ἐθνῶν, βρῆϰα μέσα στά μάτια σου.

Βρῆϰα μέσα στά μάτια σου τόν πόλεμο τελειωμένο.
Πουλάϰια ϰαί ἥλιος στά ϰλαδιά! Τό παιδιϰό μου σύμπαν
μέ τίς χρυσές του ζωγραφιές βρῆϰα μέσα στά μάτια σου.

Βρῆϰα τούς μελαγχολιϰούς γήλοφους τῆς πατρίδας μου
νά στέϰονται μές στή σιωπή σά ν’ ἀϰούσανε τή φωνή μου.
Ἔρχομαι! Ὡς νά τούς φώναξα «ἔρχομαι», νά ϰουνᾶνε
τίς ταπεινές τους ϰουμαριές, βρῆϰα μέσα στά μάτια σου.

Βρῆϰα μέσα στά μάτια σου τίς νύχτες να ϰυλᾶνε
μεγάλους ποταμούς σιωπῆς, ὅπως στα ἕξη μου χρόνια.
Τῆς θλίψης τήν ἀστροφεγγιά, βρῆϰα μέσα στά μάτια σου.

Βρῆϰα μέσα στά μάτια σου τόν ϰόσμο νά μέ θυμᾶται
ϰι ὅλα ὅσα γνώμην παιδί νά μέ φωνάζουν μέ τ’ ὄνομά μου.
Τῆς διϰαιοσύνης τή σϰηνή, τήν ϰαλοσύνη πού ἔγνιφε
νά, πλησιάσουν τά, βουνά, βρῆϰα μέσα στά μάτια σου.

Βρῆϰα τήν αἰωνιότητα τοῦ ἥλιον ἀνανεωμένη.
Τή χλόη, τ’ ἀστέρια, τήν αὐγή. Στ’ ἄσπρα σάν τήν Eἰρήνη
ντυμένη τή, μητέρα μου, βρῆϰα μέσα στά μάτια σου.

Ἂν ἤτανε ὅλα ἐδῶ πιό ἁπλά, ὅπως ἡ «ϰαλημέρα»
ϰι ἡ «ϰαληνύχτα», ὅπως τό φῶς στά τζάμια τήν αὐγή,
ἂν ἤτοινε ὅλοι ἐδῶ πιό ἁπλά, τότε, σ ’ αὐτό τόν ϰόσμο,
θέ νἄχαμε ἕνα ἀπέραντο σπίτι. Θέ νἄμαστε ἄγγελοι
Τό αἰώνιο μου παράπονο βρῆϰα μέσα στά μάτια σου.

Νιϰηφόρος Βρεττάϰος

Τό βιβλίσ τῆς Μαϱγαϱίτας, 1949

da “Νιϰηφόρος Βρεττάϰος, η εϰλογή μου, ποιήματα 1933-1991”, εκδ. Ποταμός, 2008

«L’enorme solitudine delle stelle» – Daniele Piccini

Foto di Nicholas Buer

 

L’enorme solitudine delle stelle
somiglia forse a quella
d’uomini alla deriva.
Si guardano negli specchi e attaccano
la carica del giorno
senza un soldo di fede nelle mani.
Come stanno vicine
le creature infinite e miserevoli
a queste solitudini,
come parlano chiaro,
come sussurrano accostando il muso.
E cosa stanno per dire con gli occhi
abbandonati, persi come stelle
nella ragnatela dell’universo?
Cosa vogliono dire?
Si scioglierà la lingua,
si scioglierà, e saranno le stelle
della nostra pazienza.

Daniele Piccini

da “Inizio fine”, Crocetti Editore, 2021

La notte – Dinos Christianòpulos

Andrew Wyeth

 

La notte aggrava la solitudine,
coltiva le nostre rovine segrete.

La notte elabora la bellezza,
fa a brandelli la nostra supplica.

La notte sbottona le nostre vene,
trova nascosti i nostri sogni e li divora.

La notte frantuma la delicatezza,
rinnova le nostre ferite –

e appena ci assicuriamo un corpo
subito lascia libere le sue lune.

Dinos Christianòpulos

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

da “Antologia della poesia greca contemporanea”, Crocetti Editore, 2004

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Ἡ νύχτα

Ἡ νύχτα ἐπιδεινώνει τή μοναξιά,
ϰαλλιεργεῖ τά ϰρυερά μοις ἐρείπια.

Ἡ νύχτα ἐπεξεργάζεται τήν ὧμορφιά,
ϰαταρραϰώνει τήν ἱϰεσία μοις.

Ἡ νύχτα ξεϰουμπώνει τίς φλέβες μας,
βρίσϰει ϰρυμμένα τά ὅνειρά μοις ϰαί τά τρώει.

Ἡ νύχτα πετσοϰόβει τήν τρυφερότητα,
ἁνανεώνει τίς πληγές μοις –

ϰαί σάν ἐξασφαλίσουμε ϰάνοι ϰορμί,
ἀμέσως ἀμολάει τά φεγγάρια της.

Ντῖνος Χριστιανόπουλος

da “Ποι ήματα 1949-1964”, 1967

Il martin pescatore – Adam Zagajewski

Foto di Pieter Vandermeer

As kingfishers catch fire…
G.M. HOPKINS

Vidi il martin pescatore in volo sul pelo del mare,
un volo retto come la vita di Euclide, retto e violento,
lo vidi esplodere, all’improvviso, della pienezza dei colori,
vedevo il selvaggio fuoco del mondo
abbracciarne le ali, ma il fuoco non uccideva, voleva
che quel proiettile iridescente tendesse in salvo
alla riva rocciosa, al nido lì nascosto;
si scopre che la fiamma può essere anche
riparo, dimora, dove i pensieri
ardono senza essere annichiliti,
una prigione che ci libera dall’indifferenza,
dall’osservazione estiva di un pomeriggio indolente,
un possente ossimoro,
a volte anche una poesia,
quasi un sonetto.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Asimmetria, 2014”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

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Zimorodek

As kingfishen catch fire…
G.M. HOPKINS

Zobaczyłem jak zimorodek w locie tuż nad powierzchnią morza,
locie prostym jak życie Euklidesa, prostym i gwałtownym,
wybucha nagle pełnij kolorów, widziałem jak dziki ogień świata
ogarnia jego skrzydła, lecz nie zabija tylko sprawia,
że ten tęczowy pocisk bezpiecznie zmierza
do skalistego brzegu, do ukrytego tam gniazda;
okazuje się, że płomień może być także
schronieniem, mieszkaniem, w którym
myśli płonę lecz nie zostaję unicestwione,
więzieniem, które wyzwala nas od obojętności,
od letniej obserwacji leniwego popołudnia,
potężnym oksymoronem,
niekiedy także wierszem,
nieomal sonotem.

Adam Zagajewski

da “Asymetria”, A5 K. Krynicka, 2014

«Un ruscello montano si contorce» – Angelo Maria Ripellino

Josef Sudek, Untitled, 1922

Josef Sudek, Untitled, 1922

 

Un ruscello montano si contorce,
gelida lucertola di vetro.
E le colline sono ricoperte
d’una pellegrina arlecchinesca.
Stanca luce d’ottobre. Il sole diafano
ammicca come un fantoccio di paglia.
Gli alberi dalla parrucca rossastra
stendono al vento camicie giallicce.
Come un’onda nebbiosa sul cuore,
dissolvendosi come nell’acqua,
con un costume di scaglie di pesce
giunge, mesto, un mazurek di Chopin.

Il paesaggio s’infila nei tunnel
come dentro una camera oscura,
per uscirne stillante di colori.
Faggi vinosi, betulle giallicce
sprizzano dalla terra come fiamme
di un estremo fuoco d’artifìcio.
Sale asmatico il treno nella chiara,
cristallina giornata di ottobre.
Piccole foglie pendono dai rami
come gocciole gialle, come lacrime
sotto le nere nuvole di fumo
d’una stanca, stridente vaporiera.
Come un’onda nebbiosa sul cuore,
dissolvendosi come nell’acqua,
con un costume di nastrini d’oro
giunge, mesto, un mazurek di Chopin.

Prima di Leoben, a destra del treno,
con le sue mani rossicce la luna
carezza la schiena felpata dei monti.
Una corrente di notturno gelo
soffia dentro l’imbuto del vagone.
Si rattrista lo sguardo, si frantuma
nelle luci luttuose dei villaggi
e nei vacillanti barlumi
che i vagoni gettano sui campi.
Come un’onda nebbiosa sul cuore,
dissolvendosi come nell’acqua,
con un costume di raggi di luna,
soffocato dal rombo delle ruote
piange e implora un mazurek di Chopin.

Angelo Maria Ripellino

da “Versi inediti e rari”, in “Poesie prime e ultime”, Torino, Aragno, 2006