«Di’, ti ricordi dei sogni?» – Pedro Salinas

Marc Chagall, Aleko and Zemphira by Moonlight, 1942, MoMA

                                         
 [42]

Di’, ti ricordi dei sogni?
quand’erano proprio lì,
davanti?
Che distanza, in apparenza,
dagli occhi!
Sembravano alte nuvole,
fantasmi senza un appiglio,
orizzonti irraggiungibili.
Ora guardali, con me,
eccoli dietro di noi.
Se erano nuvole,
siamo su nuvole più alte.
E se orizzonti, lontani,
ora per vederli,
bisogna voltar la testa
perché li abbiamo passati.
Se erano fantasmi,
senti
sulle palme delle mani,
sulle labbra,
quell’orma ancora calda
dell’abbraccio
in cui smisero di esserlo.
Ci troviamo all’altro lato
di quei sogni che sogniamo,
da quel lato che si chiama
la vita che si è compiuta.
E ora,
da tanto aver realizzato
il nostro sognare,
il nostro sogno è in due corpi.
E non bisogna guardarli,
senza che uno veda l’altro,
da lontano, dalle nuvole,
per ritrovarne altri nuovi
che ci spingano alla vita.
Guardandoci faccia a faccia,
vedendoci nel già fatto
sboccia
da quelle gioie compiute
ieri, la gioia futura
che ci chiama. E un’altra volta
la vita si sente un sogno
tremante, ed appena nato.

Pedro Salinas

(Traduzione di Valerio Nardoni)

da “Ragioni d’amore”, Passigli Poesia, 2006

***

                                               [42]

Di, ¿te acuerdas de los sueños,
de cuando estaban allí,
delante?
¡Qué lejos, al parecer,
de los ojos!
Parecían nubes altas,
fantasmas sin asideros,
horizontes sin llegada.
Ahora míralos, conmigo,
están detrás de nosotros.
Si eran nubes,
vamos por nubes más altas.
Si eran horizontes, lejos,
ahora, para verlos,
hay que volver la cabeza
porque los hemos pasado.
Si eran fantasmas,
siente
en las palmas de tus manos,
en los labios,
la cálida huella aún
del abrazo
en que dejaron de serlo.
Estamos al otro lado
de los sueños que soñamos,
a ese lado que se llama
la vida que se cumplió.
Y ahora,
de tanto haber realizado
nuestro soñar,
nuestro sueño está en dos cuerpos.
Y no hay que mirar los dos,
sin vernos el uno al otro,
a lo lejos, a las nubes,
para encontrar otros nuevos
que nos empujen la vida.
Mirándonos cara a cara,
viéndonos en lo que hicimos,
brota
desde las dichas cumplidas
ayer, la dicha futura
llamándonos. Y otra vez
la vida se siente un sueño
trémulo, recién nacido.

Pedro Salinas

da “Razón de amor”, Cruz y Raya, Madrid, 1936

«Hai viso di pietra scolpita» – Cesare Pavese

Bill Brandt, Nude, Campden Hill, London, 1949

 

Hai viso di pietra scolpita,
sangue di terra dura,
sei venuta dal mare.
Tutto accogli e scruti
e respingi da te
come il mare. Nel cuore
hai silenzio, hai parole
inghiottite. Sei buia.
Per te l’alba è silenzio.

E sei come le voci
della terra – l’urto
della secchia nel pozzo,
la canzone del fuoco,
il tonfo di una mela;
le parole rassegnate
e cupe sulle soglie,
il grido del bimbo – le cose
che non passano mai.
Tu non muti. Sei buia.

Sei la cantina chiusa,
dal battuto di terra,
dov’è entrato una volta
ch’era scalzo il bambino,
e ci ripensa sempre.
Sei la camera buia
cui si ripensa sempre,
come al cortile antico
dove s’apriva l’alba.

Cesare Pavese

5 novembre 1945.

da “La terra e la morte”, in “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951

Il grande gioco – Rose Ausländer

Foto di Anka Zhuravleva

 

Le stelle sono ancora qui, ai nostri sguardi,
e seguono spensierate il loro cammino,
come se non fosse accaduto nulla. E ciò che accadde,
loro, sorridenti, finsero di non vederlo.

Loro finsero sorridendo di non udirlo,
i paesi tacquero ed anche chi vide tutto ciò,
l’angelo, non venne, non sguainò per noi spada alcuna.
Le morti, solo loro, ci furono molto vicine.

Prendemmo ogni morte nella nostra mano
e la portammo nel palmo come un talismano,
le nostre ombre guizzavano sulla parete
assumendo forme sempre diverse.

E in qualche luogo c’era un grande paese
che inventava con noi questo grande gioco.

Rose Ausländer

(Traduzione di Maria Enrica D’Agostini)

da “Arcobaleno. Motivi dal Ghetto e altre poesie”, Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova, 2002

∗∗∗

Das große Spiel

Noch sind die Sterne unsem Kicken da
und ziehen unbekümmert ihren Weg,
als wäre nichts geschehn. Und was geschah,
wurde von ihnen lächelnd übersehn.

Wurde von ihnen lächelnd überhört,
die Länder schwiegen und auch der es sah,
der Engel, kam nicht, schwang für uns kein Schwert.
Die Tode, sie nur standen uns sehr nah.

Wir nahmen jeden Tod in unsre Hand
und hielten: dm wie einen Talisman,
unsere Schatten zuckten auf der Wand
und nahmen immer andre Formen an.

Und irgendwo gab cs ein großes Land,
das dieses große Spiel mit uns erfand.

Rose Ausländer

da “Gettomotive (1942-1944)”, in “Die Erde war ein atlasweisses Feld: Gedichte 1927-1956”, S. Fischer Verlag, 1985

Esiste nell’azzurro… – Ernst Meister

Foto di Brassaï

 

Esiste nell’azzurro di mai
un gioco, si chiama
disfacimento.

All’albero d’inverno è attaccata
una foglia
si gira
si muove.

Una farfalla si riposa
sulla palpebra
instabile
della morte.

Ernst Meister

(Traduzione di Lea Ritter Santini)

da “Una farfalla sulla palpebra instabile della morte”, in “In forma di parole, I”, Elitropia, 1980

∗∗∗

Es gibt…

Es gibt
im Nirgendblau
ein Spiel, es heißt
Verwesung.

Es hängt
am Winterbaum
ein Blatt, es
dreht und
wendet sich.

Ein Schmetterling
ruht aus
auf Todes
lockerer Wimper.

Ernst Meister

da “Wandloser Raum. Gedichte”, Darmstadt und Neuwied: Luchterhand, 1979

Ora azzurra – Gottfried Benn

Foto di Hervé Guibert

I.

Entro nell’ora dell’azzurro cupo¹ –
ecco l’andito, si salda la catena,
nella stanza c’è un rosso su una bocca,
un vaso, rose tarde – tu²!

Entrambi lo sappiamo, le parole
che tante volte ad altri abbiamo offerto
sono fra noi un nulla e un fuori luogo:
questo è tutto ed è l’ultima mossa.

Il tacere si è spinto cosí avanti,
riempie la stanza, si mura in un pensiero,
l’ora – nulla sperato né sofferto –
col suo vaso di rose tarde – tu.

II.

La tua testa si sfuoca, si ritrae, s’imbianca,
sulla tua bocca intanto si raduna
tutta la brama, la porpora e il germoglio
dalla corrente che monta dai tuoi avi.

Sei cosí bianca, forse ora ti sfasci
per troppa neve, troppo essere fiore,
rose bianche di morte, lembo a lembo –
coralli solo i labbri, una ferita.

Sei cosí morbida, che porti con te il senso
di una felicità di rischi e naufragi
in un’ora d’azzurro, azzurro cupo
che quand’è andata non sai piú se è stata.

III.

Io ti domando: tu appartieni a un altro,
cosa vieni da me con tarde rose?
Tu dici: i sogni vanno, le ore migrano,
e tutto che cos’è: lui, io, tu?

«Ciò che s’innalza vuole anche finire,
ciò che si prova – chi lo sa per certo?
Si salda la catena, qui le pareti mute,
là lo spazio, alto e azzurro cupo».

Gottfried Benn

Inizio 1950.

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Frammenti e distillazioni”, Einaudi, Torino, 2004

¹Inviata a Oelze il 19 febbraio 1950 col titolo Une heure bleue. Azzurro o blu è l’unico colore che in Problemi della lirica, la sua pubblica professione di poetica del 1951, Benn dichiari ammissibile in poesia, avendolo lui stesso usato a dismisura. È il colore onirico del «fiore azzurro», dell’infinito dei romantici tedeschi, e nella sua opera giovanile il colore del suo «complesso ligure», del sogno greco o mediterraneo.
²Rose tarde perché si tratta dell’amore di un vecchio per una giovane. In una lettera a Oelze del 4 luglio 1950 Benn dice che sua moglie (I. Kaul) gli ha vietato di usare ancora le rose in una poesia. Peccato, obietta lui, «rose» è una cosí bella parola. Peraltro, scriveva a Oelze il 17 febbraio 1949, «la mia attuale moglie non ama molto questo genere di lirica: tutto solo tomba e fine, perché non invento niente di nuovo? Ma le donne non hanno con la morte nessun altro rapporto diretto se non un breve spargimento di lacrime – poi la vita continua; ed è bene cosí, gli si confà, la vedova in lutto che cura le opere del marito morto… ne ho intorno diverse […] e la loro mancanza di misura e di lucidità di giudizio è sempre cosí penosa». (Anna Maria Carpi)

∗∗∗

Blaue Stunde

I.

Ich trete in die dunkelblaue Stunde –
da ist der Flur, die Kette schließt sich zu
und nun im Raum ein Rot auf einem Munde
und eine Schale später Rosen – du!

Wir wissen beide, jene Worte,
die jeder oft zu anderen sprach und trug,
sind zwischen uns wie nichts und fehl am Orte:
dies ist das Ganze und der letzte Zug.

Das Schweigende ist so weit vorgeschritten
und füllt den Raum und denkt sich selber zu
die Stunde – nichts gehofft und nichts gelitten –
mit ihrer Schale später Rosen – du.

II.

Dein Haupt verfließt, ist weiß und will sich hüten,
indessen sammelt sich auf deinem Mund
die ganze Lust, der Purpur und die Blüten
aus deinem angeströmten Ahnengrund.

Du bist so weiß, man denkt, du wirst zerfallen
vor lauter Schnee, vor lauter Blütenlos,
todweiße Rosen Glied für Glied – Korallen
nur auf den Lippen, schwer und wundengroß.

Du bist so weich, du gibst von etwas Kunde,
von einem Glück aus Sinken und Gefahr
in einer blauen, dunkelblauen Stunde
und wenn sie ging, weiß keiner, ob sie war.

III.

Ich frage dich, du bist doch eines andern,
was trägst du mir die späten Rosen zu?
Du sagst, die Träume gehn, die Stunden wandern,
was ist das alles: er und ich und du?

«Was sich erhebt, das will auch wieder enden,
was sich erlebt – wer weiß denn das genau,
die Kette schließt, man schweigt in diesen Wänden
und dort die Weite, hoch und dunkelblau».

Gottfried Benn

da “Fragmente e Destillationen”, in “Sämtliche Werke”, J. G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger G.m.b.H., Stuttgart, 1986