Dormi dunque… – Paul Celan

Paul Celan

 

DORMI dunque, ed il mio occhio rimarrà aperto.
La pioggia colmò la brocca, noi la vuotammo.
La notte germinerà un cuore, il cuore un breve stelo –
Ma per mietere è troppo tardi, falciatrice.

Vento notturno, così candidi sono i tuoi capelli!
Candido ciò che mi resta, candido ciò che perdo!
Ella conta le ore, e io conto gli anni.
Noi bevemmo pioggia. Pioggia, bevemmo.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Papavero e memoria”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

∗∗∗

SO schlafe…

SO schlafe, und mein Aug wird offen bleiben.
Der Regen füllt’ den Krug, wir leerten ihn.
Es wird die Nacht ein Herz, das Herz ein Hälmlein treiben –
Doch ists zu spät zum Mähen, Schnitterin.

So schneeig weiß sind, Nachtwind, deine Haare!
Weiß, was mir bleibt, und weiß, was ich verlier!
Sie zählt die Stunden, und ich zähl die Jahre.
Wir tranken Regen. Regen tranken wir.

Paul Celan

da “Mohn und Gedächtnis”Erscheinungsjahr, 1952

I simulacri e le cose – Titos Patrikios

Michael Kenna, Falaise d’Aval et Nuages, Etretat, France, 2000

 

Non ci aspettavamo che accadesse di nuovo
eppure è di nuovo nero come la pece il cielo,
partorisce mostri di oscurità la notte,
spauracchi del sonno e della veglia
ostruiscono il passaggio, minacciano, chiedono riscatti.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi…
non temere, diceva il poeta,
ma io temo i loro odierni simulacri
e soprattutto quelli che li muovono.

Temo quanti si arruolano per salvarci
da un inferno che aspetta solo noi,
quanti predicano una vita corretta e salutare
con l’alimentazione forzata del pentimento,
quanti ci liberano dall’ansia della morte
con prestiti a vita di anima e di corpo,
quanti ci rinvigoriscono con stimolanti antropòvori
con elisir di giovinezza geneticamente modificata.

Come una goccia di vetriolo brucia l’occhio
così una fialetta di malvagità
può avvelenare innumerevoli vite,
«inesauribili le forze del male nell’uomo»
predicano da mille parti gli oratori,
solo che i detentori della verità assoluta
scoprono sempre negli altri il male.
«Ma la poesia cosa fa, cosa fanno i poeti?»
gridano quelli che cercano il consenso
su ciò che hanno pensato e già deciso,
e vogliono che ancora oggi i poeti
siano giullari, profeti o cortigiani.

Ma i poeti, nonostante la loro boria
o il loro sottomettersi ai potenti,
il narcisismo o l’adorazione di molti,
nonostante il loro stile ellittico o verboso,
a un certo punto scelgono, denunciano, sperano,
chiedono, come nell’istante cruciale
chiese l’altro poeta: più luce.
La poesia non riadatta al presente
la stessa opera rappresentata da anni,
non salmeggia istruzioni sull’uso del bene,
non risuscita i cani morti della metafisica.
Passando in rassegna le cose già accadute
la poesia cerca risposte
a domande non ancora fatte.

Titos Patrikios

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “La resistenza dei fatti”, 2000, in “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

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Τά ομοιώματα καί τα πράγματα

Κι Ινώ δεν περιμέναμε πώς θά ξανασυμβεΐ
μαυρίζει πάλι δπως ή πίσσα 6 ούρανός
ή νύχτα γεννάει τέρατα από σκοτάδι
σκιάχτρα του υπνου καί του ξύπνου
κλείνουν τις διαβάσεις, ζητάνε λύτρα, απειλούν.
Τους Λαιστρυγόνας καί τους Κύκλωπας…
μή φοβάσαι, έλεγε ό ποιητής
δμως φοβάμαι τά σημερινά τους ομοιώματα
καί πιο πολύ δσους τά κινούν.

Φοβάμαι δσους στρατεύονται γιά νά μάς σώσουν
άπό μιά κόλαση πού περιμένει μόνο εμάς,
δσους κηρύσσουν ορθή καί υγιεινή ζωή
μέ άναγκαστική σίτιση μετάνοιας,
δσους μάς άπαλλάσσουν άπό τήν άγωνία τού θανάτου
μέ ισόβια δάνεια σώματος καί ψυχής,
δσους μάς δυναμώνουν μέ άνθρωποβόρα διεγερτικά
μ’ ελιξίρια μεταλλαγμένης νιότης.

Όπως μιά στάλα βιτριόλι καίει τό μάτι
έτσι μπορεί ένα φιαλίδιο κακίας
νά φαρμακώσει άναρίθμητες ζωές,
«άτέλειωτες οι δυνάμεις τού κακού στον άνθρωπο»
κανοναρχούν άγορητές άπό εκατό μεριές
μόνο πού οί κάτοχοι τής άπόλυτης άλήθειας
άνακαλύπτουν το κακό πάντα στούς άλλους.

«Μά ή ποίηση τί χάνει, τί χάνουν οί ποιητές;»
φωνάζουν αύτοί πού προσδοκούν συναίνεση
στα δσα έχουν σκεφτεΐ κι αποφασίσει,
πού θέλουν καί τώρα οί ποιητές να παίζουν
τον ρόλο τού γελωτοποιού, τού αύλικού ή τού προφήτη.

Όμως οί ποιητές παρά τήν έπαρσή τους
η τήν ταπείνωση μπροστά στούς ισχυρούς
τήν αυταρέσκεια ή τή λατρεία των πολλών
παρά τήν ελλειπτικότατα ή τούς πλατειασμούς
κάποια στιγμή έπιλέγουν, καταγγέλλουν, έλπίζουν
ζητούν, όπως τδ ζήτησε τήν κρίσιμη ώρα
ό άλλος ποιητής, περισσότερο φως.
Κι ή ποίηση δέν προσαρμόζει στά παρόντα
τό ίδιο Ιργο πού παίζεται, άπο χρόνια
δέν ψαλμωδεί όδηγίες χρήσεως του καλού
δέν ζωντανεύει ψόφιους σκύλους τής μεταφυσικής.
Επισκοπώντας τά πράγματα πού έχουν ήδη γίνει
ή ποίηση ψάχνει γι’ άπαντήσεις
σ’ έρωτήματα πού άκόμα δέν έχουνε τεθεί.

Τίτος Πατρίκιος

da “Ή άντίσταση των γεγονότων”, εκδ, Κέδρος, 2000

Il corvo bianco – Piero Bigongiari

Elisabeth Sommerville

 

Un’illusione verde giù dal nero
dei graticci si espande, su dal nero
rugoso: gravità dell’illusione
senza centro nel sole, primavera,
mia primavera ultima, mia prima,
tornata tra gli spini della terra
a strisciare tra i dumi e le ombre forti
dei candori nevati: i prati attendono
il bramito dei cervi, il polverio
fresco del bosco entro cui batte il picchio
frenetico ed il vento par di brina.
Aprite, stelle, l’occhio nella notte
del cuore, rivelatevi, illusioni,
lasciate il ramo, scendete scendete
a terra ancora verdi, non col secco
sgrigliolio rosseggiante dell’autunno.
Il corvo bianco beccherà tra l’erba
d’un’eterna stagione: sarà un fiocco
di neve mossa dall’alto dei cieli.
Batte il martello sulle assi schiodate.
Dove siete andate, primavere,
a fiorire?

Piero Bigongiari

12 maggio ’54

da “Tutte le poesie”, 1933-1963, a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi, Le Lettere, Firenze, 1994

Questa edizione, rispetto a quella mondadoriana di “Stato di cose” presenta, proprio in chiusura, due versi in più: «Dove siete andate, primavere, / a fiorire?». La spiegazione ci viene data da Bigongiari stesso nella Postilla finale a TP: «In questa edizione ne varietur ho apportato alcune varianti, se così si possono definire alcune addizioni di versi a completamento del senso che il testo poetico ha proposto ma non aveva portato al suo significato compiuto» (TP, p. 372). E non c’è dubbio che i due versi aggiunti siano indispensabili al “completamento del senso”.

Secondi, 77 – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

77

Tutto il giorno piove.
Bambini fradici aspettano
alle fermate degli autobus.
E tu,
dietro i vetri della finestra,
ti sforzi
di trasformare una goccia di pioggia
in un diamante.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Secondi”, 1988-1989, in “Molto tardi nella notte”, Crocetti Editore, 2020

Titolo dell’opera originale: Άργά, πολύ άργά μέσα στή νύϰτα

Versi – Gottfried Benn

 

 

Se mai il nume, oscuro e inconoscibile,
in un essere è sorto ed ha parlato,
ciò fu solo nel verso poiché immensa
la pena dei cuori vi si è infranta;
i cuori van per gli spazi alla deriva
quando la strofa va di bocca in bocca,
sopravvive alle risse tra le genti,
alla violenza e al patto tra i sicari.

Cosí, i canti che un popolo ha cantato,
indiani, yaqui di parola azteca
vinti dall’avidità dell’uomo bianco,
vivono ancora come canti agresti:
«Su, bimbo vieni con le sette spighe,
vieni in catene, adorno delle giade,
il dio del mais innalza, per nutrirci,
la verga fragorosa e tu sei l’olocausto –»

Il grande soffio a colui che le sue vie,
rapito e soggiogato, offrí allo spirito,
inflato, efflato, apnea – alitazioni
di indiana penitenza e fachiria –
il grande Sé, il sogno del gran Tutto,
donato a chi in silenzio si consacri,
si conserva nei Salmi e nei Veda,
irride ad ogni fare e sfida il tempo.

Due mondi sono in gioco ed in conflitto,
e solo l’uomo è basso se tentenna,
non può vivere solo dell’istante
anche se egli è il frutto del momento;
il potere svanisce nella feccia,
laddove un verso costruisce i sogni
dei popoli e li sottrae alla bassezza,
eternità di suono e di parola.

Gottfried Benn

(Traduzione di Giuliano Baioni)

da “Poesie statiche”, “I Supercoralli” Einaudi, 1972

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Verse

Wenn je die Gottheit, tief und unerkenntlich,
in einem Wesen auferstand und sprach,
so sind es Verse, da unendlich
in ihnen sich die Qual der Herzen brach;
die Herzen treiben längst im Strom der Weite,
die Strophe aber streift von Mund zu Mund,
sie übersteht die Völkerstreite
und überdauert Macht und Mörderbund.

Auch Lieder, die ein kleiner Stamm gesungen,
Indianer, Yakis mit Aztekenwort,
längst von der Gier des weißen Manns bezwungen,
leben als stille Ackerstrophen fort;
«komm, Kindlein, komm in Kett’ und Jadestein,
der Maisgott stellt ins Feld, uns zu ernähren,
den Rasselstab und du sollst Opfer sein –»

Das große Murmeln dem, der seine Fahrten
versenkt und angejocht dem Geiste lieh,
Einhauche, Aushauch, Weghauch – Atemarten
indischer Büßungen und Fakire –
das große Selbst, der Alltraum, einem jedem
ins Herz gegeben, der sich schweigend weiht,
hält sich in Psalmen und in Veden
und spottet alles Tuns und trotzt der Zeit.

Zwei Welten stehn in Spiel und Widerstreben,
allein der Mensch ist nieder, wenn er schwankt,
er kann vom Augenblick nicht leben,
obwohl er sich dem Augenblicke dankt;
die Macht vergeht im Abschaum ihrer Tücken,
indes ein Vers der Völker Träume baut,
die sich der Niedrigkeit entrücken,
Unsterblichkeit im Worte und im Laut.

Gottfried Benn

da “Statische Gedichte”, by Peter Schifferli, Verlags AG «Die Arche», Zürich, 1948