Compleanno – Vittorio Sereni

Foto da “La jetéé”, di Chris Marker, 1962

 

Un altro ponte
sotto il passo m’incurvi
ove a bandiere e culmini di case
è sospeso il tuo fiato,
città grave.
Ancora al sonno
canti di uccelli sento
lontanissimi unirsi
e del pallido verde
mi rinnovi il tempo,
d’una donna agli sguardi serena
mi ritorni memoria,
amara estate.

Ma dove t’apri
e tra l’erba orme di carri
e piazze e strade in polvere spaési
senso d’acque mi spiri
e di ridenti vetri una calma.
Maturità di foglie, arco di lago
altro evo mi spieghi lucente,
in una strada senza vento inoltri
la giovinezza che non trova scampo.

Vittorio Sereni

da “Frontiera”, Edizione di Corrente, Milano, 1941

Ecco le voci cadono – Vittorio Sereni

Ralph Gibson, Christine, 1981

 

Ecco le voci cadono e gli amici
sono così distanti
che un grido è meno
che un murmure a chiamarli.
Ma sugli anni ritorna
il tuo sorriso limpido e funesto
simile al lago
che rapisce uomini e barche
ma colora le nostre mattine.

Vittorio Sereni

da “Frontiera”, Edizione di Corrente, Milano, 1941

Finestra – Vittorio Sereni

Dora Maar, Jacqueline Lamba accoudée à la fenêtre, 1935

 

Di colpo – osservi – è venuta,
è venuta di colpo la primavera
che si aspettava da anni.

Ti guardo offerta a quel verde
al vivo alito al vento,
ad altro che ignoro e pavento
– e sto nascosto –
e toccasse il mio cuore ne morrei.
Ma lo so troppo bene se sul grido
dei viali mi sporgo,
troppo dal verde dissimile io
che sui terrazzi un vivo alito muove,
dall’incredibile grillo che quest’anno
spunta a sera tra i tetti di città
– e chiuso sto in me, fasciato di ribrezzo.

Pure, un giorno è bastato.
In quante per una che venne
si sono mosse le nuvole
che strette corrono strette sul verde,
spengono canto e domani
e torvo vogliono il nostro cielo.
Dillo tu allora se ancora lo sai
che sempre sono il tuo canto,
il vivo alito, il tuo
verde perenne, la voce che amò e cantò –
che in gara ora, l’ascolti?
scova sui tetti quel po’ di primavera
e cerca e tenta e ancora si rassegna.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

Via Scarlatti – Vittorio Sereni

Vittorio Sereni

 

Con non altri che te
è il colloquio.

Non lunga tra due golfi di clamore
va, tutta case, la via;
ma l’apre d’un tratto uno squarcio
ove irrompono sparuti
monelli e forse il sole a primavera.
Adesso dentro lei par sempre sera.
Oltre anche piú s’abbuia,
è cenere e fumo la via.
Ma i volti i volti non so dire:
ombra piú ombra di fatica e d’ira.
A quella pena irride
uno scatto di tacchi adolescenti,
l’improvviso sgolarsi d’un duetto
d’opera a un accorso capannello.

E qui t’aspetto.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

Il male d’Africa – Vittorio Sereni

Foto di Alex Pardi

a Giansiro che va in Algeria (1958)

Una motocicletta solitaria.
Nei tunnel, lungo i tristi
cavalcavia di Milano
un’anima attardata. Mah!
È passata, e ora fa la sua strada
e un’eco a noi appena ne ritorna,
col borbottío della pentola familiare
nei tempi che si vanno quietando.
Diversa da Orano cantava
la corsa del treno sul finire della guerra
e che bel sole sul viaggio e a sciami
bimbetti, moretti sempre piú neri
di stazione in stazione
già con tutta alle spalle l’Algeria.
Pensa – dicevo – la guerra è sul finire
e ponente ponente mezzogiorno
guarda che giro per rimandarci a casa.
E dei bimbi moretti sempre piú neri
di stazione in stazione
give me bonbon good American please
la litania implorante. Rimbombava
la eco tra viadotti e ponti lungo
un febbraio di fiori intempestivi
ritornava a un sussulto di marmitte
che al sole fumavano allegre
e a quel febbrile poi sempre piú fioco
ritmo di ramadan
che giorni e giorni ci durò negli orecchi
ci fermammo e fu,
calcinata nel verbo
sperare nel verbo desiderare,
Casablanca.
                       E poi?
Ho visto uomini stravolti
nelle membra – o bidonville! –
barracani gonfiarsi all’uragano
altri petali accendersi – ‘sono astri
perenni’, ‘no, sono fiori caduchi’, discorsi
di cattività –
farsi di estiva cenere,
e quando piú non si aspettava quasi
fummo sul flutto sonoro
diretti a una vacanza
di volti di là dal mare, da una
nereggiante distanza, in famiglia
coi gabbiani che fidenti
si abbandonavano all’onda.
Ma caduta ogni brezza, navigando
oltre Marocco all’isola dei Sardi
una febbre fu in me:
non piú quel folle
ritmo di ramadan
                                  ma un’ansia
una fretta d’arrivare
quanto piú nella sera
d’acque stagnanti e basse
l’onda s’ottenebrava
rotta da luci fiacche – e
                                            Gibilterra! un latrato,
il muso erto d’Europa, della cagna
che accucciata lí sta sulle zampe davanti:
Tardi, troppo tardi alla festa
– scherniva la turpe gola –
troppo tardi! e altro di piú confuso
sul male appreso verbo
della bianca Casablanca.

Questa ciarla non so se di rincorsa o fuga
vecchia di dieci o piú anni
di un viaggio tra tanti… – s’inquietano i tuoi occhi –
e nessuna notizia d’Algeria.
No, nessuna – rispondo. O appena qualche groppo
convulso di ricordo: un giorno mai finito, sempre
al tramonto – e sbrindellato, scalzo
in groppa a un ciuco, ma col casco
d’Africa ancora in capo
un prigioniero come me
presto fuori di vista di dietro la collina.
Quanto restava dell’impero…
                                                       e il piffero
ramingo tra le tende a colmare la noia
e, non appena zitto, quel vuoto di radura
dove il fuoco passò e gli zingari…
Trafitture del mondo che uno porta su sé
e di cui fa racconto a Milano
tra i vetri azzurri a Natale di un inverno di sole
mentre – Symphonie nelle case, Symphonie
d’amour per le nebbiose strade – la nuova
gioventú s’industria a rianimare il ballo.

Siamo noi, vuoi capirlo, la nuova
gioventú – quasi mi gridi in faccia – in credito
sull’anagrafe di almeno dieci anni…

Portami tu notizie d’Algeria –
quasi grido a mia volta – di quanto
passò di noi fuori dal reticolato,
dimmi che non furono soltanto
fantasmi espressi dall’afa,
di noi sempre in ritardo sulla guerra
ma sempre nei dintorni
di una vera nostra guerra… se quanto
proliferò la nostra febbre d’allora
è solo eccidio tortura reclusione
o popolo che santamente uccide.

Questo avevo da dire
questo groppo da sciogliere
nell’ultimo sussulto di gioventú
questo rospo da sputare,
ma a te fortuna e buon viaggio
borbotta borbotta la pentola familiare.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965