Via Scarlatti – Vittorio Sereni

Vittorio Sereni

 

Con non altri che te
è il colloquio.

Non lunga tra due golfi di clamore
va, tutta case, la via;
ma l’apre d’un tratto uno squarcio
ove irrompono sparuti
monelli e forse il sole a primavera.
Adesso dentro lei par sempre sera.
Oltre anche piú s’abbuia,
è cenere e fumo la via.
Ma i volti i volti non so dire:
ombra piú ombra di fatica e d’ira.
A quella pena irride
uno scatto di tacchi adolescenti,
l’improvviso sgolarsi d’un duetto
d’opera a un accorso capannello.

E qui t’aspetto.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

Il male d’Africa – Vittorio Sereni

Foto di Alex Pardi

a Giansiro che va in Algeria (1958)

Una motocicletta solitaria.
Nei tunnel, lungo i tristi
cavalcavia di Milano
un’anima attardata. Mah!
È passata, e ora fa la sua strada
e un’eco a noi appena ne ritorna,
col borbottío della pentola familiare
nei tempi che si vanno quietando.
Diversa da Orano cantava
la corsa del treno sul finire della guerra
e che bel sole sul viaggio e a sciami
bimbetti, moretti sempre piú neri
di stazione in stazione
già con tutta alle spalle l’Algeria.
Pensa – dicevo – la guerra è sul finire
e ponente ponente mezzogiorno
guarda che giro per rimandarci a casa.
E dei bimbi moretti sempre piú neri
di stazione in stazione
give me bonbon good American please
la litania implorante. Rimbombava
la eco tra viadotti e ponti lungo
un febbraio di fiori intempestivi
ritornava a un sussulto di marmitte
che al sole fumavano allegre
e a quel febbrile poi sempre piú fioco
ritmo di ramadan
che giorni e giorni ci durò negli orecchi
ci fermammo e fu,
calcinata nel verbo
sperare nel verbo desiderare,
Casablanca.
                       E poi?
Ho visto uomini stravolti
nelle membra – o bidonville! –
barracani gonfiarsi all’uragano
altri petali accendersi – ‘sono astri
perenni’, ‘no, sono fiori caduchi’, discorsi
di cattività –
farsi di estiva cenere,
e quando piú non si aspettava quasi
fummo sul flutto sonoro
diretti a una vacanza
di volti di là dal mare, da una
nereggiante distanza, in famiglia
coi gabbiani che fidenti
si abbandonavano all’onda.
Ma caduta ogni brezza, navigando
oltre Marocco all’isola dei Sardi
una febbre fu in me:
non piú quel folle
ritmo di ramadan
                                  ma un’ansia
una fretta d’arrivare
quanto piú nella sera
d’acque stagnanti e basse
l’onda s’ottenebrava
rotta da luci fiacche – e
                                            Gibilterra! un latrato,
il muso erto d’Europa, della cagna
che accucciata lí sta sulle zampe davanti:
Tardi, troppo tardi alla festa
– scherniva la turpe gola –
troppo tardi! e altro di piú confuso
sul male appreso verbo
della bianca Casablanca.

Questa ciarla non so se di rincorsa o fuga
vecchia di dieci o piú anni
di un viaggio tra tanti… – s’inquietano i tuoi occhi –
e nessuna notizia d’Algeria.
No, nessuna – rispondo. O appena qualche groppo
convulso di ricordo: un giorno mai finito, sempre
al tramonto – e sbrindellato, scalzo
in groppa a un ciuco, ma col casco
d’Africa ancora in capo
un prigioniero come me
presto fuori di vista di dietro la collina.
Quanto restava dell’impero…
                                                       e il piffero
ramingo tra le tende a colmare la noia
e, non appena zitto, quel vuoto di radura
dove il fuoco passò e gli zingari…
Trafitture del mondo che uno porta su sé
e di cui fa racconto a Milano
tra i vetri azzurri a Natale di un inverno di sole
mentre – Symphonie nelle case, Symphonie
d’amour per le nebbiose strade – la nuova
gioventú s’industria a rianimare il ballo.

Siamo noi, vuoi capirlo, la nuova
gioventú – quasi mi gridi in faccia – in credito
sull’anagrafe di almeno dieci anni…

Portami tu notizie d’Algeria –
quasi grido a mia volta – di quanto
passò di noi fuori dal reticolato,
dimmi che non furono soltanto
fantasmi espressi dall’afa,
di noi sempre in ritardo sulla guerra
ma sempre nei dintorni
di una vera nostra guerra… se quanto
proliferò la nostra febbre d’allora
è solo eccidio tortura reclusione
o popolo che santamente uccide.

Questo avevo da dire
questo groppo da sciogliere
nell’ultimo sussulto di gioventú
questo rospo da sputare,
ma a te fortuna e buon viaggio
borbotta borbotta la pentola familiare.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

Finestra – Vittorio Sereni

Dora Maar, Jacqueline Lamba accoudée à la fenêtre, 1935

 

Di colpo – osservi – è venuta,
è venuta di colpo la primavera
che si aspettava da anni.

Ti guardo offerta a quel verde
al vivo alito al vento,
ad altro che ignoro e pavento
– e sto nascosto –
e toccasse il mio cuore ne morrei.
Ma lo so troppo bene se sul grido
dei viali mi sporgo,
troppo dal verde dissimile io
che sui terrazzi un vivo alito muove,
dall’incredibile grillo che quest’anno
spunta a sera tra i tetti di città
– e chiuso sto in me, fasciato di ribrezzo.

Pure, un giorno è bastato.
In quante per una che venne
si sono mosse le nuvole
che strette corrono strette sul verde,
spengono canto e domani
e torvo vogliono il nostro cielo.
Dillo tu allora se ancora lo sai
che sempre sono il tuo canto,
il vivo alito, il tuo
verde perenne, la voce che amò e cantò –
che in gara ora, l’ascolti?
scova sui tetti quel po’ di primavera
e cerca e tenta e ancora si rassegna.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

Dall’Olanda – Vittorio Sereni

Jacob Olie, Lauriergracht, Amsterdam, 1891

Amsterdam

A portarmi fu il caso tra le nove
e le dieci d’una domenica mattina
svoltando a un ponte, uno dei tanti, a destra
lungo il semigelo d’un canale. E non
questa è la casa, ma soltanto
– mille volte già vista –
sul cartello dimesso: «Casa di Anna Frank».

Disse piú tardi il mio compagno: quella
di Anna Frank non dev’essere, non è
privilegiata memoria. Ce ne furono tanti
che crollarono per sola fame
senza il tempo di scriverlo.
Lei, è vero, lo scrisse.
Ma a ogni svolta a ogni ponte lungo ogni canale
continuavo a cercarla senza trovarla piú
ritrovandola sempre.
Per questo è una e insondabile Amsterdam
nei suoi tre quattro variabili elementi
che fonde in tante unità ricorrenti, nei suoi
tre quattro fradici o acerbi colori
che quanto è grande il suo spazio perpetua,
anima che s’irraggia ferma e limpida
su migliaia d’altri volti, germe
dovunque e germoglio di Anna Frank.
Per questo è sui suoi canali vertiginosa Amsterdam.

L’interprete

«Adesso tornano. Floridi, chiassosi
pieni zeppi di valuta.
Sono buoni clienti, non si possono respingere.
Informazioni, quante vogliono.
Non una parola di piú. Non si tratta
di rappresaglia o rancore.
Ma d’inflessibile memoria».

Volendam

Qui acqua cent’anni fa
– ripeteva la guida Federico –
oggi polder.
                      Vita
tra polder e diga, qui c’è posto
per la procreazione solamente
e la difesa dalla morte. Questo
dicono le facce arrossate dal freddo
fuori dalla messa cattolica
a Volendam, la nenia
del vento volubile tra i terrapieni.
L’amore è di dopo, è dei figli
ed è piú grande. Impara.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

In me il tuo ricordo – Vittorio Sereni

Foto di Anka Zhuravleva

 

In me il tuo ricordo è un fruscìo
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.

E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

Vittorio Sereni

da “Frontiera”, Edizione di Corrente, Milano, 1941