«Ha smesso di parlare il boschetto dorato» – Sergej Aleksandrovič Esenin

 

Ha smesso di parlare il boschetto dorato
con la gaia lingua delle betulle
e le gru, volando tristemente,
ormai non rimpiangono nessuno.

Chi rimpiangere, se ognuno è un pellegrino?
Entrerà di sfuggita, per lasciare nuovamente la casa.
Di tutti gli scomparsi sogna la canapaia
con l’ampia luna sul cerúleo stagno.

Sto solo in mezzo alla pianura brulla
e il vento porta lontano le gru.
Ripenso alla mia lieta giovinezza,
ma non rimpiango nulla del passato.

Non rimpiango gli anni dissipati invano,
non rimpiango il fior di lillà dell’anima.
Nel giardino fiammeggia un rogo rosso sorbo,
ma non può riscaldare nessuno.

Non bruceranno i grappoli del sorbo,
l’erba non perirà dalla giallezza.
Come l’albero lascia cadere sommesso le foglie,
cosí io lascio cadere le tristi parole.

Se il tempo sparpagliandole col vento,
le raccoglierà in un mucchio inutile…
dite allora… che il boschetto d’oro
ha smesso di parlare con la sua cara lingua.

Sergej Aleksandrovič Esenin

1924

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Poesia russa del Novecento”, Guanda, Parma, 1954 

«Cammini, a me somigliante» – Marina Ivanovna Cvetaeva

 

Cammini, a me somigliante,
gli occhi puntando in basso.
Io li ho abbassati – anche!
Passante, fermati!

Leggi – di ranuncoli
e di papaveri colto un mazzetto
– che io mi chiamavo Marina
e quanti anni avevo.

Non credere che qui sia – una tomba,
che io ti apparirò minacciando…
A me stessa troppo piaceva
ridere quando non si può!

E il sangue affluiva alla pelle,
e i miei riccioli s’arrotolavano…
Anch’io esistevo, passante!
Passante, fermati!

Strappa uno stelo selvatico per te
e una bacca – subito dopo.
Niente è più grosso e più dolce
d’una fragola di cimitero.

Solo non stare così tetro,
la testa chinata sul petto.
Con leggerezza pensami,
con leggerezza dimenticami.

Come t’investe il raggio di sole!
Sei tutto in un polverìo dorato…
E che almeno però non ti turbi
la mia voce di sottoterra.

Marina Ivanovna Cvetaeva

Koktebel, 3 maggio 1913

(Traduzione di Pietro Antonio Zveteremich)

da “Marina Ivanovna Cvetaeva , Poesie”, Feltrinelli, Milano, 1979

Inviando, nel marzo 1914, questa e altre poesie a un conoscente, la Cvetaeva scriveva: « … Io non credo nell’esistenza di Dio e della vita ultraterrena. Di qui la disperazione, il terrore della vecchiaia e della morte. Assoluta impossibilità di natura di pregare e di sottomettermi. Amore folle per la vita: febbrile, delirante sete di vivere».

∗∗∗

«Идешь на меня похожий…»

Идешь на меня похожий,
Глаза устремляя вниз.
Я их опускала — тоже!
Прохожий, остановись!

Прочти — слепоты куриной
И маков нарвав букет,
Что звали меня Мариной
И сколько мне было лет.

Не думай, что здесь — могила,
Что я появлюсь, грозя…
Я слишком сама любила
Смеяться, когда нельзя!

И кровь приливала к коже,
И кудри мои вились…
Я тоже была, прохожий!
Прохожий, остановись!

Сорви себе стебель дикий
И ягоду ему вслед, —
Кладбищенской земляники
Крупнее и слаще нет.

Но только не стой угрюмо,
Главу опустив на грудь.
Легко обо мне подумай,
Легко обо мне забудь.

Как луч тебя освещает!
Ты весь в золотой пыли…
— И пусть тебя не смущает
Мой голос из-под земли.

Марина Ивановна Цветаева

Коктебель, 3 мая 1913

da “Цветаева Марина. Собрание сочинений в семи томах. Том 1. Стихотворения 1906-1920”, Терра, 1997

«Non ci sarà nessuno a casa» – Boris Leonidovič Pasternak

Foto di Anka Zhuravleva

 

Non ci sarà nessuno a casa,
tranne il crepuscolo. Il solo
giorno invernale in un trasparente spiraglio
di cortine non accostate.

Solo di bianchi biòccoli bagnati
il rapido aleggiante balenío.
Solo tetti, neve e tranne
i tetti e la neve, − nessuno.

E di nuovo arabeschi intesserà la brina,
e di nuovo mi domineranno
lo sconforto dell’anno passato
e le vicende di un altro inverno.

E mi schermiranno di nuovo per una
colpa non ancora perdonata
e una fame di legna avvinghierà
la finestra lungo la crociera.

Ma inaspettatamente per la tenda
scorrerà il trèmito di un’irruzione.
Misurando coi passi il silenzio,
come l’avvenire tu entrerai.

Tu apparirai sulla soglia, indossando
qualcosa di bianco senza stranezze,
qualcosa proprio di quelle stoffe
di cui si cuciono i fiocchi di neve.

Boris Leonidovič Pasternak

1931.

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Boris Pasternak, Poesie”, Einaudi, Torino, 1957

∗∗∗

«Никого не будет в доме»

Никого не будет в доме,
Кроме сумерек. Один
Зимний день в сквозном проеме
Незадернутых гардин.

Только белых мокрых комьев
Быстрый промельк маховой.
Только крыши, снег и, кроме
Крыш и снега, — никого.

И опять зачертит иней,
И опять завертит мной
Прошлогоднее унынье
И дела зимы иной,

И опять кольнут доныне
Неотпушенной виной,
И окно по крестовине
Сдавит голод дровяной.

Но нежданно по портьере
Пробежит вторженья дрожь.
Тишину шагами меря,
Ты, как будущность, войдешь.

Ты появишься у двери
В чем-то белом, без причуд,
В чем-то впрямь из тех материй,
Из которых хлопья шьют.

Борис Леонидович Пастернак

1931

da “Борис Леонидович Пастернак, Собрание сочинений в пяти томах: Стихотворения; Поэмы, 1912-1931”, Художественная литература, 1989 

Oggi la neve s’è disciolta… – Marina Ivanovna Cvetaeva

Foto di Donata Wenders

Dal ciclo «L’amica»
3

Oggi la neve s’è disciolta, oggi
sono rimasta a lungo alla finestra.
L’occhio è tornato alla realtà; più libero,
rasserenato, nuovamente, il petto.

Il perché non lo so. Può darsi che
l’anima sia semplicemente stanca,
e in ogni modo non ho avuto voglia
di metter mano a un lapis irrequieto.

Così sono rimasta – nella nebbia –
lontana sia dal bene che dal male,
tamburellando calma con le dita
sul vetro, che ne tintinnava appena.

Non dà giudizi di valore, l’anima,
su ciò che incontra per la prima volta:
sia una pozzanghera di madreperla,
dove s’è arrovesciato il firmamento,

o un uccello che sfreccia su nell’aria,
o un cane che, semplicemente, corre:
nemmeno il canto d’una mendicante,
la prima volta, mi portò alle lacrime.

L’arte gentile del dimenticare
l’anima mia l’aveva già imparata.
Oggi non so che immensa sensazione
si è disciolta nell’anima.

Marina Ivanovna Cvetaeva

24 ottobre 1914

(Traduzione di Fiornando Gabbrielli)

«Ecco ancora una finestra» – Marina Ivanovna Cvetaeva

DAL CICLO «INSONNIA»
5

Ecco ancora una finestra,
dove ancora non dormono.
Forse – bevono vino,
forse – siedono così.
O semplicemente – le due
mani non staccano.
In ogni casa, amico,
c’è una finestra così.

Non candele o lampade hanno acceso il buio:
ma gli occhi insonni!

Grido di distacchi e d’incontri:
tu, finestra nella notte!
Forse, centinaia di candele,
forse, tre candele…
Non c’è, non c’è per la mia
mente quiete.
Anche nella mia casa
è entrata una cosa come questa.

Prega, amico, per la casa insonne,
per la finestra con la luce.

Marina Ivanovna Cvetaeva

(Traduzione di Pietro Antonio Zveteremich)

23 dicembre 1916

da “Marina Ivanovna Cvetaeva, Poesie”, Feltrinelli, Milano, 1979