«È passato il tempo in cui» – Jiří Orten

Jiří Orten

 

È passato il tempo in cui potevo porre un pensiero sulla morte volontaria, quel tempo è passato, perché devo nonostante tutto aspettare la libertà, anche se fossi reso spoglio di tutto e anche se già sono spoglio di tutto. Scrivo l’epitaffio del mio amore e mi pongo come compito per l’avvenire il silenzio. Scrivo l’epitaffio, perché solo questo è il mio mondo, la mia speranza, la mia fede, scrivere, scrivere fino al termine estremo.

Jiří Orten

7.12.1940.

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

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Minul čas, kdy jsem mohl pomýšlet na dobrovolnou smrt, ten čas minul, protože musím přese všechno čekat na svobodu, i kdybych byl orván docela a i když jsem docela orván. Píšu epitaf své lásky a ukládám si pro budoucnost mlčení. Píšu epitaf, protože to, jenom to je můj svět, má naděje, má víra, psát, psát až do úplného konce.

Jiří Orten

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

«A due giorni dalla precedente nota» – Jiří Orten

 

A due giorni dalla precedente nota qualcosa si è mosso, qualcosa di inarrestabile che mi spinge verso il crollo. È nevicato, per tutto il giorno è caduta la neve. Nessuno ricorda un simile diluvio di neve, una ragazza ha detto che era come una pezza fredda sulla città indolenzita. Non era lontana dal vero, ma ho capito che il sussiego non è soltanto nel tacere; se mai ho parlato in un sussiegoso silenzio, c’era un altro orizzonte, un altro sguardo, col quale mai piú guarderò. È stolto il dire a me stesso che finora sono stato un poeta e d’ora in poi sarò soltanto un sofferente, braccato ometto. Quel nucleo, succoso e sano, che la mia anima custodiva, custodisce e custodirá di fronte ai vermi, è tuttora al suo posto. Parola, bacio, angoscia, disprezzo, incomprensione, lode, malattia, amore, tutto questo serve soltanto a uno scopo: a guidare la mia mano che, di nuovo e sempre di nuovo, non capisce il miracolo. A nient’altro sono venuto a questo mondo che a testimoniare, tenendomi alla mia gravezza, al mio peso, alla mia leggerezza. A volte sono stato ubriaco e mi sentivo spinto a brusche decisioni. Spero quindi di poter essere ancora ubriaco! Ma adesso, nella tranquilla (se di tranquillitá si può parlare) contemplazione delle cose, guardo lietamente al destino, all’impegno e al dovere, al quale non intendo mai piú sottrarmi. Che zoppichino pure i versi, se vogliono! Che le parole non esprimano nemmeno un granello del sentimento! Una strada procederá attraverso tutte le buche verso la massima possibile perfezione. E questa strada è la mia! Ne vedo migliaia di altre, assomigliano a tratteggi di rilievi su carte geografiche, s’incrociano con la mia strada, qualche volta la condizionano; ma le mie tracce sono visibili, benché soltanto a me stesso. Non voglio ritornare su di esse. Salgo e salgo, soltanto un folle potrebbe chiamare tutte ciò una discesa. Amo il mio esitante coraggio verso la morte, amo il pudore, che è restato in me, non restato, perdurato, amo il subitaneo e mi batto contro la necessitá. Questo basta, se penso che tra un’ora sarò tutto diverso e mutato nella voce (nel colore della voce!), nel pensiero (nella superficie del pensiero!) e nelle parole (sí, soltanto nelle parole!), come il buffone della «Principessa triste».

Jiří Orten

19.3.1939

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

C’è in me dunque… – Jiří Orten

Jiří Orten

 

C’è in me dunque (oggi, oggi, oggi, e forse ancora domani…! ) una pietà dell’irreparabilmente perduto, pietà dell’irreparabilmente irrecuperabile, di ciò che insegue nel puro sguardo. Si tratta di cose assolutamente piccole o assolutamente grandi e posso giustamente cosí bene sentire un amore immenso per un giornale già letto, per un giornale buttato via, che mai piú nessuno leggerà, come per la pioggia, che in questa forma non cadrà mai piú, o come per l’eternità che è tanto, tanto eterna!

Jiří Orten

15.8.1939.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

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U mné je to tedy (dnes, dnes, dnes, možná ještě zítra… !) soucit k neodvolatelně ztracenému, soucit k neodvolatelně nenavratitelnému, oč usiluji v čistém pohledu. Jde o věci zcela malé nebo zcela velké a mohu právě tak dobře cítit nesmírnou lásku k přečteným novinám, novinám odhozeným, jež už nikdy nikdo nebude čísti, jako k dešti, který v této podobě už nikdy nespadne, nebo jako k věcnosti, že je tolik, tolik věčná!

Jiří Orten

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

… Desidero V., vorrei vederla… – Jiří Orten

 

… Desidero V., vorrei vederla e dolorosamente sognare il suo contatto. Questo sogno, questo sogno è per quanto si può prevedere irrealizzabile quasi come il tuo sogno piú grande che non sapevi nemmeno formulare. Considerati separato dalla felicità (che è una parola inesatta). Sono un buono a nulla. Sono un piccolo poeta. Lo sento in tutto il mio corpo. Ma un giorno, se ne avrò il tempo, scriverò la piú grande poesia del mondo, perché ce l’ho dentro.

Jiří Orten

6.7.1940.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

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[…] Toužím po V., chtěl bych ji vidět a bolestně sním o jejím doteku. Tento sen, tento sen je skoro tak nesplnitelný v dohlednu, jako tvůj sen největší, jejž jsi dosud ani pojmenovati neuměl. Považuj se za rozloučena od štěstí (což je nepřesné slovo). Nic neumím. Jsem malý básník. Cítím to v celém těle. Ale jednoho dne, budu-li mít čas, napíšu největší báseň na světě, protože ji v sobě mám.

Jiří Orten

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

Di chi sono? – Jiří Orten

 

Io sono dei piovaschi e delle siepi
e delle erbe chinate dalla pioggia
e della chiara canzone che non gorgheggia,
del desiderio che sta chiuso in lei.

Di chi sono?
Io sono di ogni piccola cosa smussata
che mai spigoli ha conosciuto,
dei piccoli animali che reclinano la testa,
sono della nuvola quando è straziata.

Di chi sono?
Io sono del timore che mi ha tenuto
con le sue trasparenti dita,
del coniglietto che in un giardino in penombra
esercita il suo fiuto.

Di chi sono?
Io sono dell’inverno ostile ai frutti
e della morte, se il tempo lo chieda,
io sono dell’amore, di cui sbaglio la porta,
al posto di una mela ai vermi lasciato in preda.

Jiří Orten

26. 5. 1940.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

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Čí jsem?

Jsem plískanic a plotů
a trav, trav deštěm skloněných
a jasných písní bez klokotu
a touhy, jež je v nich.

Čí jsem?
Jsem malých oblých věcí,
jež nepoznaly hran,
jsem zvířátek, když hlavu věsí
a mraku, když je potrhán.

Čí jsem?
Jsem bázně, jež mne bere
do prstů průsvitných,
králíčka na zahradě šeré,
jenž zkouší si svůj čich.

Čí jsem?
Jsem zimy tvrdé plodům
a smrti, chce-li čas,
jsem lásky, s níž se míjím o dům,
dán za jablka červům na pospas.

Jiří Orten

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958