Più necessario della notte – Anna Maria Ortese

   

   Più necessario della notte, ascolti
godendo la mia pena.
Sola come le rocce che tranquille
emergono dai flutti, io prego il mare
delle tue labbra di placarmi. È giorno
senza bellezza o grido. Tu potresti
mutarmi in onda, se volessi, tu
se t’accostassi a cingermi. Reclino
il capo immaginando, ed ardo e tremo.
   Come non torni? Come non ti accoglie
questo richiamo di fanciulla? Dove
trovare la pietà, se tu che dolce
sei come il vento, non mi sfiori? Assorto,
vociferando mitemente il mare
mi lambe, e io penso le tue mani, e gemo.

Anna Maria Ortese

dalla rivista “Poesia”, Anno VIII, Luglio/Agosto 1995, N. 86, Crocetti Editore

Il poeta – Marina Ivanovna Cvetaeva

1

Da lontano – il poeta prende la parola.
Le parole lo portano – lontano.

Per pianeti, sogni, segni… Per le traverse vie
dell’allusione. Tra il sì e il no il poeta,
anche spiccando il volo da un balcone
trova un appiglio. Giacché il suo

è passo di cometa. E negli sparsi anelli
della causalità è il suo nesso. Disperate –
voi che guardate il cielo! L’eclisse del poeta
non c’è sui calendari. Il poeta è quello

che imbroglia in tavola le carte,
che inganna i conti e ruba il peso.
Quello che interroga dal banco,
che sbaraglia Kant,

che sta nella bara di Bastiglie
come un albero nella sua bellezza…
È quello che non lascia tracce,
il treno a cui non uno arriva
in tempo…
                  Giacché il suo

è passo di cometa: brucia e non scalda,
cuoce e non matura – furto! scasso! –
tortuoso sentiero chiomato
ignoto a tutti i calendari…

8 aprile 1923
2

Ci sono al mondo esseri superflui,
creature in più, aggiunte senza peso.
(Assenti dagli elenchi e dai prontuari,
inquilini dei pozzi più neri.)

Ci sono al mondo esseri cavi, esseri presi
a spinte, muti: letame
e chiodo per gli strascichi di seta.
Ripugnano anche al fango delle ruote.

Ci sono al mondo diafani, invisibili:
(screziati dal marchio della lebbra!)
Ci sono Giobbe, che potrebbero invidiare
Giobbe… ma ai poeti, a noi poeti,

noi paria e pari a Dio –
è dato, straripando dalle rive,
rotti gli argini, rubare
anche le vergini agli dèi.

22 aprile 1923
3

Cieca e figliastra – che farò nel mondo
dei figli e dei vedenti? Dove la passione
arranca su scarpate di anatemi?
Dove chiamano pianto
il raffreddore?

Canora di corpo e di mestiere
cosa farò – afa in Siberia, neve nel Sahara! –
di tutte le lievi mie ossessioni
nel ponderoso regno
delle stadere?

Cosa farò – primogenito e cantore –
nel mondo dove il più nero è grigio,
dove tengono il cuore sottovetro?
Cosa farò, smisurata, nell’impero
delle misure?

22 aprile 1923

Marina Ivanovna Cvetaeva

(Traduzione di Serena Vitale)

da “Dopo la Russia e altri versi”, “Lo Specchio” Mondadori, 1988

∗∗∗

Поэту

1

Поэт – издалека заводит речь.
Поэта – далеко заводит речь.

Планетами, приметами… окольных
Притч рытвинами… Между да и нет
Он, даже разлетевшись с колокольни,
Крюк выморочит… Ибо путь комет –

Поэтов путь. Развеянные звенья
Причинности – вот связь его! Кверх лбом –
Отчаятесь! Поэтовы затменья
Не предугаданы календарем.

Он тот, кто смешивает карты,
Обманывает вес и счет,
Он тот, кто спрашивает с парты,
Кто Канта наголову бьет,

Кто в каменном гробу Бастилий
Как дерево в своей красе…
Тот, чьи следы – всегда простыли,
Тот поезд, на который все
Опаздывают…
                            – ибо путь комет –

Поэтов путь: жжя, а не согревая,
Рвя, а не взращивая – взрыв и взлом –
Твоя стезя, гривастая кривая,
Не предугадана календарем!

2

Есть в мире лишние, добавочные,
Не вписанные в окоем
(Не числящимся в ваших справочниках,
Им свалочная яма – дом).

Есть в мире полые, затолканные,
Немотствующие: – навоз,
Гвоздь – вашему подолу шелковому!
Грязь брезгует из-под колес!

Есть в мире мнимые, невидимые:
(Знак: лепрозариумов крап!)
Есть в мире Иовы, что Иову
Завидовали бы – когда б:

Поэты мы – и в рифму с париями,
Но, выступив из берегов,
Мы бога у богинь оспариваем
И девственницу у богов!

3

Что же мне делать, слепцу и пасынку,
В мире, где каждый и отч и зряч,
Где по анафемам, как по насыпям,
Страсти! – Где насморком
Назван – плач!

Что же мне делать, ребром и промыслом
Певчей! – Как провод! Загар! Сибирь!
По наважденьям своим – как по мосту!
С их невесомостью
В мире гирь.

Что же мне делать, певцу и первенцу,
В мире, где наичернейший – сер!
Где вдохновенье хранят, как в термосе!
С этой безмерностью
В мире мер?!

Марина Ивановна Цветаева

da “После России: 1922-1925”, YMCA-Press, 1928

«Possiamo soltanto amare» – Davide Rondoni

 

Possiamo soltanto amare
il resto non conta, non
funziona,
             al mattino appaiono
la tazza, il vecchio pino, le zolle umide, fumo
dell’alito mentre apri l’auto
nel gelo. Potevano non apparire, non arrivare
più qui, alla riva degli occhi. E l’estate
c’era, c’è nella calda bruna memoria
dei rami tagliati,
i visi diventano ricordi

le voci gridate stracci silenziosi –

i denti conoscono il sapore
del niente, e l’oblio che ha portici
e portici infiniti.

Possiamo soltanto amare
strappandoci felicemente figli dalla carne
parlando d’amore continuamente
ubriachi, feriti, vili
ma con gli occhi lucenti come laser
di fiori splendidi
e il canarino nel palmo della mano.

Mormorare come dare baci nell’aria.

Il rametto profumato non si raddrizza
con i colpi della nostra ira, lo sguardo
di tuo figlio non perde il velo di tristezza
se glielo togli mille volte
dal viso…
Possiamo soltanto amare
fino all’ultimo nascosto spasmo
che nessuno vede
e diviene quella specie di sorriso
che si ha nell’abbraccio finalmente
di morire come scendendo nell’acqua.

Le stelle a miriadi saranno testimoni, e i venti
passati una volta accanto
sulla gioia profonda delle ossa
diranno: era fatto di allegria, amava,
oppure non diranno niente e poi niente
per sempre.

Possiamo soltanto amare,
il resto è il teatro amaro
dell’impotenza sotto il sole giaguaro.

Davide Rondoni

da “La natura del bastardo”, “Lo Specchio” Mondadori, 2016

Una notte d’inverno – Tomas Tranströmer

 

La tempesta poggia la sua bocca alla casa
e soffia per emettere un suono.
Dormo inquieto, mi giro, leggo
il testo della tempesta assopita.

Ma gli occhi del bambino sono spalancati al buio
e il temporale mugola per lui.
Entrambi amano le lampade che dondolano.
Entrambi sono a metà strada dal linguaggio.

La tempesta ha mani infantili e ali.
La carovana si lancia verso la Lapponia.
E la casa avverte la sua costellazione di chiodi
che tiene insieme le pareti.

La notte è immobile sul nostro pavimento
(dove tutti i passi attutiti
riposano come foglie affondate in uno stagno)
ma fuori infuria la notte!

Sul mondo passa una piú grave tempesta.
Poggia la sua bocca alla nostra anima
e soffia per emettere un suono – temiamo
che la tempesta soffiando ci svuoti.

Tomas Tranströmer

(Traduzione di Maria Cristina Lombardi)

da “Il cielo incompiuto”, in “Poesia dal silenzio”, Crocetti Editore, 2011

***

En vinternatt

Stormen sätter sin mun till huset
       och blåser för att få ton.
Jag sover oroligt, vänder mig, läser
       blundande stormens text.

Men barnets ögon är stora i mörkret
       och stormen den gnyr för barnet.
Båda tycker om lampor som svänger.
       Båda är halvvägs mot språket.

Stormen har barnsliga händer och vingar.
       Karavanen skenar mot Lappland.
Och huset känner sin stjärnbild av spikar
       som håller väggarna samman.

Natten är stilla över vårt golv
       (där alla förklingade steg
vilar som sjunka löv i en damm)
       men därute är natten vild!

Över världen går en mer allvarlig storm.
       Den sätter sin mun till vår själ
och blåser för att få ton. Vi räds
       att stormen blåser oss tomma.

Tomas Tranströmer

da “Den halvfärdiga himlen”, Stockholm: Bonnier, 1962

Ricordo una stagione – Maria Luisa Spaziani

Foto di Anka Zhuravleva

 

Ricordo una stagione in mezzo a colli
immensi, affaticata dal soffiare
della notturna tramontana. Un gelso
gemeva negli strappi, così alto
che talora il suo grido mi svegliava.

Ieri nel ritornarvi non sembrava
passato altro che un giorno.
La tramontana ci infuriava intorno.
Contro il cancello, intatta, era restata
una mia antica rosa morsicata.

Maria Luisa Spaziani

da “Le acque del sabato”, “Lo Specchio” Mondadori, 1954