Persefone – Ghiannis Ritsos

Dante Gabriel Rossetti, Ottava versione della Persefone (1882), galleria d’arte di Birmingham

(È tornata, come ogni estate, dal paese straniero e oscuro alla grande casa paterna di campagna, – molto pallida, come stanca per il viaggio, come malata per la grande differenza di clima, di luce, di temperatura. Come se uno strato d’ombra protettrice le coprisse ancora il volto e le mani. Se ne sta sdraiata sul vecchio divano, in una stanza spaziosa e dipinta di fresco, al piano di sopra, con le imposte delle tre finestre e la porta del balcone chiuse. Tuttavia un riflesso rischiara intensamente i muri con striature tremule di luce. Per terra, un mucchio di cesti colmi di fiori di campo, simili a quelli che non aveva fatto in tempo a portare con sé all’epoca del suo primo, repentino viaggio. Evidentemente glieli avevano portati poco prima le amiche in segno di benvenuto. Ora, accanto a lei, resta solo una giovane con una leggera veste azzurra, con un nastro azzurro nei capelli, come fosse la sua amica piú devota e fedele, l’equorea Ciane. Accanto al divano, su una sedia, un piatto con acqua fresca. Ogni tanto l’amica vi bagna un fazzoletto di batista ricamato, lo strizza e lo depone in basso sulla fronte della viaggiatrice, nascondendole le sopracciglia. Di quando in quando qualche goccia le cola di traverso sulla guancia, bagnando il largo cuscino colorato, – quasi piangesse con lacrime non sue. Anche i capelli sono un po’ bagnati. Fuori s’ode appena il mare – calmo, un olio – e talora la voce di un bagnante. Ora il riflesso si fa piú intenso nella stanza. La viaggiatrice parla):

Te l’assicuro, – stavo bene laggiú. Mi ci sono abituata. Qui non resisto;
c’è troppa luce – mi fa ammalare – una luce denudante, inaccessibile;
rivela ogni cosa e la nasconde; ogni tanto cambia – non fai in tempo; cambi;
avverti il tempo che passa – un andirivieni incessante, spossante;
si rompono i bicchieri nel trasloco, restano sulla strada, brillano;
qualcuno salta sulla terraferma, qualcun altro s’imbarca sulle navi; – come allora
venivano, andavano i nostri visitatori, ne arrivavano altri;
restavano per un po’ nei corridoi le loro grandi valigie –
un odore estraneo, paesi stranieri, nomi stranieri, – la casa
non ci apparteneva; – era anch’essa una valigia con la biancheria nuova, sconosciuta –
uno poteva prenderla per il manico di pelle e andarsene.

A quei tempi ne eravamo felici, ovviamente. Allora un gesto
pareva una sorta d’elevazione; – arrivava sempre qualcosa;
e benché anche allora temessimo che se ne sarebbe andata, non conoscevamo ancora
il balzo furtivo della nave dall’altra parte dell’orizzonte,
o della rondine e dell’oca selvatica dall’altra parte della collina.

Sul tavolo rilucevano i bicchieri, i piatti, le forchette
dorati e azzurri per il riflesso del mare. La tovaglia
bianca, ben stirata, era un chiarore piatto; non aveva
nessuna piega che offrisse riparo ad altri significati, ad altre supposizioni. Ora
è insopportabile questa luce, – deforma ogni cosa, la rivela
nella sua deformazione; e la voce del mare
estenuante, con quel suo infinito instabile, i suoi colori fugaci,
i suoi umori alterni. E quegli stupidi barcaioli
coi calzoni sbottonati, fradici, ti fanno andare in bestia;
per non dire dei bagnanti, simili a carbonai, tutti sporchi di sabbia,
che ridono, schiamazzano (quasi fossero contenti) solo per farsi sentire
come se non bastassero a se stessi.

                                                             Laggiú
nessuno si tuffa in acqua; nessuno grida. I tre fiumi,
grigi, sprezzanti, mentre confluiscono attorno al grande scoglio,
fanno un rumore ben diverso – possente, uniforme –
quel rumore immoto del flusso eterno; – ti ci abitui;
quasi non lo senti.

                                Quando il fratello di mia madre venne a casa la prima volta
aveva un che di grigio, come questi fiumi. D’improvviso s’era ammalato.
Lo misero nel grande letto; gli fecero le ventose (credo si fosse raffreddato
per la grande luce e il caldo); – ricordo le sue spalle
brune, larghe, forti, come un prato erboso. Temevo
che gli si incendiassero i peli, tanto era vicina la candela,
la candela bianca nella bugia d’argento. Dopo la posero
sul marmo del lavabo. La stanza sentiva di cotone bruciato.
I suoi abiti, ancora caldi, gettati sulla sedia. Guardavo
la candela spandere grosse gocce sul marmo.

                                                                                     Lo zio
colse il mio sguardo. Provai vergogna. Me ne volevo andare. Non potevo.
S’era messo supino; s’era tirato giú la maglia;
e benché il suo petto fosse scuro e la maglia bianchissima,
avevi nondimeno l’impressione che una tenda nerissima
avesse coperto qualcosa di molto lucente e pericoloso. Cosí, allora,
lo zio, col lenzuolo tirato fin sul mento,
sorrideva bellamente dalla sua febbre. Sotto il lenzuolo
si distinguevano le sue gambe forti fino al pube. Uscii dalla stanza.
Non lo rividi piú finché rimase; gironzolavo nei campi.

                                                                                                    Tre mesi dopo
inviò a mia madre, da un paese straniero, un mucchio di suoi abiti vecchi
per i poveri. Riconobbi subito il suo corpo. Un paio di pantaloni
restò per diversi giorni sull’attaccapanni del corridoio. Li guardavo
per ore e ore, li toccavo con le mani; pensavo di rubarli,
di nasconderli sotto il materasso, di indossarli. Avevo paura. Un giorno,
misi una sedia; vi salii; infilai il viso e li annusai.
Caddi dalla sedia. Mi spaventai. Non mi feci male. Accorsero al rumore.
Non dissi niente. Non sentivo male. Solo un sapore profondo di peccato.

Quei pantaloni li diedero a uno dei nostri domestici.
Gli andavano a pennello. I domestici (l’avrai notato)
hanno un loro modo di fare tutto strano, una loro vita a parte,
chiusa e insidiosa, a dispetto della muta devozione che mostrano,
del loro stesso rispetto; una sorta di ostilità e voracità
negli occhi, sulle labbra e, soprattutto, nelle mani:
robuste, austere, abili, confidenti,
gravi, tozze come orsi,
lente per quanto cosí svelte, quando strigliavano i cavalli,
attaccavano la carrozza o squartavano un bue,
o inchiodavano un tavolo o zappavano il giardino –
Dio mio, come sono stupidi e sciocchi, – né sanno quanto sono belli
nella loro pelle consistente e sudata, mentre sono dediti al lavoro
tra martelli, chiodi, seghe, – un cumulo di attrezzi
dai nomi sconosciuti, – spaventosi nella loro utilità,
spaventosi nella loro aria di mistero, o piuttosto di congiura,
legni e ferri intricati, lame affilate, bagliori –

E tutti hanno un odore grave d’acqua stagnante e pino,
o di latte di fico. Davanti a noi non si sbottonano mai
neanche un bottone della camicia. Non ridono mai. Però lo sai
che tra di loro stanno nudi, scherzano, lottano
i pomeriggi estivi, nelle stanze giú in basso.
                                                                                  Un giorno li vidi
dal buco della serratura. Uno dormiva sul materasso in terra;
gli altri lo denudarono senza far rumore, gli dipinsero il sesso con la fuliggine
tutto a strisce, come un serpente eretto. Lui si svegliò; prese a rincorrerli;
correvano sotto le arcate, intorno alle colonne, ridevano
grandi risate omeriche.
                                           Ebbi paura. Me la diedi a gambe. Dio mio,
tutto a strisce, una di luce, una d’ombra, in un tunnel verticale senza fine,
un che di chiuso, di traditore. Soffocavo. Volevo urlare. Non gridai.
Salii i gradini a due a due; – rombava la tromba delle scale, fresca, ombrosa,
fuori s’udivano la calura d’oro e le voci dei barcaioli
lontane lontane, oscure, come peli d’ascella d’uomo. Soffocavo.
Corsi di sopra, nella stanza grande, aprii la porta del balcone;
entrò un odore di catrame e carrube, un odore di rosso;
il cane di mia madre dormiva all’ombra del grande nespolo
col muso sulle due zampe. Richiusi la porta.

Forse perciò alla fine scegliamo l’ombra. L’oscurità è nera –
nera, liscia, inalterabile, senza sfumature. Ti evita
lo sforzo di distinguere, – a che scopo?
Quel domestico
sembrava fatto d’ombra. Ricordi? – Quando mi afferrò
raccoglievamo fiori nel grande prato. I canestri pieni
di crochi, viole, gigli, rose, amaranti, giacinti; – io m’ero chinata
su un fiore strano – somigliava a un narciso, – un narciso
mai visto, con cento colori, cento steli;
gli scintillavano sopra le gocce di rugiada. E io lí, abbagliata,
china, come ripiegata su me stessa, come sporta su un pozzo,
vedevo la mia figura (quasi autonoma), innamorata
con l’ombra rosa agli angoli delle labbra,
con l’incavo pulsante, eburneo, tra i seni.

Sulla mia schiena sventolava come una bandiera la calura;
mi bruciava i capelli; migliaia di stelle sottilissime lampeggiavano,
una per ogni capello, con colori a cinque raggi. Le vedevo
nell’acqua fresca (o in quel narciso? – non so), innumerevoli,
brillavano intorno al mio viso, come avessi preso fuoco, come se volessi
gettarmi sulla mia liquida immagine per spegnerlo.

                                                                                                E all’improvviso
vidi ergersi dinanzi ai miei occhi i suoi due cavalli neri
come abbagliati dalla luce (li vidi nell’acqua anch’essi). Gridai,
non di paura ma per l’abbagliamento, come se mi avesse inghiottito quel fiore,
come fossi caduta nel pozzo, come avessi disceso d’un balzo tutta la scala
fino alle stanze dei domestici; e avvertii sotto i piedi nudi
lo stupendo scivolio dell’emisfero inferiore. Feci appena in tempo
a veder cadere in quella crepa i vostri canestri con i fiori,
la fontana del giardino, il leone di pietra, la tartaruga di bronzo.

Ricordo quell’austera, interiore densità, e sopra di essa
vi sentivo gridare il mio nome;
e il mio nome era estraneo; estranee le mie amiche;
estranea la luce di sopra con le case bianchissime, quadrate,
coi frutti carnosi, variopinti, simulatori e impertinenti,
con quella bocca fragile e vorace dei cereali. Non ebbi affatto paura.

Avvertii appena il senso della perdita agli angoli delle labbra
che d’improvviso si seccarono; non articolavano suono, non ne avevano alcuna voglia,
nient’altro che la lontana, oscura libertà, affrontata
corpo a corpo – io e lei – l’una dentro l’altra – un corpo incredibile.

Sentii allora il suo braccio circondarmi la vita,
ruvido, peloso, muscoloso, domare la mia resistenza; – ma quale resistenza? –
io non ero piú io; – nessun timore, dunque, d’essere umiliata; ogni cosa
s’era immobilizzata nell’infinita trasparenza
d’una compiutezza impossibile.
                                                          “Hai paura?”, mi domandò
(come sono deboli i molto forti; – temono sempre
che non li temiamo abbastanza, – belli, privi di sospetto
nella loro puerile arroganza). “Sí, – risposi, – ho paura”,
e lui mi strinse a sé piú forte, tanto che sentii i peli del suo braccio
penetrare nei miei pori come fossi legata al suo corpo
da migliaia di sottilissime radici – per niente vincolata, giacché ero in stato d’abbandono.

Laggiú le case sono sotterranee, i fiumi sotterranei, il cielo sotterraneo;
qualche raro pioppo cinereo nel campo sotterraneo,
i cipressi neri, i salici sterili, la menta selvatica
e alcuni melograni.
                                     Mi sbucciava le melagrane con le sue mani.
Le sue dita diventavano ancora piú nere. I chicchi rilucevano fiocamente
come fialettine di vetro colme di sangue. Mi dava da mangiare sulla sua mano
tra le grosse giare e i sedili di pietra, perché non mi scordassi
di tornare ancora da lui. – Come non tornare? Questo mare
ti getta la sua luce, polvere di vetro, negli occhi, in bocca,
nella camicia, nei sandali.
                                                 “Tienimi, – gli dicevo; – lascia
ch’io sia solo l’uno – o anche la metà; – l’intera metà (quale che sia),
non i due, non le parti separate e incongiungibili, giacché non mi rimane altro
ch’essere l’incisione – cioè non essere –
una pugnalata verticale e il dolore radicato –”;
e il pugnale, neppure quello tuo. “Non resisto, – gli dicevo; tienimi”.

Lui è la grande certezza oscura – l’unica. L’espressione sempre tetra,
gli occhi nascosti dalle sopracciglia folte,
cosí eretto, e tuttavia quasi curvo,
chiuso in se stesso, nei suoi peli, come invisibile,
mentre morde una foglia o fuma la sua pipa di coccio
e la piccola fiamma gli illumina dal basso le narici
come se lontano lampeggiasse, in un paesaggio deserto, carnale,
in un paesaggio assorbente; – mi assorbiva.
                                                                                  Sul muro cieco del sotterraneo
erano appesi due anelli di bronzo. Brillavano
di una luce segreta, verdenera; – forse vi faceva ginnastica qualcuno
o vi s’impiccò un bel giovane. Mi piaceva guardarli –
due fori aperti sul nulla – li riempivo con quello che volevo.

                                                                                                             Ricordo
quella statua che contemplavamo al Ginnasio un pomeriggio,
una statua d’oro, d’argento, di piombo, di bronzo, di stagno
dipinta d’un colore oscuro (ora capisco quanto gli somigliasse) –
credo che fosse di Serapide – opera di Briasside l’ateniese –
oh, qualcosa doveva sapere anche lui. Ci piaceva molto, con la fronte cinta d’alloro,
bello, con la stupenda stanchezza sparsa in tutto il corpo
come un campione di pentathlon che fa la sua comparsa dopo i giochi,
nudo, poco prima di entrare nel bagno, tra la ristretta cerchia degli amici
(i vincitori hanno sempre pochi amici o nessuno).
                                                                                            Se ne stava
un po’ imbarazzato nella sua vittoria, non sapendo come rispondere,
condiscendente e inaccessibile. Allora una nube (rosa, credo)
oscurava tutto l’anfiteatro. L’unghia del suo pollice, lunga,
a poco a poco s’allargava (questo lo notai in modo particolare; non te lo dissi)
come una spiaggia disabitata, che esalava
l’infinita malinconia degli eroi. E lí, su una gradinata,
restava una bottiglia vuota di limonata, riflettendo
con falsa familiarità qualcosa di austero e di compiuto.
Strano, adesso, ch’io parli e ascolti la mia voce. Un tempo
avevo paura di tradirmi. Solo dentro di me dicevo, ripetevo
lentamente, gravemente il suo nome. Lo chiamavo muta, di notte,
“Tenebroso, Tenebroso”, voltata verso il muro.
                                                                                      Com’è accaduto
che si è confuso tutto, laggiú, nel cielo basso, traforato a volte
dal canto di un uccello? – il domestico, la statua, lo zio –
tutto senza suono, tutto carne e ombra.
                                                                         Qui ti persegue
un odore di resina calda e d’orzo bruciato. Le isole, sparse
nel fulgore del mare, esigono sempre qualcosa da te,
ti prendono o ti vietano qualcosa. Qui i meriggi,
rappresi nella luce, somigliano a una stazione termale morta. Una malata di mente
vi corre nuda, gridando tra case calcinate chiuse,
nell’aria gialla; e il mare splende pietrificato
con alberature e bandiere immobili. E quella donna corre
folle; – a tratti s’ode il suo grido mobile sul colle
o il suo ansimare qui, sotto le persiane.
                                                                         Laggiú
nulla turba il silenzio. Solo un cane (e anche lui non abbaia),
un brutto cane, il suo, sinistro, coi denti storti,
con due grandi occhi vaghi, fedeli e estranei,
oscuri come pozzi, – nei quali non distingui
il tuo viso, le tue mani o il suo viso.
                                                                 E tuttavia
distingui l’oscurità intera, compatta e trasparente,
completa, consolante, priva di peccato. Finge di non vederti
ma annusa tutto.
                                Nell’istante in cui sogno,
sento d’improvviso il suo respiro alitarmi sotto il mento
o passarmi sulle tempie come se controllasse i miei pensieri,
i miei brividi, il desiderio (e anch’io li vedo). Tutti i miei gesti,
perfino i piú calmi e semplici, quando mi pettino, quando mi lavo,
sento che si ripercuotono nel lago del suo respiro,
descrivono interminabili cerchi fino a quel grande fondo
impenetrabile come l’inesistenza. Ogni parola taciuta,
ogni gesto differito, resta nel suo spazio,
in suo potere, – lui li aspira.
                                                     A volte,
quando passeggio in giardino smemorata, sotto i pioppi,
o lavo una camicia nella bacinella di pietra,
o mi poso la mano sul seno,
o tengo un fiore, con una tenerezza tutta mia,

mi sento improvvisamente nuda, inchiodata al muro,
o al tronco di un albero, o nello specchio di metallo del corridoio,
soprattutto lí, nello specchio, doppiamente inchiodata,
doppiamente visibile, senza un nascondiglio, senza una foglia,
in una densa trasparenza, illuminata dentro e fuori
dai due riflettori del suo respiro che erompono
dalle sue narici strette, sornione,
le sue divinatorie, sensuali, ieratiche narici.
                                                                                 “Caccialo, caccialo”,
gli gridavo a volte, seduta lí, adirata,
con un vago senso di colpa e d’innocenza, non avendo
piú nulla da nascondere – libera nella mia impotenza. Solo i miei capelli
sventolavano qua e là, dentro e fuori
le sue narici, come radici in continuo movimento, rifulgevano
attorno a me come ali o come onde. Li vedevo. Essi mi davano
un’altra fierezza – la mia – un’indipendenza
nei confronti del cane e del suo padrone.
                                                                           Del resto,
da chi e per chi mi custodisce? Per il suo padrone, forse? Per me stessa? Una sera in giardino
fece un balzo e mi abbracciò con le zampe anteriori la vita. Sulla coscia destra
mi rimase qualcosa di umido, di tiepido. Allora ebbi paura. E invero
dinanzi a me si ergeva il grande serpente, con la lingua fuori. Forse
mi custodiva da quello? Da chi e per chi mi custodisce?

Ho ancora il segno sulla coscia, liscio, lattiginoso,
come la pelle nuova di una ferita cicatrizzata. Un’eiaculazione, forse,
o non invece una lacrima? Piangono anche i cani; – lo so; – tanto che a volte
mi è perfino simpatico, – quando specchia nel fiume la sua bruttezza
le sere con la luna; quando consente docilmente che gli infili tra i peli ruvidi
asfodeli, margherite, fiori di menta; – cosí ridicolo
nella sua grossolana sottomissione, – assume tratti
di debolezza umana.
                                      Ma forse che anche lui un giorno
non fu vinto da un uomo? Lo trascinarono fuori in piena luce, lo schernirono;
una moltitudine di bambini e di vecchi malvagi osservarono nel meriggio,
in mezzo alla strada, il suo grugno oscuro, le sue zanne storte,
il suo pelo nero impolverato, dove c’era ancora
una mia margherita.
                                       Non voglio che lo scacci.
È una compagnia anche lui; – sta continuamente in agguato,
costringendomi a sorvegliare me stessa, a trovarmi.

Quaggiú, un’infinità di voci e di riflessi, da direzioni opposte, ti chiamano, ti spartiscono,
come quando entravamo nello Stadio – ricordi? – torridi meriggi,
il marmo caldo – ci scottava i piedi; le gradinate esalavano vapori; non sapevamo
quale isolare di quei corpi nudi; – una tensione senza fine;
i nostri occhi si moltiplicavano, ci accerchiavano il viso
tentando di avere una visione circolare di quei corpi. I giavellotti si libravano;
un piede si slanciava in aria; il disco scintillava;
migliaia di piedi splendevano volando; un petto sudato
toccava ansimante il nastro; – non sapevi da che parte guardare.

Non bastiamo mai ai nostri desideri. E il desiderio non ci basta. Rimane
la stanchezza, la rinuncia, – un’abulia quasi felice,
il sudore, il distacco, il caldo. Finché infine arriva la notte
a spegnere ogni cosa, a confondere tutto in un corpo solido e immateriale, tuo,
a portare un alito di vento dalla pineta o giú dal mare,
a sprofondare le luci, a sprofondarci.
                                                                     Fuori delle finestre
senti passare il violinista ambulante, il lampionaio zoppo,
e quei viandanti taciturni e lenti che tengono in mano
cofanetti di quercia legati con nastri rossi, e gli altri,
prosternati a terra, che battono il suolo con le mani.

Senti anche i cavalli nella stalla, e l’acqua che cade
mentre i pellegrini sollevano due vasi di coccio,
uno verso oriente, l’altro verso occidente, versando idromele
o sciroppo d’orzo mescolato con mentuccia
sopra la fossa con gli allori, mormorando
parole ambigue, suppliche ed esorcismi. E la voce di mia madre
che dice qualcosa sulla “spiga d’oro, mietuta nel silenzio”. Ma neppure la notte
dà riposo; – un corridoio senza fine, impenetrabile,
con statue enormi, con tende dipinte, maschere, specchi,
illusioni ottiche, oggetti di metallo, cristalli, porte, pietre,
ora nel buio, ora nella luce, – quella stessa scala,
un gradino d’oro e uno nero.
                                                    “Rompila”, gli dicevo.
E le tre donne sempre lí, voltate di spalle,
coi visi coperti, chine sul pozzo secco,
gridando parole incomprensibili; e gli echi che moltiplicano
le loro voci inspiegabili dal pozzo. Non ne posso piú qui.

Questa luce di resurrezione è la morte. Chiudi le tende.
Estate lunga, inesorabile, ostile. Il sole
ti afferra dai capelli, ti sospende sul precipizio. Chi dispone di me?
Lui? Il suo cane? Mia madre? Ciascuno
per un suo intento che mi riguarda e che io ignoro.

Giorni interminabili. Tarda a far notte. E la notte è come il giorno – non ti nasconde.
Il mare scintilla anche a mezzanotte, rosa o verde-oro.
Il sale scricchia rapprendendosi sugli scogli. Un barcaiolo
piscia in mare dalla sua barca. Si sente il rumore
tra gemiti muti; – sono gli ormeggi
fissati con ganci di metallo – un tiro alla fune
tra acqua e terra, – la stessa scala. Sopra la spiaggia
la strada prosegue tra due file di oleandri impolverati. Una pianta spinosa
vacilla in fondo al campo come un capitello pericolante.
Il ronzio di una zanzara si sposta nella stanza
inviando segnali fuorvianti, descrivendo losanghe fugaci,
spossando la tua attenzione con angoli acuti e ottusi. Il vento
ha un forte odore di resina e di sperma. Non riesci a respirare.

S’odono passi dopo mezzanotte, – forse sono i domestici;
gettano le ferraglie in fondo al giardino. A poco a poco
le soffocano le ortiche, – un piatto d’alluminio, un cucchiaio,
una statuetta rotta, un tavolo di zinco. Con l’arrivo dell’autunno
si scoprono di nuovo, – la ruota, un remo, il timone,
l’assale di quella vecchissima carrozza – oggetti del ricordo,
cose nostre, inservibili, tormentate, arrugginite
e nondimeno quasi sferiche, come le giare in cantina o come le stelle.

Allora si fa una grande quiete morbida, gentile, umida,
fin oltre il giardino, fino al limite del ricordo, come fosse arrivato l’autunno all’improvviso.
Da qualche parte, in fondo, s’odono colpi freschi, in falegnamerie lontane
come se inchiodassero lunghe assi piallate. La biancheria
stesa sulla corda in cortile tarda a asciugare.

È l’ora in cui le lepri scendono sulla strada. I loro occhi lampeggiano
ai fari delle ultime vetture. Una grande calma,
piatta, distesa, – non la puoi avvolgere;
un suo angolo si bagna nel fiume,
il secondo s’innalza verso sud, lontano, sul mare,
il terzo si perde sull’isola di fronte, nel bosco,
il quarto sulla luna con l’erba gialla.

È bello d’autunno. Respiro. Il sole perde
il suo dispotismo, la sua terribile alterigia. Tutto s’ammansisce;
tutto torna se stesso, tanto che dico:
che non sia la morte il nostro piú autentico “me stesso”? La stella della sera
sorge molto piú in alto, cristallina, diafana; scintilla
beneaugurante sopra il bosco nero, come una goccia
minuscola d’acqua limpidissima, sfavillando
molto vicina, come incollata al vetro della finestra, e al tempo stesso
infinitamente lontana, – un bagliore bianco, una lacrima
distillata, tutta limpidezza, indipendenza e gioiosa inutilità –
una silenziosa, profonda certezza della fine e del sempre.

È quella l’ora di tornare a lui, quasi redenta,
o piuttosto per redimermi alla sua ombra. Tira le tende. Guarda:
un’ape s’è posata immobile sul mio anello,
ronza di già – la senti? – una pietra preziosa sonora.

Chiudi le tende, dunque. Non resisto quassú.
Questa luce mi trafigge con migliaia di aghi,
m’acceca. Non la sopporto. Tirale, ti dico, quelle tende.

(La sua amica si alzò per tirare le tende. Ma lei si levò di scatto dal divano. Il fazzoletto bagnato cadde sul pavimento. Con due passi raggiunse la finestra. Afferrò il cordone. Si fermò lí, con la mano levata. Poi, di botto, spalancò le persiane. Restò cosí, nella luce abbagliante, come una statua che a poco a poco si rianima. Muove la mano. Fa cenno di fuori. Passa una barca carica di giovani bagnanti. Gridano. Salutano. Sulla litoranea, che esala vapori per il caldo, passa un grosso cane nero (che sia quello?) tenendo tra le fauci un cesto colmo di frutti variopinti. Guarda vagamente, come fosse cieco, verso la finestra. Un bel bagnante abbronzato, nel passargli accanto, gli dà un calcio nel ventre col piede nudo. La ragazza alla finestra scoppiò a ridere. Il cane proseguí per la sua strada. La giovane rientrò. Suonò il campanello. Un domestico, coi pantaloni a righe grigie e nere, molto attillati (forse quelli di suo zio), comparve sulla porta. “Si apparecchi la tavola”, gli disse. Quello se ne andò. Le due amiche aprirono la porta del balcone e le altre due finestre. La stanza s’inondò di luce. Profumano i fiori nei cesti. S’odono piú forti le grida dal mare, confuse con il rumore dei piatti e delle posate giú nella sala da pranzo. Il fazzoletto fradicio resta sul pavimento come un uccellino bianco, furbo, domestico quasi e sottomesso. A poco a poco s’asciuga svaporando.)

Ghiannis Ritsos

Atene, Eleusi, Diminiò, Samo, dicembre 1965-dicembre 1970

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Quarta dimensione” (Crisòtemi, Ismene, Fedra, Elena, Persefone)Crocetti Editore, 1993

Crisòtemi – Ghiannis Ritsos

Nicola Bertellotti, A heart so white, 2014

(Tranquillo, assolato pomeriggio di fine estate. Qualche rara nuvola. Una sorta di primo sbuffo dell’autunno. Una giovane giornalista, inviata per conto di un grande gruppo editoriale, si inerpica su per l’antica, mitica collina, oltrepassa i propilei sguarniti, sale i gradini di pietra e bussa al battente del palazzo signorile mezzo diroccato. Sente il calore del metallo sulla palma della mano. La vecchia Signora in persona scende ad aprirle. L’accompagna in un grande salone che odora di polvere, di rose appassite, di velluto muffito e seta. La giovane le si rivolge con grande deferenza. Le spiega lo scopo della sua visita – parla di un’intervista. Poi soggiunge qualcosa sulla sua “libertà pura, silenziosa e solitaria”. La Signora, visibilmente commossa, col volto pallido e rugoso soffuso di un rossore infantile, continua a rigirare con il pollice e il medio della mano destra uno strano anello che porta all’anulare sinistro. La ascolta con un’attenzione e una gentilezza da cui traspare appena un’espressione assente, un certo imbarazzo e una sorta di vaga predisposizione. Silenzio. Di quando in quando, i cristalli polverosi del lampadario mandano un bagliore. Fuori, in giardino, si ode la voce pacata del vecchio giardiniere – forse parla a un uccello, a un cane, o forse a un fiore. E subito dopo le cicale, in un impeto improvviso. Allora, la vecchia Signora, quasi  incoraggiata e protetta da quel frastuono confuso, comincia a parlare in tono misurato, che tradisce tuttavia l’inflessione di una lontana, inspiegabile felicità. Un uccello si posa sul davanzale della finestra. Fa un cenno di assenso. Vola via.)

Com’è che si sono ricordati di me? Nessuno si ricorda mai di me. Nessuno
si è mai accorto di me. Non che mi lamenti. È andata bene cosí,
anzi, forse anche meglio.
                                             Sapete, col passare del tempo
ogni cosa, per quanto amara o orrenda, ci sembra indispensabile,
perfino utile e bella. E questa rude montagna sopra di me,
era una compagnia – una protezione quasi – mi vestivo della sua ombra.

Dunque, da questa mia inapparenza mi compiacevo di vedere e ascoltare. Potevo
sognare liberamente. Era bello, davvero – come se vivessi
fuori della storia, in un mio spazio intatto, assoluto,
protetta, e allo stesso tempo presente.
                                                                      Osservavo per ore intere 
l’acqua racchiusa in un bicchiere con gli steli marci
di fiori dimenticati; – una sostanza vischiosa e vellutata
restava nel bicchiere, invadeva la camera e la casa –

E quella spossatezza, la dilazione – piena di cortesia –
non poter prendere i fiori e gettarli fuori dalla finestra, in giardino,
e lavare il bicchiere; – e perché poi? – La corona marcia
sarebbe segretamente rimasta nel bicchiere, nella casa, intorno alle nostre fronti –
qualcosa di profondo e terrificante, cui non mancava peraltro una certa grazia.

A quale scopo, allora, intervenire? Ho imparato presto
che non ci è dato scongiurare niente. Di sera
l’alito caldo dai muri delle case si riversa in strada;
l’ombra di un cavallo immenso svapora al chiar di luna. Se questa non è
una risposta a qualcosa, non c’è risposta allora.
Grandi feretri sono passati da questa porta – grandi come navi;
morti in uniformi ufficiali, con alti elmi, coperti di fiori e bandiere,
e altri nudi, vestiti solo di pallore e incertezza,
e una ragazzina sgozzata, con un velo bianchissimo, immenso; il vento
sollevò in alto il velo, l’annodò a una nube primaverile
e quello restò lí, a ondeggiare solitario, rischiarando di tanto in tanto
con riflessi azzurri il cortile e la scala. Potevano anche essere
i riflessi degli aquiloni che facevano volare nel campo vicino
i suoi coetanei, perché ogni tanto cambiavano i colori; – li vedevo
sulle cosce e sui seni di una statua in giardino. Ma di nuovo
erano solo le ondulazioni blu di quel velo bianco.

Se ne sono andati. Non è rimasto niente. Hanno sperperato tutto per il loro nome,
non già per se stessi – (perché noialtri invece?). E senza rimpianti.
D’altronde era tardi ogni volta per rimpiangere. Non serviva.

Al ritorno dal cimitero, guardavamo tutti per terra.
Si faceva un lungo silenzio, tanto da poter credere
che da un momento all’altro avremmo finalmente pensato qualcosa.
                                                                                                                E all’improvviso
si udiva forte il galoppo di migliaia di zoccoli nella pianura e per le strade –
i cavalieri spuntavano da dietro i pioppi; sbarravano i passaggi;
bandiere a mezz’asta e altre spiegate in mezzo alla fucileria.

Non sapevi chi arrivava e chi partiva – che cosa succedeva. Chi correva,
chi si nascondeva, chi scriveva qualcosa sul ginocchio, chi si suicidava,
chi veniva fucilato all’alba davanti al muro nudo del mattonificio,
chi collaborava, i due bottoni del gilè ancora sbottonati.

Vacche abbandonate passeggiavano al mercato con circospezione,
guardavano gli orologi, gli specchi, le vetrine dei negozi
come se dovessero comprarsi una pelliccia nuova. Una vecchia bilancia
giaceva rovesciata nel grande magazzino. La raddrizzarono alla svelta
e ripresero a pesare sacchi, barili, casse,
ceste, bidoni, damigiane. Alcuni pesavano i bambini.
Uno portò a pesare un uccello. L’uccello spiccò il volo; uscí dalla porta.
Quello gridò: “Non ha peso, non ho peso, non abbiamo peso;
ci perdiamo; ci siamo persi; abbiamo perso il nostro peso; voliamo” –
e spalancava le braccia come se dovesse volare.
La sua risata si udiva ancora dopo mezzanotte, vicino al fiume.

Poi piú niente. Né anatemi né acclamazioni. Unica forma di libertà
restò il silenzio. Negli orti abbandonati
allignavano le ortiche, gli asfodeli e certi strani cardi
dai fiori dorati mai visti, come stelle della desolazione. I pozzi inariditi –
se vi gettavi un sasso urtava contro un sasso, e l’eco si ripeteva
in una profondità infinita fino all’estremità opposta; e se ti affacciavi per specchiarti,
un occhio solo, oscuro, senza ciglia, ti fissava negli occhi,
rendendo concavo tutto il tuo viso come una buca poco fonda.

Piú tardi cominciarono i grandi freddi. Branchi di lupi calavano
nei paesi e nella città. Tutti si barricavano in casa. Era già nevicato.
Un bianco indescrivibile aveva ricoperto i tetti, gli alberi, la memoria,
come per pietà, per assoluzione – come quel velo che vi dicevo –
e dietro si distingueva tutto il nero, indiviso, anodino, calmo.

Ai primi albori trovavano per le strade pecore morte, asini, cani,
certi cavalli rinsecchiti e afflitti. Le api avevano abbandonato gli alveari.
Il mais, l’orzo, il grano rincaravano. Tuttavia,
un mattino, aprendo le imposte, vidi intorno al muricciolo del giardino
un mucchio di girandole di carta infantili. Può anche darsi fosse
quello che voleva pesare l’uccello. Per strada si udí di nuovo
il grido di un ragazzo che vendeva ciambelle; – la sua voce e il profumo
di pane caldo e sesamo ridavano forma agli alberi, alle porte,
alle mani e ai volti. La luna trasparente del mattino
si ritirava con passi colpevoli, rosati,
di fianco a una scala di servizio a chiocciola di ferro arrugginito.
Allora chiamai la mia sorella maggiore. “Guarda, guarda”, le dissi.
Contavo le girandole: “due, tre, sette, sedici, diciannove”. Lei
si voltò da quella parte; non vide niente; mi lanciò un’occhiata
e se ne andò furente. Io ci restai male, come se fossi in colpa.
Mi sporsi di nuovo dalla finestra. In effetti, niente. Le girandole sparite.

Un giorno di quel tempo antico, giú in giardino – ricordo –
la musica delle cicale, piú o meno come stasera, scendeva dai pini
nella luce chiassosa, interrotta a tratti
da un alito di vento. Allora le foglie degli eucalipti
sfioravano il silenzio per un istante. E le ombre per terra
diventavano azzurre e d’oro, oblunghe, oscure. Ben presto
si spegneva di nuovo ogni cosa. Ma quell’esiguo silenzio
restava come una macchia viola nell’aria colma di luce. Ricordo
le poltrone di paglia del giardino, calde per il sole, rimanere
circostanziate, positive, affidabili, sulle quattro gambe. Questo solo.

E quella macchia, come dal vetro di una finestra lontana,
si spostava dalle poltrone intrecciate al tavolo, e si fermava lí
vicino ai cucchiaini d’argento. I bicchieri della colazione sotto gli alberi
diventavano allora azzurri con puntini  verdi. Un giorno
si versò l’acqua sul vestito di mia sorella –
una chiazza turchina vi si disegnò sopra. “Dammelo che te lo lavo”, gridai.
“Non è niente,” disse; “l’acqua non macchia”. “Dammelo, dammelo”,
gridai di nuovo. Tutti mi guardavano. Tacqui. E la chiazza s’ingrandiva,
copriva tutto il vestito, le sue mani, le gambe, il viso –
mia sorella era diventata azzurra; solo la punta di un suo sandalo
rimase bianca. Nessuno nota l’evidenza. Il resto –
oh, quale resto ? – spostamenti, occupazioni, gesti
nell’immutabile e nell’inamovibile, come dicono. Non vedono niente.
È meglio forse? È peggio? – Chi lo sa? – Non vedono.

Mi sono ritirata quassú. C’è calma. Non arriva nemmeno l’eco
di nascite, matrimoni, morti. Sono stanca. Sempre le stesse cose –
gli uni salgono, gli altri scendono – primi, secondi e terzi tutti uguali,
(e anche i migliori, una volta al potere – lo sapete). Un muro
con ganci arrugginiti fino in cima, nella notte. Mai una volta
sono riuscita ad afferrare un gancio per salire; – non ci ho provato, ovviamente;
mi perdevo a guardare una stella diluita nell’acqua come una goccia di limone
nel tè – imbiondiva un po’ l’oscurità. Avevamo tutti paura. Ma loro forse piú di tutti.

Intanto questa faticosa ripetizione, alla lunga, finisce per trasformarsi
in qualcosa di bello, di salutare quasi; – ti dà l’impressione, come dire,
dell’effimero e dell’inesauribile allo stesso tempo – una serena continuità,
qualcosa di sconosciuto e familiare, che ti risolleva; – un’idea di terrificante eternità  –
ma pur sempre d’eternità.
                                                  Un sorriso tranquillo è appeso dentro di noi,
come appendiamo in una stanza spoglia un quadro – un’antica battaglia navale
in toni verde scuro, di notte, con macchie rosse e d’oro; in un angolo
davanti, sul litorale sabbioso, si vede un vecchio marinaio zoppo; ha acceso
un fuocherello e ha sistemato la sua pentola su due pietre –
cosí solo, reduce, come fuori del mondo,
poggiando l’universo sopra due pietre affumicate.
Senti un profumo di zuppa di pesce in questo quadro,
un profumo di umiltà, di libertà muta – l’unica.
Ti viene l’acquolina in bocca; – senti di nuovo di aver fame – e ti piace.

Quanto al resto – non abbiamo mai saputo di che cosa o di chi sia colpa. Da prima hanno tirato a sorte.
Non mi piacevano i giochi d’azzardo, le lotterie. Non ho mai giocato. Un giorno mia madre
comprò un biglietto a mio nome. Quella volta vinsi
un grande vaso cinese; – si trova ancora
nella stanza che fa da ripostiglio. “Strano”,
disse mia madre, “che abbia fortuna questa figlia. Strano”, ripeté.

“Strano; strano”. E io sorridevo. Col passare degli anni,
tutti se ne dimenticarono. Io me lo ricordavo. “Ho fortuna, ho fortuna”,
continuavo a ripetere scendendo la scala interna, di sera,
o mentre mi coricavo a luce spenta, osservando, incollato al vetro,
il sopracciglio rosa della luna nuova; – “ho fortuna, ho fortuna”. E allora,
un esile risolino di bambina si versava, come acqua dal collo stretto di una brocca,
dall’alto di una finestra illuminata, sulla notte del giardino estivo.

Oh, sí, sono sempre stata fortunata; – strano. Io stessa
non ci volevo credere. Me ne sorprendo ancora adesso; –
di qui la mia timidezza e la mia riconoscenza quando capitava qualcuno,
il precettore, l’insegnante di musica o il giardiniere, ad augurarmi
“buonasera” o “buonanotte”. Giravo lo sguardo con circospezione
per vedere se non salutassero qualcun altro. Un sorriso immenso
mi riempiva il viso, mi straripava dalle orecchie; – era sconveniente – lo so –
tentavo di trattenermi; facevo l’impossibile; niente; –
solo aggrottando le sopracciglia si può trattenere
un sorriso (e forse ha ragione chi sostiene
che le persone accigliate sono le piú affabili, le piú dolci e modeste
e le piú forti allo stesso tempo, molto forti – forse hanno ragione); io non ce la facevo.

Di pomeriggio tardi, inverno e estate, in giardino, o qui alla finestra, sotto
l’influsso della stella della sera, sollevavo la mano sinistra
a sfiorarmi le labbra, lentamente, con cura, distrattamente, torno torno,
come per aiutare a formarsi una parola sconosciuta o come se dovessi
inviare a qualcuno un bacio procrastinato.
                                                                               In quegli anni,
spesso, passeggiando da sola in giardino, capitava
che mi si avvicinasse alle spalle senza far rumore la luna, e d’improvviso
mi tappasse con le mani gli occhi domandando: “Chi sono?”.
“Non so, non so”, rispondevo perché lo chiedesse ancora.

Ma lei non ripeteva la domanda. Disserrava le dita. Mi voltavo.
Faccia a faccia, noi due. La sua guancia fresca
contro la mia guancia; e il suo sorriso pieno – glielo strappavo e via di corsa;
lei mi rincorreva intorno alla fontana.
                                                                        Una notte
mi sorprese sul fatto mia madre: “Con chi stai parlando?”.
“Rincorrevo il gatto per impedirgli di mangiare i pesci rossi”, risposi. “Stupida”,
disse mia madre; “non crescerai mai”. Proprio in quel momento,
il gatto mi si strusciò davvero sui piedi. Un grande pesce rosso
si lanciò fuori dalla fontana. Il gatto lo afferrò
e si nascose tra le rose. Gridai. Lo rincorsi –
(temevo che mi mangiasse una mano della luna); mia madre mi credette.

Avviene sempre cosí. Non sappiamo piú come comportarci,
come parlare, a chi, e che cosa dire. Rimaniamo soli
con invisibili travagli, in guerre invisibili, senza vittoria né sconfitta,
con una moltitudine di invisibili nemici o, forse, di ostilità. E nel contempo
con una folla di alleati – invisibili anch’essi – come la luna
del vecchio giardino, come il pesce rosso o perfino il gatto.

Un’altra notte (nella sala faceva un caldo insopportabile – era estate;
finestre aperte; tende tirate), mia madre
sembrava in collera, cosí mio padre e la sorella maggiore;
parlavano a voce alta – la loro bocca piena di tenebre si ingrandiva; a tratti
le lampade rischiaravano le loro lingue come se si sforzassero 
di inghiottire un sorso di luce; non ci riuscivano; gli andava di traverso;
si soffocavano a vicenda. Li guardavo. Non distinguevo una parola.

In quel momento entrò un pipistrello  dalla finestra
portando con sé un po’ di stelle, un brandello di notte vellutata,
due foglie di gelso (sí, di gelso), il tenue belato
di un agnello vicino al fiume, nell’ora in cui la stella dei pastori
trema nell’acqua cosí commossa e solitaria
che i passeri sospirano nel sonno girandosi
sull’altro fianco, e le pecore promettono al loro dio
di diventare ancor piú buone. All’improvviso i grandi tacquero.

Forse avevano udito quel belato. Forse avevano avuto paura
del lontano, del bello, dell’ignoto. Comunque lo udirono. Allora mia madre
afferrò un tovagliolo dal tavolo per cacciare il pipistrello;
per poco non si spegnevano le lampade.
                                                                          Ah, come l’amai
mia madre in quella posa – per quanto ancora
altera, aggressiva, solenne – col tovagliolo bianco sventolante
in mano – come un uccello con un’ala sola, che non riusciva a volare. Nei grandi occhi
le brillava il desiderio segreto di fuggire nella notte, nella notte totale.

Allora presi anche io un tovagliolo e glielo misi come una seconda ala nell’altra mano.
Lei sorrise con aria complice; poi subito:
“Ma sei impazzita?”, disse infuriata. Il pipistrello se n’era andato;
e insieme se n’era andato anche il fiume; – feci in tempo a vederne
la lucente falcata mentre scavalcava il davanzale. La disputa
ricominciò piú accesa. Non mi importava. Ero tranquilla. Mi facevano solo pena.
Avevo anch’io i miei alleati segreti – ve l’ho detto –
perfino una seconda ala agli occhi di mia madre.

Quel “non crescerai mai” aveva smesso da tempo di amareggiarmi  –
anzi, lo avvertivo come una sorta di privilegio – la mia seconda vista, la mia gioia segreta. All’alba
uscivo sola nella frescura fiduciosa del giardino. Passavo
ore intere a guardare gli uccelli.
Qualche passero, spesso, 

si posava per terra e camminava in modo scherzoso, scimmiottando con precisione
le ragazze al loro primo appuntamento; – non lo dissi alle ragazze
perché non si arrabbiassero con tutti gli uccelli; benché morissi dalla voglia
di annunciare la mia scoperta, o la mia rivelazione potrei dire – perché no? –
cosí credevo allora (e forse ancora adesso); – cose insignificanti come questa
formano a volte il nostro viso e il mondo – non è cosí?

Questo può darsi lo sappiano gli uccelli, ed è forse per ciò che anche loro
non vogliono crescere troppo – forse per prudenza, o forse per paura;
cambiano colore, si nascondono tra le foglie. (“L’inapparenza”, diceva
il mio vecchio precettore, “è la maschera della profondità”). Il loro canto, però,
ah, non ce la fanno a nasconderlo fino in fondo; e allora
tutte le frecce e le fionde sono rivolte contro la loro voce – si tradiscono da soli.

Da bambina non mi hanno mai regalato una bambola per la mia festa.
Raccoglievo le bambole rotte della mia sorella maggiore. Rincollavo loro
le braccia, le gambe, i capelli, gli occhi. Confezionavo vestiti nuovi;
le pettinavo; – diventavano belle – piú belle di prima. Mia sorella le invidiava;
me le riprendeva. Soffrivo, ma non gliene volevo. Piú che altro
mi spiaceva per mia sorella; – non le bastava mai niente.
                                                                                                          Un giorno
andò perso un occhio della bambola piú bella – un grande occhio  blu.
Avete mai visto una bambola con un occhio solo? Un foro; una voragine
dal cui fondo  ci guarda qualcosa di indefinito, di distante, di familiare; –
proprio con questo foro mi guardava, mi si confidava la bambola;
era il suo vero occhio. Diventammo amiche.
                                                                                 A distanza di anni,
dopo il lungo viaggio di mio padre, ritrovai quell’occhio
in una scatola nera di velluto. Non dissi niente a mia sorella.
Lo feci incastonare in un mio anello; – nessuno se ne accorse;
e tutti ammiravano una pietra preziosa tanto rara.

Per questo vi dicevo – oh, sí, è stato tutto bello; – che senso
potevano avere tristezza e gioia nel nulla piú compatto? – Che importanza
in questo paesaggio felicemente indifferente – non indifferente –
una morte infinita, ben disposta; – e dico “ben disposta”
forse trasfondendole il mio umore momentaneo
in questo crepuscolo fiammeggiante – che colori, Dio mio –
o mettendomi al suo posto (il mio posto comodo, effettivo),
come se fosse il nostro specchio segreto che ci mostra il nostro volto
irrefutabile e intero, puro, infallibile, bello,
quasi immortale – ma perché quasi? – Realmente immortale.

In una grande stanza disabitata era appeso da anni
un vecchio specchio dalla cornice d’oro. In quella stanza
non entrava nessuno. Là dentro gettavano alla rinfusa
tutto il vecchiume inutile – lampade, poltrone, candelieri, tavolini,
ritratti di antenati e altri di generali deposti, di poeti,  filosofi,
vasi di cristallo dalle forme strane, treppiedi, bracieri di bronzo,
grandi maschere di gesso o di metallo, e altre piccole di velluto nero,
teste imbalsamate di cervi e fiere, uccelli
multicolori impagliati, azzurri e d’oro, dai becchi adunchi – di cui ignoravo il nome –
attaccapanni, armature, consolle e tende pesanti,
di solito color porpora o verde scuro. Quello era il mio rifugio.

C’era un odore di stoffa tarlata, di polvere e frescura. Dunque, lo specchio,
appeso in alto sul muro, concentrava tutta quanta la luce – era l’occhio
della stanza cieca piena d’anfratti.
                                                                Quell’occhio
regnava calmo e intramontabile sull’inservibilità e la desolazione,
anzi le immortalava; – memoria sacra nell’oblío profondo. Una sera,
salii su un baule e mi guardai allo specchio; non vidi niente –
niente, soltanto luce – una luce oscura, come fossi io stessa
tutta quanta di luce – e lo ero veramente. Compresi, allora,
(o forse ricordai) ch’ero sempre stata luce. Un ragno
passeggiava sul chiarore dello specchio e sul mio viso. Non mi spaventai affatto.

Quel ragno non ero io. Un corpo estraneo, esilissimo scivolava
sul cristallo, con innumerevoli zampe spigolose – le vedevo ingrandite,
con le punte lente, in movimenti lenti, in un tempo lento, quasi immobile. A poco a poco
distinsi anche il mio viso materiale, rosato e viola, ombrato;
gli occhi di un verde marino, estatico, e intorno a me sempre
quella luce indefinita – aureolata nell’abbandono, nella mia solitudine,
nella mia inapparenza. Non riuscii a sopportare
quella felicità segreta: essere luminosa, con una sottile maschera di realtà
rosa e viola. Saltai giú dal baule,
afferrai una vecchissima chiave abbandonata su un lavabo di marmo,
la strinsi e la baciai. In quel momento,  fuori del portale, risuonò il corno
dei cacciatori, stranamente malinconico e stanco – irrevocabile.

La notte cadeva lentamente, e lo specchio risplendeva sempre sul muro.
Il ragno se n’era andato. Io mi sentivo ancora illuminata da dentro,
solitaria, identificata con lo specchio, innamorata,
stringendo nelle mani la chiave della cantina.
                                                                                    Per questo
vi dicevo che prendo il suo posto (il posto che piú mi si addice),
il posto della mia morte – cioè della morte.
                                                                                Adesso lo sapete
che ero una privilegiata. Sí. Di qui la mia vergogna, i miei rimorsi,
e mi vergogno ancor piú adesso a confessarlo. Ma quali privilegi?
Ho conosciuto la bella, tranquilla, quasi allegra vanità;
mi ci sono distesa dentro o sopra, come d’estate su un pagliaio, osservando
il cielo vespertino, le foreste, i monti azzurri, aspirando avidamente
il fresco tiepido, il timo, il fieno, il fiume lontano,
la fragranza del grano mietuto – nient’affatto nel senso
del pane, dell’acqua, dell’utilità – solo nel senso
di una messe universale, mitigante, mentre da un colle all’altro,
da una vigna all’altra, i cani dei contadini e dei pastori abbaiavano
a una luna piena tutta bianca, madonna con le braccia incrociate senza il bimbo.

Era un gusto – non so – di un azzurro profondo diluito –
un gusto di esistente inesistenza, rimarcato a volte
da un uccello che si agita nel sonno; – un silenzio tumultuoso –
e io ero il silenzio intero e una sua parte. Mordevo un ramoscello di mirto
per non gridare. Perché me lo sentivo: la mia bocca si ingrandiva
in un grido di ammirazione, e i miei denti
si allargavano anch’essi, si separavano per lasciar uscire
quel grido. Lo trattenni. Mi si sciolse dentro.
Questo era il silenzio. E io ero d’aria – potevo spiccare il volo.

Ricordo al funerale di mia madre – una farfalla nera vellutata
con macchioline arancioni, passò aerea, si librò sopra il feretro; – ah,
quella misteriosa leggerezza – sollevò tutto quanto il nostro peso,
si alleggerirono le cose, ci alleggerimmo noi. Soltanto allora
poté librarsi anche il feretro; – ed era pesante, carico
di fiori e di perle; tirato da sei decine di cavalli
passava lento nella canicola. Uomini e cavalli sudavano. All’improvviso capii
che tutti gli ornamenti pesano – perfino i fiori. La farfalla,
nera, vi dico, con macchioline arancioni, si caricò in spalla il feretro e scomparve.

Tutto si era spento nella luce. Soltanto una nube bianca
era sospesa sulla collina, calma, guardava altrove – vidi anche quella. (Strano che uno veda
con tanta precisione – e con tanto diletto, in momenti come quelli). Tornando a casa,
sentimmo odor di sedano, carote e patate lesse.
Pranzammo incolleriti, con gesti lenti e ostinati.

Dopo pranzo nostro fratello se ne andò – inseguito, dissero,
dalle Erinni. Niente di tutto ciò. Si allontanò tranquillo,
soltanto un po’ piú pensoso e curvo. Improvvisamente le stanze
si allargarono all’infinito. Non c’era piú un angolo dove nasconderci. E fuori
il giorno assolato continuava, indescrivibile. Le cicale gridavano;
entravano in casa; qualcuna si posò immobile
sulla tendina merlettata, come una grossa nota lanuginosa, scompagnata –
“qui, qui, qui”, gridava con insistenza. “Qui”. – “Qui” cosa? –
feci per domandare. Mi trattenni. Non fiatai.

Quel giorno le domestiche parlavano a voce alta, sbattevano le porte,
sbattevano i piedi sul pavimento, sulle scale (loro, cosí silenziose poco prima),
sbattevano le posate in cucina, ruppero anche alcuni bicchieri.

Un bel vestito giallo, che mia madre indossava appena ieri,
era ancora lí, gettato su una poltrona – su di esso si concentrava
tutta la luce e il silenzio. E il suo spazzolino da denti, appena entrai nel bagno,
s’ingrandiva, s’ingrandiva, riempiva tutto lo specchio. Passando dalla porta,
mi graffiò il ginocchio. Ebbi paura che mi afferrasse per il vestito
e mi tenesse chiusa in bagno, a guardare nell’angolo il retino del fratello
con cui da piccolo cacciava le farfalle.
                                                                       Allora
mi avvicinai allo specchio e provai, per la prima volta, a tingermi le labbra,
con quel rossetto segreto e sacro di mia madre. Sulle  labbra
mi si stese un bel tramonto pieno di rimorsi – un triste bagliore rosso.

Soltanto allora riuscii a piangere – felice di poterlo fare.
E lo spazzolino da denti ridivenne piccolo – piú piccolo di prima. E piansi
per mia madre, per il suo amante, per suo marito,
per la ragazzina sgozzata, per l’altra mia sorella (come si erano
svuotati tutt’a un tratto i suoi occhi) – avresti detto che non aveva piú
una ragione di vita. Ma soprattutto
piangevo per la fuga tranquilla di mio fratello; – passando vicino alla siepe,
spezzò un rametto di agnocastro, se lo infilò nella cintura, poi
si annusò le dita lentamente.
                                                      In quella posa, mentre se ne andava,
era come se si reggesse il mento per rimanere immobile
col gomito appoggiato a un tavolo invisibile. E veramente
rimase immobile, credo. Camminava seduto – forse
perché, come dicono, in certi istanti ogni spostamento
ci inchioda allo stesso posto – non ne esiste un altro.

Quel giorno piansi per tutta la mia vita, per i cavalli dal portamento fiero,
per i cani scacciati, per gli uccelli, per le formiche,
per l’asino del vecchio Stamatis, che pascolava placido in campagna
su un prato giallo tutto secco – lo vedevo dalla finestra; –
“asinello, asinello mio”, gridavo dentro di me – e dicendo “asinello mio”
mi riferivo al mondo.
                                       Allora scoppiai a piangere piú forte,
forse perché mi sentisse mia sorella, l’illacrimata. Le domestiche ritiravano da fuori
i grandi tappeti, riscaldati; – il loro tepore rosso
lo avvertii, sano e intenso, in tutto il corpo. Gli occhi mi si asciugarono. Il mondo
era caldo, lanuginoso, scarlatto – inclusi i morti.

Di notte, a mezzanotte passata, si udí sulla strada,
proprio sotto le mia finestre, il passo di un viandante; –
forse nessuno camminò mai cosí sotto la luna,
e forse nessuno udí mai, come me, un tale passo.
Era il primo uomo che veniva al mondo.
Era l’ultimo ad andarsene dal mondo. E mai nessuno
era venuto o andato.
                                       Come vi ho detto,
il mondo era caldo, lanuginoso, scarlatto – senza alcuno squarcio.
Solo la luna rinfrescava la lanugine di una coperta rimasta sul balcone.

All’alba uscii in giardino di nascosto; sedetti sulla panchina piú appartata
con un libro in mano, senza leggere. Uno strano insetto
cadde sopra la pagina. Lo scostai un poco. Allora quello
si rovesciò sul dorso, agitando in aria innumerevoli sottilissime zampe –
un universo intero con migliaia di movimenti. Proprio allora
mi chiamò dalla porta mia sorella.
                                                                Nella voce che ci chiama
(l’avrete notato) c’è sempre
un insetto rovesciato che all’improvviso
si rigira dalla parte giusta e scompare.
                                                                        Si lascia dietro
un dubbio per noi: – quale sarà stato il suo posto giusto (e il nostro),
questo, o l’altro tra le foglie del sonno, il cadere dall’alto o il volar via?

Dopo si levò un forte vento, che spazzava fino in fondo
spini, giornali, lampioncini di carta, allori, ponti;
le porte si inclinavano, restavano oblique. Quello che fino a ieri era stato il maggiordomo,
con il coltello ancora nella pancia, saliva la scala interna.
Strisce di sangue solcavano le mattonelle del corridoio.
Davanti al balcone la folla urlava con strane bandiere nere.
L’enorme statua equestre si schiantò al suolo all’improvviso. Allora
la gente si disperse terrorizzata e lo spazio rimase vuoto.

Il giorno dopo (davvero un altro giorno), scorsi la piazza deserta
calcinata dal silenzio. Erano rimaste solo cinque uova
ai piedi del vecchio lampione. Una donna uscí dalla stalla
con fare circospetto. Prese le uova, che subito
si tinsero di rosso. Un’altra donna, spiando dalla finestra dirimpetto:
“Le tue galline”, disse, “hanno cominciato a deporre uova rosse?”. E lei:
“Si sono arrossate per l’aurora”, rispose, e se le infilò nelle tasche del grembiule.

Sulla strada comparve un bel soldato. Passò vicino a loro.
Le due donne scoppiarono in una risatina gemella. Dalle colline
il giorno si versò  come latte – profumando veramente di latte.
Una delle due donne entrò nella stalla. L’altra richiuse i vetri. Il soldato
era svanito nel biancore. Fluttuavano soltanto in aria,
oscillando dolcemente, quelle cinque uova rosse, come fossero vuote.

Questo lo ricordo bene. Quanto al resto, alle cose dei grandi, non ci ho mai
 capito niente. Levavano le braccia
in alto, in alto, come per sostenere una trave
che sarebbe senz’altro caduta. Naturalmente, ritenevano
maestosa questa loro posizione. Aprivano la bocca
rapace, retorica o lamentosa – un foro pieno di tenebre
in fondo a cui si riluceva appena una scala di ferro antichissima, senza appoggio.

Sono partiti tutti. E ora siedo qui a guardare, a scordare, a rievocare.
È andato tutto bene. Non mi serve niente – frugalità che sazia.
Poso le mani sulle ginocchia; tocco il vuoto; mi reggo
al vuoto. Rimango ancora in piedi su uno stupendo balcone pericolante,
aggrappata alla ringhiera – quasi sospesa in aria. Su queste sbarre
di metallo levigate, avverto i cambiamenti del tempo, il freddo, il caldo,
l’umidità, le stelle – mutamenti apparenti. Di quando in quando un passero
sta lí e mi guarda; – ci conosciamo; non abbiamo nulla da dirci.

Ricordo un pomeriggio – mia madre era uscita da poco per una visita;
entrai nella sua stanza; m’infilai le sue scarpe – ancora calde dei suoi piedi –
ah, quel calore estraneo; – crebbi tutt’a un tratto come se avessi conosciuto
un peccato inspiegabile.  Per tutta la settimana non osai
guardare negli occhi mia madre. Mi nascondevo tra i cespugli del giardino
aspettando un castigo o una ricompensa – non so bene.

Oh, sí, anch’io aspettavo. Ero sempre la prima a correre
quando bussavano alla porta – anche se non era per me. Il postino
si distingueva giú nella piana con la sua borsa di pelle, come se avesse
un quadrato di luce sulla coscia.
                                                           Aspettavo
che arrivasse una lettera per me. In mezzo a tante
scartoffie ufficiali, rapporti, petizioni, una busta rosa
con su scritto il mio nome. – “Crisòtemi, Crisòtemi”,
avrebbero chiamato tutti sorpresi. “Crisòtemi, una lettera per te, ”. Io
avrei preso la lettera indifferente, mi sarei chiusa in quella stanza
come si chiude qualcuno insieme a Dio – noi due soltanto,
lasciando fuori tutto il mondo, perché il mondo intero
saremmo stati io e Dio, e la nostra immagine identica nel vecchio specchio.

Le altre ragazze stavano tutto il giorno sotto i grandi pini
come inselvatichite dai loro desideri e dalla loro bellezza,
dispensando ritmi, mossette, risa, con i capelli scompigliati,
cosparsi di quegli aghi di pino doppi e secchi,
con stupidi orecchini di ciliegie (le macchie luminose che correvano sui muri
e sullo specchio della vecchia stanza forse erano riflesse
dalla rotondità delle loro ginocchia), quando io, dimenticata e sola,
fiera di una fierezza celestiale, leggevo e rileggevo
la lettera che avevo scritto a me stessa. (Del resto, non avviene sempre cosí?)

Come sono difficili le parole – non vi pare? – La nostra parola giusta
si indirizza solo a noi stessi, o quantomeno
solo noi stessi la udiamo in modo giusto. Tutto il resto,
pretesti grandi o piccoli, mercanteggiamenti, mascherate.

Quando faceva buio, scendevo la scala interna della casa come se mi calassi in un pozzo,
con intorno al capo quella luce indefinita dello specchio –
era quella luce che mi scendeva fino ai piedi, illuminandomi il cammino;
rischiarando anche i vasi dei fiori di fianco alla scala. Nella sala da pranzo
avevano già acceso le lampade (per fortuna) – la mia luce non si vedeva affatto –
e poi c’erano le conversazioni, i bagliori dei coltelli, e la fame – come distinguere?

La notte si stendeva densa di foglie sulla casa, tutta scintillante
di gocce di rugiada e di stelle. Nel fondo si perdeva un cavallo
azzurro screziato d’argento. Gli specchi chiudevano. Nel mio letto
sognavo i pastori addormentati, con la guancia
appoggiata sul flauto. Al risveglio
avranno avuto un incavo rosa sulla guancia, come la cicatrice di una ferita
d’un combattimento lontano e segreto. I pastori
mi sono sempre parsi belli, perché sono solitari; – e i solitari sognano,
e li sogniamo anche noi, lassú in alto, sui monti, tra le macchie,
liberi da testimoni, non visti – soli coi soli.

Soltanto l’amore, come dicono, e la bellezza, resistono un poco al tempo –
benché io non conosca il significato dell’uno né dell’altra – qualcosa
come un tocco leggero sulla nuca.
                                                              Nei meriggi d’estate
guardavo dalla finestra la vicina altura. Là in cima
si adunavano i cacciatori sotto gli alberi; mangiavano grossi cocomeri;
i loro denti sfavillavano mordendo la polpa rossa –
sfavillavano tanto che stringevo la gonna tra le ginocchia
con ostinazione.  Piú tardi restavano per terra
a seccare nella calura i semi neri
come briciole di una bella notte – ceneri sparse
d’incendi segreti, minuscole tracce nere
di un rimorso tenero e calmo prima del peccato.

A volte un sorriso inspiegabile fluttua nell’aria. Una sera, in giardino,
china sul mio ricamo, consideravo la vanità delle cose,
l’inutilità del mio stesso ricamo – senza peraltro smettere di farlo –
quando un bagliore improvviso mi riempí le mani e gli occhi; – due grandi piedi
scalzi, giovanili, dalle unghie perfette, mi erano passati
davanti. Il nostro giovane giardiniere
spazzava le foglie morte d’eucalipto. Non alzai gli occhi –
l’immagine di quei piedi nudi e della scopa mi bastava.

Ogni giorno ci lascia qualcosa per la notte; – è difficile a volte il sonno
se non hai qualcosa di bello da opporre alle tenebre in agguato. Ora
non mi restano a disposizione che le statue – intatte anch’esse, nude, senza allori,
o quei trombettieri lontani ritti sulle mura, inscritti
nel cielo porpora e d’oro della sera – e non è poco.

Perciò il mio ringraziamento e la mia preghiera prima del sonno,
e il sonno buono, e il bel risveglio, e la buona morte –
che sia benvenuta; – non mi lamento – la conosco;
ormai siamo amiche; è ad essa che devo quasi tutto:
il senso della vita – voglio dire, l’assenza d’ogni senso. Lo impariamo troppo tardi –
il tocco di un’ala dolce – di un’ala intrisa di altitudine –
cosí almeno diciamo – giustificazioni, conversioni, tristi furberie.

Volete che accenda la luce? Comincia un po’ a imbrunire.
Noi in casa abbiamo mantenuto le vecchie lampade a petrolio; –
 siamo abituati, vedete, affezionati;  per quanto
non mi spiacciano le innovazioni – mi permettono di cogliere,
attraverso i mutamenti, ciò che chiamiamo immutabile. Mi divertono molto
i progressi nei cappelli, negli abiti, negli ombrelli, nelle automobili,
nei violoncelli, nella cucina, nelle prigioni, negli aeroplani – ah, Dio mio,
l’immutabile, bello, inesorabile –  non ci convinciamo mai.

Le lampade a olio, i candelieri, le lucerne sono stati sostituiti
dalle lampadine elettriche – comodità, inconvenienti. Di notte
guardo lontano in città le grandi insegne multicolori;
a volte spengo la lampada – lascio che la mia stanza si rischiari
di quell’illuminazione lontana – a volte azzurra, gialla, viola,
a volte rosa o albicocca – una stanza estranea, con luci estranee –
io stessa estranea con la cognizione del lontano e dell’irraggiungibile, con quella profondissima
cognizione di un docile esilio generale, come un’amicizia segreta
con tutti e tutto – giacché ormai piú niente ci tocca
né di conseguenza ci offende – una fantasmagoria divina.

E la mia stanza – una nave viola e d’oro – che viaggia nella notte,
e io da sola sulla nave – senza nemmeno un’ombra di tristezza –
senza remi né timone; – ben sapendo quanto siano inutili (anzi dannosi)
remi, timoni e bussole.
                                          Ricordo
quella notte cruciale – alla vigilia dell’omicidio: mio fratello
si soffermò un istante fuori, sul pianerottolo della scala di marmo,
guardò silenzioso il cielo, la testa graziosamente sollevata:
“I nostri unici remi”, disse, “forse sono le stelle; ma anch’essi
non siamo noi a tenerli – e come si potrebbe?”. Io lo compresi al volo.
La mia sorella maggiore non capí. Gli consegnò la spada nascosta sotto il grembiule.

Dunque, non abbiamo portato la luce elettrica in casa. Abbiamo mantenuto le lampade –
sono piú simpatiche; – il vetro affumicato, l’odore del petrolio –
un certo calore; e le grandi ombre sul soffitto, sulle pareti. Ogni tanto
vi appendiamo una vecchia forcina per capelli di nostra madre
perché non si incrini il vetro. E allora quella forcina mi sembra
un minuscolo cavaliere dalla corazza d’acciaio
sul suo cavallo di vetro, in una notte di tempesta.
                                                                                          Cosí, sempre,
tutto in mia madre mi dava l’impressione dell’armatura; – davvero, quale armatura?
Ci ha lasciati anche lei con una scure nel fianco come una seconda ala.

Poi arrivarono i grossi topi, la ruggine, le tarme, i tarli –
col tempo si imbaldanzirono, rodevano apertamente il legno, le pareti,
le stoffe, il ferro; – non riuscivi a salvare niente.
Dunque, finimmo per concedergli tutto – non ci importava niente –
nemmeno di sentire il loro interminabile rosichío. Proprio in quell’occasione
scoprimmo l’indipendenza nella piú completa sottomissione. 
                                                                                                               Topi immensi
si sporgevano sulle grandi giare, lappavano l’olio, si arrampicavano sul soffitto,
mangiavano i lucignoli dei lumi, rodevano avidamente
le nostre scarpe sotto i letti.
                                                   E c’erano istanti in cui credevi
che qualcuno camminasse là in basso, negli scantinati, sottoterra,
e noi su in alto, immobili, al di sopra dei gesti inutili,
al di sopra del timore della corruzione, incorruttibili quasi, realizzate.
Una notte un topo salí sul mio letto  – forse si apprestava
a divorarmi la mano. Lo guardai negli occhi, quasi con simpatia.
Quello evitò il mio sguardo, si girò e se ne andò. Infine
ci abbandonarono anche i topi – non perché non avessero piú  da mangiare,
ma perché non li temevamo. Soltanto una volta, ricordo, mia sorella,
a mezzanotte passata, rimase a lungo davanti allo specchio
a pettinarsi con molta cura. Si tirò su i capelli
e si mise un elmo di nostro padre. Si coricò cosí, con l’elmo.

Io fingevo di dormire. Ma lei: “Sai”, mi disse,
“ho paura che mi mangino i capelli; – e le donne calve
somigliano a quelle rapate del manicomio. No, no, non voglio –”,
e di colpo assomigliò a nostro padre. Dopo un po’
si tolse l’elmo, lo posò su una sedia e si addormentò.
La fiamma della candela tremolava verdastra sopra l’elmo.

Col tempo tutto si è ritirato, come i topi, come i cortigiani, i domestici
o piuttosto come le onde. È rimasto solo un odore di sale,
l’odore di una durata, con noi e senza di noi – che importa? –
quel sale sul pane, nell’acqua, nell’aria –
quel che chiamiamo libertà, senza mai sapere che cosa vogliamo o cosa sia.

È proprio questo che la mia sorella maggiore non sopportò. Un pomeriggio
si infilò dentro il camino, si imbrattò di fuliggine – le braccia, il viso, le gambe –
poi si mise a guardarsi davanti allo specchio: “Ahi, ahi”, si lamentava,
“ahi, la poveretta si è bruciata, ahi, la disgraziata è tutta nera”, e versava lacrime nere,
ma nere davvero, per la fuliggine. Io non sapevo piú che fare;
presi un pezzo di seta rossa e lo tagliai a strisce. Allora, subito,
lei smise. Guardò fuori della finestra, quasi calma,
legandosi uno straccio rosso sulla fronte.

“Il sole”, disse, “tramonta rosso – Dio mio, com’è rosso.
Tutti passiamo, dunque, ci acquietiamo”. E all’improvviso si incendiò la sera
rossa, con macchie verdi e viola. Mi avvicinai alla finestra. Nel giardino,
sotto una poltrona, si scorgevano un paio di grandi sandali,
molto grandi, rossissimi – non erano di nessuno di noi. Sulle colline
cominciarono a suonare le campane del vespro. Una domestica
correva sotto gli eucalipti nascondendo qualcosa in grembo. E scendeva la notte.

Cosí sono trascorsi gli anni (come sono passati? – Non me ne sono accorta), e io
sempre in margine agli eventi – sono veramente io che ho vissuto, senza vivere,
tante e tante vite, compresa la mia vita? Solo, una volta
che la mia sorella maggiore era in castigo per la sua testardaggine,
le portai di nascosto da mangiare e da bere.
                                                                                Ero molto contenta
di potermi occupare di qualcuno, che qualcuno avesse bisogno di me. Mi piacevano
anche tutti i preparativi, il mistero, il rischio. Ma mi andò male.

Mi sorpresero davanti alla porta. E castigarono anche me.
Era una gioia particolare essere punita per qualcuno e qualcosa;
io, votata sempre all’autopunizione, aver meritato infine
un castigo per un’azione; – ero molto fiera di questo.
Ormai vedevo le cose e me stessa in un rapporto evidente con gli altri. Ricordo
che mentre ero rinchiusa in una stanza contavo i bottoni del mio vestito,
ed erano cinque – non lo sapevo – un bel cinque – lo vedevo
scritto grande sul muro; – esattamente cinque, come le mie dita che contavano.

Quanto a mia madre – non è mai stata punita, poveretta. Lei
castigava soltanto; (e credo che soltanto i puniti
abbiano tempo e modo di riflettere; soltanto i puniti 
crescono in modo giusto – anche se non sembra –, conservando fino alla fine
tutti gli stadi del loro sviluppo).
                                                          Mia madre, sventurata,
ha pagato tutto d’un colpo. Non l’ho mai vista piangere
o supplicare. Solo nell’istante supremo i suoi occhi scuri
si fermarono, immensi, attoniti, bellissimi, come se avessero intuito di colpo
tutto il senso della vita, tutta la vanità di ogni potere,
forse anche tutto il senso della bellezza – sempre irrealizzabile e tuttavia vissuta.

“Il senso del bello”, ricordo diceva il nostro precettore, “è connesso sempre
all’idea dell’inutile”. E solo il bello credo che possa resistere
di fronte all’inesplicabile vanità del tutto, senza speranza
di giustizia o di redenzione. – Ah, quel nobile disinteresse. Mia sorella
non ammetteva l’inesplicabile – forse per questo perse la ragione. Soltanto
nei suoi ultimi anni le prese la mania di lavorare ai ferri – maglie, calze,
guanti, sciarpe – non che avesse freddo – non indossò mai niente;
ne riempí una cassa intera; – la sera vi si sedeva sopra
curva, con le braccia incrociate; – oh, sí, doveva aver freddo; – ma non li indossava.

Una volta, durante l’infermità, finita ch’ebbe la lana,
disfece una vecchia coperta di lino mezzo lisa,
filo dopo filo; – si rompeva – un nodo dopo l’altro, confezionò con l’uncinetto –
ammirevole saggio di costanza – un piccolo centrino; – e me lo regalò –
(nonostante la sua follia, si era ricordata del mio compleanno).

Non ho mai ricevuto dono piú prezioso. Lo conservo sempre. E davvero,
ogni cosa bella ha infiniti precedenti e migliaia d’invisibili nodi
e un piccolo ago di pazienza con dita mille volte punte. Forse
l’altra faccia del bello è la santità – chissà – non ho imparato nulla.

Tutto si è ritirato. È rimasta soltanto questa calma infinita. Mi stupisco:
ma ero proprio io? – Quanti volti – tutti estranei, tutti familiari e amati –
il mio volto. E in certi momenti, questa sensazione straordinaria
che niente sia andato perduto; – che niente si perda. – Mi sentite?

Laggiú al mercato chiudono i negozi. Questo rumore
di chiavi, lucchetti, saracinesche, mi piace molto. “È la fine. La fine. La fine”,
sembra che gridino le chiavi, da una porta all’altra,
da una collina all’altra, da un anno all’altro, questi messaggeri di bronzo –
la fine dei traffici e dei commerci – non credete?
                                                                                        In lontananza
i monti azzurrano. Una nuvola rosa respira ancora
sopra i giardini. Qualcuno sale con cautela
una scala di legno. Esce sulla terrazza. Guarda. Lassú
c’è già la luna, vicina a un bicchiere
dimenticato ieri sul muretto.
                                                    La luna
ci dà sempre l’impressione di un bicchiere – a volte pieno di latte,
a volte pieno d’acqua gelata o tiepida, e altre volte invece
pieno di uno strano liquido giallo, in cui si sciolgono ancora 
due o tre pastiglie bianche di un potente sonnifero – una pastiglia
lascia salire in superficie una coda di minuscole bollicine,
un sottile pennacchio di una vittoria invisibile, tranquilla – un fruscío, Dio mio –
si avvicina il bel sonno, senza sogni, l’ultimo.

Ormai sono passati gli anni. Sono molto piú leggera, piú pesante. Sono lieta
di questa leggerezza e di questo peso. Un sorriso profondo
mi solleva dalle ascelle; non tocco terra; – mi vergogno
che qualcuno mi veda camminare in giardino come un uccello. Ho vergogna
di questa leggerezza infantile. Mi accomodo qui alla finestra
con la pioggia o il bel tempo – non sono ancora sazia di guardare.

Le mattine di primavera mi alzo molto presto, nell’ora
in cui le cose dentro e intorno a noi hanno un chiarore calmo, e quella tristezza dolce,
inutile e immotivata, come la vita stessa. Il minimo ronzío
dell’ala di un’ape lascia una grande ombra
lungo tutta la trasparenza. Altre volte me ne sto ad ascoltare le cicale,
queste folli tamburine nane, intorno alle feritoie,
in questi meriggi abbaglianti; – le loro voci
non lasciano alcun vuoto; colmano le brecce sulle mura. Laggiú
la pianura del grano scintilla in un ansito d’oro.

Dunque, non sono sazia. Mi smemoro ancora guardando una nuvola a occidente,
una nuvola strana, come composta da minuscoli specchietti tascabili –
mi abbaglia con i suoi riflessi; mi impedisce di essere seria, con tutto
che sento l’arrivo della notte dietro i riflessi, con tutto
che l’aria è intrisa di un sapore di cenere e di cannella in polvere.

Con l’arrivo dell’autunno mi piace guardare i tram scoloriti che svoltano di fianco alla Maternità,
certi lunghi pomeriggi cupi con gli alberi già spogli,
e le grida dei bambini, giú nel campo da gioco, sono cosí tristi
e insieme cosí prive di sospetto.
                                                         Dalla finestra a occidente
si vede anche il cimitero con le statue dietro l’uliveto –
adolescenti di marmo, uccelli di marmo, angeli dalle grandi ali di marmo –
su cui si accendono e si spengono le fiamme multicolori del tramonto.

Finché fa sera, e le statue imbiancano tranquille – di un bianco lontano,
mitigante e consolatorio; finché la notte viene a tramutarlo
in un azzurro perla con striature rosa. Laggiú
c’è anche la statuina della ragazza sgozzata, piccola come un dente
che ti ha tormentato a lungo, ma che ti sei tolto e non ti fa piú male. A mezzanotte
sento schioccare una tovaglia su un tavolo in giardino.
Una nave passa dentro lo specchio. Una scala di corda
è appesa al lampadario della sala. Avverti
l’umidità posarsi sulle panchine dei parchi; i licheni
rivestire le statue a poco a poco. Poi di nuovo la quiete.

Ormai non aspetto piú niente. Concludo qui. Solo di sopra, nel gineceo chiuso,
di notte si sente quel battito incessante
del pettine del telaio, che tesse qualcosa (lo sentite?) –
un tessuto interminabile dai disegni indefiniti, in un tempo indefinito,
in un’attesa indefinita e segreta. Forse è una balia dimenticata
che tesse l’ultimo corredo per me, la non sposata; a meno che
non sia io stessa, in attesa – di che? – non lo so piú.

Ah, sí, aspettavo che qualcuno, un giorno, venisse a prendere
quella stoffa e il segreto della tessitura; – io stessa l’avrei posata
sulle  sue ginocchia, come adesso confido a voi queste parole,
come se avesse importanza solo questo.
                                                                        Vi ho stancata troppo, mia buona amica.
Anch’io sono stanca. Vi prego di scusarmi. Ora me ne posso andare,
felicemente stanca, senza piú sogni e desideri,
solo col desiderio infinito e splendido di chiedere perdono
di tutto e a tutti.
                             Perdono. Perdono. Vogliate perdonare me,
quest’essere insignificante, che non ha alcuna azione
di cui andar fiera – niente. Soltanto questa gioia
di chiedervi perdono – grazie; – e il mio estremo perdono
per me stessa – da lungo tempo preparato e forse giustificato.

(Si è fatta notte. Silenzio. La giovane giornalista raccoglie le sue carte, visibilmente commossa. “Perdonatemi”, disse soltanto. “Vi ho stancata troppo”, cosí, come un’eco lontana, e fece per baciare la mano della Signora. Lei la ritirò discretamente. Poco dopo, lo sfregolío e la luce di un fiammifero, in uno spazio insonoro e immenso. La Signora accese il candeliere. Illuminò la scala interna. “Perdonatemi”, ripeté la giornalista stringendo sotto l’ascella la cartellina con l’intervista stenografata – certa del proprio successo personale. Attraversando il giardino, inciampò in qualcosa di molle e oblungo. Rabbrividí ripensando ai topi. Era la canna di gomma per annaffiare. Le panchine del giardino rilucevano per l’umidità, riflettendo il chiarore delle stelle. Un cielo sconfinato, profondo. Una felicità spossata, segreta.
Il giorno in cui l’intervista fu pubblicata, la vecchia Signora era morta. Due carrozze coperte ne accompagnarono il feretro – tre parenti molto anziane, il vecchio giardiniere e la giovane giornalista con il giornale in mano.

L’intervista, in effetti, fece sensazione. Apparve in un volume a parte, piú volte ristampato. E ora accadeva spesso di vedere, nei pomeriggi di primavera o d’estate, giovani coppiette, zitelle e perfino calciatori, posare un mazzolino di viole o un po’ di fiori di campo sulla sua tomba, di fianco alle grandi corone ufficiali che deponevano ogni tanto le varie associazioni artistiche, scientifiche, filantropiche o politiche.
Un mattino, sui gradini di pietra della tomba, trovarono morto il vecchio giardiniere. Teneva in mano alcune rose bianche, la gabbia coi canarini, un ombrello viola – probabilmente l’aveva portato per riparare la statua della sua Signora. La sera innanzi era caduta la prima pioggia. Alcune gocce imperlavano ancora la sua barba.)

Ghiannis Ritsos

Ghiaros, Leros, Samo, maggio 1967 – luglio 1970

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Quarta dimensione”, Crocetti Editore, 2013

«Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo» – Ghiannis Ritsos

Jeremy Lipking, Nude

Parola Carnale
4

Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo
mi chiederanno la loro voce un giorno, quando te ne andrai.
Ma io non avrò più voce per ridirle, allora. Perché tu eri solita
camminare scalza per le stanze, e poi ti rannicchiavi sul letto,
gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia. Incrociavi le mani
sulle ginocchia, mettendo in mostra provocante
i piedi rosa impolverati. Devi ricordarmi così − dicevi;
ricordarmi così, coi piedi sporchi; coi capelli
che mi coprono gli occhi − perché così ti vedo più profondamente. Dunque,
come potrò più avere voce. La Poesia non ha mai camminato così
sotto i bianchissimi meli in fiore di nessun Paradiso.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Erotica”, 1981, in “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

∗∗∗

Σάρκινος λόγος
4

Τά ποιήματα πού έζησα στό σώμα σου σωπαίνοντας,
θά μου ζητήσουν, κάποτε, δταν φύγεις, τή φωνή τους.
Όμως έγώ δέ θά ’χω πια φωνή να τά μιλήσω. Γιατί εώ συνήθιζες πάντα
νά περπατάς γυμνόποδη στις κάμαρες, κι ύστερα μαζευόσουν στό κρεβάτι
ένα κουβάρι πούπουλα, μετάξι κι άγρια φλόγα. Σταύρωνες τά χέρια σου
γύρω στά γόνατά σου, άφήνοντας προκλητικά προτεταμένα
τά σκονισμένα σου ρόδινα πέλματα. Νά μέ θυμάσαι – μου ’λεγες – έτσι′
έτσι νά μέ θυμάσαι μέ τά λερωμένα πόδια μου′ μέ τα μαλλιά μου
ριγμένα στά μάτια μου – γιατί έτσι βαθύτερα σέ βλέπω. Λοιπόν,
ίο πώς νά ’χω πιά τή φωνή. Ποτέ της ή Ποίηση δεν περπάτησε έτσι
κάτω από τΙς πάλλευκες ανθισμένες μηλιές κανενος Παραδείσου.

Γιάννης Ρίτσος

da “ΤὰἘρωτικά”, Κέδρος, 1981

Durata – Ghiannis Ritsos

Vincent van Gogh, Paesaggio con covoni e luna che sorge, 1889, Kröller-Müller Museum, Otterlo

 

La notte ci guarda tra il fogliame delle stelle.
Bella notte silenziosa. Verrà una notte
in cui non ci saremo. E anche allora
il granturco canterà le sue antiche canzoni,
le mietitrici s’innamoreranno accanto ai covoni,
e tra i nostri versi dimenticati
come tra le spighe gialle
un viso giovane, illuminato dalla luna,
guarderà, come noi stanotte,
quella piccola nube d’argento

che si piega e appoggia la fronte sulla spalla dell’altura.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

1959
da Seminario estivo, 1953-1964, in Poesie IV, 1975

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

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Διάρκεια

‘Η νύχτα μάς κοιτάζει μεσ’ απ’ τά φυλλώματα των άστρων.
Όμορφη νύχτα, σιωπηλή. Θα ‘ρθει μιά νύχτα
κι εμείς θα λείπουμε. Και τότε πάλι
θα τραγουδάνε οι αραποσιτιές τ’ αρχαία τραγούδια τους,
οι θερίστριες θα ερωτεύονται πλάι στα δεμάτια,
κι ανάμεσα απ’ τους ξεχασμένους στίχους μας
όπως ανάμεσα απ’ τα κίτρινα στάχυα
ένα πρόσωπο νεανικό, φωτισμένο απ’ το φεγγάρι,
θα κοιτάζει, όπως εμείς απόψε,
εκείνο το μικρό ασημένιο σύννεφο
που γέρνει κι ακουμπάει το μέτωπο του στον ώμο του λόφου.

Γιάννης Ρίτσος

1959

da “θερινό φροντιστήριο” (1953-1964) 

Crepuscolo – Ghiannis Ritsos

 

Conosci quell’istante del crepuscolo estivo
dentro la stanza chiusa; un tenue riflesso rosa
obliquo sull’assito del soffitto; e la poesia
incompiuta sul tavolo – due versi in tutto,
promessa inadempiuta di un meraviglioso viaggio,
d’una certa libertà, d’una certa autosufficienza,
d’una certa (relativa, beninteso) immortalità.

Fuori, per strada, di già l’invocazione della notte,
le ombre leggere di dèi, uomini, biciclette,
quando si svuotano i cantieri, e i giovani operai
coi loro attrezzi, coi floridi capelli fradici,
con qualche spruzzo di calce sugli abiti consunti,
svaniscono nell’apoteosi dei vapori vespertini.

Otto colpi decisivi del pendolo, in cima alla scala,
per tutta la lunghezza del corridoio – colpi inesorabili
d’un martello imperioso, nascosto dietro il cristallo
ombrato; e simultaneamente il rumore secolare
di quelle chiavi che non è mai riuscito a stabilire
con precisione se aprano o chiudano.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

(da 12 poesie per Kavafis, 1963)

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

∗∗∗

Λυκόφωτος

Την ξέρεις κείνη τη στιγμή του θερινού λυκόφωτος
μες στο κλειστό δωμάτιο· μιά ελάχιστη ρόδινη ανταύγεια
διαγώνια στο σανίδωμα της οροφής· και το ποίημα
ημιτελές επάνω στο τραπέζι – δυό στίχοι όλο όλο,
μιά αθετημένη υπόσχεση για ένα εξαίσιο ταξίδι,
για κάποια ελευθερία, κάποια αυτάρκεια,
για κάποια (σχετική, φυσικά) αθανασία.

Έξω στο δρόμο, η επίκληση κιόλας της νύχτας,
οι ανάλαφροι ίσκιοι θεών, ανθρώπων, ποδηλάτων,
όταν σκολάνε τα γιαπιά, κι οι νέοι εργάτες
με τα εργαλεία τους, με τα βρεγμένα, ακμαία μαλλιά τους,
με λίγες πιτσιλιές ασβέστη στα φθαρμένα τους ρούχα
χάνονται στων εσπερινών ατμών την αποθέωση.

Οκτώ κρίσιμοι κτύποι στο εκκρεμές, πάνω απ’ τη σκάλα,
σ’ όλο το μάκρος του διαδρόμου – κτύποι αμείλικτοι
από σφυρί επιτακτικό, κρυμμένο πίσω από το κρύσταλλο
το σκιασμένο· και ταυτόχρονα ο αιώνιος θόρυβος
εκείνων των κλειδιών που δεν κατόρθωσε ποτέ του
να εξακριβώσει αν ξεκλειδώνουν ή αν κλειδώνουν.

Γιάννης Ρίτσος

da “12 ποιήματα για τον Καβάφη”, Κέδρος, 1970