Ismene – Ghiannis Ritsos

Rebecca Litchfield, Behind The Mirror, (dettaglio)

(Un giovane ufficiale della guardia aveva chiesto di essere ricevuto dalla Signora del palazzo. Suo padre lavorava fin da bambino nei loro poderi ed era, si può dire, persona di casa. Ormai vecchio e malato, invia il figlio, con un cesto di frutta e un vaso di basilico, a presentare i suoi rispetti e il suo saluto all’ultima rappresentante della grande famiglia sterminata. L’autorizzazione fu concessa. Il giovane ufficiale si presenta nella sua uniforme attillata, bello, robusto, con la cordialità tutta greca della sua origine contadina, ma anche con una sensualità che promana in modo evidente da tutta la persona – senza dubbio accentuata dal contatto con la gente della città e dall’ozio delle caserme. Appare particolarmente emozionato, compiaciuto e quasi eroticamente conturbato di fronte alla nobile signora, tutta imbellettata e stretta nel suo corsetto, ma che conserva tuttavia l’indefinibile grazia di una bellezza lontana, sfiorita. Il giovane posa per terra in modo maldestro il cesto e il vaso, come se avesse fatto qualcosa di sconveniente, e comunica il messaggio del padre. La signora lo fa accomodare di fronte alla finestra. Si informa della salute di suo padre, dei poderi. L’ufficiale parla incessantemente della vita nei campi, dei raccolti, degli alberi, dei fiumi, dei cavalli, delle vacche. La signora, benché distratta, fa mostra di un eccessivo interesse per ogni cosa, osservando le mani di lui, forti, impacciate, posate sulle ginocchia. È un bel crepuscolo primaverile. Vapori di luce rosa entrano dalla finestra aperta. Poi la luce cangia nell’arancio, nel malva, nel violetto, fino all’oltremare. Dal giardino s’odono gli uccelli. Di tanto in tanto qualche bagliore dei suoi pesanti gioielli si riflette sui mobili, sul grande specchio, sui vetri o sul viso del giovane. D’improvviso lui tace. Si fa sera. Un silenzio e un’attesa inesplicabili. Forse perciò ora prende a parlare lei, come per riempire il vuoto o per scongiurare l’approssimarsi di qualcosa di sconveniente ma nondimeno ineluttabile):

Venite pure ogni tanto; – mi fa piacere. Quaggiú
il tempo è lento; ormai piú niente arriva né parte,
all’infuori di questo consueto logorio del legno dei mobili,
delle travi del tetto, dei pavimenti, delle scale,
degli intonaci, degli attrezzi, delle tende, dei cardini –
un logorio lento, una ruggine silenziosa, soprattutto sulle mani e sui volti.

I grandi orologi a muro sono fermi – nessuno li ricarica;
e se qualche volta sosto davanti ad essi, non è per guardare l’ora,
ma per specchiare nel loro vetro il mio volto,
stranamente bianco, di gesso, impassibile, come fuori del tempo,
mentre nel loro fondo oscuro le lancette ferme,
proprio dietro la mia immagine, sono un bisturi immobile
che non ha piú ferite da incidere, non ha piú niente
da asportarmi – paura o speranza, attesa o ansia.

Questa lenta austerità moltiplica la distanza
da me stessa a me stessa, da un movimento all’altro,
da un ricordo all’altro. Occorrerà un intero mese
per passare da una stanza all’altra. Una nebbia indefinita
aleggia fra tutte le cose. Molte volte, le mattine d’inverno,
sto qui dietro i vetri e guardo amichevolmente la distanza; talvolta avviene
che passi qualcuno in lontananza, evanescente,
una macchia senza viso né carne – non tenti neppure di distinguerla
e non t’importa dove va – qui o là – è lo stesso…
                                                                                         Gli alberi
immateriali anch’essi. Se in quei momenti un taglialegna
tentasse di abbattere con la sua ascia un salice o un cipresso,
non vi sarebbe suono, né legno, né ascia.
                                                                           Questa bella indeterminatezza
è l’unica realtà – e fa di me un’estranea
lontana e invulnerabile quasi, come quella macchia nella nebbia,
e questa leggerezza mi piace, benché ne abbia quasi paura.

Se mi sfilo questi bracciali, se la notte mi sciolgo i capelli,
se sciolgo i lacci dei sandali, soprattutto se mi levo
queste pesanti collane, che mi serrano la gola come anelli di una catena,
ho l’impressione di librarmi in alto, di volatilizzarmi. Non vorrei.
Forse per questo li porto. In un certo senso mi ancorano,
benché mi infastidiscano spesso; – li porto anche nel sonno, come fossi
un cane che io stessa ho legato a una porta caduta.

Un fossato di silenzio – come avete detto – circonda questa casa,
rispettabile o no – ne farei a meno. Qui da qualche parte, forse dentro di me,
c’è un corridoio stretto e lungo senza lucernari,
senza lanterne, senza porte, – non conduce in alcun luogo; odora
di tavole marce, di polvere, di muffa, di scarafaggi, di tempo invecchiato;
uomini passano in silenzio portando sedie rotte,
grandi casse di legno, quadri, antichissimi specchi –

Ogni tanto cade un cristallo, un chiodo o una mano livida
dall’oleografia di un generale, o un mazzetto di viole
dalle mani diafane e delicate di una signora dipinta, –
nessuno si china a raccoglierli; né d’altronde si vedono
in questa quieta perennità dell’ombra, dove ogni cosa
appartiene ormai al regno dell’inutilizzato, all’ineffabile
o al silenzio e ai topi.
                                      L’unica cosa che si sente
sono i passi dei topi (ma non il loro rosichío –
queste cose non hanno piú consistenza, non si rodono), soltanto
i loro passi strascicati sui muri e sul nostro corpo
o semmai dentro il nostro corpo.
                                                            Ed è una bella occupazione
osservare questo sfacelo silenzioso
in un vuoto cosí profondo (senza principio o fine)
che ti genera una sensazione d’incommensurabilità,
qualcosa come i grandi concetti cui diamo nomi fieri:
libertà, immortalità, eternità e altri.

E dunque, non sfacelo – poiché queste cose non hanno dove cadere e donde; –
una disancorata sospensione, quasi un che d’alato, come gli uccelli per esempio,
che volano su e giú o stanno immobili dentro le loro ali; direi
un volo immobile nell’assoluta, cortese futilità,
un equilibrio estremo – la leggerezza estrema
di tutta la materia – dunque anche della morte.
                                                                                        Perciò mi vedete cosí felice –
se può chiamarsi felicità l’assenza d’ogni fine,
d’ogni ambizione – un torpore invernale delizioso
con la coscienza assoluta del gelo, anzi con un senso di compassione
per quanti soffrono il freddo, discutono del freddo,
s’infagottano con numerose maglie, cappotti, coperte
per proteggersi. Ah, questa nostra ridicola preoccupazione di proteggerci –
proteggerci sempre, proteggerci dal freddo, dal caldo, dalla fame, dalla sete,
dalle malattie, dagli errori, dalla morte; e non ci sfiora neanche il pensiero
che viene da dentro di noi il freddo, e non c’è verso d’evitarlo.

Certo, un po’ di fuoco nel caminetto, d’inverno, è pur sempre qualcosa; –
mi hanno sempre interessato le flessuose movenze di danza delle fiamme,
con gli angeli policromi e incorporei, con le loro ombre
sul soffitto, sui muri; – l’ombra del gran telaio o dell’arcolaio,
l’ombra di una chitarra appesa alla colonna; e soprattutto
quando vi sono corpi nudi – le ombre ingrandite delle membra
sul loro stesso corpo, come un altro corpo
livido e rosso; – l’ombra del seno sotto il seno
con la mammella in risalto; l’ombra della bocca dentro la bocca;
quella tremenda certezza fisica, quella squisita ostilità,
mentre si ergono le membra, e dopo, il loro flettersi gentile
in una compunzione profonda, ma non umiliazione. La flessibilità
credo sia la misura della grandezza. Quelli che hanno sempre paura
non hanno la forza (come ad esempio mia sorella) di chinarsi,
e la loro statura non è se non gelida inflessibilità.
Dov’è dunque la loro fierezza? la loro virtú?

Oh, mia sorella regolava tutto con un si deve o non si deve,
avresti detto che preannunciava quella futura religione
che divideva il mondo in due (il di qua e l’aldilà), che divideva
il corpo umano in due, gettando la parte sotto la cintura.
Mi faceva una gran pena, mia sorella. Per poco non nuoceva anche a me. Se l’hanno celebrata tanto
è perché ha evitato loro di agire allo stesso modo. Nel suo viso
han reso onore alla propria resistenza sconfitta; – si sono assolti da soli,
dichiarandosi innocenti e mettendosi il cuore in pace.
                                                                                                Se fosse vissuta, oh, certo,
l’avrebbero odiata. Il suo solo pensiero
era la morte. Mi dico adesso: poiché sapeva
che non aveva modo di evitarla, anziché attenderla
giorno dopo giorno, a prezzo d’una vecchiaia inutile, ha preferito
andarle incontro, perfino provocarla, nel nome
di una nobiltà d’animo astuta e insolente, trasformando la paura
di tutta la sua vita e del desiderio in eroismo, trasformando
la sua stessa ineluttabile morte in una vile immortalità,
sí, sí, vile, nonostante tutto il suo abbagliante fulgore. Come ha potuto sopportarlo, mio dio,
lei perennemente adirata per la paura, perennemente terrorizzata
davanti al cibo, davanti alla luce, davanti ai colori,
davanti all’acqua fresca, nuda?
                                                          Mai una volta
permise a Èmone di sfiorarle la mano. Sempre raccolta
come per timore di perdere qualcosa, ripiegata su se stessa,
con le mani infilate nelle maniche,
con le spalle incollate al muro, le sopracciglia aggrottate,
sempre pronta a dare una mano in caso di sventura,
sentendosi fiera, forse, della sua sventura – ma di quale sventura?
Non indossò mai un gioiello; perfino il suo anello di fidanzamento
lo seppellí dentro un baule, portando in giro
la sua cupa arroganza tra le nostre giovani compagnie,
brandendo il suo sguardo arcigno sopra le nostre risa
come una spada di vanità sguainata.
                                                                    E se a volte
faceva tanto d’aiutare a tavola, di portare un piatto, una brocca,
avresti detto che teneva in mano un teschio
e che lo posava tra le anfore. Nessuno piú s’ubriacava.

Una notte che noi ragazze e ragazzi giocavamo, qualcuno, nella foga del ballo,
ebbe l’ispirazione di scambiarsi i vestiti – che i maschi indossassero i nostri
e noi femmine i loro. C’era uno strano senso di compiutezza, di libertà maldestra
in quello scambio, – come fossimo estranei a noi stessi e al tempo stesso
giusti e sinceri. Soltanto mia sorella
rimase coi suoi abiti neri, in un angolo, pietrificata,
con un’espressione di biasimo e antipatia. Scendemmo le scale di corsa,
uscimmo in giardino e ci disperdemmo. Le ragazze,
vestite da uomo, erano piú audaci dei maschi. C’era la luna –
una luna grande come una teglia. Veniva dalle finestre
la musica filtrata dal fogliame.
                                                          Èmone
indossava il mio vestito e mi apparteneva al punto
che mi misi a ballare dentro la fontana, con l’acqua che mi zampillava
sui capelli, sulle spalle, sulle guance,
e pareva piangessi; finché, tutta intirizzita, sentii ch’ero divenuta
la statua dorata di me stessa, rischiarata dalla luna,
di fronte agli occhi ciechi di mio padre. Provo lo stesso brivido ancor oggi.

Fu allora che mia sorella scomparve per tre giorni.
Credo che avesse trovato rifugio da vostro padre. Fu lui a riportarcela
in groppa a un mulo. Pendevano dal basto, rovesciati,
due polli bianchi e un gallo multicolore; – rimasi impressionata
tanto parevano a loro agio in quella scomoda posizione – la stanchezza, forse?
o la rassegnazione? la dolce saggezza dell’ineluttabile? Lei non vi badò neppure.

Avresti detto che mia sorella si vergognava d’esser donna. Forse era questa
la sua sventura. Forse perciò morí. Ciascuno di noi vorrebbe
essere diverso da quello che è. Chi lo sopporta piú e chi meno,
e chi per niente. Il destino, come dicono, ci imprigiona nel cerchio dell’inattuabile
per farci ruotare intorno al pozzo in fondo al quale è chiuso,
oscuro e inesplicato, il nostro volto. Mia sorella
rifiutava ogni ubbidienza o concessione, – inflessibile e disperata.

Tuttavia un pomeriggio d’estate, mentre tutti dormivano,
scendendo scalza le scale, la vidi
davanti alla dispensa della sala da pranzo, con una scodella di sapa sul grembiule,
mangiare grandi cucchiaiate di pane inzuppato. Feci marcia indietro.
Tutt’a un tratto si udí il canto delle cicale in giardino. Lei non mi vide.

Non glielo dissi mai. Né mai lo seppe. Mi faceva pena.
Anche lei aveva fame (e lo sapeva). Forse era anche capace di amare. Non tollerava
d’inchinarsi di fronte al suo stesso desiderio, che non era, ovviamente,
opera sua, sua scelta. Soltanto la sua morte, – no;
soltanto l’ora e il modo della sua morte le era dato scegliere.
E in effetti li scelse. E quel suo “illacrimata, senza amici”,
ma soprattutto quel “senza nozze”, fu la sua sola confessione,
il suo primo bel gesto d’umiltà, l’unico suo atto di femminile coraggio,
la sua sincerità unica e estrema, come se avesse voluto giustificare
la sua amara presunzione. Questo la perdonò ai miei occhi.

E quell’altra volta – quando aprimmo il vaso con la sapa
e lo trovammo mezzo vuoto (tutti guardavano stupiti),
un rossore le soffuse le guance. Io guardavo altrove. Alle finestre
il giorno era bianchissimo e difficile, tanto che benedii dentro di me
l’abbagliamento di tutto su ogni cosa. Qualche stupida rosa faceva capolino
dal giardino sul davanzale. Compresi per la prima volta che la morte
non è nera, ma bianca – non puoi nasconderti. Per quel furto
furono punite due domestiche. Credo che già allora
avesse ormai deciso la sua morte, – l’aspettava al varco.
Era spaventata e impotente per il suo peccato – ma quale peccato? –
e perché poi peccato la rispondenza al nostro desiderio? Mia sorella
non fu mai tanto bella quanto lo fu da morta; io da sola
le dipinsi le guance d’un rosso intenso (forse mi ricordai
di come arrossí nella sala da pranzo, davanti al vaso),
le dipinsi le labbra d’amaranto e gli occhi immensi di nero
col sughero bruciato (lei non si truccava mai). Le misi
una collana a cinque giri per nascondere il segno sulla gola,
gli orecchini coi due amorini nudi, anelli, braccialetti,
e una grossa fibbia d’oro alla cintura. Cosí truccata e abbigliata
aveva acquisito una strana somiglianza con me.
“Come somiglia a Ismene”, sussurrò una ragazza. Ora
aveva rinunciato alle sue decisioni tremende, ai suoi canoni etici,
a tutti i pregiudizi e alle ambizioni virili e sciocche. Da morta
era finalmente diventata donna.
                                                           E accanto a lei il suo promesso sposo
nudo (come avviene, con tanta precisione, nella morte,
che distinguiamo la bellezza del corpo? – forse
perché profumavano i fiori d’arancio con cui li avevano cosparsi)
e questa giovinezza nuziale, compiuta e disarmata – inespugnabile –

Quasi nessuno badò alla salma di Euridice. Le donne
tardavano molto a avvolgere Èmone nel sudario, insistevano
a lavargli ancora premurosamente a una a una le dita
dei piedi e delle mani, le ascelle, il petto, il pube,
e il movimento ch’ebbe (mentre lo giravano), il gesto molle d’abbandono,
o piuttosto di resa, mi rammentò quella notte in giardino,
la grande luna, l’acqua che mi bagnava; – avrei voluto
rivestirlo di nuovo dei miei abiti, – ma non osai. Una farfalla
arancione con macchioline nere entrò dalla finestra
e si posò sul suo sesso. Le donne di colpo intonarono i lamenti
e lo rivestirono in fretta. Allora divenne veramente morto.

Fuori, sotto il portico, s’udí il gemito selvaggio di Creonte
e il clangore della sua spada che rimarcava il silenzio delle guardie.

A volte mi chiedo se non siamo nati unicamente
per ammettere che dovremo morire. E intanto, negli intervalli
di questo ingiusto dilemma, si fa la nostra vita.
                                                                                      Èmone
si era allontanato da tutti; non apparteneva piú a mia sorella
né ai suoi amici. Una gran calma, quasi un appagamento –
questa privazione fisica irreparabile; – una serena certezza:
piú nessuno può prenderci ciò che non esiste;
la memoria lo conserva intatto in un’esclusività profonda,
e anzi a volte lo applica agli altri. Voi avete qualcosa di Èmone –
la soggezione che conferiscono forza e integrità; in particolare il mento
con quel solco in mezzo.
                                            Di sera, quando me ne sto qui,
non so perché cinguettino ancora gli uccelli nel giardino; – forse per questo –
per il nuovo solco dell’aratro –.
                                                          Sapete, i morti
occupano sempre molto spazio; – per quanto piccoli e insignificanti,
crescono all’improvviso; riempiono tutta la casa; non trovi
piú un angolo dove stare. Perfino mia madre,
cosí modesta, sempre riservata, silenziosa,
ora ha acquisito un incontestabile potere
sui vasi per i fiori, sugli utensili da cucina, sulla biancheria,
sulle tende piú tirate, sulle ore del crepuscolo,
quando comincia a piovere, e il suo lungo uncinetto
manda bagliori opachi spuntando dal vecchio cestino da lavoro –
è questo il posto della madre, la sua espressione,
il suo atteggiamento, il suo pensiero – tutto appartiene ai morti adesso.

A volte mi fermo davanti a uno specchio
a pettinarmi i capelli. L’intero cristallo
è pieno dei loro corpi. Solo sotto le loro ascelle,
mentre aprono le braccia immense in un gesto di preclusione,
intravedo per un istante una piccola parte ristretta del mio viso
o un mio occhio, come fossi guercia. Sui gradini
restavano ogni mattina le orme impolverate
e ingrandite dei loro piedi nudi. Era arduo per me
salire o scendere senza calpestarle.
                                                                Finché un giorno
sentii il nuovo giardiniere salire le scale a due a due –
“Signora, Signora, sono sbocciati i garofani”, gridava, ansimava
ed era quasi sul punto di piangere. Gli gocciolavano i capelli
appena bagnati. Era di maggio. Scesi di corsa le scale.

I garofani infatti erano sbocciati. Accanto c’era la fontana.
Portammo fuori le gabbie dei canarini sul muretto del giardino,
lavammo le ciotoline, cambiammo l’acqua, mettemmo la canapuccia;
facemmo colazione sotto gli alberi. S’era scaldato il giorno.
M’infilai un garofano tra i capelli. Il pane era squisito.

Forse anche quei garofani li aveva mandati vostro padre. Sapeva
che mi piacevano i fiori. Ogni volta che veniva in città
mi portava, avvolti nel suo fazzoletto, con un po’ di terra bagnata,
bulbi di ciclamini selvatici. Mi aiutava a piantarli.
Credo che fioriscano ancora in fondo al giardino. Se volete
qualche volta possiamo andarli a vedere.
                                                                            Dite a vostro padre
che lo ricordo sempre; per me non è cambiato niente,
sí, niente, – e questa è la cosa triste, quando tutto cambia
fuori e intorno a noi – case e vetture, volti e mani e armi,
abiti e pettinature e i cappelli che portavamo –

Ricordo allora le nostre passeggiate pomeridiane in carrozza –
quei nostri cappelli tutti fiori, spighe, ciliegie di cera,
e quei lunghi nastri che ci sventolavano dietro, lontano,
sfiorandoci ogni tanto le orecchie come redini amiche
tenute dolcemente dal vento, e che ci costringevano
a rivolgere il viso verso l’alto, tirando anche la pelle delle guance
all’indietro, al limite, in un gran sorriso (chissà, forse imitando
senza volerlo i cavalli della carrozza), – nastri azzurri, rosa, gialli,
radici variopinte – come se fossimo alberi del cielo,
alberi liberi di spostarsi.
                                             E la sciarpa di nostra madre
sventolava ancora piú lontano, come un immenso uccello viola
trasparente.

Quando spuntava la stella della sera, non so come, mi sembrava
che il rumore della sua sciarpa mutasse tutt’a un tratto;
diveniva come di malaugurio. Mi assaliva il terrore
che le avvolgesse il collo e la strozzasse, che l’avvolgesse tutta
come fasciavano un tempo i morti.
Ritornavamo a casa

con la fretta di accendere le lampade, di fare qualcosa.
Le due lanterne all’ingresso montavano la guardia al portale. Piú tardi,
quando sorgeva la luna, era simile alla fibbia di un’invisibile cintura,
e su di essa tremava l’ombra d’un cigno, o forse la sciarpa di mia madre.

Mio fratello minore aveva la mania delle fibbie; ne aveva messa insieme
un’intera collezione, di epoche diverse, da uomo e da donna,
grossi cinturoni militari o finissime cintole antiche –
di forme strane, strane figure e rappresentazioni
di uomini, dèi, uccelli, mostri.
                                                      Una volta me le mostrò.
Mandavano i bagliori piú diversi in quel tramonto d’autunno.
Non capii niente. Lui mi spiegava, mi spiegava,
come se volesse nascondermi qualcosa; mi restava qualcosa di inesplicato,
e proprio questo mi era piaciuto. Ed era forse ciò che lui cercava,
mettere in evidenza l’inesplicabile. Dominava un bagliore
d’un rosso intenso come il sangue, o verderame
come le viscere dell’uomo. Ma soprattutto mi restava
l’immagine di corpi floridi e nudi dopo il gesto impaziente
di sfilarsi la cintura. Quando glielo dissi, s’arrabbiò. (Ma esiste
mai al mondo qualcosa di piú inesplicabile, di piú assurdo
del pur cosí tangibile – e forse perciò, – cosí mutevole corpo umano?)

Fu lui che andò presso gli argivi. Mia sorella aveva un debole per lui.
Loro due erano liberi, permalosi, ingiusti. Voglio dire,
avevano una concezione affatto personale della giustizia. Non consideravano
né la ragione degli altri né l’ingiustizia generale. Cosí perderono
se stessi e gli altri. Ma quelle fibbie le conservo; sono l’unica cosa
che rimane di lui. Come appresi piú tardi,
le aveva raccolte dalle cinture dei morti. Questa rivelazione
non cambiò affatto la mia prima sensazione, al contrario la rafforzò.

Strano che fra tanti mutamenti, tumulti, restaurazioni, come dicono,
non resti altro, stagliato nettamente al di sopra di tutte le morti,
che il corpo umano, indifeso, inesperto, ostinato, meraviglioso. Credo
che l’unica bellezza sia l’ignoranza; l’unica virtú la giovinezza; –
ma anch’essa quanto dura? quanto duriamo noi? Si rinnova, direte,
con le generazioni a venire; – ma per noi no, per noi no – quale rinnovamento, dunque?
Ricordo quando raccoglievano gli avanzi del cibo dalla tavola – ossi, pezzi di pane, nòccioli,
osservavo con la coda dell’occhio, sapete, quelle spirali d’oro
elastiche, magnetiche – le bucce delle arance – pareva volessero
riprendere la loro forma. Un grido antico mi saliva alle labbra
“no; no!”. – Non dicevo niente; osservavo. Gettavano le bucce
dietro il muretto della corte. Non capita anche a voi di quando in quando?
Un grido rattenuto. E le notti profumavano di buccia d’arancia.

Ringraziate vostro padre da parte mia per i suoi bei doni.
E auguri per la sua salute. Abbiamo trascorso bei momenti nei poderi –
le nostre uniche belle estati. È là che conoscemmo
i cavalli, i platani, le sorgenti – potrei anche dire le stelle. È là che imparammo
i nomi di uccelli e piante – gruccioni, cardellini, merli; –
una volta mi portarono una pernice in un paniere; pochi giorni dopo morí,
cosí inspiegabilmente come muore un uomo. La seppellii
sotto i due meli. Non riuscii a piangere. Piú lontano gridavano
i ragazzi che si bagnavano nel fiume. Poco dopo, cosí nudi e bagnati,
montarono i cavalli senza sella e scomparvero nel bosco.

Forse c’eravate anche voi tra loro. A me non lo permettevano.
A me insegnavano separatamente l’equitazione, in un recinto
pieno d’ortiche, di erbe secche e malve. Era bello a quei tempi.
Mi piaceva molto la vendemmia. Ogni cosa odorava di mosto,
la casa, l’aria, l’acqua, gli abiti, le finestre. Guardavo
le gambe di quelli che pigiavano l’uva, rosse, rossissime,
come tinte di sangue in una battaglia finta
cui non mancava peraltro una bella brutalità. E dicevo a mia madre:
“Le loro mogli dovranno leccargli i piedi
ché non vada sprecato tanto mosto”. E mia madre rideva.

Erano molto lunghe quelle sere. Tutto il creato
aveva il profumo d’una densa sapa. Miriadi di stelle
spruzzavano polvere di cannella sulle cisterne. Un cavallo
nitriva nel nostro sonno.
                                             Il cavallo di Èmone, sapete,
quando lui se ne andò, non volle piú muoversi dalla sua tomba.
Io gli portavo da mangiare e da bere, gli davo lo zucchero sulla palma della mano; –
non assaggiò niente. In una settimana se ne morí anche quello. Poi tutto fu tranquillo.
Ci spartimmo le loro vesti. Chiudemmo a chiave le loro stanze. Nessuno
pronunciava piú il loro nome. Coprimmo anche gli specchi.

Forse vostro padre vi ha detto che anni difficili passammo.
A che gli è servito, mio dio, che ci hanno guadagnato? – Fastidi, seccature, costrizioni,
eroismi senza scopo; – grandi porte s’aprivano, si chiudevano nella stessa oscurità;
maschere di gesso, di bronzo, d’oro, di velluto,
astuzie, lusinghe, travestimenti, – per nascondersi a chi?
a se stessi? agli altri? al destino? E quell’insaziabilità di gloria –
credo che la gloria si fondi sempre su un’infinità di malintesi
e senza dubbio sul rifiuto della vita – ma a che serve, allora?

Un uomo gridava da sotto le pietre – forse dal fondo di noi stessi –
gridava, gridava; nessuno lo sentiva; avevano fretta
di andare – dove? –, di fare – che? Non avevano un momento tutto per loro
per spogliarsi, coricarsi, sognare dentro il proprio corpo,
guardarsi in uno specchio, guardare qualcun altro;
si guardavano solo negli occhi degli altri – che cosa potevano vedere lí dentro?
forse quello che volevano, non certo quello che erano.
                                                                                                  Un giorno,
nella sala da pranzo entrò un uccello. Restarono tutti a bocca aperta;
non sapevano che cosa rispondere, benché nessuno li interrogasse; montarono in collera.
“Cacciatelo, cacciatelo”, gridavano; si alzavano dalle sedie, agitavano le mani;
ruppero due bicchieri; l’uccello uscí dalla finestra;
i domestici chini raccoglievano i vetri – li osservai:
soltanto loro sorridevano – conoscevano l’uccello; gli strizzai l’occhio
e sorrisi con loro. Gli innocenti hanno sempre (non credete?)
l’aria colpevole. Lo sapete anche voi – ne sono certa.

Non mi ha mai abbandonato il timore che un giorno mi mettessero sul trono.
Soltanto coloro che temono se stessi aspirano alle cariche, o, piú ancora,
coloro che odiano la vita e gli uomini. Non mi sarebbe piaciuto affatto
essere celebre, non avere un’ombra, un angolo
in un dominio segreto tutto mio, dove sfilarmi lentamente i sandali,
giocherellare con le chiavi dei miei cassetti nella mano noncurante, abbandonata
fuori del letto.
                          Mio padre, poveretto, – me lo ricordo sempre –
aveva il viso come una mano contratta, agganciata
a una grande tenda nera per farla cadere; tanto che a volte mi dico
che forse è stato un bene che si sia accecato – forse almeno cosí sarà riuscito
a vedere dentro di sé, a ricordare a poco a poco
le cose che non aveva visto; e forse cosí le vide veramente; perché fino ad allora
era il suo volto autoritario (beninteso adulato) che vedeva negli sguardi
dei suoi sudditi spaventati; – e di lui come di loro
fin da bambina avevo compassione.
                                                                  È un peso insostenibile, suppongo,
governare e dare ordini. E in definitiva avviene sempre che ognuno
è governato da ciò che governa; – senza contare quell’immenso sospetto
nei confronti di tutti e tutto, – l’ombra di un uccello che attraversi la sala
per caso, nell’ora del crepuscolo, è un pugnale brandito
fatto d’un metallo silenzioso. Perciò i tiranni
diventano ogni giorno piú tiranni. Quando la gente
ha paura o bisogno di te, non sai mai quello che ti aspetta.

Meglio, dunque, non governare e non essere governati (e come fare ?) –
basta il governo che ci suggella prima della nascita; basta
la morte in agguato; – almeno con lei familiarizzi;
quanto alle cose intermedie, perdono il loro acume. Il corpo si rilascia,
sbiadisce il colore dei capelli, delle finestre, degli occhi,
si disserra la mano dentro cui avevano deposto
una grande moneta d’oro massiccio, e tutta la nostra vita
era una contrazione per conservare questa moneta, un timore
che non cadesse, che non andasse persa; tanto che diventava inservibile la mano,
diventava inutile metà della nostra vita, tutta la nostra vita.

Ora la mano si è disserrata da sola, si è arresa;
la moneta è caduta; ce l’hanno presa. Solo che nella palma
resta il marchio profondo di quell’interminabile stretta. La carne
s’è ammollita, placata. Ormai puoi muovere
liberamente le due mani. Puoi camminare
muovendo senza timore le mani libere nel vuoto –
un remigare lento e leggero nella superba inutilità, finché
ti mettono un’altra moneta di bronzo in mezzo ai denti.

È inutile mentire – come diceva anche vostro padre. In questo corpo ammollito
rimane sempre consistente, tenace, il desiderio; e quella sensazione
di un ingiustificabile ritardo. Spesso le donne, in momenti come questo,
abbracciano le statue, ne baciano le bocche di pietra, sognano
di coricarsi con esse. Se vi è mai accaduto di vedere bagnate
le labbra delle statue, è per la saliva di donne desolate. La memoria,
naturalmente, è una sorta di rifugio. Ma anch’essa si estenua,
le occorrono rappresentazioni nuove, sia pure estranee o casuali.

Ho scelto questa finestra. Mi sporgo, metà dentro metà fuori,
a guardare, a ricordare. Nulla mi appartiene. Un gran silenzio.
Comincio di nuovo a osservare gli alberi, gli uccelli, i colori,
i piedi dei cacciatori che tornano all’imbrunire; – mi sento cosí libera;
hanno qualcosa da dirmi, da confidarmi. A volte mi vergogno
di questa nuova tenerezza – infantilismo forse –
che mi si posa indesiderata sulle labbra, un po’
come una rondine su un tetto crollato.
                                                                      Strano, davvero –
come s’è acquietato quel rumore, – non ti permetteva di sentire niente –
come si è estinto in lontananza. Sono io, dunque? Ero io? Gente saliva, scendeva, allora,
l’uno diceva qualcosa all’orecchio dell’altro, – movimenti spasmodici;
politici, diplomatici, militari, – ah, che gente esecranda, mio dio,
come mandati a memoria, numerati, replicati. Non sapevi il mese, l’ora, l’anno.

Guerre, rivoluzioni, controrivoluzioni (quante volte sono accadute le stesse cose), –
a mucchi sulle piazze le ceneri dei fuochi che accendevano
per le grandi ricorrenze o per i morti – le stesse ceneri;
a volte bruciavano anche quelli che poco prima proclamavano eroi.
Le foglie d’alloro avevano completamente perso il loro senso.

Chiudevi gli occhi come se chiudessi una porta in una casa estranea,
per non vedere, per non pensare. Intrighi, corruzioni, tradimenti;
quelli dalla spina dorsale piú flessibile stavano sempre piú in alto;
tebani, argivi, corinzi, spartani, ateniesi – davvero, chi comandava? –
era come se un misterioso potere tirasse le fila da lontano;
uomini mascherati sortivano a mezzanotte con torce elettriche abbaglianti;
un viso conosciuto diventava d’un tratto un bagliore bianco o un tonfo;
nella paura gli uomini parevano unirsi di nuovo.
                                                                                          Un pomeriggio
dall’alto della soffitta di un povero studente, si udí il suono d’un flauto. Le donne
si adunarono giú in strada, si inginocchiavano, piangevano. Il matto, sbottonato,
si percuoteva il petto con un sasso: “Mamma mia, mamma mia”, gridava;
“Mamma mia, voglio morire, voglio morire”, ripeteva;
passò un camion coperto; tutti si dispersero; il flauto tacque;
il matto orinò in mezzo alla strada. Gli uomini si divisero di nuovo
sconosciuti, impacciati, estranei.
                                                            Ma ero giovane allora,
tanto giovane che neanche lo sapevo. Dimenticavo facilmente. Su quella finestra
rimase sospesa, dondolando leggermente, legata con lo spago,
una piccola rosa. Non piú che questo. Ma appassí anche quella.

Le campane suonavano; tacevano. Uomini arrivavano, ripartivano, correvano.
A volte pioveva a cateratte; straripavano le cisterne nelle case;
avresti detto che l’acqua si sarebbe trascinato via tutto fino al mare, lavando tutto.
Spuntava di nuovo il sole; ogni cosa asciugava; non cambiava niente. Il giardino
faceva l’innocente; splendevano i garofani. Sopra il giardino
lo strepito delle stamperie, delle macchine da scrivere. Stesse persone con maschere diverse,
caricate a molla, scaricate, entravano nelle sale, sedevano
davanti a lunghi seggi giudiziari neri, scintillanti,
le loro mani erano grossi ragni avidi e furiosi,
srotolavano carte; leggevano; scrivevano; sigillavano;
mandavano altre carte; gesticolavano; spalancavano la bocca,
né una voce né un grido ne sortiva – un foro oscuro nell’aria;
può anche darsi gridassero “evviva” o “abbasso” – non distinguevo niente;

si distingueva solo una paura; allora non sapevo perché; mi stupivo
che potessero aver paura le macchine, i tavoli, le sedie,
la bocca del camino, il vino lasciato a mezzo nel bicchiere,
il pollo arrosto nel vassoio, una forchetta levata sopra il piatto –
che restava lí freddo.
                                       Arrivarono certi bei messaggeri;
aprivano anch’essi la bocca; non usciva alcun suono;
ma era diverso per loro; ansimavano; ci piaceva
quel loro ansare; gli si vedeva anche la lingua
rossa, rossissima, come fosse in piena estate con alberi e fiumi.

Allora mandavano a chiamare il vecchio indovino cieco. Un bambinetto dolce
lo teneva per mano. Maestoso, astutissimo, bello,
la barba lunga fino alle ginocchia, i grandi occhi vuoti
(pensavo che si fingesse cieco e che la barba fosse finta)
col suo bastone autoritario, – promanava calma, beatitudine, pienezza;
conosceva – dicevano – il linguaggio degli uccelli, del fuoco, del silenzio, dei vènti;
una colomba posata sulla spalla.
                                                             Mia sorella aveva paura,
gli si nascondeva dietro o andava nell’altra stanza
ed ero certa che da lí origliava. Io gli volevo bene. Un giorno
mi prese il mento, mi sollevò la testa. “Saresti piú bella – disse –
se fossi un maschio”. “Lo sono”, gli risposi. Ridemmo entrambi
con aria complice. Gli altri andavano in collera con lui,
come se fosse responsabile di quanto divinava. Batteva il suo bastone e se ne andava.
Si lasciava dietro certe piume nere, bianche o biondo-rosa.

Per un po’ si faceva un gran silenzio, come se tutto avesse perso
significato e peso. Le ginocchia si trascinavano dietro
una serena distensione. Nessuno cacciava via
il gatto ch’era salito sul tavolo e mangiava un pesce. Sui vetri della finestra
la luce colava biancastra, appiattita. E subito dopo
i tamburi battevano sfrenati. Un suono di tromba in cima alla fortezza
e un altro di fronte, tra gli ulivi. Di notte
accendevano fuochi da una collina all’altra. Passavano tedofori,
un foro immenso s’apriva nell’oscurità; si distingueva il caos. Poi di nuovo
la notte si nascondeva nella notte. Tutti si nascondevano. Io non capivo niente.

A volte ci facevano recitare qualche poesia davanti agli stranieri.
Noi ragazzi non volevamo. Piangevamo. A volte dovevamo offrire
un mazzo di fiori a un vecchio brutto e magro con la dentiera. A volte
facevano uscire anche noi sul balcone a salutare la folla. A volte ci nascondevano
nei sotterranei con le grandi giare. Guardavamo i ragni;
gocciava la candela; prendevamo le gocce calde; ne facevamo
lepri, aratri, barchette o omini nudi. A volte ci mandavano,
di notte, con la scorta, nei poderi, presso vostro padre.

Non facevamo in tempo a sfilarci i sandali, a passeggiare sul l’erba,
a cogliere da sole una mela. Ci venivano a riprendere.
Cambiavano le bandiere in cima alle fortezze, sugli edifici pubblici. Chi sarà stato il vincitore? Chi lo sconfitto?
I cavalieri saltavano da cavallo, toglievano le selle,
le portavano nel corridoio; sedevano sugli sgabelli; si sfilavano le cinture;
si levavano gli stivali. Avevano piedi grandi.
Sentivano di pino e di capro. Le donne fingevano d’esser raffreddate
e stringevano il macinino del caffè davanti alla finestra, finché sorgeva la luna.

Credo fosse allora che le volpi e i lupi scendevano dal bosco.
La notte splendeva tutta, come calcinata.
Il fiume cessava di scorrere. Le pietre erano bianche.
Davanti ai letti sbadigliavano i grandi stivali dei cavalieri.
Il piú giovane aveva caldo; si spogliò tutto;
passò dietro la tenda; la tenda era illuminata.
Sulle terrazze cadevano foglie d’oro. I galli cantavano.

Fu piú o meno allora che si accecò mio padre. D’improvviso ogni cosa
divenne rossa, rossissima con macchie verdi,
perfino i piatti rossi con un foro in mezzo. Poco piú tardi
s’udí di nuovo il suono delle trombe. Gli uomini sobbalzarono nel sonno,
cinsero le spade, balzarono a cavallo. Un’ombra immensa
restava nella corte – forse era della luna mattutina,
o forse quella del leone alato di marmo sulla torre antica.

I posti degli uomini nei letti restavano caldi per poco. Poi si raffreddavano.
Le donne vi si raggomitolavano e piangevano. Mia sorella
giorno per giorno dimagriva; diventava piú dura; impallidiva;
evitava Èmone e anche me. Usciva sola il pomeriggio.
Forse andava fino alle porte di Tebe, fors’anche chiacchierava
con quella donna dal corpo di leone. I suoi occhi t’inchiodavano
con due gelidi quesiti, anche se non ti guardava.
Era chiaro che aspettava qualcosa d’eccezionale. Le notti non dormivamo.

Le lenzuola cadevano per terra. Spesso fingevo di dormire;
la osservavo – coricata poco piú in là in una tensione immobile. Una notte
il chiaro di luna aveva invaso la camera e la inondava fino alla vita;
la vidi muovere le dita illuminate come una ballerina, come una sacerdotessa,
come se intrecciasse una corda invisibile, come se scrivesse numeri in aria;
contava qualcosa – forse i suoi anni (o forse l’inesistenza?);
poi le portò al collo, le lasciò lí, argentate,
e sobbalzò di colpo come terrorizzata. Si alzò,
prese l’ombrello bianco merlettato di nostra madre, l’aprí
e vi si mise sotto, rannicchiata sul letto, come per ripararsi
dalla luna o dalle ombre della notte. Cosí pareva
tutta trapunta di minuscoli meandri blu-argentati.

Ma nel frattempo, forse, mi ero addormentata. Quando aprii gli occhi
vidi i piedi di ghisa dei letti, possenti, pelosi, bestiali.
Sentii passare il vasaio che andava a lavorare. Guardai dalla finestra.
Sulla strada c’erano pacchetti di sigarette vuoti, bandierine, salviette di carta, bossoli.
Dietro i cipressi s’intravedeva il muro di cinta del marmista
con un enorme cavaliere di bronzo. Un giorno
s’udí un rumore spaventoso, sconosciuto. Nella sala da pranzo,
in mezzo alla tavola apparecchiata per la colazione, era caduto
il grande lampadario. Ormai potevi aspettarti di tutto.

Non rimasero che pezzi di cristallo e bagliori. Sulla porta
stavano due zoppi altissimi con le stampelle.
Le domestiche li cacciarono. Gli uomini erano partiti.
Il mondo intero si vuotò d’un tratto. Le donne non si truccavano.
Trascinavano lentamente le ciabatte. Dimenticavano di accendere le lampade.
Si facevano il segno della croce dietro i capelli. Nei giardini crescevano le ortiche.
Avevano nascosto le chiavi tra l’edera. Il cavallo invecchiato di mio padre
una sera scomparve. Non tornò piú. Appesero un suo vecchio ferro
sulla porta del ripostiglio. La cavezza
la legarono a due alberi per stendervi il bucato.

Di quando in quando, nello scompiglio generale, si faceva
un silenzio immane, terribilmente trasparente. Tutto acquisiva
un’ottica e un’acustica diverse, un diverso interesse,
pieno cioè d’indifferenza. Fissavi ogni cosa negli occhi; l’ascoltavi.
Le galline entravano nel cimitero, razzolavano tutto il giorno;
facevano certe uova enormi, dove capitava, tra le margherite,
sotto il rosmarino, per strada o sulle sedie. Una mano invisibile
estraeva uno per uno i grossi chiodi arrugginiti dalle porte.
Le mosche si destavano di buonora e picchiavano forte ai vetri.
Fuori delle mura si moltiplicavano i morti. Ero sempre incuriosita
dai morti; – non per tentare di assuefarmi all’idea della morte
o di conciliarmi con essa. A volte sfuggivo alla sorveglianza
di mia madre e dei precettori, mi arrampicavo fino alla fortezza; guardavo
dalle feritorie; – trasportavano i morti su carretti, barelle, scale;
altri restavano distesi giú nella piana, in pose molto belle,
tranquilli, giovani, belli, accanto ai loro cavalli uccisi. Li guardavo
senza la minima tristezza, – belli, come votati all’amore.
Finché giunsero i nostri morti; e di colpo diventammo grandi.

Vidi mia sorella nella corte, all’alba – segnata dal destino –
pallida. Le sue mani, il vestito, i capelli pieni di terra.
Pungeva il fresco mattutino. Tremavamo. Il giorno scendeva
immensamente bianco, trapunto di corvi neri.

A che scopo, mio dio, cos’hanno ottenuto? Il resto lo sapete.
Non è rimasto niente. Solo la Sfinge di pietra sulla roccia
fuori delle porte di Tebe, indifferente, indisturbata –
non pone piú quesiti. L’inutile clamore s’è acquietato. S’è vuotato il tempo.
Un’interminabile domenica con le finestre chiuse. È incredibile
che le sere d’estate annaffino ancora i giardini.

Un fossato di silenzio – come avete detto. Guardate, è spuntata la luna.
Fuori si sente anche la fontana. Non l’udite? Le vostre mani
sono ancora abbellite dai calli per il lavoro nei campi. Spero
che non restiate sempre nell’esercito. Quando scadrà la ferma
ritornate ai poderi, vicino a vostro padre. Questa porta
conduce dritta al mio appartamento. Il corridoio che dà a sud
è sempre sguarnito. Bussate sette volte. A mezzanotte. Vi aprirò.
Vorrei darvi qualche piccola cosa per vostro padre.

Alcuni abiti di Èmone – li ho conservati nell’armadio –
immagino vi vadano a pennello. E la sua spada nuova,
d’oro, d’avorio e di rubini, – non fece in tempo
a cingersene il fianco. È bella la notte. State attento alle scale.

(S’è fatto buio. Entra nel suo appartamento mentre sulla scala s’odono ancora i passi del giovane ufficiale. Cerca a tentoni i fiammiferi sul tavolino. Accende tutt’e tre i ceri del candelabro. Batte sul disco di metallo sospeso. Compare la Nutrice. “Questa sera non ceno. Non avrò bisogno di te”, le dice. “Puoi andare a coricarti. Ah, sí, portami un bicchiere d’acqua. E carica la pendola della sala. Ce ne siamo dimenticate. Prendi anche quel cesto con la frutta. Il vaso mettilo sulla finestra”. Poco dopo le porta l’acqua e se ne va. Silenzio. Chiude entrambe le porte a chiave. Ora s’ode anche l’orologio accanto. Le nove. Le nove e un quarto. Le dieci. Le dieci e mezzo. Davanti allo specchio. Si strucca. Si spoglia. Seni cadenti. I segni del corsetto sul ventre. Smagliature sulle cosce. Le undici. Si toglie le collane. La pelle, flaccida, pende sotto il mento. Le undici e un quarto. Afferra il candelabro con la sinistra. Si avvicina allo specchio. Con l’anulare della mano destra tira la pelle sotto gli occhi. Il bulbo torbido, con una sottile rete di venuzze rosse. Porta le dita sui capelli tinti. Le radici bianche. Un’espressione di nausea sul volto immobile. Gli angoli della bocca tirati. Le undici e mezzo. Comincia a truccarsi. Indossa un abito rosso. Si rimette i gioielli. Si stende sulla poltrona rossa di velluto, di fronte allo specchio. Chiude gli occhi. Le dodici. Sette colpi discreti alla porta. Silenzio. Ancora sette colpi, piú forti. Silenzio. Di nuovo i colpi. Poi piú niente. Un lungo silenzio. Il bicchiere riluce. Si alza. Si avvicina allo specchio. Riprende a truccarsi. Bianca come il gesso. Gli occhi immensi, nerissimi. Una maschera di gesso. Si cambia. Indossa un abito di sua sorella, accollato, diritto, a pieghe, color marrone. Mette una cintura con la fibbia larga. Apre il cassetto del comodino. Prende qualcosa. Con le spalle rivolte al candelabro e allo specchio, beve l’acqua a piccoli sorsi irregolari, come se prendesse delle aspirine. Si stende sul letto, completamente vestita e con i sandali. Immobile. Tranquilla. Chiude gli occhi. Sorride. S’è addormentata? Dalla sala accanto si sente l’orologio.)

Ghiannis Ritsos

Atene, settembre-dicembre 1966, Samo, dicembre 1971

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Quarta dimensione”, (Crisòtemi, Ismene, Fedra, Elena, Persefone), Crocetti Editore, 1993

Sera grigia – Ghiannis Ritsos

 

Mi duole in petto la bellezza: mi dolgono le luci
nel pomeriggio arrugginito; mi duole
questo colore sulla nube – viola plumbeo
viola repellente; il mezzo anello della luna
che brilla appena – mi duole. Passò un battello.
Una barca; i remi; gli innamorati; il tempo.
I ragazzi di ieri sono invecchiati. Non tornerai indietro.
Serata grigia, luna sottile, – mi fa male il tempo.

Ghiannis Ritsos

Freatida, 22.V.66

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Il funambolo e la luna”, Crocetti Editore, 1984

∗∗∗

Σταχτί βράδυ

Μέ πονάει στό στήθος ή ομορφιά· μέ πονούν τά φώτα
μέσα στο σκουριασμένο απόγευμα· με πονάει
τό χρώμα αύτό στό σύννεφο – μενεξελί μολυβένιο,
μενεξελί απωθημένο· το μισό δαχτυλίδι της σελήνης
φέγγοντας μόλις – μέ πονάει. Ένα καΐκι πέρασε.
Μιά βάρκά· τά κουπιά· οι ερωτευμένοι· ό χρόνος.
Τά χτεσινά παιδιά γεράσανε. Δέ θά γυρίσεις πίσω.
Σταχτιά βραδιά, φτενό φεγγάρι, – μέ πονάει ό χρόνος.

Γιάννης Ρίτσος

Φρεαττύδα, 22.V.66

da “Ό σχοινοβάτης καί ή σελήνη”, 1982

Ghiannis Ritsos, Quarta dimensione – Introduzione di Ezio Savino

 

“L’ultima incarnazione di Edipo questo pomeriggio si trova all’angolo fra la Quarantaduesima e la Quinta Avenue e aspetta che il semaforo scatti”. Un credo. Un atto dolce di fede stilato da Joseph Campbell, professore americano di mitologia comparata. Chissà se il newyorkese Campbell ha letto questi versi, i cinque poemetti del greco Ritsos, il Maestro, che s’intitolano da nomi di donne eroine. Se l’ha fatto, vi ha trovato conferma quieta e ardente di quella sua visione. Del resto, il venerando favellatore Erodoto già esclamava, con ampio gesto del braccio intorno, “Tutto questo mondo è pieno di dèi”.

Chiamo Ghiannis Ritsos Maestro nel senso antico di un Chirone barbuto e fragilissimo, che ti apre gli occhi. Ha fra le mani quella sua cetra insonne e, per regalo inesplicabile di Muse, sfalda la sostanza tetra e inerte che ci avvolge, la sradica come quinte dozzinali da teatrino di periferia, e tra folate infuocate di canto, che ti striano dentro, ci profetizza in quale fermento lavico di veri segni il fato ci ha convocato a vivere.

Tracciare una mappa critica di questi monologhi poetici del Maestro è sforzo futile. Sono fatti di diamante: refrattario alla pratica accademica dell’introduzione. Sarebbe come almanaccare parole introduttive alla natura, al pulviscolo astrale che, adesso, trema nella lama di luce filtrata nella stanza, all’impasto di rumori che fumiga dalla strada, a quella bolla d’aria, al graffio che arabescano la tappezzeria sulla parete opposta.

Meglio suggerire al lettore qualche modesto segnavia, scortandolo solo all’orlo del pozzo poetico, al limitare tagliente della quarta dimensione. Quarta dimensione è il titolo autentico di una raccolta di 17 poemi brevi che Ritsos consacra a figure – femminili, maschili – del mistero ellenico. Scelte da Quarta dimensione, ecco in queste pagine cinque signore della leggenda. Crisòtemi, Ismene, Fedra, Elena, Persefone. Incastonati nella loro cornice formale di carta stampata, sono “monologhi ritmici”. Nessuno sa dire se il Maestro li abbia vergati perché fossero letti con la mente – sussurrando, pesando le pause – o perché qualche voce recitante, d’attrice seduta all’angolo di un palco, desse loro calore di fiato, di saliva, di mano che si ravvia, di tanto in tanto, la ciocca dei capelli.

C’è un disegno, in tutto questo. Ogni confessione d’eroina è inquadrata da ragguagli narrativi, che aprono e poi siglano i diretti discorsi. E fra questi racconti spiccano somiglianze.

Crisòtemi. È pomeriggio di fine estate. Una giovane giornalista sale alla rocca devastata dove la Signora incarna la sua parte di relitto dei tempi. Fluisce il monologo. Intervista? Testamento? Profezia? Quando il racconto “oggettivo” riprende, è cronaca funebre. La Signora non è piú. Resta di lei una statua sepolcrale, un testo d’intervista, poche gocce di pioggia sulla barba di un servitore anziano, trapassato sulla sua lapide.

Ismene. Sera. Un ragazzo, figlio del giardiniere, entra nelle stanze degli incesti. Il soliloquio di Ismene è il ritratto inedito di quella sua sorella maggiore, la pulzella di Tebe, Antigone innamorata della morte. Alla fine, l’addormentarsi solitario di Ismene assomiglia troppo a un decesso.

Fedra. Sera di primavera. Irrompe il ragazzo Ippolito. Il monologo di Fedra è un’iniziazione all’amore. Quando la voce si spegne e risentiamo la voce fuori campo del narratore, Fedra è già rigida nel cappio.

Elena. Sera. Un “altro” – un ragazzo forse ancora di leva: ma chissà, uno spettro dei ricordi, uno dei fatali innamorati che imbracciavano uno scudo ornato dal viso scolpito di lei – si spinge a visitare il simbolo ancora vivente della bellezza e della perdizione. E lei regala memorie, di poeti che le hanno costruito intorno mondi, di uomini nudi, umidi nei sudori, nei suoi letti dell’amore. Gli splendori perduti a contrasto con la bruttezza d’oggi (la Signora, però, è principescamente superiore a tutto), delle ancelle gaglioffe che depredano i segni della grandezza di allora. La voce di Elena si spegne, ed ecco la luna tranquilla, ingannatrice. Scena di morte. Di Elena, trasportata all’obitorio come defunta qualunque, restano le statue del parco, sfregiate da ombre d’alberi.

Persefone. Giorno pieno. La casa sul mare. Nella stanza, una giovane amica, Ciane l’equorea. La confessione di Persefone è la storia della sua ambiguità, di vivente sepolta in quel connubio desiderato con lo “zio”, che è il sire dei morti, e di trapassata che, affranta, si ritrova nella casa paterna, immersa nell’esistenza. Silenzio. Tutto termina con il fazzoletto che si asciuga svaporando sul pavimento. Era la pezzuola fresca d’acqua con cui Ciane leniva la stanchezza dell’amica, reduce dal viaggio disumano, da sottoterra a quello sfolgorare di spiaggia greca, nel frastuono vivace dei bagnanti. La frescura umida che si dissecca è il parallelo di una morte.

Dunque le parole scorrono sempre da labbra antiche – di Signore, cioè, con quei leggendari millenni addosso – a giovani menti. Potrebbe essere il segnacolo di un passaggio, della vita che, contraddicendo a quei funebri finali ricorrenti, si aggancia caparbia a un sempre fresco oggi. Non c’è vera morte, in questi versi greci. Il Maestro ha una missione: ostinarsi a inneggiare alla vita.

Le parole delle eroine sono in ogni poemetto le “ultime”. Le piú vere. Le riassuntive. È una movenza compositiva da tragedia del passato. I maghi dell’antica scena greca sapevano bene quale emozione esploda dalla consapevole agonia monologante. Il tempo della scena s’infuoca se ritrae istanti conclusivi di una vita.
Affacciamoci al pozzo. Apriamo spiragli sulla quarta dimensione. La quarta dimensione è quella che, didascalicamente, si definisce mito. La poesia infrange le didascalie. Non il mito: la verità del tempo.

Il regista di cinema Anghelopulos firma O thíasos, “La recita”. C’è un’antica leggenda su un’insanguinata fortezza dell’Argolide. Qui regnavano gli Atridi: Agamennone era il signore dei luoghi. Mosse contro la città asiatica di Troia, per passione di prede e per certe vendette. Lasciò nella fortezza Clitennestra, sposa inquieta, e i figli, Elettra, Crisòtemi, Oreste. L’altra figlia, la gemma della casa, la primogenita, Ifigenia, era caduta sull’altare votivo, immolata dal padre al fine di ottenere, da feroci dèi, il lasciapassare per Troia. È noto. Le conquiste, le glorie dei padri costano salate: figli accantonati, rifiutati, sacrificati negli incendi rituali dei successi. Agamennone, reduce dalla campagna d’armi, è atteso al varco da Clitennestra, che ha in serbo per lui un’ascia da macelleria. Gli spacca il cranio in un momento di abbandono. Questa regina di sangue ha un’attenuante: rappresaglia per Ifigenia adorata. E un’aggravante: adulterio con Egisto, uomo delle ombre nella reggia, nel letto senza sovrano. Rimane Oreste, il giovane maschio della famiglia nella tormenta. Si fa adulto nella memoria del padre massacrato, nel tossico della vendetta, inoculato dagli dèi selvaggi. Impara a roteare una spada e si presenta alla madre. Trapassa i seni offerti al colpo e s’immortala nell’Orestea, armonioso monumento d’orrore dell’ateniese Eschilo. Per Anghelopulos, la spoglia impalcatura della leggenda è un breviario di verità. Come microcosmo, la famiglia è la nicchia perenne di quei conflitti, fra persone sotto lo stesso tetto, che per sbocco estremo hanno il sangue versato, ma che nella cadenza dei giorni si arrovellano in incomprensioni, rifiuti, estraneità, vittorie parziali dell’uno che sottomette l’altro, e quest’altro è una moglie, un figlio, un fratello. Ma allarghiamo lo sguardo e troviamo la storia, con le sue gazzarre di potere. Anghelopulos inscena la sua Orestea nella Grecia lacerata, negli anni della Seconda guerra mondiale e successivi. Nella famiglia il padre, Agamennone, è un uomo del passato. Reduce, come il suo leggendario archetipo, dalla Ionia: un profugo dell’immane esodo, quando ai giorni del disastro dell’Asia Minore (1922) la Turchia aveva espulso i greci, e milioni di disperati si erano riversati nella madrepatria troppo angusta, troppo arida. E in arco d’anni la Grecia fu sotto il nazismo. Nella famiglia, Egisto collabora con gli aggressori. Spalleggiato dall’amante Clitennestra, denuncia Agamennone, che cade sotto il plotone d’esecuzione. Oreste è alla macchia, partigiano. Elettra lo guida al covo della coppia. Qui il ragazzo fa esplodere i colpi della vendetta, forse della giustizia. E come quell’Oreste diventa, per i suoi, un eroe, quando, fucilato come disertore, lo ritroviamo sul tavolaccio mortuario di un’anonima caserma. La sua tomba è un’ara.
C’è un’inquadratura, fra tante altre del film, che ci rivela la quarta dimensione. Agamennone è in piedi, nel fango del cortile, davanti alle bocche da fuoco naziste. Ragazzi con l’elmetto, estranei, che sbrigano l’incombenza di guerra. Prima della scarica, nella sua lingua di sillabe arcane, l’uomo grida: “Io vengo dalla Ionia. E voi?”. Il tempo si avvera nel ricalco sorprendente fra lo spettro leggendario di Agamennone che rimpatria dall’Asia con il suo trionfo di cartapesta e l’uomo della Ionia che, approdato in Grecia, aveva elemosinato calzoni e camicia per alleviare la sua miseria: il mito non è ricordo di fiaba, né ricamo d’immaginazioni poetiche, ma l’autentico, tetragono linguaggio dei fatti, la struttura sepolta sotto i dispersi cascami dell’esperienza, e l’artista ha il dovere morale, profondamente politico, di farcela splendere innanzi.

Questi poemetti trapiantano le Signore del mito nei giorni e nei territori che ci appartengono, oggi. Le strade lambiscono i loro palazzi di ruderi. Le ambulanze accorrono a ritirare le loro spoglie. Tendine fiorate schermano le loro solitudini. Scintillio di sigaretta accesa nei loro portacenere. Anelli-talismani alle loro dita. Nomi perduti nel passato – Fedra, Antigone, Demetra, Menelao – ma, all’angolo della via, inquadrata dalla finestra, la facciata screpolata della Maternità.

Restano, di loro, parole e statue.

Queste Signore di Ritsos sono altre eroine. Altre nel senso che, nei racconti solenni, si adagiano talvolta all’ombra di maggiori signore. Crisòtemi, piú che d’identità propria, esisteva come riflesso di lei, della sorella estrema, Elettra gigante dei dolori compressi in odio. Persefone, la fragile, l’esile rapita tra i fiori di Sicilia, era la proiezione del desiderio materno, di Demetra imperiale del grano dorato, della terra culla di vita: e finiva come pallida consorte del dio dominatore, Plutone della morte.

Il Maestro le riscatta. Ci svela i segreti. Che fine aveva fatto la nascosta, la remissiva Ismene? Tutti sapevano di lei, di Antigone folle di pietà. Ma l’altra sorella, uscendo dalla sala maledetta di Edipo, come terminava i suoi giorni? Ora lo sappiamo. E, non senza sgomento, apprendiamo che l’eroismo maiuscolo – quello travestito dalle gramaglie, con la sua aureola ghiacciata di sacrifici, di rinunzie, d’idolatria per la morte – può essere il risvolto dell’egoismo piú sinistro, di un culto immaturo di sé, di disastrosi ritardi nella crescita, del terrore per gli scottanti regali che solo la vita, e l’amore, sanno fare.

Nessun manuale di mitologia, neppure il piú informato, il piú ricco di note puntigliose, può sfidare l’intrinseca esattezza del Maestro. Che vanta con la mitologia “classica” un rapporto felicemente equivoco. Ne ruba i frutti, come un superbo predatore, e li snatura trapiantandoli nei suoi giardini dell’Atene, dell’Eleusi, della Diminiò, della sua Samo di oggi. In un certo senso dissacra, smitizza. Ma, insieme, compie un’opera di restauro mitologico di finezza e precisione senza eguali. Il Maestro va oltre il dato mitico. Completa il disegno.

Due esempi stupendi, da togliere il respiro. Elena. Terzo Canto dell’Iliade. La teichoskopia, “rassegna dalle mura”. Elena, piú bella di una dea, si mostra sugli spalti: vi incontra Priamo, il vecchio re di Troia, e per accontentare una sua domanda di anziano curioso gli indica, con il gesto e per nome, i guerrieri greci assedianti schierati nella pianura. Non capivamo il perché di quell’apparizione. L’Elena del Maestro confessa che sbocciò sul bastione

con un fiore tra i seni, e un altro tra le labbra per nascondere

il sorriso della libertà. Avrebbero potuto

colpirmi da entrambi i lati con le frecce. Mi offrivo a bersaglio

camminando lentamente sulle mura, stagliandomi

nel cielo porporino della sera. Tenevo gli occhi chiusi

per agevolare un gesto d’ostilità da parte loro – ben sapendo in fondo

che nessuno l’avrebbe osato. Le loro mani tremavano per il bagliore

della mia bellezza e immortalità.
 
Dopo questi versi, Elena è davvero piú immortale: donna della sfida, un sorriso impedito dal fiore, ebbrezza d’invincibilità.

Ismene, scrigno di rivelazioni, fra le quali, terribile, Antigone del non amore, lei,

mia sorella [che] regolava tutto con un si deve o non si deve…
 
Antigone che non indossò mai un gioiello, e seppellí in un baule perfino il suo anello di fidanzamento. Com’era la vita con Antigone, nella quotidianità della casa ? Nessun professore di mitologia ce lo comunica. Il Maestro ci folgora con la verità:

E se a volte

faceva tanto d’aiutare a tavola, di portare un piatto, una brocca,

avresti detto che teneva in mano un teschio

e che lo posava tra le anfore. Nessuno piú s’ubriacava.
 
Questo è un punto di non ritorno. La quarta dimensione. Il mito si estingue. Entra la vita con la sua pienezza ingombrante.

Dal 1990 Ghiannis Ritsos è quieto sotto la sua lapide di Monemvasià. Di lui non restano statue. Forse gli anelli. Di certo le parole. Dicono che le donne di Tracia decapitarono il poeta Orfeo. Ne inchiodarono la testa sulla cetra e l’abbandonarono alle onde. Il vento faceva vibrare le corde canore. Palpebre chiuse, nel volto sbiancato del poeta. Ma la lingua continuava a ritmare gli esametri sonanti.

Ezio Savino

Introduzione diGhiannis Ritsos, Quarta dimensione” (Crisòtemi, Ismene, Fedra, Elena, Persefone), Crocetti Editore, 1993

Questo solo – Ghiannis Ritsos

Herbert List, Taverne à la plage, près de Sounion, Attica, Greece (1937)

 

È un uomo ostinato. A dispetto del tempo afferma:
“amore, poesia, luce”. Costruisce su un fiammifero
una città con case, alberi, statue, piazze,
con belle vetrine, con balconi, sedie, chitarre,
con abitanti veri e vigili gentili. I treni
arrivano in orario. L’ultimo scarica
tavolini di marmo per un locale in riva al mare
dove rematori sudati con belle ragazze
bevono limonate diacce guardando le navi.
Questo solo ho voluto dire, se non mi credono fa niente.

Giannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVI, Luglio/Agosto 2013, N. 284, Crocetti Editore

Pressappoco – Ghiannis Ritsos

Vincent Van Gogh, Autumn Landscape with Four Trees, 1885

 

Prende in mano oggetti scompagnati – una pietra,
una tegola rotta, due fiammiferi bruciati,
il chiodo arrugginito del muro di fronte,
la foglia entrata dalla finestra, le gocce
che cadono dai vasi annaffiati, quel filo di paglia
che ieri il vento portò sui tuoi capelli, – li prende
e là nel suo cortile costruisce pressappoco un albero.
In questo “pressappoco” sta la poesia. La vedi?

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

Da Testimonianze, seconda serie, 1964-1965

dalla rivista “Poesia”, Anno XXII, Giugno 2009, N. 239, Crocetti Editore