«Mi rinchiudono nella prosa –» – Emily Dickinson

[613]

Mi rinchiudono nella prosa –
come quando da bambina
mi mettevano nello stanzino –
perché mi preferivano «tranquilla» –

Tranquilla! Avessero potuto sbirciare –
vedere come frullava – la mia mente –
Potevano con simile astuzia chiudere un uccello
a tradimento – nel recinto –

Basta che lui lo voglia
e libero come una stella
guarda dall’alto la prigionia –
e ride – Io non facevo altro –

Emily Dickinson

(Traduzione di Silvia Bre)

da “Uno zero più ampio”, Einaudi, Torino, 2013

∗∗∗

[613]

They shut me up in Prose –
As when a little Girl
They put me in the Closet –
Because they liked me «still» –

Still! Could themself have peeped –
And seen my Brain – go round –
They might as wise have lodged a Bird
For Treason – in the Pound –

Himself has but to will
And easy as a Star
Look down upon Captivity –
And laugh – No more have I –

Emily Dickinson

da “The Poems of Emily Dickinson”, a cura di Thomas H. Johnson, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge (Mass.), 1955

Il mondo è un gran bel posto – Lawrence Ferlinghetti

 

Il mondo è un gran bel posto
per nascerci
se non vi dà fastidio che la felicità
non sia sempre
poi tutto ’sto spasso
se non vi dà fastidio un pizzico di inferno
di tanto in tanto
proprio quando tutto fila liscio
perché perfino in paradiso
non stanno sempre lì
a cantare

Il mondo è un gran bel posto
per nascerci
se non vi dà fastidio che la gente muoia
di continuo
o magari stia solo morendo di fame
ogni tanto
il che non è poi così grave
se non si tratta di voi

Oh il mondo è un gran bel posto
per nascerci
se non vi dà fastidio più di tanto
qualche mente morta
tra gli alti papaveri
o un paio di bombe
di tanto in tanto
sulle vostre facce rivolte all’insù
o altre consimili sconvenienze
di cui la nostra società Marchio Aziendale
è preda
con i suoi uomini distinti
e i suoi uomini estinti
e i suoi preti
e gli altri vigilantes
e le sue svariate segregazioni
e le investigazioni parlamentari
e le altre stitichezze
di cui la nostra carne cogliona
è erede

Sì il mondo è il miglior posto di tutti
per un sacco di cose tipo
prendere parte alla scena divertente
e prendere parte alla scena d’amore
e prendere parte alla scena lacrimosa
e cantare canzoni sommesse e avere ispirazioni
e passeggiare
guardando tutto
e sentendo il profumo dei fiori
e toccando il culo alle statue
e perfino per pensare
e baciare le persone e
per fare bambini e portare i calzoni
e salutare sventolando il cappello e
per ballare
e andare a nuotare nei fiumi
o a fare picnic
in piena estate
e in generale proprio per
«spassarsela»


ma poi proprio sul più bello
arriva sorridente

il becchino

Lawrence Ferlinghetti

(Traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan)

da “Poesie da Fotografie del mondo andato”, 1955, in “A Coney Island of the Mind”, minimum fax, Roma, 2018

∗∗∗

The world is a beautiful place

The world is a beautiful place
to be born into
if you don’t mind happiness
not always being
so very much fun
if you don’t mind a touch of hell
now and then
just when everything is fine
because even in heaven
they don’t sing
all the time

The world is a beautiful place
to be born into
if you don’t mind some people dying
all the time
or maybe only starving
some of the time
which isn’t half so bad
if it isn’t you

Oh the world is a beautiful place
to be born into
if you don’t much mind
a few dead minds
in the higher places
or a bomb or two
now and then
in your upturned faces
or such other improprieties
as our Name Brand society
is prey to
with its men of distinction
and its men of extinction
and its priests
and other patrolmen
and its various segregations
and congressional investigations
and other constipations
that our fool flesh
is heir to

Yes the world is the best place of all
for a lot of such things as
making the fun scene
and making the love scene
and making the sad scene
and singing low songs and having inspirations
and walking around
looking at everything
and smelling flowers
and goosing statues
and even thinking
and kissing people and
making babies and wearing pants
and waving hats and
dancing
and going swimming in rivers
on picnics
in the middle of the summer
and just generally
‘living it up’

Yes
but then right in the middle of it
comes the smiling

mortician

Lawrence Ferlinghetti

da “Pictures of the Gone World”, City Lights, San Francisco, 1955

Usi della poesia – Lawrence Ferlinghetti

 

A cosa serve oggi la poesia
A cosa serve Per cosa è buona
nei giorni e nelle notti dell’Epoca di Autoapocalisse
nella quale la poesia è stata asfaltata
per farne autostrade per eserciti di notte
come in quel paradiso di palme al nord di Nicaragua
dove le promesse fatte nelle piazze
saranno tradite nell’interno
o nei campi tanto verdi
nel Centro Armi Navali di Concord
dove treni armati travolgono i dimostranti verdi
dove la poesia è resa importante dalla sua assenza
l’assenza di uccelli in un paesaggio estivo
la mancanza d’amore in un letto a mezzanotte
o la mancanza di luce a mezzogiorno nei piani alti
Perché perfino la brutta poesia ha rilevanza
per quello che non dice
per quello che tralascia
E che cosa del sole che scorre
nelle maglie del mattino
che cosa delle notti bianche e delle bocche del desiderio
labbra che ripetono e ripetono Lulu Lulu
e tutte le cose nate con le ali che cantano
e pianti lontani lontani sulla spiaggia al tramonto
e luce sempre accesa su terra e mare
e caverne misurate dall’uomo
dove una volta scorrevano fiumi sacri
vicino a città vicine al mare
nelle quali camminiamo e passeggiamo distratti
costantemente meravigliati
dallo spettacolo pazzo dell’esistenza
e tutti questi animali parlanti su ruote
eroi ed eroine con mille occhi
con cuori curvati e sopraanime nascoste
senza più miti da chiamare propri
costantemente meravigliati come anch’io sono
da questi bipedi a facce nude in abiti
questi comici improvvisatori
pallidi idoli nelle strade di notte
ballerini in estasi nella polvere dell’Ultimo Valzer
in quest’epoca di Autoapocalisse ingorgata
dove la voce del poeta risuona ancora distante
la voce della Quarta Persona Singolare
la voce nella voce della tartaruga
la faccia dietro la faccia della razza
un libro di luce nella notte
la voce stessa della vita come Whitman la udì
una tenera risata selvaggia
(ah, ma liberarla ancora
dal word-processor della mente!)
E io sono il cronista di un giornale
di un altro pianeta
arrivato a riportare una storia terra terra
sul Cosa Quando Dove Come e Perché
di questa sorprendente vita quaggiù
e degli strani clown che la controllano 
i curiosi clown che la controllano
con le mani sui davanzali
di tremende officine indemoniate
che gettano le loro ombre oscure
sulla grande ombra della terra
alla fine di un tempo sconosciuto
nel supremo hashish dei nostri sogni

Lawrence Ferlinghetti

(Traduzione di Lucia Cucciarelli)

dalla rivista “Poesia”, Luglio/Agosto 1996, N. 97, Crocetti Editore

Le parole – Anne Sexton

 

State attenti alle parole,
anche a quelle miracolose.
Per le miracolose diamo il meglio,
brulicano alle volte come insetti
lasciando non un pizzico ma un bacio.
Possono essere buone come le dita.
Possono essere affidabili come le rocce
su cui mettiamo il sedere.
Ma possono essere sia margherite che ferite.

Eppure io le amo.
Sono colombe cadute dal soffitto.
Sono sei arance sacre appoggiate in grembo.
Sono gli alberi, le gambe dell’estate,
e il sole, con il suo volto appassionato.

Eppure spesso mi deludono.
Ho così tanto da dire,
così tante storie, immagini, proverbi, ecc.
Ma le parole non ce la fanno,
mi baciano quelle sbagliate.
A volte volo come un’aquila
ma con le ali dello scricciolo.

Provo comunque a prendermene cura
e ad essere gentile.
Uova e parole vanno maneggiate con cura.
Una volta rotte non si possono
riparare.

Anne Sexton

(Traduzione di Cristina Gamberi)

da “La zavorra dell’eterno”, Crocetti Editore, 2016

∗∗∗

Words

Be careful of words,
even the miraculous ones.
For the miraculous we do our best,
sometimes they swarm like insects
and leave not a sting but a kiss.
They can be as good as fingers.
They can be as trusty as the rock
you stick your bottom on.
But they can be both daisies and bruises.

Yet I am in love with words.
They are doves falling out of the ceiling.
They are six holy oranges sitting in my lap.
They are the trees, the legs of summer,
and the sun, its passionate face.

Yet often they fail me.
I have so much I want to say,
so many stories, images, proverbs, etc.
But the words aren’t good enough,
the wrong ones kiss me.
Sometimes I fly like an eagle
but with the wings of a wren.

But I try to take care
and be gentle to them.
Words and eggs must be handled with care.
Once broken they are impossible
things to repair.

Anne Sexton

da “Anne Sexton, The Complete Poems”, Houghton Mifflin, 1981 

È vero, come ha detto qualcuno… – Mark Strand

Mark Strand, photo di Chris Felver

XVI

È vero, come ha detto qualcuno, che
in un mondo senza paradiso tutto è addio.
Sia che tu saluti con la mano o no,

è addio, e se non ti salgono lacrime agli occhi
è addio lo stesso, e se fingi di non accorgerti,
odiando ciò che passa, è addio lo stesso.

Addio e basta. E le palme nel piegarsi
sulla laguna verde e splendente, e i pellicani
in picchiata, e i corpi lustri dei bagnanti che riposano,

sono stadi di un’immobilità estrema, e il movimento
della sabbia, e del vento, e le movenze segrete del corpo
sono parte dello stesso insieme, una semplicità che trasforma l’essere

in occasione di lutto, o in un’occasione
per cui valga far festa, perché che altro si fa,
nel sentire il peso delle ali dei pellicani,

la densità delle ombre delle palme, le cellule che scuriscono
le schiene dei bagnanti? Sono al di là delle distorsioni
del caso, oltre le evasioni della musica. La fine

è messa in atto senza tregua. E la sentiamo
nelle lusinghe del sonno, nella luna che matura,
nel vino mentre attende nel bicchiere.

Mark Strand

È per Brooke Hopkins. Il qualcuno cui si allude è Wallace Stevens.

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “L’inizio di una sedia”, Donzelli Poesia, 1999

∗∗∗

XVI

It is true, as someone has said, that in
A world without heaven all is farewell.
Whether you wave your hand or not,

It is farewell, and if no tears come to your eyes
It is still farewell, and if you pretend not to notice,
Hating what passes, it is still farewell.

Farewell no matter what. And the palms as they lean
Over the green, bright lagoon, and the pelicans
Diving, and the glistening bodies of bathers resting,

Are stages in an ultimate stillness, and the movement
Of sand, and of wind, and the secret moves of the body
Are part of the same, a simplicity that turns being

Into an occasion for mourning, or into an occasion
Worth celebrating, for what else does one do,
Feeling the weight of the pelicans’ wings,

The density of the palms’ shadows, the cells that darken
The backs of bathers? These are beyond the distortions
Of chance, beyond the evasions of music. The end

Is enacted again and again. And we feel it
In the temptations of sleep, in the moon’s ripening,
In the wine as it waits in the glass.

Mark Strand

Is for Brooke Hopkins. The someone alluded to is Wallace Stevens.

da “Dark Harbor, A poem”, New York: Alfred A. Knopf, 1993