«Più luce! più luce!» – Anthony Hecht

Michael Kenna, Building Remains, Buchenwald, Germany, 1995

per Heinrich Blücher e Hannah Arendt

Composti nella Torre prima della sua esecuzione
questi versi commoventi, condotto allora sul tragitto
penoso verso il rogo, sottomesso, dichiarò:
«Invoco il mio Dio a testimone, non ho commesso alcun delitto».

Né lo abbandonò il coraggio, ma la morte fu tremenda,
il sacco di polvere da sparo non si accendeva.
Le gambe, mentre lui implorava urlante la Luce Misericordiosa,
erano bastoni di vesciche su cui la linfa nera ribolliva ed esplodeva.

E quello non fu che uno, e niente affatto dei peggiori,
concessagli almeno la sua commiserevole dignità;
e gli astanti recitavano preghiere per la pace dell’anima sua,
nel nome di Cristo che ciascun uomo giudicherà.

Ci spostiamo adesso al limitare di un bosco tedesco.
Si ordina di scavare una fossa a tre uomini tenuti in scacco,
e in questa viene ordinato ai due ebrei di sdraiarsi
per essere sepolti vivi dal terzo, un polacco.

Non luce dal santuario a Weimar oltre la collina
né luce dal cielo apparve. Ma egli si rifiutò.
Una Lüger s’assestò nella fondina.
Scàmbiati di posto con gli ebrei, gli si ordinò.

Quella sovrabbondanza di morte insensata ne aveva prosciugato
l’anima. La terra spessa montava verso la faccia sconvolta.
Quando solo la testa restò esposta, arrivò l’ordine
di tirarlo fuori e di tornare dentro un’altra volta.

Nessuna luce, nessuna luce nel ceruleo occhio polacco.
Quando finì, uno stivale da cavallo pressò la terra forte.
La Lüger si librò leggera dalla fondina.
Colpito in pancia, in tre ore sanguinò a morte.

Non una preghiera, niente incenso, s’alzò in quelle ore
che divennero anni; e venivano ogni sera
muti spettri dai forni, filtrando nell’aria frizzante,
posandosi sui suoi occhi come fuliggine nera.

Anthony Hecht

(Traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan)

da “Le ore dure”, Donzelli Poesia, 2018

∗∗∗

«More Light! More Light!»

for Heinrich Blücher and Hannah Arendt

Composed in the Tower before his execution
These moving verses, and being brought at that time
Painfully to the stake, submitted, declaring thus:
“I implore my God to witness that I have made no crime.”

Nor was he forsaken of courage, but the death was horrible,
The sack of gunpowder failing to ignite.
His legs were blistered sticks on which the black sap
Bubbled and burst as he howled for the Kindly Light.

And that was but one, and by no means one of the worst;
Permitted at least his pitiful dignity;
And such as were by made prayers in the name of Christ,
That shall judge all men, for his soul’s tranquillity.

We move now to outside a German wood.
Three men are there commanded to dig a hole
In which the two Jews are ordered to lie down
And be buried alive by the third, who is a Pole.

Not light from the shrine at Weimar beyond the hill
Nor light from heaven appeared. But he did refuse.
A Lüger settled back deeply in its glove.
He was ordered to change places with the Jews.

Much casual death had drained away their souls.
The thick dirt mounted toward the quivering chin.
When only the head was exposed the order came
To dig him out again and to get back in.

No light, no light in the blue Polish eye.
When he finished a riding boot packed down the earth.
The Lüger hovered lightly in its glove.
He was shot in the belly and in three hours bled to death.

No prayers or incense rose up in those hours
Which grew to be years, and every day came mute
Ghosts from the ovens, sifting through crisp air,
And settled upon his eyes in a black soot.

Anthony Hecht

da “The hard hours: poems”, Atheneum, 1967

«Più luce! Più luce!»
Hecht ha scritto in una lettera che il titolo riprende le parole attribuite a Goethe sul letto di morte. Le spoglie di Goethe si trovano nella Cripta dei Principi a Weimar, vicino al luogo in cui è sorto il campo di sterminio di Buchenwald. La prima parte della poesia è un collage di particolari che si riferiscono al supplizio di diversi martiri rinascimentali, tra cui Hugh Latimer e Nicholas Ridley. L’episodio finale, ambientato nel campo di sterminio, viene dal volume The Theory and Practice of Hell di Eugen Kogon.

Tristezza – Philip Schultz

Foto di Arianna Marchesani

 

All’improvviso
e senza capirne la ragione
tutto mi appare postumo,
impassibile e inevitabile,
ho gli occhi cerchiati dall’unto di chiacchiere e complicità,
le mani ansiose di trattenere ogni piacevole infatuazione
che potrebbe altrimenti scappar via.
All’improvviso
è sera e le luci lungo
la strada appaiono promettenti,
perfino generose,
gonfie come sono di antichi rancori
e progetti inaciditi. Il cielo,
tuttavia,
appare ostile,
e distante, ansioso di consegnare la sua apatia alla mia sofferenza.
A proposito di sofferenza,
le case – le nostre sobrie case refrattarie – traboccano
di sogni diventati opachi con l’età,
per l’accumularsi di verità
non traducibili in un credo fiducioso.
Nel frattempo,
la mia solitudine,
su cui si basano tante leggi mie personali,
continua a consumare ogni cosa.
All’improvviso,
nonostante quel che dicono gli dei,
il presente resta inabitabile,
il passato non perdona il male che ha visto,
mentre
il futuro rimane diafano
e inequivocabile
nel suo desiderio di sfuggirmi.

Philip Schultz

(Traduzione di Paola Splendore, con la collaborazione di Maria Baiocchi, Barbara Fiore e Sandro Triulzi)

da “Lusso, 1918”, in “Il dio della solitudine”, a cura di Paola Splendore, Donzelli Poesia, 2018

∗∗∗

Sadness

Suddenly
for no reason I can point to
everything feels afterwards,
stoic and inevitable,
my eyes ringed with the grease of rumor and complicity,
my hands eager to hold any agreeable infatuation
that might otherwise slip away.
Suddenly
it’s evening and the lights up and
down the street appear hopeful,
even magnanimous,
swollen as they are with ancient grievances
and souring schemes. The sky,
however,
appears unwelcoming,
and aloof, eager to surrender its indifference to my suffering.
Speaking of suffering,
the houses – our sober, recalcitrant houses – are swollen
with dreams that have grown opaque with age,
hoarding as they do truths
untranslatable into auspicious beliefs.
Meanwhile,
my loneliness,
upon which so many personal laws are based,
continues to consume everything.
Suddenly,
regardless of what the gods say,
the present remains uninhabitable,
the past unforgiving of the harm it’s seen,
while
the future remains translucent
and unambiguous
in its desire to elude me.

Philip Schultz

da “Luxury: Poems”, W. W. Norton & Company, 2018

Luna – Mark Strand

 

Apri il libro della sera alla pagina
in cui la luna, la luna sempre, appare

tra due nuvole, spostandosi così piano che parrà
siano trascorse ore prima che tu giunga alla pagina seguente

dove la luna, ora più luminosa, fa scendere un sentiero
per condurti via da ciò che hai conosciuto

entro i luoghi in cui quello che ti eri augurato si avvera,
la sua sillaba solitaria come una frase sospesa

sull’orlo del significato, in attesa che tu ne dica il nome
una volta ancora mentre alzi gli occhi dalla pagina

e chiudi il libro, sentendo ancora com’era
soffermarsi in quella luce, quell’improvviso paradiso di suono.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Uomo e cammello”, “Lo Specchio” Mondadori, 2007

***

Moon

Open the book of evening to the page
where the moon, always the moon, appears

between two clouds, moving so slowly that hours
will seem to have passed before you reach the next page

where the moon, now brighter, lowers a path
to lead you away from what you have known

into those places where what you had wished for happens,
its lone syllable like a sentence poised

at the edge of sense, waiting for you to say its name
once more as you lift your eyes from the page

and close the book, still feeling what it was like
to dwell in that light, that sudden paradise of sound.

Mark Strand

da “Man and Camel”, Knopf Doubleday Publishing Group, 2008

(Dediche) – Adrienne Rich

Wynn Bullock, Nude Behind Cobwebbed Window, 1955

 

So che stai leggendo questa poesia
tardi, prima di lasciare il tuo ufficio
con l’unico lampione giallo e una finestra che rabbuia
nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete
quando l’ora di punta è da molto passata.           So che stai leggendo
questa poesia in piedi, in una libreria lontana dall’oceano
in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi sospinti
attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te.
So che stai leggendo questa poesia
in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare,
spirali di lenzuola ristagnano sul letto
e la valigia aperta parla di fuga
ma non puoi andartene ora.             So che stai leggendo questa poesia
mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale
verso un amore diverso
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute,
mentre aspetti le ultime notizie sull’ intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto
di occhi incontrati e che non si incontrano, di identità con estranei. 
So che stai leggendo questa poesia sotto il neon
nella noia stanca dei giovani che sono esclusi,
che si escludono, troppo presto.             So
che stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita:
le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato e tuttavia continui a leggere
perché anche l’alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia in cucina,
mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro in mano,
perché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua:
di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno continuare a leggere
e io voglio sapere quali sono.
So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza,
per poi tornare ai compiti che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere,
lí dove sei approdata, nuda come sei.

Adrienne Rich

(Traduzione di Maria Luisa Vezzali)

Da Un atlante del mondo difficile, 1991

da “Cartografie del silenzio”, Crocetti Editore, 2000

∗∗∗

XIII (Dedications)

I know you are reading this poem
late, before leaving your office
of the one intense yellow lamp-spot and the darkening window
in the lassitude of a building faded to quiet
long after rush-hour.            I know you are reading this poem
standing up in a bookstore far from the ocean
on a grey day of early spring, faint flakes driven
across the plains’ enormous spaces around you.
I know you are reading this poem
in a room where too much has happened for you to bear
where the bedclothes lie in stagnant coils on the bed
and the open valise speaks of flight
but you cannot leave yet.            I know you are reading this poem
as the underground train loses momentum and before running up the stairs
toward a new kind of love
your life has never allowed.
I know you are reading this poem by the light
of the television screen where soundless images jerk and slide
while you wait for the newscast from the intifada.
I know you are reading this poem in a waiting-room
of eyes met and unmeeting, of identity with strangers.
I know you are reading this poem by fluorescent light
in the boredom and fatigue of the young who are counted out,
count themselves out, at too early an age.             I know
you are reading this poem through your failing sight, the thick
lens enlarging these letters beyond all meaning yet you read on
because even the alphabet is precious.
I know you are reading this poem as you pace beside the stove
warming milk, a crying child on your shoulder, a book in your hand
because life is short and you too are thirsty.
I know you are reading this poem which is not in your language
guessing at some words while others keep you reading
and I want to know which words they are.
I know you are reading this poem listening for something, torn between bitterness and hope
turning back once again to the task you cannot refuse.
I know you are reading this poem because there is nothing else left to read
there where you have landed, stripped as you are.

Adrienne Rich

1990–1991

da “An Atlas of the Difficult World (1988 – 1991)”, W. W. Norton & Company, 1991

Narrativa – Mark Strand

 

Penso alle vite innocenti
delle persone nei romanzi: sanno che morranno
ma non che il romanzo finirà. Come sono diverse
da noi. Qui, la luna osserva ammutolita
tra nubi sparse la città assopita,
e il vento ammonticchia le foglie cadute,
e qualcuno – cioè io – sprofondato in poltrona,
sfoglia le pagine che mancano, sapendo che non c’è
molto tempo per l’uomo e la donna nella camera a ore,
per la luce rossa sopra la porta, per l’iris
che proietta la propria ombra sul muro; non molto tempo
per i soldati sotto gli alberi sul fiume,
per i feriti che vengono trasferiti
in città di retrovia dove resteranno;
la guerra che ha infuriato per anni finirà,
come pure qualsiasi altra cosa, tranne una presenza
difficile da definire, una traccia, come l’odore dell’erba
dopo una notte di pioggia o ciò che resta di una voce
che ci fa sapere senza sillabarlo
di non disperare: se la fine è prossima, anch’essa passerà.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “La vita ininterrotta”, 1992, in “Mark Strand, L’inizio di una sedia”, Donzelli Poesia, 1999

∗∗∗

Fiction

I think of the innocent lives
Of people in novels who know they’ll die
But not that the novel will end. How different they are
From us. Here, the moon stares dumbly down,
Through scattered clouds, onto the sleeping town,
And the wind rounds up the fallen leaves,
And somebody—namely me—deep in his chair,
Riffles the pages left, knowing there’s not
Much time for the man and woman in the rented room,
For the red light over the door, for the iris
Tossing its shadow against the wall; not much time
For the soldiers under the trees that line
The river, for the wounded being hauled away
To the cities of the interior where they will stay;
The war that raged for years will come to a close,
And so will everything else, except for a presence
Hard to define, a trace, like the scent of grass
After a night of rain or the remains of a voice
That lets us know without spelling it out
Not to despair; if the end is come, it too will pass.

Mark Strand

da “The continuous life”, Alfred A. Knopf, New York, 1990