È semplice – Piero Bigongiari

Foto di Vivian Maier

 

È tutto cosí semplice quando anche,
o Signore, pregarti è non volere
se stessi, e le parole è cosí facile
che colte cosí presto si corrompano.

Ma perché si lamenta chi era incerto,
colui che non si stacca dalla dolce
sua nascita, colui che non cammina,
chi non ama o non può continuare
ad amare? Perché, Signore, limiti
con l’infinito chi non può volere?

Se io non so pregarti ormai, Signore,
che quando non mi vedo e non mi penso,
ti credo quando pecco,
quando so che mi segui
per non lasciarmi troppo solo. È semplice,
come dal letto balzando nel baratro
della vita, perché tutto matura
lontano dalla nostra cecità
ma a portata di mano.

Piú di cosí è impossibile tradirti
e con questa letizia che non ha
confine col dolore, ma che esso
lasciò per ricordarsi nel tuo regno.
Sempre oltrepasso il segno
per essere sicuro alle mie spalle.

Piero Bigongiari

3 dicembre ’45

da “Rogo”, 1944-1952, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

La tempesta – Piero Bigongiari

Foto di Donata Wenders

 

Forse è questa l’ora di non vedere
se tutto è chiaro, forse questa è l’ora
ch’è solo di sé paga, ed il tuo incanto
divaga nell’inverno della terra,
nell’inferno dei segni da capire.
Ma non farti vedere dimostrare
ancora le tue formule, è finita
l’orgia dei risultati rispondenti
alle cause. Sei sola, batti i denti
accosto ai vetri nevicati, tetri.
Divergono in un morbido riaccendersi
d’altro sangue i destini che ci unirono.
Tu li ricordi come – in queste tarde
ore che riscoccano dalla pendola –
in un fuoco di tocchi, in un orrendo
scatenarsi, dai tuoi armadi, di bambole.
La nostra vita, catturata, vedi,
mentr’era armata solo di silenzio,
come dai parafulmini ridesti
da un lampo, trova il filo da seguire
per non morire restando se stessa.

Piero Bigongiari

15 novembre ’45

da “Rogo”, 1944-1952, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Tu resta, danzatrice – Piero Bigongiari

Foto di René Groebli

 

L’astro che ti corruppe nel silenzio
il grido, dal ciglio delle pensées,
delirante attentato fece eterno
un canto d’usignoli. E dal perduto
nostro muro notturno empí un nitrito
di cavalle.

                   Perdesti a un gesto calle
d’avorio che la notte aveva chieste.
Calpestavi i tuoi sandali. Finestre
di fuoco arderono sui tuoi capelli
dilatati le parole piú vere.

(Tu resta, danzatrice,
a commentare in segreto.)

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Volo di uccelli che sentono la tempesta – Piero Bigongiari

Foto di Mario Giacomelli

 

D’uno in altro finito nelle azzurre
caverne l’infinito schiuma al vento
che involve nel suo fulgido tormento
il colore dei prati, l’ali eterne
di primavera dei sommessi alati:
mare che non ha requie sulle tombe
umane, dove i petti ansano invano,
mare che spinge il suo sorriso a fiore
strano tra scogli e addii. Ad ali tese
precedono gli uccelli la tempesta,
celesti ne disegnano le corolle,
grigi barlumi insegnano alle zolle
e in alto al nido, fermo
ingorgo di mota, di sterpi, d’amore
ch’altro rapprese e sollevò tra i rami
e le grondaie. Altro percorre il fiume
fin oltre la sorgente, un altro lume
avvena le tue mani, ulcera gli occhi.
Chiamami dalla tua sorda caverna,
io sono in basso, tento il piede, salgo
alla tua verna altissima e non ti odo,
amore penetrato come un chiodo
sul legno delle croci che fioriscono.

Piero Bigongiari

[20 luglio ’56]

da “Le mura di Pistoia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1958

Messaggio sinaitico – Piero Bigongiari

Foto di Tina Fersino

 

Il passaggio si fa stretto, le rocce
violacee si restringono, fiammeggiano,
si spengono in un nero rilucente
schisto simile a quello della morte.

Quello che ho visto altro non è che il segno
del restringersi verso l’apertura?
Il tempo scende nella strozzatura
rovesciata del regno. La caotica
clessidra, la misuratrice, è in mano
di una fata o di un demone maldestro?

La natura dell’uomo abbandonata
troppo a se stessa è in questo scricchiolare
di locuste che il suo passo calpesta.
Su questo mirabolante tappeto
della morte lucente camminai
come su un vetro spezzato, per giungere
sui luoghi del discreto Nascondiglio:
là verdeggiava il roveto ardente.
Anche della speranza che si spezza,
Domine, non sum dignus?

                                          Ma è lì,
è lì nella sutura, che il passo
si desta in quello che non sa di essere,
gugliata che rammenda la ferita
quanto più la esulcera in profondo.
Lì dove tace il gesto delle dita
la cruna attende il filo che spezzato
simile è al morto lucore del fato.
Fu troppo teso o forse troppo lasco?

Fu lì che egli capì che quel suo andare
era senza ritorno: nel deserto
soggiorno di un futuro senza tempo
si alzava il muro in cui si aprì la porta
verso il canto della Resurrezione
che, dai loro stalli siderali,
infreddoliti monaci levavano
come da un precipizio in excelsis.
Erano già i morti che cantavano
dalla tomba? Rombava quel silenzio
in una luce fonda, imperscrutabile,
come in una ronda tra morte e vita
in una felicità inaudita.

Mi pasco di leggende dove forse
non so se nasco o muoio. Il vero ha tali
tourniquets improvvisi. Nulla so,
più nulla né di me, nulla di te
che fanciulla mi consegnasti il filo
della tua e d’ogni altra seduzione.
Il sedotto seduce anche la morte?
La sorte ha tali porte intemerate,
simili a quelle dove profumavano
in cascate stordenti i miei glicini,
entrate da cui non si può più uscire?

La legge è al di là, dove le tende
dell’attesa dovranno essere alzate.
La ressa è il luogo dell’oblio. Chi è stato
attento al proprio passo, anche al crudele
suo incidere su ciò che giace morto
sotto il piede, nel contorto riavvolgersi
dello stame in se stesso forse vede
filare il nuovo nesso. È un susseguirsi
di bagliori – di lampi? –. Non sei fuori
di te che solo là dove esci ignaro
da te stesso.

            La roccia è ormai coperta
dagli impossibili, olezzanti fiori
del perdono. Da dove sei passato?
Dove sei, che ti guardi intorno, mentre
tutt’intorno fiammeggia ogni tuo sogno
quasi più non trattenga quanto indica.
Sono queste le chiavi del tuo regno,
anche se ormai quasi inutilizzabili?
Dove riposa il dono immeritato?
Nella fiamma, invisibile? Dispera
chi troppo spera. La dolcezza è un gioco
terribile nella sua crudeltà.

Così mi volsi un giorno, alzando gli occhi,
pellegrino, a chi non mi attendeva.
In cammino, il viaggio era un residuo
della mia stessa immobilità,
come se fosse il raggio vagabondo
che si posa qua e là, e sta e non sta,
sargasso sradicato nell’Oceano
troppo amato dell’essere. Ma dove,
dove conduce, chi non si conduce
troppo per mano, forse chi si perde,
chi ha alzato il capo chino sulla spera
dove ormai guarda cieco anche il destino?

Ho perso, o vinto?, direi solo: ho amato
quanto più si chiudeva il labirinto
schiudendosi nel suo centro perlato.
Se il male, anche il male, è così dolce,
Signore. Ma tu sai che proprio amando
ho curato anche il male come fosse
quanto il bene ha obliato, di cui era,
nel suo essere, ormai solo lo scandalo.

Cosa occorre che non possa più oltre
mancare? Forse il fiore che si torce
nelle proprie radici sotto il sasso
per sgorgare domani tra gli sterpi,
dopo avere aggirato a lungo il masso,
fiore proteso verso le tue mani.
Anche il bene come il serpente repe
mentre sbuca imprevisto dalla siepe.

Piero Bigongiari

25-29 dicembre 1992

da “Dove finiscono le tracce”, (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996