Voglio sapere – Vicente Aleixandre

Foto di Peter Coulson, 2015

 

Dimmi il segreto della tua esistenza;
voglio sapere perché la pietra non è piuma
e non è il cuore un delicato albero,
perché la bimba che muore là tra due vene-fiumi
non scorre verso il mare come tutti i vascelli.

Voglio sapere se il cuore è una pioggia o un confine,
quel che resta da parte quando due si sorridono,
o è solo la frontiera tra due mani recenti
che stringono una pelle calda che non divide.

Fiore, dirupo o dubbio, o sete o sole o sferza:
non è che uno il mondo, la palpebra e la riva,
come l’uccello giallo che dorme tra due labbra
quando penetra l’alba con fatica nel giorno.

Voglio sapere se un ponte è ferro o desiderio,
l’unione cosí ardua di due carni segrete,
quanto divide due petti toccati
da una freccia nuova scoccata di tra il verde.

Muschio o luna è lo stesso, quello che non sorprende,
l’indugiata carezza che notturna percorre
i corpi come piuma o labbra che ora piovono.
Voglio sapere se il fiume da se stesso va lungi
stringendo silenzioso alcune forme,
cateratta di corpi che come spuma s’amano,
finché giungono al mare del piacere concesso.

I gridi sono stecchi di fischio, conficcati,
disperazione viva che vede brevi braccia
levate verso il cielo in supplica di lune,
teste dolenti che lassú dormono, vogano,
senza respiro, simili a lamine offuscate.

Voglio sapere se la notte vede
corpi bianchi di tela giacenti sulla terra,
false rocce, cartoni, fili, pelle, acqua quieta,
uccelli come stampe disposte contro il suolo,
o rumori di ferro, bosco vergine all’uomo.

Voglio sapere altezza, mare vago o infinito;
se è il mare l’occulto dubbio di cui m’inebrio
quando il vento trasporta tessuti trasparenti,
avori, pesi, ombra, prolungate bufere,
il viola prigioniero che laggiú si dibatte
invisibile, o muta di dolcissime insidie.

Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “La distruzione o amore”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

Quiero saber

Dime pronto el secreto de tu existencia;
quiero saber por qué la piedra no es pluma,
ni el corazón un árbol delicado,
ni por qué esa niña que muere entre dos venas ríos
no se va hacia la mar como todos los buques.

Quiero saber si el corazón es una lluvia o margen,
lo que se queda a un lado cuando dos se sonríen,
o es sólo la frontera entre dos manos nuevas
que estrechan una piel caliente que no separa.

Flor, risco o duda, o sed o sol o látigo:
el mundo todo es uno, la ribera y el párpado,
ese amarillo pájaro que duerme entre dos labios
cuando el alba penetra con esfuerzo en el día.

Quiero saber si un puente es hierro o es anhelo,
esa dificultad de unir dos carnes íntimas,
esa separación de los pechos tocados
por una flecha nueva surtida entre lo verde.

Musgo o luna es lo mismo, lo que a nadie sorprende,
esa caricia lenta que de noche a los cuerpos
recorre como pluma o labios que ahora llueven.
Quiero saber si el río se aleja de sí mismo
estrechando unas formas en silencio,
catarata de cuerpos que se aman como espuma,
hasta dar en la mar como el placer cedido.

Los gritos son estacas de silbo, son lo hincado,
desesperación viva de ver los brazos cortos
alzados hacia el cielo en súplicas de lunas,
cabezas doloridas que arriba duermen, bogan,
sin respirar aún como láminas turbias.

Quiero saber si la noche ve abajo
cuerpos blancos de tela echados sobre tierra,
rocas falsas, cartones, hilos, piel, agua quieta,
pájaros como láminas aplicadas al suelo,
o rumores de hierro, bosque virgen al hombre.

Quiero saber altura, mar vago o infinito;
si el mar es esa oculta duda que me embriaga
cuando el viento traspone crespones transparentes,
sombra, pesos, marfiles, tormentas alargadas,
lo morado cautivo que más allá invisible
se debate, o jauría de dulces asechanzas.

Vicente Aleixandre

da “La destrucción o el Amor”, 1935

A te, viva – Vicente Aleixandre

William-Adolphe Bouguereau, Biblis (1884)

                                               
                                             È toccare il cielo, porre il dito
                                            sopra un corpo umano.
                                                                                    NOVALIS

Quando contemplo il tuo corpo disteso
come un fiume che non cessa mai di passare
come un limpido specchio dove cantano uccelli
e dà gioia sentire il giorno come albeggia.

Quando guardo i tuoi occhi, profonda morte o vita che mi chiama
canzone da un profondo che sospetto;
o vedo la tua forma, la tua fronte serena,
pietra lucente dove i miei baci brillano,
come rocce che specchiano un sole che non cala.

Quando accosto il mio labbro a quell’incerta musica,
al suono di quanto è sempre giovane,
dell’ardore terrestre che canta in mezzo al verde,
umido corpo in perpetuo trascorrere
come amore felice che va e torna…

Sotto di me sento il mondo girare,
girare lieve con virtú eterna di stella,
con generosità lieta di astro
che non chiede neppure un mare dove riflettersi.

Tutto è sorpresa. Il mondo scintillante
sente che un mare a un tratto è là tremulo, nudo,
che è quel petto avido, febbrile,
che chiede solo il brillio della luce.

La creazione fulge. Resa quieta la gioia
passa come un piacere che non tocca il suo colmo,
come fulminea ascensione d’amore
dove il vento circonda le fronti piú cieche.

Contemplare il tuo corpo alla tua sola luce,
con la vicina musica che concerta gli uccelli,
le acque, il bosco, il palpito in catene
di questo mondo pieno che sento sulle labbra.

Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “La distruzione o amore”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

A ti, viva

                                     Es tocar el cielo, poner el dedo
                                  sobre un cuerpo humano.
                                                                           NOVALIS

Cuando contemplo tu cuerpo extendido
como un río que nunca acaba de pasar,
como un claro espejo donde cantan las aves,
donde es un gozo sentir el día cómo amanece.

Cuando miro a tus ojos, profunda muerte o vida que me llama,
canción de un fondo que sólo sospecho;
cuando veo tu forma, tu frente serena,
piedra luciente en que mis besos destellan,
como esas rocas que reflejan un sol que nunca se hunde.

Cuando acerco mis labios a esa música incierta,
a ese rumor de lo siempre juvenil,
del ardor de la tierra que canta entre lo verde,
cuerpo que húmedo siempre resbalaría
como un amor feliz que escapa y vuelve…

Siento el mundo rodar bajo mis pies,
rodar ligero con siempre capacidad de estrella,
con esa alegre generosidad del lucero
que ni siquiera pide un mar en que doblarse.

Todo es sorpresa. El mundo destellando
siente que un mar de pronto está desnudo, trémulo,
que es ese pecho enfebrecido y ávido
que sólo pide el brillo de la luz.

La creación riela. La dicha sosegada
transcurre como un placer que nunca llega al colmo,
como esa rápida ascensión del amor
donde el viento se ciñe a las frentes más ciegas.

Mirar tu cuerpo sin más luz que la tuya,
que esa cercana música que concierta a las aves,
a las aguas, al bosque, a ese ligado latido
de este mundo absoluto que siento ahora en los labios.

Vicente Aleixandre

da “La destrucción o el Amor”, M., Signo, 1935

L’oblio – Vicente Aleixandre

 

La tua fine non è una coppa vana
che si debba vuotare. Muori, gettala.

Per questo lentamente tu alzi nella mano
un brillio o il suo ricordo, e ardono le tue dita
come neve improvvisa.
Non fu ed è. Fu tuttavia e ora tace.
Il freddo brucia e nei tuoi occhi nasce
la sua memoria. Ricordare è osceno;
peggio, è triste. Obliare è morire.

Morì con dignità. Chi passa è l’ombra.

Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “Poesie della consumazione”, Milano, Rizzoli, 1972

È la lirica che chiude la silloge “Poesie della consumazione”, l’ultima del poeta, quindi trattasi della sua ultima poesia.
«Non fu ed è. Fu tuttavia e ora tace. Nel calice della memoria, al termine della vita, si sente il brillare della vita, il calore che brucia ormai come neve. Nelle dita che sostengono il calice si sente che quel calore, quello splendore che arde, ma come la neve,  fu e non fu, perché fu una realtà effimera; ma lo si sente ancora, perciò si dice che fu; e tace perché fu appena reale, non esiste, fu come un sogno. Di qui le contraddizioni: è perché lo si ricorda, e non fu perché fu un sogno; ma fu perché era la vita stessa ed ebbe realtà; e tace perché ormai non esiste». (Vicente Aleixandre)

∗∗∗

El olvido

No es tu final como una copa vana
que hay que apurar. Arroja el casco, y muere.

Por eso lentamente levantas en tu mano
un brillo o su mención, y arden tus dedos,
como una nieve súbita.
Está y no estuvo, pero estuvo y calla.
El frío quema y en tus ojos nace
su memoria. Recordar es obsceno,
peor: es triste. Olvidar es morir.

Con dignidad murió. Su sombra cruza.

Vicente Aleixandre

da “Poemas de la consumación”, Plaza Janés, Barcelona, 1968

No, non cercare – Vicente Aleixandre

Foto di Raoul Hausmann

 

Non ti ho mai tanto amata.
Azzurra come notte che declina,
eri l’impenetrabile scudo della testuggine
che si sottrae sotto la roccia all’amorosa venuta della luce.
Eri la lenta ombra
che cresce tra le dita quando in terra dormiamo solitari.

Non servirebbe baciare l’oscuro tuo crocevia di sangue che svaria,
dove a momenti il battito fluttuava
e a momenti mancava come un mare che sdegna l’arena.
L’aridità vivente di occhi stanchi
che io scorgevo attraverso le lagrime
carezzava e feriva le pupille
senza che per difesa la palpebra calasse.

Amorosa figura
quella del suolo le notti d’estate
quando giacenti in terra si accarezza questo mondo che gira,
l’aridità oscura,
la sordità profonda,
l’oscurità totale
che trascorre come ciò che piú dista da un singhiozzo.

Tu, misero che dormi
senza vedere questa luna tronca
che gemendo ti sfiora lievemente;
tu che viaggi remoto
con la secca corteccia ruotante tra le braccia,
non baciare il silenzio senza macchia dal quale
non si scruta mai il sangue,
di dove sarà vano domandare il calore
che le labbra sorbiscono
e fa splendere il corpo di una luce celeste nella notte di piombo.

No, non cercare la minuta goccia,
l’universo contratto o sangue minimo,
la lagrima che palpita
e dove riposa appoggiare la guancia.

Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “La distruzione o amore”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

No busques, no 

Yo te he querido como nunca.
Eras azul como noche que acaba,
eras la impenetrable caparazón del galápago
que se oculta bajo la roca de la amorosa
llegada de la luz.
Eras la sombra torpe
que cuaja entre los dedos cuando en tierra dormimos solitarios.

De nada serviría besar tu oscura encrucijada de sangre alterna,
donde de pronto el pulso navegaba
y de pronto faltaba como un mar que desprecia a la arena.
La sequedad viviente de unos ojos marchitos,
de los que yo veía a través de las lágrimas,
era una caricia para herir las pupilas,
sin que siquiera el párpado se cerrase en defensa.

Cuán amorosa forma
la del suelo las noches del verano
cuando echado en la tierra se acaricia este mundo que rueda,
la sequedad oscura,
la sordera profunda,
la cerrazón a todo,
que transcurre como lo más ajeno a un sollozo.

Tú, pobre hombre que duermes
sin notar esa luna trunca
que gemebunda apenas si te roza;
tú, que viajas postrero
con la cabeza seca que rueda entre tus brazos,
no beses el silencio sin falla por donde nunca
a la sangre se espía,
por donde será inútil la busca del calor
que por los labios se bebe
y hace fulgir el cuerpo como con una luz azul si la noche es de plomo.

No, no busques esa gota pequeñita,
ese mundo reducido a sangre mínima,
esa lágrima que ha latido
y en la que apoyar la mejilla descansa.

Vicente Aleixandre

da “La destrucción o el Amor”, M., Signo, 1935

Cosí invade – Vicente Aleixandre

Foto di Raoul Hausmann

 

Felice chiarità dell’aurora,
corpo raggiante, amoroso destino,
adorazione del mare agitato,
del suo petto che vive, nel quale so che vivo.

Dove, montagna immensa sempre, ognora presente,
errante continente che trascorri e rimani,
spiaggia che mi si offre alla pianta leggera
che facile sul lido resta, quasi conchiglia?

Vado?
O vengo?
Ignoro se la luce che ora nasce
è quella del ponente nei miei occhi,
se mi spinge l’aurora la sua lama nel dorso.
Ma vado, vado sempre.
Vado a te come l’onda ormai verde
che tornando al suo seno riprende la sua forma.
Come risacca che strappando il giallo chiaro delle spiagge
mostra il duro torso oscuro che riposa, che fluttua.
Vado come le curve braccia che irrompendo
trascinan via le alghe che altre onde lasciarono.

E tu m’attendi, dí,
beato corpo disteso,
felice chiarità per i piedi,
spiaggia raggiante che brilli baciando
la tenue pelle che sul vivo petto grava.

Mi tendo?
Bacio infinitamente
l’inabbracciabile rumore dei mari,
quelle sempre reali labbra, labbra che sogno,
quella spuma leggera che sono sempre i denti
quando stanno per dirsi le parole piú oscure.

Dimmi, dimmi; ti ascolto.
Che verità profonda!
Quanto amore se mentre chiudi gli occhi ti stringo,
mentre ritrai tutte le onde lucide
che rimangono immote, fisse a quel nostro bacio.

Il tuo cuore che brucia come un’alga di terra,
come brace invincibile capace di seccare il fondo degli oceani,
non arde le mie mani
né i miei occhi quando calo le palpebre,
né le mie labbra – che il suo fuoco profondo non purifica –,
perché son come uccelli, come marine libere,
come il suono o il passare di nuvole che avanzano.

Oh vieni, vieni sempre come il clamore dei pesci,
come la battaglia invisibile che agita le squame,
come la lotta tremenda dei verdi piú profondi,
degli occhi che rifulgono e dei fiumi che irrompono,
dei corpi che erompono, che sorgono dai mari,
che raggiungono i cieli o muggendo si abbattono
quando di notte inondano lidi che si concedono!

Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “La distruzione o amore”, Einaudi, Torino, 1970

***

Que así invade

Dichosa claridad de la aurora,
cuerpo radiante, amoroso destino,
adoración de ese mar agitado,
de ese pecho que vive en el que sé que vivo.

¿Dónde tú, montaña inmensa siempre presente,
viajador continente que pasas y te quedas,
playa que se ofrece para mi planta ligera
que como una sola concha, fácil queda en la arena?

¿Voy?
¿O vengo?
Ignoro si la luz que ahora nace
es la del poniente en los ojos,
o si la aurora incide su cuchilla en mi espalda.
Pero voy, yo voy siempre.
Voy a ti como la ola ya verde
que regresa a su seno recobrando su forma.
Como la resaca que arrebatando el amarillo claro de las playas,
muestra ya su duro torso oscuro descansado, flotando.
Voy como esos redondos brazos invasores
que arrebatan las algas que otras ondas dejaron.

Y tú me esperas, dí,
dichoso cuerpo extendido,
feliz claridad para los pies,
playa radiante que destellas besando
la tenue piel que pasa sobre tu pecho vivo.

¿Me tiendo?
Beso infinitamente
ese inabarcable rumor de los mares,
esos siempre reales labios con los que sueño,
esa espuma ligera que son siempre los dientes
cuando van a decirse las palabras oscuras.

Dime, dime; te escucho.
¡Qué profunda verdad!
Cuánto amor si te estrecho mientras cierras los ojos,
mientras retiras todas, todas las ondas lúcidas
que permanecen fijas vigilando este beso.

Tu corazón caliente como una alga de tierra,
como una brasa invencible capaz de desecar el fondo de los mares,
no destruye mis manos
ni mis ojos cuando apoyo los párpados,
ni mis labios -que no se purifican con su lumbre profunda-,
porque son como pájaros, como libres marinas,
como rumor o pasaje de unas nubes que avanzan.

¡Oh ven, ven siempre como el clamor de los peces,
como la batalla invisible de todas las escamas,
como la lucha tremenda de los verdes más hondos,
de los ojos que fulgen, de los ríos que irrumpen,
de los cuerpos que colman, que emergen del océano,
que tocan a los cielos o se derrumban mugientes
cuando de noche inundan las playas entregadas!

Vicente Aleixandre

da “La destrucción o el Amor”, M., Signo, 1935